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Sanità, il report: la spesa privata delle famiglie è raddoppiata in 40 anni. E i nuclei poveri pagano di più
Oltre il 70 per cento delle famiglie italiane è costretto a pagare di tasca propria per la sua salute. Di fronte al sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale, il ricorso al privato è sempre di più una componente strutturale dell’accesso alle cure. Soprattutto – ed è il dato che più allarma – per le famiglie più povere e con bassa istruzione. Questi nuclei, infatti, spendono una percentuale più alta del loro reddito in sanità (fino al 6,8%), rispetto a quanto facciano le famiglie più benestanti e istruite (4,3%). Un chiaro segnale che, negli ultimi anni, la sanità in Italia è sempre meno equa. Di fatto, la sostenibilità del Ssn è stata garantita tramite un razionamento implicito delle prestazioni, che ha scaricato i costi sui cittadini. Tanto che la copertura pubblica della spesa sanitaria è scesa in 40 anni dall’81% al 72,6%. Inoltre, con l’invecchiamento della popolazione, sorgono nuove criticità profonde e strutturali. Allo stato attuale, il sistema garantisce un sostegno del tutto insufficiente alle famiglie che hanno a carico un anziano non autosufficiente, con gravi differenze territoriali. E, trattandosi di un bisogno improrogabile, le famiglie sono costrette a impoverirsi ulteriormente, per rispondere alle carenze del sistema. È il panorama preoccupante descritto dal 21° Rapporto Sanità del Crea, Centro per la ricerca economica applicata in sanità, presentato il 21 gennaio nella sede del Cnel, a Roma. Il report quest’anno ha esposto un’analisi retrospettiva, prendendo in esame le performance dell’Ssn dagli anni ’80 a oggi, per suggerire come questo debba evolversi, visti i cambiamenti demografici e sociali a cui è andata incontro la popolazione italiana negli ultimi 40 anni. Dai dati presentati emerge che la quota di famiglie che hanno fatto ricorso a consumi sanitari, pagandoli privatamente, è aumentata di 19,2 punti percentuali. E la crescita più alta si riscontra nel quinto più povero e meno istruito della popolazione, nonché tra le famiglie del Sud e del Centro Italia. Nelle regioni del Nord, la crescita della spesa sanitaria privata è andata di pari passo con l’aumento del reddito disponibile. Cosa che non è avvenuta nel resto d’Italia, dove la spesa sanitaria privata è cresciuta significativamente di più degli stipendi. A rendere ancora più fragile l’equilibrio del Servizio sanitario nazionale, inoltre, è l’aumento delle cosiddette spese “catastrofiche”, quelle che incidono in modo rilevante sui bilanci familiari (oltre il 40% della capacità di spesa mensile familiare). Oggi riguardano oltre 2,3 milioni di nuclei (+2,1% in 10 anni) e sono concentrate soprattutto in due ambiti dove la copertura pubblica risulta strutturalmente insufficiente: l’odontoiatria e l’assistenza di lunga durata alle persone non autosufficienti. Settori nei quali il bisogno non è rinviabile e dove l’assenza di una risposta pubblica adeguata costringe le famiglie a farsi carico dei costi, anche a prezzo di un progressivo impoverimento. Non a caso, il numero di persone che rinunciano o rimandano le cure per motivi economici è in lenta ma costante crescita, soprattutto tra le famiglie del Mezzogiorno meno abbienti e meno istruite. Il paradosso è che la scarsità di risorse – e il conseguente affanno della sanità pubblica – finisce per penalizzare proprio chi avrebbe più bisogno di tutela. Alla base di questa dinamica c’è un razionamento implicito delle prestazioni pubbliche. Il contenimento della spesa sanitaria pubblica, avviato già nei primi anni Novanta, non si è tradotto tanto in un efficientamento del sistema, quanto in una compressione dell’offerta che ha progressivamente trasferito i costi sulle famiglie: oggi la spesa privata ha superato i 43 miliardi di euro, quasi un quarto del totale. Il quadro è reso ancora più complesso dalle trasformazioni demografiche e sociali. L’Italia ha oggi quasi cinque milioni di over 75 in più rispetto alla nascita del Ssn. Inoltre, cresce il numero di pazienti con multi-patologie croniche, così come quello delle persone non autosufficienti (+10% in meno di dieci anni). A fronte di bisogni sempre più ibridi, a cavallo tra sanità e assistenza sociale, il sistema continua a offrire risposte parziali, lasciando scoperta proprio l’area della fragilità e della presa in carico continuativa. Con profonde differenze territoriali. Per quanto riguarda l’assistenza residenziale ai non autosufficienti, se la Valle d’Aosta garantisce 72 minuti di assistenza infermieristica al giorno, il Friuli Venezia Giulia solo sei. Ugualmente, i 147 minuti di supporto socio-assistenziale garantiti in Emilia Romagna producono esiti differenti, in termini di salute pubblica, rispetto ai 27 minuti assicurati dalla Calabria. Critica la situazione anche per quanto riguarda l’assistenza domiciliare: aumenta la percentuale di cittadini raggiunti, ma il monte ore di assistenza pro capite resta assolutamente insufficiente. È in questo scarto tra bisogni reali e capacità di risposta che si alimenta il ricorso al privato come strumento di compensazione. Non solo per accelerare l’accesso alle prestazioni, ma per riuscire a entrare nei percorsi di cura. Un meccanismo che contribuisce a spiegare perché, nonostante il sottofinanziamento, gli esiti di salute restino complessivamente buoni: una parte crescente della popolazione integra, a proprie spese, ciò che il sistema pubblico non riesce più a garantire. Il rischio è però che si tratti di una tenuta solo apparente e non sostenibile a lungo, poiché scarica il peso sui bilanci familiari e amplia ulteriormente le disuguaglianze. Così, il diritto alla salute smette di essere universale e si trasforma, sempre di più, in una questione di capacità economica. 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Menopausa, un saggio ribalta la prospettiva: “Serve a rendere resiliente l’ecosistema femminile”
“Nel mondo animale la menopausa quasi non esiste. Se dunque l’evoluzione umana ha selezionato una fase della vita che non sarebbe biologicamente prevista – è molto costoso decidere che un terzo della vita si passi senza riprodursi – vuol dire che si tratta di una fase sicuramente ricca di vantaggi”. Cristina Pietrantonio è un’educatrice mestruale ed esperta di menopausa, autrice del libro Benvenuta menopausa (Terranuova editore), dove decostruisce una serie di stereotipi sulla menopausa. Partendo, appunto, da un parallelo dal mondo animale. Quali animali vanno in menopausa? Ben pochi. In genere si riproducono per tutta la vita. Ad esempio, le femmine degli elefanti, pur essendo molto longeve, fanno figli fino alla fine. Le uniche specie sono alcune balene dentate come le orche. Un recente studio rileva segni di menopausa negli scimpanzé di una comunità che vive in un parco nazionale dell’Uganda, una sorta di paradiso privo di predatori. Questo ci insegna che solo condizioni di eccezionale prosperità innescano questa mutazione genetica. Si tratta di una mutazione vantaggiosa? Certo, perché i piccoli sopravvivono più facilmente e non c’è più bisogno di riprodursi continuamente. Invece la conservazione del sapere diventa la cosa più importante, non a caso sia nelle orche che negli scimpanzé le femmine anziane hanno un ruolo preminente, soprattutto nei momenti di difficoltà. Insomma restiamo vive a lungo senza fare figli proprio per il fatto che questa saggezza è utile alla sopravvivenza e al vivere meglio, nostro e del gruppo. Ma è vero che si è meno protette? La protezione che viene dagli ormoni del ciclo mestruale in realtà serve per rendere più forte il corpo femminile nello svolgere un impegno biologicamente eccezionale come la gravidanza e il parto. Le donne fertili che non hanno figli, dunque, hanno questo “potere” da utilizzare per se stesse, così come le donne durante le fasi in cui non sono in gravidanza (in questo senso, c’è da chiedersi perché la contraccezione ormonale deve essere a carico della donna). Ma quando vengono meno questi compiti, queste extra protezioni non servono più. Da questo punto di vista mi sentirei si smentire la cosiddetta “ipotesi della nonna”. Di che si tratta? Di uno studio della fine degli anni Novanta, secondo cui le donne in menopausa sono utili ad accudire i nipoti. Ma nelle specie animali non c’è questo tipo di modello. E anche nel cervello umano ciò che accade è che gli istinti di cura si spengono. Che tipo di cambiamento è la menopausa? La menopausa è un periodo di grandi mutamenti sia a livello cerebrale che a livello fisico, cambiamenti che rendono l’ecosistema femminile estremamente resiliente. L’ordine precedente viene messo in crisi perché c’è un nuovo ordine che deve affermarsi: eppure per la nostra medicina ufficiale quello che c’era prima era meglio, si allarmano le donne, si afferma che gli ormoni del ciclo sono estremamente protettivi e quindi reintegrarli artificialmente ci espone a disastri. Sembra che ci debba venire l’infarto il giorno dopo la fine del ciclo. Eppure nessuno mai dice che, per esempio, essere uomo è un fattore di rischio superiore. Dal suo punto di vista, allora, la Terapia ormonale sostitutiva è un errore? Va benissimo se una donna soffre molto e se viene proposta in maniera realmente informata. Però dobbiamo anche chiederci se è questo sistema sociale capitalista a risultare incompatibile con soglie evolutive del corpo femminile, come il post parto, il pre-mestruo o la perimenopausa. Ogni soglia infatti è una sorta di “screening” di come stiamo e se si tolgono tutti i sintomi si rischia di non vedere alcune problematiche. Insomma c’è da chiedersi perché dobbiamo funzionare sempre nello stesso modo. Riporto un caso divertente di una paziente di una nota neuroscienziata Louann Brizendine, che in menopausa aveva perso ogni voglia di cucinare per il marito, oltre a una serie di disturbi. Dopo la terapia ormonale sostitutiva ritorna meravigliata da lei dicendole che le era tornata la voglia di accudire il coniuge! Chiarissimo. Cosa suggerirebbe allora alle donne in questa fase e quanto pesano gli stigmi sociali rispetto a una donna non più fertile? Gli stigmi incidono tantissimo, così come l’incomprensione del potere del corpo femminile. Eppure, in passato chi andava in menopausa veniva rispettata anche perché le persone che riuscivano ad andarci erano molto più rare quindi considerate come custodi della memoria e delle tradizioni. Tornando ad oggi: cambiare la visione è il primo pilastro per costruire il benessere delle donne, avendo fiducia che questi processi selezionati da milioni di anni di evoluzione hanno una loro sensatezza. Molto importante sicuramente è tenere sotto controllo il cortisolo, l’ormone dello stress. In che modo? Con una revisione dello stile di vita che ci consenta di poter rallentare e gestire la vita senza troppi affanni. Questo ovviamente non si concilia con il carico disumano che le donne si trovano a gestire, ma prendersi cura di sé è importante e non coincide con il dover andare in palestra, assumere mille integratori, colpevolizzarsi perché la redistribuzione del grasso corporeo. E poi trovare persone con cui fare comunità, alleanze, con cui parlare. Come diceva, è difficile però prendersi cura di sé quando spesso a questa età le donne sono doppie care giver, di genitori e figli. In questo senso la menopausa fa emergere in modo drammatico tutta una serie di tematiche sociali, perché la cura non dovrebbe essere tutta sulle spalle delle donne. Un’ultima domanda sul desiderio sessuale. Anche su questo, se manca sembra che sia un problema, che occorra farlo tornare a tutti i costi. Sì, sembra impossibile pensare che in una fase della vita si abbia meno interesse. Ma la menopausa rispetto al sesso fa emergere con forza il tema dell’autodeterminazione, nel senso che, mancando il “drive” biologico dell’accoppiamento ai fini riproduttivi, diventa centrale il reale desiderio di incontrare un’altra persona. Non c’è spinta ma scelta, e non è un caso che in menopausa alcune relazioni vanno in crisi. La sessualità cambia e diventa una sfera molto più ampia non legata alla sfera strettamente genitale, richiede una sessualità più matura e partner più consapevoli. La sessualità in post menopausa può rivelarsi sorprendentemente interessante. 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Emilia Romagna, quando la salute si cura come in Amazzonia: ecco il primo master per “agenti di comunità”
Manaus, nord del Brasile: la porta per l’Amazzonia, la riva sinistra del Rio Negro. Un’equipe medica locale ogni giorno guada il fiume e raggiunge le popolazioni. Qui piccoli centri urbani e villaggi si succedono, i popoli indigeni vivono tra acqua e foresta. Il fiume è un’autostrada su cui sfrecciano le barche di medicina di base. A bordo, gli agenti di salute comunitaria diffondono nel territorio le tecniche di cura. Figure ibride accorciano le distanze tra paziente e istituzioni. Professionisti del territorio integrano medicina tradizionale e saperi locali. A Parma, circa 9000 km a est di Manaus, il primo master in Salute Collettiva d’Italia cerca di fare altrettanto. “In ogni territorio esistono gli invisibili, gli esclusi, e sono le istituzioni a doverli raggiungere”, spiega la sociologa e direttrice del master Vincenza Pellegrino. “Con un approccio anti-coloniale che riconosca la pluralità della cura”. IN EMILIA LA SANITÀ GUARDA ALL’AMAZZONIA In Emilia-Romagna non ci sono comunità indigene isolate. Non c’è la più grande foresta tropicale del mondo. Non ci sono le “barchette mediche” e il grande affluente amazzonico. Ma presto, proprio come in Brasile, ci saranno gli agenti di comunità: “Antropologi, infermieri, psichiatri: sulla loro formazione pregressa il master innesta l’idea di una cura negoziale”, racconta Jacopo Gibertini, filosofo iscritto alla prima edizione. “Che il paziente abbia fatto auto-diagnosi con un chatbot o si voglia curare anche con erbe e preghiere non ci deve far sentire minacciati: i sanitari possono accogliere il suo sentire e uscirne arricchiti”. È un processo in cui pazienti, caregiver, istituzioni e associazioni del territorio collaborano attivamente. La cura, così, diventa un dialogo. Per impararlo, molti iscritti tra novembre e dicembre sono andati per la prima volta in Brasile, dove il sistema sanitario è pubblico proprio su modello di quello italiano. PREVENZIONE, UNA SCELTA ANCHE ECONOMICA Tornati in Italia, ognuno di loro ha portato nuove conoscenze nelle istituzioni del proprio territorio. C’è chi insegna all’Università, chi lavora nelle asl, chi opera nelle associazioni locali. “Sono pratiche di prossimità che si sviluppano anche nei luoghi di salute già esistenti”, specifica Pellegrino. L’idea è che un investimento nella tecnologia lieve, cioè il saper fare collettivo coordinato dallo stato pubblico, sia meno costoso rispetto “allo sviluppo infinito delle biotecnologie e alla cura del problema solo una volta divenuto acuto”. Per questo, in un contesto di sottofinanziamento strutturale del sistema sanitario nazionale e di crisi diffusa, operatori orientati alle cause e non solo alle conseguenze dei malesseri “sono una risposta preventiva anche dal punto di vista economico”. In Italia migliaia di persone arrivano ogni anno via mare. Sono uomini, donne e bambini che nel viaggio perdono tutto. Parenti, affetti, parte della propria identità. Spesso, anche la speranza. Arrivano provati dalla fame e dalla sete, feriti dal sole e dalle violenze della rotta. “Una cura che non consideri che il Mediterraneo è un dispositivo violento non può funzionare”, spiega la sociologa. “Se non si concettualizza cosa sia la migrazione, si rischia di dare diagnosi individuali di dissociazione a persone che in realtà stanno reagendo ad ingiustizie storiche e ad esperienze traumatiche collettive”. Comprendendo la natura collettiva e storica dei fenomeni, la medicina si può rivolgere alle cause dell’‘ammalamento’ e non limitarsi a ridurre i danni. IL MASTER: MEDICINA E SCIENZE SOCIALI PER RAFFORZARE IL WELFARE È ciò che fanno Maria Inglese, medico psichiatra e psicoterapeuta dell’Ausl di Parma, e Lucrezia Travella, antropologa dell’Università Bicocca di Milano, entrambe iscritte alla prima edizione del master. Insieme conducono un progetto di etnopsichiatria che si occupa di rendere evidenti le discriminazioni razziali e le differenze etniche nel contesto della salute mentale. Anche in questo caso le formazioni biomediche si integrano alle scienze sociali, considerando la persona nella sua interezza e nel suo contesto. Il lavoro si sviluppa nelle realtà già esistenti a Parma, dagli ospedali alle cliniche fino alle associazioni come Ciac, realtà impegnata nell’inclusione sociale per le persone migranti che ha ospitato gli operatori e le operatrici del master. Così il sistema sanitario, secondo gli iscritti, si cambia da dentro. Pellegrino, che ha fondato il master e dirigerà anche la seconda edizione, ne è convinta: “L’Italia è già ricca di posti pubblici in cui ancora si sogna uno stato sociale forte. Bisogna solo legittimarli”. Gli operatori di comunità collaborano con questi luoghi, ascoltano le storie di chi li abita e li anima, lavorano e studiano al loro interno. Perché “una cura meno oppressiva, più lenta e più negoziale, fa sentire meglio sia i lavoratori, sia gli utenti”. Nel primo anno il master ha selezionato otto sedi residenziali, e intende proseguire in questa direzione. Con l’idea che la formazione e la pratica della cura non avvengono solo nelle aule universitarie, ma sono immerse nei contesti reali, a contatto con le problematiche quotidiane, i conflitti sociali e i saperi locali, inclusi quelli ancestrali ed ecologici. In Brasile come in Italia. L'articolo Emilia Romagna, quando la salute si cura come in Amazzonia: ecco il primo master per “agenti di comunità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caregiver, l’Oms diffonde un corso gratis online per aiutare a prendersi cura di se stessi e degli altri
Mentre l’Italia ancora attente che la figura del caregiver venga riconosciuta a livello sociale e giuridico, l’Organizzazione mondiale della sanità ha reso disponibile gratuitamente un corso di formazione online in inglese rivolto ai caregiver informali in tutta Europa. Il progetto vuole aiutare milioni di assistenti personali che garantiscono assistenza soprattutto ad anziani, familiari non autosufficienti, vicini di casa o amici con esigenze di salute e bisogni di sostegno rilevanti. L’Oms intende anche fornire ai caregiver informali suggerimenti, linee guida, informazioni su come è possibile prendersi cura non solo degli altri ma anche di se stessi, per ottimizzare assistenza e benessere. “Che sia assunto gradualmente o che sia richiesto all’improvviso, il ruolo di caregiving può essere sia profondamente significativo che emotivamente impegnativo” spiegano i promotori del progetto. “Molti caregiver informali si destreggiano tra le responsabilità di assistenza e le esigenze lavorative, familiari e di salute personale, spesso senza accesso a una guida pratica o a un supporto emotivo. Questo nuovo corso dell’OMS cerca di colmare questa lacuna, offrendo informazioni accessibili e basate sull’evidenza per aiutare i caregiver a sentirsi più sicuri, preparati e supportati nel loro ruolo”. Il corso è aperto a chiunque fornisca assistenza informale – che si tratti di familiari, vicini, amici, volontari o aiutanti retribuiti senza assistenza formale o formazione infermieristica. Riconosce le molte forme che il caregiving può assumere, tra cui per esempio l’assistenza quotidiana per la cura personale, l’aiuto occasionale con i pasti o le commissioni, il supporto emotivo, l’accompagnamento agli appuntamenti o la compagnia di qualcuno che vive da solo. Il progetto è stato sviluppato dall’OMS/Europa con il sostegno finanziario della Direzione Generale per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Inclusione della Commissione Europea e in stretta collaborazione con Eurocarers, l’organizzazione ombrello che rappresenta le associazioni di caregiver in tutta l’Unione Europea. Sostiene inoltre l’attuazione della strategia europea per l’assistenza e della raccomandazione del Consiglio sull’accesso a un’assistenza a lungo termine di alta qualità e a prezzi accessibili. “Attraverso questo nuovo corso online, miriamo ad aiutare i caregiver a prendersi cura della propria salute e del proprio benessere, rafforzando al contempo le loro conoscenze, competenze e fiducia nel fornire assistenza”, ha spiegato la dott.ssa Stefania Ilinca, Technical Officer for Long-term Care presso l’OMS/Europa. “Il corso offre informazioni pratiche e indicazioni su come affrontare le sfide comuni del caregiving, collegando i caregiver a servizi e risorse chiave che possono fare la differenza”. “Ma”, ha aggiunto Ilinca, “nel corso del caregiving, si presenteranno situazioni che nessuno può o dovrebbe affrontare da solo e per le quali nessun corso può prepararti. Il nostro messaggio ai caregiver è: non esitate mai a chiedere aiuto agli operatori sanitari e assistenziali, a familiari e amici o ad altri caregiver informali! Non siete soli in questo viaggio e insieme possiamo cambiare il modo in cui l’assistenza è vista, apprezzata e supportata”. Il corso è gratuito, suddiviso in due parti e in inglese – Offerto in collaborazione con l’Accademia dell’OMS è disponibile in inglese, con traduzioni in francese e spagnolo a breve. Per l’accesso completo ai moduli e ai materiali del corso, è necessario registrarsi per un account gratuito con l’Accademia dell’OMS tramite i link e poi iscriversi. Si struttura in 2 parti complementari che possono essere seguite in autonomia. Parte 1: “Prendersi cura di se stessi”. Questa sezione si concentra sul benessere dei caregiver. Offre una guida su come riconoscere i limiti personali, gestire lo stress, mantenere la salute mentale e fisica e bilanciare l’assistenza con il riposo, il lavoro e le responsabilità familiari. Parte 2: “Prendersi cura di un’altra persona”. Questa sezione fornisce una guida pratica su come sostenere una persona anziana con esigenze quotidiane legate all’igiene personale, alla mobilità, alla nutrizione, alla salute cognitiva e all’uso sicuro dei dispositivi di assistenza. Sottolinea inoltre l’importanza della collaborazione con altri familiari, altri caregiver e servizi di assistenza professionali, soprattutto in situazioni difficili o di emergenza. Sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si precisa che “per garantire che i contenuti riflettano le reali esigenze e le sfide affrontate dai caregiver informali, l’OMS ha collaborato con il Centro di competenza svedese per l’assistenza familiare presso l’Università Linnaeus in Svezia e l’Istituto nazionale per la salute e le scienze dell’invecchiamento in Italia”. Tutti i caregiver condividono un ruolo comune cruciale: aiutare gli altri a vivere con dignità, stabilità e cura. “Sebbene sia stato creato principalmente per i caregiver informali”, spiegano i promotori, “il corso è una risorsa preziosa anche per le associazioni delle persone con disabilità, organizzazioni della società civile, i fornitori di formazione, le autorità locali e i fornitori di servizi di assistenza”. Il suo contenuto può essere adattato per workshop, gruppi di sostegno e iniziative comunitarie, offrendo una base per sforzi più ampi volti a rafforzare i sistemi di supporto ai caregiver in tutta Europa. L'articolo Caregiver, l’Oms diffonde un corso gratis online per aiutare a prendersi cura di se stessi e degli altri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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