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Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito
A otto mesi dalla morte in Svizzera della triestina Martina Oppelli, affetta da sclerosi multipla da oltre 20 anni, Marco Cappato e le altre tre persone che hanno aiutato la donna ad andare all’estero per ricorrere al suicidio assistito hanno deciso di autodenunciarsi a Trieste. Martina Oppelli – ricorda l’Associazione Coscioni – aveva deciso di andare in Svizzera dopo 2 anni di battaglie legali e tre dinieghi ricevuti dall’azienda sanitaria Asugi nonostante la completa dipendenza dall’assistenza continuativa dei caregivers e da presidi medici (farmaci, catetere e macchina della tosse), secondo l’azienda sanitaria non era sottoposta ad alcun trattamento di sostegno vitale (1 dei 4 requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso Dj Fabo\Cappato per poter accedere alla morte volontaria assistita in Italia). Oppelli aveva anche denunciata l’azienda sanitaria per tortura. “Non avrei mai voluto prendere questa decisione, determinata da anni di sofferenza e da una patologia che non può essere curata e che per me è come una spada di Damocle – disse la donna in un video appello – Convivo con questi sintomi da un quarto di secolo e l’ho sempre fatto con dignità, con speranza, perché amo la vita, che è stupenda e va rispettata. Ma sono arrivata a un punto in cui il dolore è devastante: io ormai muovo solo la testa, riesco ancora a lavorare tramite i comandi vocali, ma la fatica è tanta e non ce la faccio più. La mia non è una scelta di disperazione, ma una scelta d’amore verso la vita che ho avuto”. Cappato e gli attivisti andranno giovedì alle 9.30 presso la questura di Trieste. A seguire alle 11 si terrà una conferenza stampa presso il Caffè San Marco. Saranno presenti Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione Soccorso Civile e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni; Filomena Gallo, avvocata, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e legale di Martina Oppelli; Claudio Stellari e Matteo D’angelo, attivisti dell’Associazione Soccorso Civile che hanno accompagnato Martina Oppelli in Svizzera; Felicetta Maltese, attivista di Soccorso Civile che ha fornito aiuto logistico al viaggio L'articolo Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Melio (Pd): “Per la prima volta non voterò”. Il caso rivela i limiti del voto a domicilio
“Per la prima volta non andrò a votare”. A scriverlo sulla propria pagina Facebook è Iacopo Melio, consigliere regionale toscano del Pd con disabilità motoria in carrozzina che alle elezioni regionali toscane del 2020 è stato il più votato nel collegio Firenze 1 contribuendo alla vittoria di Giani contro l’avversaria Ceccardi. Melio ieri domenica 22 marzo ha voluto spiegare il motivo per cui non si è potuto recare alle urne in occasione del Referendum costituzionale sulla giustizia, raccontando che, alla sua condizione, “da mercoledì si è aggiunta una bruttissima influenza con i miei conseguenti problemi respiratori”. Motivo che lo ha costretto a restare a casa, evidenziando la questione del mancato diritto di suffragio a domicilio in casi particolari di sopraggiunti gravi problemi di salute a pochissimi giorni a ridosso delle votazioni che colpiscono le persone che già vivono condizioni di grave fragilità. Va detto che la legge italiana garantisce il diritto al voto assistito a domicilio in determinate circostanze e con una richiesta anticipata fra il 40° e il 20° giorno antecedente la data di votazione. Voto in casa previsto “in favore degli elettori affetti da gravissime infermità che si trovino in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da apparecchiature elettromedicali tali da impedirne l’allontanamento dall’abitazione”. Il caso specifico sollevato dal fondatore della onlus Vorrei prendere il treno è significativo e rende nota una criticità nel sistema organizzativo che ne impedisce nei fatti di esercitare il diritto al suffragio a domicilio. Melio ha ricordato di aver già votato in condizioni estremamente complesse come quando “ho votato con la mascherina il 20 settembre 2020, uscendo nonostante l’alto rischio Covid”, oppure quando “ho perfino votato alle politiche del 25 settembre 2022 dal Centro Don Gnocchi di Firenze, dove ero ricoverato un mese dopo l’operazione della tracheostomia”. Il consigliere Pd che si occupa in particolare di diritti, libertà e parità ha messo nero su bianco che “stavolta non ce la farò e allora ho deciso di raccontarlo per tre motivi”. “Il primo è la trasparenza: ho un impegno verso oltre 11.000 cittadine e cittadini che mi hanno dato fiducia permettendomi di entrare nel Consiglio regionale della Toscana, perciò da rappresentante delle Istituzioni ritengo doveroso che si sappia”. Melio aggiunge che “il secondo (motivo, ndr), per provare a far tacere (e lo dico senza inutili pietismi) questo sottofondo di senso di colpa perché resterò sempre un cogl**ne di idealista che crede nella gentilezza di una matita indelebile come l’antifascismo” e “poi il terzo, quello forse più importante: perché non lo trovo giusto (non far votare da casa le persone con gravi disabilità con improvvisi peggioramenti di salute, ndr) , per me ma soprattutto per troppe altre persone che vorrebbe esercitare a pieno un loro diritto”. Nel suo messaggio su Facebook ricorda come la legge preveda il voto a domicilio se ci sono “condizioni di intrasportabilità” e che “solo in questi casi occorre presentare domanda scritta al proprio Comune con un Certificato medico della ASL che attesti ‘la grave infermità’, e la conseguente impossibilità di lasciare l’abitazione, spesso almeno 60 giorni prima del voto”. Ma ci sono ulteriori condizioni che dovrebbero in ogni caso essere prese in considerazione per garantire la piena attuazione del diritto al suffragio. “Tutto giusto”, aggiunge Melio, “ma dovremmo includere anche le situazioni borderline come la mia, in cui oggi stai bene, domani benino e fra tre giorni potresti ritrovarti un po’ di tosse a rischiare il calzino prima di poter vedere i tuoi oppositori politici godersi la pensione”. Ultimo ma altrettanto importante aspetto che Melio ha evidenziato è un pensiero rivolto agli assistenti personali delle donne e uomini con disabilità. “Quando inizieremo a pensare davvero ai caregiver?”, ha scritto, “perché quello dei miei genitori di poter andare a votare a turno, assistendomi in modo alternato, è un lusso che non tutte e tutti possono permettersi. Magari perché si è soli o magari perché occorre una doppia presenza”. Il post termina con una considerazione finale. “Mi si dirà che in questi casi ‘ci sono altre priorità’, eppure non sono d’accordo perché chi vive una disabilità o una malattia, direttamente o indirettamente, ha il diritto e il dovere di scegliere quelle politiche che ritiene più rispettose delle sue necessità proprio per provare a cambiare determinate condizioni”. L'articolo Referendum, Melio (Pd): “Per la prima volta non voterò”. Il caso rivela i limiti del voto a domicilio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cittadinanza spagnola agli eredi delle Brigate internazionali, tra loro la famiglia di Pierangelo Bertoli: “Un onore”
“Eppure il vento soffia ancora”, scriveva e cantava Pierangelo Bertoli. Il vento dell’antifascismo, della gratitudine di un governo ai combattenti che nella prima metà del secolo scorso lottarono e morirono “a favore della libertà e della democrazia”. Non è però il governo italiano di Giorgia Meloni a esternare la gratitudine ma quello spagnolo di Pedro Sánchez. Novanta anni dopo il colpo di Stato da cui prese origine la lunga dittatura fascista e oppressiva del generale Francisco Franco, la Spagna rende onore ai combattenti delle “Brigate Internazionali” che da tutto il mondo si recarono a difendere la democrazia in appoggio delle forze armate repubblicane. Lo fa concedendo la nazionalità spagnola onoraria a 171 figli e nipoti di quei combattenti che hanno dimostrato “un impegno costante nel diffondere la memoria dei loro antenati”. Bruna Pattacini, moglie di Pierangelo Bertoli, e i loro quattro figli Lorna, Emiliano, Alberto e Petra, figurano nell’elenco dei discendenti di quei combattenti che compongono il gruppo più numeroso per nazionalità: gli italiani. Bruna si dice semplicemente commossa per questo riconoscimento. Il padre di lei e della sorella Alice era Fausto Pattacini “Sintoni”, apprendista calzolaio che a 21 anni nel 1938 espatriò clandestinamente e si arruolò nella Brigata Garibaldi combattendo in Spagna sul duro fronte del fiume Ebro. Terminata quella “trasferta” fu internato nei campi di prigionia francesi, conobbe il confino a Ventotene e venne condannato per renitenza alla leva prima di passare alla Resistenza col ruolo di comandante della divisione SAP di pianura a Reggio Emilia. Nel dopoguerra lavorò come funzionario della Federazione Comunista nella sua città. Un curricolo di combattente che si ripete nelle storie degli altri italiani ai cui discendenti va oggi il riconoscimento del governo spagnolo. Diciassette di loro sono emiliano romagnoli di Forlì, Ravenna e Fusignano; di Reggio Emilia, Sassuolo e Formigine. Altri sono originari di Milano e Roma, di Napoli e Venezia, di città e Paesi del Veneto e della Lombardia, della Campania e delle Marche, del Piemonte e del Friuli. Dall’estero a combattere quella guerra contro la dittatura arrivarono da tutto il mondo. Nell’elenco diffuso il 4 novembre 2025 il governo spagnolo cita 47 italiani ma figurano discendenti di combattenti nati a Cuba e negli Stati Uniti; in Tunisia, Cecoslovacchia, Polonia, Albania e nella ex Iugoslavia; in Francia, Scozia, Germania e Inghilterra. Ai quali si aggiungono i provenienti da Paesi lontani come Messico e Nuova Zelanda, Uganda, Bolivia, Venezuela e Sudan. Un combattente arrivò in Spagna anche dall’Uzbekistan, ma chiamandosi sua figlia Stellina Ossola è facile immaginare di che nazione fosse originario. Alberto Bertoli ricorda oggi il nonno combattente dicendo che tutta la famiglia si sente orgogliosa del suo impegno contro il fascismo, sebbene la lotta di Liberazione abbia sconvolto la prima parte della vita privata di Fausto Sintoni, sacrificata “al dovere di lottare per la libertà e per la dignità di tutti gli uomini e le donne”. Questo riconoscimento, aggiunge Alberto che si è affermato come cantautore sulle orme del padre, “ci onora, perché arriva nel momento giusto. In un’epoca segnata dalla egemonia dei soldi e delle guerre, dai rigurgiti del fascismo e dalla compressione dei diritti dei cittadini”. Parole che risuonano con quelle pronunciate dal presidente spagnolo Pedro Sánchez: “Per la Spagna libera e democratica che siamo, sarà un onore poter chiamare compatrioti i discendenti dei combattenti. Riconoscendo loro questo diritto, facciamo appello alla difesa stessa della democrazia in un momento di minaccia e regressione in tutto il mondo”. Nell’ottobre del 1938, l’allora Primo Ministro spagnolo Juan Negrín aveva promesso “diritto e onore” ai membri delle Brigate Internazionali ritirate dall’Esercito Popolare della Repubblica. La promessa in Spagna è stata mantenuta e in Emilia-Romagna il 27 marzo tutti i discendenti dei combattenti saranno ricevuti dal presidente della Regione Michele De Pascale e dall’ambasciatore spagnolo in Italia Miguel Fernandez-Palacios. Per dire loro che l’unità dei valori antifascisti è ancora capace di superare confini e barriere. Di opporsi, per concludere con le parole della canzone di Pierangelo Bertoli, al “freddo interesse” che ha “sbarrato le porte alla vita”. L'articolo Cittadinanza spagnola agli eredi delle Brigate internazionali, tra loro la famiglia di Pierangelo Bertoli: “Un onore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cittadinanza Onoraria
Ho consegnato ciò che nei bagni pubblici non viene fornito, ma il materiale resta inaccessibile. Perché?
Continua da qui Le scatole restano chiuse. Dentro ci sono spazzolini monouso imbustati, dentifrici in formato singolo, bustine di shampoo e doccia schiuma. Materiale pronto, già utilizzabile. Ho raccolto tutto per colmare ciò che nei bagni pubblici non viene fornito. Non è simbolico, non è facoltativo: è ciò che serve per lavarsi. La destinazione è chiara: i bagni pubblici di via Bianzè, a Torino. Eppure il materiale non arriva. Nonostante sia pronto, nonostante io abbia preso l’iniziativa, tutto resta fermo. Chi entra in quei bagni con il buono comunale trova solo acqua. Niente sapone, niente shampoo, niente asciugamani. Non è un caso, non è un incidente: è il funzionamento ordinario. Perché? Perché ciò che è già disponibile non può essere consegnato? A chi devo rivolgermi? Serve un’autorizzazione, un passaggio intermedio, una firma? Ho chiesto, telefonato, inviato messaggi, segnalato la situazione sui social. Nessuna risposta concreta. Nessuna procedura chiara. Solo silenzio. Chi lavora dentro la struttura conferma: il buono vale solo acqua. Tutto il resto non rientra. Non è un limite economico, non è un problema organizzativo: è una scelta del sistema. E il sistema, così com’è, ignora chi ha bisogno. Il paradosso è evidente. Da una parte il Comune limita il servizio; dall’altra io metto a disposizione ciò che potrebbe completarlo. E nessuno apre la porta. Chi frequenta il servizio si adatta. Alcuni usano comunque il buono. Altri meno. Non sempre si tratta di scelta: spesso è esperienza. Chi sa già cosa troverà evita. Chi torna affronta la mancanza. Domande aperte: il Comune è al corrente del fatto che il buono garantisce solo acqua? Ritiene accettabile che chi non ha nulla debba pagare anche per il sapone? È questa la minima linea di dignità prevista dai servizi pubblici? Quanto tempo ancora deve passare prima che un gesto elementare come lavarsi non diventi un percorso di ostacoli burocratici e imposizioni inutili? ‹ › 1 / 4 46735 ‹ › 2 / 4 46738 ‹ › 3 / 4 46734 ‹ › 4 / 4 46739 Le scatole restano lì, piene, ordinate, inutilizzate. Servirebbe solo un’indicazione chiara: dove consegnarle, a chi, come. Ma non arriva nulla. Nel frattempo continuo a portare da mangiare. Perché almeno il corpo non resti affamato. Ma resto con la speranza che domani, finalmente, qualcuno possa anche lavarsi. L'articolo Ho consegnato ciò che nei bagni pubblici non viene fornito, ma il materiale resta inaccessibile. Perché? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Disability Card valida per il voto assistito: nuove regole per i seggi e accesso semplificato alle urne
C’è una novità per accedere al voto assistito nei seggi elettorali a disposizione delle persone con disabilità. L’EU Disability Card diviene un documento valido per votare a partire dal prossimo referendum costituzionale sulla giustizia previsto il 22 e 23 marzo. È quanto indicato dalla circolare n.32 del 13 marzo 2026 emessa dalla Direzione Centrale per i Servizi Elettorali del ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi. La direttiva contiene una serie di specifiche indicazioni operative volte a “semplificare e uniformare” le procedure durante le operazioni di suffragio. Diritto al voto per le persone con disabilità, va detto, non sempre accessibile e garantito a tutti. Adesso la Disability Card risulta così documentazione idonea per le donne e uomini con disabilità maggiorenni a tutti gli effetti per attestare la necessità di essere accompagnati in cabina da un familiare o da un’altra persona di fiducia, iscritta alle liste elettorali, evitando la richiesta di ulteriori certificazioni ai seggi che saranno aperti dalle 7 alle 23 nella giornata di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedi. Per consentire il diritto di esercitare il voto assistito tramite EU Disability Card, la circolare chiarisce che è valido quando riporta la lettera “A” sul fronte della tessera, lettera che indica il diritto all’accompagnatore. La carta è rilasciata dall’INPS su richiesta online, fa parte del progetto comunitario “EU Disability Card” che, tra le varie cose, consente di attestare la disabilità senza esibire certificazioni sanitarie e garantisce il rispetto della privacy. La lettera “A” identifica le persone maggiorenni, non autosufficienti, oltre che titolari di indennità di accompagnamento, ad esempio per cecità assoluta o altre gravi condizioni di disabilità. La direttiva spiega anche un aspetto importante dato che la dicitura “A” non è presente in caso di invalidità parziale o anche totale senza indennità di accompagnamento, anche se riconosciuta ai sensi della Legge 104. Si prevede che, al momento del suffragio, quando l’elettore utilizza la Disability Card il presidente di seggio può ammettere direttamente l’elettore al voto assistito e non devono essere inseriti dettagli sanitari, nel rispetto del principio di minimizzazione dei dati personali. In ogni caso resta l’obbligo di annotare il nominativo dell’elettore con disabilità, quello dell’accompagnatore e la motivazione dell’assistenza. Se viene presentato un certificato medico, questo deve essere allegato al verbale. Ogni accompagnatore, è confermato, può assistere un solo elettore. La direttiva del ministero degli Interni richiama, tra i vari aspetti, anche l’attenzione su situazioni concrete verificatesi durante precedenti consultazioni elettorali, nelle quali sono stati segnalati dei casi di elettori con disturbi del neurosviluppo oltre che persone con disabilità intellettive, che pur esercitando il diritto al voto autonomo, non riescono a piegare e chiudere la scheda, con il rischio che il suffragio risulti non valido e quindi annullato. In taluni circostanze, la circolare precisa che il personale del seggio può intervenire per fornire un aiuto pratico a condizione che “non venga influenzata la scelta dell’elettore, sia sempre garantita la segretezza del voto e sia tutelata la volontà espressa”. Sulla questione si richiama nello specifico “l’attenzione del presidente e dei componenti di seggio” affinché in particolari situazioni “possano mettere in atto ogni utile attività di ausilio pratico” per “aiutare” l’elettore “a richiudere la scheda votata, adottando le cautele necessarie al rispetto del principio di segretezza”. Per il presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, Maurizio Borgo, si tratta di “un passo significativo nel percorso volto a garantire a tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione o caratteristiche, la possibilità di partecipare alla vita politica in condizioni di parità con gli altri cittadini”. Borgo auspica che sia “solo il primo passo di un percorso che porti presto alla concreta garanzia dei diritti elettorali attivi e passivi per tutte le persone con disabilità, comprese quelle con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, anche attraverso la possibilità di accedere al voto assistito in cabina”. Prima dell’intervento del ministero guidato da Piantedosi, l’accesso al voto assistito per le persone disabili era possibile tramite l’annotazione permanente “AVD” sulla tessera elettorale, libretto di pensione di invalidità civile con indicazione di cecità assoluta, certificato medico rilasciato dalla ASL. L'articolo Referendum, Disability Card valida per il voto assistito: nuove regole per i seggi e accesso semplificato alle urne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Disabilità
A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere sulle isole greche in condizioni disumane
di Christina Psarra, direttrice generale di Msf Grecia Dieci anni di accordo tra Unione Europea e Turchia possono riassumersi in un resoconto brutale: depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, disturbi del sonno e pensieri suicidi tra le persone migranti intrappolate sulle isole greche. Nei campi sovraffollati, le condizioni igienico-sanitarie inadeguate contribuiscono alla diffusione di infezioni cutanee, malattie respiratorie e disturbi gastrointestinali. Spesso le malattie croniche non vengono diagnosticate né curate, e le donne incinte, con complicazioni legate alle mutilazioni genitali femminili, così come le vittime di violenza sessuale, restano senza assistenza medica per settimane o mesi. A marzo 2016, in un momento in cui gli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo orientale erano in forte aumento, l’accordo tra l’Ue e Turchia è stato presentato come una soluzione pragmatica per ridurre la migrazione verso l’Europa, e salutato come un successo dalla Commissione europea. Ma in questi 10 anni l’accordo ha comportato un costo umano enorme, oltre ad aver radicalmente trasformato la politica migratoria dell’Ue introducendo un modello incentrato sulla deterrenza, il contenimento e l’esternalizzazione dell’asilo. Secondo quanto previsto dall’intesa, i richiedenti asilo che arrivano su isole come Lesbo, Samos, Chio, Kos e Leros devono rimanere lì mentre le loro domande vengono esaminate, a volte per mesi o anni. I team di Medici Senza Frontiere, che forniscono assistenza medica e psicologica ai richiedenti asilo sulle isole greche e che dal 2016 hanno effettuato 156.977 visite ambulatoriali, hanno ripetutamente documentato una situazione umanitaria catastrofica. Violenze alle frontiere, campi sovraffollati, servizi igienico-sanitari inadeguati, accesso limitato all’assistenza sanitaria e un grave deterioramento della salute mentale tra le persone intrappolate, molte delle quali hanno già subito violenze, conflitti o persecuzioni prima di intraprendere i pericolosi viaggi attraverso il Mar Egeo. L’incertezza prolungata, le restrizioni al movimento e le condizioni di vita precarie spesso aggravano i traumi già esistenti: i team di salute mentale di Msf hanno documentato livelli allarmanti di disagio psicologico. A Samos, ad esempio, tra aprile e agosto 2021 il 64% dei nuovi pazienti con disturbi mentali ha riferito di avere pensieri suicidi, mentre per il 14% è stato valutato un rischio effettivo di tentare il suicidio. A seguito della demolizione del campo di Moria sull’isola di Lesbo nel 2020, su diverse isole sono state istituite nuove strutture denominate Centri a Accesso Controllato Chiuso (CCAC). Sebbene presentati come strutture di accoglienza migliorate, questi campi sono situati in aree remote e operano sotto stretta sorveglianza e con rigidi controlli di accesso, rafforzando la logica del contenimento e dell’esclusione. Negli ultimi 10 anni, l’accordo Ue-Turchia è servito anche da modello per più ampie politiche di esternalizzazione della migrazione. L’Ue ha ampliato la cooperazione con paesi quali Libia, Tunisia, Senegal, Mauritania, Marocco, Niger, Egitto e diversi Stati dei Balcani occidentali per impedire alle persone di raggiungere l’Europa. Questi partenariati comportano spesso assistenza finanziaria o cooperazione nel rafforzamento dei controlli alle frontiere, trasferendo di fatto la responsabilità della protezione dei rifugiati a paesi in cui le tutele e i sistemi di asilo sono spesso limitati. Nonostante queste politiche sempre più restrittive, le persone continuano a tentare pericolose traversate via mare. I naufragi e le intercettazioni violente rimangono frequenti, a dimostrazione dei rischi che le persone continuano ad affrontare in assenza di vie sicure per raggiungere la protezione. Medici Senza Frontiere chiede alle autorità europee e greche di ripensare radicalmente il loro approccio alla migrazione, sottolineando l’urgente necessità di porre fine alle inutili sofferenze di donne, bambini e famiglie intrappolati in condizioni spaventose. I governi devono garantire condizioni di accoglienza sicure e dignitose, l’accesso all’assistenza sanitaria e procedure di asilo eque ed efficienti, e porre fine alle politiche che trasferiscono le responsabilità di protezione dell’Europa al di fuori dei suoi confini. Photo credits: Evgenia Chorou / Msf L'articolo A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere sulle isole greche in condizioni disumane proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma violenza simbolica
Ci risiamo in quel di Romagna. Nel 2016, scoppiò una polemica, in un locale della riviera, si trattava di una discoteca. Nei bagni delle donne erano state poste delle ciotole con caramelle e la scritta “troppe cagne e poche ciotole”. L’iniziativa scatenò una forte polemica sui social e sulla stampa, piovvero critiche sui gestori del locale per aver scelto di scherzare con una forma di umiliazione, maschilismo e discriminazione contro le donne. Siamo nel 2026 e a Cesenatico sta per aprire un ristorante di cacciagione sul porto canale dove si affacciano molti ristoranti di pesce. E fino a qui non ci sarebbe nulla da obiettare. Il problema è sorto quando i due titolari, in occasione dell’8 marzo, hanno lanciato la notizia dell’inaugurazione del locale e la scelta del nome: “Mignotta Maledetta”. Qualcuno potrebbe considerarla una provocazione divertente, altri la giudicheranno di cattivo gusto, e come spesso accade si parlerà di una semplice goliardata; eppure vale la pena riflettere sul fatto che le provocazioni a carattere sessuale, raramente colpiscono gli uomini. Non è facile imbattersi con trovate pubblicitarie che cercano di rendere “divertenti” allusioni volte a denigrare la sessualità maschile, in particolare quando non corrisponde a stereotipi viriloidi che la società impone. E sono allusioni che, lo sappiamo bene, feriscono e molto gli uomini. Facendo una ricerca veloce sul web, per esempio, si può scovare tuttalpiù l’Osteria Dal Cornuto ed è un peccato che Mirko Pavirani e Roberto Gavagnini, i due titolari del ristorante di Cesenatico non ci abbiano pensato. L’argomento potrebbe sembrare semiserio, eppure la parola ‘mignotta’ non è una parola innocua perché si tratta di un’ingiuria che sulla vita delle donne ha pesato nel passato e pesa ancora oggi, essendo uno dei tanti insulti di denigrazione sessuale che viaggiano sui social in quel linguaggio d’odio che ben conosciamo. Qualunque donna ne ha fatto esperienza. La difesa dei titolari, ovvero che si tratterebbe di “soprannome affettuoso” adoperato (pare) nell’intimità con una ex compagna, rivela la mancanza di consapevolezza che una parola assume significati diversi a seconda del contesto in cui viene pronunciata. Quel soprannome dato nell’intimità anche se colorito può essere perfino tenero o anche eccitante se c’è l’intesa tra due partner. La stessa parola pronunciata in un contesto di violenza e maltrattamento diventa un’arma di umiliazione e quante volte durante le aggressioni psicologiche, fisiche o sessuali, le donne si sentono gridare ingiurie come “mignotta” o sono offese con altre parole che le denigrano sessualmente? Un’altra differenza è quando si passa dalla sfera privata a quella pubblica. Che significato assume un’ingiuria che porta con sé anche la storia di una violenza simbolica? Che siano insulti radicati nel sessismo, nell’omosessualità, nell’antisemitismo o nel razzismo, nel momento in cui sono usate per un’insegna pubblica, diventano un linguaggio condiviso e normalizzato. Nel senso comune mignotta, troia, puttana, e tutto il repertorio che stigmatizza i comportamenti sessuali delle donne restano, checché ne dicano i due ristoratori, ingiurie cariche di disprezzo, un modo per punire le donne e controllare il desiderio femminile. Non è convincente nemmeno la difesa dei Pavirani e Gavagnini sull’innocenza dell’insegna perché riferita ad un’unica donna (la quale avrebbe apprezzato il soprannome) e quindi non ci sarebbe alcun intento offensivo o sessista. Ma il sessismo non si misura sulla base delle persone alle quali è riferito, nè sulla percezione di chi riceve l’ingiuria ma sul significato che porta. Le parole hanno una storia, e quella storia non si cancella con le buone intenzioni. C’è poi un elemento che non può essere ignorato: la strategia di marketing adottata da Pavirani e Gavagnini. In un’epoca in cui la pubblicità e far parlare di sé anche male (purché se ne parli) fa guadagnare, scegliere un nome del genere significa puntare intenzionalmente sulla polemica. Far discutere è sempre un ottimo veicolo pubblicitario. Ma quando la visibilità si costruisce normalizzando un insulto sessista, si contribuisce a rendere accettabile, perfino spiritoso, un linguaggio che è stato ed è, ancora oggi, uno strumento di svalutazione nei confronti delle donne. La reazione dei cittadini e delle cittadine e delle istituzioni locali, naturalmente, si è fatta sentire. La vicesindaca Lorena Fantozzi ha ricordato l’impegno delle istituzioni per portare nelle scuole una riflessione sugli stereotipi di genere ed ha spiegato ai cronisti che l’amministrazione non avrebbe autorizzato l’insegna anche perché si devono “rispettare le norme e la dignità delle donne”. Il nome dell’insegna è “inaccettabile” anche sulla base di una normativa. L’articolo 23 del Codice della strada “vieta che sulle strade o sui veicoli, qualunque forma di publicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi” oltre al regolamento della Polizia Municipale. Quindi i due ristoratori non potranno affiggere la loro insegna ma probabilmente questo lo sapevano già, infatti, hanno optato per due iniziali M.M e il logo di un anatra e di un cuore, all’interno invece “Mignotta Maledetta” sarà scritto su tovaglie e menù. Si potrebbe anche concludere che si è fatto molto rumore per nulla ma il dibattito pubblico su queste scelte non riguarda solo il buon gusto o la sensibilità individuale. Qualche domanda dovremmo porcela: che linguaggio vogliamo legittimare nella società, quale rapporto abbiamo col desiderio sessuale delle donne e qual è il confine tra la provocazione e la normalizzazione di stereotipi sessisti? In questo senso, la polemica non mi pare esagerata: è un segnale che c’è una sensibilità che sta cambiando e che non tutto si può liquidare con il solito invito a “farsi una risata”. L'articolo Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma violenza simbolica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza sulle Donne
Cesenatico
Referendum, prosegue la protesta degli studenti fuori sede davanti alla Camera. Avs: “Ostacolare il loro voto? Scelta politica”
Prosegue la protesta degli studenti, oggi di fronte alla Camera dei deputati dopo il sit-in di ieri al Ministero della Giustizia, contro la mancata organizzazione per il voto ai fuori sede in occasione del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. La studentessa simbolo della protesta, Veronica, che ieri ha mandato una lettera al presidente della Repubblica, nel pomeriggio di martedì 17 marzo si è ritrovata con altri studenti fuorisede fuori da Montecitorio. “Molti giovani come me hanno scelto di studiare lontano da casa per costruire il proprio futuro. Non lo abbiamo fatto per abbandonare il nostro Paese, ma per prepararci a contribuirne di più. Eppure nel momento in cui cerchiamo di partecipare alla vita democratica scopriamo che la distanza geografica può essere un problema”. Di fronte all’ingresso principale della Camera sono arrivati anche parlamentari del Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e Azione. “Si poteva tranquillamente fare come in precedenti elezioni, è stata una precisa scelta politica. Anche se hanno paura dei giovani non si dovrebbe impedir loro di partecipare alla vita democratica” ha dichiarato la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti. L'articolo Referendum, prosegue la protesta degli studenti fuori sede davanti alla Camera. Avs: “Ostacolare il loro voto? Scelta politica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Medici di base, ne mancano 5700 in tutta Italia. La situazione peggiore in Lombardia
Sempre più persone non hanno un medico di base a cui rivolgersi. E anche quando lo trovano – spesso lontano da casa – è già sottoposto a un carico di lavoro insopportabile. In tutto il Paese, mancano 5700 medici di famiglia, con significative differenze regionali. La situazione più critica è quella della Lombardia, dove ne mancano oltre 1500 e dove quelli che lavorano assistono in media almeno 300 pazienti in più rispetto al limite consigliato, con disagi crescenti e potenziali rischi per la salute. La Lombardia è seguita poi, a distanza, da Veneto (dove la carenza è di 747 medici) e Campania (643). Il quadro è peggiorato rapidamente negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2024 il numero di professionisti è diminuito di 5197 unità (-14,1%), passando da circa 42mila a meno di 37mila. Nello stesso periodo la domanda di assistenza è cresciuta: nel 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni (24,7% della popolazione). Di questi, oltre la metà soffriva di almeno due patologie croniche. E nei prossimi anni il quadro andrà peggiorando a causa della gobba pensionistica che incombe: entro il 2028 raggiungeranno l’età della pensione più di 8mila medici di famiglia. A delineare i contorni di questa crisi è un report della Fondazione Gimbe. “La carenza dei medici di medicina generale affonda le radici in una programmazione inadeguata e nella scarsa attrattività a cui è stata costretta questa professione”, commenta il presidente, Nino Cartabellotta. “Senza una visione d’insieme continueremo a mettere in campo soluzioni frammentarie che sottostimano la carenza sulla carta, mentre nella realtà aumentano i carichi di lavoro e si riducono accessibilità e qualità dell’assistenza”. Negli ultimi anni, per rispondere alla carenza di medici di base, governo e Regioni hanno adottato varie soluzioni tampone, senza affrontare il problema alla radice. L’età pensionabile dei professionisti è stata innalzata fino a 72 anni, sono state introdotte delle deroghe all’aumento del massimale dei pazienti, ed è stata data la possibilità agli iscritti al corso di formazione in Medicina Generale di acquisire fino a mille assistiti. “Ma senza una riforma organica, capace di rendere la professione più attrattiva, è impossibile garantire il necessario ricambio generazionale”, commenta Cartabellotta. Il sistema continua a essere costruito su vecchi parametri che non riflettono più la realtà demografica italiana. I criteri per definire il numero massimo di assistiti per medico non tengono conto dei cambiamenti della popolazione degli ultimi 40 anni e ignorano le proiezioni per i prossimi decenni. Il Paese invecchia rapidamente: la quota di over 65 è quasi raddoppiata rispetto agli anni Ottanta e continuerà a crescere, arrivando al 30% della popolazione già nel 2035. In questo contesto, la complessità clinica dei pazienti aumenta. “L’invecchiamento e l’incremento delle malattie croniche generano bisogni assistenziali molto diversi rispetto al passato”, osserva Cartabellotta, con conseguenze dirette sull’organizzazione del lavoro. Secondo Gimbe, un massimale di 1500 pazienti, coerente con il quadro demografico fino agli anni Novanta, oggi non è più adeguato. Riduce il tempo da dedicare agli assistiti, aumenta i carichi di lavoro e genera inevitabili ripercussioni su accessibilità e qualità dell’assistenza. I numeri confermano questa pressione crescente. A gennaio 2025, i medici di medicina generale avevano in carico quasi 51 milioni di assistiti, con una media di 1383 pazienti ciascuno. Un dato che, precisa il report, è probabilmente sottostimato rispetto alla realtà: “Con livelli di saturazione così elevati viene limitato il principio della libera scelta e diventa sempre più difficile trovare un professionista disponibile vicino a casa”, commenta Cartabellotta. Una difficoltà che non riguarda più soltanto le aree interne o rurali, dove storicamente i bandi vanno deserti, ma coinvolge anche Regioni con sistemi sanitari tradizionalmente solidi, estendendosi ormai anche alle grandi città. Anche sul fronte del ricambio generazionale il quadro non è rassicurante. Negli anni scorsi il numero di borse di studio per la formazione in medicina generale era aumentato, superando le 4300 nel 2021, grazie ai finanziamenti straordinari arrivati sull’onda dell’emergenza Covid. Ma già dal 2022 la tendenza si è invertita e nel 2025 le borse sono state poco più di 2200. Il problema principale, però, è che anche quando i posti ci sono, non sempre vengono coperti, soprattutto in alcune regioni del Nord. Una tendenza che, secondo Gimbe, segnala un cambiamento profondo. “Questa spia rossa è accesa da anni e oggi è sempre più evidente – osserva Cartabellotta -, misurando il progressivo calo di attrattività della professione”. Secondo le stime, anche ipotizzando che tutti i medici vadano in pensione al limite massimo di età e che tutte le borse vengano assegnate e portate a termine, il sistema non riuscirà comunque a compensare le uscite. Il saldo resterà negativo, soprattutto considerando che una quota significativa degli iscritti – circa il 20% – non porta a termine il percorso formativo. Da qui al 2028 Gimbe prevede un gap di oltre 2700 medici di medicina generale. Ma il dato nazionale nasconde squilibri territoriali molto marcati. In Campania, ad esempio, si concentreranno ben 1147 dei circa 8mila pensionamenti previsti da qui al 2028 in tutta Italia, il dato più alto tra tutte le Regioni. In questo scenario di crisi, sottolinea Cartabellotta, il dibattito politico continua a concentrarsi su questioni che non affrontano il nodo centrale. “La discussione rischia di polarizzarsi nuovamente sulla contrapposizione tra dipendenza e convenzione – spiega Cartabellotta – mentre oggi la vera priorità è ripensare il ruolo del medico di famiglia. Dalla formazione all’organizzazione del lavoro, fino all’integrazione con l’intera rete dei servizi territoriali e ospedalieri”. In altre parole, non è solo una questione di contratto, ma di funzionamento del sistema. Senza una riforma complessiva, il medico di base, che rappresenta la porta d’ingresso al Servizio sanitario nazionale, rischia di diventare un collo di bottiglia. E quando questo filtro si inceppa, a restare esclusi sono soprattutto anziani e pazienti fragili, costretti a rivolgersi ai pronto soccorso già in affanno, o, sempre più spesso, a rinunciare alle cure. L'articolo Medici di base, ne mancano 5700 in tutta Italia. La situazione peggiore in Lombardia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Votare è un mio diritto, ma posso esercitarlo solo se ho i soldi”: la protesta di una studentessa fuori dal ministero della Giustizia
Questa mattina Veronica, studentessa di 23 anni dell’Università La Sapienza, è in protesta davanti al ministero della Giustizia di via Arenula. Ha con sé un cartello con scritto “sono una studentessa fuorisede e vorrei votare”. Veronica, che studia Cooperazione internazionale, pur lavorando, infatti non riuscirà a tornare a casa per votare e il governo non ha previsto il voto fuori sede nei provvedimenti per il referendum del 22-23 marzo. “Devo scegliere – spiega Veronica – se tornare per Pasqua o per essere ascoltata dalla mia Repubblica. Vorrei partecipare e aiutare il mio Paese. Per questo ho scritto a Mattarella”. Al suo fianco anche il Comitato studentesco referendario per il No del Lazio: “Sosteniamo Veronica e la sua battaglia. Votare è un diritto, non può essere un privilegio”. L'articolo “Votare è un mio diritto, ma posso esercitarlo solo se ho i soldi”: la protesta di una studentessa fuori dal ministero della Giustizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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