È molto interessante il docu-film in tre episodi “Take That”, disponibile su
Netflix e dedicato ad una delle boy band britanniche più amate della storia
della musica mondiale. È la storia di cinque ragazzi diversi tra loro Gary
Barlow, Howard Donald, Mark Owen, Jason Orange e Robbie Williams., uniti da un
progetto ideato da un lungimirante manager, Nigel-Martin Smith. Il dietro le
quinte di una storia unica fatta di successi con alle spalle dodici singoli al
primo posto nel Regno Unito e oltre quarantacinque milioni di dischi venduti in
tutto il mondo. Ma ci sono anche cadute violente, incomprensioni, rivalità,
strappi, addii e inaspettate reunion.
La prima puntata racconta la genesi del progetto. Il manager Smith aveva in
mente di ricreare in Europa un successo simile a quello degli americani New Kids
on the Block. Canzoni pop con coreografie mozzafiato. Smith “sposa”
artisticamente da subito Gary, sodalizio che rimarrà forte anche nel corso degli
anni e che comporterà le frizioni all’interno della band, soprattutto da Robbie
Williams che non si è mai sentito valorizzato appieno.
La voce narrante del documentario è soprattutto quella di Gary, mentre manca
Robbie Williams che però compare con l’audio di alcune vecchie interviste.
“Eravamo i ragazzi della classe operaia con una grande possibilità nella vita”,
ha detto Gary. Sin dalle prime immagini della prima puntata si capisce molto del
carattere e della personalità di ciascun componente della band. In un camerino
c’è Gary che si prepara vocalmente per “Back For Good”, Robbie Williams con il
suo carattere spicca davanti alla telecamera e lascia presagire quello che poi
avverrà qualche anno dopo.
Le audizioni, la formazione, la preparazione delle coreografie e la gavetta dura
fatta di serate nei locali gay (“ci amavano, ottimo per costruire una fanbase”),
poi i club, le riunioni studentesche ai licei… Piano piano il nome inizia a
circolare e la band comincia a consolidarsi: “Ci stavamo conoscendo meglio,
stavamo iniziando a diventare amici. Capimmo che dovevamo puntare ad un pubblico
giovane quindi andammo negli auditori e nelle assemblee di scuola. Uscimmo dalle
scuole e piano piano aumentavano i fan. Alla mattina andavamo a scuola e nella
notte ai club gay. Le ragazze volevano strapparci gli abiti di dosso”.
Insomma, dopo aver firmato un contratto, l’incognita più grande era firmare una
hit. Di certo il singolo e il video “Do what U like” del 1991 aveva come intento
quello di catturare l’attenzione, cosa che poi è avvenuta con i sederi in vista
dei ragazzi e mutande di metallo su dei leggins. La svolta arriva con “Pray” del
1993 che dà il via definitivo all’avventura musicale dei Take That.
Però inizia la pressione, la riceca spasmodica della hit, la sensazione della
trasformazione “da amici ad azienda, macchina per soldi per tante persone”. Le
cose iniziano seriamente a cambiare con “Back For Good” del 1995, forse il più
grande successo della band. “È stato l’inizio della fine – ha detto Gary -.
L’ego si era gonfiato, ciascuno voleva il suo spazio. Iniziavano gli attriti con
Robbie”. E Williams stesso lo ha ammesso: “Ero depresso tornavo in hotel mi
scolavo una bottiglia di vodka fino a perdere i sensi, avevo 19/20 anni ed ero
un alcolizzato furibondo”.
Ai Take That mancava la fiducia non sono negli altri ma soprattutto con se
stessi. Gary Barlow si rifiutava di condividere le responsabilità di
compositore, Robbie Williams aveva un ego chiuso in gabbia, Jason Orange veniva
incoraggiato a non cantare perché considerato solo come ballerino.
La seconda puntata inizia dall’addio di Robbie nel luglio del 1995 e quello che
è accaduto successivamente. “Vedevamo Robbie e quello che faceva – dice Gary -,
lui rappresentava una boccata d’aria fresca, mentre noi eravamo fermi”. Ed ecco
che appena un anno dopo l’addio di Robbie, arriva nel febbraio 1996 lo
scioglimento dei Take That. Da quel momento Williams punzecchia spesso Gary, con
cui sentiva la rivalità all’interno della band. Barlow fatica per la sua
carriera da solista e inizia a prendere peso e inizia ad avere disturbi
alimentari, si rintana in casa, viene mollato dalla casa discografica dopo i
flop dei suoi singoli. C’è Howard Donald che senza lavoro né prospettive cade in
preda alla depressione e pensa a suicidarsi, buttandonsi nel Tamigi: “Ma non ce
l’ho fatta, sono stato troppo vigliacco”.
La terza puntata è quella della rinascita. La reunion del 2005, la voglia di
riappacificarsi, il ritorno di Robbie Williams per un tour unico Progress Live.
Gli 8 concerti all’Etihad Stadium e al Wembley Stadium superano il precedente
record detenuto dal Bad World Tour di Michael Jackson nel 1988. Dal 2014 i Take
That rimangono in tre Gary Barlow, Howard Donald e Mark Owen. Jason Orange
decide di ritirarsi a vita privata. Il trio non si è mai fermato, tanto che
partirà il The Circus Live Tour dal 29 maggio da Southampton e toccherà stadi a
Coventry, Manchester (Etihad Stadium), Londra, Glasgow, Cardiff e Dublino.
Ospiti speciali i The Script e Belinda Carlisle. Non è prevista la
partecipazione al momento di Robbie Williams, impegnato con la promozione del
suo ultimo disco “BritPop”.
Barlow ammette di essere stato un maniaco del controllo che, negli Anni 90,
considerava i Take That semplicemente come un veicolo per le sue ambizioni di
compositore. Solo lo scioglimento e la successiva reunion della band gli hanno
permesso di comprendere quanto avesse bisogno dei suoi compagni, esattamente
come loro avevano bisogno di lui. Quello che è certo è che le band costruite a
tavolino con personalità diametralmente opposte alla fine fanno i conti con
rivalità, parole non dette e incomprensioni.
Non è una regola, si sa, ma l’esempio narrato in questo docu-film è lampante.
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L'articolo I disturbi alimentari di Gary Barlow, l’alcolismo di Robbie Williams
e i pensieri suicidi di Howard Donald: la storia dei Take That insegna che i
progetti nati a tavolino non reggono proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Robbie Williams
Amara sorpresa per Robbie Williams. Il cantante, in un video condiviso su
Instagram dalla moglie Ayda Field, diventato subito virale, ha provato a
telefonare a una vecchia fan. Il motivo? Williams stava guardando il
documentario Netlflix dedicato ai Take That, quando in un filmato d’archivio
risalente agli anni ’90, inserito nel documentario, si vede la fan che lascia al
cantante il numero di telefono dicendo di chiamarla “quando vuole”.
Così in uno slancio nostalgico, Williams ha deciso di provare a telefonarle. Il
cantante ha digitato il numero sul suo smartphone, mostrandolo alla telecamera
della moglie, poi ha avviato la chiamata. La telefonata però è durata poco.
Dall’altra parte ha risposto una voce registrata che avvertiva: “Il numero non è
riconosciuto“.
Intanto sui social si è scatenata la “caccia” alla fan, ormai sicuramente
cresciuta e diventata adulta. In particolare una donna ha detto che si tratta
della sorella. Ora si aspettano conferme e c’è chi spera in un nuovo video,
stavolta con la telefonata completa.
L'articolo Robbie Williams chiama una fan che gli aveva lasciato il numero negli
anni ’90, poi l’amara scoperta: non è più attivo. Parte la caccia social per
trovarla proviene da Il Fatto Quotidiano.
Robbie Williams con il suo nuovo album “BritPop” entra di diritto nella storia
della musica britannica. Il motivo? Il cantante ha raggiunto un traguardo
straordinario nella classifica degli album del Regno Unito, superando i Beatles
e diventando l’artista con il maggior numero di album al numero uno della
hit-parade.
Il nuovo album di Williams, “Britpop”, uscito il 16 gennaio, è il sedicesimo
della sua carriera da solista a conquistare la vetta della classifica, iniziata
nel 1997 con “Life Thru A Lens”. I Beatles si fermarono al quindicesimo album.
In totale, Williams conta ora 21 album al numero uno, inclusi quelli dei Take
That come “Everything Changes” e “Progress”. Solo Paul McCartney dei Beatles ne
ha di più, con 23.
“È incredibile. Assolutamente incredibile- ha dichiarato Williams a caldo alla
BBC -. Ho sempre detto che il mio successo è stato come allungare un elastico da
Stoke-on-Trent alla Luna. Bene, credo che l’elastico ora sia più lungo e stia
orbitando su Venere. Io e mia moglie Ayda Field festeggeremo con una Coca Zero e
un’insalata”
Nell’album, composto da 11 nuove tracce, sono contenuti i singoli “Rocket”, che
vede la partecipazione del chitarrista dei Black Sabbath Tony Iommi e “Spies”,
un brano indie-pop scritto da Robbie e dai suoi collaboratori di lunga data Karl
Brazil e Owen Parker. La copertina dell’album richiama chiaramente il titolo,
presentando un dipinto di uno dei look più iconici di Robbie: la tuta rossa
indossata durante la sua esibizione al Glastonbury Festival nel 1995, nel pieno
dell’era Brit-pop.
“Volevo creare l’album che avrei voluto scrivere e pubblicare dopo aver lasciato
i Take That nel 1995. – ha detto Williams – Era l’apice del Britpop e un’epoca
d’oro per la musica britannica. Ho lavorato con alcuni dei miei idoli su questo
album: è crudo, ci sono più chitarre ed è un disco ancora più energico e potente
del solito. C’è un po’ di ‘Brit’ e sicuramente anche un po’ di ‘pop’. Sono
immensamente orgoglioso di questo progetto”.
L'articolo “Incredibile, festeggio con Coca e insalata”: Robbie Williams supera
i Beatles in Gran Bretagna. È l’artista con il maggior numero di album al numero
uno in classifica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Robbie Williams ha qualche preoccupazione in casa. Il cantante ha parlato
apertamente della paternità durante una intervista al BBC Radio 2 Breakfast Show
di Scott Mills venerdì 9 gennaio, ammettendo che sua figlia Teddy di 13 anni,
avuta con la moglie Ayda Field, è “disperatamente” alla ricerca della fama, ma
che la sua natura “ipersensibile” lo preoccupa. Il cantante ha rivelato di aver
ricevuto dalla figlia un messaggio alle due del mattino affermando di aver paura
di sentirsi una nullità se non fosse diventata una cantante.
Iniziando l’intervista, Scott ha chiesto a Robbie di una clip che mostra Teddy
partecipare al riscaldamento vocale prima di uno dei suoi spettacoli. “Quando
avevo la sua età – ha spiegato Williams – guardavo Top Of The Pops e pensavo
‘come diavolo faccio a entrare in quella scatola nell’angolo di questa stanza ed
essere una di quelle persone?’. Questa voglia però non è nulla a confronto del
dilemma che attanaglia mia figlia. Mi ha mandato un messaggio ieri alle 2 del
mattino: ‘Papà, e se non fossi un cantante? È la mia più grande paura non essere
un cantante.’ Poi con lettere maiuscole più grandi ha scritto ‘E se non fossi
niente?’ Così scherzando le ho detto ‘tesoro, sei un ‘figlia di papà’. Andrà
tutto bene”.
“L’unica cosa che mi preoccupa – ha continuato la star della musica – è che lei
è incredibilmente sensibile. Io sono dolorosamente, dolorosamente sensibile. In
alcuni ambienti verrebbe considerato ipersensibile. Lei è peggio di me. E mi
preoccupo di cosa le faranno le parole”.
E infine: “Sono solo preoccupato per le parole e per le persone cattive e, non
mi preoccupo, perché posso guidarla professionalmente, quindi va bene, è tutto
il resto che ne consegue. Oltre a tutto questo, è una vita meravigliosa,
meravigliosa e un lavoro meraviglioso, meraviglioso e puoi essere creativo per
vivere e sono molto grato e incredibilmente fortunato”.
L'articolo “Mia figlia ha paura di non avere successo. Le ho detto ‘tesoro, sei
una figlia di papà, ce la farai’. Mi preoccupa perché è molto sensibile”: così
Robbie Williams proviene da Il Fatto Quotidiano.
Robbie Williams teme di diventare cieco perché, dice, la sua vista già offuscata
sta peggiorando. E, secondo la popstar, la causa sarebbe il Mounjaro che assume
per perdere peso. Com’è noto, si tratta di un farmaco a base di semaglutide e
Williams cita un recente studio che mette in correlazione l’uso di farmaci come
Mounjaro e Ozempic con una patologia oculare che può causare cecità.
Al Sun, la popstar ha raccontato: “Sono stato uno dei primi a fare queste
iniezioni, ma quello che sto notando è che la mia vista non è un granché. È da
un po’ che è offuscata, e sta peggiorando. Non credo sia l’età, credo siano le
iniezioni. Sono andato a una partita di football americano l’altra sera e i
giocatori erano solo delle macchie su un campo verde davanti a me. E ho pensato:
‘Che c* sta succedendo?'”.
Williams dice che ha deciso di parlare di questi suoi sospetti per fare capire
alle persone che usano questo tipo di farmaci i rischi che corrono e poi
aggiunge: “Sono andato dall’ottico, ma non ho menzionato il Mounjaro perché non
avevo ancora fatto il collegamento. La prescrizione è cambiata, ho dovuto
comprare un sacco di occhiali nuovi. Lo stanno vivendo tutti, perché io dico
alla gente che so che lo usa: ‘Offuscata, vero?’. E loro: ‘Oh m****, è per
quello?’”.
Ora, le parole che aggiunge la popstar non sono minimamente condivisibili perché
Robbie Williams dice che, nonostante il presunto rischio, “continurò a usare il
farmaco finché non sarò completamente cieco“. Il Sun scrive che l’Agenzia
britannica dei medicinali (MHRA) ha ricevuto 296 segnalazioni di disturbi
oculari ritenuti collegati al Mounjaro. Di queste, 164 affermavano
specificamente che il farmaco aveva danneggiato la vista. “Ma gli scienziati non
hanno ancora concordato se questi farmaci causino effettivamente la condizione,
né quanto aumentino davvero il rischio”, si legge sul tabloid. Tornando a
Williams, l’attore ammette di essere molto preso dalla sua forma fisica e
anticipa: “L’anno prossimo mi faccio un lifting. È ora“. Vuole farlo dal
chirurgo newyorkese di Kris Jenner, Steven Levine. Contento lui.
L'articolo “Le inizioni che faccio per perdere peso mi fanno peggiorare la vista
ma non importa, continuerò finché non sarò cieco. E il prossimo anno faccio un
lifting”: parla Robbie Williams proviene da Il Fatto Quotidiano.