Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è
particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto
riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e
libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare
che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati
infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia
segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono
le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong
hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina
nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.
Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state
poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di
quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del
gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza
l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del
cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il
proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in
Italia si parlava di coltellini e martellini.
Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi,
indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far
partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo
era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei
naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a
Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma
sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani,
sia la stessa polizia a forzarli a partire.
Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia
Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania.
Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente
drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare
le partenze.
Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in
questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare
perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano
partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile
dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento
in Tunisia non se ne parla.
Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla
immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di
tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della
libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle
madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in
Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello
sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di
subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono
attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la
parola.
Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia
questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.
L'articolo Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha
fermato le partenze? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Diritti
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee
dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste
d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio,
affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta
di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della
commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più
notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli
interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo
provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a
sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due
decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza
precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui
l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non
consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi,
né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano
lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è
sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono
tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta
Europa.
È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl
73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di
monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni
di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di
esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di
difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare
differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di
confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture
pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna
distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia.
“Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto
alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della
Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine
netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei
cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”.
Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi
previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una
scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di
personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che
dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup,
comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la
mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure
calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma,
lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva
annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e
tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad
oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali
aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità.
Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano
i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici,
classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato
attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le
criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non
si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi
massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla
piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni
in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli
ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il
30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del
legame tra liste d’attesa e spesa privata.
Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna
indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna
guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il
cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in
un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del
progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -.
Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera
trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con
un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla
tutela della salute garantito dalla Costituzione”.
L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini.
Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Regione Piemonte vota No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito
alle persone con disabilità che ne hanno necessità e diritto. Scrive Renato La
Cara che “l’assessore piemontese FdI alla Sanità Federico Riboldi si è
giustificato dicendo che mancano le risorse: ‘Purtroppo a livello sanitario la
Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza attingere dai fondi statali
sulla sanità al momento non abbiamo le risorse sufficienti per farlo in
autonomia come Piemonte’. Qualcosa verrà fatto? ‘L’assessorato alla Sanità non
ha margini di manovra per affrontare interventi extra-Lea, siamo consapevoli dei
disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le risorse che occorrono dai fondi
del comparto Welfare ma non sono infiniti'”.
Il 6 dicembre 2025 avevo chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di
sistemare il pasticcio legato all’erogazione gratuita degli ausili In modo che
ogni regione non potesse decidere in modo autonomo. Gli uffici che collaborano
con il ministero della Salute non hanno mai risposto alla mia lettera ma non
hanno nemmeno risolto il problema.
Noto che il governo Meloni per cercare di arginare, secondo il proprio pensiero,
gli atti violenti, sta elaborando alcune misure che verranno inserite nel
decreto sicurezza. Secondo la premier Giorgia Meloni è più importante garantire
la sicurezza di un paese che fornire le scarpe ordinarie alle persone disabili,
per me sono importanti entrambi.
Ricordo al governo che una persona disabile con invalidità al 100% prende di
pensione 340,71 euro e 552,57 euro di indennità di accompagnamento. L’indennità
di accompagnamento serve per pagare la persona cura di chi ha bisogno. La
pensione serve alla persona disabile per vivere e per rispondere ai propri
bisogni primari. Visto che non tutte le persone disabili vivono in famiglia, e
poi visti i rincari della vita quotidiana per le famiglie diventa comunque
difficile pagare 800 € per le scarpe ortopediche del proprio figlio o del
proprio parente.
Desidero dare all’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, un suggerimento
non richiesto: chiami tutti i giorni il ministero dell’Economia e Finanza, la
Presidente del Consiglio dei ministri e faccia presente che la sua Regione non
ha potuto garantire la gratuità delle scarpe ortopediche ordinarie alle persone
disabili per mancanza di fondi, se le serve una mano a titolo gratuito l’aiuto
volentieri.
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e
redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
L'articolo Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti
i giorni il Ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito alle persone con
disabilità motoria aventi diritto. È quanto ha votato il Consiglio regionale del
Piemonte che ha respinto il 30 gennaio l’ordine del giorno presentato dalla
consigliera di Alleanza Verdi Sinistra, Valentina Cera, che chiedeva di
garantire a costo zero per le famiglie la fornitura o il rimborso delle
calzature ortopediche di serie. Si tratta di una tipologia di ausili che non
vengono più erogati da circa un anno gratuitamente a seguito dell’aggiornamento
dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’entrata in vigore del nuovo
Nomenclatore tariffario. Dal primo gennaio 2025 queste scarpe sono uscite dalla
copertura del servizio nazionale pubblico, ambito sanitario che spetta però alle
Regioni garantire. Restano incluse le scarpe ortopediche realizzate su misura a
fronte dell’esclusione dal Nomenclatore anche dei codici di alcuni ausili per le
carrozzine elettriche, con le Regioni che continuano a procedere in ordine
sparso.
Contattato da ilfattoquotidiano.it l’assessore piemontese Fdi alla Sanità
Federico Riboldi si è giustificato dicendo che mancano le risorse: “Purtroppo a
livello sanitario la Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza
attingere dai fondi statali sulla sanità al momento non abbiamo le risorse
sufficienti per farlo in autonomia come Piemonte”. Qualcosa verrà fatto?
“L’assessorato alla Sanità non ha margini di manovra per affrontare interventi
extra-Lea, siamo consapevoli dei disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le
risorse che occorrono dai fondi del comparto Welfare ma non sono infiniti”. Il
problema è nazionale, sostiene Riboldi. “Il cambio del nomenclatore ha portato
ad escludere alcuni tipi di prestazione. Stiamo lavorando con l’assessore al
Welfare per riportarle all’interno della Regione Piemonte e lo stesso stiamo
facendo da mesi in Conferenza delle Regioni”. Resta il fatto che nemmeno in
Piemonte si possono erogare a titolo gratuito ausili di cui le persone con
disabilità motoria hanno assoluto bisogno per una vita dignitosa.
È passato oltre un anno dall’entrata in vigore del Decreto Tariffe, approvato a
novembre 2024, ma solo alcune amministrazioni regionali virtuose, ad esempio
Lombardia, Lazio e Toscana, sono intervenute per erogare gratis le scarpe
ortopediche di serie essenziali per la qualità di vita di donne e uomini che
vivono condizioni di fragilità. Inoltre il Decreto Tariffe è stato anche
bocciato dal Tar del Lazio il 10 dicembre scorso “per grave difetto di
istruttoria” e il ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci ha un anno
di tempo per aggiornarlo correttamente.
Le scarpe ortopediche sono a pagamento e questo provoca in quasi tutta Italia
gravi disagi e scarica sulle famiglie le spese di acquisto fino a circa 400 euro
per un paio di calzature del genere. Per denunciare quanto sta accadendo,
Fabrizio Schiavo, papà di una bambina con disabilità, che vive a Villar Perosa
della Città metropolitana di Torino racconta a ilfattoquotidiano.it che “in un
anno abbiamo pagato circa 800 euro per le calzature di mia figlia, ma il sistema
sanitario pubblico non ci rimborsa più. È un problema non solo piemontese”. “Nel
frattempo però altre Regioni”, evidenzia Schiavo, “hanno ripristinano la
fornitura di tutte le scarpe ortopediche, non solo quelle su misura. In Piemonte
invece no. Abbiamo contattato via PEC l’ufficio dell’assessore piemontese della
Sanità e ci hanno risposto che loro continuano a segnalare la criticità al
Ministero della Salute”. “Cosa significa lo sappiamo – aggiunge Schiavo – è un
problema, ma non lo risolviamo. Nel frattempo, arrangiatevi. Non tutte le
famiglie possono permettersi di pagare 400 euro un paio di scarpe ortopediche di
serie”, attacca Schiavo.
“Non si tratta di un vuoto normativo e non risulta un problema di
interpretazioni. È una scelta politica precisa, che sposta il costo della
disabilità dal sistema pubblico alle famiglie aventi diritto costrette a dover
pagare di tasca propria dispositivi e ausili essenziali”, commenta a
ilfattoquotidiano.it l’avvocato dell’associazione Luca Coscioni Alessandro
Bardini, esperto del settore che segue la questione da diversi anni. Sul tema
dell’aggiornamento dei Lea è intervenuta il 27 gennaio 2026 presso la XII
Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati anche la Federazione
italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie che ha chiesto il
riconoscimento di reali margini di flessibilità nella prescrizione e
nell’erogazione degli ausili, anche in deroga agli elenchi standard, qualora la
valutazione multidimensionale evidenzi bisogni complessi. “Non stiamo chiedendo
semplici concessioni tecniche”, ha evidenziato il presidente della Fish Vincenzo
Falabella, “ma il riconoscimento del diritto a vivere una vita autonoma.
L’aggiornamento dei Lea non può restare un esercizio burocratico o un’operazione
di pura compensazione della spesa. Gli ausili – ha aggiunto – non sono una
merce, sono il mezzo che permette a una persona con disabilità di studiare,
lavorare e partecipare attivamente alla società. Se vogliamo davvero parlare di
inclusione, il Servizio Sanitario deve parlare la lingua del ‘Progetto di Vita’,
garantendo che la tecnologia sia al servizio delle persone”.
L'articolo Scarpe ortopediche a titolo gratuito per i disabili, il Piemonte vota
no: e i genitori di una bimba pagano fino a 800 euro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il governo imperterrito riapre il versante della repressione nell’ambito della
precarietà abitativa. Ecco che assistiamo alla ripresa del rozzo armamentario
culturale di esponenti della maggioranza di destra, rafforzati dai ministri
Salvini e Foti sulla questione case occupate e sfratti.
In occasione dell’approvazione del disegno di legge “sicurezza” avevo scritto
che in realtà quella legge apriva la strada non solo agli sgomberi, in tempi
brevi, di occupanti della prima casa di proprietari, momentaneamente assenti,
ma, anche, ad una accelerazione delle esecuzioni di sfratto, in forza dell’idea
che le famiglie con sfratto non uscendo nei tempi stabiliti per assenza di una
alternativa abitativa sostenibile, attendevano l’arrivo della forza pubblica,
prorogandone i tempi.
Ora si torna alla carica proponendo la definizione di “ladri di case” anche a
famiglie con sfratto e che quindi vanno sgomberate in pochissimo tempo. Il
governo per bocca dell’ineffabile ministro Foti ha dichiarato che è in fase
avanzata un provvedimento, non è chiaro se un decreto legge o disegno di legge,
basato sulla proposta di legge della deputata di FdI Buonguerrieri, che prevede
lo sfratto in soli dieci giorni. Se approvato si eliminerebbe la notifica del
preavviso di rilascio e si stabilirebbe che gli inquilini con sfratto non siano
più avvertiti di una data precisa di esecuzione, ma siano solo informati con la
semplice notifica dell’atto di precetto. Decorso il termine di dieci giorni, lo
sfratto potrebbe avere inizio ed essere eseguito entro 30 giorni dalla notifica.
L’esecuzione dello sfratto, bontà loro, potrà essere rinviata una sola volta, e
per non più di 60 giorni, esclusivamente in presenza di situazioni di
particolare delicatezza: presenza di ultrasettantenni, disabili o malati.
Nulla vieta che data la impossibilità attuale da parte delle forze dell’ordine
di eseguire gli sfratti in numero superiore a quelli che si eseguono circa
20.000 l’anno, non emerga, di nuovo, la proposta, incostituzionale, di affidare
le esecuzioni a guardie giurate. Una proposta paventata da associazioni dei
proprietari e da qualche area della maggioranza di destra.
Il ministro Foti ha dichiarato che a fronte di questa ulteriore forzosa
espulsione di massa degli inquilini con sfratto, il governo dovrebbe stanziare
circa 4 miliardi di euro di risorse complessive, indirizzate all’edilizia
residenziale pubblica, sociale e convenzionata. In realtà di questi 4 miliardi
di euro non vi è alcuna traccia nell’ultima legge di bilancio, mentre vi è
evidente traccia dello spin off, al quale sta lavorando Mario Abbadessa ex
manager, di Hines che ha lasciato il colosso americano del Real estate dopo
averlo guidato per 10 anni con attività che in Italia, sotto la sua direzione,
ha prodotto operazioni per un valore complessivo di circa 8 miliardi di euro,
concentrate tra Milano, il Nord Italia e Firenze, anche con interventi anche in
altre località italiane: si veda l’osteggiato studentato di lusso che Hines
dovrebbe realizzare a Roma sull’area degli ex mercati generali.
La stessa Meloni ha recentemente parlato di un piano casa da 100 mila case in 10
anni, attenzione non case popolari, che rappresenterebbero un pannicello caldo,
solo tenendo conto del fatto che nei prossimi 10 anni, con i numeri degli ultimi
anni potremmo avere 400 mila ulteriori sentenze di sfratto e oltre 200 mila
famiglie che saranno sfrattate con la forza pubblica, senza l’accelerazione
delle esecuzioni desiderata dal governo.
Con questi presupposti si chiarisce la linea “programmatica” sulle politiche
abitative del governo. Da una parte: aumento delle esecuzioni forzose di
sfratti; dall’altra; finti piani casa che si rivolgono essenzialmente ai nuovi
fabbisogni: persone separate, anziani, studenti, ritenuti maggiormente
solvibili. Non è un caso che la legge di bilancio ha stanziato 20 milioni di
euro per sostegno all’affitto di persone separate. Ma davvero sono queste le
priorità? Davvero le 40.000 sentenze di sfratto su 4,5 milioni di case in
affitto, meno dell’1% delle abitazioni locate, rappresentano un ostacolo alla
locazione? Tenuto conto che l’85% delle sentenze è per morosità, frutto di
povertà e lavoro povero, non è che l’emergenza vera è rappresentata dal caro
affitti, nonostante le cedolari secche che costano per mancati introiti allo
Stato 3,1 miliardi di euro l’anno e non hanno prodotto alcuna calmierazione
degli affitti? Davvero serve un Piano casa basato su offerte della finanza
immobiliare non certo dedita alla realizzazione di case popolari?
In Italia si affronta la precarietà abitativa con un aumento della repressione e
utilizzo ulteriore di forza pubblica e negandole dignità politica e
programmatica.
L'articolo Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di
repressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può
professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”.
Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One
Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non
parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un
intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre
settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando
apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per
l’aborto”.
A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più
equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero
permettersi solo le benestanti.
Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle
donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di
gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne
all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a
una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle
donne che abortiscono.
La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto
storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo
femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato.
Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e
giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle
scelte, dalla piena cittadinanza.
Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e
femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
“Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha
chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’,
‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza
della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie
maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio,
Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su
di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la
capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica
ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa
a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.
Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli
uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza
delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione
di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.
Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il
momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle
donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni
autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.
Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per
l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando
la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.
C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello
che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito,
facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di
Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni,
i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.
Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non
vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla
contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e
alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali
Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria
degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a
sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie
sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al
massimo, qualche prudente e blando monito.
Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro
le donne secoli fa e mai interrotta.
Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il
disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale,
arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola
“consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e
autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.
Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la
legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere
maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro
e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto
camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle
donne.
La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco
della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la
Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non
si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse,
i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.
Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno
più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli
nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli
inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di
esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il
diritto di decidere se essere madri o non esserlo.
Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto
clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.
L'articolo Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra
contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un appello indirizzato alla Mattel a seguito della decisione aziendale di creare
e vendere, tra i vari prodotti, anche la Barbie autistica, che è stata
considerata “una scelta inopportuna, confusa, che enfatizza solo pochi aspetti
di una miriade di caratteristiche e peculiarità delle singole persone con
autismo”. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Fabrizia Rondelli, autrice
dell’appello oltre che presidentessa dell’Ortica di Milano, associazione che
lavora con persone autistiche che ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro nel 2022 ed è
tra i fondatori della Fondazione Oltre il Blu che ospita presso Cascina Croce
Piaggi in Val di Nizza (Pavia) il laboratorio della Banda dell’Ortica con un
progetto inclusivo per adulti autistici in vista del Dopo di noi che intende
favorire l’autonomia abitativa e lavorativa di adulti con disturbo dello spettro
autistico e con altre disabilità attraverso periodi di vacanza, soggiorni
temporanei, fino a una permanenza stabile in un contesto comunitario.
Nell’appello la Banda dell’Ortica si rivolge alla Mattel che ha inserito la
bambola autistica nella linea Fashionistas, la collezione ideata per
rappresentare la pluralità di corpi e condizioni, in un progetto iniziato nel
2019 quando l’azienda per la prima volta ha introdotto bambole con disabilità.
Va detto che il mondo delle associazioni è diviso sulla positività o meno della
creazione della Barbie autistica da parte di una delle principali case di
giocattoli a livello mondiale. “Il messaggio che arriva, soprattutto a chi non
conosce l’autismo, è sbagliato e fuorviante – sostiene Rondelli – perché ci sono
molteplici caratteristiche che potrebbero, se proprio se ne sente la necessità,
delineare una sorta di eventuale profilo di una persona con autismo. E se così
fosse allora dovrebbero fare decine di bambole differenti tra loro, o avrebbero
potuto creare un Ken visto che in percentuale gli uomini con autismo sono in
netta maggioranza rispetto alle donne”.
Da diversi anni si parla diffusamente di autismo, vista anche una crescita
notevole delle nuove diagnosi che stanno raggiungendo cifre consistenti, quasi 1
bimbo autistico diagnosticato ogni 60 negli Stati Uniti. Un trend in forte
aumento a livello internazionale. “Piuttosto che far giocare i bambini con la
Barbie autistica – aggiunge Rondelli che è anche mamma di un ragazzo con autismo
– si potrebbe chiedere ad esempio alla Mattel di sostenere concreti progetti
specifici di inclusione sociale, fornire risorse adeguate garantendo pari
opportunità nel mondo del lavoro o aiutare i caregiver familiari con figli o
figlie che vivono nello spettro autistico che comporta delicate sfide quotidiane
oltre che battaglie complesse per vedere riconosciuti diritti e assistenza”.
Rondelli quindi si rivolge direttamente alla Mattel con una domanda: “Se davvero
vuole sensibilizzare aiutando il cosiddetto mondo autistico, perché non
incomincia a chiedersi cos’è questo mondo, cosa vuole e di che cosa avrebbe
bisogno?”. “Magari scopre”, è scritto nell’appello, “che può fare molte più cose
per noi piuttosto che produrre dei giocattoli. Quindi faccio una lista di ciò di
cui abbiamo REALMENTE bisogno tutti noi insieme: la nostra casa, quella della
Fondazione Oltre il Blu, è molto costosa e una bella donazione sarebbe cosa
gradita, quest’anno vorremmo comprare un furgoncino, la nostra vecchia auto
oramai non ce la fa più a scarrozzarci, inoltre vorremmo anche creare una serra
perché ci fa molto bene lavorare con la natura”.
L'articolo Appello alla Mattel dopo la Barbie autistica: “Vuole sensibilizzare
davvero? Sostenga dei progetti per l’inclusione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Uomini tra i cinquanta e i sessant’anni, contattati attraverso social network e
piattaforme di incontri, convinti di accogliere in casa una persona per un
rapporto consensuale. Invece, dietro quelle porte chiuse, li aspettavano
violenze, rapine e minacce. Persone stordite, in alcuni casi immobilizzate con
fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, costrette a consegnare contanti o
a effettuare bonifici istantanei. E poi il ricatto: pagare o tacere, con la
minaccia di diffondere immagini e video intimi a familiari e contatti personali.
È questa la vicenda al centro della sentenza pronunciata martedì 27 gennaio dal
tribunale di Bologna.
La giudice Maria Cristina Sarli, accogliendo la richiesta della Procura (pm
Elena Caruso), ha condannato l’imputato principale a sei anni e otto mesi di
reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. La pena, già ridotta per
effetto del rito abbreviato scelto dall’uomo — reo confesso — è accompagnata da
una multa. Alla compagna, accusata di riciclaggio, sono stati inflitti due anni
di reclusione, con sospensione condizionale della pena.
Dietro la sentenza, però, c’è soprattutto il coraggio di chi ha deciso di
parlare. “Questa indagine esiste perché alcune delle vittime hanno scelto di
denunciare, nonostante le minacce”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocata
Fiorella Shane Arveda, che ha assistito una delle persone offese. “È un punto
fondamentale: senza quella denuncia, questa serie di rapine non sarebbe mai
emersa e, per colpa dello stigma, i carnefici l’avrebbero fatta franca”. Le
vittime accertate sono almeno sei a Bologna. Quattro si sono costituite parte
civile, mentre una si è rivolta allo Sportello legale del Cassero, trovando
supporto e orientamento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la dinamica
era sempre la stessa. “Si tratta di uomini tra i 50 e i 60 anni”, ricostruisce
Arveda, “che mettono a disposizione il proprio domicilio per un incontro
sessuale. L’aggressore finge il consenso, entra in casa e a quel punto la
vittima è completamente esposta”.
Le violenze non sono state identiche in ogni episodio, ma tutte le persone
offese sono state almeno stordite. “Nel caso che seguo io”, racconta l’avvocata,
“la vittima è stata legata ai polsi e alle caviglie con fascette di plastica e
costretta a fare bonifici istantanei per circa 3.500 euro, con causale ‘regalo’,
a favore della compagna dell’imputato”. Oltre alle condanne penali, il giudice
ha disposto dei risarcimenti tra i 5.000 e i 6.000 euro per ciascuna vittima. Il
risarcimento complessivo verrà definito in sede civile. Ma il dato più
allarmante, sottolinea Arveda, è la ripetitività dello schema. “Non parliamo di
un episodio isolato. Quando questo meccanismo funziona, tende a essere
replicato: dagli stessi soggetti o da altri, anche in città diverse”. Un
elemento cruciale della vicenda è l’orientamento sessuale delle vittime. Anche
se non esiste una specifica aggravante prevista dalla legge, il contesto è
tutt’altro che neutro. “L’omosessualità viene usata come leva“, spiega
l’avvocata. “Chi aggredisce sa di poter contare sulla vergogna, sulla paura
dell’outing, sul timore di non essere creduti. È questo che tiene molte persone
lontane dalla denuncia”.
Un quadro che trova conferma anche nei dati raccolti dallo Sportello legale del
Cassero e dal Centro antidiscriminazione di Spazio Cassero, finanziato da Unar:
in media una persona ogni due giorni si rivolge ai servizi per segnalare episodi
di violenza o discriminazione. Anche il procedimento concluso oggi è partito dal
passo, tutt’altro che scontato, di una vittima che ha deciso di rivolgersi a un
legale. “Denunciare è difficile, soprattutto quando si parla di incontri
sessuali e di omosessualità”, osserva Arveda. “Ma è fondamentale farlo bene. Una
denuncia dettagliata, costruita con attenzione, ha molte più possibilità di
essere presa sul serio in un sistema giudiziario già sovraccarico”. In questo
percorso, il ruolo dei servizi di comunità è decisivo. “Molte persone si fidano
di più perché sanno di non essere giudicate. Questo può fare la differenza tra
il silenzio e l’emersione di reati che altrimenti resterebbero sommersi”. “Le
vittime non hanno alcuna colpa”, conclude l’avvocata. “Minacce, estorsioni e
diffusione non consensuale di materiale intimo sono reati gravi. Denunciare non
è solo una tutela individuale: è l’unico modo per impedire che queste violenze
continuino a ripetersi”.
L'articolo Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle:
condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Migliorare la consapevolezza dei loro diritti e sostenere le persone con
disabilità di origine straniera provenienti da contesti molto diversi. È nato il
primo Osservatorio permanente sulle persone con disabilità e background
migratorio, promosso dalla Fondazione ISMU-Iniziative e Studio per la
multietnicità in collaborazione con LEDHA-Lega per i diritti delle persone con
disabilità e Caritas Ambrosiana. Si origina dall’esperienza del progetto
“CiSiamo” per favorire il lavoro in rete degli enti del Terzo settore e
contrastare le discriminazioni multiple che subiscono in particolare donne e
uomini con disabilità e di origini straniere. “L’Osservatorio vuole proseguire
il confronto e la collaborazione tra le realtà promotrici, oltre ad allargarlo
ad altri enti e associazioni che si occupano di questi temi sociali e inclusivi,
per approfondire le caratteristiche e i bisogni specifici di questa fascia di
popolazione che spesso fatica a trovare risposte nei servizi pubblici e nel
privato sociale”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Giovanni Merlo, direttore
Ledha che aggiunge come “l’obiettivo di fondo è raggiungere quante più persone
con disabilità e background migratorio possibile, per fare in modo che possano
diventare consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità, conoscere le
opportunità presenti nella società ed essere protagoniste della loro vita
personale, familiare e sociale”. Il Comune di Milano, in particolare il Milano
Welcome Center per persone migranti e rifugiate e la rete dei 40 enti del Terzo
settore con cui il servizio è in coprogettazione, ha aderito all’iniziativa e
l’Osservatorio è aperto alla partecipazione di ulteriori soggetti interessati a
contribuire a questo lavoro condiviso.
“L’Osservatorio muoverà nelle prossime settimane i suoi primi passi, una volta
raccolte le disponibilità e l’interesse di altre organizzazioni di farvene
parte”, spiega Merlo. “È ragionevole pensare che svolgerà, prima di tutto,
un’attività di ricognizione della situazione, in base ai pochi dati disponibili
e alle tante esperienze delle organizzazioni che fanno parte dell’Osservatorio”.
Per il direttore di LEDHA “sarà necessario fare emergere, anche sulla scorta del
progetto “CiSiamo”, i problemi e le situazioni concrete che vivono le persone
con disabilità e con background migratorio insieme agli esempi di iniziative ed
esperienze positive già in atto”. L’obiettivo sarà comunque quello di ridurre le
distanze, cioè di trovare i canali di comunicazione e relazione per rendere
protagoniste e coscienti dei propri diritti le stesse persone in merito alle
attività in loro favore. Sul territorio della Città Metropolitana di Milano
“purtroppo non è possibile ipotizzare una cifra indicativa di quante persone con
disabilità migranti sono potenzialmente interessate perché non abbiamo dati
specifici su questo tipo di persone e questa mancanza segna quanto la condizione
di vita delle persone con disabilità e con background migratorio sia ancora poco
conosciuta e poco considerata. Anche per questo motivo”, aggiunge al Fatto.it
Merlo, “è importante che l’Osservatorio inizi presto a funzionare”.
Il problema principale per queste persone verso cui è dedicato l’Osservatorio
rappresenta l’accesso alle informazioni: la barriera linguistica, soprattutto
per chi è arrivato da poco in Italia, rappresenta spesso un ostacolo importante,
per reperire informazioni sui servizi, le modalità e i criteri di accesso. Più
in generale resta il tema della consapevolezza rispetto ai diritti esigibili:
solo se si conoscono i propri diritti è possibile agire per esercitarli.
“Ancorché vittime di una invisibilità che concorre a oscurarne i bisogni,
limitarne l’accesso ai servizi, ostacolare la segnalazione degli episodi di
discriminazione, inibire la valorizzazione del loro potenziale, le persone con
disabilità e background migratorio sono in grado di sollecitare risposte
innovative, costruite dal basso imparando dalle situazioni concrete e
valorizzando lo straordinario patrimonio di conoscenze, esperienze e sensibilità
di cui sono depositari tanto gli operatori dei servizi, quanto le stesse persone
a rischio di esclusione”, afferma Laura Zanfrini, responsabile del settore
Economia, lavoro e welfare di Fondazione ISMU e ideatrice del progetto da cui è
nato l’Osservatorio. “La nostra ambizione”, continua Zanfrini, “è di promuovere
un salto di qualità nella capacità di corrispondere ai bisogni e alle
potenzialità di una società sempre più eterogenea. Trasformando la vulnerabilità
in valore aggiunto”.
Come le donne con disabilità doppiamente vittime di discriminazioni e violenze
anche le persone disabili provenienti da altri Paesi affrontano condizioni di
vita più pesanti rispetto alla media nazionale. “Sempre più spesso”, evidenzia
Merlo, “ci troviamo a dover affrontare episodi di discriminazione
intersezionale, in cui la dimensione della disabilità si interseca con altre
caratteristiche della persona come ad esempio il genere, l’orientamento sessuale
e, nel caso di questo progetto, il background migratorio”. La collaborazione con
realtà del Terzo settore che si occupano di migrazioni è fondamentale per LEDHA
perché consente di rispondere in modo più efficace e competente ai bisogni
complessi delle persone con disabilità di altre nazionalità, offrendo strumenti,
informazioni e tutele realmente accessibili. “In questo percorso, LEDHA metterà
a disposizione dell’Osservatorio il proprio patrimonio di competenze ed
esperienze, contribuendo a rafforzare il lavoro di tutte le realtà coinvolte”,
conclude Merlo.
L'articolo Disabilità e migrazione, nasce un Osservatorio contro le
discriminazioni multiple proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ispezioni a sorpresa e sgomberi annunciati nel giro di poche ore”. Succede a
Calvairate, quartiere popolare di Milano, dove il Comitato Inquilini denuncia
che gli ispettori di Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale Milano) hanno
effettuato controlli in diversi alloggi occupati, “concentrandosi in particolare
su donne sole con figli minori”. E “in almeno un caso, quello di una madre e di
sua figlia, all’ispezione è seguito il distacco dell’energia elettrica e
l’ordine di lasciare l’abitazione entro due o tre giorni”.
La vicenda che sta sollevando maggiori polemiche riguarda una donna e la figlia,
che vivevano da circa sei anni in un alloggio Aler di via Tommei 2. Secondo
quanto riferito dal Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti, giovedì 22
gennaio gli ispettori si sono presentati nell’appartamento: nello stesso giorno
il contatore della luce è stato rimosso e alla donna è stato comunicato che lo
sgombero sarebbe avvenuto a breve. L’utenza elettrica era intestata al
precedente inquilino, ma la donna si è difesa dicendo che la bolletta veniva
regolarmente pagata: una condizione frequente per chi occupa senza titolo, dal
momento che gli occupanti abusivi non possono intestarsi le forniture. Il caso
di via Tommei non sarebbe isolato. Secondo il Comitato Inquilini
Molise-Calvairate-Ponti, negli ultimi giorni situazioni simili stanno
interessando diverse famiglie del quartiere, tutte composte da donne sole con
bambini. “Gli ispettori stanno minacciando sgomberi senza rispettare i normali
iter previsti dalla normativa”, spiega a ilfattoquotidiano.it Grazia Casagrande,
del Comitato. “In alcuni casi si tratta di nuclei con minori con disabilità”.
Tutte le famiglie coinvolte, sottolinea il Comitato, sono seguite da anni dai
servizi sociali del Comune di Milano e dal Comitato. “Il problema è che gli
sgomberi vengono annunciati all’improvviso e poi scaricati sui servizi sociali,
che hanno tempi di intervento lunghi. In questi casi l’unica alternativa che
riescono a proporre è l’accoglienza provvisoria alla Casa Jannacci, una
soluzione che per un minore è insostenibile. Nel frattempo le persone restano
senza casa o senza utenze essenziali” aggiunge Casagrande.
La situazione della donna e della figlia ha portato a una mobilitazione nel
quartiere. Venerdì 23 il Comitato si è attivato mobilitandosi davanti al civico
di via Tommei 2, replicato anche nei giorni successivi. Lunedì 26 gennaio e
martedì 27 gennaio, alle 8, i compagni di classe della piccola, insieme alle
madri, si sono ritrovati sotto casa per accompagnarla a scuola e per evitare che
la mamma uscisse di casa. Un’iniziativa che, fanno sapere, verrà ripetuta finché
da Aler o dalla Prefettura non arriveranno risposte. “Abbiamo chiesto di
sospendere gli sgomberi almeno fino alla fine dell’anno scolastico, per tutelare
la salute di bambini già provati da situazioni di forte instabilità. In questo
modo, durante l’estate, le madri avrebbero più tempo per cercare una soluzione
abitativa”, dice Casagrande. Sul caso, riferisce il Comitato, c’è stato un
contatto diretto con il presidente di Aler. “Ci ha detto di non essere a
conoscenza di sgomberi imminenti e ha garantito all’assessore comunale alla Casa
e alle Politiche sociali di Milano che, al momento, non ci sarà uno sgombero”.
Al momento però, non risulta che ci sia stato il ripristino dell’elettricità e
la famiglia è ancora al buio.
Secondo il Comitato, il nodo è anche quello dei criteri adottati negli
interventi. “Nel quartiere esistono situazioni di abusivismo molto più gravi che
non vengono toccate”, afferma Casagrande. “Per esempio, in altri stabili ci sono
subaffitti e attività di spaccio. Qui invece si interviene su madri sole con
bambini. Manca una gerarchia e si colpiscono solo i più deboli”.
A complicare ulteriormente il quadro è l’assenza di alternative. Gli occupanti
abusivi, per normativa, non possono presentare domanda per una casa popolare né
accedere a soluzioni abitative transitorie per cinque anni. “Si tratta di donne
sole con figli a carico. Nel caso di questa famiglia il padre è scomparso
durante la gravidanza e la madre ha potuto contare solo su lavori saltuari e
irregolari. In un altro caso parliamo di una donna con quattro figli rimasta
vedova dopo la morte del marito, avvenuta due o tre anni fa all’ortomercato,
dove lavorava in nero. Oggi vive di lavoretti e uno sgombero sarebbe una
tragedia. Ci sono anche due madri sole con figli con disabilità che, pur avendo
un lavoro regolare, non riuscirebbero comunque a sostenere i costi degli affitti
privati a Milano” aggiunge Casagrande.
Il Comitato denuncia come le case popolari rimangano vuote. Nel quartiere di
Calvairate, secondo i dati raccolti, gli alloggi Aler sfitti sarebbero circa
300, chiusi con lastre di acciaio e inutilizzati. “Qui si riprendono le case e
poi restano vuote, mentre famiglie fragili vengono allontanate senza preavviso.
È questa la contraddizione” conclude Casagrande.
Sul caso la vicepresidente Pd della commissione Casa del Comune Simonetta
D’Amico, interpellata da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato: “Il metodo
adottato è sbagliato e sproporzionato. Nelle operazioni di sgombero vanno
rispettati criteri chiari di gravità e priorità sociale, tutelando in modo
particolare i nuclei con minori”. Secondo D’Amico anche se l’intervento sembra
essere stato bloccato per il momento, il caso resta critico: “Il presidente di
Aler ha assicurato che non si procederà allo sgombero, ma l’abitazione resta
senza luce dopo l’intervento degli ispettori con i carabinieri: è inaccettabile
aggravare situazioni di fragilità e compromettere la continuità educativa dei
bambini, anche considerando che molti alloggi sgomberati restano poi vuoti”.
L’esponente del Comune ha poi concluso tirando in ballo la Regione: “È
necessario cambiare la normativa regionale affinché consenta di intervenire in
modo strutturale a sostegno delle persone in stato di bisogno, evitando di
produrre nuova emergenza sociale”.
L'articolo Milano, minaccia di sgombero per una donna e la figlia di 9 anni. Il
quartiere protesta in difesa della famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.