Decreto sicurezza, emergenza o propaganda? Alle 16 ne parlano in diretta Peter
Gomez e Alessandro Mantovani
L'articolo Decreto sicurezza, emergenza o propaganda? La diretta con Gomez e
Mantovani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trattenere per 12 ore chi non ha commesso alcun reato, per il semplice sospetto
che costituisca un pericolo per l’incolumità pubblica in occasione di
manifestazioni di piazza. Un fermo preventivo nella disponibilità delle forze
dell’ordine, ritenuto indispensabile per evitare vicende come quella di Torino.
È la norma a cui il governo tiene di più tra quelle del nuovo pacchetto
Sicurezza, un disegno di legge e un decreto-legge firmati dal ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi che potrebbero essere approvati già mercoledì in
Consiglio dei ministri come reazione alla guerriglia nel capoluogo piemontese.
Lo scopo è consentire alle forze di polizia, senza bisogno di interloquire con
la magistratura, di fermare “persone sospettate di costituire un pericolo per il
pacifico svolgimento della manifestazione e l’incolumità pubblica”,
trattenendole in Questura per mezza giornata. Una misura che potrebbe essere
applicata, ad esempio, nei confronti di chi si presenta in piazza a volto
coperto o portando con sé oggetti ritenuti pericolosi.
La proposta è in queste ore al vaglio degli uffici giuridici del Quirinale, che
avevano già espresso dubbi di costituzionalità su questa come su altre norme del
“pacchetto”. Ma la Lega tira dritto: “Il ministro lo propone per 12 ore, secondo
me si può arrivare anche a 48 ore di fermo preventivo”, ha detto domenica Matteo
Salvini a chi gli chiedeva se la misura sarebbe entrata nel decreto-legge.
Lunedì, intervistato su Rtl 102.5, il vicepremier e leader del Carroccio ha
corretto il tiro, ipotizzando trattenimenti di “sole” 24 ore. E ha rilanciato la
proposta di far pagare una cauzione agli organizzatori delle piazze, che però
non dovrebbe entrare nel pacchetto.
Ci dovrebbe essere, invece, l’annunciato “scudo penale” a tutela le forze
dell’ordine, che eviterà l’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei
casi di “evidente” legittima difesa (e varrà quindi anche per i civili, ad
esempio a chi spara a un ladro sorpreso in casa). Previste anche sanzioni
amministrative fino a ventimila euro per chi organizza manifestazioni non
autorizzate e norme restrittive sulla vendita di coltelli come reazione
all’omicidio del 18enne Youssef Abanoub a La Spezia.
L'articolo Fermo di 12 ore senza l’ok del pm: dopo Torino il governo accelera
sulla stretta. E Salvini rilancia: “Si può arrivare a 48” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Tra la Costituzione fatta dai padri costituenti e quella fatta da questi
ricostituenti, di solito, all’ultimo momento le persone si preoccupano e dicono:
teniamoci quelli là che forse sapevano scrivere le Costituzioni meglio di
questi”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il
Fatto Quotidiano Marco Travaglio, rispondendo alle osservazioni del filosofo
Massimo Cacciari, che taccia la magistratura di non aver mai prodotto “uno
straccio di riforma autonoma sua per sistemare la giustizia”.
Travaglio spiega che il voto referendario va letto dentro una dinamica ormai
consolidata nella storia recente del paese: “È il quinto referendum
costituzionale che facciamo negli ultimi vent’anni: abbiamo fatto quello sul
Titolo V, quello sulla Devolution, quello su Renzi, quello sulla riduzione dei
parlamentari e adesso questo. Se il trend elettorale dei referendum, come delle
elezioni politiche, è popolo contro casta, gente contro élite, establishment
contro popolo, la maggioranza di governo deve preoccuparsi”.
Il direttore del Fatto riconosce il logoramento dell’immagine della
magistratura, ma ne contesta la narrazione dominante: “È vero che la
magistratura ha perso molto consenso, dopo 30 anni di campagne di sputtanamento
a reti unificate e di inefficienza della giustizia, causata da leggi assurde che
però poi vengono attribuite alla magistratura perché poi è il giudice che tu
vedi quando ti rinviano il processo per dieci anni”.
Tuttavia, aggiunge subito un elemento decisivo nel confronto con la politica:
“C’è sempre una categoria che è infinitamente meno reputata della magistratura
ed è la politica”.
E sottolinea: “Se passa l’idea, che poi è la verità, che questa riforma premia
la casta politica a danno della magistratura, la gente non ci sta. Infatti il
referendum più plebiscitario è stato quello contro la casta, quello che tagliava
il numero dei parlamentari, un referendum che modificava una piccola cosa. Di
solito – continua – i referendum che vogliono cambiare tutto, anche se poi non
cambiano niente, vanno male perché la gente si spaventa”. Una diffidenza che,
secondo Travaglio, riaffiora puntualmente quando il confronto è tra l’eredità
dei costituenti e l’iniziativa politica contemporanea.
Travaglio ribadisce: “Il governo Meloni si deve preoccupare di questo
referendum. E infatti cos’è che li ha fatti infuriare? Il manifesto dell’Anm che
diceva: volete la magistratura sotto la politica? Perché la magistratura sarà
anche screditata, ma mai quanto la politica. L’idea che la politica vada da
sopra alla magistratura fa incazzare anche quelli che sulla magistratura hanno
dei dubbi e cominciano a capire che c’è un terzo soggetto, che non è la guerra
fra politici e magistrati, siamo noi cittadini”.
La conclusione è una domanda secca, rivolta direttamente all’opinione pubblica e
al futuro della giustizia: “Ci conviene il pm che hanno in mente questi? Non
credo”.
L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “Quando la politica prova a mettersi
sopra la magistratura, i cittadini si incazzano” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è soltanto il rischio delocalizzazione per l’indotto auto piemontese in
Algeria, dopo la richiesta di Stellantis alle aziende della componentistica e
dei fornitori di seguirla nel Paese nordafricano, dove prevede di espandere la
produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale ha assegnato 6 nuovi modelli
e punta all’assemblaggio di 90mila vetture all’anno. Sotto al ministero delle
Imprese e del Made in Italy, in occasione della convocazione da parte del
ministro Adolfo Urso del tavolo sull’Automotive, c’è anche chi ha scelto di
venire a Roma e mobilitarsi.
Perché, di fatto, il lavoro rischia di averlo già perso, al massimo con la sola
prospettiva della cassa integrazione fino a fine anno. È il caso di un centinaio
di lavoratori della Primotecs di Avigliana, fornitore storico di componenti per
auto, Stellantis inclusa, della città metropolitana di Torino, che affronta una
grave crisi e il rischio chiusura: “Algeria? Da noi la famiglia Agnelli-Elkann
ha già raggiunto il suo obiettivo, di fatto quello di mandarci a casa. Fino a
qualche anno fa eravamo più di 500 persone, negli anni siamo scesi sotto i 160
dipendenti. Ora finiremo in cassa perché non abbiamo più commesse, grazie anche
alla politica di Stellantis e alla volontà di esternalizzare tutto verso Paesi
‘low cost’“, denuncia un lavoratore. Ma la vicenda Primotecs non è certo
l’unica, forse soltanto simbolica. Circa 300 sono i lavoratori in presidio
provenienti da aziende di tutta Italia: dagli stabilimenti Stellantis di
Pomigliano, Torino Mirafiori, Melfi, Cassino e Termoli, passando per Bekaert
Sardegna, Iveco, Dana e Marelli e non solo. Tutti con storie e destini simili,
tra casse integrazioni infinite e crisi permanenti.
“Nel nostro Paese ci troviamo di fronte a un processo di autodistruzione del
sistema dell’automotive che va fermato. Ci sono 10mila lavoratori a rischio. Va
fermata la fuga di Stellantis dall’Italia. Gli investimenti vengono fatti
ovunque, ma non da noi”, attacca Michele De Palma, segretario generale della
Fiom Cgil. E, in vista dell’incontro del prossimo 2 febbraio nella sede
dell’Unione industriali di Torino, chiamato “Stellantis Algeria meets Turin
companies”, con il quale l’azienda franco-italiana che ha come primo azionista
Exor sta cercando di chiamare a raccolta i fornitori per convincerli a investire
nel Paese nordafricano, De Palma rivendica: “Si riuniscono le aziende della
componentistica per provare ad inseguire posti dove si pagano meno i lavoratori
e dove non si rispettano i diritti sindacali. Come si difende e si protegge la
produzione industriale dell’automotive del nostro Paese? Delocalizzando le
produzioni in Algeria e poi magari comprando da quel Paese le auto, magari pure
con un bonus pagato dagli italiani?”, continua il segretario Fiom Cgil.
E ancora: “Come mai il ministro non ha detto una sola parola sulla
delocalizzazione in Algeria? Cioè il governo che ogni mattina si sveglia e ci
dice che dobbiamo mettere la mano sul cuore per cantare l’inno nazionale, poi
dopo quando si tratta di garantire la sovranità industriale del Paese non dice
una parola? E come è possibile che c’è un intervento di vendita di Iveco a Tata
(gruppo franco-indiano, ndr) senza che ci sia la presenza e la garanzia del
governo italiano? Abbiamo già avuto un’esperienza: si chiamava Marelli. Noi
stiamo permettendo alla famiglia Elkann di fare soldi sulla pelle di un intero
Paese”, attacca.
Così, mentre la crisi dell’auto in Italia è dimostrata dai numeri, appena
213mila auto prodotte nel 2025 e il -60% in due anni, mai così poche dal 1954,
Stellantis continua a guardare altrove, lasciando gli operai nell’ansia: “Dal
1999 lavoro in Stellantis, in carrozzeria. In quegli anni l’azienda era sempre
piena di gente, sempre piena di lavoro. Ad oggi siamo molto preoccupati perché
ci rendiamo conto che un modello solo non basterà. Siamo molto preoccupati per
l’incontro che ci sarà per cercare di spostare l’indotto, i fornitori e tutto il
sistema che ci dà lavoro e che ci fornisce materiale, in Algeria”, spiega una
lavoratrice. Altri temono lo stesso destino: “Spostare la produzione vorrebbe
dire una crisi che può toccare migliaia di dipendenti”. Attacca anche Rocco
Palombella, segretario generale Uilm: “Anche Tavares aveva fatto la stessa cosa
in Marocco. È cambiato l’amministratore delegato, ma la musica rimane la stessa?
Noi ci aspettiamo che il nostro indotto possa poter lavorare, perché gli
stabilimenti sono qui, i lavoratori sono qui. Sono quelli che stanno pagando di
più il peso di queste scelte sbagliate che si stanno realizzando, quindi
consideriamo sia il Marocco che l’Algeria due scelte sbagliate”.
Intanto, dal tavolo automotive, sottolinea la Fiom, “non sono arrivate risposte
sufficienti”, precisano lo stesso De Palma e il segretario nazionale Samuele
Lodi, segnalando la “riduzione del fondo automotive, da 8 a 1,6 miliardi in
cinque anni, senza alcuna condizione nei finanziamenti pubblici per garantire
l’occupazione in Italia”. E ancora: “Il tavolo automotive deve diventare un
tavolo permanente a Palazzo Chigi. La presidenza del Consiglio deve assumersi la
responsabilità di guidare un confronto per contrastare il reale pericolo di
perdere un settore strategico per la nostra industria”.
“Viviamo di cassa integrazione. In passato era concepita come un fatto
momentaneo, per poi rilanciare le aziende. Oggi invece è utilizzata per spegnere
le aziende, per far prendere tempo per delocalizzare. Cassino sta morendo, è una
fabbrica che si sta svuotando e con essa tutto il territorio. Chiediamo la
discesa in campo del governo: difende tanto l’italianità a chiacchiere, ma nei
fatti vogliamo che prenda posizione”, denuncia un’altra lavoratrice in presidio.
“Il governo dimostra di essere arrendevole di fronte ai poteri forti. Ed è
Elkann lo è”. Altri lanciano un appello: “Se lui è diventato quello che è
diventato, è grazie all’Italia, perché è stato aiutato parecchio, sia lui che la
sua famiglia. Credo che questa non sia la ricompensa giusta per il popolo
italiano e i suoi lavoratori. Ci ripensi. ll futuro è in Italia e in Europa”.
L'articolo Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e
il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile […] seguisse un istrione
la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed
osannato fino alla catastrofe”. La citazione di Primo Levi, tratta da ‘I
sommersi e i salvati’, introduce l’intervento di Tomaso Montanari a Otto e
mezzo, su La7, sulla deriva delle destre e su Donald Trump.
Montanari chiarisce subito di non voler indulgere in profezie apocalittiche, ma
di sentirsi obbligato a richiamare la lezione della storia proprio nel Giorno
della Memoria, quando le parole di Levi risuonano con una forza che travalica il
passato e si impone al presente.
“Oggi – spiega Montanari – non fatichiamo a capire come si possa seguire uno che
dovrebbe muovere solo al riso, cioè Donald Trump. Questo signore però ha
l’arsenale nucleare più grande del mondo, ha la potenza economica più grande del
mondo e finora, benché sia stato eletto con un margine tutto sommato relativo e
abbia mezzo paese contro, sta facendo cose inenarrabili”.
Il riferimento si sposta poi sull’azione dell’Ice: “Veste uniformi che sono
esemplate su quelle delle SS e fa cose da SS. Eppure, E il nostro governo di
questo non si preoccupa di questo, ma si preoccupa di cosa dirà Ghali
all’inaugurazione delle Olimpiadi. Il ministro dello Sport ha detto che l’etica
delle Olimpiadi vieta a Gali di parlare di Gaza, quando proprio l’etica dovrebbe
consigliare di parlare di quello che continua a succedere a Gaza. Allora Ghali è
un problema e va silenziato, bisogna dirgli cosa dire o non dire. Invece che
venga l’Ice in Italia, questo non costituisce nessun problema”.
Montanari cita anche le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani: “‘Ma
non vengono mica le SS, non vengono quelli a volto coperto che ammazzano la
gente per strada, vengono quelli degli uffici'”. Un’affermazione che, per
Montanari, chiarisce il quadro: “Dimostra così che ha un giudizio come il
nostro, come il mio, su quello che succede nelle strade. Ma allora forse sarebbe
il caso di dirlo esplicitamente – continua – e di far capire che c’è una
distanza fra noi e loro. Ma c’è questa distanza? C’è questa distanza di valori,
di visione fra il nostro governo e soprattutto Fratelli d’Italia, Lega e quella
di Trump che si trovano nella stessa Internazionale nera che è popolata da molte
altre figure?”.
La risposta arriva senza esitazioni: “Io non lo credo. Penso che ci sia soltanto
una distanza di metodo, cioè qui, finché le garanzie della Costituzione del ’48
sono in piedi, ancora si cerca di dare nell’occhio il meno possibile e,
nonostante questo, ogni giorno succede qualcosa che ci fa capire la vera natura
di questi signori. Trump, forse anche per ragioni legate alla sua età e al suo
stato mentale, è oltre e quindi queste cose non vengono dissimulate”.
L'articolo Montanari a La7: “Il problema per il governo Meloni è zittire Ghali
su Gaza, non cosa fa l’Ice” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un grande assente nel dibattito pubblico ormai da mesi, anzi di più. Il tema
della crisi climatica, unito a quello della messa in protezione del nostro
territorio (adattamento). Non se ne parla perché per la destra è un tema tabù.
Qualcosa di assurdo, come se potessero essere tabù, che so, l’esistenza delle
patologie tumorali o fatti scientifici sui quali dovrebbe esserci solo
convergenza. E invece no: i due principali giornali della destra sono
negazionisti climatici “puri”, e nessuno alza un dito per dire qualcosa. La
premier e i suoi ministri non utilizzano né la parola clima né quella di crisi
climatica, una evidenza scientifica completamente sottaciuta e trattata con
fastidio. Di nuovo, come se si provasse fastidio a parlare, che so, di tempeste
solari.
Per fortuna, anche se non è questa l’espressione giusta ovviamente, la natura ha
pensato da sola a smentire la marea di bugie su clima e adattamento delle
destre. Prima il ciclone Harry, con almeno un miliardo di danni, poi la frana di
Niscemi hanno ricordato con esistenza due verità. Che la crisi climatica esiste,
che il riscaldamento dei mari rischia di provocare cicloni sempre più potenti
contro i quali non siamo preparati. E che la messa in sicurezza del territorio,
a partire da quello siciliano, è una delle cose più urgenti che ci siano.
Di fatto, si spera, gli ultimi accadimenti probabilmente sentenziano la fine del
Ponte sullo Stretto. E d’altronde, i conti sono presto fatti. Quelli che sono
nel partito che grida ai costi del green, come il ministro Musumeci, ora urlano
che servono soldi, perché la natura “presenta sempre il conto”. Un’affermazione
un po’ rozza, ma che almeno in soldoni segnala un problema che nei palazzi dei
ministri viene quasi del tutto ignorato.
Il problema è che senza prevenzione e senza cultura scientifica non si può agire
davvero, né a monte, come si dovrebbe, né a valle. Perché anche per sanare, per
ricostruire, ci vuole consapevolezza di ciò che sta accadendo, dei fatti e della
scienza dei fatti (e del clima). Come si può ad esempio ricostruire e cercare di
adattare un territorio ai nuovi fenomeni estremi, se non si conosce ciò di cui
sta parlando?
Magari si ricostruirà senza però tenere conto del fatto che i fenomeni
potrebbero, in base alle previsioni scientifiche, aumentare ancor più di potenza
e dunque quell’adattamento, e qui soldi spesi, sarebbe inutile. Insomma, pure
quando sembra che l’immediatezza sia spalare fango, bisogna sempre ricordare che
l’immediatezza dovrebbe essere la prevenzione e una cultura scientifica che
analizza i fenomeni, li spieghi e indichi le misure di reale adattamento e
contrasto alla crisi climatica.
L’assenza di questa cultura scientifica al governo è diventata ormai lancinante.
Come da sempre va dicendo lo scienziato Antonello Pasini, ci vorrebbe un
comitato scientifico sul clima, sull’adattamento e la mitigazione, che la
politica dovrebbe consultare. Non si possono fare politiche ignorando la scienza
e questo vale per tutti gli ambiti, come per la salute, ma a maggior ragione
quando i cicloni devastano il territorio italiano e le frane creano sfollati e
famiglie sul lastrico. Invece ci sarà la solita passerella, si stanzieranno
fondi che non bastano, e i territori saranno abbandonati a loro stessi. Fino al
prossimo episodio, fino al prossimo dramma.
Come cittadini non possiamo molto, perché il governo e la cura del territorio lo
fanno le istituzioni. Dobbiamo però diventare più consapevoli dei rischi che
corriamo nella zona in cui viviamo. Delle criticità, delle emergenze. Perché
purtroppo solo una viva e radicale protesta dal basso potrebbe smuovere le
istituzioni. Ci vorrebbe ad esempio ora un’immensa manifestazione di piazza, o
tantissime piazze, per chiedere che i soldi del Ponte vengano dirottati sulla
cura del territorio. Ci vorrebbero anche proteste locali, richieste di messa in
sicurezza. È faticoso, è difficile.
Ma se le amministrazioni locali e nazionali non fanno nulla, meglio cominciare
almeno con forza a chiedere di essere protetti. A chiedere di ascoltare la
scienza. A chiedere soprattutto di smetterla con un immobilismo insopportabile e
antiscientifico che causa drammi e lutti. E sempre più li causerà nei prossimi
anni.
L'articolo Prima il ciclone poi la frana di Niscemi: la natura smentisce le
bugie della destra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel dibattito sulla sicurezza delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026,
che si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, irrompe una questione che va ben oltre
il perimetro tecnico e lambisce direttamente il terreno politico. A sollevarla è
Franco Gabrielli, già capo della Polizia e oggi professor of Practice di Public
Management alla SDA Bocconi, che, oltre a rilasciare una intervista a La Stampa,
è intervenuto alla trasmissione Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, commentando
la notizia rivelata dal Fatto Quotidiano sulla presenza dell’Ice ai Giochi.
Secondo quanto emerso, la componente investigativa dell’agenzia statunitense per
l’immigrazione e il controllo delle frontiere, la Homeland Security
Investigations, sarà coinvolta nel dispositivo di sicurezza a supporto della
delegazione Usa. Un coinvolgimento che ha immediatamente acceso polemiche,
alimentate dalle immagini delle pratiche repressive e violente perpetrate
dall’Ice negli Stati Uniti.
Gabrielli invita però a distinguere nettamente il piano emotivo da quello
operativo. “Quando ci sono eventi come le Olimpiadi – spiega – il paese
ospitante organizza delle vere e proprie centrali internazionali alle quali
partecipano gli ufficiali di collegamento inviati dai Paesi ospitati; queste
persone concorrono quasi esclusivamente a tutto ciò che riguarda l’aspetto
informativo e di intelligence, cioè l’essere messi nella condizione di conoscere
minacce che possono interessare l’evento. Tranne casi molto specifici di tutela
ravvicinata delle personalità di primo piano, il contributo resta essenzialmente
informativo”.
Il punto, sottolinea l’ex capo della Polizia, è che non esiste alcuna
possibilità di una “polizia parallela” sul territorio italiano: “Al di là dei
clamori molto negativi, che vanno sottolineati con forza rispetto alle azioni
compiute da queste strutture nel loro Paese, la regola fondamentale è che quando
vieni nel mio Paese soggiaci alle mie regole. Non è che se hai determinate
inclinazioni operative a casa tua, queste possano essere replicate qui. Anche
perché, materialmente sul campo, al di fuori di una protezione molto ravvicinata
della personalità che si vuole tutelare, non hanno la benché minima agibilità”.
Ciò non significa, però, archiviare le preoccupazioni come semplice polemica.
“Le preoccupazioni sono legittime – osserva Gabrielli che lancia una stoccata al
governo Meloni e alla sua ambiguità comunicativa – e non le derubricherei
affatto, perché, se uno guarda le immagini che arrivano dagli Stati Uniti, non
può restare insensibile a come certe azioni vengono condotte dagli agenti
dell’ICE. E mi sento di dire, senza alcun infingimento, che se fin dall’inizio
ci fosse stata una presa di posizione chiara, netta e non cerchiobottista, come
spesso capita, molte delle polemiche che oggi occupano i mezzi di informazione
probabilmente non ci sarebbero state”.
Poi aggiunge: “Forse dovremmo prendere posizioni un po’ più significative nei
confronti di chi legittima questi comportamenti, perché da un punto di vista
strettamente tecnico-operativo queste persone non possono fare nulla che abbia
un riverbero negativo sul nostro sistema di sicurezza”.
A sostegno della sua tesi, Gabrielli richiama l’esperienza recente del paese
nella gestione dei grandi eventi. “Fino a pochi giorni fa l’Italia ha concluso
un Giubileo che ha incluso le esequie di un Papa, l’intronizzazione di un altro
e l’arrivo di decine e decine di delegazioni. Questo paese ha dimostrato di
saper gestire la sicurezza dei grandi eventi forse come nessun altro al mondo”.
L'articolo Ice in Italia, Gabrielli: “Non opereranno sul territorio ma il
cerchiobottismo del governo ha alimentato le polemiche” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio
italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono
un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha
legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui
l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa
prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende
hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle
garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi
dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle
persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei
Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura
residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo
di quelle.
Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato
dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire
dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni
multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di
rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta,
Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani. Senza
dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli
accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i
curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita
aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio
metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un
quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una
realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli
fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi
raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le
caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo
che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono
trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal
resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione
manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei
Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce
sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono
gli obiettivi dichiarati.
Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la
finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite
da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite
i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro
per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze
dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano
quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone,
non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr
non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità
è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso?
Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid
che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le
persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a
considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i
cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare
loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere
troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale
biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei
detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si
tratta della salute.
Dal Rapporto 2026 ‘CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI’ del Tavolo Asilo e
Immigrazione
Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman,
rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un
video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza
medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico
lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate
senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore
in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un
avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta
nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a
Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo
di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono
state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata
giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È
costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e
“molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non
hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla
difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i
trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina”
dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una
“concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo,
mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel
rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di
cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo
il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla
comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.
C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il
disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri,
la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo
psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il
TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto
trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle
politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello
di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi
gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa
resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla
“paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati
scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a
vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo
venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che
fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo
rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è
possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con
l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione
alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro
chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si
normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.
L'articolo Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di
Trump | il report proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domani la Commissione Esteri della Camera darà il via al decreto Riarmo, che poi
arriverà in Aula la settimana successiva. Nel titolo non si parlerà di aiuti
“militari” all’Ucraina, ma nel testo sì. La parola, infatti, è stata espunta
mercoledì dopo il voto di un emendamento presentato dalla maggioranza e passato
tra le proteste delle opposizioni. Con i dem Lia Quartapelle e Enzo Amendola in
prima linea nel sostenere che tale modifica fosse inammissibile, visto che
trasforma radicalmente il contenuto del decreto legge.
LE OPPOSIZIONI: “UNA BUFFONATA”
Se il Pd durante la seduta (lo scorso mercoledì) ha voluto criticare
l’emendamento a prima firma del leghista Zoffili perché presupporrebbe un
disimpegno dell’Italia nei confronti di Kiev (vedi l’intervento di Piero Fassino
nella stessa riunione), Avs e i Cinque Stelle lo hanno letto semplicemente come
una “buffonata” da parte del governo, un gioco di prestigio, per tenere dentro
sia chi è per il sostegno all’Ucraina senza se e senza ma e chi non è d’accordo
(leggi la Lega). Gli equilibrismi di Giorgia Meloni in politica estera di questa
settimana hanno avuto un risvolto anche a livello parlamentare. Con il Pd a
puntellare, anche di fronte a qualche vuoto nel centrodestra.
VIA LIBERA A SETTE DECRETI PER UN MILIARDO
Oggi c’è stato l’ennesimo passaggio sul riarmo nelle Commissioni Difesa di
Camera e Senato: sono stati votati sette decreti. Si va dagli obici ruotati
della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi
Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba
dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della
francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza
anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo.
L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro. Il
Pd in Senato ha detto sì, alla Camera si è astenuto (tranne sul decreto sui
droni di ricognizione sul quale ha detto sì, lo stesso sul quale i Cinque Stelle
si sono astenuti, invece di votare no come sugli altri sei).
I 5 STELLE: “PD PILATESCO”
A motivare l’astensione è stato Stefano Graziano: “Chiediamo al governo che
venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese
per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo
propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle
forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti,
25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40”.
Un atteggiamento “pilatesco” quello del Pd secondo i Cinque Stelle.
D’altra parte, martedì scorso in Commissione Difesa sui sei decreti ministeriali
relativi a programmi di armamento per un impegno pluriennale di spesa prossimo
ai 4 miliardi di euro, il Pd aveva espresso parere favorevole. Lo stesso
Graziano intervenendo in Commissione aveva sottolineato come i programmi in
questione abbiano carattere difensivo e di ammodernamento tecnologico. E dunque,
come il gruppo del Pd abbia “una postura favorevole” rispetto alle necessità,
cui si dà risposta mediante i programmi in esame, di “implementare le capacità
antidroni, il pilotaggio da remoto e i sistemi di guerra elettronica”, poiché
“rispondono a esigenze di protezione del Paese”. Questo pur evidenziando la
necessità di un equilibrio della spesa per la Difesa. Da sottolineare che lo
stesso Graziano aveva denunciato l’assenza del governo mercoledì scorso in
Commissione Difesa, quando erano stati presentati i decreti su cui si è votato
oggi. Un tentativo di far emergere le difficoltà del governo di mettere la
faccia sul riarmo.
L'articolo Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari”
nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Silvio Berlusconi era il leader indiscusso. L’uomo che dettava la linea sulla
Giustizia pro domo sua e degli amici. Ora che non c’è più, gli eredi politici
seguono la via tracciata, realizzano sogni suoi con tanto di dedica. E Giorgia
Meloni, diventata presidente del Consiglio, proprio come lui, sta dimostrando di
essere l’allieva all’altezza del maestro. Anzi, per molti versi lo supera.
L’obiettivo di questo governo di centrodestra con un ministro della Giustizia,
Carlo Nordio, ex magistrato e un potente sottosegretario alla presidenza del
Consiglio, Alfredo Mantovano, magistrato fuori ruolo, è di riuscire laddove
Berlusconi ha fallito non certo per colpa sua e di Forza Italia ma, i paradossi
della vita, per le “bizze “dei suoli alleati di allora, Lega e Alleanza
Nazionale, oggi Fdi. “Panta rei”, diceva Eraclito e allora le “bizze” sulla
giustizia sono acqua passata. Oggi il centrodestra è a un passo, se al
referendum vinceranno i Sì, di realizzare anche la separazione delle carriere di
pm e giudici, che in realtà è ben altro. È la riforma costituzionale che apre,
di fatto, a mettere sotto il tacco del governo di turno i magistrati. Vale
dunque la pena mettere in fila le leggi che questa maggioranza, senza fiatare,
ha approvato in Parlamento, facendo quasi sempre copia e incolla dei ddl
governativi o mettendo in atto gli input di Palazzo Chigi.
LA GIUSTIZIA A DOPPIA VELOCITÀ
L’idea della giustizia forte con i deboli e debole con i forti emerge già dal
primo atto del governo Meloni: il decreto dell’ottobre 2022 “anti Rave”,
contiene anche la riforma (obbligata dalla pronuncia della Corte costituzionale)
sulla fine dell’ostativo assoluto ai benefici carcerari per i mafiosi che non
hanno mai collaborato. A determinate condizioni possono anche loro ottenere
“premi” e hanno pure degli obblighi in meno rispetto ai collaboratori. Benefici
assicurati, invece, agli eventuali corrotti e corruttori finiti in carcere (non
succede quasi mai): il decreto ha cancellato dai reati ostativi ai benefici
carcerari quelli corruttivi puniti anche fino a 20 anni di carcere. Ed è
giustizia a doppia velocità anche quella dei pacchetti sicurezza, l’ultimo
approvato l’anno scorso, che punisce pure il dissenso pacifico. L’azione del
governo Meloni sembra avere l’obiettivo di spuntare le armi normative a
disposizione dei magistrati per combattere la corruzione e altri reati
“eccellenti”. E qual è lo strumento più efficace da neutralizzare? Naturalmente
le intercettazioni tradizionali o avanzate, depotenziate tra il 2023 e il 2024.
Vietate quelle a “strascico”. Cioè si vieta l’uso per un procedimento diverso da
quello per cui sono state autorizzate, anche se offrono elementi di prova per
reati gravi, a meno che non sia previsto l’arresto in flagranza. Esclusi così
molti crimini dei colletti bianchi.
IL LIMITE AGLI ASCOLTI
E ancora: vietato inserire nel verbale di trascrizione delle intercettazioni
quelle considerate “irrilevanti” ai fini dell’indagine. Anche se queste
potrebbero, nel corso dell’inchiesta, diventare importanti, non solo per
l’accusa, ma anche per la difesa. Vietato al pm e al giudice di inserire nel
provvedimento di misure restrittive intercettazioni che non riguardano le parti
indagate. Dulcis in fundo, è stata approvata anche la norma che riduce a soli 45
giorni la durata delle intercettazioni. Magistrati e investigatori non hanno
dubbi: è un tempo irrisorio. La foglia di fico sbandierata dal governo è che il
limite temporale non riguarda le inchieste di mafia e terrorismo. E- aggiungiamo
noi- neppure le indagini sulla corruzione, equiparate, in tema di
intercettazioni, a quelle di mafia, grazie alla riforma Orlando del 2017, ma la
maggioranza non sembra essersene accorta al momento del voto. Si tratta, però,
di esclusioni sono solo sulla carta. Spesso realtà mafiose e corrotte sono
scoperte grazie a indagini su “reati satellite”: reati fallimentari, fiscali,
turbativa d’asta o bancarotte. E, comunque, le intercettazioni a tempo, hanno
denunciato gli addetti ai lavori, compromettono indagini su omicidi,
maltrattamenti in famiglia, femminicidi, sequestri di persona, giusto per fare
alcuni esempi.
VIA L’ABUSO, SVUOTATO IL TRAFFICO D’INFLUENZE
Fin qui le norme specifiche sulle intercettazioni, ma vanno ricordato anche i
punti essenziali della riforma Nordio, dedicata ufficialmente a Berlusconi. Il
centrodestra mette a segno nel 2024, un colpo di spugna: cancellato il reato di
abuso d’ufficio e svuotato il reato di traffico di influenze. La maggioranza ha
introdotto, fra l’altro, l’interrogatorio preventivo dell’indagato prima della
decisione del giudice sulla richiesta di arresto del pm, a meno che non ci sia
il dimostrato pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Ci sono state già
minacce e testimoni e qualche fuga. E come non parlare del super bavaglio ai
giornalisti? Vietato pubblicare le ordinanze di custodia cautelare e le altre
misure restrittive personali. Si possono fare solo dei riassunti con il rischio
di riferire all’opinione pubblica un fatto non proprio aderente alla realtà.
Infine è fermo alla Camera, ma solo perché il governo aspetta il voto
referendario, il ddl approvato al Senato, che dispone una stretta sul sequestro
degli smartphone e degli altri apparecchi elettronici.
POI TOCCHERÀ AI TROJAN
Come già per le intercettazioni, le chat e il materiale informatico sequestrato
non potrà essere utilizzato per muovere un’altra accusa, anche se si dimostrasse
un elemento stringente di prova. Per il sequestro del materiale dovrà
intervenire un giudice. Entro cinque giorni, il pm deve avvisare tutte le
persone coinvolte nel sequestro e scoprire le carte in anticipo. Quanto all’uso
del materiale selezionato, dovrà esserci una seconda autorizzazione del gip. Ma
il centrodestra non si ferma né con queste leggi né con la riforma
costituzionale. Un altro obiettivo è quello di limitare l’uso uno strumento
fondamentale per le indagini sulla corruzione, il trojan. L’ha detto lo stesso
ministro Nordio alla Camera, durante la presentazione del suo libro per il Sì al
referendum: “Stiamo già lavorando per ridurre, se non proprio eliminare, questa
vergogna”. E si indigna non per la piaga della corruzione ma perché la legge
Spazzacorrotti del suo predecessore, Alfonso Bonafede, ha autorizzato l’uso del
trojan anche durante indagini “per una modestissima mazzetta”. Non c’è da
stupirsi. Nordio vuole anche togliere l’obbligatorietà dell’azione penale mentre
il vicepremier Antonio Tajani ha confessato: il governo vorrebbe togliere ai pm
il controllo della polizia giudiziaria, i cui vertici rispondono ai ministri
competenti. E quindi i pm saranno sotto il controllo politico. C’è poi in Senato
il ddl Zanettin-Stefani che affida alla politica (in maniera più stringente
della legge Cartabia) le direttive alle procure sulle indagini da eseguire.
Insomma, il governo lavora “ai fianchi” della riforma costituzionale per avere
il controllo sulle toghe.
L'articolo Separazione delle carriere, bavagli e stop intercettazioni: tutte le
leggi del governo Meloni che realizzano il sogno di Berlusconi proviene da Il
Fatto Quotidiano.