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“Hanno urlato ‘paki, sabbia negra e sporco arabo’. Mi hanno colpito in pieno e aperto la testa fino al cranio”: Boyan Chowdhury, ex chitarrista degli Zutons, si sfoga
Boyan Chowdhury, ex chitarrista degli Zutons e originario del Bangladesh. ha denunciato di essere stato vittima di un attacco razzista che gli ha causato una enorme ferita alla testa. L’aggressione, stando a quanto raccontato dal musicista, è avvenuta nella zona di Wavertree, a Liverpool. “Sono stato vittima di un attacco razzista da parte di una banda di ragazzi. – ha spiegato – Mi hanno chiamato PAKI, SABBIA NEGRA e SPORCO ARABO. Poi uno mi è corso addosso di lato con un pezzo di legno lungo due piedi. Se non mi fossi girato credo che in questo momento sarei stato colpito alla nuca e morto”. Poi ha rivelato: “Mi ha fatto passare davanti e come potete vedere mi ha spaccato la testa fino al cranio. Si sono avvicinati volontariamente con questo pezzo di legno. Questa città è fottutamente una merda. Pieno di sporchi orribili ratti razzisti. E peggiora ogni giorno”. La polizia del Merseyside ha confermato che l’aggressione subita dal 46enne è “motivata dall’odio”. L'articolo “Hanno urlato ‘paki, sabbia negra e sporco arabo’. Mi hanno colpito in pieno e aperto la testa fino al cranio”: Boyan Chowdhury, ex chitarrista degli Zutons, si sfoga proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mio nonno è ricoverato in ospedale e il suo desiderio è sposare mia nonna”: il nipote lancia l’appello urgente sui social. E il sindaco risponde: “Il matrimonio si farà”
Avrebbe chiesto, come ultimo desiderio, quello di sposare la sua amata prima che fosse troppo tardi. È questa la richiesta di un uomo anziano che, direttamente dal letto di un ospedale di Gorizia, nel Friuli Venezia Giulia, e grazie all’aiuto “social” di un nipote, avrebbe tentato di imbastire un matrimonio lampo nelle corsie di una struttura sanitaria goriziana. Il suo desiderio, però, si sarebbe scontrato con le lungaggini burocratiche e con il weekend, che inevitabilmente si traduce in uffici comunali chiusi. Di fronte all’impossibilità di mettersi in contatto con il sindaco e alla delicatezza del momento, dunque, chiunque si sarebbe arreso. Ma non è stato questo il caso. Perché la giovane nipote dell’uomo, infatti, avrebbe tentato il tutto per tutto per realizzare il sogno di suo nonno. A raccontare la vicenda è il “Gazzettino”, che, pur celando i nomi e le identità dei protagonisti, riporta il tenero appello della nipote e i tentativi frenetici di raggiungere il primo cittadino goriziano Rodolfo Ziberna. Stando a quanto scrive il quotidiano, infatti, la giovane parente avrebbe lanciato un appello via social con l’obiettivo di attirare l’attenzione del sindaco e convincerlo, così, a organizzare le nozze nottetempo. “Mio nonno è ricoverato all’ospedale, e il suo desiderio è quello di sposare mia nonna prima che venga a mancare. Purtroppo siamo nel weekend e il comune non risponde, avrei bisogno di qualcuno che possa ufficializzare il matrimonio”, si legge infatti in un post pubblicato su Facebook. Parte così un frenetico tam tam digitale, un passaparola che, evidentemente, giunge sino al sindaco. Contattato da “Il Gazzettino”, infatti, Ziberna avrebbe confermato non solo di essere venuto a conoscenza della vicenda, ma di essere pronto a dare una risposta positiva all’anziana coppia e al loro tenace nipote. “Sto rientrando da Trieste apposta”, avrebbe spiegato il primo cittadino goriziano, dando così il via al completamento delle procedure necessarie per organizzare le nozze. Nonostante le condizioni cliniche definite gravi dal quotidiano, l’uomo sarebbe quindi riuscito ad esaudire il suo sogno e sposare la donna che ama, anche se in una location sicuramente inusuale, ovvero la corsia dell’ospedale in cui è ricoverato. E a confermarlo, riporta ancora il “Gazzettino”, sarebbe stato lo stesso Ziberna: “Tra poco, alle 18 verrà celebrato il matrimonio dal mio assessore delegato Maurizio Negro, che ha assicurato la sua disponibilità, presso il nosocomio di Gorizia, precisamente al quarto piano medicina B”, avrebbe fatto sapere il sindaco. Che poi passa ai ringraziamenti, sia verso il “personale comunale ed a quello sanitario per lo sforzo da tutti compiuto per un gesto condiviso di carità, sia essa laica o cristiana poco importa”. E, infine, “un forte abbraccio agli sposi ed alle loro famiglie per il lacerante momento che stanno attraversando. Splendida, infine, la nipote che è riuscita a contattarmi e ad assolvere alle pratiche burocratiche, comunque necessarie sebbene semplificate ed accelerate a causa del triste contesto”, conclude Ziberna. L'articolo “Mio nonno è ricoverato in ospedale e il suo desiderio è sposare mia nonna”: il nipote lancia l’appello urgente sui social. E il sindaco risponde: “Il matrimonio si farà” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chuck Norris morto, il riscatto con il cinema e le arti marziali: “Ho passato un’infanzia infelice, ero timido e in balia dei bulli della scuola”
Chuck Norris, il campione di arti marziali che è diventato un’iconica star del cinema d’azione statunitense, è morto. Aveva 86 anni. Il celebre Cordell Walker del telefilm Walker Texas Ranger, ma anche l’ufficiale delle forze speciali McCoy di Delta Force, e ancora lo sfidante di Bruce Lee tra le stanze del Colosseo in L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, era ricoverato da giovedì scorso in ospedale delle Hawaii. “Per il mondo era un campione di arti marziali, un attore, un simbolo di forza. Per noi, un marito devoto, un padre e un nonno amorevole”, hanno scritto i familiari in un post su Instagram dove ne hanno annunciato pubblicamente la morte. Se c’è stato, infatti, un elemento che ha caratterizzato la presenza di Norris in scena, è stata proprio la credibilità del suo ruolo di combattente nelle arti marziali. Nato in Oklahoma nel 1940, con anche un quarto di sangue Cherokee nelle vene, Norris raccontò più volte di aver passato un’infanzia infelice, lui così piccino, timido e in balia dei bulli della scuola. È grazie all’aver prestato servizio nella United States Air Force ad inizio anni sessanta, e al trasferimento in una base della Corea del Sud che Norris impara le arti marziali, soprattutto karate e taekwondo. A forza di allenamenti, tornato negli Stati Uniti è sul finire degli anni sessanta che comincia a mietere vittorie sportive. Norris apre diverse catene di palestre di arti marziali e in una di queste ha come allievo Chad, il figlio di Steve McQueen. Proprio grazie al legame con la star di Hollywood, Norris inizia ad interpretare piccoli ruoli in Quella sporca dozzina di Aldrich e Berretti verdi di John Wayne che poi verranno tagliati in sede di montaggio. Nel 1969 incontra su un tappeto di gara Bruce Lee che nel 1972 gli offre un ruolo, appunto, in L’urlo di Chen terrorizza l’Occidente. Norris si esibisce in un lungo combattimento con il collega finendo sconfitto. La lunga sequenza diventa presto un cult. Ed è nel 1974 che Norris spicca definitivamente il volo a Hollywood. Sarà in almeno una trentina di film sempre un duro, generalmente un militare o simile, pronto a sparare ma soprattutto a menare le mani. Lui non proprio così prestante fisicamente che invece riesce a ribaltare ogni possibile logica di forza in campo nel combattimento. La tripletta The octagon (1980), Triade chiama Canale 6 e Vendetta a Hong Kong sono tre grandi successi al box office; ma è con una Magnum per McQuade, Rombo di tuono (che spesso è stato accostato a Rambo 2) e infine il succitato Delta Force (1986) che Norris diventa figura cruciale degli action movie ben più dei coevi Schwarzenegger o Stallone, magari più inclini ad una certa autoironia in scena, ma meno schiettamente popolari. Norris tra gli anni ottanta e novanta è la star di punta della produzione Cannon Films, ma non tutto fila liscio e la Cannon fallirà lasciando a Norris un via libera dove esplorerà toni da commedia e drammatici non proprio a lui congeniali. Il 1993 è l’anno in cui inizia a lavorare in “Walker Texas Ranger” sulla CBS. Un’autentica svolta in una carriera in fase totalmente calante. Basti dire che la serie ha avuto più seguito di pubblico de “La Signora in giallo”. Tanti i tentativi di rilanciare Norris nel cinema grazie al trampolino tv, ma sono tanti gli insuccessi nei primi anni duemila. La vera rimpatriata smargiassata avviene ne 2011 quando raggiunge i colleghi Stallone, Van Damme, Jet Li, Lundgren e Statham sul set di I mercenari 2. Vicinissimo al partito repubblicano, l’icona Norris, come ricorda Variety, è diventata talmente caricaturale nella sua figura di invincibile uomo d’ordine che numerosi meme lo immortalano in imprese impossibili dove si ironizza sulla sua invincibilità. L'articolo Chuck Norris morto, il riscatto con il cinema e le arti marziali: “Ho passato un’infanzia infelice, ero timido e in balia dei bulli della scuola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La denuncia: “Io caregiver di mia nonna centenaria cacciata dall’ospedale come una criminale e lei è morta sola senza dignità”
“Non sono mai stata autorizzata. Neanche la sera in cui stava per morire. Cacciata come una criminale. Cacciata come una bandita per una settimana. E perfino in punto di morte”. Monica Raucci è molto amareggiata. Sua nonna Maria è morta all’età di 100 anni nella notte tra il 15 e il 16 dicembre scorso in una stanza dell’Aurelia Hospital, struttura ospedaliera romana privata accreditata con il Servizio sanitario regionale. La signora si era rotta il femore ed era ricoverata presso la clinica romana dall’8 dicembre. La nipote, in quanto caregiver della nonna che era al 100% non autosufficiente ai sensi della legge 104 del 1992, denuncia di aver chiesto più volte alla struttura di poter assistere la nonna anche al di fuori degli orari di visita, appellandosi al dpcm del 2 marzo 2021 che prevedeva il libero accesso anche nelle zone di degenza degli accompagnatori dei pazienti “in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104”, seppure “nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della struttura”. Concetto per altro ribadito all’articolo 2 della successiva legge 87 dello stesso anno, secondo il quale ai caregiver dei disabili certificati “è sempre consentito prestare assistenza, anche nel reparto di degenza, nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della struttura”. Raucci dice di aver fatto più volte la debita richiesta, senza successo, al personale del reparto di ortopedia in cui era ricoverata la nonna, che le ha risposto negandole il permesso in quanto non autorizzata dalla direzione sanitaria. E così il giorno 11 di dicembre ha chiamato la direzione sanitaria al telefono. “Spiego, mi dicono che parlano con il direttore e mi richiamano, nulla. La stessa mattina vado di persona, stessa storia”, racconta esibendo il registro delle chiamate del suo cellulare. La domenica 14 dicembre, poi, scrive una pec alla direzione dell’ospedale. “Ho chiesto due volte a voi sia telefonicamente che recandomi in presenza di autorizzarmi ad avere accesso al reparto fuori dall’orario delle visite, con tempistica e modalità concordate con voi (come previsto dal DPCM del 2 marzo 2021), per assistere fisicamente ed emotivamente mia nonna, molto provata, trattandosi di una paziente fragile e chiaramente a detta dei medici stessi critica – si legge nella lettera -.Nessuno di voi mi ha mai dato una risposta, ma dal reparto mi è arrivato il diniego. Vorrei sapere la motivazione”, chiede, non aspettandosi una risposta prima dell’indomani. Il giorno dopo, però, gli eventi precipitano. “Quel pomeriggio ci hanno chiamato verso le 17 perché aveva avuto una crisi respiratoria improvvisa (“abbiamo dovuto chiamare il rianimatore“) alle 17.30 eravamo lì, stava in condizioni pietose, maschera ossigeno (mai avuta prima), l’orario di visita normale era 18-18.45 e alle 18.45 ci hanno mandato via. Ho supplicato caposala e medico di turno di poter restare vista la gravità, ma nulla. Risposta: domani chiedete una singola”. Ma per la signora Maria non c’è stato un domani: risulta deceduta alle 6.15 del mattino dopo. “Io sono stata trattata da criminale e mia nonna senza dignità – commenta Raucci – Mi auguro non accada più a nessuno, lì o in qualsiasi altro ospedale, mi interessa solo questo…Pazienti così gravi, che stanno per morire senza neanche la possibilità di una carezza”. In effetti generalmente negli ospedali la prassi è che, in questi casi, venga fatta una domanda formale alla direzione sanitaria e vengano fornite le indicazioni e/o le spiegazioni del caso. Ovviamente in forma scritta e secondo parametri uguali per tutti. Senza spazio per le ambiguità e nel rispetto della normativa. Aurelia Hospital, interpellata in merito, mette le mani avanti e si dice innanzitutto “fortemente amareggiata per essere accusata di comportamenti contra legem, che non trovano alcun riscontro nei fatti”. Poi cita la norma: “È proprio la disposizione di legge menzionata a richiamare esplicitamente ‘il rispetto delle indicazioni sanitarie della struttura nel definire modalità di accesso agli accompagnatori di persone disabili e non autosufficienti’, che deve essere necessariamente limitato e regolamentato nell’interesse di tutti i pazienti ricoverati nel medesimo reparto”, sostiene la direzione della struttura che fa capo al gruppo quotato Garofalo Health Care, replicando alle richieste di chiarimento. La norma, tuttavia, parla di indicazioni della direzione sanitaria da seguire a proposito delle modalità con cui prestare assistenza, cosa che di suo sembra invece essere sempre permessa ai caregiver di persone non autosufficienti. Per Aurelia la questione non sta in questi termini: “Facendo riferimento al caso specifico indicato, sottolineiamo che nella stessa stanza della Sig.ra Maria, era ricoverata all’epoca dei fatti un’altra paziente coetanea, anche lei estremamente fragile e non autosufficiente. E che, nel medesimo periodo erano presenti in reparto altri 7 pazienti con la stessa limitata autonomia e di età avanzata, oltre che un paziente in isolamento da contatto per infezione. Tutto ciò riteniamo sia sufficiente a descrivere la delicatezza del contesto e la necessità di tutelare tutti i pazienti in egual misura”. Ma è solo una premessa. Perché poi la struttura esibisce una mail inviata alla signora Raucci a mezzogiorno del 15 dicembre in risposta alla pec ricevuta il giorno prima. “Sottolineiamo, affinché la notizia venga data correttamente, nell’interesse di entrambe le parti, che non corrisponde assolutamente al vero, che la nipote della Signora non abbia mai avuto risposta alla pec inviata alla direzione sanitaria, che, infatti, ha risposto con email (qui di seguito riportata), confermando alla Sig.ra Raucci (dichiaratasi nipote e caregiver della Sig.ra) l’autorizzazione, che le era già stata data dalla caposala e non le è stata mai negata, a rimanere in reparto oltre l’orario ordinario di visita, seppure con le necessarie limitazioni che le sono state indicate”, scrivono. La mail ordinaria però non può aver raggiunto la casella Pec della signora Raucci per motivi tecnici e anzi dovrebbe essere tornata indietro al mittente. Ma nessuno se n’è accorto. Il fatto poi che alla nipote della signora Maria il giorno dello scambio epistolare mancato non sia stato permesso di trattenersi oltre l’orario di visita, sembra confermato anche dalle dichiarazioni della stessa struttura: “Per quanto riguarda il decesso della signora, la nipote era stata opportunamente allertata dalla struttura sul peggioramento dello stato di salute della nonna nel primo pomeriggio del 15 dicembre, ma non potendo prevederne il decesso, che difatti è avvenuto alle 6.15 del mattino del 16 dicembre, sarebbe stato impossibile consentire una permanenza notturna, peraltro in una stanza condivisa”, concludono. Considerati i normali orari di un ospedale, tra il termine della visita alle 18.45 e la notte c’è ben poco spazio per trattenersi oltre. “Nella speranza di aver fatto chiarezza e porgendo nuovamente ai familiari della Sig.ra le condoglianze da parte della struttura, desideriamo ribadire la professionalità e l’impegno costante di tutto il personale medico ed infermieristico di Aurelia Hospital”, è la formula finale. A richiesta di ulteriori chiarimenti alla luce delle incongruenze rilevate, la direzione della struttura ha poi ribadito “che ai familiari della Sig.ra è stata accordata, dal primario e responsabili di reparto, la possibilità di trattenersi anche oltre il normale orario di visita – come suo diritto, ma nel rispetto delle necessarie limitazioni che le sono state indicate – e di tale possibilità ha, in modo dimostrabile, effettivamente usufruito”. Ma non è stato possibile avere alcun chiarimento sulla tipologia delle “necessarie limitazioni” e delle indicazioni che la struttura sostiene di aver dato alla signora per poter assistere la nonna anche dopo l’orario di visita, nonché delle possibilità di visita cui la signora Raucci avrebbe usufruito “in modo dimostrabile”. Hai avuto un parente disabile grave ricoverato in ospedale e non hai potuto assisterlo? Scrivi la tua testimonianza a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it L'articolo La denuncia: “Io caregiver di mia nonna centenaria cacciata dall’ospedale come una criminale e lei è morta sola senza dignità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A 20 anni sono stata colpita da un attacco ischemico transitorio: un mal di testa improvviso. Annientata dal dolore, era l’emicrania con aura”: così Barbara Tabita
L’attrice Barbara Tabita, popolare al grande pubblico grazie a diverse produzioni come ad esempio “I Cesaroni”, “Il 7 e l’8” e l’ultimo film di Ficarra e Picone “Sicilia Express”, a Il Corriere della Sera ha raccontato di avere l’emicrania con aura che l’ha “annientata” e creato non pochi problemi. “Ho sempre avuto un carattere positivo, solare e quando sono stata raggiunta da questo fulmine a ciel sereno è stato un vero tsunami. A 20 anni sono stata colpita da un TIA, un attacco ischemico transitorio: – ha affermato – un mal di testa improvviso, emicrania aura scoprirò in seguito. Le mie parole erano sconnesse, desideravo dire una cosa e ne dicevo un’altra, era impossibile comprendermi, ero bloccata in un corpo che non riusciva a esprimersi e io ero cosciente di questa mio incomprensibile linguaggio. Ho continuato la mia vita imputando l’accaduto allo stress”. E ancora: “Un giorno, avevo 40 anni, a Roma il sole mi è arrivato attraverso la finestra come una lama negli occhi, a seguire una potente emicrania. Ho pensato all’esordio di una paresi: l’emicrania aura può dare paralisi temporanea. L’aura era tornata e la cartella clinica che sono riuscita a recuperare in ospedale, dopo 20 anni, confermava questa patologia neurologica, dimostrata da ulteriori esami a cui sono stata sottoposta”. “L’emicrania si diagnostica, innanzitutto, tramite una visita neurologica a cui fanno seguito una Tac o una risonanza magnetica. I sintomi del sopraggiungere dell’aura, che può durare da 20 minuti a massimo 3 ore, – ha continuato – sono diversi, a volte possono essere simili a quelli dell’ictus: la lingua sembra essere di pezza o colpita da formicolio persistente, le labbra, mento e dita della mano si addormentano, la luce naturale o quella dei vari device diventa insostenibile agli occhi. Da qui fa seguito un’emicrania feroce. Le mie auree purtroppo duravano anche due giorni”. Poi la terpia: “In questi 20 anni la medicina ha fatto importanti passi avanti e io non ho mai smesso di cercare, di informarmi, di scoprire il più possibile in merito a questa patologia. Nel mio caso gli anticorpi monoclonali sono state la mia cura. Accanto a me, per sette anni, il dottor Emanuela Caggia, neurologo di Ragusa, con la sua incredibile equipe. In seguito il dottor Bruno Colombo, coordinatore dell’area neurologica del Centro cefalee presso l’unità Neurologica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano: vivevo sempre sotto stretto controllo medico per scongiurare un nuovo attacco ischemico”. L'articolo “A 20 anni sono stata colpita da un attacco ischemico transitorio: un mal di testa improvviso. Annientata dal dolore, era l’emicrania con aura”: così Barbara Tabita proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A Cuba sospesi gli interventi chirurgici: mancano garze e antidolorifici. E il trasporto pubblico è quasi fermo
Si aggrava sempre più la situazione economica e sociale a Cuba a causa dell’inasprimento dell’embargo deciso da Donald Trump. Gli ospedali di tutto il Paese hanno sospeso gli interventi chirurgici. Nei centri sanitari, il personale medico intervistato dall’agenzia di stampa locale indipendente 14ymedio ha affermato che antidolorifici, antipertensivi, antibiotici, fluidi per via endovenosa, cateteri e garze non sono disponibili. Molti hotel sono chiusi, vengono segnalati tagli ai trasporti e le interruzioni di corrente hanno innescato una crisi energetica senza precedenti. Il sistema di trasporto pubblico sta affrontando una crisi quasi totale. Secondo Tiempo 21 ed Escambray, nel municipio di Las Tunas la riduzione delle linee di autobus lascia un solo collegamento giornaliero con L’Avana, senza alternative verso comuni come Camagüey, Holguín o Santiago de Cuba. Il vice primo ministro Oscar Pérez-Oliva Fraga, secondo quanto riportato dall’agenzia Efe, ha annunciato il razionamento delle vendite di carburante vista la carenza causata dall’embargo petrolifero. “Con carburante insufficiente, non possiamo mantenere i livelli di vendita delle settimane precedenti e, pertanto, ci saranno alcune limitazioni”, ha detto. “Con il miglioramento della situazione, le consegne torneranno alla normalità”. Le “attività amministrative essenziali” saranno operative solo dal lunedì al giovedì per risparmiare energia. L’isola darà priorità ai “servizi essenziali”: la produzione di elettricità, i “servizi sanitari”, attività di difesa e quanto occorre per “garantire la sostenibilità di quei settori che generano entrate in valuta estera”, come il turismo. Pérez-Oliva ha poi aggiunto che il governo cubano faciliterà le procedure per le aziende private “che hanno i mezzi” per importare il proprio carburante. Anche il settore turistico, fondamentale per l’economia cubana, sta soffrendo. I media segnalano l’improvvisa chiusura degli hotel di Cayo Santa María, con gli ospiti trasferiti in altre strutture: una decisione che ha colto di sorpresa sia i dipendenti che i visitatori, e per la quale non sono state fornite motivazioni ufficiali. L'articolo A Cuba sospesi gli interventi chirurgici: mancano garze e antidolorifici. E il trasporto pubblico è quasi fermo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un ragazzo vittima di un incidente in Thailandia rimane gravemente ferito. L’appello della madre per riportarlo a casa: “Aiutateci, prima che sia troppo tardi”
“Aiutateci, prima che sia troppo tardi. Aiutateci a riportare questo ragazzo a casa”. È stato questo l’appello di Lisa, madre del ventitreenne Tiger Duggan che, a seguito di un incidente a bordo di una motocicletta, è rimasto gravemente ferito. Il giovane britannico, che tutt’ora si trova in terapia intensiva, è stato coinvolto nel fatale sinistro stradale mentre si trovava in vacanza, sull’isola di Koh Samui, in Thailandia, con un amico. A seguito dell’impatto con una vettura, Tiger era stato inizialmente ritenuto morto ma, grazie ad una repentina rianimazione sul posto, è stato poi trasportato, in gravissime condizioni, in un piccolo ospedale dell’isola. Venerdì 6 febbraio, Tiger è stato trasferito in un ospedale di Bangkok con un aereo sanitario, dove è ancora privo di sensi e attaccato ad un macchinario per il supporto vitale. La sua famiglia, di Milton Keynes, nel Buckinghamshire, spera che Tiger si riprenda abbastanza bene da poter essere riportato in aereo “a casa, ovunque questo significhi, che sia Perth, Australia, oppure Buckinghamshire, Milton Keynes, Robinsands, Inghilterra, per Tiger. In ogni caso, dobbiamo riportarlo a casa”, ha spiegato Lisa, in un commovente video rimbalzato su tutti i social. Oltre al Regno Unito la madre ha menzionato anche l’Australia perché Tiger si è trasferito a Perth, da oramai due anni, per intraprendere il “lavoro dei suoi sogni”: lavorare per la società mineraria aurifera Westgold Resources. Nel frattempo, un gruppo di infermieri, colleghi di Lisa, ha lanciato una raccolta fondi online per finanziare il viaggio di ritorno a casa di Tiger. Ad ora, come riportato dal The Sun, sono state raccolte 130.000 sterline. “Ho ricevuto un preventivo, ho un’équipe medica per il rimpatrio che ci sta lavorando. Dobbiamo contenere i costi”, ha spiegato Lisa, in lacrime, aggiungendo che ora si trova in ospedale, a Bangkok, accanto al figlio, con la compagnia ed il supporto della sorella Lena. Il marito di Lisa ed il figlio minore (nonché fratellino di Tiger) li stanno raggiungendo in Thailandia. “Sebbene Tiger abbia un’assicurazione di viaggio, siamo stati informati che la procedura è lunga e le approvazioni possono richiedere tempo. Purtroppo, non può permettersi di aspettare e questo trasferimento di emergenza deve avvenire immediatamente per dargli le migliori possibilità possibili”, ha specificato un portavoce della famiglia. Inoltre, per garantire lo spostamento in sicurezza dalla Thailandia al Regno Unito (o all’Australia), è necessario che le condizioni di Tiger migliorino. L'articolo Un ragazzo vittima di un incidente in Thailandia rimane gravemente ferito. L’appello della madre per riportarlo a casa: “Aiutateci, prima che sia troppo tardi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Nell’aldilà ero molto felice e sereno, parlavo con mio figlio e mio padre che era morto anni fa”: il racconto incredibile di Rhys Edwards dopo l’infarto
Cosa accade dopo la morte? È la domanda che ormai da secoli l’uomo si pone. Anche il 35enne Rhys Edwards si è posto il quesito, ma mai avrebbe immaginato di avere, suo malgrado, una risposta. Come riporta il Daily Star, Edwards non pensava di tornare a casa dopo aver subito un arresto cardiaco, durante un viaggio di lavoro. Dopo essere stato trasportato d’urgenza in ospedale, i medici gli hanno impiantato un pacemaker temporaneo, ma si è staccato causando l’arresto cardiaco. “Il dispositivo si è staccato accidentalmente e il mio cuore si è fermato immediatamente. Sinceramente pensavo di essere morto”, ha affermato”. Ma Edwards ricorda di aver provato un’immensa sensazione di pace nonostante la situazione di pericolo di vita in cui si trovava. “Ho perso conoscenza e ricordo di aver provato un senso di calore ed euforia – ha raccontato a WalesOnline -. Ero incredibilmente felice, seduto con mio figlio e parlando con mio padre, scomparso anni fa. Poi mi sono svegliato con i dottori che cercavano di rianimarmi. Fu in quel momento che mi resi conto di quanto ci fossi andato vicino”. Nello stesso giorno, gli è stato applicato un pacemaker temporaneo esterno attaccato al torace, riducendo al minimo il rischio di un’altra disconnessione accidentale. Dopo quasi due settimane di ricovero in ospedale, Edwards è stato dimesso, ma è rimasto in hotel per un’altra settimana prima di tornare a casa per iniziare il lungo percorso di recupero. “Il lato fisico è stato duro, ma quello mentale è stato brutale – ha detto -. Avevo attacchi di panico, ansia costante e non avevo nemmeno la forza di prendere in braccio mio figlio. Questo mi ha distrutto.” A quattro anni da quella esperienza Edwards sta rimettendo insieme i pezzi della sua vita: “Non sono più la persona di prima. Ho ancora le palpitazioni e temo di esagerare. Ma mi concentro sulla gratitudine: guardo i miei figli giocare, mi godo le piccole cose”. L'articolo “Nell’aldilà ero molto felice e sereno, parlavo con mio figlio e mio padre che era morto anni fa”: il racconto incredibile di Rhys Edwards dopo l’infarto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi”
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio, affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi, né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl 73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia. “Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”. Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup, comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma, lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità. Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del legame tra liste d’attesa e spesa privata. Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -. Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla tutela della salute garantito dalla Costituzione”. L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria
Ucciso selvaggiamente dal suo compagno di stanza, un cittadino romeno di 26 anni, che lo ha massacrato di botte alla testa usando la spalliera del letto come spranga. È morto così Antonio Domenico Martinelli, 72enne ex dipendente di banca ricoverato da tempo nel reparto psichiatrico dell’ospedale De Lellis di Rieti. L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio. I sanitari sono intervenuti immediatamente, ma per la vittima non c’è stato niente da fare. La direzione della struttura non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto e ancora non si conoscono i particolari della vicenda, su cui stanno indagando i Carabinieri del Comando provinciale, coordinati dal magistrato di turno. L'articolo Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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