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Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze?
Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950. Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in Italia si parlava di coltellini e martellini. Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi, indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani, sia la stessa polizia a forzarli a partire. Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania. Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare le partenze. Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento in Tunisia non se ne parla. Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la parola. Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande. L'articolo Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi”
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio, affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi, né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl 73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia. “Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”. Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup, comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma, lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità. Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del legame tra liste d’attesa e spesa privata. Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -. Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla tutela della salute garantito dalla Costituzione”. L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti i giorni il Ministero
La Regione Piemonte vota No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito alle persone con disabilità che ne hanno necessità e diritto. Scrive Renato La Cara che “l’assessore piemontese FdI alla Sanità Federico Riboldi si è giustificato dicendo che mancano le risorse: ‘Purtroppo a livello sanitario la Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza attingere dai fondi statali sulla sanità al momento non abbiamo le risorse sufficienti per farlo in autonomia come Piemonte’. Qualcosa verrà fatto? ‘L’assessorato alla Sanità non ha margini di manovra per affrontare interventi extra-Lea, siamo consapevoli dei disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le risorse che occorrono dai fondi del comparto Welfare ma non sono infiniti'”. Il 6 dicembre 2025 avevo chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di sistemare il pasticcio legato all’erogazione gratuita degli ausili In modo che ogni regione non potesse decidere in modo autonomo. Gli uffici che collaborano con il ministero della Salute non hanno mai risposto alla mia lettera ma non hanno nemmeno risolto il problema. Noto che il governo Meloni per cercare di arginare, secondo il proprio pensiero, gli atti violenti, sta elaborando alcune misure che verranno inserite nel decreto sicurezza. Secondo la premier Giorgia Meloni è più importante garantire la sicurezza di un paese che fornire le scarpe ordinarie alle persone disabili, per me sono importanti entrambi. Ricordo al governo che una persona disabile con invalidità al 100% prende di pensione 340,71 euro e 552,57 euro di indennità di accompagnamento. L’indennità di accompagnamento serve per pagare la persona cura di chi ha bisogno. La pensione serve alla persona disabile per vivere e per rispondere ai propri bisogni primari. Visto che non tutte le persone disabili vivono in famiglia, e poi visti i rincari della vita quotidiana per le famiglie diventa comunque difficile pagare 800 € per le scarpe ortopediche del proprio figlio o del proprio parente. Desidero dare all’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, un suggerimento non richiesto: chiami tutti i giorni il ministero dell’Economia e Finanza, la Presidente del Consiglio dei ministri e faccia presente che la sua Regione non ha potuto garantire la gratuità delle scarpe ortopediche ordinarie alle persone disabili per mancanza di fondi, se le serve una mano a titolo gratuito l’aiuto volentieri. Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it L'articolo Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti i giorni il Ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scarpe ortopediche a titolo gratuito per i disabili, il Piemonte vota no: e i genitori di una bimba pagano fino a 800 euro
No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito alle persone con disabilità motoria aventi diritto. È quanto ha votato il Consiglio regionale del Piemonte che ha respinto il 30 gennaio l’ordine del giorno presentato dalla consigliera di Alleanza Verdi Sinistra, Valentina Cera, che chiedeva di garantire a costo zero per le famiglie la fornitura o il rimborso delle calzature ortopediche di serie. Si tratta di una tipologia di ausili che non vengono più erogati da circa un anno gratuitamente a seguito dell’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’entrata in vigore del nuovo Nomenclatore tariffario. Dal primo gennaio 2025 queste scarpe sono uscite dalla copertura del servizio nazionale pubblico, ambito sanitario che spetta però alle Regioni garantire. Restano incluse le scarpe ortopediche realizzate su misura a fronte dell’esclusione dal Nomenclatore anche dei codici di alcuni ausili per le carrozzine elettriche, con le Regioni che continuano a procedere in ordine sparso. Contattato da ilfattoquotidiano.it l’assessore piemontese Fdi alla Sanità Federico Riboldi si è giustificato dicendo che mancano le risorse: “Purtroppo a livello sanitario la Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza attingere dai fondi statali sulla sanità al momento non abbiamo le risorse sufficienti per farlo in autonomia come Piemonte”. Qualcosa verrà fatto? “L’assessorato alla Sanità non ha margini di manovra per affrontare interventi extra-Lea, siamo consapevoli dei disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le risorse che occorrono dai fondi del comparto Welfare ma non sono infiniti”. Il problema è nazionale, sostiene Riboldi. “Il cambio del nomenclatore ha portato ad escludere alcuni tipi di prestazione. Stiamo lavorando con l’assessore al Welfare per riportarle all’interno della Regione Piemonte e lo stesso stiamo facendo da mesi in Conferenza delle Regioni”. Resta il fatto che nemmeno in Piemonte si possono erogare a titolo gratuito ausili di cui le persone con disabilità motoria hanno assoluto bisogno per una vita dignitosa. È passato oltre un anno dall’entrata in vigore del Decreto Tariffe, approvato a novembre 2024, ma solo alcune amministrazioni regionali virtuose, ad esempio Lombardia, Lazio e Toscana, sono intervenute per erogare gratis le scarpe ortopediche di serie essenziali per la qualità di vita di donne e uomini che vivono condizioni di fragilità. Inoltre il Decreto Tariffe è stato anche bocciato dal Tar del Lazio il 10 dicembre scorso “per grave difetto di istruttoria” e il ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci ha un anno di tempo per aggiornarlo correttamente. Le scarpe ortopediche sono a pagamento e questo provoca in quasi tutta Italia gravi disagi e scarica sulle famiglie le spese di acquisto fino a circa 400 euro per un paio di calzature del genere. Per denunciare quanto sta accadendo, Fabrizio Schiavo, papà di una bambina con disabilità, che vive a Villar Perosa della Città metropolitana di Torino racconta a ilfattoquotidiano.it che “in un anno abbiamo pagato circa 800 euro per le calzature di mia figlia, ma il sistema sanitario pubblico non ci rimborsa più. È un problema non solo piemontese”. “Nel frattempo però altre Regioni”, evidenzia Schiavo, “hanno ripristinano la fornitura di tutte le scarpe ortopediche, non solo quelle su misura. In Piemonte invece no. Abbiamo contattato via PEC l’ufficio dell’assessore piemontese della Sanità e ci hanno risposto che loro continuano a segnalare la criticità al Ministero della Salute”. “Cosa significa lo sappiamo – aggiunge Schiavo – è un problema, ma non lo risolviamo. Nel frattempo, arrangiatevi. Non tutte le famiglie possono permettersi di pagare 400 euro un paio di scarpe ortopediche di serie”, attacca Schiavo. “Non si tratta di un vuoto normativo e non risulta un problema di interpretazioni. È una scelta politica precisa, che sposta il costo della disabilità dal sistema pubblico alle famiglie aventi diritto costrette a dover pagare di tasca propria dispositivi e ausili essenziali”, commenta a ilfattoquotidiano.it l’avvocato dell’associazione Luca Coscioni Alessandro Bardini, esperto del settore che segue la questione da diversi anni. Sul tema dell’aggiornamento dei Lea è intervenuta il 27 gennaio 2026 presso la XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati anche la Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie che ha chiesto il riconoscimento di reali margini di flessibilità nella prescrizione e nell’erogazione degli ausili, anche in deroga agli elenchi standard, qualora la valutazione multidimensionale evidenzi bisogni complessi. “Non stiamo chiedendo semplici concessioni tecniche”, ha evidenziato il presidente della Fish Vincenzo Falabella, “ma il riconoscimento del diritto a vivere una vita autonoma. L’aggiornamento dei Lea non può restare un esercizio burocratico o un’operazione di pura compensazione della spesa. Gli ausili – ha aggiunto – non sono una merce, sono il mezzo che permette a una persona con disabilità di studiare, lavorare e partecipare attivamente alla società. Se vogliamo davvero parlare di inclusione, il Servizio Sanitario deve parlare la lingua del ‘Progetto di Vita’, garantendo che la tecnologia sia al servizio delle persone”. L'articolo Scarpe ortopediche a titolo gratuito per i disabili, il Piemonte vota no: e i genitori di una bimba pagano fino a 800 euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di repressione
Il governo imperterrito riapre il versante della repressione nell’ambito della precarietà abitativa. Ecco che assistiamo alla ripresa del rozzo armamentario culturale di esponenti della maggioranza di destra, rafforzati dai ministri Salvini e Foti sulla questione case occupate e sfratti. In occasione dell’approvazione del disegno di legge “sicurezza” avevo scritto che in realtà quella legge apriva la strada non solo agli sgomberi, in tempi brevi, di occupanti della prima casa di proprietari, momentaneamente assenti, ma, anche, ad una accelerazione delle esecuzioni di sfratto, in forza dell’idea che le famiglie con sfratto non uscendo nei tempi stabiliti per assenza di una alternativa abitativa sostenibile, attendevano l’arrivo della forza pubblica, prorogandone i tempi. Ora si torna alla carica proponendo la definizione di “ladri di case” anche a famiglie con sfratto e che quindi vanno sgomberate in pochissimo tempo. Il governo per bocca dell’ineffabile ministro Foti ha dichiarato che è in fase avanzata un provvedimento, non è chiaro se un decreto legge o disegno di legge, basato sulla proposta di legge della deputata di FdI Buonguerrieri, che prevede lo sfratto in soli dieci giorni. Se approvato si eliminerebbe la notifica del preavviso di rilascio e si stabilirebbe che gli inquilini con sfratto non siano più avvertiti di una data precisa di esecuzione, ma siano solo informati con la semplice notifica dell’atto di precetto. Decorso il termine di dieci giorni, lo sfratto potrebbe avere inizio ed essere eseguito entro 30 giorni dalla notifica. L’esecuzione dello sfratto, bontà loro, potrà essere rinviata una sola volta, e per non più di 60 giorni, esclusivamente in presenza di situazioni di particolare delicatezza: presenza di ultrasettantenni, disabili o malati. Nulla vieta che data la impossibilità attuale da parte delle forze dell’ordine di eseguire gli sfratti in numero superiore a quelli che si eseguono circa 20.000 l’anno, non emerga, di nuovo, la proposta, incostituzionale, di affidare le esecuzioni a guardie giurate. Una proposta paventata da associazioni dei proprietari e da qualche area della maggioranza di destra. Il ministro Foti ha dichiarato che a fronte di questa ulteriore forzosa espulsione di massa degli inquilini con sfratto, il governo dovrebbe stanziare circa 4 miliardi di euro di risorse complessive, indirizzate all’edilizia residenziale pubblica, sociale e convenzionata. In realtà di questi 4 miliardi di euro non vi è alcuna traccia nell’ultima legge di bilancio, mentre vi è evidente traccia dello spin off, al quale sta lavorando Mario Abbadessa ex manager, di Hines che ha lasciato il colosso americano del Real estate dopo averlo guidato per 10 anni con attività che in Italia, sotto la sua direzione, ha prodotto operazioni per un valore complessivo di circa 8 miliardi di euro, concentrate tra Milano, il Nord Italia e Firenze, anche con interventi anche in altre località italiane: si veda l’osteggiato studentato di lusso che Hines dovrebbe realizzare a Roma sull’area degli ex mercati generali. La stessa Meloni ha recentemente parlato di un piano casa da 100 mila case in 10 anni, attenzione non case popolari, che rappresenterebbero un pannicello caldo, solo tenendo conto del fatto che nei prossimi 10 anni, con i numeri degli ultimi anni potremmo avere 400 mila ulteriori sentenze di sfratto e oltre 200 mila famiglie che saranno sfrattate con la forza pubblica, senza l’accelerazione delle esecuzioni desiderata dal governo. Con questi presupposti si chiarisce la linea “programmatica” sulle politiche abitative del governo. Da una parte: aumento delle esecuzioni forzose di sfratti; dall’altra; finti piani casa che si rivolgono essenzialmente ai nuovi fabbisogni: persone separate, anziani, studenti, ritenuti maggiormente solvibili. Non è un caso che la legge di bilancio ha stanziato 20 milioni di euro per sostegno all’affitto di persone separate. Ma davvero sono queste le priorità? Davvero le 40.000 sentenze di sfratto su 4,5 milioni di case in affitto, meno dell’1% delle abitazioni locate, rappresentano un ostacolo alla locazione? Tenuto conto che l’85% delle sentenze è per morosità, frutto di povertà e lavoro povero, non è che l’emergenza vera è rappresentata dal caro affitti, nonostante le cedolari secche che costano per mancati introiti allo Stato 3,1 miliardi di euro l’anno e non hanno prodotto alcuna calmierazione degli affitti? Davvero serve un Piano casa basato su offerte della finanza immobiliare non certo dedita alla realizzazione di case popolari? In Italia si affronta la precarietà abitativa con un aumento della repressione e utilizzo ulteriore di forza pubblica e negandole dignità politica e programmatica. L'articolo Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di repressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta
“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”. Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto”. A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero permettersi solo le benestanti. Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle donne che abortiscono. La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato. Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle scelte, dalla piena cittadinanza. Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda: “Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’, ‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio, Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa a svelarne la natura patriarcale non è un caso”. Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti. Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili. Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa. C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito, facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni, i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono. Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al massimo, qualche prudente e blando monito. Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro le donne secoli fa e mai interrotta. Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale, arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola “consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente. Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle donne. La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse, i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe. Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il diritto di decidere se essere madri o non esserlo. Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive. L'articolo Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Appello alla Mattel dopo la Barbie autistica: “Vuole sensibilizzare davvero? Sostenga dei progetti per l’inclusione”
Un appello indirizzato alla Mattel a seguito della decisione aziendale di creare e vendere, tra i vari prodotti, anche la Barbie autistica, che è stata considerata “una scelta inopportuna, confusa, che enfatizza solo pochi aspetti di una miriade di caratteristiche e peculiarità delle singole persone con autismo”. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Fabrizia Rondelli, autrice dell’appello oltre che presidentessa dell’Ortica di Milano, associazione che lavora con persone autistiche che ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro nel 2022 ed è tra i fondatori della Fondazione Oltre il Blu che ospita presso Cascina Croce Piaggi in Val di Nizza (Pavia) il laboratorio della Banda dell’Ortica con un progetto inclusivo per adulti autistici in vista del Dopo di noi che intende favorire l’autonomia abitativa e lavorativa di adulti con disturbo dello spettro autistico e con altre disabilità attraverso periodi di vacanza, soggiorni temporanei, fino a una permanenza stabile in un contesto comunitario. Nell’appello la Banda dell’Ortica si rivolge alla Mattel che ha inserito la bambola autistica nella linea Fashionistas, la collezione ideata per rappresentare la pluralità di corpi e condizioni, in un progetto iniziato nel 2019 quando l’azienda per la prima volta ha introdotto bambole con disabilità. Va detto che il mondo delle associazioni è diviso sulla positività o meno della creazione della Barbie autistica da parte di una delle principali case di giocattoli a livello mondiale. “Il messaggio che arriva, soprattutto a chi non conosce l’autismo, è sbagliato e fuorviante – sostiene Rondelli – perché ci sono molteplici caratteristiche che potrebbero, se proprio se ne sente la necessità, delineare una sorta di eventuale profilo di una persona con autismo. E se così fosse allora dovrebbero fare decine di bambole differenti tra loro, o avrebbero potuto creare un Ken visto che in percentuale gli uomini con autismo sono in netta maggioranza rispetto alle donne”. Da diversi anni si parla diffusamente di autismo, vista anche una crescita notevole delle nuove diagnosi che stanno raggiungendo cifre consistenti, quasi 1 bimbo autistico diagnosticato ogni 60 negli Stati Uniti. Un trend in forte aumento a livello internazionale. “Piuttosto che far giocare i bambini con la Barbie autistica – aggiunge Rondelli che è anche mamma di un ragazzo con autismo – si potrebbe chiedere ad esempio alla Mattel di sostenere concreti progetti specifici di inclusione sociale, fornire risorse adeguate garantendo pari opportunità nel mondo del lavoro o aiutare i caregiver familiari con figli o figlie che vivono nello spettro autistico che comporta delicate sfide quotidiane oltre che battaglie complesse per vedere riconosciuti diritti e assistenza”. Rondelli quindi si rivolge direttamente alla Mattel con una domanda: “Se davvero vuole sensibilizzare aiutando il cosiddetto mondo autistico, perché non incomincia a chiedersi cos’è questo mondo, cosa vuole e di che cosa avrebbe bisogno?”. “Magari scopre”, è scritto nell’appello, “che può fare molte più cose per noi piuttosto che produrre dei giocattoli. Quindi faccio una lista di ciò di cui abbiamo REALMENTE bisogno tutti noi insieme: la nostra casa, quella della Fondazione Oltre il Blu, è molto costosa e una bella donazione sarebbe cosa gradita, quest’anno vorremmo comprare un furgoncino, la nostra vecchia auto oramai non ce la fa più a scarrozzarci, inoltre vorremmo anche creare una serra perché ci fa molto bene lavorare con la natura”. L'articolo Appello alla Mattel dopo la Barbie autistica: “Vuole sensibilizzare davvero? Sostenga dei progetti per l’inclusione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Autismo
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Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle: condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare”
Uomini tra i cinquanta e i sessant’anni, contattati attraverso social network e piattaforme di incontri, convinti di accogliere in casa una persona per un rapporto consensuale. Invece, dietro quelle porte chiuse, li aspettavano violenze, rapine e minacce. Persone stordite, in alcuni casi immobilizzate con fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, costrette a consegnare contanti o a effettuare bonifici istantanei. E poi il ricatto: pagare o tacere, con la minaccia di diffondere immagini e video intimi a familiari e contatti personali. È questa la vicenda al centro della sentenza pronunciata martedì 27 gennaio dal tribunale di Bologna. La giudice Maria Cristina Sarli, accogliendo la richiesta della Procura (pm Elena Caruso), ha condannato l’imputato principale a sei anni e otto mesi di reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. La pena, già ridotta per effetto del rito abbreviato scelto dall’uomo — reo confesso — è accompagnata da una multa. Alla compagna, accusata di riciclaggio, sono stati inflitti due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena. Dietro la sentenza, però, c’è soprattutto il coraggio di chi ha deciso di parlare. “Questa indagine esiste perché alcune delle vittime hanno scelto di denunciare, nonostante le minacce”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocata Fiorella Shane Arveda, che ha assistito una delle persone offese. “È un punto fondamentale: senza quella denuncia, questa serie di rapine non sarebbe mai emersa e, per colpa dello stigma, i carnefici l’avrebbero fatta franca”. Le vittime accertate sono almeno sei a Bologna. Quattro si sono costituite parte civile, mentre una si è rivolta allo Sportello legale del Cassero, trovando supporto e orientamento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la dinamica era sempre la stessa. “Si tratta di uomini tra i 50 e i 60 anni”, ricostruisce Arveda, “che mettono a disposizione il proprio domicilio per un incontro sessuale. L’aggressore finge il consenso, entra in casa e a quel punto la vittima è completamente esposta”. Le violenze non sono state identiche in ogni episodio, ma tutte le persone offese sono state almeno stordite. “Nel caso che seguo io”, racconta l’avvocata, “la vittima è stata legata ai polsi e alle caviglie con fascette di plastica e costretta a fare bonifici istantanei per circa 3.500 euro, con causale ‘regalo’, a favore della compagna dell’imputato”. Oltre alle condanne penali, il giudice ha disposto dei risarcimenti tra i 5.000 e i 6.000 euro per ciascuna vittima. Il risarcimento complessivo verrà definito in sede civile. Ma il dato più allarmante, sottolinea Arveda, è la ripetitività dello schema. “Non parliamo di un episodio isolato. Quando questo meccanismo funziona, tende a essere replicato: dagli stessi soggetti o da altri, anche in città diverse”. Un elemento cruciale della vicenda è l’orientamento sessuale delle vittime. Anche se non esiste una specifica aggravante prevista dalla legge, il contesto è tutt’altro che neutro. “L’omosessualità viene usata come leva“, spiega l’avvocata. “Chi aggredisce sa di poter contare sulla vergogna, sulla paura dell’outing, sul timore di non essere creduti. È questo che tiene molte persone lontane dalla denuncia”. Un quadro che trova conferma anche nei dati raccolti dallo Sportello legale del Cassero e dal Centro antidiscriminazione di Spazio Cassero, finanziato da Unar: in media una persona ogni due giorni si rivolge ai servizi per segnalare episodi di violenza o discriminazione. Anche il procedimento concluso oggi è partito dal passo, tutt’altro che scontato, di una vittima che ha deciso di rivolgersi a un legale. “Denunciare è difficile, soprattutto quando si parla di incontri sessuali e di omosessualità”, osserva Arveda. “Ma è fondamentale farlo bene. Una denuncia dettagliata, costruita con attenzione, ha molte più possibilità di essere presa sul serio in un sistema giudiziario già sovraccarico”. In questo percorso, il ruolo dei servizi di comunità è decisivo. “Molte persone si fidano di più perché sanno di non essere giudicate. Questo può fare la differenza tra il silenzio e l’emersione di reati che altrimenti resterebbero sommersi”. “Le vittime non hanno alcuna colpa”, conclude l’avvocata. “Minacce, estorsioni e diffusione non consensuale di materiale intimo sono reati gravi. Denunciare non è solo una tutela individuale: è l’unico modo per impedire che queste violenze continuino a ripetersi”. L'articolo Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle: condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Disabilità e migrazione, nasce un Osservatorio contro le discriminazioni multiple
Migliorare la consapevolezza dei loro diritti e sostenere le persone con disabilità di origine straniera provenienti da contesti molto diversi. È nato il primo Osservatorio permanente sulle persone con disabilità e background migratorio, promosso dalla Fondazione ISMU-Iniziative e Studio per la multietnicità in collaborazione con LEDHA-Lega per i diritti delle persone con disabilità e Caritas Ambrosiana. Si origina dall’esperienza del progetto “CiSiamo” per favorire il lavoro in rete degli enti del Terzo settore e contrastare le discriminazioni multiple che subiscono in particolare donne e uomini con disabilità e di origini straniere. “L’Osservatorio vuole proseguire il confronto e la collaborazione tra le realtà promotrici, oltre ad allargarlo ad altri enti e associazioni che si occupano di questi temi sociali e inclusivi, per approfondire le caratteristiche e i bisogni specifici di questa fascia di popolazione che spesso fatica a trovare risposte nei servizi pubblici e nel privato sociale”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Giovanni Merlo, direttore Ledha che aggiunge come “l’obiettivo di fondo è raggiungere quante più persone con disabilità e background migratorio possibile, per fare in modo che possano diventare consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità, conoscere le opportunità presenti nella società ed essere protagoniste della loro vita personale, familiare e sociale”. Il Comune di Milano, in particolare il Milano Welcome Center per persone migranti e rifugiate e la rete dei 40 enti del Terzo settore con cui il servizio è in coprogettazione, ha aderito all’iniziativa e l’Osservatorio è aperto alla partecipazione di ulteriori soggetti interessati a contribuire a questo lavoro condiviso. “L’Osservatorio muoverà nelle prossime settimane i suoi primi passi, una volta raccolte le disponibilità e l’interesse di altre organizzazioni di farvene parte”, spiega Merlo. “È ragionevole pensare che svolgerà, prima di tutto, un’attività di ricognizione della situazione, in base ai pochi dati disponibili e alle tante esperienze delle organizzazioni che fanno parte dell’Osservatorio”. Per il direttore di LEDHA “sarà necessario fare emergere, anche sulla scorta del progetto “CiSiamo”, i problemi e le situazioni concrete che vivono le persone con disabilità e con background migratorio insieme agli esempi di iniziative ed esperienze positive già in atto”. L’obiettivo sarà comunque quello di ridurre le distanze, cioè di trovare i canali di comunicazione e relazione per rendere protagoniste e coscienti dei propri diritti le stesse persone in merito alle attività in loro favore. Sul territorio della Città Metropolitana di Milano “purtroppo non è possibile ipotizzare una cifra indicativa di quante persone con disabilità migranti sono potenzialmente interessate perché non abbiamo dati specifici su questo tipo di persone e questa mancanza segna quanto la condizione di vita delle persone con disabilità e con background migratorio sia ancora poco conosciuta e poco considerata. Anche per questo motivo”, aggiunge al Fatto.it Merlo, “è importante che l’Osservatorio inizi presto a funzionare”. Il problema principale per queste persone verso cui è dedicato l’Osservatorio rappresenta l’accesso alle informazioni: la barriera linguistica, soprattutto per chi è arrivato da poco in Italia, rappresenta spesso un ostacolo importante, per reperire informazioni sui servizi, le modalità e i criteri di accesso. Più in generale resta il tema della consapevolezza rispetto ai diritti esigibili: solo se si conoscono i propri diritti è possibile agire per esercitarli. “Ancorché vittime di una invisibilità che concorre a oscurarne i bisogni, limitarne l’accesso ai servizi, ostacolare la segnalazione degli episodi di discriminazione, inibire la valorizzazione del loro potenziale, le persone con disabilità e background migratorio sono in grado di sollecitare risposte innovative, costruite dal basso imparando dalle situazioni concrete e valorizzando lo straordinario patrimonio di conoscenze, esperienze e sensibilità di cui sono depositari tanto gli operatori dei servizi, quanto le stesse persone a rischio di esclusione”, afferma Laura Zanfrini, responsabile del settore Economia, lavoro e welfare di Fondazione ISMU e ideatrice del progetto da cui è nato l’Osservatorio. “La nostra ambizione”, continua Zanfrini, “è di promuovere un salto di qualità nella capacità di corrispondere ai bisogni e alle potenzialità di una società sempre più eterogenea. Trasformando la vulnerabilità in valore aggiunto”. Come le donne con disabilità doppiamente vittime di discriminazioni e violenze anche le persone disabili provenienti da altri Paesi affrontano condizioni di vita più pesanti rispetto alla media nazionale. “Sempre più spesso”, evidenzia Merlo, “ci troviamo a dover affrontare episodi di discriminazione intersezionale, in cui la dimensione della disabilità si interseca con altre caratteristiche della persona come ad esempio il genere, l’orientamento sessuale e, nel caso di questo progetto, il background migratorio”. La collaborazione con realtà del Terzo settore che si occupano di migrazioni è fondamentale per LEDHA perché consente di rispondere in modo più efficace e competente ai bisogni complessi delle persone con disabilità di altre nazionalità, offrendo strumenti, informazioni e tutele realmente accessibili. “In questo percorso, LEDHA metterà a disposizione dell’Osservatorio il proprio patrimonio di competenze ed esperienze, contribuendo a rafforzare il lavoro di tutte le realtà coinvolte”, conclude Merlo. L'articolo Disabilità e migrazione, nasce un Osservatorio contro le discriminazioni multiple proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Migranti
Milano, minaccia di sgombero per una donna e la figlia di 9 anni. Il quartiere protesta in difesa della famiglia
“Ispezioni a sorpresa e sgomberi annunciati nel giro di poche ore”. Succede a Calvairate, quartiere popolare di Milano, dove il Comitato Inquilini denuncia che gli ispettori di Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale Milano) hanno effettuato controlli in diversi alloggi occupati, “concentrandosi in particolare su donne sole con figli minori”. E “in almeno un caso, quello di una madre e di sua figlia, all’ispezione è seguito il distacco dell’energia elettrica e l’ordine di lasciare l’abitazione entro due o tre giorni”. La vicenda che sta sollevando maggiori polemiche riguarda una donna e la figlia, che vivevano da circa sei anni in un alloggio Aler di via Tommei 2. Secondo quanto riferito dal Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti, giovedì 22 gennaio gli ispettori si sono presentati nell’appartamento: nello stesso giorno il contatore della luce è stato rimosso e alla donna è stato comunicato che lo sgombero sarebbe avvenuto a breve. L’utenza elettrica era intestata al precedente inquilino, ma la donna si è difesa dicendo che la bolletta veniva regolarmente pagata: una condizione frequente per chi occupa senza titolo, dal momento che gli occupanti abusivi non possono intestarsi le forniture. Il caso di via Tommei non sarebbe isolato. Secondo il Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti, negli ultimi giorni situazioni simili stanno interessando diverse famiglie del quartiere, tutte composte da donne sole con bambini. “Gli ispettori stanno minacciando sgomberi senza rispettare i normali iter previsti dalla normativa”, spiega a ilfattoquotidiano.it Grazia Casagrande, del Comitato. “In alcuni casi si tratta di nuclei con minori con disabilità”. Tutte le famiglie coinvolte, sottolinea il Comitato, sono seguite da anni dai servizi sociali del Comune di Milano e dal Comitato. “Il problema è che gli sgomberi vengono annunciati all’improvviso e poi scaricati sui servizi sociali, che hanno tempi di intervento lunghi. In questi casi l’unica alternativa che riescono a proporre è l’accoglienza provvisoria alla Casa Jannacci, una soluzione che per un minore è insostenibile. Nel frattempo le persone restano senza casa o senza utenze essenziali” aggiunge Casagrande. La situazione della donna e della figlia ha portato a una mobilitazione nel quartiere. Venerdì 23 il Comitato si è attivato mobilitandosi davanti al civico di via Tommei 2, replicato anche nei giorni successivi. Lunedì 26 gennaio e martedì 27 gennaio, alle 8, i compagni di classe della piccola, insieme alle madri, si sono ritrovati sotto casa per accompagnarla a scuola e per evitare che la mamma uscisse di casa. Un’iniziativa che, fanno sapere, verrà ripetuta finché da Aler o dalla Prefettura non arriveranno risposte. “Abbiamo chiesto di sospendere gli sgomberi almeno fino alla fine dell’anno scolastico, per tutelare la salute di bambini già provati da situazioni di forte instabilità. In questo modo, durante l’estate, le madri avrebbero più tempo per cercare una soluzione abitativa”, dice Casagrande. Sul caso, riferisce il Comitato, c’è stato un contatto diretto con il presidente di Aler. “Ci ha detto di non essere a conoscenza di sgomberi imminenti e ha garantito all’assessore comunale alla Casa e alle Politiche sociali di Milano che, al momento, non ci sarà uno sgombero”. Al momento però, non risulta che ci sia stato il ripristino dell’elettricità e la famiglia è ancora al buio. Secondo il Comitato, il nodo è anche quello dei criteri adottati negli interventi. “Nel quartiere esistono situazioni di abusivismo molto più gravi che non vengono toccate”, afferma Casagrande. “Per esempio, in altri stabili ci sono subaffitti e attività di spaccio. Qui invece si interviene su madri sole con bambini. Manca una gerarchia e si colpiscono solo i più deboli”. A complicare ulteriormente il quadro è l’assenza di alternative. Gli occupanti abusivi, per normativa, non possono presentare domanda per una casa popolare né accedere a soluzioni abitative transitorie per cinque anni. “Si tratta di donne sole con figli a carico. Nel caso di questa famiglia il padre è scomparso durante la gravidanza e la madre ha potuto contare solo su lavori saltuari e irregolari. In un altro caso parliamo di una donna con quattro figli rimasta vedova dopo la morte del marito, avvenuta due o tre anni fa all’ortomercato, dove lavorava in nero. Oggi vive di lavoretti e uno sgombero sarebbe una tragedia. Ci sono anche due madri sole con figli con disabilità che, pur avendo un lavoro regolare, non riuscirebbero comunque a sostenere i costi degli affitti privati a Milano” aggiunge Casagrande. Il Comitato denuncia come le case popolari rimangano vuote. Nel quartiere di Calvairate, secondo i dati raccolti, gli alloggi Aler sfitti sarebbero circa 300, chiusi con lastre di acciaio e inutilizzati. “Qui si riprendono le case e poi restano vuote, mentre famiglie fragili vengono allontanate senza preavviso. È questa la contraddizione” conclude Casagrande. Sul caso la vicepresidente Pd della commissione Casa del Comune Simonetta D’Amico, interpellata da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato: “Il metodo adottato è sbagliato e sproporzionato. Nelle operazioni di sgombero vanno rispettati criteri chiari di gravità e priorità sociale, tutelando in modo particolare i nuclei con minori”. Secondo D’Amico anche se l’intervento sembra essere stato bloccato per il momento, il caso resta critico: “Il presidente di Aler ha assicurato che non si procederà allo sgombero, ma l’abitazione resta senza luce dopo l’intervento degli ispettori con i carabinieri: è inaccettabile aggravare situazioni di fragilità e compromettere la continuità educativa dei bambini, anche considerando che molti alloggi sgomberati restano poi vuoti”. L’esponente del Comune ha poi concluso tirando in ballo la Regione: “È necessario cambiare la normativa regionale affinché consenta di intervenire in modo strutturale a sostegno delle persone in stato di bisogno, evitando di produrre nuova emergenza sociale”. L'articolo Milano, minaccia di sgombero per una donna e la figlia di 9 anni. Il quartiere protesta in difesa della famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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