Il Texas sta per diventare blu? Se lo chiedono in molti nella politica
americana, dopo la vittoria a inizi febbraio del democratico Taylor Rehmet nelle
elezioni speciali per un seggio al Senato dello Stato. Quel distretto, in
un’area tradizionalmente repubblicana nel nord del Texas, era stato vinto da
Donald Trump con un vantaggio di 17 punti nel 2024. Rehmet ha invece prevalso
sul suo avversario, il repubblicano Leigh Wambsganss, per più di 14 punti
percentuali. Il Texas è comunque solo uno degli Stati dove i repubblicani
potrebbero subire una sconfitta pesante alle prossime elezioni di midterm. In
bilico sono Maine, Ohio, North Carolina, Alaska, Iowa. A preoccupare molti
repubblicani non sono peraltro solo i sondaggi sfavorevoli. A preoccuparli è un
presidente che appare, come hanno detto fonti del G.O.P. al “Washington Post”,
sempre più “distaccato e poco coinvolto”. A preoccuparli è una politica di
incontrollata aggressività, che sta seminando paure, divisioni, facendo
deflagrare la coalizione che ha portato Trump alla Casa Bianca per il secondo
mandato.
Iniziamo dal Texas. Nelle ultime dodici elezioni presidenziali, lo Stato ha
votato ininterrottamente per il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Di più:
non ha eletto un democratico al Senato dal 1988. Per questo, quanto sta
succedendo nel “Lone Star State” appare sorprendente. È in particolare il seggio
del senatore repubblicano John Cornyn ad apparire in pericolo – e Trump ne è
ritenuto personalmente responsabile. Il presidente non ha infatti sinora
dichiarato il suo sostegno a nessuno dei candidati G.O.P. in lizza: Cornyn,
l’attuale attorney general dello Stato, Ken Paxton, e il deputato Wesley Hunt.
Senza l’endorsement di Trump, i finanziatori del partito restano in attesa e
fanno mancare ai candidati i fondi necessari a rafforzare con un ampio anticipo
il loro profilo politico. Si dice che Trump preferisca Paxton, più conservatore
di Cornyn, che nel passato è stato invece critico del presidente e disponibile a
discutere di controllo delle armi. Paxton è però discusso, controverso,
inseguito da continue accuse di corruzione e frode. Fatto sta che Trump sinora
se ne è restato fuori, lasciando molti repubblicani, elettori compresi, confusi
e disorientati.
Le difficoltà repubblicane nello Stato sono accentuate dal fatto che i
contendenti democratici per il seggio di Cornyn sono due tra le stelle nascenti
della politica progressista: Jasmine Crockett, avvocata afroamericana di
straordinaria forza retorica; e James Talarico, insegnante con un marcato
background religioso, più centrista di Crockett, capace di raccogliere nelle
prime sei settimane del 2026 7,4 milioni di dollari in finanziamenti elettorali.
Sia Crockett sia Talarico stanno facendo campagna sulla questione della casa e
in generale della accessibilità a beni e servizi, in questo momento uno dei
punti deboli della politica repubblicana. Il prossimo 3 marzo si terranno le
primarie e si deciderà chi, tra Crockett e Talarico, si batterà per il seggio di
Cornyn. Una vittoria dem sembra comunque possibile, sulla base di
quell’intreccio di elementi che ha decretato la vittoria di Rehmet: opposizione
della comunità ispanica alla draconiana politica anti-immigrazione
dell’amministrazione e alla repressione messa in atto dall’ICE; preoccupazione
per il costo della vita da parte di working class e classe media; esasperazione
di indipendenti e repubblicani moderati per lo stato di perenne tensione cui il
governo di Trump sottopone la società americana.
Il Texas – per le sue dimensioni e per il suo significato di baluardo della
politica conservatrice – è in questo momento al centro delle preoccupazioni
repubblicane. Ma, come si diceva, quelle preoccupazioni vanno ben oltre il
Texas. In Maine, la storica senatrice, ed esponente moderata, Susan Collins,
verrà sfidata da chi vincerà le primarie democratiche tra Janet Mills, l’attuale
governatrice dello Stato, sostenuta dai leader di Washington, e Graham Patner,
allevatore di ostriche, appoggiato da Bernie Sanders. In Ohio, per il seggio
lasciato libero dal vice-presidente JD Vance, si è fatto avanti Sharrod Brown,
democratico di grande esperienza e vasta rete di legami, di cui a un certo
punto, alcuni anni fa, si parlò anche come di possibile candidato alla
presidenza. Ancora: Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina, ha
annunciato il ritiro, e Roy Cooper, per due volte governatore democratico dello
Stato, appare ben posizionato per la conquista del seggio. Le sfide sono incerte
anche in Alaska e Iowa, dove alcuni candidati del G.O.P. non particolarmente
forti se la dovranno vedere con sfidanti democratici di buone possibilità.
In tutto questo, appunto, il presidente appare “distaccato e poco coinvolto”.
Trump non ha per esempio ancora deciso come spendere i 300 milioni di dollari a
sua disposizione per la campagna di midterm. E invece di sostenere i candidati
del partito, li attacca e li minaccia di distruzione quando fanno qualcosa di
non allineato. Quanto è successo dopo il voto della Camera sui dazi imposti
dalla Casa Bianca al Canada è significativo. I sei repubblicani che hanno osato
sfidare la Casa Bianca – Don Bacon, Kevin Kiley, Thomas Massie, Jeff Hurd, Brian
Fitzpatrick e Dan Newhouse – sono stati immediatamente aggrediti su Truth
Social: “Qualsiasi repubblicano della Camera o del Senato che ha votato contro
le TARIFFE ne pagherà le conseguenze nel prossimo periodo elettorale, e ciò
include le primarie”, ha tuonato Trump, lasciando quindi intendere di essere
pronto a montare una costosissima, probabilmente distruttiva, sfida all’interno
dello stesso partito repubblicano. Ci sono poi le infinite questioni – di ordine
pubblico, di diritto, di politica migratoria, di conflitto tra poteri statali e
federali – che tutta la vicenda di Minneapolis ha sollevato. Il dato più grave,
per l’amministrazione, è sicuramente quello legato all’immigrazione. Questo era
il tema su cui Trump e i repubblicani hanno sempre goduto di maggior appoggio da
parte dell’opinione pubblica. Le violenze scatenate dagli agenti federali a
Minneapolis hanno eroso quel consenso. Un sondaggio Associated Press e NORC
Center for Public Affairs Research mostra che gli americani oggi danno ai
repubblicani 4 punti di vantaggio quanto a fiducia sulle politiche migratorie. A
ottobre, il vantaggio era di 13 punti.
Si potrebbe continuare ancora e ancora. I post razzisti contro gli Obama e la
furia anti-ispanica per il Super Bowl di Bad Bunny; l’ossessione sulla
Groenlandia; l’azione militare in Venezuela; il ritiro dei fondi alla ricerca
scientifica; la persecuzione giudiziaria dei nemici, ultimi il presidente della
FED Jerome Powell e sei legislatori democratici che hanno chiesto ai militari di
non obbedire agli ordini illegali; il sostanziale fallimento della politica
tariffaria: c’è tutto questo nel declinante consenso per l’amministrazione. E
c’è, probabilmente più distruttivo di tutto il resto, l’atteggiamento sugli
“Epstein Files”, così ondivago, poco trasparente, chiaramente ispirato alla
volontà di chiudere al più presto il caso, senza far pagare nulla ai
responsabili ricchi e potenti degli abusi. La testimonianza dell’attorney
general Pam Bondi, davanti alla Commissione Giustizia della Camera, è stata con
ogni probabilità l’ultimo e più clamoroso esempio di questa belligerante volontà
di insabbiamento. Bondi si è rifiutata di scusarsi con le vittime di Epstein –
alcune presenti, in piedi, dietro di lei – per non averne tutelato le identità
nel rendere pubblici gli “Epstein Files”. E l’attorney general ha continuato,
per tutta la deposizione, a insultare, rifiutarsi di rispondere, zittire i
deputati. Un commentatore di destra, Erick Erickson, ha parlato di uno
spettacolo non più sostenibile e chiesto a Trump di licenziare Bondi. Ma “non
succederà”, ha concluso Erickson, e “questa è un’altra ragione per cui i
democratici avranno un buon anno elettorale”.
L'articolo Texas, la carica dei Democratici per il midterm: così il fortino
repubblicano rischia di crollare. Ma a Trump non importa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Una Convention dei repubblicani per il midterm. È l’ultima trovata di Donald
Trump per cercare di salvare il suo futuro politico. La Casa Bianca comunica che
il presidente è riuscito a ottenere dal G.O.P il via libera a “un incontro di
midterm in stile convention America First, in linea con la sua visione di dare
energia al partito questo autunno”. L’evento dovrebbe illustrare “le grandi cose
che abbiamo fatto a partire dalle elezioni presidenziali del 2024”. In realtà, i
segnali per Trump non sono per nulla buoni. Il suo indice di gradimento è molto
basso. Le sue politiche – a partire dalla repressione violenta scatenata
dall’ICE a Minneapolis e in molte città americane – sono sempre meno popolari.
Di qui, la ricerca disperata di modi per risalire la china e mantenere il
controllo del Congresso il prossimo novembre. La Convention è solo uno dei modi.
Tra le strategie perseguite con particolare attenzione, c’è quella relativa a
regole e procedure elettorali.
Le Convention sono di solito organizzate nell’anno delle presidenziali. Il fatto
che Trump ne voglia mettere in piedi una alla vigilia del midterm – almeno 60
giorni prima del voto del 3 novembre, probabilmente a Las Vegas – mostra il
bisogno disperato di un evento mediatico che rilanci la sua agenda e soprattutto
compatti gli elettori repubblicani, sempre più disorientati di fronte alle
scelte dell’amministrazione. I democratici sono convinti di vincere, e alla
grande, il prossimo 3 novembre. James Carville, stratega democratico di lungo
corso, prevede che al midterm il suo partito conquisterà il Senato e farà
incetta di seggi alla Camera, tra i 25 e i 45.
Anche tra i repubblicani si fanno comunque strada dubbi e timori. A esprimerli
pubblicamente, per ora, è una minoranza esigua di senatori e deputati: Thom
Tillis, Bill Cassidy, Susan Maine, Lisa Murkowski, Andrew Garbarino, Thomas
Massie. La grande maggioranza del partito vive del resto in uno stato di
terrore/idolatria/riconoscenza nei confronti del presidente, e difficilmente
farà qualcosa per intaccarne la leadership. Ma la paura di una clamorosa
sconfitta serpeggia nelle discussioni informali, negli incontri privati. Contro
i repubblicani non gioca solo la figura di un presidente particolarmente
impopolare. Gioca anche la storia. Dal 1938, in sole due occasioni il partito
del presidente ha mantenuto il controllo del Congresso.
Trump non è però uomo che lasci qualcosa di intentato. Sa che se i democratici
dovessero riconquistare il Congresso, non sarebbe solo la sua agenda politica a
subire un definitivo arresto. Sarebbe anche il suo futuro, il futuro dei suoi
interessi, a essere toccato. La maggioranza dem del Congresso farebbe
immediatamente partire la procedura di impeachment. Il presidente sta quindi
usando ogni strumento possibile per influenzare il voto. In particolare, si sta
dando un gran daffare per cambiare le regole elettorali prima del 3 novembre. Lo
sforzo è in sintonia con uno dei temi più tipici della sua retorica: quello
delle frodi elettorali. Dalle presidenziali 2020 alle cospirazioni sul ruolo del
Venezuela nelle elezioni USA alle macchine del voto truccate, Trump da anni
alimenta sospetti sulla legalità dei processi elettorali. Lo ha fatto, di
solito, quando ha perso. Questa volta lo fa prima della possibile sconfitta. “Le
nostre elezioni sono fottutamente truccate”, ha detto in un incontro con i
repubblicani del Congresso a inizi gennaio.
Tra le strategie sinora utilizzate dal tycoon, quella che ha fatto più notizia è
il ridisegno dei collegi elettorali. Su richiesta della Casa Bianca, i
legislatori repubblicani di Texas, Missouri, North Carolina hanno approvato
nuove mappe elettorali più favorevoli al loro partito, e tali quindi da favorire
la vittoria dei candidati repubblicani a novembre. Ha fatto lo stesso l’Ohio,
dove comunque la Costituzione richiedeva modifiche ai distretti. La mossa,
definita di solito gerrymandering, punta sostanzialmente a diluire il voto di
neri e ispanici, aggregandolo a quello delle aree a maggioranza bianca e
rendendo più difficile la vittoria di un candidato espressione delle minoranze.
L’iniziativa non ha avuto l’effetto voluto, sostanzialmente per due ragioni.
Anzitutto, è tutt’altro che certo che alla fine i flussi elettorali –
soprattutto quelli legati agli ispanici – portino alla vittoria dei candidati
repubblicani. In secondo luogo, i democratici hanno messo in moto – in
California, Maryland, Virginia – processi di redistribuzione dei collegi che
rischiano di vanificare gli sforzi degli Stati controllati dal G.O.P. Per questo
la maggioranza dei repubblicani dell’Indiana ha alla fine respinto la richiesta
di gerrymandering di Trump. Avrebbe rischiato di infiammare ulteriormente una
situzione nazionale già abbastanza tesa, senza ottenere i risultati sperati.
Nella “lista dei desideri” di Trump per le prossime elezioni di midterm c’è però
molto di più. Il presidente sta esercitando pressioni sulla leadership
repubblicana del Congresso perché approvi il SAVE (Safeguard American Voter
Eligibility Act), che renderebbe più problematico l’accesso al diritto di voto.
Tra le misure proposte, la prova documentale di cittadinanza per registrarsi
alle liste elettorali, con cancellazione delle registrazioni online o per posta
e la necessità di presentarsi di persona con la documentazione comprovante la
cittadinanza; e la richiesta di verifica delle liste elettorali, con rimozione
degli iscritti la cui residenza è incerta. In diversi Stati, sempre su volere di
Trump, si pensa ad altre iniziative. I repubblicani del Mississippi vogliono
limitare il voto “in assenza”, che dovrebbe essere ricevuto per posta entro il
giorno del voto stesso. Altrove si punta alla riduzione del numero di giorni di
voto anticipato, e all’utilizzo dei database degli “U.S. Citizenship and
Immigration Services” per controllare lo status legale degli elettori.
Anche in questo caso, lo sforzo dell’amministrazione non appare destinato a
rapido successo. Diversi Stati democratici e molti gruppi, tra gli altri
l’American Civil Liberties Union e la League of Women Voters, hanno aperto una
serie di controversie legali, bloccando nei tribunali l’applicazione delle nuove
procedure. Al presidente resterebbe dunque quella che possiamo definire
l’opzione nucleare: la sospensione del voto. In un’intervista a Fox News, Trump
ha detto: “Non dovremmo neppure avere un’elezione”. Sospendere il voto è però un
atto clamoroso, che deve essere giustificato da una situazione di particolare
emergenza.
È anche un atto difficile da realizzare. Un’elezione è sistema complesso, cui
prendono parte migliaia di funzionari locali, statali, nazionali, e poi
tribunali, amministratori, tecnici, militari, sotto il controllo di autorità
diverse e operanti in tempi diversi. Anche se ci fosse un tentativo coordinato
di bloccare il processo, questo avrebbe scarse possibilità di ramificarsi
davvero dal centro alla periferia. A meno che Trump non denunci una situazione
di particolare emergenza – causata per esempio dalle rivolte nelle città contro
gli agenti federali – e faccia appello a mezzi emergenziali. L’ “Insurrection
Act”, con l’invio dell’esercito nei centri urbani, potrebbe essere uno degli
strumenti emergenziali. Anche in questo caso, sarebbe azione difficile da
giustificare. L’“Insurrection Act”, utilizzato per l’ultima volta durante i
riots di Los Angeles del 1992, può essere invocato in casi specifici e solo su
richiesta delle autorità dello Stato. Non è quello che, a rigor di logica,
sembra poter succedere. Come dimostra il passato, questo presidente ha però
spesso sfidato la logica.
L'articolo La corsa di Trump per salvarsi alle elezioni di midterm: da una
convention repubblicana a Las Vegas ai nuovi collegi per diluire il voto di neri
e ispanici proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non avrebbe mai dovuto aprire quella scatola”. Il deputato repubblicano di
Washington, Dan Newhouse, critica apertamente Donald Trump. Il presidente non
avrebbe mai dovuto chiedere agli Stati repubblicani di ridisegnare i collegi
elettorali, in modo da favorire i candidati del G.O.P. alle prossime elezioni di
Midterm. La cosa si sta infatti rivelando un boomerang politico dagli esiti
imprevedibili. Un tribunale federale del Texas ha bloccato la proposta di
modifica della mappa elettorale sostenuta dal governatore dello Stato, Greg
Abbott. In altre parti del Paese i repubblicani incontrano difficoltà non
previste. Intanto i democratici rispondono colpo su colpo a quella che pare una
palese violazione delle regole della democrazia. “È tutto completamente folle”,
osserva Kevin Kiley, deputato della California, altro repubblicano sempre meno
in sintonia con la Casa Bianca.
Non sono giorni politicamente facili per Donald Trump. Mentre il presidente
riceve alla Casa Bianca, tra squilli di trombe e promesse di affari miliardari,
il principe della corona saudita Mohammed bin Salman, la sua leadership mostra
le prime incrinature. Un centinaio di deputati del G.O.P. hanno costretto Trump
ad allinearsi alla richiesta di rendere pubblici gli “Epstein Files”. I cento
avrebbero votato con i democratici per la divulgazione dei documenti, in una
chiara, sino a poco tempo fa inimmaginabile, sfida alla Casa Bianca. Il partito
è intanto percorso da sempre più dubbi e riserve. Il presidente è andato allo
scontro aperto sullo shutdown più lungo di sempre, vincendo per il momento la
battaglia ma scatenando un’ondata di malcontento per la cancellazione dei
sussidi per la sanità. Mentre l’economia non decolla, il mondo conservatore
litiga su tutto: da Epstein ai visti H1-B per i lavoratori stranieri a come
gestire gli antisemiti di destra. Su “Truth Social”, Trump esalta i “Grandi
Successi del partito repubblicano”. Molti, tra gli stessi repubblicani, non ne
sono così convinti.
In un quadro già turbolento, si inserisce la questione dei collegi elettorali.
Un panel di giudici federali del Texas ha deciso che il recente ridisegno della
mappa elettorale nell’Ovest dello Stato, che dovrebbe fruttare ai repubblicani
cinque seggi in più alle prossime elezioni di Midterm, è illegale. Ci sarebbero
infatti, secondo i giudici, prove sostanziali di gerrymandering, quindi di
manipolazione dei distretti sulla base di criteri razziali, ciò che è vietato
dalla Costituzione e dal “Voting Rights Act” del 1965. Sostanzialmente, i
repubblicani del Texas avrebbero modificato i confini dei collegi in modo da
diluire il voto ispanico e afroamericano, tradizionalmente più vicino ai
democratici, favorendo l’elezione di candidati repubblicani. La cosa è stata
esplicitamente voluta da Trump, che ha fatto pressione sull’esitante governatore
Abbott e su molti repubblicani del “Lone Star State” per far partire la
battaglia. Il presidente ha del resto il terrore di perdere la maggioranza al
Congresso alle elezioni del 2026. A quel punto, gli toccherebbe passare i
restanti due anni alla Casa Bianca senza poter fare praticamente nulla. Un vero
e proprio incubo per lui, per la sua indole, per il suo progetto di
restaurazione conservatrice dell’America.
Dal Texas, la battaglia si è presto diffusa ad altri Stati a guida repubblicana.
Missouri, North Carolina e Ohio hanno cambiato la loro mappa elettorale,
offrendo ai repubblicani quattro probabili, ulteriori collegi alle elezioni del
2026. Florida e Kansas stanno per seguire, sempre su sollecitazione della Casa
Bianca. La controffensiva democratica non si è fatta attendere. Sono state
intraprese una serie di azioni legali per bloccare l’attuazione delle nuove
norme. Parallelamente, i democratici hanno proposto un loro ridisegno dei
collegi. Una misura sponsorizzata dal governatore della California Gavin Newsom
potrebbe dare ai dem cinque seggi in più alla Camera nel novembre 2026. Un
seggio in più verrebbe dal ridisegno dello Utah, due da quello della Virginia.
Anche le leggi votate dai democratici sono comunque finite in tribunale e
attendono una conferma giudiziaria.
La domanda, per i repubblicani, è però a questo punto soprattutto una. Ne valeva
la pena? Valeva la pena di intraprendere la battaglia, logorante in termini di
impegno politico, costosa per tutte le cause da affrontare? Non sarebbe stato
meglio dedicarsi ad altre questioni, più vicine agli interessi e alle
preoccupazioni degli americani? I benefici dello scontro appaiono del resto
relativi. Anche se alla fine la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice,
dovesse dare il via libera al ridisegno delle mappe, i repubblicani finirebbero
per guadagnare assai poco, di fronte alle concomitanti strategie democratiche.
Meglio lasciar perdere, è l’idea che comincia a farsi strada in diversi circoli
conservatori. I repubblicani dell’Indiana hanno per esempio deciso di rimandare
al 5 gennaio il voto del Senato locale sui collegi elettorali. Ora si rimanda,
poi chissà. L’unico che continua a non aver dubbi è lui, Donald Trump, che tuona
convinto sull’efficacia della sua “Big Beautiful Map”. È un tuono che risuona
sempre più flebile, e lontano, per le strade dell’America repubblicana.
L'articolo La guerra dei collegi elettorali diventa un boomerang per Trump: la
sua “Big Beautiful Map” rischia di costargli il Congresso proviene da Il Fatto
Quotidiano.