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Sulla morte di Luca Attanasio, lo Stato italiano non vuole la verità. Perché?
Cinque anni. Cinque anni sono trascorsi da quell’agguato lungo la route nationale 2 che da Goma, capoluogo del Nord Kivu (RdCongo), una delle regioni più instabili d’Africa, porta verso nord. Agguato in cui persero la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere scelto Vittorio Iacovacci e l’autista del World Food Programme Mustapha Milambo. Un agguato presto derubricato a tentativo di rapina o rapimento finito male. Ma in questi cinque anni chi segue ilfattoquotidiano.it ha certamente letto le decine di articoli che abbiamo dedicato a questo dossier, principalmente a firma mia e di Gianni Rosini (chi vuole li può facilmente recuperare e leggere tutti), in cui pezzo pezzo abbiamo mostrato le troppe incongruenze e le macroscopiche falle di questa versione ufficiale. Ricorderete forse che a Kinshasa un processo militare ha sommariamente condannato a morte sei congolesi, presunti esecutori materiali dell’imboscata (uno in contumacia) e che le famiglie e lo Stato italiano hanno chiesto di commutare la pena in ergastolo. Perché a quel processo lo Stato italiano era parte civile. Scelta che invece – inspiegabilmente – è stata caparbiamente rifiutata nel procedimento giudiziario avviato a Roma e morto in culla: dopo otto udienze preliminari, la GUP ha dovuto arrendersi e riconoscere il non luogo a procedere per difetto di giurisdizione. I due funzionari WFP non potevano essere processati perché (in quanto dipendenti Onu) protetti da immunità funzionale. Ebbene: la sentenza di non luogo a procedere mette nero su bianco che l’unico titolato a chiedere all’Onu la revoca dell’immunità era lo Stato italiano. Che non l’ha mai fatto. Non solo dunque ha rifiutato di costituirsi parte civile, non solo non ha chiesto la revoca dell’immunità, ma addirittura la Farnesina ha inviato due funzionari a testimoniare a favore dell’immunità dei funzionari WFP. Dunque, testimoniando contro l’accertamento della verità per il proprio dipendente, l’ambasciatore Attanasio. Scelte che lasciano sgomenti. Scelte già inspiegabili in sé, ma che stridono ancora di più se si guarda nel concreto a chi era l’ambasciatore ucciso: Luca infatti è stato per eccellenza volto della Diplomazia pulita, incarnazione non solo di rispetto per le Istituzioni ma anche di correttezza e umanità profonda. Si badi bene: non sono frasi fatte, di quelle che si ripetono a ogni commemorazione e non si negano quasi a nessuno. Sono affermazioni che si basano sull’ascolto di decine di persone che Luca lo hanno conosciuto e apprezzato in vita, ne hanno verificato non solo l’empatia ma anche la professionalità, in un connubio sempre più raro da trovare. Luca era davvero una perla rara, in un mondo fatto di interessi non sempre limpidi, dove ragion di stato e convenienze di altro genere possono portare a decisioni tutt’altro che etiche. Un fiore sbocciato nel fango. Si badi bene, però: qui non si tratta di mettere qualcuno su un piedistallo. Non si parla di virtù eroiche o inarrivabili. L’esempio di una vita specchiata deve essere e restare imitabile, di sprone, non elevato a mito irraggiungibile. Il rischio, in una situazione così intricata e ancora senza troppe risposte è che si sposti (volutamente?) l’attenzione sulle “virtù eroiche”, rendendo superfluo l’accertamento dei fatti. “Promoveatur ut amoveatur” si diceva un tempo. E mutatis mutandis questo è quanto si rischia oggi. E invece la ricerca della verità è e deve restare un obiettivo imprescindibile, non solo per le famiglie delle vittime (di Luca, di Vittorio e anche di Mustapha) ma anche (oserei quasi dire “soprattutto”) per l’Italia, che ha perso due uomini di valore, un servitore e un rappresentante dello Stato. E allora vanno bene le intitolazioni, le onorificenze, ma l’unico vero modo per onorare davvero la memoria di questi uomini sarebbe quello di far luce sulle circostanze della loro uccisione e sugli interessi che vi si celano dietro. Perché invece lo Stato italiano non vuole? Basta osservare i fatti, che per questi cinque anni da queste pagine avete potuto leggere, per dedurre esattamente questo: lo Stato italiano non vuole la verità. Perché? Come si giustifica una tale vergognosa carenza? Quale ragion di stato può essere superiore alla giustizia da rendere a un ambasciatore e a un carabiniere scelto, uccisi in un agguato? Tutti coloro che si riempiono la bocca con la retorica della “patria” dove sono?? Come spesso ripete papà Attanasio, siamo davanti a “uno Stato forte con i deboli e debole con i forti”. Davvero ci meritiamo questo? Davvero come cittadine e cittadini non ci indigna? E dov’è l’opinione pubblica che così bene ha saputo mobilitarsi in altri casi? Serve una energica spinta dal basso. Serve che i cittadini, l’associazionismo, i Consigli comunali e regionali, le istituzioni locali facciano sentire la propria voce in modo compatto. Quella mobilitazione che finora è mancata sarebbe non solo un doveroso omaggio a persone di valore, ma sarebbe anche – permettetemelo – un faro puntato su un angolo di mondo che seguo da ormai quasi 25 anni, un’area volutamente lasciata ai margini dell’attenzione, ma al centro degli appetiti mondiali, la zona più ricca al mondo di materiali strategici, per il cui controllo da anni si combatte una guerra feroce, sulla pelle degli ultimi. Il conflitto più mortale dopo la Seconda guerra mondiale, con un numero di morti spaventoso (le stime oscillano fra gli 8 e i 10 milioni) ma che non riesce a mobilitare le nostre coscienze. Ecco: far luce su un dramma specifico come l’assassinio dell’ambasciatore Attanasio, del carabiniere Iacovacci e dell’autista Milambo forse porterebbe alla luce anche l’inconfessabile intrico di interessi che sono alla base anche di una mostruosa tragedia di massa. Solo così, Luca, Vittorio e Mustapha non sarebbero morti invano. Cittadine, cittadini, tocca a noi. L'articolo Sulla morte di Luca Attanasio, lo Stato italiano non vuole la verità. Perché? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cinque anni dall’omicidio Attanasio, il senatore Lombardo: “La maggioranza si oppone a una commissione d’inchiesta. Una scelta politica contro il diritto alla verità”
Sostenere la Commissione parlamentare d’inchiesta per continuare a chiedere verità e giustizia per l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista del programma Alimentare Mondiale (Pam) Mustapha Milambo. È questo l’auspicio, nel quinto anniversario dal mortale agguato nella Repubblica Democratica del Congo, di Marco Lombardo, senatore del gruppo misto tra le fila di Azione, nonché membro – fra le altre cose – della “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani”. Il senatore Lombardo è primo firmatario del disegno di legge per l’istituzione di una commissione sulle morti dell’ambasciatore Attanasio, di Iacovacci e anche del cooperante Mario Paciolla. In occasione dell’anniversario spiega a Ilfattoquotidiano.it i motivi della sua battaglia. Senatore Lombardo, come è nato il suo coinvolgimento nel dossier? Ho seguito la vicenda fin dall’inizio, il fatto era talmente grave che mi ha scosso ancora prima della mia elezione a parlamentare. Una volta eletto, in commissione Diritti Umani abbiamo svolto diverse audizioni, sia per il caso Attanasio che per il caso Paciolla, al termine delle quali è stata votata una risoluzione all’unanimità. Dopo l’archiviazione per non luogo a procedere da parte della procura, l’unica strada era la proposta di legge. Io sono il primo firmatario, ma si tratta di un lavoro di gruppo, che mira al coinvolgimento di tutte le forze politiche. Abbiamo deciso di non enfatizzare i punti più divisivi, come l’immunità diplomatica dei funzionari Onu, proprio per poter ottenere un consenso unanime. Abbiamo anche specificato che la volontà della commissione non è quella di sindacare su eventuali responsabilità della Farnesina o di alcuni ministri, proprio per non dare un carattere di parte. Eppure… Avevate ottenuto appoggio da tutte le forze politiche, è corretto? Poi però cosa è accaduto? È accaduto che alla presentazione in conferenza stampa hanno presenziato e firmato il disegno di legge solo esponenti delle opposizioni. Nessun esponente della maggioranza. L’unica spiegazione che ci è stata data è che avviare la commissione parlamentare a fine legislatura non sarebbe stato utile. Era meglio diventasse un impegno per la prossima. Ma allora mi dovete spiegare perché, pochissimi giorni fa si è decisa una commissione parlamentare d’inchiesta sulle fake news. Annunciando in Commissione il mio voto positivo, ho sottolineato a tutti i presenti che non si potrà più dire che non c’è tempo per lavorare sui casi Attanasio e Paciolla. È un alibi, non un tema tecnico ma una scelta politica. Ho chiesto anche al presidente del Senato di farsene promotore. Ma che senso ogni anno fare un minuto di silenzio, se poi non segue l’impegno per accertare la verità e la giustizia? È morto un ambasciatore! Premesso che tutti i cittadini hanno diritto a verità e giustizia, tanto più un rappresentante dello Stato! Sono stato favorevole alla costituzione dello Stato come parte civile a Crans Montana, ma mi chiedo e chiedo ai vostri lettori: ma non avrebbe avuto altrettanto senso che l’Italia si fosse costituita parte civile di fronte alla morte di un ambasciatore, di un carabiniere scelto e di un cooperante? O è una scelta che si fa sempre, oppure qualcuno mi deve spiegare perché là sì e qua no! Le famiglie da anni denunciano l’inerzia e il mancato impegno del governo attuale, ma anche del precedente. Lei è d’accordo? Quale pensa che sia la spiegazione? Qualsiasi rappresentante delle istituzioni ha il dovere di non lasciare queste famiglie da sole. Non è solo un fatto privato, ma ha una dimensione pubblica. Accertare i fatti è interesse dello stato italiano. Non solo i nomi degli esecutori, ma i mandanti. Ha a che fare con il Congo, con il Rwanda? Accertarlo serve anche per capire quale posizione lo Stato italiano deve tenere in quei luoghi, perché non ci siano spazi per alibi, complicità e omissione di responsabilità. Lo Stato ha fatto tutto quanto doveva per garantire la sicurezza della missione dell’ambasciatore? Sì o no? Lo Stato italiano sta facendo tutto il necessario per assicurare mandanti ed esecutori alla giustizia? Sì o no? Queste risposte se le aspettano non solo i familiari, ma anche i cittadini. Diventi una battaglia parlamentare, ma soprattutto diventi una battaglia di civiltà del Paese, come in altri casi, come Regeni, Patrick Zaki… Possibile che davanti a quanto accaduto in Congo e in Colombia non ci sia una mobilitazione delle coscienze? Perché? Negli anni si sono succedute diverse interrogazioni parlamentari sulla vicenda Attanasio-Iacovacci, almeno 8. Il ministro Tajani ha risposto solo una volta sostenendo che “il governo ha valutato che un’eventuale costituzione dello Stato quale parte civile nel procedimento avrebbe esposto l’Italia a responsabilità internazionali per violazione delle norme internazionali in materia di immunità delle Nazioni Unite” e “avrebbe esposto l’Italia a un contenzioso con le Nazioni Unite” che avrebbe potuto sfociare in una “condanna dell’Italia da parte della Corte internazionale di Giustizia”. Cosa ne pensa, anche in quanto giurista esperto? Il riconoscimento di principio dell’immunità funzionale va rispettato come consuetudine, ma non può trasformarsi in impunità, perché la prima organizzazione a non potersi permettere opacità su temi di responsabilità penale, corruzione, trasparenza, è proprio l’Onu. Da sempre e soprattutto ora non deve solo essere, ma anche apparire al di sopra di ogni sospetto. È eccessivo anche il riferimento alla Corte di Giustizia, perché nel caso l’Italia avrebbe tutti gli argomenti per contrastare eventuali richieste di condanna. Quale sarebbe secondo lei questo “’interesse nazionale” usato da Tajani per giustificare la decisione di non costituirsi parte civile? A quale interesse nazionale alludeva? Sarebbe utile da approfondire. Sono queste le domande a cui una commissione parlamentare dovrebbe cercare risposte. L'articolo Cinque anni dall’omicidio Attanasio, il senatore Lombardo: “La maggioranza si oppone a una commissione d’inchiesta. Una scelta politica contro il diritto alla verità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’uccisione di Attanasio serviva alla Russia per mettere le mani sulle miniere del Congo”: la nuova pista seguita dai legali dei genitori
Serviva un casus belli per giustificare l’offensiva del gruppo armato M23 nella regione del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Un’offensiva che aveva lo scopo di rimettere le mani su miniere contese per decenni e ricche di terre rare utili alla costruzione anche di armi ipersoniche. E alla regia di questo piano che ha come atto iniziale il triplice omicidio dell’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e dell’autista del Programma Alimentare Mondiale (Pam), Mustapha Milambo, c’era la Russia. È questa la teoria al centro delle indagini svolte da un team investigativo che ha collaborato con la famiglia del diplomatico e con i suoi legali e che Ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. La ricostruzione, che va ad aggiungersi alle tante circolate sull’imboscata che il 22 febbraio 2021 ha portato alla morte dei due italiani e del cittadino congolese, emerge nei giorni a ridosso del quinto anniversario della morte e trova sostegno in due testimonianze anonime raccolte dalla squadra investigativa di parte, una delle quali già anticipata a metà novembre, quando gli avvocati degli Attanasio avevano depositato in Procura a Roma il racconto della prima fonte, poi rivelatasi uno dei guardaparco (ICCN) presenti sul luogo dell’omicidio. In quel caso, l’uomo raccontò che il movente del triplice omicidio doveva essere cercato più a Nord del villaggio di Kibumba, dove è avvenuta l’imboscata: territorio di Rutshuru, a circa 70-80 chilometri dal luogo dove il convoglio del Pam era diretto e dove si trova anche la miniera strategica di Lueshe, ricca di niobio, un minerale resistente a temperature estreme tanto da essere fondamentale per la costruzione di armi supersoniche e ipersoniche. LA MINIERA DI LUESHE E L’APPETITO RUSSO Fin qui la versione del testimone Astrid, questo il nome di fantasia utilizzato, rimaneva generica, lacunosa e non supportata da evidenze. A sostenerla, ed è questa l’ultima novità raccolta dai legali dei genitori di Attanasio, è un’altra testimonianza, quella attribuita al rappresentante speciale estone alle Nazioni Unite, Sven Jürgenson. È lui, testimone indiretto non presente sul luogo dell’agguato, che avrebbe raccolto le confidenze di alcuni membri del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite incaricato di produrre un rapporto sull’agguato che hanno parlato di minacce e pressioni ricevute da Russia e Rwanda, quest’ultimo considerato vicinissimo al gruppo armato M23. Jürgenson sostiene che il gruppo di lavoro dell’Onu ha svolto le indagini in maniera scrupolosa fin dalle prime ore successive all’accaduto, ma che questo ha portato, contrariamente a quanto ci si aspettava, a rapporti scarni, incoerenti e omissivi che, alla fine, ammettono di non essere in grado di identificare i responsabili dell’agguato. Una conclusione, assicura la fonte, che cozza con le numerose informazioni realmente raccolte dal team e mai diventate oggetto di indagine giudiziaria: una ricostruzione più completa della scena, nuovi documenti, fotografie, testimonianze di ufficiali dell’intelligence e detenuti, testimoni e funzionari. Tutti nuovi particolari che il team investigativo sta acquisendo. Perché proprio Lueshe? Il team investigativo ha trovato una risposta nella ricostruzione cronologica dei fatti. Quella miniera, come detto ricca di niobio, dal 1980 è stata amministrata da una joint venture tedesco-americana chiamata Somikivu. Un controllo durato formalmente fino al 1999, quando il governo congolese decise di espropriarla in seguito alla guerra civile del vicinissimo Rwanda. Nel 2000 tornò nelle mani di un gruppo austriaco nel quale operavano ex membri di Somikivu, ma questo decise di abbandonare la miniera definitivamente nel 2004. Negli anni successivi la sede estrattiva fu oggetto di guerre tra gruppi rivali per il suo controllo, fino al 2007, quando entra in gioco la Midural Inc, della società metallurgica russa Rosspetssplav, che negli anni riuscì a far sì che il niobio estratto a Lueshe venisse esportato proprio nella Federazione. Fino al 2016, quando ne perse definitivamente il controllo. Gli appetiti russi sulla miniera, secondo il team investigativo, non sono però mai cessati e sono tornati prepotenti proprio agli inizi del 2021, tanto che è in quei giorni di inizio anno che si registrano i primi attacchi del gruppo M23 che poi culmineranno nell’offensiva di novembre 2021. Manca esattamente un anno all’invasione russa dell’Ucraina e il niobio rappresenta un materiale fondamentale per la produzione di missili supersonici e ipersonici. Così serviva, sostengono, una scintilla che facesse divampare un nuovo incendio nel martoriato Nord Kivu. E quella scintilla poteva essere l’uccisione di un ambasciatore occidentale che avrebbe scatenato nuove tensioni locali, permettendo al gruppo M23, vicino al Rwanda, di dare inizio alla propria avanzata nei territori dove si trova, tra le altre cose, anche la miniera di Lueshe. Una miniera ambita non solo da Mosca, dato che proprio nel febbraio 2022 la Ximei Resources, con sede a Hong Kong, aveva avviato colloqui per riprendere le operazioni estrattive. Nel dicembre 2022 i miliziani del M23 hanno poi compiuto un massacro a Kishishe che alcuni funzionari congolesi hanno motivato con un nuovo tentativo di prendere il controllo della miniera. Le operazioni del M23, secondo gli investigatori, fanno parte di una campagna di pressione informativa e operativa del Rwanda per giustificare un’operazione militare con il pretesto dichiarato della protezione delle infrastrutture, delle minoranze rwandesi e delle frontiere. Poi con l’uso di spie e agenti infiltrati nelle istituzioni e nelle organizzazioni, gruppi terroristici affiliati, addestrati, diretti e armati, e dotati di supporto logistico, il Rwanda avrebbe tentato o realizzato provocazioni mirate. In questo contesto, secondo Jürgenson, l’imboscata al convoglio del Pam sul quale viaggiavano Attanasio, Iacovacci e Milambo è stata compiuta dal Movimento del 23 Marzo (M23), probabilmente infiltrato da un agente dell’intelligence russa e rwandese, con l’ambasciatore italiano come obiettivo designato. Il rappresentante estone ha poi aggiunto alcune note di contesto alla sua testimonianza. L’area intorno a Lueshe, sostiene, vede da decenni il coinvolgimento di reti di criminalità organizzata russa legate all’intelligence militare, con piste di atterraggio clandestine, corridoi logistici e rotte terrestri utilizzate per il contrabbando di minerali e armi. L’area di confine avrebbe inoltre funzionato, almeno in fasi precedenti, come corridoio terrestre di esfiltrazione verso l’Uganda. IL RUOLO DI MARIO SCARAMELLA I punti da analizzare in maniera critica in questa nuova versione sono tanti. Ad esempio la conformazione territoriale intorno alla miniera di Lueshe, l’effettiva presenza russa dopo 10 anni dallo stop alle estrazioni, oppure il fatto che a fornire la testimonianza decisiva sia il rappresentante diplomatico di un Paese, l’Estonia, tra i più agguerriti avversari della Russia. Ma ce n’è anche un altro che, invece, riporta la mente a vecchi segreti italiani e non solo: mentre una delegazione di funzionari congolesi si è recata in Italia dal 4 al 14 febbraio per fornire ulteriore supporto alle indagini, quella italiana che ha svolto le indagini in Rdc era guidata da Mario Scaramella, già salito agli onori delle cronache in passato perché al centro di alcune delle vicende di spionaggio più controverse e ancora non chiarite, dal dossier Mitrochin fino all’avvelenamento al polonio dell’ex agente russo Aleksandr Litvinenko. Un personaggio controverso, Scaramella, che avrebbe svolto attività di docenza universitaria in Italia e in Colombia, ma il suo curriculum accademico appare fumoso e in passato spesso è stato contestato. Nei primi anni 2000 è stato segretario generale di un ente, l’Environmental Crime Prevention Programme (ECPP), ma è con la Commissione Mitrochin sulle ipotetiche attività illegali dei servizi sovietici in Italia che acquista notorietà: vi ottiene il ruolo di consulente, grazie a “stretti rapporti con importanti esuli russi”, in particolare l’ex ufficiale dei servizi russi Aleksandr Litvinenko. Le informazioni fornite – come il contatto di Romano Prodi con il Kgb – vengono poi messe in dubbio da altre fonti, compreso lo stesso Litvinenko. Alla vigilia di Natale del 2006, Scaramella fu arrestato dalla Digos con l’accusa di traffico internazionale d’armi e violazione del segreto d’ufficio ed è poi stato scarcerato nel febbraio 2008 grazie a un patteggiamento a 4 anni di carcere. Secondo quanto emerso all’epoca, Scaramella aveva una rete di informatori che comprendeva poliziotti, agenti della polizia penitenziaria e due uomini della Cia, tra cui l’ex capocentro a Milano Robert Sheldon Lady, coinvolto anche nel sequestro dell’imam egiziano Abu Omar. Ma l’affare più noto è quello che riguarda proprio l’ex-agente russo dell’FSB Aleksandr Litvinenko: il 1 novembre 2006 Scaramella lo incontra a pranzo a Londra. Poco dopo Litvinenko inizia a star male e muore per avvelenamento da polonio-210 due settimane dopo. Scaramella dichiarò poi di non aver mangiato nulla e di aver bevuto solamente acqua nel corso dell’incontro. Una vita passata a combattere le influenze sovietiche e russe in giro per l’Europa, quella di Scaramella, fatta di pochi punti chiari e molti altri, invece, oscuri. Il triplice omicidio che ha coinvolto Attanasio, Iacovacci e Milambo, con nuove accuse a Mosca, è solo l’ultimo caso della sua carriera. X: @simamafrica e @GianniRosini L'articolo “L’uccisione di Attanasio serviva alla Russia per mettere le mani sulle miniere del Congo”: la nuova pista seguita dai legali dei genitori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuova pista sull’omicidio Attanasio: “L’ambasciatore doveva visitare una miniera strategica per la Russia”
Si è aperta una nuova pista nelle indagini sul triplice omicidio dell’ambasciatore italiano in Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e dell’autista del programma Alimentare Mondiale (Pam), Mustapha Milambo. Pista che porta dritta a una delle ipotesi circolate, senza mai trovare conferma, nei primi mesi dopo l’agguato lungo la strada tra Goma e Rutshuru, il 22 febbraio 2021: quella della guerra per i minerali di cui è ricco il sottosuolo del Nord Kivu. A indirizzare le indagini della Procura di Roma, che ha ancora aperto il secondo filone per omicidio a carico di ignoti, è la testimonianza diretta di uno degli operatori presenti sulla scena dell’agguato depositata in procura nell’ambito delle indagini difensive condotte dal legale dei genitori di Attanasio, coadiuvato da esperti di livello internazionale. Nel suo racconto, la persona sentita dagli inquirenti, la cui identità è stata secretata da Piazzale Clodio, ha sostenuto che la destinazione finale del convoglio non fosse il villaggio di Rutshuru, dove il gruppo avrebbe dovuto visitare uno dei progetti del Pam, come sostenuto fino a oggi, bensì una imprecisata area tra Rutshuru e Lueshe che ospita una miniera di pirocloro-niobio storicamente legata a interessi russi Il racconto è supportato da mappe, fotografie e informazioni che, sostiene la fonte, indicano inequivocabilmente che l’ambasciatore fosse diretto verso Ruthshuru-Lueshe, “dove c’è la miniera di niobio, una faccenda molto sensibile”. ”State indagando su un dossier sensibile perché finora la verità resta un incubo, dato che nessuno sa la missione che aveva l’ambasciatore”, ha continuato il testimone. Il niobio, non a caso, è un materiale raro e fondamentale per lo sviluppo di mezzi ipersonici come quelli in dotazione a Mosca perché le sue leghe resistono a temperature estreme e all’ossidazione. Caratteristiche che lo rendono ricercatissimo dall’industria militare. Se la nuova versione dei fatti trovasse conferma, si tratterebbe di una svolta decisiva nell’inchiesta sul triplice omicidio di quasi cinque anni fa. Per diversi motivi. Innanzitutto solleverebbe nuove incognite sul ruolo svolto dai due funzionari del Pam indagati, ma mai processati per il riconoscimento dell’immunità, Rocco Leone e Mansour Rwagaza, responsabili della compilazione dei moduli di viaggio dai quali sono stati esclusi i nomi dell’ambasciatore Attanasio e di Iacovacci. Nel piano ufficiale risulta infatti che la destinazione finale del trasferimento da Goma fosse proprio il villaggio di Rutshuru. Questa nuova pista richiama alla mente anche un altro particolare della vicenda fino a oggi rimasto in secondo piano. La sera prima dell’agguato, Attanasio aveva incontrato la comunità italiana per una cena al ristorante Mediterraneo di Goma. Tra i partecipanti era presente, oltre agli italiani residenti, anche la delegazione russa che era partita in forze da Kinshasa pochi giorni prima. Si trattava dell’ambasciatore russo di allora, Alexey Sentebov, che ufficialmente si trovava a Goma per incontrare il governatore militare della provincia del Nord Kivu, il generale Constant Ndima Kongba, e anche per visitare i Caschi Blu russi della Monusco. Una presenza di cui negli anni Ilfattoquotidiano.it ha più volte chiesto conto a chi era presente all’evento, ma che non ha mai trovato una vera giustificazione. “Il testimone avrebbe raccolto dati sulla scena dell’agguato – ha commentato Salvatore Attanasio, padre del diplomatico, a Ilfattoquotidiano.it – Queste informazioni sono confluite in una relazione che è al centro di una nuova indagine rilevante perché collegata a un piano di attacco ben organizzato e orchestrato. Siamo fiduciosi in quello che la Procura di Roma potrà accertare e che, se confermato, cancella definitivamente la fantasiosa ricostruzione che si sia trattato di un incidente. Inoltre sposta il tutto su un piano politico e quindi la politica deve impegnarsi seriamente nella ricerca della verità”. L'articolo Nuova pista sull’omicidio Attanasio: “L’ambasciatore doveva visitare una miniera strategica per la Russia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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