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“Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi”
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio, affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi, né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl 73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia. “Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”. Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup, comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma, lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità. Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del legame tra liste d’attesa e spesa privata. Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -. Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla tutela della salute garantito dalla Costituzione”. L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini. Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria
Ucciso selvaggiamente dal suo compagno di stanza, un cittadino romeno di 26 anni, che lo ha massacrato di botte alla testa usando la spalliera del letto come spranga. È morto così Antonio Domenico Martinelli, 72enne ex dipendente di banca ricoverato da tempo nel reparto psichiatrico dell’ospedale De Lellis di Rieti. L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio. I sanitari sono intervenuti immediatamente, ma per la vittima non c’è stato niente da fare. La direzione della struttura non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto e ancora non si conoscono i particolari della vicenda, su cui stanno indagando i Carabinieri del Comando provinciale, coordinati dal magistrato di turno. L'articolo Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sanità, il report: la spesa privata delle famiglie è raddoppiata in 40 anni. E i nuclei poveri pagano di più
Oltre il 70 per cento delle famiglie italiane è costretto a pagare di tasca propria per la sua salute. Di fronte al sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale, il ricorso al privato è sempre di più una componente strutturale dell’accesso alle cure. Soprattutto – ed è il dato che più allarma – per le famiglie più povere e con bassa istruzione. Questi nuclei, infatti, spendono una percentuale più alta del loro reddito in sanità (fino al 6,8%), rispetto a quanto facciano le famiglie più benestanti e istruite (4,3%). Un chiaro segnale che, negli ultimi anni, la sanità in Italia è sempre meno equa. Di fatto, la sostenibilità del Ssn è stata garantita tramite un razionamento implicito delle prestazioni, che ha scaricato i costi sui cittadini. Tanto che la copertura pubblica della spesa sanitaria è scesa in 40 anni dall’81% al 72,6%. Inoltre, con l’invecchiamento della popolazione, sorgono nuove criticità profonde e strutturali. Allo stato attuale, il sistema garantisce un sostegno del tutto insufficiente alle famiglie che hanno a carico un anziano non autosufficiente, con gravi differenze territoriali. E, trattandosi di un bisogno improrogabile, le famiglie sono costrette a impoverirsi ulteriormente, per rispondere alle carenze del sistema. È il panorama preoccupante descritto dal 21° Rapporto Sanità del Crea, Centro per la ricerca economica applicata in sanità, presentato il 21 gennaio nella sede del Cnel, a Roma. Il report quest’anno ha esposto un’analisi retrospettiva, prendendo in esame le performance dell’Ssn dagli anni ’80 a oggi, per suggerire come questo debba evolversi, visti i cambiamenti demografici e sociali a cui è andata incontro la popolazione italiana negli ultimi 40 anni. Dai dati presentati emerge che la quota di famiglie che hanno fatto ricorso a consumi sanitari, pagandoli privatamente, è aumentata di 19,2 punti percentuali. E la crescita più alta si riscontra nel quinto più povero e meno istruito della popolazione, nonché tra le famiglie del Sud e del Centro Italia. Nelle regioni del Nord, la crescita della spesa sanitaria privata è andata di pari passo con l’aumento del reddito disponibile. Cosa che non è avvenuta nel resto d’Italia, dove la spesa sanitaria privata è cresciuta significativamente di più degli stipendi. A rendere ancora più fragile l’equilibrio del Servizio sanitario nazionale, inoltre, è l’aumento delle cosiddette spese “catastrofiche”, quelle che incidono in modo rilevante sui bilanci familiari (oltre il 40% della capacità di spesa mensile familiare). Oggi riguardano oltre 2,3 milioni di nuclei (+2,1% in 10 anni) e sono concentrate soprattutto in due ambiti dove la copertura pubblica risulta strutturalmente insufficiente: l’odontoiatria e l’assistenza di lunga durata alle persone non autosufficienti. Settori nei quali il bisogno non è rinviabile e dove l’assenza di una risposta pubblica adeguata costringe le famiglie a farsi carico dei costi, anche a prezzo di un progressivo impoverimento. Non a caso, il numero di persone che rinunciano o rimandano le cure per motivi economici è in lenta ma costante crescita, soprattutto tra le famiglie del Mezzogiorno meno abbienti e meno istruite. Il paradosso è che la scarsità di risorse – e il conseguente affanno della sanità pubblica – finisce per penalizzare proprio chi avrebbe più bisogno di tutela. Alla base di questa dinamica c’è un razionamento implicito delle prestazioni pubbliche. Il contenimento della spesa sanitaria pubblica, avviato già nei primi anni Novanta, non si è tradotto tanto in un efficientamento del sistema, quanto in una compressione dell’offerta che ha progressivamente trasferito i costi sulle famiglie: oggi la spesa privata ha superato i 43 miliardi di euro, quasi un quarto del totale. Il quadro è reso ancora più complesso dalle trasformazioni demografiche e sociali. L’Italia ha oggi quasi cinque milioni di over 75 in più rispetto alla nascita del Ssn. Inoltre, cresce il numero di pazienti con multi-patologie croniche, così come quello delle persone non autosufficienti (+10% in meno di dieci anni). A fronte di bisogni sempre più ibridi, a cavallo tra sanità e assistenza sociale, il sistema continua a offrire risposte parziali, lasciando scoperta proprio l’area della fragilità e della presa in carico continuativa. Con profonde differenze territoriali. Per quanto riguarda l’assistenza residenziale ai non autosufficienti, se la Valle d’Aosta garantisce 72 minuti di assistenza infermieristica al giorno, il Friuli Venezia Giulia solo sei. Ugualmente, i 147 minuti di supporto socio-assistenziale garantiti in Emilia Romagna producono esiti differenti, in termini di salute pubblica, rispetto ai 27 minuti assicurati dalla Calabria. Critica la situazione anche per quanto riguarda l’assistenza domiciliare: aumenta la percentuale di cittadini raggiunti, ma il monte ore di assistenza pro capite resta assolutamente insufficiente. È in questo scarto tra bisogni reali e capacità di risposta che si alimenta il ricorso al privato come strumento di compensazione. Non solo per accelerare l’accesso alle prestazioni, ma per riuscire a entrare nei percorsi di cura. Un meccanismo che contribuisce a spiegare perché, nonostante il sottofinanziamento, gli esiti di salute restino complessivamente buoni: una parte crescente della popolazione integra, a proprie spese, ciò che il sistema pubblico non riesce più a garantire. Il rischio è però che si tratti di una tenuta solo apparente e non sostenibile a lungo, poiché scarica il peso sui bilanci familiari e amplia ulteriormente le disuguaglianze. Così, il diritto alla salute smette di essere universale e si trasforma, sempre di più, in una questione di capacità economica. 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Incendio all’ospedale Sacco di Milano: evacuati medici e pazienti
Il fuoco, il fumo e la fuga di professionisti e pazienti. Si sono vissuti momenti di panico all’interno dell’ospedale Sacco di Milano, intorno alle 10 di giovedì 15 gennaio. L’incendio si è sviluppato nel padiglione 16, interessando i locali in cui erano in corso visite ed esami: fortunatamente, nessuno tra i medici e i pazienti è rimasto ferito o intossicato. È stata avvolta dalle fiamme anche una parte dell’Archivio diagnostica, contenente la documentazione iconografica e testuale prodotta durante le indagini cliniche. Trenta vigili del fuoco sono intervenuti sul posto per spegnere il rogo ed evacuare i presenti, supportati dal personale sanitario dell’ospedale milanese. Iniziate le operazioni di bonifica in seguito all’accaduto, mentre le cause del rogo sono ancora in fase di accertamento. ‹ › 1 / 3 ‹ › 2 / 3 ‹ › 3 / 3 L'articolo Incendio all’ospedale Sacco di Milano: evacuati medici e pazienti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli ospedali
di Angelo Bianco Sarà colpa della mia senilità precoce, che mi ha reso intollerante alla vacuità, ma io proprio non sopporto, ed uso un eufemismo educato, la passerella in ospedale dei politici – destra o sinistra non fa differenza perché per un selfie si ritrova unità parlamentare – che vanno a manifestare la personale gratitudine ai medici che hanno in cura i feriti di una strage che ha scosso l’opinione pubblica, quale è quella, ad esempio, di Crans-Montana. L’ultima in via di apparizione è stata l’onorevole Ronzulli, anche lei, come tanti altri suoi colleghi, pronta, mascherina e cappellino d’ordinanza scenica, ad unirsi al coro “grazie alla nostra sanità!” Se fossi stato io costretto a riceverne uno, chicchessia, gli avrei chiesto: “Scusi ma cosa significa la sua presenza solo oggi?” e, sempre più senilmente intollerante, difronte a tanta ipocrisia mediatica, “lei dove era, ieri, quando noi eravamo, sempre qui, a curare le vittime della strage del Ssn, di cui siete tutti responsabili?”. Avrei aggiunto polemicamente “questo è un ospedale pubblico, dove avete disinvestito a favore dei privati mentre questi, adesso, quali impegni hanno assunto per questi poveri ragazzi?” fino alla chiosa finale, che ce l’ho proprio qui, in punta di lingua, che non userò mai per leccare il culo al potente di turno: “Non so cosa farmene della sua gratitudine, oggi, ieri e domani, io sono un medico, io sono una persona seria, i pazienti sono tutti uguali anche se non sono illuminati dai riflettori perché noi siamo in guerra tutti gli altri 364 giorni.” La gratitudine è un sentimento nobile che non si usa per essere solidali ad una classe di lavoratori, da dirci tutti eroi solo quando il ritorno d’attenzione social è garantito tra un selfie e un post curato dal servizio d’immagine. Il nostro lavoro non cambia in tutti gli altri giorni dell’anno ma noi non sentiamo la vostra vicinanza, anzi. Avete nominato commissioni d’inchiesta sul Covid e siete, così, tutti a dirci di essere “complottisti” o, comunque, avete prestate il fianco elettorale a chi della protesta no-vax ne ha fatto, addirittura, un movimento d’opinione. Non avete promosso legge che ci assicuri dalle valanghe di denunce legali, così da farci dire, da tutti, che siamo “assassini”, una casta da esporre alla gogna, tanto che la vocazione medica, grazie a voi, è in una crisi senza fondo. Smettetela di violare la sacralità di un ospedale e di usare i riflettori di una tragedia per le vostre passerelle narcise e se ne avete, davvero, bisogno impulsivo, allora specchiatevi nella vostra coscienza e chiedete a lei se siete davvero degni di usare gratitudine nei nostri confronti e noi, magari, di dirvene grazie; ma, state sereni, almeno per quest’ultima sono io a darvene risposta, perché sarò anche vecchio ma non ho perso ancora la memoria: no, grazie. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il pene eretto può assumere la forma di un boomerang per adattarsi alla forma della vagina”: coppia fa sesso in una macchina per risonanze magnetiche
Tra i tanti posti strambi dove consumare un rapporto sessuale, una coppia ha avuto l’ardire di scegliere come alcova una macchina per risonanze magnetiche. Era il 1991 e Ida Sabelis e il suo fidanzato Jupp accettarono la sfida in nome della ricerca. Il curioso esperimento fu ideato dal loro amico, lo scienziato olandese Menko Victor “Pek” van Andel, che voleva vedere cosa succedesse realmente all’interno del corpo durante l’amplesso. I risultati costituirono una novità assoluta in campo medico e divennero il pezzo forte di un articolo del British Medical Journal (BMJ) pubblicato nel 1999. A oltre 30 anni da quel giorno, Ida ha condiviso qualche riflessione durante una chiacchierata nel podcast “What Was It Like”: “Questa è stata una delle prime macchine per la risonanza magnetica in assoluto, quindi scattare le foto ha richiesto un po’ di tempo – ha spiegato la donna -, C’era un ordine dalla sala controllo di mantenere la posizione per, non so, un minuto. Quindi è stato esilarante in questo senso”. La posizione però non era delle più comode. Ida, oggi professoressa di antropologia organizzativa alla Vrije University di Amsterdam, ha spiegato che il piano originale era di catturare immagini nella posizione del missionario. Lo spazio angusto all’interno del macchinario, li costrinse tuttavia a escogitare un altro piano. “Jupp e io ci siamo infilati in quella macchina e abbiamo iniziato a fare le nostre cose. Non è stato romantico, è stato più un atto d’amore e una performance. Per fortuna non siamo diventati claustrofobici”. La donna, che è ancora legata a Jupp, aveva già spiegato in altre occasioni di aver partecipato all’esperimento in quanto appassionata dei diritti delle donne e voleva contribuire a migliorare la comprensione del corpo femminile in medicina. Vedere le immagini per la prima volta è stato illuminante. “Quando le ho viste ho pensato, ‘Aww, ecco come ci incastriamo’”, ha dichiarato a Vice nel 2019. La coppia aveva optato per la posizione a cucchiaio durante l’esame, spiegando che quella del missionario “è una posizione che per me non produce quasi nessuna eccitazione”. Ma quali sono state le due scoperte più importanti dell’esperimento? Che le vagine non sono dritte e che i peni possono piegarsi per adattarsi alla curvatura naturale dell’organo femminile. Le scansioni del rapporto tra Ida e Jupp hanno infatti rivelato che un pene eretto può assumere la forma di un “boomerang”, ovvero può piegarsi verso l’interno per adattarsi alla forma del corpo della donna, senza causare alcun dolore all’uomo. Si tratta di scoperte che hanno messo in discussione le convinzioni risalente al XV secolo che l’organo maschile entrasse in maniera dritta nella vagina di una donna e altrettanto dritto ne uscisse, e che le vagine avessero una forma cilindrica. (Foto British Medical Journal – BMJ) L'articolo “Il pene eretto può assumere la forma di un boomerang per adattarsi alla forma della vagina”: coppia fa sesso in una macchina per risonanze magnetiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le mie figlie gemelle hanno l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1. È la malattia muscolare più grave che un bambino possa contrarre”: il dolore di Jesy Nelson
Jesy Nelson delle Little Mix, band che si è formata a X Factor UK nel 2011, ha rivelato in un video su Instagram che alle sue figlie gemelle, Ocean Jade e Story Monroe, è stata diagnosticata l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1. La diagnosi di questa rara malattia è arrivata dopo aver notato che le loro gambe non si muovevano come avrebbero dovuto e che facevano fatica ad alimentarsi correttamente. “Credo davvero che le mie figlie supereranno ogni ostacolo e, con il giusto aiuto, combatteranno anche questo”, ha detto Nelson. Ha commosso i fan il video diffuso domenica 4 gennaio, in cui l’ex cantante 34enne ha rivelato che alle sue bambine di 8 mesi, Ocean Jade e Story Monroe, è stata diagnosticata una rara malattia neuromuscolare chiamata Atrofia Muscolare Spinale (SMA) di tipo 1. Nelson ha avuto le figlie con il fidanzato, Zion Foster, il 15 maggio 2025. Nel suo video, ha ricordato che, all’uscita dall’Unità di Terapia Intensiva Neonatale, le è stato detto di non paragonare le sue figlie ad altri bambini, poiché erano nate premature a 31 settimane e “non avrebbero raggiunto gli stessi traguardi”. I medici hanno messo le mani avanti, dicendo subito ai genitori che le gemelle non mostravano la giusta mobilità delle gambe e avrebbero avuto difficoltà a “nutrirsi correttamente”. Nelson è scoppiata a piangere quando ha ricordato che le era stato detto che le sue bambine sarebbero state probabilmente disabili a causa della loro condizione e che avrebbero avuto bisogno di cure immediate. “Ci è stato detto che probabilmente non sarebbero mai state in grado di camminare,- ha detto – probabilmente non avrebbero mai recuperato la forza del collo, quindi sarebbero state disabili. Quindi la cosa migliore che possiamo fare ora è farle curare e poi sperare per il meglio. È la malattia muscolare più grave che un bambino possa contrarre. Sono molto grata che le mie figlie abbiano ricevuto le cure, altrimenti sarebbero morte. Sono dovuta diventare come un’infermiera”. E ancora: Nel giro di due settimane dalla diagnosi devo attaccarle ai respiratori e fare un sacco di cose che nessuna madre dovrebbe mai fare sul proprio figlio“, ha spiegato. Dopo la nascita prematura delle figlie nel maggio 2025, Nelson e Foster, 27 anni, hanno potuto riportare le loro figlie a casa poche settimane dopo, a giugno. Nelson ha detto che gli ultimi tre mesi sono stati “il periodo più straziante della mia vita”, aggiungendo che si sente come se “fosse in lutto per la vita che pensavo di avere con i miei figli”. “Devo essere grata perché alla fine sono ancora qui e questa è la cosa più importante, e hanno ricevuto le cure – ha concluso -. E credo davvero che le mie figlie sfideranno ogni avversità e, con il giusto aiuto, combatteranno anche questo”. CHE COS’È L’ATROFIA MUSCOLARE SPINALE (SMA) È una malattia neuromuscolare rara caratterizzata dalla perdita dei motoneuroni, ovvero quei neuroni che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli, controllandone il movimento. Di conseguenza, la patologia provoca debolezza e atrofia muscolare progressiva, che interessa, in particolar modo, gli arti inferiori e i muscoli respiratori. La SMA ha un’incidenza di circa 1 paziente su 10mila nati vivi. Nel 95% dei casi, la patologia è causata da specifiche mutazioni nel gene SMN1, che codifica per la proteina SMN (Survival Motor Neuron), essenziale per la sopravvivenza e il normale funzionamento dei motoneuroni. I pazienti affetti da SMA hanno un numero variabile di copie di un secondo gene, SMN2, che codifica per una forma accorciata della proteina SMN, dotata di una funzionalità ridotta rispetto alla proteina SMN completa (quella codificata dal gene SMN1sano). Il numero di copie del gene SMN2 è quindi alla base della grande variabilità della patologia, con forme più o meno gravi e un ventaglio sintomatico molto ampio. (dal sito dell’Osservatorio delle malattie rare) L'articolo “Le mie figlie gemelle hanno l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1. È la malattia muscolare più grave che un bambino possa contrarre”: il dolore di Jesy Nelson proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Va a dormire con il raffreddore e si risveglia giorni dopo con tutti gli arti amputati: la terribile storia di Cassandra Marshall. “Mi avevano detto che era influenza, il mattino dopo non respiravo più”
Se ne era andata a dormire con sintomi riconducibili a una semplice influenza, così come le era già stato diagnosticato al pronto soccorso. Quel malessere, però, nascondeva qualcosa di ancora più spaventoso. E qualche giorno dopo, infatti, si è risvegliata su un letto di ospedale con i suoi quattro arti amputati. È quanto successo a Cassandra Marshall, madre 35enne di Stokesdale, in North Carolina (USA), che senza preavviso è stata costretta a perdere entrambe le braccia e le gambe. A raccontare la sua storia è il Daily Mail, che in un lungo articolo spiega il calvario che ha dovuto vivere la donna negli ultimi due anni. Tutto comincia alla fine del 2023, quando Cassandra si sente molto male per la prima volta: “Sono andata in pronto soccorso credendo di avere l’appendicite, ma in ospedale mi hanno detto che era influenza e mi hanno rimandata a casa”, ha raccontato a Fox 8. Quello di Cassandra, però, non era un semplice raffreddore. E infatti il mattino successivo la donna ha una grave insufficienza respiratoria. Trasportata in elicottero in un ospedale del North Carolina, i medici scoprono un polmone collassato e la rianimano due volte: “Ci chiamavano dicendo che era morta, ma l’avevano riportata in vita”, ha precisato il marito. Per i dottori, Cassandra aveva lo streptococco di gruppo A, un’infezione che ha portato prima alla sepsi e poi allo shock settico, costringendola così a subire un intervento d’urgenza. La donna viene quindi collegata all’ECMO, uno speciale macchinario medico che sostituisce la funzionalità cardiaca o respiratoria. La sua circolazione sanguigna, però, era già venuta meno in tutti e quattro gli arti, rendendo così necessaria una quadrupla amputazione: “Mi hanno amputato prima le gambe, poi quando sono entrata in sala operatoria per le braccia… ho avuto un arresto sul tavolo operatorio. Mi hanno rianimata e hanno dovuto annullare l’intervento”, ha detto. L’operazione fu rimandata a un paio di giorni più tardi, quando fu abbastanza stabile da poter affrontare una nuova amputazione: “Paradossalmente, ho accettato più facilmente la perdita delle gambe rispetto a quella delle braccia”. La donna racconta, in particolare, di rimpiangere il fatto di non poter più stringere a sé i suoi quattro figli, né chinarsi per sollevarli: “Mi sento terribilmente in colpa”, ha spiegato. Il decorso post-operatorio di Cassandra è stato piuttosto complesso. Stando a quanto racconta il Daily Mail, alla donna sarebbe stata negata quattro volte l’invalidità e, per questo, la famiglia sarebbe stata costretta ad avviare una raccolta fondi su GoFundMe, che le ha permesso di acquistare un braccio e gambe protesiche. Ogni protesi, ha spiegato Marshall, costerebbe intorno ai 19mila dollari, una cifra che, senza aiuti economici, non sarebbe mai riuscita ad affrontare. Nonostante ciò che ha vissuto, però, Cassandra dice di sentirsi “benedetta” per essere ancora in vita e di poter contare sul supporto dei suoi cari: “Ti senti come se fossi in un sogno, ma quando ti svegli quella è la tua realtà. Non c’è niente che io possa cambiare. Sto imparando ad accettarlo”. L'articolo Va a dormire con il raffreddore e si risveglia giorni dopo con tutti gli arti amputati: la terribile storia di Cassandra Marshall. “Mi avevano detto che era influenza, il mattino dopo non respiravo più” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno, ora tocca a me e ti dono il mio rene”: la commovente storia di Luciano Tredese e sua nuora Camilla Camporese
“Tu mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno di Maria Vittoria e adesso è giusto che io faccia lo stesso con te”. Con questa premessa un uomo di 71 anni ha deciso di donare un rene (espressione che per una volta può essere usata in senso letterale e non metaforico, ndr) alla nuora che ne aveva bisogno in quanto “affetta da una malattia genetica”. Una storia di amore, riconoscenza e solidarietà che viene riportata dal Gazzettino. Protagonista è Luciano Tredese, che ha teso una mano alla 35enne Camilla Camporese. “Le barelle si incrociano, lei entra in sala operatoria con il cuore gonfio di emozione proprio mentre lui esce, sorridente e felice, convinto di avere appena fatto a 71 anni il gesto migliore della sua esistenza” scrive la testata. Nella sezione chirurgica, Luciano Tredese ha lasciato un rene per donarlo a sua nuora. La donna inizialmente non era d’accordo con la generosa volontà del suocero, che in un secondo momento è riuscito a convincerla spiegandole la più profonda motivazione dietro il proprio gesto: “Tu mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno di Maria Vittoria e adesso è giusto che io faccia lo stesso con te”. Operazioni sempre delicate, quelle del trapianto e dell’espianto, ma il giornale veneto fa sapere che entrambi stanno bene, e che se lei prova ancora una volta a ringraziarlo, l’uomo ribatte: “Basta, per me è una gioia immensa vederti guarita. E poi da quando ho un rene solo sto meglio, non ho più la pressione alta…”. A proposito della malattia che l’ha portata al trapianto, Camilla fa sapere: “Vengo da una famiglia sfortunata per quanto riguarda le malattie genetiche renali, con mio nonno che è stato uno dei primi nel Veneto a sottoporsi a dialisi. Dei suoi 4 figli 2 avevano la stessa patologia, entrambi trapiantati: per lo zio l’intervento è stato risolutivo, per mia mamma un po’ meno. Nel 2020 ho partorito, però all’ottavo mese ho accusato un’importante insufficienza renale e mi hanno seguito i medici che avevano curato la mamma e che avevo conosciuto da piccola […] All’inizio ho avuto un rifiuto e non volevo andare a fondo temendo di avere la malattia della mamma che odiavo. Alla fine guardando Maria Vittoria che aveva pochissimi giorni ho deciso di reagire e di sottopormi ad analisi approfondite e da lì si è aperto un nuovo capitolo della mia vita”. Fino al 2022 si è sottoposta ad accertamenti; poi gli specialisti l’hanno informata che l’unica soluzione per lei era il trapianto. Da lì la ricerca di un donatore, trovato proprio tra le mura di casa. “Non volevo che lui facesse questo per me, ma non c’è stato verso” racconta ancora a proposito della generosità del suocero. “Lui era accanto al mio letto e quando l’ho visto ho pianto tanto. Mi ripeteva che era felice e ripeteva di stare benissimo”. Il lieto fine di questa storia è stato scritto grazie all’eccellenza dell’Unità Operativa Complessa Chirurgia di Trapianti di Rene e Pancreas dell’Azienda Ospedale Università di Padova, diretta dalla professoressa Lucrezia Furian. Furian in persona, definita uno dei migliori specialisti al mondo, ha effettuato l’intervento, mantenendo così la promessa fatta a Camilla Camporese che glielo aveva espressamente chiesto. L'articolo “Mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno, ora tocca a me e ti dono il mio rene”: la commovente storia di Luciano Tredese e sua nuora Camilla Camporese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Fammi vedere se c’è il ferito a bordo, se non c’è nessuno vi segnalo alla polizia”: uomo blocca l’ambulanza e l’autista si sente male
“Fammi vedere se avete il ferito a bordo, vi faccio una segnalazione”, queste le parole dell’autista che ha bloccato la strada a un’ambulanza. Il fatto è accaduto a Torre Angela, nella periferia di Roma Est. Intorno alle 11:30 del 2 gennaio, i sanitari stavano trasportando un paziente in codice giallo al Policlinico Tor Vergata quando un furgone ha tagliato la strada al veicolo su via di Torrenova, all’altezza di via di Tor Bella Monaca, impedendogli di proseguire la marcia. L’autista del Renault Trafic è sceso dalla vettura, si è avvicinato allo sportello del guidatore e ha intimato al personale del 118 di mostrare il ferito a bordo, dubitando dell’emergenza in corso. Dopodiché, l’uomo si è finalmente convinto a liberare la strada e la marcia dei soccorritori ha potuto proseguire verso l’ospedale. La lunga mattinata non è finita lì. Terminata l’operazione, il conducente dell’ambulanza ha avuto una crisi ipertensiva ed è stato curato al pronto soccorso. In seguito alla vicenda è stata sporta denuncia alle forze dell’ordine: le ipotesi di reato per l’autista del Renault Trafic sono interruzione di pubblico servizio e minacce. L'articolo “Fammi vedere se c’è il ferito a bordo, se non c’è nessuno vi segnalo alla polizia”: uomo blocca l’ambulanza e l’autista si sente male proviene da Il Fatto Quotidiano.
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