A otto mesi dalla morte in Svizzera della triestina Martina Oppelli, affetta da
sclerosi multipla da oltre 20 anni, Marco Cappato e le altre tre persone che
hanno aiutato la donna ad andare all’estero per ricorrere al suicidio assistito
hanno deciso di autodenunciarsi a Trieste.
Martina Oppelli – ricorda l’Associazione Coscioni – aveva deciso di andare in
Svizzera dopo 2 anni di battaglie legali e tre dinieghi ricevuti dall’azienda
sanitaria Asugi nonostante la completa dipendenza dall’assistenza continuativa
dei caregivers e da presidi medici (farmaci, catetere e macchina della tosse),
secondo l’azienda sanitaria non era sottoposta ad alcun trattamento di sostegno
vitale (1 dei 4 requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale sul
caso Dj Fabo\Cappato per poter accedere alla morte volontaria assistita in
Italia). Oppelli aveva anche denunciata l’azienda sanitaria per tortura.
“Non avrei mai voluto prendere questa decisione, determinata da anni di
sofferenza e da una patologia che non può essere curata e che per me è come una
spada di Damocle – disse la donna in un video appello – Convivo con questi
sintomi da un quarto di secolo e l’ho sempre fatto con dignità, con speranza,
perché amo la vita, che è stupenda e va rispettata. Ma sono arrivata a un punto
in cui il dolore è devastante: io ormai muovo solo la testa, riesco ancora a
lavorare tramite i comandi vocali, ma la fatica è tanta e non ce la faccio più.
La mia non è una scelta di disperazione, ma una scelta d’amore verso la vita che
ho avuto”.
Cappato e gli attivisti andranno giovedì alle 9.30 presso la questura di
Trieste. A seguire alle 11 si terrà una conferenza stampa presso il Caffè San
Marco. Saranno presenti Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione
Soccorso Civile e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni; Filomena Gallo,
avvocata, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e legale di
Martina Oppelli; Claudio Stellari e Matteo D’angelo, attivisti dell’Associazione
Soccorso Civile che hanno accompagnato Martina Oppelli in Svizzera; Felicetta
Maltese, attivista di Soccorso Civile che ha fornito aiuto logistico al viaggio
L'articolo Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato
Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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“Per la prima volta non andrò a votare”. A scriverlo sulla propria pagina
Facebook è Iacopo Melio, consigliere regionale toscano del Pd con disabilità
motoria in carrozzina che alle elezioni regionali toscane del 2020 è stato il
più votato nel collegio Firenze 1 contribuendo alla vittoria di Giani contro
l’avversaria Ceccardi.
Melio ieri domenica 22 marzo ha voluto spiegare il motivo per cui non si è
potuto recare alle urne in occasione del Referendum costituzionale sulla
giustizia, raccontando che, alla sua condizione, “da mercoledì si è aggiunta una
bruttissima influenza con i miei conseguenti problemi respiratori”. Motivo che
lo ha costretto a restare a casa, evidenziando la questione del mancato diritto
di suffragio a domicilio in casi particolari di sopraggiunti gravi problemi di
salute a pochissimi giorni a ridosso delle votazioni che colpiscono le persone
che già vivono condizioni di grave fragilità. Va detto che la legge italiana
garantisce il diritto al voto assistito a domicilio in determinate circostanze e
con una richiesta anticipata fra il 40° e il 20° giorno antecedente la data di
votazione. Voto in casa previsto “in favore degli elettori affetti da gravissime
infermità che si trovino in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da
apparecchiature elettromedicali tali da impedirne l’allontanamento
dall’abitazione”.
Il caso specifico sollevato dal fondatore della onlus Vorrei prendere il treno è
significativo e rende nota una criticità nel sistema organizzativo che ne
impedisce nei fatti di esercitare il diritto al suffragio a domicilio. Melio ha
ricordato di aver già votato in condizioni estremamente complesse come quando
“ho votato con la mascherina il 20 settembre 2020, uscendo nonostante l’alto
rischio Covid”, oppure quando “ho perfino votato alle politiche del 25 settembre
2022 dal Centro Don Gnocchi di Firenze, dove ero ricoverato un mese dopo
l’operazione della tracheostomia”.
Il consigliere Pd che si occupa in particolare di diritti, libertà e parità ha
messo nero su bianco che “stavolta non ce la farò e allora ho deciso di
raccontarlo per tre motivi”. “Il primo è la trasparenza: ho un impegno verso
oltre 11.000 cittadine e cittadini che mi hanno dato fiducia permettendomi di
entrare nel Consiglio regionale della Toscana, perciò da rappresentante delle
Istituzioni ritengo doveroso che si sappia”. Melio aggiunge che “il secondo
(motivo, ndr), per provare a far tacere (e lo dico senza inutili pietismi)
questo sottofondo di senso di colpa perché resterò sempre un cogl**ne di
idealista che crede nella gentilezza di una matita indelebile come
l’antifascismo” e “poi il terzo, quello forse più importante: perché non lo
trovo giusto (non far votare da casa le persone con gravi disabilità con
improvvisi peggioramenti di salute, ndr) , per me ma soprattutto per troppe
altre persone che vorrebbe esercitare a pieno un loro diritto”.
Nel suo messaggio su Facebook ricorda come la legge preveda il voto a domicilio
se ci sono “condizioni di intrasportabilità” e che “solo in questi casi occorre
presentare domanda scritta al proprio Comune con un Certificato medico della ASL
che attesti ‘la grave infermità’, e la conseguente impossibilità di lasciare
l’abitazione, spesso almeno 60 giorni prima del voto”. Ma ci sono ulteriori
condizioni che dovrebbero in ogni caso essere prese in considerazione per
garantire la piena attuazione del diritto al suffragio. “Tutto giusto”, aggiunge
Melio, “ma dovremmo includere anche le situazioni borderline come la mia, in cui
oggi stai bene, domani benino e fra tre giorni potresti ritrovarti un po’ di
tosse a rischiare il calzino prima di poter vedere i tuoi oppositori politici
godersi la pensione”.
Ultimo ma altrettanto importante aspetto che Melio ha evidenziato è un pensiero
rivolto agli assistenti personali delle donne e uomini con disabilità. “Quando
inizieremo a pensare davvero ai caregiver?”, ha scritto, “perché quello dei miei
genitori di poter andare a votare a turno, assistendomi in modo alternato, è un
lusso che non tutte e tutti possono permettersi. Magari perché si è soli o
magari perché occorre una doppia presenza”. Il post termina con una
considerazione finale. “Mi si dirà che in questi casi ‘ci sono altre priorità’,
eppure non sono d’accordo perché chi vive una disabilità o una malattia,
direttamente o indirettamente, ha il diritto e il dovere di scegliere quelle
politiche che ritiene più rispettose delle sue necessità proprio per provare a
cambiare determinate condizioni”.
L'articolo Referendum, Melio (Pd): “Per la prima volta non voterò”. Il caso
rivela i limiti del voto a domicilio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Eppure il vento soffia ancora”, scriveva e cantava Pierangelo Bertoli. Il vento
dell’antifascismo, della gratitudine di un governo ai combattenti che nella
prima metà del secolo scorso lottarono e morirono “a favore della libertà e
della democrazia”. Non è però il governo italiano di Giorgia Meloni a esternare
la gratitudine ma quello spagnolo di Pedro Sánchez. Novanta anni dopo il colpo
di Stato da cui prese origine la lunga dittatura fascista e oppressiva del
generale Francisco Franco, la Spagna rende onore ai combattenti delle “Brigate
Internazionali” che da tutto il mondo si recarono a difendere la democrazia in
appoggio delle forze armate repubblicane. Lo fa concedendo la nazionalità
spagnola onoraria a 171 figli e nipoti di quei combattenti che hanno dimostrato
“un impegno costante nel diffondere la memoria dei loro antenati”.
Bruna Pattacini, moglie di Pierangelo Bertoli, e i loro quattro figli Lorna,
Emiliano, Alberto e Petra, figurano nell’elenco dei discendenti di quei
combattenti che compongono il gruppo più numeroso per nazionalità: gli italiani.
Bruna si dice semplicemente commossa per questo riconoscimento. Il padre di lei
e della sorella Alice era Fausto Pattacini “Sintoni”, apprendista calzolaio che
a 21 anni nel 1938 espatriò clandestinamente e si arruolò nella Brigata
Garibaldi combattendo in Spagna sul duro fronte del fiume Ebro. Terminata quella
“trasferta” fu internato nei campi di prigionia francesi, conobbe il confino a
Ventotene e venne condannato per renitenza alla leva prima di passare alla
Resistenza col ruolo di comandante della divisione SAP di pianura a Reggio
Emilia. Nel dopoguerra lavorò come funzionario della Federazione Comunista nella
sua città. Un curricolo di combattente che si ripete nelle storie degli altri
italiani ai cui discendenti va oggi il riconoscimento del governo spagnolo.
Diciassette di loro sono emiliano romagnoli di Forlì, Ravenna e Fusignano; di
Reggio Emilia, Sassuolo e Formigine. Altri sono originari di Milano e Roma, di
Napoli e Venezia, di città e Paesi del Veneto e della Lombardia, della Campania
e delle Marche, del Piemonte e del Friuli. Dall’estero a combattere quella
guerra contro la dittatura arrivarono da tutto il mondo. Nell’elenco diffuso il
4 novembre 2025 il governo spagnolo cita 47 italiani ma figurano discendenti di
combattenti nati a Cuba e negli Stati Uniti; in Tunisia, Cecoslovacchia,
Polonia, Albania e nella ex Iugoslavia; in Francia, Scozia, Germania e
Inghilterra. Ai quali si aggiungono i provenienti da Paesi lontani come Messico
e Nuova Zelanda, Uganda, Bolivia, Venezuela e Sudan. Un combattente arrivò in
Spagna anche dall’Uzbekistan, ma chiamandosi sua figlia Stellina Ossola è facile
immaginare di che nazione fosse originario.
Alberto Bertoli ricorda oggi il nonno combattente dicendo che tutta la famiglia
si sente orgogliosa del suo impegno contro il fascismo, sebbene la lotta di
Liberazione abbia sconvolto la prima parte della vita privata di Fausto Sintoni,
sacrificata “al dovere di lottare per la libertà e per la dignità di tutti gli
uomini e le donne”. Questo riconoscimento, aggiunge Alberto che si è affermato
come cantautore sulle orme del padre, “ci onora, perché arriva nel momento
giusto. In un’epoca segnata dalla egemonia dei soldi e delle guerre, dai
rigurgiti del fascismo e dalla compressione dei diritti dei cittadini”.
Parole che risuonano con quelle pronunciate dal presidente spagnolo Pedro
Sánchez: “Per la Spagna libera e democratica che siamo, sarà un onore poter
chiamare compatrioti i discendenti dei combattenti. Riconoscendo loro questo
diritto, facciamo appello alla difesa stessa della democrazia in un momento di
minaccia e regressione in tutto il mondo”.
Nell’ottobre del 1938, l’allora Primo Ministro spagnolo Juan Negrín aveva
promesso “diritto e onore” ai membri delle Brigate Internazionali ritirate
dall’Esercito Popolare della Repubblica. La promessa in Spagna è stata mantenuta
e in Emilia-Romagna il 27 marzo tutti i discendenti dei combattenti saranno
ricevuti dal presidente della Regione Michele De Pascale e dall’ambasciatore
spagnolo in Italia Miguel Fernandez-Palacios. Per dire loro che l’unità dei
valori antifascisti è ancora capace di superare confini e barriere. Di opporsi,
per concludere con le parole della canzone di Pierangelo Bertoli, al “freddo
interesse” che ha “sbarrato le porte alla vita”.
L'articolo Cittadinanza spagnola agli eredi delle Brigate internazionali, tra
loro la famiglia di Pierangelo Bertoli: “Un onore” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Le scatole restano chiuse. Dentro ci sono spazzolini monouso imbustati,
dentifrici in formato singolo, bustine di shampoo e doccia schiuma. Materiale
pronto, già utilizzabile. Ho raccolto tutto per colmare ciò che nei bagni
pubblici non viene fornito. Non è simbolico, non è facoltativo: è ciò che serve
per lavarsi.
La destinazione è chiara: i bagni pubblici di via Bianzè, a Torino.
Eppure il materiale non arriva. Nonostante sia pronto, nonostante io abbia preso
l’iniziativa, tutto resta fermo. Chi entra in quei bagni con il buono comunale
trova solo acqua. Niente sapone, niente shampoo, niente asciugamani. Non è un
caso, non è un incidente: è il funzionamento ordinario.
Perché? Perché ciò che è già disponibile non può essere consegnato? A chi devo
rivolgermi? Serve un’autorizzazione, un passaggio intermedio, una firma? Ho
chiesto, telefonato, inviato messaggi, segnalato la situazione sui social.
Nessuna risposta concreta. Nessuna procedura chiara. Solo silenzio.
Chi lavora dentro la struttura conferma: il buono vale solo acqua. Tutto il
resto non rientra. Non è un limite economico, non è un problema organizzativo: è
una scelta del sistema. E il sistema, così com’è, ignora chi ha bisogno.
Il paradosso è evidente. Da una parte il Comune limita il servizio; dall’altra
io metto a disposizione ciò che potrebbe completarlo. E nessuno apre la porta.
Chi frequenta il servizio si adatta. Alcuni usano comunque il buono. Altri meno.
Non sempre si tratta di scelta: spesso è esperienza. Chi sa già cosa troverà
evita. Chi torna affronta la mancanza.
Domande aperte: il Comune è al corrente del fatto che il buono garantisce solo
acqua? Ritiene accettabile che chi non ha nulla debba pagare anche per il
sapone? È questa la minima linea di dignità prevista dai servizi pubblici?
Quanto tempo ancora deve passare prima che un gesto elementare come lavarsi non
diventi un percorso di ostacoli burocratici e imposizioni inutili?
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Le scatole restano lì, piene, ordinate, inutilizzate. Servirebbe solo
un’indicazione chiara: dove consegnarle, a chi, come. Ma non arriva nulla.
Nel frattempo continuo a portare da mangiare. Perché almeno il corpo non resti
affamato. Ma resto con la speranza che domani, finalmente, qualcuno possa anche
lavarsi.
L'articolo Ho consegnato ciò che nei bagni pubblici non viene fornito, ma il
materiale resta inaccessibile. Perché? proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una novità per accedere al voto assistito nei seggi elettorali a
disposizione delle persone con disabilità. L’EU Disability Card diviene un
documento valido per votare a partire dal prossimo referendum costituzionale
sulla giustizia previsto il 22 e 23 marzo. È quanto indicato dalla circolare
n.32 del 13 marzo 2026 emessa dalla Direzione Centrale per i Servizi Elettorali
del ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi. La direttiva contiene
una serie di specifiche indicazioni operative volte a “semplificare e
uniformare” le procedure durante le operazioni di suffragio. Diritto al voto per
le persone con disabilità, va detto, non sempre accessibile e garantito a tutti.
Adesso la Disability Card risulta così documentazione idonea per le donne e
uomini con disabilità maggiorenni a tutti gli effetti per attestare la necessità
di essere accompagnati in cabina da un familiare o da un’altra persona di
fiducia, iscritta alle liste elettorali, evitando la richiesta di ulteriori
certificazioni ai seggi che saranno aperti dalle 7 alle 23 nella giornata di
domenica e dalle 7 alle 15 di lunedi. Per consentire il diritto di esercitare il
voto assistito tramite EU Disability Card, la circolare chiarisce che è valido
quando riporta la lettera “A” sul fronte della tessera, lettera che indica il
diritto all’accompagnatore. La carta è rilasciata dall’INPS su richiesta online,
fa parte del progetto comunitario “EU Disability Card” che, tra le varie cose,
consente di attestare la disabilità senza esibire certificazioni sanitarie e
garantisce il rispetto della privacy. La lettera “A” identifica le persone
maggiorenni, non autosufficienti, oltre che titolari di indennità di
accompagnamento, ad esempio per cecità assoluta o altre gravi condizioni di
disabilità.
La direttiva spiega anche un aspetto importante dato che la dicitura “A” non è
presente in caso di invalidità parziale o anche totale senza indennità di
accompagnamento, anche se riconosciuta ai sensi della Legge 104. Si prevede che,
al momento del suffragio, quando l’elettore utilizza la Disability Card il
presidente di seggio può ammettere direttamente l’elettore al voto assistito e
non devono essere inseriti dettagli sanitari, nel rispetto del principio di
minimizzazione dei dati personali. In ogni caso resta l’obbligo di annotare il
nominativo dell’elettore con disabilità, quello dell’accompagnatore e la
motivazione dell’assistenza. Se viene presentato un certificato medico, questo
deve essere allegato al verbale. Ogni accompagnatore, è confermato, può
assistere un solo elettore.
La direttiva del ministero degli Interni richiama, tra i vari aspetti, anche
l’attenzione su situazioni concrete verificatesi durante precedenti
consultazioni elettorali, nelle quali sono stati segnalati dei casi di elettori
con disturbi del neurosviluppo oltre che persone con disabilità intellettive,
che pur esercitando il diritto al voto autonomo, non riescono a piegare e
chiudere la scheda, con il rischio che il suffragio risulti non valido e quindi
annullato. In taluni circostanze, la circolare precisa che il personale del
seggio può intervenire per fornire un aiuto pratico a condizione che “non venga
influenzata la scelta dell’elettore, sia sempre garantita la segretezza del voto
e sia tutelata la volontà espressa”. Sulla questione si richiama nello specifico
“l’attenzione del presidente e dei componenti di seggio” affinché in particolari
situazioni “possano mettere in atto ogni utile attività di ausilio pratico” per
“aiutare” l’elettore “a richiudere la scheda votata, adottando le cautele
necessarie al rispetto del principio di segretezza”.
Per il presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con
disabilità, Maurizio Borgo, si tratta di “un passo significativo nel percorso
volto a garantire a tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione o
caratteristiche, la possibilità di partecipare alla vita politica in condizioni
di parità con gli altri cittadini”. Borgo auspica che sia “solo il primo passo
di un percorso che porti presto alla concreta garanzia dei diritti elettorali
attivi e passivi per tutte le persone con disabilità, comprese quelle con
disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, anche attraverso la
possibilità di accedere al voto assistito in cabina”. Prima dell’intervento del
ministero guidato da Piantedosi, l’accesso al voto assistito per le persone
disabili era possibile tramite l’annotazione permanente “AVD” sulla tessera
elettorale, libretto di pensione di invalidità civile con indicazione di cecità
assoluta, certificato medico rilasciato dalla ASL.
L'articolo Referendum, Disability Card valida per il voto assistito: nuove
regole per i seggi e accesso semplificato alle urne proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Christina Psarra, direttrice generale di Msf Grecia
Dieci anni di accordo tra Unione Europea e Turchia possono riassumersi in un
resoconto brutale: depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico,
disturbi del sonno e pensieri suicidi tra le persone migranti intrappolate sulle
isole greche. Nei campi sovraffollati, le condizioni igienico-sanitarie
inadeguate contribuiscono alla diffusione di infezioni cutanee, malattie
respiratorie e disturbi gastrointestinali. Spesso le malattie croniche non
vengono diagnosticate né curate, e le donne incinte, con complicazioni legate
alle mutilazioni genitali femminili, così come le vittime di violenza sessuale,
restano senza assistenza medica per settimane o mesi.
A marzo 2016, in un momento in cui gli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo
orientale erano in forte aumento, l’accordo tra l’Ue e Turchia è stato
presentato come una soluzione pragmatica per ridurre la migrazione verso
l’Europa, e salutato come un successo dalla Commissione europea. Ma in questi 10
anni l’accordo ha comportato un costo umano enorme, oltre ad aver radicalmente
trasformato la politica migratoria dell’Ue introducendo un modello incentrato
sulla deterrenza, il contenimento e l’esternalizzazione dell’asilo.
Secondo quanto previsto dall’intesa, i richiedenti asilo che arrivano su isole
come Lesbo, Samos, Chio, Kos e Leros devono rimanere lì mentre le loro domande
vengono esaminate, a volte per mesi o anni. I team di Medici Senza Frontiere,
che forniscono assistenza medica e psicologica ai richiedenti asilo sulle isole
greche e che dal 2016 hanno effettuato 156.977 visite ambulatoriali, hanno
ripetutamente documentato una situazione umanitaria catastrofica. Violenze alle
frontiere, campi sovraffollati, servizi igienico-sanitari inadeguati, accesso
limitato all’assistenza sanitaria e un grave deterioramento della salute mentale
tra le persone intrappolate, molte delle quali hanno già subito violenze,
conflitti o persecuzioni prima di intraprendere i pericolosi viaggi attraverso
il Mar Egeo.
L’incertezza prolungata, le restrizioni al movimento e le condizioni di vita
precarie spesso aggravano i traumi già esistenti: i team di salute mentale di
Msf hanno documentato livelli allarmanti di disagio psicologico. A Samos, ad
esempio, tra aprile e agosto 2021 il 64% dei nuovi pazienti con disturbi mentali
ha riferito di avere pensieri suicidi, mentre per il 14% è stato valutato un
rischio effettivo di tentare il suicidio.
A seguito della demolizione del campo di Moria sull’isola di Lesbo nel 2020, su
diverse isole sono state istituite nuove strutture denominate Centri a Accesso
Controllato Chiuso (CCAC). Sebbene presentati come strutture di accoglienza
migliorate, questi campi sono situati in aree remote e operano sotto stretta
sorveglianza e con rigidi controlli di accesso, rafforzando la logica del
contenimento e dell’esclusione.
Negli ultimi 10 anni, l’accordo Ue-Turchia è servito anche da modello per più
ampie politiche di esternalizzazione della migrazione. L’Ue ha ampliato la
cooperazione con paesi quali Libia, Tunisia, Senegal, Mauritania, Marocco,
Niger, Egitto e diversi Stati dei Balcani occidentali per impedire alle persone
di raggiungere l’Europa. Questi partenariati comportano spesso assistenza
finanziaria o cooperazione nel rafforzamento dei controlli alle frontiere,
trasferendo di fatto la responsabilità della protezione dei rifugiati a paesi in
cui le tutele e i sistemi di asilo sono spesso limitati.
Nonostante queste politiche sempre più restrittive, le persone continuano a
tentare pericolose traversate via mare. I naufragi e le intercettazioni violente
rimangono frequenti, a dimostrazione dei rischi che le persone continuano ad
affrontare in assenza di vie sicure per raggiungere la protezione.
Medici Senza Frontiere chiede alle autorità europee e greche di ripensare
radicalmente il loro approccio alla migrazione, sottolineando l’urgente
necessità di porre fine alle inutili sofferenze di donne, bambini e famiglie
intrappolati in condizioni spaventose. I governi devono garantire condizioni di
accoglienza sicure e dignitose, l’accesso all’assistenza sanitaria e procedure
di asilo eque ed efficienti, e porre fine alle politiche che trasferiscono le
responsabilità di protezione dell’Europa al di fuori dei suoi confini.
Photo credits: Evgenia Chorou / Msf
L'articolo A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere
sulle isole greche in condizioni disumane proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ci risiamo in quel di Romagna. Nel 2016, scoppiò una polemica, in un locale
della riviera, si trattava di una discoteca. Nei bagni delle donne erano state
poste delle ciotole con caramelle e la scritta “troppe cagne e poche ciotole”.
L’iniziativa scatenò una forte polemica sui social e sulla stampa, piovvero
critiche sui gestori del locale per aver scelto di scherzare con una forma di
umiliazione, maschilismo e discriminazione contro le donne. Siamo nel 2026 e a
Cesenatico sta per aprire un ristorante di cacciagione sul porto canale dove si
affacciano molti ristoranti di pesce. E fino a qui non ci sarebbe nulla da
obiettare. Il problema è sorto quando i due titolari, in occasione dell’8 marzo,
hanno lanciato la notizia dell’inaugurazione del locale e la scelta del nome:
“Mignotta Maledetta”.
Qualcuno potrebbe considerarla una provocazione divertente, altri la
giudicheranno di cattivo gusto, e come spesso accade si parlerà di una semplice
goliardata; eppure vale la pena riflettere sul fatto che le provocazioni a
carattere sessuale, raramente colpiscono gli uomini. Non è facile imbattersi con
trovate pubblicitarie che cercano di rendere “divertenti” allusioni volte a
denigrare la sessualità maschile, in particolare quando non corrisponde a
stereotipi viriloidi che la società impone. E sono allusioni che, lo sappiamo
bene, feriscono e molto gli uomini. Facendo una ricerca veloce sul web, per
esempio, si può scovare tuttalpiù l’Osteria Dal Cornuto ed è un peccato che
Mirko Pavirani e Roberto Gavagnini, i due titolari del ristorante di Cesenatico
non ci abbiano pensato. L’argomento potrebbe sembrare semiserio, eppure la
parola ‘mignotta’ non è una parola innocua perché si tratta di un’ingiuria che
sulla vita delle donne ha pesato nel passato e pesa ancora oggi, essendo uno dei
tanti insulti di denigrazione sessuale che viaggiano sui social in quel
linguaggio d’odio che ben conosciamo. Qualunque donna ne ha fatto esperienza.
La difesa dei titolari, ovvero che si tratterebbe di “soprannome affettuoso”
adoperato (pare) nell’intimità con una ex compagna, rivela la mancanza di
consapevolezza che una parola assume significati diversi a seconda del contesto
in cui viene pronunciata. Quel soprannome dato nell’intimità anche se colorito
può essere perfino tenero o anche eccitante se c’è l’intesa tra due partner. La
stessa parola pronunciata in un contesto di violenza e maltrattamento diventa
un’arma di umiliazione e quante volte durante le aggressioni psicologiche,
fisiche o sessuali, le donne si sentono gridare ingiurie come “mignotta” o sono
offese con altre parole che le denigrano sessualmente?
Un’altra differenza è quando si passa dalla sfera privata a quella pubblica. Che
significato assume un’ingiuria che porta con sé anche la storia di una violenza
simbolica? Che siano insulti radicati nel sessismo, nell’omosessualità,
nell’antisemitismo o nel razzismo, nel momento in cui sono usate per un’insegna
pubblica, diventano un linguaggio condiviso e normalizzato. Nel senso comune
mignotta, troia, puttana, e tutto il repertorio che stigmatizza i comportamenti
sessuali delle donne restano, checché ne dicano i due ristoratori, ingiurie
cariche di disprezzo, un modo per punire le donne e controllare il desiderio
femminile.
Non è convincente nemmeno la difesa dei Pavirani e Gavagnini sull’innocenza
dell’insegna perché riferita ad un’unica donna (la quale avrebbe apprezzato il
soprannome) e quindi non ci sarebbe alcun intento offensivo o sessista. Ma il
sessismo non si misura sulla base delle persone alle quali è riferito, nè sulla
percezione di chi riceve l’ingiuria ma sul significato che porta. Le parole
hanno una storia, e quella storia non si cancella con le buone intenzioni.
C’è poi un elemento che non può essere ignorato: la strategia di marketing
adottata da Pavirani e Gavagnini. In un’epoca in cui la pubblicità e far parlare
di sé anche male (purché se ne parli) fa guadagnare, scegliere un nome del
genere significa puntare intenzionalmente sulla polemica. Far discutere è sempre
un ottimo veicolo pubblicitario. Ma quando la visibilità si costruisce
normalizzando un insulto sessista, si contribuisce a rendere accettabile,
perfino spiritoso, un linguaggio che è stato ed è, ancora oggi, uno strumento di
svalutazione nei confronti delle donne.
La reazione dei cittadini e delle cittadine e delle istituzioni locali,
naturalmente, si è fatta sentire. La vicesindaca Lorena Fantozzi ha ricordato
l’impegno delle istituzioni per portare nelle scuole una riflessione sugli
stereotipi di genere ed ha spiegato ai cronisti che l’amministrazione non
avrebbe autorizzato l’insegna anche perché si devono “rispettare le norme e la
dignità delle donne”. Il nome dell’insegna è “inaccettabile” anche sulla base di
una normativa. L’articolo 23 del Codice della strada “vieta che sulle strade o
sui veicoli, qualunque forma di publicità il cui contenuto proponga messaggi
sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi” oltre al regolamento della
Polizia Municipale. Quindi i due ristoratori non potranno affiggere la loro
insegna ma probabilmente questo lo sapevano già, infatti, hanno optato per due
iniziali M.M e il logo di un anatra e di un cuore, all’interno invece “Mignotta
Maledetta” sarà scritto su tovaglie e menù.
Si potrebbe anche concludere che si è fatto molto rumore per nulla ma il
dibattito pubblico su queste scelte non riguarda solo il buon gusto o la
sensibilità individuale. Qualche domanda dovremmo porcela: che linguaggio
vogliamo legittimare nella società, quale rapporto abbiamo col desiderio
sessuale delle donne e qual è il confine tra la provocazione e la
normalizzazione di stereotipi sessisti? In questo senso, la polemica non mi pare
esagerata: è un segnale che c’è una sensibilità che sta cambiando e che non
tutto si può liquidare con il solito invito a “farsi una risata”.
L'articolo Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma
violenza simbolica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prosegue la protesta degli studenti, oggi di fronte alla Camera dei deputati
dopo il sit-in di ieri al Ministero della Giustizia, contro la mancata
organizzazione per il voto ai fuori sede in occasione del referendum sulla
giustizia del 22-23 marzo. La studentessa simbolo della protesta, Veronica, che
ieri ha mandato una lettera al presidente della Repubblica, nel pomeriggio di
martedì 17 marzo si è ritrovata con altri studenti fuorisede fuori da
Montecitorio.
“Molti giovani come me hanno scelto di studiare lontano da casa per costruire il
proprio futuro. Non lo abbiamo fatto per abbandonare il nostro Paese, ma per
prepararci a contribuirne di più. Eppure nel momento in cui cerchiamo di
partecipare alla vita democratica scopriamo che la distanza geografica può
essere un problema”. Di fronte all’ingresso principale della Camera sono
arrivati anche parlamentari del Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e
Azione. “Si poteva tranquillamente fare come in precedenti elezioni, è stata una
precisa scelta politica. Anche se hanno paura dei giovani non si dovrebbe
impedir loro di partecipare alla vita democratica” ha dichiarato la deputata di
Avs Elisabetta Piccolotti.
L'articolo Referendum, prosegue la protesta degli studenti fuori sede davanti
alla Camera. Avs: “Ostacolare il loro voto? Scelta politica” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sempre più persone non hanno un medico di base a cui rivolgersi. E anche quando
lo trovano – spesso lontano da casa – è già sottoposto a un carico di lavoro
insopportabile. In tutto il Paese, mancano 5700 medici di famiglia, con
significative differenze regionali. La situazione più critica è quella della
Lombardia, dove ne mancano oltre 1500 e dove quelli che lavorano assistono in
media almeno 300 pazienti in più rispetto al limite consigliato, con disagi
crescenti e potenziali rischi per la salute. La Lombardia è seguita poi, a
distanza, da Veneto (dove la carenza è di 747 medici) e Campania (643). Il
quadro è peggiorato rapidamente negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2024 il
numero di professionisti è diminuito di 5197 unità (-14,1%), passando da circa
42mila a meno di 37mila. Nello stesso periodo la domanda di assistenza è
cresciuta: nel 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni (24,7% della
popolazione). Di questi, oltre la metà soffriva di almeno due patologie
croniche. E nei prossimi anni il quadro andrà peggiorando a causa della gobba
pensionistica che incombe: entro il 2028 raggiungeranno l’età della pensione più
di 8mila medici di famiglia.
A delineare i contorni di questa crisi è un report della Fondazione Gimbe. “La
carenza dei medici di medicina generale affonda le radici in una programmazione
inadeguata e nella scarsa attrattività a cui è stata costretta questa
professione”, commenta il presidente, Nino Cartabellotta. “Senza una visione
d’insieme continueremo a mettere in campo soluzioni frammentarie che
sottostimano la carenza sulla carta, mentre nella realtà aumentano i carichi di
lavoro e si riducono accessibilità e qualità dell’assistenza”. Negli ultimi
anni, per rispondere alla carenza di medici di base, governo e Regioni hanno
adottato varie soluzioni tampone, senza affrontare il problema alla radice.
L’età pensionabile dei professionisti è stata innalzata fino a 72 anni, sono
state introdotte delle deroghe all’aumento del massimale dei pazienti, ed è
stata data la possibilità agli iscritti al corso di formazione in Medicina
Generale di acquisire fino a mille assistiti. “Ma senza una riforma organica,
capace di rendere la professione più attrattiva, è impossibile garantire il
necessario ricambio generazionale”, commenta Cartabellotta.
Il sistema continua a essere costruito su vecchi parametri che non riflettono
più la realtà demografica italiana. I criteri per definire il numero massimo di
assistiti per medico non tengono conto dei cambiamenti della popolazione degli
ultimi 40 anni e ignorano le proiezioni per i prossimi decenni. Il Paese
invecchia rapidamente: la quota di over 65 è quasi raddoppiata rispetto agli
anni Ottanta e continuerà a crescere, arrivando al 30% della popolazione già nel
2035. In questo contesto, la complessità clinica dei pazienti aumenta.
“L’invecchiamento e l’incremento delle malattie croniche generano bisogni
assistenziali molto diversi rispetto al passato”, osserva Cartabellotta, con
conseguenze dirette sull’organizzazione del lavoro. Secondo Gimbe, un massimale
di 1500 pazienti, coerente con il quadro demografico fino agli anni Novanta,
oggi non è più adeguato. Riduce il tempo da dedicare agli assistiti, aumenta i
carichi di lavoro e genera inevitabili ripercussioni su accessibilità e qualità
dell’assistenza.
I numeri confermano questa pressione crescente. A gennaio 2025, i medici di
medicina generale avevano in carico quasi 51 milioni di assistiti, con una media
di 1383 pazienti ciascuno. Un dato che, precisa il report, è probabilmente
sottostimato rispetto alla realtà: “Con livelli di saturazione così elevati
viene limitato il principio della libera scelta e diventa sempre più difficile
trovare un professionista disponibile vicino a casa”, commenta Cartabellotta.
Una difficoltà che non riguarda più soltanto le aree interne o rurali, dove
storicamente i bandi vanno deserti, ma coinvolge anche Regioni con sistemi
sanitari tradizionalmente solidi, estendendosi ormai anche alle grandi città.
Anche sul fronte del ricambio generazionale il quadro non è rassicurante. Negli
anni scorsi il numero di borse di studio per la formazione in medicina generale
era aumentato, superando le 4300 nel 2021, grazie ai finanziamenti straordinari
arrivati sull’onda dell’emergenza Covid. Ma già dal 2022 la tendenza si è
invertita e nel 2025 le borse sono state poco più di 2200. Il problema
principale, però, è che anche quando i posti ci sono, non sempre vengono
coperti, soprattutto in alcune regioni del Nord. Una tendenza che, secondo
Gimbe, segnala un cambiamento profondo. “Questa spia rossa è accesa da anni e
oggi è sempre più evidente – osserva Cartabellotta -, misurando il progressivo
calo di attrattività della professione”.
Secondo le stime, anche ipotizzando che tutti i medici vadano in pensione al
limite massimo di età e che tutte le borse vengano assegnate e portate a
termine, il sistema non riuscirà comunque a compensare le uscite. Il saldo
resterà negativo, soprattutto considerando che una quota significativa degli
iscritti – circa il 20% – non porta a termine il percorso formativo. Da qui al
2028 Gimbe prevede un gap di oltre 2700 medici di medicina generale. Ma il dato
nazionale nasconde squilibri territoriali molto marcati. In Campania, ad
esempio, si concentreranno ben 1147 dei circa 8mila pensionamenti previsti da
qui al 2028 in tutta Italia, il dato più alto tra tutte le Regioni.
In questo scenario di crisi, sottolinea Cartabellotta, il dibattito politico
continua a concentrarsi su questioni che non affrontano il nodo centrale. “La
discussione rischia di polarizzarsi nuovamente sulla contrapposizione tra
dipendenza e convenzione – spiega Cartabellotta – mentre oggi la vera priorità è
ripensare il ruolo del medico di famiglia. Dalla formazione all’organizzazione
del lavoro, fino all’integrazione con l’intera rete dei servizi territoriali e
ospedalieri”. In altre parole, non è solo una questione di contratto, ma di
funzionamento del sistema. Senza una riforma complessiva, il medico di base, che
rappresenta la porta d’ingresso al Servizio sanitario nazionale, rischia di
diventare un collo di bottiglia. E quando questo filtro si inceppa, a restare
esclusi sono soprattutto anziani e pazienti fragili, costretti a rivolgersi ai
pronto soccorso già in affanno, o, sempre più spesso, a rinunciare alle cure.
L'articolo Medici di base, ne mancano 5700 in tutta Italia. La situazione
peggiore in Lombardia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Questa mattina Veronica, studentessa di 23 anni dell’Università La Sapienza, è
in protesta davanti al ministero della Giustizia di via Arenula. Ha con sé un
cartello con scritto “sono una studentessa fuorisede e vorrei votare”. Veronica,
che studia Cooperazione internazionale, pur lavorando, infatti non riuscirà a
tornare a casa per votare e il governo non ha previsto il voto fuori sede nei
provvedimenti per il referendum del 22-23 marzo.
“Devo scegliere – spiega Veronica – se tornare per Pasqua o per essere ascoltata
dalla mia Repubblica. Vorrei partecipare e aiutare il mio Paese. Per questo ho
scritto a Mattarella”. Al suo fianco anche il Comitato studentesco referendario
per il No del Lazio: “Sosteniamo Veronica e la sua battaglia. Votare è un
diritto, non può essere un privilegio”.
L'articolo “Votare è un mio diritto, ma posso esercitarlo solo se ho i soldi”:
la protesta di una studentessa fuori dal ministero della Giustizia proviene da
Il Fatto Quotidiano.