Caro direttore Travaglio,
condivido la gioia per la netta vittoria del NO alla Riforma costituzionale
voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera
compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria,
voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con
le quali i capi della compagine del SI hanno cercato di ingannare gli italiani.
Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai
primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti
scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato
profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito
quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è
proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione.
Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano
fondamentali.
PERCHÉ GLI ITALIANI SONO TORNATI A VOTARE IN BUON NUMERO?
Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine,
esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica.
Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente
nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate
varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento
né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al
contrario di quello che credevano molti capi della compagine del SI e nonostante
tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha
dimostrato di non avere gli anelli al naso.
PERCHÉ GLI ITALIANI NON SOLO HANNO VOTATO IN BUON NUMERO MA HANNO VOTATO NO A
QUESTA RIFORMA?
Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la
magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro
indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto
esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi
magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire
che tanti che hanno votato NO pensino che non sia necessario fare riforme
importanti e significative nella magistratura. Questo NO vuol dire: vogliamo una
magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più
mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata.
E chiediamo che i Nordio e le Bertoluzzi cambino mestiere. Propongo che da
subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per
correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della
magistratura.
PERCHÉ I NO HANNO DI GRAN LUNGA SORPASSATO IL NUMERO DI VOTI CHE I PARTITITI
POLITICI HANNO OTTENUTO NELLE PIÙ RECENTI ELEZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE?
Perché sono confluiti nel NO anche molti voti che vengono impropriamente
attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti
contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una
loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata
nel primariato come scardinamento finale della Costituzione. Oltre agli
indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è
formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si
sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al
livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho
mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è
parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma
mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili
che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo
referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica
politicante.
PERCHÉ I SONDAGGI E I GIORNALISTI, IN GRANDE MAGGIORANZA, SBAGLIANO REGOLARMENTE
LE LORO PREVISIONI E LE HANNO SBAGLIATE CLAMOROSAMENTE ANCHE IN QUESTO
REFERENDUM?
Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a
questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai
cosa si dice nel Paese.
PERCHÉ, SECONDO LE ATTRIBUZIONI DI VOTO, LA GRANDE MAGGIORANZA DI CHI VOTA LEGA
HA VOTATO PER IL SI?
Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di
Bossi e che aveva sollevato molte speranze.
PERCHÉ NESSUNA PERSONA RESPONSABILE HA, SINO AD ORA RICHIESTO, LE DIMISSIONI DI
MELONI?
Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo,
soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono
chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la
collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto
devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui
programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per
il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum
berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le
dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né
insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire
che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto
non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed
estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo
non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi
sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è
stato un voto per la Costituzione.
Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti,
permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione
territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano
annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho
cercato di delineare.
Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente
costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di
sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte
e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere.
L'articolo La vittoria del No al referendum: dall’affluenza alle urne ai
sondaggi, dal ruolo dei partiti ai giornali. Ecco alcune considerazioni proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Governo Meloni
di Riccardo Bellardini
Una fredda primavera sferza lo Stivale, e un’irruzione artica potrebbe riportare
la neve fin sulla bassa collina. Ma per l’Italia, l’Italia silenziosa, popolo
indomito, oggi è tempo di rifiorire, sull’onda di un tepore che fa sembrar calda
pure quest’aria gelata. L’Italia silenziosa, che s’è risvegliata, e ha urlato un
No potente. Un No all’indecenza. Un No alla storpiatura della Costituzione, di
cui il popolo è ancora innamorato.
Un No a Giorgia Meloni, al suo governo in prima linea per la riforma della
giustizia, trainata dagli slanci alcolici di Nordio, benedetta da Licio Gelli e
Silvio Berlusconi in paradiso, dalla figlia Marina sulla terra, dal delfino
Tajani, conducente impacciato di quella nave che veleggia tra sogni d’impunità,
chiamata Forza Italia, checché ne dica Mulè, questa è una gran batosta,
soprattutto per gli azzurri.
La riforma che aveva tra gli alfieri i giornali, fiancheggiatori instancabili
della Premier, più la Rai ormai granitica televisione della maggioranza al
potere, inondata dai soliloqui dell’agguerrita Giorgia, spacciati per
interviste. Un coro di affabulatori che si avvaleva di sondaggisti sublimi,
pronti a lanciarsi in improvvidi vaticini, come Italo Bocchino, impallinato
dall’ossessione dei dieci punti di scarto a vantaggio del sì, Nostradamus delle
destre, infallibile e sagace, come ha dimostrato l’esito finale. Alessandro
Sallusti, capitano della marcia per la nuova e più limpida giustizia, che
rimbrottava dalla Gruber il direttore Travaglio per la “manina”, il solito fango
della galassia rossa sul sottosegretario Delmastro venuto fuori proprio a
ridosso del voto, tacendo sull’egregio lavoro della stampa libera che aveva
portato alla luce le strette di mano, le società, le cene insieme ai prestanome
dei mafiosi da parte del nostro eroe e delle alte sfere del ministero della
Giustizia, così fu per il caimano, così è stato per Santanchè, così è per Delle
Vedove, più gli affari son loschi, più si sta attaccati alle poltrone. Ma anche
No!
L’Italia non poteva perseverare ancora nel suo sonno. Forse la scintilla
definitiva sono state le ultime menzogne inaudite sparate dalla capa del
governo, che in pieno trip elettorale si è lasciata andare a promesse
inattuabili e a frasi di un’avventatezza allarmante, smentite dai suoi stessi
alleati.
Evoluzioni fisiologiche dei processi spacciate per storture, vedi caso Garlasco.
Sistema giudiziario più efficiente, con smentite clamorose della senatrice
Bongiorno e dello stesso Carletto Nordio, tornato per l’occasione lucido.
Criminali, stupratori, assassini, cannibali, mostri d’ogni sorta in libertà con
la vittoria del No.
Ma l’Italia oggi a me sembra più pulita. E’ stata capace di urlare un No deciso
all’indecenza, con un’affluenza record e un monito proveniente soprattutto dai
più giovani: la menzogna non paga.
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L'articolo Un No deciso all’indecenza. Le menzogne del governo (e dei suoi
fiancheggiatori) non pagano proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vittoria del No al referendum è la vittoria della Costituzione del 1948: lo
dicono i sondaggi post voto. Secondo Youtrend, Il 61% dei quasi 14 milioni e
mezzo di elettori che hanno votato No lo hanno fatto per difendere la Carta che
la riforma avrebbe stravolto. Soltanto il 31% di loro ha espresso un voto contro
il governo Meloni. Il 54% degli interpellati ha risposto che Meloni deve
continuare a governare. Sbaglia dunque chi attribuisce alla vittoria
referendaria un significato strettamente politico e addirittura una sorta di
preventiva investitura del campo largo a conquistare il governo del Paese. Guai
quindi a considerare acquisiti al campo progressista i voti che hanno bocciato
la riforma Nordio. Alle politiche si giocherà tutt’altra partita. Gli elettori
di destra che hanno scelto il No usciranno dal campo progressista. Torneranno a
votare per l’attuale maggioranza di governo. La politica è politica, non è
aritmetica.
L’alleanza progressista rimane da costruire. Il punto cruciale lo ha colto
Giuseppe Conte, chiedendo di definire il programma comune di governo entro il
cui perimetro dovranno confluire i partiti che vi si riconosceranno. Da lì, le
primarie di coalizione “per scegliere il candidato o la candidata – ha detto
Conte – che avrà maggiori probabilità di battere la destra”. Si fanno voti che
all’opposizione non si accendano le consuete risse e ci si astenga dai venefici,
pelosi “distinguo”, evitando le mine delle contrapposizioni di carattere
personale. I “riformisti” del Pd (Picierno e soci) che hanno sostenuto
entusiasticamente il Sì prendano atto che Schlein esce rafforzata all’interno
del Pd. Toccherà alla segretaria neutralizzare queste quinte colonne della
destra. O accompagnarle alla porta. Se le ambiguità nel Pd non venissero sciolte
chi è tornato in massa alle urne per il No rientrerà nelle retrovie
dell’astensione. Per dirla facile: Meloni e la destra hanno perso. Il campo
progressista non ha ancora vinto.
La batosta referendaria tuttavia non sarà priva di effetti sul governo. In un
video dai toni sommessi, quasi di scusa, alla Ferragni, Meloni ha detto di aver
preso atto della volontà degli italiani ma che andrà avanti per rispettare il
mandato elettorale che l’aveva issata a palazzo Chigi. Meloni è un’anatra zoppa
e potrebbe valutare persino di anticipare il voto delle politiche. Prima che,
esauriti i fondi del Pnrr e fatti i conti (in rosso) della guerra di Trump e
dell’impennata dei prezzi dell’energia, in autunno l’Italia piombi in
recessione. Nel frattempo dovrà fare i conti con i casi spinosi (Delmastro,
Nordio, Bartolozzi) che hanno messo il piombo alle ali della propaganda per il
Sì. Archiviato il senso profondo della sconfitta referendaria (“la Costituzione
non si tocca. I giudici non devono essere sottoposti al controllo del governo”)
la destra deve valutare che molti italiani non approvano la politica del
governo: Gaza, la guerra di Trump, l’appiattimento dell’Italia agli interessi
degli Usa, l’adesione al piano di riarmo europeo che costerà lacrime e sangue ai
contribuenti. Persino il Sud e i feudi elettorali governati da Forza Italia
(Calabria e Sicilia) nonché Campania e Puglia, rette dal centrosinistra, hanno
voltato le spalle al governo, votando in massa per il No. Come le grandi città
del Nord: a Genova il No è al 64%, Napoli addirittura al 75%. Al Sì sì sono
andate soltanto tre regioni: Lombardia (ma non Milano) Veneto e Valle d’Aosta.
Si inceppa e probabilmente muore il percorso di riforme istituzionali che
sarebbe dovuto culminare nel premierato. Perdono vigore gli interventi di Nordio
sulla giustizia: abolizione del reato di abuso d’ufficio, lo svuotamento del
reato di traffico di influenze (fattispecie di pertinenza di politici e
faccendieri assorti), i preavvisi di arresto e di perquisizione, la stretta alle
intercettazioni, la sostanziale neutralizzazione della Corte dei conti (art 100
della Costituzione), i decreti sicurezza in violazione della Carta (art 16, 17 e
18) che garantisce la libertà di associazione, riunione pacifica ed espressione
del pensiero. Tutto torna in discussione.
Va a picco il disegno tripartito che prevedeva la riforma Nordio della giustizia
imposta da Forza Italia agli alleati, la legge elettorale con premio di
maggioranza sponsorizzata da Fratelli d’Italia come punto di arrivo della
trasformazione del paese sul modello dell’Ungheria di Orban, e infine
l’autonomia differenziata della Lega di Salvini. Entrano in crisi gli equilibri
all’interno della maggioranza. Si prospettano sanguinose rese dei conti. Meloni
non è più imbattibile. Tocca al centrosinistra non sprecare l’ennesima occasione
per tornare a governare il Paese.
L'articolo Referendum giustizia, Meloni e la destra hanno perso. Il campo
progressista non ha ancora vinto proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’effetto della vittoria del No “è quello di legittimare un’azione della
magistratura su una serie di temi che per gli italiani oggi sono dirimenti: noi
vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di
immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide e che
potrebbero essere rafforzate in futuro. Questa è una delle principali
preoccupazioni”. Giovanbattista Fazzolari, senatore di Fratelli d’Italia e
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, agita lo spauracchio una
magistratura ormai incontrollabile dopo la vittoria del No al referendum. “Gli
italiani chiedono a questo governo, ma chiederebbero a qualsiasi governo,
maggior controllo dell’immigrazione illegale e di essere maggiormente incisivi
in termini di sicurezza. Finora su questi due argomenti abbiamo visto che molte
delle norme attuate vengono poi indebolite da decisioni prese dalla
magistratura: all’esito del referendum la preoccupazione è che questa azione
potrebbe diventare ancora più invasiva“, dice all’Ansa il braccio destro della
premier Giorgia Meloni.
Fazzolari nega preoccupazioni sul consenso elettorale da parte del governo: “Noi
siamo molto sereni perché il nostro orizzonte non sono le prossime elezioni
politiche, che ci interessano il giusto, ma rispettare gli impegni presi in
questa legislatura, non faremo delle scelte volte a massimizzare il consenso di
qui alle politiche, l’azione sarà quella di chiudere la legislatura con il
grande merito di dire “abbiamo rispettato gli impegni“, e poi gli italiani
giudicheranno. C’è ancora più determinazione a completare il programma. Il
nostro auspicio”, afferma, “è fare una grande rivoluzione culturale in Italia
che finora non si è mai riusciti a fare” e cioè “portare a termine gli impegni
presi con il programma di governo. Ci siamo presentati alle elezioni con
determinati punti programmatici, l’ambizione è quella di finire la legislatura
avendo portato a termine il programma”.
L'articolo Referendum, Fazzolari agita spauracchi dopo la vittoria del No: “I
magistrati saranno ancora più invasivi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Al voto – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in edicola
#referendum #meloni #vignetta #natangelo #satira
L'articolo Al voto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nessun coinvolgimento militare. Si vuole solo “assicurare il passaggio delle
navi attraverso lo Stretto di Hormuz“. Come? Con negoziati politici, fornendo
ancora maggiore solidarietà agli americani che, intanto, continuano a spostare i
Marines in Medio Oriente. E poi con l’isolamento degli iraniani all’Onu e un
maggior coordinamento con i Paesi arabi. In questo consiste, riferiscono a
Ilfattoquotidiano.it fonti di governo, lo sforzo promesso dall’Italia per
favorire il passaggio dei mercantili dalle acque al largo delle coste iraniane,
con Teheran che minaccia di colpirle se decideranno di transitare senza
permesso.
Quanto questa iniziativa possa portare a risultati concreti è tutto da vedere.
Basterà schierarsi politicamente al fianco degli Stati Uniti e tentare di
isolare Teheran per convincere quest’ultima ad allentare la stretta sui flussi
commerciali? O si otterrà l’effetto contrario? Di fatto, si tratta di una
strategia che assomiglia più alla conferma di una posizione attendista che, fino
a oggi, ha portato a una sostanziale inazione. Non soddisfa gli interventisti
come Trump che anche nelle ultime ore ha definito i membri della Nato che si
sono rifiutati di offrire supporto militare “dei codardi“. E nemmeno i
sostenitori del rispetto del diritto internazionale che, invece, accusano le
cancellerie europee, e non solo, di non avere nemmeno il coraggio di condannare
un’aggressione deliberata, e non supportata da rischi evidenti, di Usa e Israele
contro uno Stato sovrano.
È forse da ricercare in questo equilibrismo il motivo delle spiegazioni fumose
fornite dagli esponenti del governo quando gli è stato chiesto conto della
posizione italiana. L’esecutivo ha deciso di firmare, insieme a Regno Unito,
Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, un documento in cui si dichiara
“pronto a contribuire agli sforzi per garantire un transito sicuro attraverso lo
Stretto” ed elogia tutte “le nazioni disposte a impegnarsi nella pianificazione
preparatoria” di un’iniziativa. Ma alle richieste di chiarimento gli esponenti
del governo non hanno saputo fornire informazioni più precise. “Nessuno pensa a
una missione dell’Italia per forzare il blocco dello Stretto – ha detto la
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’uscita dall’ultimo Consiglio
europeo – Quello sui cui ci interroghiamo, quando ci dovrebbero essere le
condizioni e ragionevolmente in una fase post-conflitto, è come possiamo offrire
un contributo, d’accordo con le parti, per difendere la libertà di navigazione”.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha voluto chiarire: “Nessuna missione
di guerra. Nessun ingresso a Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa
multilaterale estesa. Siamo consapevoli però dell’importanza per tutti di
lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto ed
opportuno che siano le Nazioni Unite a offrire la cornice giuridica per
un’iniziativa pacifica e multilaterale per raggiungere questo obiettivo”. Infine
il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “È un documento politico, non un
documento militare, per lavorare insieme, per cercare di creare le condizioni
per garantire la libertà di circolazione marittima, per lavorare insieme
parlando con le varie parti, dando messaggi politici”.
È proprio questo, alla fine, il punto di caduta: messaggi politici, senza alcuna
vera azione diplomatica. Niente di più e niente di meno di ciò che è stato fatto
fino a oggi e che, però, non ha contribuito a convincere l’Iran ad allentare la
pressione sullo Stretto di Hormuz.
X: @GianniRosini
L'articolo Cosa prevede lo “sforzo” dell’Italia per far passare le navi da
Hormuz? Per ora solo “solidarietà agli Usa e isolamento dell’Iran all’Onu”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Andrea Scanzi, firma de Il Fatto Quotidiano elenca tutti i punti ancora non
chiariti nel caso Delmastro. “Sicuramente c’è chi crede alla versione data dal
sottosegretario alla Giustizia” del governo Meloni, “ma credo che da un punto di
vista etico e politico molti altri, per molto meno, si siano dimessi. Come
faceva a non sapere chi fosse Carocccia?”. Scanzi elenca una serie di domande e
su Delmastro conclude “dovrebbe dimettersi”.
L'articolo Le domande di Scanzi sul caso Delmastro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Bastava andare su Google per capire chi era Caroccia. Io dico: ma la giustizia
italiana può essere nelle mani di uno così?”. Marco Travaglio, direttore de il
Fatto Quotidiano, analizza la vicenda che riguarda il sottosegretario alla
Giusitizia del governo Meloni e di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro Delle
Vedove.
“Uno può essere cretino all’ennesima potenza però almeno non faccia il
sottosegretario alla Giustizia”. Fratelli d’Italia punta l’attenzione sulla
mancanza di rilievi penali: “A me non importa un fico secco della rilevanza
penale – spiega Travaglio – uno che è stato socio per tre anni della figlia del
prestanome dei Senese senza domandarsi chi era il padre, come minimo non può
svolgere ruoli di governo men che meno al ministero della Giustizia”.
L'articolo Caso Delmastro, Travaglio: “Uno che sta per tre anni in società con
la figlia di un prestanome mafioso non può svolgere ruoli di governo” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Domenica e lunedì si vota per il referendum sulla riforma costituzionale della
magistratura, approvata dal Parlamento e firmata dal ministro della Giustizia
Carlo Nordio e dalla premier Giorgia Meloni. In un altro articolo abbiamo
passato in rassegna i contenuti della legge voluta dal centrodestra. Qui invece
trovate, spiegate dal nostro punto di vista, tutte le ragioni di merito, di
metodo e di contesto (riassunte in questo volantino da 15 punti da scaricare e
stampare) per bocciare nelle urne un disegno che indebolisce la magistratura a
vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini.
LA TRUFFA DELLA SEPARAZIONE
* Iniziamo col dire che la separazione delle carriere è un falso problema. Da
qualche anno ormai – per la precisione dal 2022 – i percorsi professionali di
giudici e pm sono già di fatto separati: il passaggio da una funzione
all’altra è consentito una sola volta e solo nei primi dieci anni di
carriera, con l’obbligo di trasferirsi in un altro distretto giudiziario
(cioè in un’altra regione o comunque a centinaia di chilometri di distanza)
proprio per evitare di far sorgere dubbi sull’imparzialità. A causa di questi
limiti, dal 2019 al 2024, a “traslocare” dal ruolo di giudice a quello di pm
o viceversa sono stati in media una trentina di magistrati l’anno, lo 0,34%
del totale. Anche il presunto “appiattimento” dei magistrati giudicanti sulle
tesi dell’accusa è smentito dalle statistiche: secondo gli ultimi dati resi
noti dal ministero, il 54,8% dei giudizi ordinari termina con una sentenza di
assoluzione.
* La teoria secondo cui la difesa dev’essere “sullo stesso piano” dell’accusa è
un nonsenso: nel nostro sistema i pm, come i giudici, lavorano per cercare la
verità e non per ottenere una condanna (tanto che in fase d’indagine chiedono
l’archiviazione nel 40% dei casi). Se il pm trova una prova a favore
dell’imputato, ha il dovere di sottoporla al giudice; se emerge che
l’imputato è innocente, ha il dovere di chiedere l’assoluzione (se non lo fa
commette un illecito disciplinare). Per l’avvocato è il contrario: la
deontologia gli impone di lavorare solo nell’interesse del suo cliente, a
prescindere da quello di cui è convinto (anzi, se depositasse prove che lo
danneggiano commetterebbe un reato). “Parità delle parti”, quindi, non
significa che le due figure abbiano lo stesso ruolo, ma che devono
confrontarsi ad armi pari nel corso del processo, sulla base delle stesse
regole. E a vigiliare sull’applicazione di queste regole è il giudice, terzo
e imparziale.
* Per separare completamente le carriere di giudici e pm, in ogni caso, non
serviva affatto cambiare la Costituzione: bastava una legge ordinaria per
impedire definitivamente il passaggio da una funzione all’altra, o anche per
prevedere concorsi e tirocini differenziati. La riforma invece fa qualcosa in
più: divide la magistratura in due ordini, governati e tutelati da organi
diversi. Perché questa scelta? La motivazione di evitare che i pm “diano i
voti” ai giudici non sta in piedi: non si capisce allora perché riunire le
due categorie nell’Alta Corte disciplinare, permettendo ai pm addirittura di
far perdere il lavoro ai magistrati giudicanti. Peraltro, nessuno si
preoccupa quando a “dare i voti” ai giudici sono gli avvocati scelti dai
partiti: eppure è proprio ciò che succede nel Csm attuale e continuerà a
succedere nei due Csm futuri.
I RISCHI PER L’INDIPENDENZA DEI MAGISTRATI
* Spaccare in due la magistratura produrrà invece alcuni effetti più subdoli e
pericolosi. Intanto, trasformare i pubblici ministeri in un corpo a parte,
autogovernato da un proprio Csm, rischia di allontanarli dalla cultura
professionale condivisa con i giudici, trasformandoli in figure molto più
simili a poliziotti: meno attenti ai diritti degli indagati, più interessati
a ottenere arresti e condanne. Soprattutto, però, la separazione apre la
strada a differenziare le garanzie di indipendenza tra i magistrati
giudicanti e quelli dell’accusa, gettando le basi per un controllo politico
sulle indagini. D’altra parte, in tutti i Paesi occidentali in cui lo status
dei giudici è diverso da quello dei pm, questi ultimi rispondono in qualche
modo all’esecutivo: l’esempio di scuola è quello degli Usa, dove i
procuratori sono subordinati all’Attorney general, il nostro ministro della
Giustizia, e le indagini sgradite al governo (come quelle sulle violenze
dell’Ice) semplicemente non si fanno.
* Per spingere la riforma, i sostenitori del Sì ripetono che nella maggior
parte dei Paesi europei le carriere sono in qualche modo separate, e l’Italia
è un caso quasi unico. È vero: ma lo è in senso positivo. Il Consiglio
d’Europa, l’organizzazione per la democrazia e i diritti umani a cui
aderiscono 46 Stati del Vecchio continente, ha individuato il sistema
italiano come modello da imitare: “Gli Stati devono prendere provvedimenti
concreti al fine di consentire a una stessa persona di svolgere
successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice, o
viceversa”, una possibilità che “costituisce una garanzia anche per i membri
dell’ufficio del pubblico ministero” contro il rischio di ingerenze da parte
del potere politico, si legge in una raccomandazione del 2000.
* Per negare il rischio di un controllo politico sui pm, i sostenitori del Sì
ripetono che resterà intatto l’articolo 104 della Costituzione, in base al
quale la magistratura “costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni
altro potere”. Ma questo non vuol dire nulla: dichiarazioni simili si trovano
anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dall’Iran alla Cina
fino alla Corea del Nord. D’altra parte, se bastasse affermare un principio
per renderlo effettivo avremmo probabilmente risolto ogni problema del mondo.
* La verità è che l’indipendenza dei magistrati, pur restando formalmente
garantita nella Carta, potrà tranquillamente essere svuotata con leggi
ordinarie dalla maggioranza del momento. Ad esempio, basta cambiare un
articolo del Codice di procedura penale per togliere al pm la direzione della
polizia giudiziaria durante le indagini: in questo modo le inchieste
sarebbero orienbtate dai vertici delle forze dell’ordine, che rispondono al
governo, e il ruolo del magistrato si limiterebbe a quello di “avvocato
dell’accusa” durante il processo (come d’altra parte lo lo ha definito
Nordio). Non solo: sempre modificando la legge ordinaria si può impedire al
pm di aprire indagini di sua iniziativa, obbligandolo a occuparsi solo di
quello che gli viene segnalato da altri (e in primis dalle forze
dell’ordine). Ancora, il governo e il Parlamento potranno decidere su quali
reati indagare con precedenza rispetto agli altri: glielo consente una legge
già in vigore, la riforma Cartabia del 2022, che finora non è stata ancora
applicata.
LA POLITICA E I NUOVI CSM
* Ma già con la riforma Nordio l’influenza della politica sulla magistratura è
destinata a crescere enormemente. Come abbiamo visto, infatti, i membri dei
nuovi Csm e dell’Alta Corte disciplinare saranno individuati con un sorteggio
asimmetrico: vero per i magistrati, pilotato – cioè finto – per i politici,
che continueranno di fatto a scegliere i propri rappresentanti. Da un lato,
quindi, avremo magistrati capitati per caso in un ruolo di grande
responsabilità, senza alcuna legittimazione da parte dei colleghi e senza
alcuna responsabilità elettorale nei loro confronti, quindi potenzialmente
più sensibili alle lusinghe del potere. Dall’altro, proprio come adesso, una
pattuglia di “laici” attentamente selezionati, spesso ex parlamentari di
grande esperienza e pelo sullo stomaco, a rappresentare gli interessi dei
partiti. Quale dei due gruppi avrà più facilità a orientare le scelte
dell’organo? La domanda è retorica.
* Il maggiore peso dei laici si farà sentire soprattutto nelle decisioni più
delicate sul piano politico: in primis quelle disciplinari, ma anche i pareri
sui disegni di legge del governo, le valutazioni di professionalità dei
magistrati più esposti, le “pratiche-manganello” per chiedere il
trasferimento d’ufficio di toghe sgradite alla maggioranza (in questa
consiliatura ne abbiamo vista più di una, tutte andate a vuoto). Il Csm
infatti non è solo un “ufficio di collocamento” che si occupa di nomine e
trasferimenti, ma ha una funzione anche – e forse soprattutto – politica. Per
questo non è vero che qualunque magistrato è in grado di fare il consigliere
perché tutti i giorni prende decisioni delicatissime nel suo lavoro: far
parte del Csm implica attitudini molto diverse e soprattutto presuppone di
aver conquistato la fiducia di centinaia di colleghi.
LE BUGIE SUL DISCIPLINARE
* Infine, è falso dire che i magistrati “non pagano mai“, come fanno Nordio e
Meloni per giustificare la creazione dell’Alta Corte. In questa consiliatura
la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 82 sentenze di condanna su 199, il
41%. Solo in due casi è stato deciso per la sanzione meno grave,
l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che
impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei
dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce
sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione
dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%,
hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine
giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre
categorie professionali (a partire dagli avvocati).
* Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio
d’Europa mostra che il nostro sistema disciplinare è più severo di quello dei
grandi Paesi europei: nel 2022 in Italia sono stati puniti 38 magistrati su
9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo
0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati).
Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un
dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco
Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati
sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14
sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
* Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro
della Giustizia, che ha il potere di impugnare le sentenze del Csm di fronte
alla Cassazione: nell’attuale consiliatura l’ha fatto appena sei volte su 176
decisioni di merito. Con la creazione dell’Alta Corte, invece, il ricorso in
Cassazione non sarà più ammesso e i magistrati diventeranno l’unica categoria
di dipendenti a poter perdere il lavoro senza diritto di impugnare il
provvedimento di fronte a un giudice.
LA FORMA E IL METODO
* “Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi
del governo dovranno essere vuoti”, diceva uno dei nostri padri costituenti,
il giurista Piero Calamandrei. Un modo per dire che a scrivere la Carta
dovrebbe essere il Parlamento, espressione della sovranità popolare, e non il
governo. In questo caso è successo esattamente il contrario: per la prima
volta nella storia della Repubblica, una riforma costituzionale di questa
portata è stata approvata in Parlamento (con le quattro votazioni previste)
nello stesso identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri,
senza modificare neanche una virgola. Il dibattito è stato tagliato, gli
emendamenti delle opposizioni sono stati respinti in blocco senza
discussione, e persino i pochi di maggioranza – proposti da Forza Italia –
sono stati fatti ritirare perché, ha spiegato Nordio, il provvedimento doveva
essere “blindato”.
* Votare Sì significa di fatto consegnare un assegno in bianco alla politica
per riscrivere il governo della magistratura con legge ordinaria. Nella
riforma infatti non c’è scritto tutto, anzi: se passerà il Sì, moltissimi
aspetti centrali saranno decisi dalle leggi di attuazione, che verranno
scritte dal governo e approvate a maggioranza semplice. Ad esempio, bisognerà
stabilire quanto sarà lungo l’elenco nell’ambito del quale verranno
“sorteggiati” i laici, e se in questo elenco saranno garantite quote di
rappresentanza alle opposizioni oppure la maggioranza del momento si
approprierà di tutti i posti. Per quanto riguarda l’Alta Corte, invece, sarà
decisivo stabilire come saranno composti i singoli collegi giudicanti, quelli
di primo grado e quelli d’Appello: sulla carta infatti nulla impedisce che,
in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la
maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con
sanzioni fino all’espulsione.
IL CONTESTO POLITICO
* La separazione delle carriere di pm e giudici è una crociata antica di alcuni
settori della politica, di solito gli stessi che manifestano apertamente la
volontà di limitare l’azione della magistratura. A farne un totem, in
particolare, è stato Silvio Berlusconi, che la propose quando era premier
senza riuscire a realizzarla. Ma la riforma rappresentava anche uno dei punti
centrali del Piano di rinascita democratica, il programma della loggia
eversiva P2 guidata da Licio Gelli, che negli anni Settanta mirava a
trasformare la forma di Stato italiana in senso autoritario. In un’intervista
al Fatto il figlio di Gelli, Maurizio, ha fatto un endorsement postumo a nome
del padre al piano del governo: “Sono certo che avrebbe avuto un’opinione
molto favorevole su questa riforma”, ha detto. “La questione della
separazione delle carriere non è un tema nuovo, e il fatto che oggi sia al
centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre”, le cui idee
“sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico”.
* La versione ufficiale del governo è che la riforma non è punitiva nei
confronti della magistratura, ma serve a migliorare il sistema giustizia.
Eppure la legge non incide in alcun modo sulle inefficienze della giustizia:
anzi, moltiplica i costi e la burocrazia, perché affida a tre diversi organi
le stesse funzioni adesso svolte da uno solo. E a “confessare” il vero
obiettivo, più o meno consapevolmente, sono stati i massimi esponenti del
governo: la premier Giorgia Meloni (“La riforma è la risposta più adeguata
all’intollerabile invadenza di certi magistrati”), il suo braccio destro
Alfredo Mantovano (“C’è un’invasione di campo che dev’essere ricondotta”), il
sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (“O si va fino in fondo e si
porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere d’impulso sulle
indagini”). Ma i più espliciti di tutti sono stati gli autori materiali della
riforma: il ministro Nordio, secondo cui “gioverà a chiunque andrà al
governo” perché garantirà “libertà di azione” alla politica; e per ultima la
sua potente capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Vi lasciamo con le sue parole
pronunciate in pubblico qualche giorno fa: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo
la magistratura, che sono plotoni di esecuzione“. Se questo programma non vi
convince, è meglio votare No.
L'articolo La truffa delle carriere separate e i rischi per l’indipendenza della
magistratura: tutti i motivi per votare No al referendum sulla riforma Nordio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
Una miopia davvero grave, quella di Meloni. Pensare di fare la guerra alle fonti
energetiche rinnovabili significa affrontare con gli occhiali dell’ideologia più
becera e antiprogressista un comparto importante come quello energetico, che
avrebbe bisogno di migliori teste e di analisi più elevate. La premier ha
lanciato la sfida all’Europa chiedendo, attraverso il ministro Urso a Bruxelles,
lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets
(Emissions trading system), ritenuto un fattore che incide in modo significativo
sui costi a carico delle imprese.
Che già l’Ets fosse bersagliato da più parti e da chi si oppone a ogni riforma
di innovazione che possa pestare i piedi allo status quo delle grandi imprese
energivore e inquinanti, è un fatto. L’Ets è lo strumento principale con cui
l’Europa cerca di ridurre l’inquinamento industriale, attuando il principio cap
and trade (limita e scambia) costringendo chi inquina a pagare per ogni
tonnellata di gas serra emessa.
Nella visione del governo, è necessario mettere mano al mercato che obbliga
centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando
inquinano. Da tempo i governi di destra europei, favorevoli al ritorno massiccio
ai fossili, stavano tentando di forzare l’Europa a sterzare verso questo ritorno
al passato: “bisogna pensare alla competitività delle imprese europee” dicono.
Con l’aggiunta, in questi giorni, dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio
innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e da tutto quel
che ne sta derivando.
Quale occasione migliore per assestare un nuovo colpo al processo di transizione
energetica che fa venire l’orticaria a tutta la destra europea? Ma la battaglia
di Meloni, a braccetto stretta stretta con Orban, sembra proprio, e per fortuna,
tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del
meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Tra
oggi e domani al Consiglio europeo si parlerà proprio di come far fronte
all’aumento dei prezzi di bollette e carburanti: i governi di Italia, Germania e
Belgio hanno organizzato una videocall di pre-vertice durante la quale la nostra
premier ha lanciato la proposta di mettere da parte il sistema europeo di
scambio delle emissioni.
Oltre ai paesi nordici e i vertici europei, anche il premier spagnolo Sánchez si
è messo di traverso. La Spagna è tra i paesi nettamente contrari a cancellare il
sistema dell’Ets e quello che maggiormente sta avendo risultati importanti in
economia sulla base di una politica energetica fortemente spinta sulle
rinnovabili.
Che fosse in agenda la possibilità di rivedere il sistema Ets è un fatto, ma in
tanti sia ai vertici degli organismi comunitari che al governo nelle capitali
europee, ancor più che in passato in questi giorni di guerra, ricordano il ruolo
che il meccanismo riveste per favorire l’unica fonte energetica grazie alla
quale l’Ue può costruire la sua autonomia, evitare aumenti dei costi energetici
e tirarsi fuori dal ricatto sempre insito nella necessità di importare
combustibili fossili: quella rinnovabile.
Che per far fronte ad un’emergenza energetica globale si picconi un pezzo
importante del green deal e della transizione energetica che l’Europa ha avviato
con grandi difficoltà e con colpevoli ritardi è veramente un atto miope, ottuso
e forse anche un po’ imbecille.
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rinnovabili oggi è una grave miopia proviene da Il Fatto Quotidiano.