Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee
dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste
d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio,
affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta
di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della
commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più
notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli
interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo
provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a
sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due
decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza
precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui
l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non
consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi,
né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano
lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è
sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono
tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta
Europa.
È quanto emerge dalla terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sul dl
73/2024, che prende in esame i dati disponibili sulla piattaforma di
monitoraggio. Questa, nel 2025, ha raccolto informazioni su quasi 57,8 milioni
di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di
esami diagnostici. Ma nonostante la mole imponente dei numeri, i dati sono di
difficile lettura, poiché aggregati solo a livello nazionale, senza fare
differenza tra le singole Regioni. Così come manca del tutto la possibilità di
confrontare le aziende sanitarie, o di comparare i risultati delle strutture
pubbliche e di quelle private accreditate. Inoltre, non è possibile fare alcuna
distinzione tra le prestazioni erogate in regime Ssn e quelle in intramoenia.
“Dopo fiumi di annunci, il decreto sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto
alcun beneficio concreto”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della
Fondazione Gimbe. Per il presidente, l’analisi serve per “tracciare un confine
netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei
cittadini, alle prese con tempi di attesa interminabili”.
Sul piano normativo, il decreto resta incompiuto. Dei sei decreti attuativi
previsti, solo quattro risultano pubblicati. Ne mancano due, entrambi senza una
scadenza definita: quello sulla nuova metodologia per stimare il fabbisogno di
personale del Ssn, cruciale perché condiziona le assunzioni, e quello che
dovrebbe fissare le linee di indirizzo nazionali per la gestione dei Cup,
comprese le disdette e l’ottimizzazione delle agende. “Il primo è fermo per la
mancata approvazione della metodologia Agenas, il secondo non è neppure
calendarizzato”, spiega Cartabellotta. Per quanto riguarda la piattaforma,
lanciata a giugno 2025, i limiti – e i ritardi – sono evidenti: Agenas aveva
annunciato una versione 2.0 entro fine anno, con dati consultabili per Regione e
tipologia di struttura, e una versione 3.0 in tempo reale per il 2026. Ma, ad
oggi, la versione pubblica è ancora quella iniziale: solo dati nazionali
aggregati, con i quali è impossibile capire dove si concentrino le criticità.
Di fatto, contesta Gimbe, gli indicatori utilizzati dalla piattaforma edulcorano
i problemi: vengono monitorate 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici,
classificati per priorità. Ma il rispetto dei tempi di attesa viene riportato
attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che tendono a “smussare” le
criticità. “Manca l’informazione fondamentale – sottolinea Cartabellotta-. Non
si capisce per ogni prestazione quale sia la percentuale erogata entro i tempi
massimi previsti”. E c’è un altro dato che emerge indirettamente dalla
piattaforma: tutti gli indicatori sui tempi di attesa escludono le prestazioni
in intramoenia (ovvero le prestazioni a pagamento che vengono fatte negli
ospedali pubblici). Confrontando i volumi complessivi, Gimbe stima che circa il
30% delle prestazioni venga erogato proprio in questo regime. Una conferma del
legame tra liste d’attesa e spesa privata.
Infine, Gimbe sottolinea il fatto che la piattaforma non fornisce alcuna
indicazione su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati: nessuna
guida, nessun riferimento a strumenti di tutela. Una condizione che priva il
cittadino delle informazioni necessarie minime per far valere i suoi diritti, in
un Ssn fortemente sottofinanziato. “Le liste d’attesa sono il sintomo del
progressivo indebolimento della sanità pubblica – conclude Cartabellotta -.
Senza investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative e una vera
trasformazione digitale, il decreto rischia di restare una promessa mancata. Con
un effetto concreto: milioni di cittadini esclusi, in silenzio, dal diritto alla
tutela della salute garantito dalla Costituzione”.
L'articolo “Dal decreto liste d’attesa ancora nessun beneficio per i cittadini.
Quasi due anni dopo mancano ancora due decreti attuativi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Ucciso selvaggiamente dal suo compagno di stanza, un cittadino romeno di 26
anni, che lo ha massacrato di botte alla testa usando la spalliera del letto
come spranga. È morto così Antonio Domenico Martinelli, 72enne ex dipendente di
banca ricoverato da tempo nel reparto psichiatrico dell’ospedale De Lellis di
Rieti.
L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio. I sanitari sono
intervenuti immediatamente, ma per la vittima non c’è stato niente da fare. La
direzione della struttura non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto
e ancora non si conoscono i particolari della vicenda, su cui stanno indagando i
Carabinieri del Comando provinciale, coordinati dal magistrato di turno.
L'articolo Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza
d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Oltre il 70 per cento delle famiglie italiane è costretto a pagare di tasca
propria per la sua salute. Di fronte al sottofinanziamento del Servizio
sanitario nazionale, il ricorso al privato è sempre di più una componente
strutturale dell’accesso alle cure. Soprattutto – ed è il dato che più allarma –
per le famiglie più povere e con bassa istruzione. Questi nuclei, infatti,
spendono una percentuale più alta del loro reddito in sanità (fino al 6,8%),
rispetto a quanto facciano le famiglie più benestanti e istruite (4,3%). Un
chiaro segnale che, negli ultimi anni, la sanità in Italia è sempre meno equa.
Di fatto, la sostenibilità del Ssn è stata garantita tramite un razionamento
implicito delle prestazioni, che ha scaricato i costi sui cittadini. Tanto che
la copertura pubblica della spesa sanitaria è scesa in 40 anni dall’81% al
72,6%. Inoltre, con l’invecchiamento della popolazione, sorgono nuove criticità
profonde e strutturali. Allo stato attuale, il sistema garantisce un sostegno
del tutto insufficiente alle famiglie che hanno a carico un anziano non
autosufficiente, con gravi differenze territoriali. E, trattandosi di un bisogno
improrogabile, le famiglie sono costrette a impoverirsi ulteriormente, per
rispondere alle carenze del sistema.
È il panorama preoccupante descritto dal 21° Rapporto Sanità del Crea, Centro
per la ricerca economica applicata in sanità, presentato il 21 gennaio nella
sede del Cnel, a Roma. Il report quest’anno ha esposto un’analisi retrospettiva,
prendendo in esame le performance dell’Ssn dagli anni ’80 a oggi, per suggerire
come questo debba evolversi, visti i cambiamenti demografici e sociali a cui è
andata incontro la popolazione italiana negli ultimi 40 anni. Dai dati
presentati emerge che la quota di famiglie che hanno fatto ricorso a consumi
sanitari, pagandoli privatamente, è aumentata di 19,2 punti percentuali. E la
crescita più alta si riscontra nel quinto più povero e meno istruito della
popolazione, nonché tra le famiglie del Sud e del Centro Italia. Nelle regioni
del Nord, la crescita della spesa sanitaria privata è andata di pari passo con
l’aumento del reddito disponibile. Cosa che non è avvenuta nel resto d’Italia,
dove la spesa sanitaria privata è cresciuta significativamente di più degli
stipendi.
A rendere ancora più fragile l’equilibrio del Servizio sanitario nazionale,
inoltre, è l’aumento delle cosiddette spese “catastrofiche”, quelle che incidono
in modo rilevante sui bilanci familiari (oltre il 40% della capacità di spesa
mensile familiare). Oggi riguardano oltre 2,3 milioni di nuclei (+2,1% in 10
anni) e sono concentrate soprattutto in due ambiti dove la copertura pubblica
risulta strutturalmente insufficiente: l’odontoiatria e l’assistenza di lunga
durata alle persone non autosufficienti. Settori nei quali il bisogno non è
rinviabile e dove l’assenza di una risposta pubblica adeguata costringe le
famiglie a farsi carico dei costi, anche a prezzo di un progressivo
impoverimento.
Non a caso, il numero di persone che rinunciano o rimandano le cure per motivi
economici è in lenta ma costante crescita, soprattutto tra le famiglie del
Mezzogiorno meno abbienti e meno istruite. Il paradosso è che la scarsità di
risorse – e il conseguente affanno della sanità pubblica – finisce per
penalizzare proprio chi avrebbe più bisogno di tutela. Alla base di questa
dinamica c’è un razionamento implicito delle prestazioni pubbliche. Il
contenimento della spesa sanitaria pubblica, avviato già nei primi anni Novanta,
non si è tradotto tanto in un efficientamento del sistema, quanto in una
compressione dell’offerta che ha progressivamente trasferito i costi sulle
famiglie: oggi la spesa privata ha superato i 43 miliardi di euro, quasi un
quarto del totale.
Il quadro è reso ancora più complesso dalle trasformazioni demografiche e
sociali. L’Italia ha oggi quasi cinque milioni di over 75 in più rispetto alla
nascita del Ssn. Inoltre, cresce il numero di pazienti con multi-patologie
croniche, così come quello delle persone non autosufficienti (+10% in meno di
dieci anni). A fronte di bisogni sempre più ibridi, a cavallo tra sanità e
assistenza sociale, il sistema continua a offrire risposte parziali, lasciando
scoperta proprio l’area della fragilità e della presa in carico continuativa.
Con profonde differenze territoriali. Per quanto riguarda l’assistenza
residenziale ai non autosufficienti, se la Valle d’Aosta garantisce 72 minuti di
assistenza infermieristica al giorno, il Friuli Venezia Giulia solo sei.
Ugualmente, i 147 minuti di supporto socio-assistenziale garantiti in Emilia
Romagna producono esiti differenti, in termini di salute pubblica, rispetto ai
27 minuti assicurati dalla Calabria. Critica la situazione anche per quanto
riguarda l’assistenza domiciliare: aumenta la percentuale di cittadini
raggiunti, ma il monte ore di assistenza pro capite resta assolutamente
insufficiente.
È in questo scarto tra bisogni reali e capacità di risposta che si alimenta il
ricorso al privato come strumento di compensazione. Non solo per accelerare
l’accesso alle prestazioni, ma per riuscire a entrare nei percorsi di cura. Un
meccanismo che contribuisce a spiegare perché, nonostante il sottofinanziamento,
gli esiti di salute restino complessivamente buoni: una parte crescente della
popolazione integra, a proprie spese, ciò che il sistema pubblico non riesce più
a garantire. Il rischio è però che si tratti di una tenuta solo apparente e non
sostenibile a lungo, poiché scarica il peso sui bilanci familiari e amplia
ulteriormente le disuguaglianze. Così, il diritto alla salute smette di essere
universale e si trasforma, sempre di più, in una questione di capacità
economica.
L'articolo Sanità, il report: la spesa privata delle famiglie è raddoppiata in
40 anni. E i nuclei poveri pagano di più proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il fuoco, il fumo e la fuga di professionisti e pazienti. Si sono vissuti
momenti di panico all’interno dell’ospedale Sacco di Milano, intorno alle 10 di
giovedì 15 gennaio. L’incendio si è sviluppato nel padiglione 16, interessando i
locali in cui erano in corso visite ed esami: fortunatamente, nessuno tra i
medici e i pazienti è rimasto ferito o intossicato.
È stata avvolta dalle fiamme anche una parte dell’Archivio diagnostica,
contenente la documentazione iconografica e testuale prodotta durante le
indagini cliniche. Trenta vigili del fuoco sono intervenuti sul posto per
spegnere il rogo ed evacuare i presenti, supportati dal personale sanitario
dell’ospedale milanese. Iniziate le operazioni di bonifica in seguito
all’accaduto, mentre le cause del rogo sono ancora in fase di accertamento.
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L'articolo Incendio all’ospedale Sacco di Milano: evacuati medici e pazienti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Sarà colpa della mia senilità precoce, che mi ha reso intollerante alla vacuità,
ma io proprio non sopporto, ed uso un eufemismo educato, la passerella in
ospedale dei politici – destra o sinistra non fa differenza perché per un selfie
si ritrova unità parlamentare – che vanno a manifestare la personale gratitudine
ai medici che hanno in cura i feriti di una strage che ha scosso l’opinione
pubblica, quale è quella, ad esempio, di Crans-Montana.
L’ultima in via di apparizione è stata l’onorevole Ronzulli, anche lei, come
tanti altri suoi colleghi, pronta, mascherina e cappellino d’ordinanza scenica,
ad unirsi al coro “grazie alla nostra sanità!” Se fossi stato io costretto a
riceverne uno, chicchessia, gli avrei chiesto:
“Scusi ma cosa significa la sua presenza solo oggi?” e, sempre più senilmente
intollerante, difronte a tanta ipocrisia mediatica, “lei dove era, ieri, quando
noi eravamo, sempre qui, a curare le vittime della strage del Ssn, di cui siete
tutti responsabili?”.
Avrei aggiunto polemicamente “questo è un ospedale pubblico, dove avete
disinvestito a favore dei privati mentre questi, adesso, quali impegni hanno
assunto per questi poveri ragazzi?” fino alla chiosa finale, che ce l’ho proprio
qui, in punta di lingua, che non userò mai per leccare il culo al potente di
turno: “Non so cosa farmene della sua gratitudine, oggi, ieri e domani, io sono
un medico, io sono una persona seria, i pazienti sono tutti uguali anche se non
sono illuminati dai riflettori perché noi siamo in guerra tutti gli altri 364
giorni.”
La gratitudine è un sentimento nobile che non si usa per essere solidali ad una
classe di lavoratori, da dirci tutti eroi solo quando il ritorno d’attenzione
social è garantito tra un selfie e un post curato dal servizio d’immagine. Il
nostro lavoro non cambia in tutti gli altri giorni dell’anno ma noi non sentiamo
la vostra vicinanza, anzi. Avete nominato commissioni d’inchiesta sul Covid e
siete, così, tutti a dirci di essere “complottisti” o, comunque, avete prestate
il fianco elettorale a chi della protesta no-vax ne ha fatto, addirittura, un
movimento d’opinione.
Non avete promosso legge che ci assicuri dalle valanghe di denunce legali, così
da farci dire, da tutti, che siamo “assassini”, una casta da esporre alla gogna,
tanto che la vocazione medica, grazie a voi, è in una crisi senza fondo.
Smettetela di violare la sacralità di un ospedale e di usare i riflettori di una
tragedia per le vostre passerelle narcise e se ne avete, davvero, bisogno
impulsivo, allora specchiatevi nella vostra coscienza e chiedete a lei se siete
davvero degni di usare gratitudine nei nostri confronti e noi, magari, di
dirvene grazie; ma, state sereni, almeno per quest’ultima sono io a darvene
risposta, perché sarò anche vecchio ma non ho perso ancora la memoria: no,
grazie.
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L'articolo Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli
ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra i tanti posti strambi dove consumare un rapporto sessuale, una coppia ha
avuto l’ardire di scegliere come alcova una macchina per risonanze magnetiche.
Era il 1991 e Ida Sabelis e il suo fidanzato Jupp accettarono la sfida in nome
della ricerca. Il curioso esperimento fu ideato dal loro amico, lo scienziato
olandese Menko Victor “Pek” van Andel, che voleva vedere cosa succedesse
realmente all’interno del corpo durante l’amplesso. I risultati costituirono una
novità assoluta in campo medico e divennero il pezzo forte di un articolo del
British Medical Journal (BMJ) pubblicato nel 1999.
A oltre 30 anni da quel giorno, Ida ha condiviso qualche riflessione durante una
chiacchierata nel podcast “What Was It Like”: “Questa è stata una delle prime
macchine per la risonanza magnetica in assoluto, quindi scattare le foto ha
richiesto un po’ di tempo – ha spiegato la donna -, C’era un ordine dalla sala
controllo di mantenere la posizione per, non so, un minuto. Quindi è stato
esilarante in questo senso”.
La posizione però non era delle più comode. Ida, oggi professoressa di
antropologia organizzativa alla Vrije University di Amsterdam, ha spiegato che
il piano originale era di catturare immagini nella posizione del missionario. Lo
spazio angusto all’interno del macchinario, li costrinse tuttavia a escogitare
un altro piano. “Jupp e io ci siamo infilati in quella macchina e abbiamo
iniziato a fare le nostre cose. Non è stato romantico, è stato più un atto
d’amore e una performance. Per fortuna non siamo diventati claustrofobici”.
La donna, che è ancora legata a Jupp, aveva già spiegato in altre occasioni di
aver partecipato all’esperimento in quanto appassionata dei diritti delle donne
e voleva contribuire a migliorare la comprensione del corpo femminile in
medicina. Vedere le immagini per la prima volta è stato illuminante. “Quando le
ho viste ho pensato, ‘Aww, ecco come ci incastriamo’”, ha dichiarato a Vice nel
2019.
La coppia aveva optato per la posizione a cucchiaio durante l’esame, spiegando
che quella del missionario “è una posizione che per me non produce quasi nessuna
eccitazione”. Ma quali sono state le due scoperte più importanti
dell’esperimento? Che le vagine non sono dritte e che i peni possono piegarsi
per adattarsi alla curvatura naturale dell’organo femminile. Le scansioni del
rapporto tra Ida e Jupp hanno infatti rivelato che un pene eretto può assumere
la forma di un “boomerang”, ovvero può piegarsi verso l’interno per adattarsi
alla forma del corpo della donna, senza causare alcun dolore all’uomo. Si tratta
di scoperte che hanno messo in discussione le convinzioni risalente al XV secolo
che l’organo maschile entrasse in maniera dritta nella vagina di una donna e
altrettanto dritto ne uscisse, e che le vagine avessero una forma cilindrica.
(Foto British Medical Journal – BMJ)
L'articolo “Il pene eretto può assumere la forma di un boomerang per adattarsi
alla forma della vagina”: coppia fa sesso in una macchina per risonanze
magnetiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jesy Nelson delle Little Mix, band che si è formata a X Factor UK nel 2011, ha
rivelato in un video su Instagram che alle sue figlie gemelle, Ocean Jade e
Story Monroe, è stata diagnosticata l’atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 1.
La diagnosi di questa rara malattia è arrivata dopo aver notato che le loro
gambe non si muovevano come avrebbero dovuto e che facevano fatica ad
alimentarsi correttamente. “Credo davvero che le mie figlie supereranno ogni
ostacolo e, con il giusto aiuto, combatteranno anche questo”, ha detto Nelson.
Ha commosso i fan il video diffuso domenica 4 gennaio, in cui l’ex cantante
34enne ha rivelato che alle sue bambine di 8 mesi, Ocean Jade e Story Monroe, è
stata diagnosticata una rara malattia neuromuscolare chiamata Atrofia Muscolare
Spinale (SMA) di tipo 1.
Nelson ha avuto le figlie con il fidanzato, Zion Foster, il 15 maggio 2025. Nel
suo video, ha ricordato che, all’uscita dall’Unità di Terapia Intensiva
Neonatale, le è stato detto di non paragonare le sue figlie ad altri bambini,
poiché erano nate premature a 31 settimane e “non avrebbero raggiunto gli stessi
traguardi”.
I medici hanno messo le mani avanti, dicendo subito ai genitori che le gemelle
non mostravano la giusta mobilità delle gambe e avrebbero avuto difficoltà a
“nutrirsi correttamente”. Nelson è scoppiata a piangere quando ha ricordato che
le era stato detto che le sue bambine sarebbero state probabilmente disabili a
causa della loro condizione e che avrebbero avuto bisogno di cure immediate.
“Ci è stato detto che probabilmente non sarebbero mai state in grado di
camminare,- ha detto – probabilmente non avrebbero mai recuperato la forza del
collo, quindi sarebbero state disabili. Quindi la cosa migliore che possiamo
fare ora è farle curare e poi sperare per il meglio. È la malattia muscolare più
grave che un bambino possa contrarre. Sono molto grata che le mie figlie abbiano
ricevuto le cure, altrimenti sarebbero morte. Sono dovuta diventare come
un’infermiera”.
E ancora: Nel giro di due settimane dalla diagnosi devo attaccarle ai
respiratori e fare un sacco di cose che nessuna madre dovrebbe mai fare sul
proprio figlio“, ha spiegato. Dopo la nascita prematura delle figlie nel maggio
2025, Nelson e Foster, 27 anni, hanno potuto riportare le loro figlie a casa
poche settimane dopo, a giugno.
Nelson ha detto che gli ultimi tre mesi sono stati “il periodo più straziante
della mia vita”, aggiungendo che si sente come se “fosse in lutto per la vita
che pensavo di avere con i miei figli”.
“Devo essere grata perché alla fine sono ancora qui e questa è la cosa più
importante, e hanno ricevuto le cure – ha concluso -. E credo davvero che le mie
figlie sfideranno ogni avversità e, con il giusto aiuto, combatteranno anche
questo”.
CHE COS’È L’ATROFIA MUSCOLARE SPINALE (SMA)
È una malattia neuromuscolare rara caratterizzata dalla perdita dei motoneuroni,
ovvero quei neuroni che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai
muscoli, controllandone il movimento. Di conseguenza, la patologia provoca
debolezza e atrofia muscolare progressiva, che interessa, in particolar modo,
gli arti inferiori e i muscoli respiratori.
La SMA ha un’incidenza di circa 1 paziente su 10mila nati vivi. Nel 95% dei
casi, la patologia è causata da specifiche mutazioni nel gene SMN1, che codifica
per la proteina SMN (Survival Motor Neuron), essenziale per la sopravvivenza e
il normale funzionamento dei motoneuroni.
I pazienti affetti da SMA hanno un numero variabile di copie di un secondo gene,
SMN2, che codifica per una forma accorciata della proteina SMN, dotata di una
funzionalità ridotta rispetto alla proteina SMN completa (quella codificata dal
gene SMN1sano). Il numero di copie del gene SMN2 è quindi alla base della grande
variabilità della patologia, con forme più o meno gravi e un ventaglio
sintomatico molto ampio. (dal sito dell’Osservatorio delle malattie rare)
L'articolo “Le mie figlie gemelle hanno l’atrofia muscolare spinale (SMA) di
tipo 1. È la malattia muscolare più grave che un bambino possa contrarre”: il
dolore di Jesy Nelson proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se ne era andata a dormire con sintomi riconducibili a una semplice influenza,
così come le era già stato diagnosticato al pronto soccorso. Quel malessere,
però, nascondeva qualcosa di ancora più spaventoso. E qualche giorno dopo,
infatti, si è risvegliata su un letto di ospedale con i suoi quattro arti
amputati. È quanto successo a Cassandra Marshall, madre 35enne di Stokesdale, in
North Carolina (USA), che senza preavviso è stata costretta a perdere entrambe
le braccia e le gambe. A raccontare la sua storia è il Daily Mail, che in un
lungo articolo spiega il calvario che ha dovuto vivere la donna negli ultimi due
anni.
Tutto comincia alla fine del 2023, quando Cassandra si sente molto male per la
prima volta: “Sono andata in pronto soccorso credendo di avere l’appendicite, ma
in ospedale mi hanno detto che era influenza e mi hanno rimandata a casa”, ha
raccontato a Fox 8. Quello di Cassandra, però, non era un semplice raffreddore.
E infatti il mattino successivo la donna ha una grave insufficienza
respiratoria. Trasportata in elicottero in un ospedale del North Carolina, i
medici scoprono un polmone collassato e la rianimano due volte: “Ci chiamavano
dicendo che era morta, ma l’avevano riportata in vita”, ha precisato il marito.
Per i dottori, Cassandra aveva lo streptococco di gruppo A, un’infezione che ha
portato prima alla sepsi e poi allo shock settico, costringendola così a subire
un intervento d’urgenza. La donna viene quindi collegata all’ECMO, uno speciale
macchinario medico che sostituisce la funzionalità cardiaca o respiratoria. La
sua circolazione sanguigna, però, era già venuta meno in tutti e quattro gli
arti, rendendo così necessaria una quadrupla amputazione: “Mi hanno amputato
prima le gambe, poi quando sono entrata in sala operatoria per le braccia… ho
avuto un arresto sul tavolo operatorio. Mi hanno rianimata e hanno dovuto
annullare l’intervento”, ha detto.
L’operazione fu rimandata a un paio di giorni più tardi, quando fu abbastanza
stabile da poter affrontare una nuova amputazione: “Paradossalmente, ho
accettato più facilmente la perdita delle gambe rispetto a quella delle
braccia”. La donna racconta, in particolare, di rimpiangere il fatto di non
poter più stringere a sé i suoi quattro figli, né chinarsi per sollevarli: “Mi
sento terribilmente in colpa”, ha spiegato.
Il decorso post-operatorio di Cassandra è stato piuttosto complesso. Stando a
quanto racconta il Daily Mail, alla donna sarebbe stata negata quattro volte
l’invalidità e, per questo, la famiglia sarebbe stata costretta ad avviare una
raccolta fondi su GoFundMe, che le ha permesso di acquistare un braccio e gambe
protesiche. Ogni protesi, ha spiegato Marshall,
costerebbe intorno ai 19mila dollari, una cifra che, senza aiuti economici, non
sarebbe mai riuscita ad affrontare. Nonostante ciò che ha vissuto, però,
Cassandra dice di sentirsi “benedetta” per essere ancora in vita e di poter
contare sul supporto dei suoi cari: “Ti senti come se fossi in un sogno, ma
quando ti svegli quella è la tua realtà. Non c’è niente che io
possa cambiare. Sto imparando ad accettarlo”.
L'articolo Va a dormire con il raffreddore e si risveglia giorni dopo con tutti
gli arti amputati: la terribile storia di Cassandra Marshall. “Mi avevano detto
che era influenza, il mattino dopo non respiravo più” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Tu mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno di Maria Vittoria e adesso è
giusto che io faccia lo stesso con te”. Con questa premessa un uomo di 71 anni
ha deciso di donare un rene (espressione che per una volta può essere usata in
senso letterale e non metaforico, ndr) alla nuora che ne aveva bisogno in quanto
“affetta da una malattia genetica”. Una storia di amore, riconoscenza e
solidarietà che viene riportata dal Gazzettino. Protagonista è Luciano Tredese,
che ha teso una mano alla 35enne Camilla Camporese.
“Le barelle si incrociano, lei entra in sala operatoria con il cuore gonfio di
emozione proprio mentre lui esce, sorridente e felice, convinto di avere appena
fatto a 71 anni il gesto migliore della sua esistenza” scrive la testata. Nella
sezione chirurgica, Luciano Tredese ha lasciato un rene per donarlo a sua nuora.
La donna inizialmente non era d’accordo con la generosa volontà del suocero, che
in un secondo momento è riuscito a convincerla spiegandole la più profonda
motivazione dietro il proprio gesto: “Tu mi hai ridato la vita facendomi
diventare nonno di Maria Vittoria e adesso è giusto che io faccia lo stesso con
te”. Operazioni sempre delicate, quelle del trapianto e dell’espianto, ma il
giornale veneto fa sapere che entrambi stanno bene, e che se lei prova ancora
una volta a ringraziarlo, l’uomo ribatte: “Basta, per me è una gioia immensa
vederti guarita. E poi da quando ho un rene solo sto meglio, non ho più la
pressione alta…”.
A proposito della malattia che l’ha portata al trapianto, Camilla fa sapere:
“Vengo da una famiglia sfortunata per quanto riguarda le malattie genetiche
renali, con mio nonno che è stato uno dei primi nel Veneto a sottoporsi a
dialisi. Dei suoi 4 figli 2 avevano la stessa patologia, entrambi trapiantati:
per lo zio l’intervento è stato risolutivo, per mia mamma un po’ meno. Nel 2020
ho partorito, però all’ottavo mese ho accusato un’importante insufficienza
renale e mi hanno seguito i medici che avevano curato la mamma e che avevo
conosciuto da piccola […] All’inizio ho avuto un rifiuto e non volevo andare a
fondo temendo di avere la malattia della mamma che odiavo. Alla fine guardando
Maria Vittoria che aveva pochissimi giorni ho deciso di reagire e di sottopormi
ad analisi approfondite e da lì si è aperto un nuovo capitolo della mia vita”.
Fino al 2022 si è sottoposta ad accertamenti; poi gli specialisti l’hanno
informata che l’unica soluzione per lei era il trapianto. Da lì la ricerca di un
donatore, trovato proprio tra le mura di casa. “Non volevo che lui facesse
questo per me, ma non c’è stato verso” racconta ancora a proposito della
generosità del suocero. “Lui era accanto al mio letto e quando l’ho visto ho
pianto tanto. Mi ripeteva che era felice e ripeteva di stare benissimo”.
Il lieto fine di questa storia è stato scritto grazie all’eccellenza dell’Unità
Operativa Complessa Chirurgia di Trapianti di Rene e Pancreas dell’Azienda
Ospedale Università di Padova, diretta dalla professoressa Lucrezia Furian.
Furian in persona, definita uno dei migliori specialisti al mondo, ha effettuato
l’intervento, mantenendo così la promessa fatta a Camilla Camporese che glielo
aveva espressamente chiesto.
L'articolo “Mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno, ora tocca a me e ti
dono il mio rene”: la commovente storia di Luciano Tredese e sua nuora Camilla
Camporese proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Fammi vedere se avete il ferito a bordo, vi faccio una segnalazione”, queste le
parole dell’autista che ha bloccato la strada a un’ambulanza. Il fatto è
accaduto a Torre Angela, nella periferia di Roma Est. Intorno alle 11:30 del 2
gennaio, i sanitari stavano trasportando un paziente in codice giallo al
Policlinico Tor Vergata quando un furgone ha tagliato la strada al veicolo su
via di Torrenova, all’altezza di via di Tor Bella Monaca, impedendogli di
proseguire la marcia.
L’autista del Renault Trafic è sceso dalla vettura, si è avvicinato allo
sportello del guidatore e ha intimato al personale del 118 di mostrare il ferito
a bordo, dubitando dell’emergenza in corso. Dopodiché, l’uomo si è finalmente
convinto a liberare la strada e la marcia dei soccorritori ha potuto proseguire
verso l’ospedale.
La lunga mattinata non è finita lì. Terminata l’operazione, il conducente
dell’ambulanza ha avuto una crisi ipertensiva ed è stato curato al pronto
soccorso. In seguito alla vicenda è stata sporta denuncia alle forze
dell’ordine: le ipotesi di reato per l’autista del Renault Trafic sono
interruzione di pubblico servizio e minacce.
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alla polizia”: uomo blocca l’ambulanza e l’autista si sente male proviene da Il
Fatto Quotidiano.