La Strategic Culture Foundation è una rivista online diretta dal Servizio di
Intelligence Estero russo (SVR) e affiliata al Ministero degli Affari Esteri
russo. Dopo l’attacco criminale e illegale contro l’Iran da parte di Usa e
Israele; dopo le solite, roboanti, contraddittorie affermazioni di Trump
sull’esito rapido del blitz (“due o tre giorni”, “quattro o cinque settimane”,
“non ho limiti di tempo”: un documento interno del Pentagono, riportato da
Politico, rivela: “fino a settembre”); dopo la solita filastrocca di pretesti
(prima le capacità nucleari, poi i missili balistici, poi il cambio di regime,
poi l’affondamento della flotta iraniana: “Non c’è un obiettivo, non c’è un
piano strategico, non c’è una tempistica”, sintetizza Mark Kelly, senatore Dem);
diventa interessante vedere come la pensano al Cremlino.
L’Iran si sta difendendo con una strategia a lungo termine, spiega la rivista,
illustrandone le tattiche.
1) Dopo Khamenei, in Iran adesso c’è un comando decentralizzato (cellule
operative, piano di successione a quattro livelli).
2) L’Iran sta lanciando ondate di economici droni sacrificali per esaurire su
scala industriale le batterie Patriot e i sistemi missilistici Thaad. Usare tre
Patriot (9,6 milioni di dollari) per abbattere un singolo drone iraniano è
insostenibile nel lungo periodo.
3) Caos economico-energetico. Solo nei primi 4 quattro giorni di guerra sono
evaporati dai mercati globali 3.200 miliardi di dollari (a oggi il totale
s’aggira sui 5 trilioni di dollari, e la stima è prudente). Lo Stretto di Hormuz
è chiuso “ai nemici dell’Iran” (quindi non alle navi russe e cinesi), bloccando
almeno il 20% del fabbisogno petrolifero mondiale. L’intera produzione di gas
naturale liquefatto del Qatar è ferma, e il secondo giacimento petrolifero
dell’Iraq è stato chiuso. Colpendo non solo le basi militari statunitensi, ma
anche gli interessi economici nel GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo,
organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrain e
Oman), l’Iran ha innescato una bomba a orologeria contro il petrodollaro,
facendo contenta la Cina.
La fragilità strutturale del GCC, il cui modello di business si regge
interamente sul petrodollaro in cambio della protezione militare americana, è
emersa in tutta la sua evidenza già nei primissimi giorni del conflitto. Fra le
prove più tangibili le bombe su Dubai e la distruzione del radar AN/FPS-132
(valore: 1,1 miliardi di dollari) nella base aerea di Al Udeid in Qatar.
4) Il ruolo della Russia. Il corridoio aereo Astrakhan-Teheran rifornisce l’Iran
di componenti per sistemi di difesa aerea, moduli radar, sistemi idraulici per
lanciatori di missili e sistemi di guerra elettronica avanzata (il Krasukha-4IR)
in grado di disturbare i radar dei droni statunitensi. Parte del carico arriva
anche tramite il Caspio. A breve l’Iran dispiegherà batterie di missili
terra-aria S-400 a lungo raggio con cui controllerà fino al 70% del proprio
spazio aereo.
5) Il ruolo ambiguo della Turchia. La Turchia è un paese Nato, ma due mesi fa il
Mit (l’intelligence turca) ha avvertito i Pasdaran di movimenti di milizie curde
al confine iracheno-iraniano.
6) Il gasdotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta greggio azero dal Caspio
al Mediterraneo) è un potenziale obiettivo iraniano, insieme al gasdotto saudita
Est-Ovest e alle piattaforme offshore irachene da 3,5 milioni di barili al
giorno.
L’obiettivo finale dell’Iran, conclude la rivista, è espandere il conflitto e
prolungarlo in modo da rendere lo stress economico-politico insostenibile per
gli Usa e i suoi alleati, puntando alla fine del petrodollaro per aprire al
petroyuan o a un paniere di valute BRICS (Brasile, Russia, India, Cina,
Sudafrica e paesi associati). “Scaccomatto”, ricorda la rivista, viene dal
persiano Shah Mat: il re è impotente. In effetti, Trump sta già rinculando. Ve
l’avevo detto che la propaganda russa è interessante.
L'articolo La strategia in Iran? È interessante vedere come la pensano al
Cremlino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La Russia ribadisce la sua incrollabile solidarietà con il governo e il
fraterno popolo di Cuba”. Il messaggio risale a pochi giorni fa e lo ha diffuso
il ministero degli Esteri russo. Mosca condanna “i tentativi di grave
interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, le intimidazioni e l’uso
di misure restrittive unilaterali illegali”. Anche se il Cremlino non ha
nominato Trump, anche se ha evitato i richiami diretti al presidente americano
che pochi giorni fa ha detto che a Cuba può riservare il destino che desidera,
il richiamo è ovvio. (Queste sono state le parole precise del repubblicano:
“Credo che avrò l’onore di prendere Cuba. È un grande onore. Prendere Cuba in
qualche modo. Che la liberi o la prenda, penso di poter fare quello che voglio,
se volete sapere la verità. È una nazione molto indebolita in questo momento”).
Dopo questa dichiarazione il livello di allerta si è inevitabilmente alzato; per
Washington, dalla Federazione, la risposta è arrivata. Anzi, ne sono arrivate
due: una si chiama Sea Horse, l’altra Anatoly Kolodkin.
Sea Horse e Kolodkin sono le due petroliere russe che stanno sfidando il regime
di embargo imposto dal tycoon contro l’isola di Castro sprofondata nel blackout,
alle prese con una crisi energetica mai affrontata prima. Il primo vascello, che
batte bandiera di Hong Kong, ha 27mila tonnellate di gas a bordo, e attraccherà
sull’isola lunedì (secondo i dati della società di intelligence marittima
TankerTrackers). La seconda nave battente bandiera russa, già sanzionata da Usa
e Ue – ha un carico di circa 100.000 tonnellate di greggio degli Urali e
arriverà ad inizio aprile. È dai tempi dell’Unione Sovietica e della Guerra
fredda che Cuba fa affidamento sul greggio di Mosca per soddisfare il proprio
fabbisogno energetico, ma negli ultimi decenni è stato soprattutto il Venezuela
a spedire forniture costanti di oro nero sull’isola, in cambio di personale
medico e di intelligence. Dopo la defenestrazione di Nicolas Maduro e gli
ultimatum trumpiani però quella linea si è spezzata; si è interrotto il flusso
che per anni ha sostenuto l’economia cubana, mentre anche il resto degli
approvvigionamenti si sono assottigliati: l’ultima petroliera ad aver attraccato
a Cuba (il 9 gennaio scorso) arrivava dal Messico.
L’Havana, rimasta al buio, alle prese col collasso della sua rete elettrica,
rischia una fine da Caracas e Teheran. Forse Cuba sta davvero trattando con gli
americani per porre fine alla blokada energetica, come scrivono i media
americani che individuano nella rimozione del presidente Díaz-Canel l’unica
condizione per mettere fine al braccio di ferro. “Manteniamo i contatti con i
nostri amici cubani” ha assicurato due giorni fa il portavoce del Cremlino,
Dmitry Peskov. Nel febbraio scorso, nelle sale del Cremlino hanno accolto Bruno
Rodríguez, ministro dell’Energia cubano. Putin gli ha ricordato come la Russia
sia “sempre stata al fianco dell’isola nella sua lotta per l’indipendenza e per
il diritto di seguire un proprio percorso di sviluppo”: “Sapete bene quale sia
la nostra posizione al riguardo”.
L'articolo Mosca chiama L’Havana: il Cremlino sfida l’embargo con due petroliere
pronte a rifornire l’isola di gas e petrolio proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ambasciata della Russia a Vienna è “uno degli hub più importanti per le
operazioni russe in Europa”. È quanto sostiene in un articolo il Financial Times
nella sua edizione europea, citando un diplomatico e sottolineando come Mosca
stia prendendo di mira non solo le comunicazioni europee, ma anche quelle
provenienti da Medio Oriente e Africa. In sostanza, secondo il quotidiano
finanziario, la Russia avrebbe preso di mira le comunicazioni statali e militari
della Nato tramite antenne paraboliche installate nella propria ambasciata in
Austria.
Dai tetti della rappresentanza russa, scrive il Financial Times, emergono
numerose antenne che, secondo fonti di sicurezza europee, non sarebbero
destinate alle normali comunicazioni diplomatiche: molte non risultano orientate
verso est e vengono frequentemente riposizionate, un segnale che celerebbe un
utilizzo per monitorare diversi satelliti.
Il gruppo di ingegneri viennese Nomen Nescio sta analizzando il tetto del più
grande complesso diplomatico russo a Vienna, soprannominato ‘Russencity’, che si
estende su un’area di oltre 3 ettari e include edifici residenziali, una scuola
e la missione russa presso le Nazioni Unite.
Il suo edificio principale è sormontato da un fitto sistema di antenne. Secondo
l’analisi, alcune di queste sarebbero puntate verso satelliti geostazionari
utilizzati per le comunicazioni tra Europa e Africa. Il Financial Times ricorda
che, nonostante le raccomandazioni dell’agenzia austriaca di intelligence,
Vienna ha mostrato scarso interesse nell’espellere diplomatici o nell’adottare
altre misure contro agenti russi.
L'articolo “L’ambasciata di Mosca a Vienna è l’hub delle operazioni russe di
ascolto in Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il mio incontro con l’ambasciatore russo? La Farnesina ne era al corrente”. Il
caso del meeting tra il viceministro degli Esteri di Fratelli d’Italia, Edmondo
Cirielli, rivelato da un articolo del Corriere, rischia di creare il caos
all’interno dell’esecutivo che, con l’eccezione della Lega, si è sempre
dichiarato strenuamente al fianco dell’Ucraina. L’indiscrezione, però, ha
ricostruito che Cirielli e Aleksej Vladimirovič Paramonov si sono incontrati
lontano dalla Farnesina, con “tutti nel governo, a partire dalla premier e dal
ministro degli Esteri, che erano all’oscuro”. “Falso che la presidente Giorgia
Meloni sia arrabbiata con me – ha replicato l’esponente di FdI – Falso che la
Farnesina non sapesse”. Dichiarazioni che, adesso, coinvolgono direttamente
anche Antonio Tajani.
Secondo le fonti sentite dal Corriere, l’incontro ha provocato l’ira di Meloni
che da quel momento ha evitato di avere a che fare con Cirielli: “Giorgia non mi
risponde” al telefono, si sarebbe addirittura lamentato il viceministro. Una
ricostruzione che il vice di Tajani, però, smentisce: “All’incontro hanno
partecipato anche due funzionari del Ministero degli Esteri, uno della Direzione
generale per gli Affari Politici, che hanno preso nota formale di quello che
veniva detto. È stata redatta una nota formale dell’incontro, quindi era tutto
assolutamente alla luce del sole”. Niente di male, aggiunge, dato che si è
trattato di una “prassi diplomatica”: “Quando un’ambasciata chiede un incontro a
livello governativo, spesso non è il ministro a riceverli ma il viceministro. È
normale che sia io ad ascoltare gli ambasciatori, soprattutto quando si tratta
di rapporti complessi. Sono diplomatici accreditati e fanno il loro lavoro. La
ricostruzione di un’arrabbiatura di Meloni è completamente fantasiosa. Subito
dopo, tra l’altro, sono stato con lei in Etiopia. L’incontro con l’ambasciatore
è avvenuto il 3 febbraio e non c’è stato alcun problema”.
Niente di irregolare, ha giustamente precisato Cirielli, dato che i rapporti
diplomatici tra l’Italia e la Russia non sono interrotti. La questione è
soprattutto politica, trattandosi di un governo che ha sempre promesso sostegno
incondizionato alla causa ucraina, con la Lega di Matteo Salvini che, essendo su
posizioni diverse, si è sempre distinta rispetto agli alleati all’interno
dell’esecutivo. A sentire il viceministro, però, l’incontro non ha turbato né la
premier né Tajani: “Tajani non mi ha nemmeno chiamato. Non è la prima volta che
incontro l’ambasciatore, anche in passato mi aveva chiesto un incontro. È
normale che accada, quando chiedono un confronto con il governo di solito li
ricevo io”.
L'articolo Il viceministro Cirielli (FdI): “È vero che ho incontrato
l’ambasciatore russo. E la Farnesina ne era al corrente” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La nave metaniera russa Arctic Metagaz, colpita lo scorso 4 marzo probabilmente
da droni navali ucraini al largo della costa di Malta, è alla deriva da giorni.
Il relitto si sta avvicinando, spinto dai venti, verso la costa maltese e se
dovesse esplodere, spiegano le autorità locali, causerebbe danni catastrofici.
Il governo maltese ha attivato un piano di emergenza per prevenire una
“catastrofe a terra“. La nave è attualmente a 50 miglia nautiche (meno di 100
chilometri) a sudovest di Malta. I venti la stanno spingendo al momento in
direzione della costa occidentale di Gozo. “Tutto dipende dalla direzione del
vento, ma se continua così potrebbe arrivare tra domenica notte e lunedì
mattina” ha riferito una fonte al Times of Malta. Le autorità della Valletta da
ieri stanno collaborando con quelle italiane per scongiurare una catastrofe
ambientale predisponendo l’intervento di tre rimorchiatori per evitare che il
relitto possa entrare nelle acque territoriali dell’arcipelago. Le forze aeree
maltesi (Afm) stanno sorvolando sopra la nave alla deriva tre volte al giorno
per monitorare la sua posizione.
Si stima che a bordo della Arctic Metagaz ci siano ancora 700 tonnellate di gas
liquefatto. Sempre il Times of Malta riporta che anche ieri sono state
registrate esplosioni. “Non sappiamo se sarà possibile salire a bordo e
assicurare il relitto ai rimorchiatori, né è stato ancora stabilito dove
potrebbe essere trainato, ma stiamo cercando di identificare un punto di
sufficiente profondità” dichiarano le autorità maltesi, che spiegano come l’idea
sia quella di l’affondamento dell’imbarcazione che, nonostante i gravi danni, ha
ancora intatti due dei suoi quattro depositi di gas. Il rischio maggiore per La
Valletta è quello di contaminazione delle acque che metterebbe in crisi
l’approvvigionamento idrico dell’intero arcipelago, totalmente affidato agli
impianti di desalinizzazione marina. Rimane la paura anche per una possibile
esplosione del relitto a contatto con le coste maltesi o con altre navi: “Se
esplodesse vicino alla costa le conseguenze sarebbero catastrofiche”.
L'articolo Il relitto della metaniera russa Arctic Metagaz si avvicina alle
coste di Malta. “Se esplodesse sarebbe una catastrofe” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ha a bordo, con ogni probabilità, un carico di 900 tonnellate di gasolio e due
serbatoi di gas liquefatto. A bordo non c’è nessuno. E si è inclinata di circa
30 gradi. I danni causati dai droni che l’hanno colpita, quasi sicuramente
lanciati dagli ucraini, mentre navigava a nord del Golfo di Sirte ne hanno
danneggiato struttura e stabilità. E vaga, alla deriva, sospinta dai venti e
dalle correnti, nel Canale di Sicilia. Si era avvicinata a Linosa, ora sembra
puntare verso Malta. Ma al cambiare delle condizioni del mare, potrebbe mutare
anche la sua direzione. A distanza di dieci giorni dal momento in cui la
petroliera russa Arctic Metagaz, considerata appartenente alla flotta fantasma,
cioè quella che contrabbanda carburanti aggirando le sanzioni europee, l’allarme
sul rischio di un rovesciamento del carico è arrivato anche a Palazzo Chigi.
L’alert riguarda il rischio inquinamento qualora il gigante del mare, 277 metri
di lunghezza, dovesse rovesciarsi o colare a picco. Mezzi della Marina militare
italiana – un rimorchiatore e, se dovesse servire, un mezzo antinquinamento –
restano vicini al relitto alla deriva pronti a intervenire, nel tratto di mare
fra le isole Pelagie e Malta, soltanto in caso d’emergenza. Per coordinare la
gestione del caso, si è tenuta una riunione a Palazzo Chigi, presieduta da
Giorgia Meloni, alla quale hanno partecipato anche i ministri Antonio Tajani,
Guido Crosetto, Gilberto Pichetto Fratin e Nello Musumeci, oltre al
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e al capo del
Dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano.
Per Palazzo Chigi, al momento, il problema è comunque in capo a Malta poiché la
nave è all’interno della zona Sar maltese: “Ma il governo italiano ha assicurato
al governo de La Valletta la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo
momento”. L’Italia – viene spiegato – “ha inoltre confermato la propria
disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni
delle autorità maltesi, con le quali rimane in costante contatto”.
Ma in questa vicenda – come ha ricordato il giornalista di Radio Radicale Sergio
Scandura – le zone Sar in realtà c’entrano ben poco, poiché il caso rientra nei
dettami delle convenzioni internazionali MARPOL (Marine Pollution) e della
convenzione di Barcellona BARCOM, entrambe dedicate alla gestione delle
emergenze di inquinamento del mare. Il Wwf sta seguendo l’evoluzione della
situazione e ricorda che la fuoriuscita del Gnl “potrebbe causare incendi, nubi
criogeniche letali per fauna marina, e inquinamento ampio e duraturo delle acque
e dell’atmosfera”.
L’area nella quale vaga la nave, aggiunge l’associazione ambientalista, è di
“eccezionale valore ecologico, con ecosistemi profondi fragili e una
biodiversità tra le più elevate del bacino Mediterraneo. Ospita, tra gli altri,
quasi tutte le specie marine protette del Mediterraneo, sia pelagiche che
bentoniche, ed è attraversata da grandi predatori pelagici come il tonno rosso e
il pescespada”. Il rischio ambientale, rimarca, è “elevatissimo e potenzialmente
irreversibile, con serie ricadute anche sulle economie delle isole Pelagie,
basate su pesca e turismo”.
L'articolo Petroliera fantasma russa alla deriva nel Canale di Sicilia, ora
Palazzo Chigi è preoccupato: “Monitoriamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Invece di prendere il toro per le corna, ovvero di affrontare lo snodo chiave
dell’ambiguità del ruolo culturale delle istituzioni pubbliche, i vari camerati
‘picadores’ di Fratelli d’Italia continuano a punzecchiarsi sul caso della
Russia alla Biennale di Venezia. Il ministro Giuli invoca le dimissioni della
rappresentante del suo ministero nel Consiglio di amministrazione della
Biennale; il presidente della Commissione Cultura Mollicone reclama addirittura
una qualche dichiarazione di ‘personae non gratae’ nei confronti degli invitati
russi, ché se si trattasse di personale diplomatico dovrebbe essere rilasciata
dalle massime autorità dello Stato.
I leghisti, tanto per non smentirsi, difendono l’allargamento alla Russia in
nome della ‘libertà dell’arte’: sic, senza nemmeno entrare nel merito
dell’idealizzazione dell’arte – bisognerebbe aver letto almeno Adorno – si
tratta di una manifestazione in tutto e per tutto di Stato, con organizzatori,
protagonisti e opere scelti politicamente dai governi, in primis quello
italiano. E poi, casomai, è il curatore delle varie rassegne che deve garantire
libertà di contenuto, l’ente dovrebbe organizzare e finanziare.
Per parte sua, ignorando gli ex amici ‘picadores’ ma interloquendo con il Foglio
di cui è stato esimio giornalista, quel torero siciliano dal cognome quasi
paradossale di Buttafuoco, il Pietrangelo voluto come Presidente della più
importante istituzione culturale pubblica italiana da Giorgia Meloni, risponde
sventolando la bella muleta rosso scarlatta della Biennale del dissenso. Che
sarebbe poi un evento commemorativo della straordinaria manifestazione
organizzata nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con il consenso politico del solo
Bettino Craxi e il boicottaggio militante del Partito Comunista, in ben altro
contesto internazionale e appunto non come vera e propria Biennale, ma come
rassegna extra, informale.
Notevole la disarmonia d’intenti con la premier, anche solo per l’elenco dei
Paesi da cui verrebbero scelti oggi i cinque artisti dissidenti di oggi: Stati
Uniti, Israele, Cina, Russia e persino Unione europea (del resto è duro da
digerire il pronunciamento della Commissione Ue che ha tuonato contro la
prossima Biennale aperta ai Paesi canaglia, minacciando di tagliare i fondi). En
passant viene da notare che mancherebbero una serie di Paesi dove gli artisti
sono davvero perseguitati, in primis i regimi islamici e l’Iran. E, come
ulteriore chicca, il Presidente ha annunciato un ciclo di incontri dedicato al
denso pensiero del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij, fucilato da Stalin
nel 1937 e da qualche decennio oggetto di una rivalutazione tra ambienti cult da
edizioni Adelphi, cattolici integralisti, estrema destra e filosofi
post-nietzschiani. Per la cronaca, Florenskij era un dichiarato anti-occidentale
a 24 carati: la sua ‘teodicea ortodossa’ non sarà magari la fonte di quel ‘santo
mondo russo’ invocato dal Patriarca Kirill per giustificare ‘l’operazione
speciale’ in Ucraina, ma bisognerebbe chiedere meglio lumi agli oppositori.
Tutto sbagliato, tutto da rifare, verrebbe da dire per l’ennesima volta. Ben
diverso è il caso di rassegne culturali organizzate da associazioni o privati,
magari con qualche contributo pubblico, ma non secondo logiche così intimamente
politiche. A Milano, per esempio, nonostante ci siano alcune tra le istituzioni
pubbliche più ricche e sperimentate, la mano ‘libera, ma libera veramente’, e
pure con il giusto riguardo per l’avanguardia, possono tenerla i festival di
arti performative indipendenti come FOG, che ha appena presentato un toccante
spettacolo di Ali Chahrour sul Libano, o come la rassegna LIFE annunciata da
Zona K, che ospiterà un lavoro teatrale sulla guerra in Ucraina dei russi expat
Elina Kulikova e Dima Efremov, artisti dissidenti veri, e una performance con i
ballerini palestinesi guidati da Amir Sabra e Ata Kathab sui massacri a Gaza.
Venendo al dunque, la cultura pubblica ha un valore tout court di propaganda, e
come tale viene giustamente pesato quel che fa la Biennale, che è una vetrina
mondiale di prim’ordine. Poco ci manca che non sia diventata ancora come
Sanremo, dove ora vince il Sì di Sal Da Vinci e ieri magari, sotto Prodi
premier, Lo Stato Sociale… E se ormai sembra tardi per evitare qualche
pateracchio, tutto sommato non sarebbe male prendere il pretesto per rivedere
regole e vocazione della cultura pubblica dopo una sana pausa della
manifestazione ufficiale, come successe proprio nel 1977, magari conservando
soltanto il corpo curatoriale e autonomo della Biennale d’Arte, anche perché il
rischio è ora che le nazioni più sensibili alla causa ucraina non vogliano poi
tenere aperti i padiglioni accanto a quelli dei regimi sovietico, iraniano e via
elencando.
L'articolo Buttafuoco gioca la carta della Biennale del dissenso: vien da dire
‘tutto sbagliato, tutto da rifare’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un assist a Mosca, che dopo la chiusura dello stretto di Hormuz ha già incassato
oltre 1,3 miliardi di entrate da export di petrolio non previste. E uno schiaffo
alla Ue, che continua ad applicare le sanzioni e un price cap sugli idrocarburi
russi. La licenza di 30 giorni all’export di greggio e prodotti petroliferi
provenienti dalla Federazione e già imbarcati, concessa da Washinton giovedì per
“promuovere la stabilità dei mercati energetici globali” dopo che l’attacco
all’Iran ha fatto esplodere i prezzi, ha fatto infuriare i partner del Vecchio
continente. “È molto preoccupante, poiché incide sulla sicurezza europea“, il
commento del presidente del Consiglio Ue Antonio Costa, mentre il cancelliere
tedesco Friedrich Merz definiva “sbagliata” la decisione e il presidente
francese Emmanuel Macron escludeva che la situazione geopolitica giustifichi la
mossa. “Aumenta le risorse a disposizione della Russia per condurre la guerra di
aggressione contro l’Ucraina”, ha riassunto l’ex premier portoghese. Secondo gli
esperti, è un tentativo di guadagnare tempo in attesa della riapertura dello
stretto di Hormuz ma avrà un impatto limitato sul prezzo del barile. “Né Usa né
Ue possono fare granché per calmierarlo, a parte di finire questa guerra”, come
ha riassunto Daniel Gros, direttore dell’Istituto per le politiche europee della
Bocconi.
COSA CAMBIA IN CONCRETO PER I PAESI COMPRATORI
Con i sondaggi che mostrano come la maggioranza degli americani sia contraria
all’attacco all’Iran e in attesa di individuare una exit strategy,
l’amministrazione di Donald Trump sta ostentando impegno per contenere lo choc
sui mercati energetici e il conseguente rincaro del pieno per gli automobilisti.
Non a caso il segretario del Tesoro Usa Scott Bessent, annunciando
l’autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo
attualmente bloccato in mare, ha rivendicato come le politiche del presidente
abbiano “portato la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti a livelli
record, contribuendo a ridurre i prezzi dei carburanti per i lavoratori
americani”. E ha ribadito la convinzione già espressa dal presidente che
“l’aumento dei prezzi è temporaneo e di breve durata e, nel lungo periodo, si
tradurrà in un enorme vantaggio per la nostra nazione e la nostra economia”.
Ma cosa cambia in concreto con la mossa arrivata nella notte italiana? Per prima
cosa va chiarito che non comporta un aumento duraturo dell’offerta: riguarda
solo i carichi già estratti e spediti. Mosca come detto festeggia perché eviterà
perdite sui barili già in mare. Secondo Cnbc, si parla di circa 124 milioni di
barili, pari a 5-6 giorni di transiti attraverso Hormuz in tempi normali. Ora i
Paesi che hanno continuato a importarlo anche dopo l’invasione dell’Ucraina
potranno sbloccare alcune spedizioni rimaste ferme per problemi legati a
trasporti, assicurazioni e pagamenti. Si tratta in particolare di India – che
aveva però già ricevuto una deroga ad hoc -, Cina e Turchia. Dopo la licenza
americana anche la Thailandia si è detta interessata e il Giappone, che nel 2025
ha importato il 94% del greggio dal Medio Oriente, sta valutando se sia nel suo
interesse approfittarne per comprare una fornitura di quello russo.
GLI AFFARI DI PUTIN DOPO GLI ATTACCHI ALL’IRAN
La Russia incassa già oggi quasi mezzo miliardo di euro al giorno dalle
esportazioni di combustibili fossili e l’esplosione dei prezzi del petrolio le
sta garantendo fino a 150 milioni di dollari di entrate aggiuntive ogni giorno.
Secondo calcoli del Financial Times, entro fine marzo i ricavi aggiuntivi legati
al solo aumento delle quotazioni – ipotizzando che il greggio Urals venga
smerciato a una media compresa tra 70 e 80 dollari al barile – ammonteranno a
una cifra compresa tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari. Stime precedenti
l’allentamento delle sanzioni. Il nuovo intervento, che come ha spiegato lo
stesso Bessent è “limitato e di breve durata”, non sposterà di molto le stime
visto che Mosca “ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle
tasse riscosse nel punto di estrazione” e non dal petrolio già spedito. Per il
prossimo mese, però, il Cremlino non dovrà vendere con forti sconti – o
rischiare l’invenduto – perché le navi a causa delle sanzioni occidentali
restano ferme o non riescono a completare le transazioni. E le imposte
sull’estrazione di minerali sono comunque indicizzate al prezzo del greggio, il
che significa che la possibilità di vendere i carichi già estratti contribuisce
comunque a preservare una parte delle entrate energetiche di Mosca. Non è un
caso se il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto con evidente
soddisfazione che gli interessi di Russia e Stati Uniti per la stabilizzazione
dei mercati globali dell’energia “al momento coincidono”.
IN UE EMBARGO QUASI TOTALE E PRICE CAP
Per l’Unione europea l’impatto della decisione americana è limitato (anche se in
via indiretta potrebbe beneficiare dell’eventuale calo dei prezzi). Dal 2022
l’Ue ha infatti introdotto un embargo quasi totale – ci sono eccezioni per
Ungheria e Slovacchia – sulle importazioni di petrolio russo via mare, che resta
pienamente in vigore. Così come il price cap concordato dal G7, che consente la
vendita del greggio russo sul mercato mondiale ma vieta alle compagnie
occidentali di fornire servizi di trasporto, assicurazione o finanziamento se è
venduto sopra un determinato tetto di prezzo. Con l’ultimo pacchetto di sanzioni
europee il tetto è stato abbassato da 60 a 47,60 dollari al barile e reso
dinamico: il limite viene aggiornato automaticamente in modo da restare circa il
15% sotto il prezzo medio del greggio Urals registrato nelle settimane
precedenti. Dall’1 febbraio il prezzo massimo è stato ridotto ulteriormente, a
44,10 dollari al barile.
L’obiettivo è sempre stato quello di ridurre le entrate energetiche di Mosca
senza però eliminare completamente il petrolio russo dal mercato mondiale,
evitando così choc sui prezzi globali. Gli attacchi all’Iran hanno sconvolto il
quadro, causando quella che l’Agenzia internazionale per l’energia ha definito
la “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato
petrolifero globale”. Con quel che comporta per i prezzi. Secondo l’analista di
Bloomberg Javier Blas il mercato petrolifero “aggiungerà dai 3 ai 6 dollari al
barile al prezzo di riferimento per ogni giorno in cui la guerra continuerà. In
una settimana si tratta di 15-30 dollari”. Una situazione “sopportabile per
un’altra settimana, forse due, ma se si protrae oltre, il mondo inizierà a
subire gravi danni economici“. La mossa Usa? “Iniziative per guadagnare tempo.
L’unica soluzione duratura è quella di riaprire lo Stretto di Hormuz”.
L'articolo Cosa cambia col sì di Trump agli acquisti di petrolio russo. L’Ue
protesta: “Incide sulla sicurezza”. Gli analisti: “Non basta per calmierare i
prezzi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dissidenti russi alla Biennale. L’infuocatissima polemica sul padiglione russo
alla rassegna culturale di Venezia – che ha visto come ultimo atto la richiesta
di dimissioni da parte del ministro della Cultura Alessandro Giuli della
consigliera favorevole al ritorno della Russia – si arricchisce ora di un
elemento che sembra rispondere direttamente alle critiche politiche e
diplomatiche degli ultimi giorni e alle richieste che arrivano direttamente dal
governo. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, in un intervento
su Il Foglio annuncia infatti due iniziative dedicate esplicitamente ai
dissidenti: da un lato la commemorazione del cinquantenario della Biennale del
Dissenso voluta nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con l’invito a cinque figure
oggi sgradite ai rispettivi governi (Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e
persino Unione europea); dall’altro un ciclo di incontri dedicato al pensiero
del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij.
La mossa appare come un tentativo di spostare il terreno della discussione: non
più solo la presenza o meno della Russia come Stato alla Biennale, ma il ruolo
dell’istituzione veneziana come spazio di libertà per le voci critiche e non
allineate. In questa chiave la citazione della Biennale del Dissenso del 1977
non è casuale: quella manifestazione, nata durante la Guerra fredda, fu pensata
proprio per dare visibilità agli intellettuali perseguitati nei Paesi del blocco
sovietico.
Il contesto politico, però, resta incandescente. Giuli ha chiesto il passo
indietro di Tamara Gregoretti, accusandola di non aver informato il ministero
sulla possibile partecipazione della Federazione Russa. Gregoretti ha respinto
la richiesta, rivendicando l’autonomia statutaria della Biennale e ricordando
che i membri del consiglio non rappresentano i soggetti che li hanno nominati.
Intanto la questione è uscita dai confini culturali per diventare apertamente
geopolitica. Da un lato c’è la linea più prudente sostenuta da parte del governo
e da esponenti parlamentari come Federico Mollicone, secondo cui il padiglione
russo rischierebbe di trasformarsi in un problema diplomatico nel pieno della
guerra in Ucraina. Dall’altro lato c’è chi, come il vicepremier Matteo Salvini,
sempre vicino alle posizioni della Russia, che difende l’idea di una cultura
universale che non escluda nessuno.
Nel frattempo cresce anche la pressione internazionale: una petizione online
contro la partecipazione russa ha raccolto migliaia di firme, tra cui quelle
dell’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko e dell’attivista e dissidente russo
Garry Kasparov. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato
l’ipotesi di un ritorno della Russia alla manifestazione. L’iniziativa
annunciata da Buttafuoco sembra quindi voler offrire una via simbolica d’uscita:
trasformare la polemica sulla presenza russa in un discorso più ampio sulla
libertà degli artisti e sulla tradizione della Biennale come luogo di confronto
tra dissenso e potere. Resta però da capire se questo richiamo storico basterà a
disinnescare uno scontro che ormai non riguarda più soltanto la cultura, ma gli
equilibri politici e diplomatici dell’Europa in tempo di guerra, ora allargata a
contesti fino a un mese fa inimmaginabili.
L'articolo Biennale di Venezia, Buttafuoco si gioca la carta del padiglione dei
dissidenti di Buttafuoco per disinnescare il caso Russia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sono stati condannati all’ergastolo i 4 assalitori e gli 11 complici
dell’attentato jihadista al Crocus City Hall di Mosca che provocò 149 morti e
600 feriti. L’attentato si consumò il 22 marzo 2024: quattro uomini erano
entrati nella sala poco prima dell’inizio di un concerto rock del gruppo Picnic
e avevano aperto il fuoco contro la folla: 47 furono le persone uccise
direttamente a colpi d’arma da fuoco. Gli attentatori avevano poi dato alle
fiamme l’edificio, chiudendo al suo interno molte persone, rimaste uccise
nell’incendio.
I quattro accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato furono
arrestati il mattino seguente nella regione di Bryansk mentre, secondo gli
investigatori russi, si dirigevano verso l’Ucraina. Nel corso della vicenda, il
presidente russo Vladimir Putin aveva accusato Kiev di essere coinvolta
nell’attacco, rivendicato all’epoca da Khorasan Vilayat, branca centro asiatica
dell’Isis, ma le autorità russe accusarono la leadership ucraina di aver
ispirato i terroristi. Kiev aveva negato con forza qualsiasi coinvolgimento.
I quattro assalitori – Chamsidine Faridouni, Dalerdjon Mirzoïev, Makhammadsobir
Faïzov e Saïdakrami Ratchabolizoda, cittadini del Tagikistan – sono stati
condannati all’ergastolo dal tribunale russo, che ha accolto le richieste della
procura. Tutti gli imputati sono stati condannati a lunghe pene detentive: altri
11 sono stati condannati all’ergastolo per complicità, mentre uno a 22 anni e
mezzo di reclusione e altri tre a 19 anni e 11 mesi ciascuno.
In base a quanto riferito dal sito di informazione indipendente russo Mediazona,
tra le persone processate ci sono tre uomini che avevano venduto un’auto agli
attentatori, un uomo da cui avevano affittato un appartamento e altre 10 persone
accusate di legami con il terrorismo. Il processo, iniziato nell’agosto 2025 in
un tribunale militare, come sempre accade per le accuse di terrorismo, si è
svolto a porte chiuse per motivi di sicurezza, in base a quanto detto dalle
autorità.
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