Caracas dormiva ancora: scuole chiuse, lavoratori a casa per la vittoria della
nazionale del Venezuela al Classico mondiale di baseball, lo sport più diffuso
nel Paese sudamericano. In diretta social Delcy Rodríguez aveva proclamato il 18
marzo “Festa nazionale” e persino Donald Trump esultava rilanciando la boutade
del “51 Stato”, trascinando con sé i riflettori, fissi sulla guerra in
Medioriente. La macchina del regime però non si è fermata e, nella distrazione
generale, ha improvvisamente rimosso sette ministri e tutto l’Alto comando
militare. La prima testa a cadere è quella del ministro della Difesa, Vladimir
Padrino López, per il quale gli Usa offrono una ricompensa di 15 milioni di
dollari. Delcy lo ringrazia per la sua “dedizione” e “lealtà alla Patria” dopo
dodici anni di servizio e nei circuiti militari si parla di un suo possibile
esilio a Mosca o in altre destinazioni affini a Caracas.
Al posto di Padrino López subentra il generale Gustavo González López, già
nominato al vertice del Controspionaggio militare tre giorni dopo il blitz della
Cia per catturare Maduro. È una scelta volta a “garantire la sovranità” e
“l’integrità territoriale della Repubblica”, spiega Rodríguez. Tuttavia l’ong
Provea contesta la nomina e sostiene che González sia stato “artefice di
detenzioni arbitrarie e torture”. Fonti qualificate riferiscono a ilfatto.it che
la promozione di González – già a capo del Servizio bolivariano di Intelligence
– a ministro della Difesa è stata voluta dalla Cia, che tra l’altro ha
annunciato la sua presenza permanente nel Paese. “Rodríguez controlla attraverso
la sorveglianza, non attraverso la leadership”, commenta a ilfatto.it l’esperto
Antonio De La Cruz, per il quale la riorganizzazione di Rodríguez “non ha a che
fare con una transizione” ma è un “tentativo di accentrare potere” dentro al
chavismo, Rodríguez ha anche sostituito i ministri dell’Istruzione
universitaria, della Cultura, del Lavoro, del Trasporto, dell’Energia elettrica
e delle Politiche abitative.
Alle purghe in corso sopravvivono in pochi: Diosdado Cabello, ministro
dell’Interno e della Giustizia, il più influente sulle forze dell’Ordine e sui
gruppi paramilitari, e Nicolás Maduro Guerra, figlio di Maduro, il cui volto è
utile a Delcy per presentare una tesi di “continuità” il padre, in cella a
Brooklyn. Altre scosse ai vertici di Caracas si sono verificate nelle ultime
settimane, con decine di rimozioni di gabinetto, tra cui anche quella
dell’italiana Camilla Fabri, moglie dell’imprenditore Alex Saab, allora
viceministra per la Comunicazione internazionale. L’offensiva interna del
chavismo si traduce anche in arresti eccellenti, come quelli dell’oligarca
Wilmer Ruperti, catturato venerdì per corruzione e altre accuse simili a quelle
affrontate da Raúl Gorrín e dallo stesso Saab (che rischia addirittura
l’estradizione negli Usa).
Sempre nelle ore di festa nazionale Rodríguez ha ottenuto il controllo sulla
raffineria Citgo, il più grande asset di Caracas negli Usa, ponendo fine
all’ammanco di oltre 700 milioni di dollari che, attraverso la Fundación Simón
Bolívar, hanno finanziato le spese folli di Beatriz Elena García Carmona (figlia
del golpista Pedro Carmona Estanga) e altre figure di spicco delle opposizioni
venezuelane. La sua offensiva si estende anche qui, in Europa, dove si rifugiano
Francisco D’Agostino (Maiorca) e Alessandro Bazzoni (Lugano), artefici di uno
schema di corruzione che ha sottratto 21 miliardi di dollari alla statale Pdvsa,
riciclati anche nelle gare di Polo in Regno Unito. Per il tycoon Rodríguez sta
facendo un lavoro “davvero buono”, poiché gli permette di estrarre “milioni,
letteralmente milioni, barili di petrolio”, utili ad affrontare la crisi
energetica innescata dalla guerra in Iran.
Caracas è dunque diventata la cava in cui Washington e amici fanno scorta
energetica: eroga fino a 80mila barili di petrolio giornalieri verso gli Usa e
apre l’Arco minero dell’Orinoco – estensione di giacimenti lunga quasi 112mila
chilometri – agli Stati Uniti per l’estrazione di oro e minerali critici. Il
Paese ha anche dato il via libera all’export di gas all’impresa Cardón IV,
gestita da Eni e Repsol, nel più grande giacimento dell’America Latina, senza
alcun vincolo normativo legato alla sostenibilità ambientale. Inoltre Rodríguez
riceve costanti visite di funzionari Usa: venerdì ha incontrato una delegazione
del Senato americano guidata dall’incaricata di Affari Laura Dogu. “Una
conversazione rispettosa, nel contesto di un dialogo di pace”, ha detto Palazzo
di Miraflores. Nelle settimane precedenti il Paese ha ricevuto altre visite di
monitoraggio: Francis Donovan, capo del SouthCom, e il presidente del Consiglio
di dominio energetico Usa, Doug Burgum. Maduro? Al di là dei proclami, è solo un
ricordo lontano, alla cui difesa legale viene negato persino il sostegno
economico di Caracas. Archiviata anche María Corina Machado, che i repubblicani
ritengono inaffidabile se paragonata all’alleata Rodríguez.
L'articolo Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e
ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Lo stretto di Hormuz, sin dalle prime ore dell’attacco congiunto Usa-Israele
contro l’Iran, è diventato la leva del conflitto, che ha peraltro determinato
anche la crisi energetica globale, con l’impennata dei prezzi del carburante.
Molte navi restano bloccate. Teheran ha dichiarato che il passaggio è chiuso
solo a quelle legate ai Paesi “nemici dell’Iran” e si è detta pronta a
collaborare con le Nazioni Unite per gestire il transito. A riferirlo, il
rappresentante dell’Iran presso l’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo),
Ali Mousavi, affermando che le navi straniere possono ancora attraversare lo
Stretto di Hormuz, previo coordinamento con il governo iraniano per le misure di
sicurezza. La situazione che si è creata, ha poi aggiunto, è stata provocata
dagli attacchi israeliani e statunitensi perpetrati contro il Paese degli
Ayatollah.
Ma c’è chi ha rivelato anche quanto costi transitare da lì: parlando con la tv
di Stato di Teheran, riferisce la Bbc, il deputato iraniano Alaeddin Boroujrdi
ha dichiarato che alcune navi sono soggette al pagamento di una “tassa di 2
milioni di dollari”. Nello Stretto si sta imponendo un “nuovo regime di governo”
e “la guerra ha dei costi”, ha detto il politico, aggiungendo che ciò dimostra
“l’autorità e il diritto di cui gode la Repubblica Islamica dell’Iran”.
Un’informazione che però la Bbc precisa di non essere in grado di verificare in
modo indipendente.
Intanto anche per Trump la situazione nello Stretto è sempre più critica. Tanto
che il presidente Usa ha minacciato di colpire e “annientare” gli impianti
energetici iraniani entro 48 ore se Teheran non lo riaprirà completamente. Ma
l’ultimatum della Casa Bianca pare non spaventare l’Iran che contrattacca
minacciando di colpire e “distruggere” le infrastrutture energetiche in Medio
Oriente in caso di attacchi ai propri impianti. Il presidente del Parlamento
iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato su X che “subito dopo che le
centrali elettriche e le infrastrutture del nostro Paese saranno prese di mira,
le infrastrutture critiche, energetiche e petrolifere dell’intera regione
saranno considerate obiettivi legittimi e verranno distrutte in modo
irreversibile, e il prezzo del petrolio rimarrà elevato a lungo”.
L'articolo Stretto di Hormuz, “le navi pagano 2 milioni di dollari per passare”:
la rivelazione di un deputato iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un sentimento che serpeggia, in nome di quell’America First che per tanti dei
suoi sostenitori, anche i più influenti, Donald Trump ha tradito. Antisemitismo,
antisionismo: nelle ultime settimane si intensificano negli Usa e tra il mondo
Maga dichiarazioni sovrapposte, dai confini labili, sempre più ostili a Israele.
L’ultimo a metterle nero su bianco è stato Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo
americano che si è dimesso affermando che “l’Iran non costituiva una minaccia
imminente per la nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa
delle pressioni di Israele e le sue potenti lobby americane”. Parlando con i
giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha liquidato Kent – un ex Green Beret
passato prima alla Cia poi alla politica, con stretti legami con l’estrema
destra delle milizie che hanno partecipato all’assalto al Congresso -, come
qualcuno “debole sulla sicurezza”, quindi meglio che abbia lasciato
l’amministrazione. Parole in netto contrasto rispetto a quando aveva annunciato
la nomina del militare, da anni fervente sostenitore del tycoon, definendolo “un
soldato che ha dato la caccia a criminali e terroristi per tutta la vita”.
Ma chi è Kent? Prima di entrare a far parte dell’amministrazione aveva cercato
senza successo per ben due volte di candidarsi al Congresso. Durante la sua
campagna nel 2022, pagò Graham Jorgensen, membro del gruppo dell’estrema destra
dei Proud Boys, per alcune consulenze, e lavorò anche con Joey Gibson, il
fondatore del gruppo nazionalista cristiano Patriot Prayer. Kent ha avuto anche
contatti con Nick Fuentes, l’influencer di destra convinto che gli ebrei tengano
gli Stati Uniti “in ostaggio” e che il Paese stia morendo per colpa
“dell’oligarchia giudaica” (oltre che del femminismo e dell’immigrazione). In
difesa di Kent si è esposto anche Tucker Carlson, il conduttore di della
galassia radicale un tempo alleato di ferro di Donald Trump e ora diventato suo
durissimo critico sulla guerra in Iran e ancora sulla politica israeliana. Più
volte tacciato di antisemitismo, recentemente ha parlato di “persecuzione dei
cristiani” in Israele e la sua intenzione è rompere l’alleanza di ferro con gli
Usa. “Joe è l’uomo più coraggioso che io conosca, e non può essere liquidato
come un pazzo, sta lasciando un lavoro che gli ha dato accesso alle informazioni
di intelligence più importanti”, ha detto Carlson. Il giornalista, punto di
riferimento dell’agenda America First e dell’universo Maga, non ha poi fatto
mancare il suo sostegno a James Fishback, considerato uno degli astri nascenti
del partito repubblicano o, quanto meno, un esponente in grado di intercettare i
temi di interesse per i giovani conservatori. Uno in particolare: l’attacco a
Israele. Si candida a governatore della Florida, ha 31 anni e allo stato attuale
nessuna possibilità di vincere con soli 19mila dollari di fondi raccolti –
contro i 450mila del candidato sostenuto da Trump, Byron Donalds – e i sondaggi
che lo danno al 5-6%. La corsa al voto coincide con le elezioni di midterm di
novembre, dunque la strada è ancora lunga. Ma quello che colpisce è la sua
popolarità tra i conservatori under 35.
Durante un discorso alla University of Central Florida il 5 febbraio 2026,
Fishback ha deriso la tradizione dei politici americani di visitare Gerusalemme,
ha apertamente dichiarato che non visiterà Israele “per nessun motivo” se
venisse eletto e bollato come “stupid wall” il Muro del Pianto. Il 10 marzo,
all’11° giorno di guerra, ha dichiarato che “nessun americano dovrebbe morire
per Israele“, e ha promesso di vendere tutti i 385 milioni di dollari investiti
dalla Florida in obbligazioni israeliane, per dirottare quelle risorse in aiuti
alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa. “Credo che la sua ostinata
attenzione a Israele e questo atteggiamento di sottile intesa nei confronti
dell’antisemitismo sia quello che lo contraddistingua – ha detto Michelle
Goldberg, giornalista del New York Times che lo ha seguito nei suoi comizi -.
Spesso quando nominava Israele si percepiva un’ondata di energia tra i suoi
sostenitori, che iniziavano ad applaudire. È il cuore del legame con questa
fetta di pubblico”. Per Goldberg, osservare Fishback non significa ricavare
un’istantanea di come sia oggi il Partito repubblicano, ma di quale direzione
possa prendere. A colpire è il consenso che attrae cavalcando sentimenti
antisemiti: se i giovani della Gen Z tendono a sfuggire l’impegno politico nel
mondo reale, Goldberg ne ha incontrati tanti che hanno deciso di impegnarsi
nella sua campagna elettorale dopo avere ascoltato Fuentes. “È difficile
distinguere tra antisemitismo, atteggiamenti anti-israeliani e antisionismo […]
Tra quella parte della destra che prende molto sul serio l’isolazionismo del
“prima l’America”, c’è un notevole risentimento per la responsabilità di Israele
nel trascinare l’America in guerra. E ripeto, non credo che questo sia
antisemitismo”, osserva Goldberg. Anche Charlie Kirk aveva espresso posizioni
contro Israele, accusandolo di “pulizia etnica” a Gaza. Il 13 ottobre 2023 – 6
giorni dopo la strage di Hamas – dichiarò che la filantropia ebraica che
finanzia le università americane stava di fatto “sovvenzionando la vostra stessa
rovina (diceva facendo riferimento ai donatori ebrei, ndr) sostenendo
istituzioni che generano antisemiti e appoggiano assassini genocidi”. Più tardi,
il 26 ottobre, parlando durante il suo podcast “The Charlie Kirk Show “, aveva
attaccato la “lobby ebraica”, sostenendo che gli ebrei controllano “non solo le
università, ma anche le organizzazioni no profit, i film, Hollywood, tutto
quanto”. E ancora: “Alcuni dei maggiori finanziatori delle cause di sinistra e
anti-bianchi sono stati ebrei americani”, aveva detto, respingendo in qualsiasi
contesto accuse di antisemitismo.
Per quanto il panorama sia complesso all’interno del mondo Maga e conservatore,
anche i sondaggi certificano un orientamento in chiave antisionista nelle
giovani generazioni. Con preoccupanti ombre antisemite. Secondo un sondaggio del
Pew Research Center di marzo 2025, dunque condotto mentre la guerra in Iran era
già in corso, le opinioni negative su Israele tra i repubblicani under 50 sono
passate dal 35% del 2022 al 50% del 2025. Al quadro si unisce anche un sondaggio
del Manhattan Institute pubblicato a dicembre, secondo cui il pregiudizio
anti-ebraico è molto più marcato tra le nuove generazioni. È emerso che il 31%
dei repubblicani sotto i 50 anni definisce le proprie opinioni razziste e il 25%
antisemite, contro il 4% tra gli over 50. La stessa ricerca ha riscontrato che
il 37% dei conservatori ritiene che l’Olocausto sia stato “fortemente esagerato
o non sia avvenuto come descritto dagli storici”. Tra i sottogruppi
repubblicani, la percentuale sale al 54% per gli uomini sotto i 50 anni, al 77%
tra gli elettori ispanici e al 66% tra quelli neri. I contenuti che promuovono
questo orientamento vengono veicolati sui social, in particolare su X e TikTok,
dove l’engagement aumenta esponenzialmente con la pubblicazione di opinioni
anti-ebraiche, specie se parliamo di influencer della “nuova destra” come
Candace Owens, convinta del “controllo dei media” da parte di Israele, e del
nazionalista bianco Fuentes, peraltro negazionista dello sterminio durante il
nazismo. Infine, un altro elemento legato al mondo della Gen Z: la settimana
scorsa, i College Republicans of America – l’ala studentesca più vicina
all’agenda America First con legami di peso con Turning Point Action di Kirk –
hanno nominato direttore politico Kai Schwemmer, vicino a Fuentes e ammiratore
dichiarato di Fishback.
Sondaggi, candidati e influencer delineano un mutamento generazionale profondo
nei valori di riferimento della destra americana. Se un tempo il legame con
Israele era un pilastro del conservatorismo, oggi una parte crescente della base
giovanile sembra interpretare l’isolazionismo dell’’America First’ in chiave
radicale, superando i confini del dibattito politico tradizionale. Resta da
capire se questa evoluzione rappresenti solo una fase di passaggio o se, come
suggeriscono le traiettorie di figure come Fishback e Kent, prefiguri un nuovo
volto del Partito Repubblicano, più distante dai vecchi equilibri internazionali
e influenzato da nuove, e più controverse, sensibilità identitarie.
L'articolo L’eclissi di Israele fra i giovani MAGA traditi da Trump: il sorpasso
dell’antisionismo tra i nuovi conservatori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Duran Kalkan, figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK,
fondato da Abdullah Ocalan) che ha dichiarato il proprio scioglimento lo scorso
anno nel contesto del processo definito dalle autorità turche “Turchia senza
terrore” – dunque non processo di pace come è stato definito in modo
superficiale – in corso in Turchia, si è dichiarato contrario al conflitto in
corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Kalkan sostiene che questa contesa sia in
atto da decenni senza apportare alcun beneficio ai popoli del Medio Oriente.
In un’intervista andata in onda su Medya Haber TV, Kalkan ha affermato che il
conflitto in corso dovrebbe essere considerato parte di una lotta più ampia e
prolungata che risale alla Guerra del Golfo. “Questa guerra non è iniziata dieci
o undici giorni fa. Va avanti da 36 anni – ha dichiarato Kalkan – siamo
realistici. Sappiamo bene dove e quando è iniziata. Gli Stati Uniti conducono
attacchi in Medio Oriente non certo da adesso. Nell’autunno del 1990, hanno
schierato 150.000 soldati nella regione in un solo mese, dall’Arabia Saudita al
Kuwait. Hanno impiegato tutti i loro aerei e navi”. “Le forze che conducono
questa guerra sono ciò che chiamiamo il sistema della modernità capitalista
globale”, ha aggiunto. “Questa è la guerra di coloro che vogliono cambiare lo
statalismo, su cui si basano molte delle nazioni contemporanee, per ottenere
maggiori profitti dal capitale e annichilire coloro che difendono quello
statalismo. Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori
profitti e maggiore influenza. Noi siamo contro, come movimento, come popolo e,
pertanto, ci opponiamo”.
Affrontando i possibili esiti del confronto, Kalkan si è chiesto se un’eventuale
vittoria degli Stati Uniti, di Israele o dell’Iran porterebbe a una maggiore
democrazia o libertà. “Supponiamo che le forze attaccanti, Stati Uniti e
Israele, vincano. Cosa cambierà?” ha sottolineato. “L’egemonia israeliana e
l’influenza statunitense sostituiranno la sovranità iraniana. Si avrà uno stato
più democratico, più pacifico, più liberale? No. Lo stesso presidente degli
Stati Uniti ha detto che la democrazia non significa nulla. Il loro inviato per
il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha affermato che la democrazia non si addice ai
popoli mediorientali, che le monarchie sono migliori. Per questo motivo stanno
preparando un nuovo Scià”.
Se invece il regime iraniano sopravviverà, secondo Kalkan, “si tornerà al
passato, e noi sappiamo qual è quel passato. Alcuni si chiedono da che parte
stiamo noi curdi del PKK e i nostri partiti affiliati in Siria e Iran.
Schierarsi in questa guerra è molto problematico. Le parti non sono poi così
diverse. Si scontrano mentalità simili”. Ha inoltre spiegato che il PKK si
rifiuta di schierarsi sia con i “sistemi capitalistici globali” sia con i
“difensori del nazionalismo dello Stato-nazione”.
“I curdi si conoscono. Provengono dalle profondità della storia. Hanno lottato
per la libertà per un secolo”, ha affermato. “Non sono nella posizione di essere
soldati di nessuno o strumenti degli interessi di nessuno. Non siamo dalla parte
dell’aggressione del capitale globale transnazionale, né dalla parte dello
statalismo dello Stato-nazione. Sosteniamo la repubblica democratica. Siamo a
favore della risoluzione dei problemi attraverso il consenso democratico.
Sosteniamo il percorso di integrazione democratica. Il nostro popolo nel
Rojhilat (il nome in curdo del Kurdistan iraniano, dove il PKK ha un partito
gemello, il PJAK) è un popolo che sta portando avanti da decenni una forma di
resistenza, di consapevolezza, di patriottismo. Di fronte a possibili attacchi,
dovrebbe organizzarsi, proteggersi e sviluppare una posizione difensiva. Ma non
dovrebbe concentrarsi solo sul Rojhilat. Dovrebbe vedere la libertà dei curdi
del Rojhilat come parte della democratizzazione dell’Iran. Dovrebbe costruire
amicizie e alleanze per democratizzare l’Iran”.
Azeri (della omonima regione iraniana) e curdi convivono da secoli, ad esempio.
I curdi hanno legami ancora più stretti con il popolo persiano. “Il vero
pericolo è il nazionalismo dello Stato-nazione e lo sciovinismo razzista, che
mettono questi popoli gli uni contro gli altri. I curdi devono tenersi alla
larga da tutto ciò”. A detta di Kalkan, il conflitto dimostra l’importanza del
processo di eradicazione della guerra a bassa intensità in corso per decenni in
Turchia tra PKK e Ankara.
«La gente dice: “Abbiamo la NATO, i suoi missili ci proteggeranno”. Ma alcuni,
che cercano di comprendere la verità più chiaramente, indicano una realtà più
complessa. Dicono ancora: “La pace e il processo di costruzione di una società
democratica garantiscono la sicurezza della Turchia. Il nostro leader Apo (
soprannome di Ocalan, all’ergastolo da 25 anni) la garantisce”.
Il membro dei direttivo del PKK spiega ancora: “Tutti in Turchia riconoscono la
portata e l’urgenza delle minacce, ma rispetto al resto della regione vive in
uno stato di relativa calma e fiducia”. Protetta dalla NATO e dal suo ruolo di
mediatrice nella fitna (spaccatura) secolare tra musulmani sciiti e sunniti,
l’autocrate Recep Tayyip Erdogan ha inviato il suo fedele ministro degli Esteri,
Akan Fidan, nei paesi del Golfo. Durante una conferenza stampa in Qatar, Fidan
ha accusato Israele di aver innescato e intensificato il conflitto, esortando al
contempo gli altri attori alla moderazione e mettendo in guardia contro una sua
più ampia estensione regionale. “Ankara ha comunque trasmesso messaggi all’Iran
affinché eviti di estendere la guerra oltre il suo ambito attuale, sottolineando
che un’ulteriore escalation metterebbe in pericolo l’intera regione”.
All’inizio di questa settimana, Fidan ha dichiarato che la Turchia avrebbe
avviato una serie di consultazioni con gli attori regionali, volte a porre fine
alle ostilità in corso. I funzionari turchi hanno posto sempre maggiore enfasi
sul dialogo e sul coordinamento multilaterale, mentre le tensioni continuano ad
aumentare. Nell’ambito della sua iniziativa diplomatica, Fidan oggi si è recato
negli Emirati Arabi Uniti per colloqui incentrati sia sulle relazioni bilaterali
che sugli sviluppi regionali.
La tappa negli Emirati Arabi Uniti si inserisce in un più ampio tour del massimo
diplomatico turco, volto a esplorare le opzioni per fermare la guerra e
prevenire un’ulteriore destabilizzazione in Medio Oriente. Prima della sua
visita in Qatar, Fidan ha avuto colloqui con omologhi di diversi paesi a Riyadh
per discutere dell’intensificarsi del conflitto e delle possibili risposte
coordinate.
L'articolo Kalkan (Pkk) contrario al conflitto in corso tra Iran, Stati Uniti e
Israele: “I curdi non saranno soldati di nessuno” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Gli Stati Uniti fanno pressioni su Bruxelles per annacquare le regole della
legge anti-deforestazione che richiede agli importatori di sette materie prime
(caffè, cacao, olio di palma, bovini, soia, legname e gomma) e alcuni prodotti
derivati, di dimostrare che le loro catene di approvvigionamento non sono legate
alla deforestazione. Europarlamento e Consiglio Ue avevano adottato, a dicembre
2025, la revisione che già semplifica gli obblighi relativi al dovere di
diligenza e che era stata chiesta a gran voce dall’industria, rinviando di un
anno l’applicazione del regolamento Eudr (European Union Deforestation
Regulation). Si tratta, tra l’altro, del secondo rinvio: il testo, approvato a
maggio 2023, era entrato in vigore a giugno 2023, mentre inizialmente la sua
applicazione era prevista dal 30 dicembre 2024 per le grandi aziende e sei mesi
dopo per le piccole e medie imprese. Ora le norme dovrebbero essere effettive
dal 30 dicembre 2025 per le prime e dal 30 giugno 2026 per le seconde.
DAGLI STATI UNITI IN EUROPA PER ANNACQUARE LA LEGGE ANTI-DEFORESTAZIONE
Ma agli Stati Uniti la revisione, così come annunciata, non basta. Perché
prevede obblighi che sarebbero troppo onerosi sulle esportazioni di alcuni
prodotti made in Usa, tra cui la soia. Un prodotto strategico, anche perché
utilizzato in Unione Europea (e anche in Italia) per i mangimi degli animali. Ma
c’è una scadenza vicina: la Commissione Ue è tenuta a fare una nuova analisi,
presentando una relazione – entro il 30 aprile – degli oneri e dell’impatto
della revisione, con eventuali ulteriori proposte. Da qui la fretta di
funzionari del Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Ufficio del Rappresentante
per il Commercio degli Stati Uniti che, come raccontato da Euractiv, si sono
dati un bel da fare, visitando nelle ultime settimane Madrid, Roma, Berlino,
Parigi e Bruxelles. Obiettivi: apportare ulteriori modifiche che, però,
rischiano di vanificare un iter legislativo durato anni.
COSA STANNO CHIEDENDO I FUNZIONARI DI TRUMP
A poche settimane dalla decisione di Bruxelles su un’eventuale ulteriore
modifica della legge, la delegazione Usa ha per prima cosa incontrato a Madrid
María Jesús Rodríguez de Sancho, direttrice generale spagnola per la
biodiversità. Come ultima tappa, invece, il 13 marzo Jason Hafemeister, alto
funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), ha
tenuto un incontro con i media, confermando le perplessità già espresse in
precedenti occasioni e documenti. Una necessità, secondo gli Usa, dato che non
c’è stata alcuna rassicurazione dalla Commissione Ue, più favorevole a piccoli
ritocchi tecnici all’elenco dei prodotti interessati, come l’inclusione del
caffè istantaneo e del sapone a base di olio di palma. Agli Stati Uniti, però,
queste modifiche non bastano, perché ciò che si vuole cambiare è proprio il
sistema di tracciabilità e l’obbligo di comunicare alcuni dati agli importatori.
Il regolamento, così com’è, divide i paesi in quelli a basso, standard e ad alto
rischio di deforestazione. Gli Stati Uniti già rientrano nella categoria a basso
rischio e, quindi, hanno meno obblighi. Come riportato da Euractiv, però, tra i
cambiamenti proposti da Washington c’è quello di introdurre una categoria di
‘rischio trascurabile” (nella quale si vogliono far rientrare gli Usa) che
comporterebbe l’obbligo di una documentazione semplificata in modo drastico. La
proposta include cambiamenti nella metodologia di calcolo utilizzata per
classificare i paesi e modificare la soglia di 70mila ettari all’anno di
deforestazione e che escluderebbe un Paese dalla lista di quelli a basso
rischio.
LA MINACCIA DAGLI USA E IL PROBLEMA LEGATO ALLA SOIA IMPORTATA
Ma la minaccia è dietro l’angolo e riguarda le possibili interruzioni
dell’approvvigionamento di soia dagli Stati Uniti da parte degli allevatori
europei. Negli ultimi decenni, la richiesta globale di soia è aumentata a
livelli esponenziali, ma sua produzione si è sempre concentrata soprattutto in
pochi Paesi, come Stati Uniti, Brasile, a Argentina. Se fino a qualche anno fa
il maggiore produttore di soia erano gli Stati Uniti, oggi lo è il Brasile, con
oltre 120 milioni di tonnellate all’anno. Il consumo di soia è al centro di
dibattiti di varia natura, legati al fatto che viene prevalentemente coltivata
in monoculture (con effetti su deforestazione e biodiversità) e che la maggior
parte è Ogm. In Argentina lo è quasi tutta, negli States la percentuale è del
90%, in Brasile circa il 70%. Negli Stati Uniti, dunque, quasi tutti i semi sono
Ogm, perché – come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’approfondimento)
così le piante sono resistenti agli erbicidi, agli insetti e pure ai cambiamenti
climatici. Insomma, la modificazione genetica consente di coltivare in aree
sterminate, anche laddove una volta era impensabile. In Europa, l’Italia è il
primo produttore di soia. È vietato coltivare quella transgenica che, però, si
può importare. E l’80% di quella utilizzata viene importata. Significa che
carne, uova e latte che si acquistano al supermercato possono arrivare da
animali nutriti con mangimi contenenti Ogm.
WWF: “L’EUROPA NON CEDA ALLE PRESSIONI”
Il Wwf avverte sui rischi. “L’Ue non dovrebbe compromettere le sue priorità
sociali, ambientali o economiche per assecondare interessi esterni” ha
dichiarato a Euractiv Anke Schulmeister-Oldenhove, responsabile per le foreste
del Wwf Ue. Il regolamento, tra l’altro, ha già dovuto superare più di un
ostacolo. “Circa un albero al secondo viene abbattuto per soddisfare i consumi
dell’Ue delle commodities individuate dal Regolamento. Il ritardo nell’entrata
in vigore dell’Eudr – spiega a ilfattoquotidiano.it Edoardo Nevola, responsabile
Foreste del Wwf Italia – sta già causando, di conseguenza, la perdita di circa
100 milioni di alberi o, in termini di superficie, il “consumo” di un’area
forestale equivalente all’intera Valle d’Aosta”.
L'articolo Gli Stati Uniti fanno pressione per indebolire la legge europea
anti-deforestazione che non piace ai produttori di soia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mohammad Nazeer Paktiawal, afghano, 41 anni, è morto sotto custodia dell’Ice,
l’Immigration custom enforcement, un giorno dopo il suo arresto. È il 41esimo
caso negli ultimi quattordici mesi. “Era stato sotto custodia dell’Ice per un
giorno”, ha ammesso in una nota la controversa agenzia federale, assicurando
“indagini in corso” per accertare le cause del decesso. Paktiawal – di fede
islamica, sposato, padre di sei figli – è stato arrestato venerdì 13 marzo
vicino a casa sua, a Richardson (Texas) e recluso in un centro di detenzione di
Dallas. Secondo l’Ice l’afghano “non ha fornito informazioni su antecedenti
sanitari” al momento della sua detenzione. Tuttavia, poche ore dopo l’arresto,
il 41enne cominciava a presentare “dolore al petto” e “fatica a respirare”. In
seguito è stato trasferito nell’Hospital Parkland di Dallas, dove è deceduto il
giorno dopo. “La sua lingua si era infiammata” mentre faceva colazione e, “dopo
diversi tentativi” di rianimazione, “è stato dichiarato morto alle 9.10”.
Paktiawal era arrivato negli Stati Uniti il 21 agosto 2021, dopo la presa di
Kabul per mano dei Talebani. Come altri 190mila afghani in Usa, il 41enne è
stato costretto a fuggire da eventuali violenze e rappresaglie perché era stato
al servizio delle forze statunitensi in Afghanistan. Per questo motivo le
autorità federali gli avevano concesso l’Humanitarian Parole, nell’ambito
dell’Operation Allies Refuge che risulta scaduto da agosto 2025.
Naseer Patkiawal, fratello della vittima, sostiene che Mohammad è stato
arrestato “davanti ai suoi figli, mentre li portava a scuola, alle 7 del
mattino”. Naseer ricorda che suo fratello è stato “circondato da un gruppo di
persone, messo dentro una vettura e portato via mentre i bimbi gridavano e
chiedevano aiuto. Meno di 24 ore dopo mi hanno chiamato (l’Ice, ndr) per dirmi
che era morto”, ricorda Naseer per il quale il fratello è stato “un eroe per la
sua famiglia, per il suo popolo e per il suo Paese”. E ancora: “Voglio solo
giustizia per mio fratello. Non cerco nient’altro da questo governo”.
I familiari lo ricordano come un “papà e un marito attento” e sostengono che
Patkiawal godesse di buona salute prima del suo arresto: “Lavorava in un
panificio Halal. Aveva soltanto 41 anni ed era un uomo forte e in buona salute”.
Il Dipartimento per la Sicurezza nazionale sostiene che, al momento del suo
arrivo, il 41enne “non ha fornito alcun registro sul suo servizio militare” in
Afghanistan. In realtà il certificato che attesta il suo servizio presso le
Forze speciali Usa era stato erogato dal Gruppo di difesa AfghanEvac: “È stato
attivo, insieme alle Forze speciali, a est dell’Afghanistan, al confine col
Pakistan”. L’Ice giustifica l’arresto di Paktiawal parlando di “noti precedenti
penali”, incluso un fermo per “truffa” al programma alimentare Snap (settembre
2025) per un ammontare di 200 dollari e un secondo arresto per furto poco più di
un mese dopo, a novembre.
Anche i membri della comunità afghana negli Usa hanno reagito al tragico evento.
“Hanno portato via un nostro connazionale. Stava bene. E ora ci restituiscono
indietro il suo corpo, senza vita”, ha denunciato a Cnn Rahmanullah Zazy, leader
della comunità afghana a Dallas. “Siamo venuti qui, negli Usa, in cerca di
pace”, ha aggiunto. Anche il Council on American-Islamic Relations si è unito
all’appello e chiede “un’indagine completa e trasparente sulle circostanze della
detenzione e morte” di Paktiawal. Mustafaa Carroll, direttore esecutivo del
Consiglio nell’area di Dallas-Fort Worth, sottolinea che la tragedia del 41enne
accade “negli ultimi giorni di Ramadan, il periodo più sacro del mese, quando i
musulmani riflettono sul valore della misericordia e della giustizia”. Per
Carroll “la detenzione di una persona non annulla la sua umanità” e tutti devono
essere trattati con “dignità, sicurezza e rispetto”.
Il Dipartimento per la Sicurezza nazionale però replica e ripete una formula
cristallizzata nei suoi comunicati, sostenendo che “a nessuno, sotto la custodia
dell’Ice, viene negato l’accesso un’adeguata attenzione medica”. E non solo.
“Questa è la migliore attenzione medica che molti stranieri hanno ricevuto nella
loro vita”, sostiene Lauren Bis, sottosegretaria aggiunta del Dipartimento,
parlando di “attenzione medica integrale” dal primo istante della detenzione.
L'articolo Aveva servito le forze Usa durante la missione in Afghanistan, 41enne
morto in custodia dell’ICE proviene da Il Fatto Quotidiano.
Winston Churchill la chiamava la “special relationship” e se gli inglesi ci
hanno sempre creduto, la maggior parte degli americani pare non abbia la minima
idea di cosa significhi. Il rapporto “speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito,
però, non ha mai raggiunto un punto così basso come quello attuale. Almeno da
quando, 250 anni fa, furono deposte le armi e la Guerra di Indipendenza sancì la
liberazione del Mondo Nuovo dall’ingerenza della corona britannica.
Da settimane, ormai, il primo ministro Keir Starmer sta raccogliendo appellativi
sempre meno lusinghieri dal presidente Donald Trump, che l’anno scorso gli
regalava l’accordo sui dazi più vantaggioso di tutti, mentre oggi glielo
rinfaccia, pentito. Ma la postura dei britannici sul conflitto iraniano ha
eretto un muro tra i due Paesi che sono separati dall’Oceano Atlantico e da una
visione geopolitica sempre più antitetica. Il Regno Unito continua a rimanere
fermo sul sostegno all’Ucraina, dove gli americani paiono “distratti” e di fatto
ha bollato come “illegale” la guerra all’Iran con Israele e alla quale gli
inglesi non vogliono partecipare, almeno in maniera diretta. “La storia ci ha
insegnato che quando prendiamo decisioni di questo tipo – ha detto Starmer – è
importante accertarci che l’operato del Regno Unito abbia una base giuridica”.
La relazione speciale tra i due Paesi è sempre stata saldata dalla lingua
comune, dagli interessi condivisi come quelli militari, l’intelligence e quelli
commerciali; assi rafforzati e liberati dall’uscita del Regno Unito dall’Unione
europea con la Brexit. Eppure, a Downing Street, le conseguenze del sostegno che
il governo Blair assicurò agli amici americani nella guerra all’Iraq del 2003
sono ancora un monito da non sottovalutare. Starmer è sempre stato considerato
il delfino del leader del New Labour, Tony Blair, ma l’ala sinistra del suo
partito sommata al suo approccio più pragmatico che ideologico, e ai sondaggi
che lo vedono in caduta libera, hanno avuto l’inevitabile effetto di allontanare
Londra da Washington. Qui, oggi, nessuno ha intenzione di partire lancia in
resta verso quel conflitto che, tra l’altro, rischia di allentare l’attenzione
sull’Ucraina. Starmer, tra i promotori della Coalizione dei Volenterosi, ha
ricevuto Volodymyr Zelensky, alla presenza del segretario generale della Nato,
Mark Rutte, per assicurare un nuovo impegno economico e militare nei confronti
del Paese. “Credo sia davvero importante chiarire che l’attenzione deve rimanere
concentrata sull’Ucraina”, la rassicurazione riservata al presidente ucraino. E
ancora: “Putin non può essere colui che trae vantaggio da un conflitto in Iran,
che si tratti dei prezzi del petrolio o della revoca delle sanzioni”.
Resta chiaro chi sono gli amici e i nemici e che Trump, questa volta, non potrà
contare sul suo alleato storico che gli ha voltato le spalle. “Io qui non vedo
alcun Churchill”, era già sbottato la prima volta che Starmer, il 3 marzo
scorso, chiarì la sua posizione negandogli l’uso delle basi britanniche Diego
Garcia, alle Chagos Islands, nell’Oceano Indiano. L’unica richiesta accolta
dagli inglesi fu quella di permettere agli Stati Uniti di utilizzare le basi
militari britanniche per attacchi “difensivi” contro siti missilistici iraniani.
Keir Starmer è rimasto fermo sul punto che il Regno Unito “non crede nel cambio
di regime imposto dall’alto” e che le lezioni della guerra in Iraq sono ancora
chiare e non vanno trascurate.
Eppure, qualcosa si muove: Il Regno Unito sta comunque inviando nel Mediterraneo
orientale il cacciatorpediniere HMS Dragon insieme ad elicotteri Wildcat,
specializzati nell’abbattimento dei droni, mossa partita a seguito degli
attacchi subiti dalla base della RAF di Akrotiri a Cipro. La HMS Dragon è
equipaggiata con missili Sea Viper in grado di abbattere i droni, con un costo
di circa 1 milione di sterline a colpo.
Ma la narrativa di Trump continua ad infierire sull’ormai ex amico speciale. In
piedi nello Studio Ovale, martedì il presidente americano ha indicato il busto
del primo ministro ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, rimarcando ancora una
volta che “Sir Keir non è Churchill” e per condire la critica ha aggiunto
considerazioni polemiche sulle politiche del governo laburista in materia di
immigrazione, giudicate fallimentari, e di energia green, in particolare contro
l’eolico che, con le sue turbine, “uccide gli uccelli”. Su Truth ha poi scritto
a caratteri cubitali: “Non abbiamo bisogno di nessuno”. E mentre incontrava la
stampa, riferendosi ancora a Starmer, ha detto: “Non è stato di aiuto e credo
che sia un grosso errore”. Perchè gli inglesi, in fondo, sono una cosa diversa.
Sir Keir ha sempre dimostrato di saper dialogare con Trump. Un anno fa, in piena
tempesta sui dazi, ha usato la sua arma segreta tirando fuori dal taschino
l’invito del re per la seconda (eccezionale) visita di Stato a Windsor che ha
portato Trump a sciogliersi davanti alla famiglia reale, lo scorso settembre. Ma
anche re Carlo III, alla fine, è una spina nel fianco. Come già accaduto in
passato, martedì ha accolto Zelensky a corte perché è un alleato da sostenere.
Le foto di rito e la stretta di mano sono le stesse del 2025, quando lo invitò
per un tè a Sandringham, dopo l’aggressione perpetrata da Trump e andata in
mondovisione dallo Studio Ovale, a Washington. Il prossimo aprile, Carlo e
Camilla hanno in programma una visita di Stato a New York e Washington, in
occasione dei 250 anni dall’indipendenza americana. Date le circostanze e le
tensioni diplomatiche tra i due Paesi, sono in molti a ritenere che il viaggio
dovrebbe essere rimandato.
Tra l’altro, portare il fratello di Andrea Mountbatten-Windsor negli Stati Uniti
in piena tempesta Epstein Files potrebbe generare tensioni e incidenti
diplomatici a un sovrano che, da tempo, viene accolto da proteste e cartelli che
chiedono verità su ciò che la corona sapeva sulla relazione tra l’ex principe e
il predatore sessuale americano. Due ottime ragioni, quindi, per non fare
partire il re. Ma la monarchia e il suo fascino hanno sempre rappresentato
l’arma segreta degli inglesi, anche quando le cose andavano male. Elisabetta II
incontrò Ronald Reagan quando Margaret Thatcher inviò la sua task force navale
alle isole Falkland per respingere l’invasione argentina, scontrandosi contro il
parere dell’alleato americano. Il soft power della monarchia è rimasto l’ultimo
colpo in canna per riavvicinare Trump?
L'articolo Scontro Starmer-Trump, i rapporti tra Usa e Gran Bretagna sono ai
minimi storici: la ‘carta re Carlo’ per ricucire (o peggiorare) lo strappo)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’intera isola di Cuba è rimasta senza elettricità a seguito di un blackout,
come comunicato dalla compagnia statale Unión Eléctrica de Cuba (Une). Non è la
prima volta che un’interruzione di corrente colpisce il Paese caraibico, che già
da tempo subisce gravi difficoltà energetiche anche a causa dal blocco del
petrolio imposto dagli Stati Uniti per fare pressione sul governo comunista
dell’isola.
La Une ha dichiarato che si è verificata la disconnessione totale del Sistema
energetico nazionale (SEN), che ha causato la sospensione simultanea
dell’energia in tutto il Paese. Le cause precise del guasto non sono state
ancora chiarite, ma la compagnia dell’Avana, in un breve messaggio pubblicato
sul proprio canale Telegram ufficiale, ha spiegato che sono già state avviate le
procedure per ripristinare gradualmente la fornitura elettrica.
Secondo quanto riportato da alcuni media locali e dalla CNN, i residenti
dell’Avana hanno visto la corrente interrompersi improvvisamente dopo
l’alternarsi di alcuni spegnimenti e riaccensioni. Testimonianze simili sono
giunte anche da altre province. Questo risulta essere il primo collasso totale
della rete elettrica cubana registrato nel 2026, ma il sistema energetico cubano
vive già da tempo alcune difficoltà: il 4 marzo un guasto alla centrale
termoelettrica Centrale termoelettrica Antonio Guiteras, nella provincia di
Matanzas, aveva tagliato fuori dalla rete elettrica la maggior parte del
territorio nazionale. Il ripristino della rete era arrivato a rilento a causa
della scarsità di carburante fondamentale per alimentare i sistemi elettrici
locali.
Proseguono intanto le tensioni nell’isola, legate anche alle proteste per i
frequenti e prolungati tagli di corrente. A Morón, città nella provincia di
Ciego de Ávila, decine di persone sono scese in strada al grido di slogan a
favore della libertà. Le autorità hanno arrestato diversi partecipanti e
dispiegato forze di sicurezza in diverse zone del paese.
In tutto questo si susseguono le dichiarazioni del presidente Usa: “Cuba è in
cattiva forma, stanno parlando con Marco”, ha detto Donald Trump alla Casa
Bianca riferendosi al segretario di Stato Rubio. “Faremo qualcosa molto presto
con Cuba”, ha aggiunto.
L'articolo Blackout totale a Cuba: proseguono i guasti alla rete elettrica
dell’isola a causa delle sanzioni degli Stati Uniti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro
che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua
potente lobby americana“. Nessuna ambiguità, un messaggio che chiarisce chi sia
il mandante di un conflitto che Joe Kent, il capo del centro per
l’antiterrorismo americano, non condivide. E che, per questo, si dimette. In una
nota pubblicata sul suo account su X, lamenta che l’amministrazione Trump sia
entrata in guerra contro Teheran solo a seguito di “pressioni da parte di
Israele e della sua potente lobby americana”. “Dopo molte riflessioni, ho deciso
di rassegnare le mie dimissioni dalla posizione di direttore del Centro
nazionale antiterrorismo, con effetto immediato – ha comunicato nella lettera di
dimissioni inviata a Trump e postata online – Non posso in buona coscienza
sostenere la guerra in corso in Iran“.
> After much reflection, I have decided to resign from my position as Director
> of the National Counterterrorism Center, effective today.
>
> I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no
> imminent threat to our nation, and it is clear that we started this…
> pic.twitter.com/prtu86DpEr
>
> — Joe Kent (@joekent16jan19) March 17, 2026
Nel documento, Kent sostiene di avere condiviso “i valori e la politica estera
delle campagne elettorali del 2016, 2020 e 2024 che – scrive rivolgendosi sempre
al presidente – hai messo in atto nel primo mandato. Fino a giugno 2025 avevi
capito che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che rubava le preziose
vite dei nostri veterani e consumava la ricchezza e la prosperità della nostra
nazione”. Nella prima amministrazione, prosegue Kent, “hai capito meglio di ogni
presidente dell’epoca moderna come usare il potere militare senza trascinarci
dentro guerre senza fine. Lo hai dimostrato uccidendo Qasam Soleimani (era il
generale iraniano ucciso nel raid Usa, ndr) e sconfiggendo l’Isis”.
Tutto però è cambiato con la rielezione. Kent sostiene che i funzionari
israeliani abbiano trascinato gli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran
attraverso una “campagna di disinformazione” orchestrata da loro e dai media,
che ha alterato la “piattaforma America First” e seminato fomentato sentimenti
bellicisti per incoraggiare l’attacco all’Iran. “Una cassa di risonanza che è
stata usata per ingannarti e farti credere che l’Iran rappresentasse una
minaccia immediata per gli Stati Uniti e che dovessi attaccare subito, e che
c’era una direzione chiara per una vittoria in tempi rapidi. Una menzogna, la
stessa tattica usata da Israele per trascinarci dentro la guerra contro l’Iraq
che è costata le vite di migliaia dei migliori uomini e donne del nostro Paese.
Non possiamo fare di nuovo lo stesso errore”.
Poi Kent si avvia verso la conclusione, ricordando la vita sua e della sua
famiglia a servizio della nazione: “Come veterano che ha partecipato a 11
missioni di combattimento e come marito di una Stella d’Oro che ha perso la sua
amata moglie Shannon in una guerra provocata da Israele (Shannon Kent, tecnico
crittografico della Marina, è rimasta uccisa in un attentato suicida in Siria
nel 2019. All’epoca avevano due figli di tre anni e 18 mesi, ndr), non posso
appoggiare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una
guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il
costo di vite americane”, ha scritto. E conclude rivolgendosi al presidente:
“Prego affinché tu rifletta su quanto stai facendo in Iran, e per chi lo stiamo
facendo. Ora è il tempo di agire. “invertire la rotta e tracciare un nuovo
percorso per la nostra nazione, o puoi farci scivolare verso il declino e il
caos. Sei tu che hai le carte. È stato un onore lavorare nella tua
amministrazione ed essere a servizio della nostra grande nazione”. Kent è stato
un consigliere chiave di Tulsi Gabbard, attuale direttrice dell’intelligence
nazionale, che fino a marzo 2025 si era opposta a un eventuale attacco all’Iran.
e si è fatto portavoce, all’interno dell’amministrazione, di una politica estera
più moderata.
L'articolo “Siamo in guerra contro l’Iran per colpa di Israele e della sua lobby
americana”: si dimette capo dell’antiterrorismo Usa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Se fosse stato un “balordo”, magari africano o dell’Est europeo, peggio ancora
un “anarchico”, forse l’avrebbero arrestato. E in questi tempi di ossessioni
securitarie, avrebbe senz’altro avuto l’onore delle cronache, almeno quelle
locali. Invece a Roma non si è saputo niente del militare statunitense, un
22enne dal cognome italiano “in evidente stato di alterazione” e cioè ubriaco,
che ha aggredito e atterrato un appuntato dei carabinieri.
È successo la sera di sabato 7 marzo, attorno alle 23, davanti a Palazzo
Giustiniani, sede distaccata del Senato alle spalle di Palazzo Madama, nel
centro della Capitale. A quanto pare è stato necessario l’intervento di altri
tre militari e poi dei sanitari del 118 per contenere la furia del giovanotto,
che era stato sorpreso a orinare in strada, anzi “proprio sul portone del
palazzo”. Per fortuna, niente di grave: 7 giorni di prognosi per l’appuntato, 38
anni, in servizio al Senato e refertato all’ospedale Santo Spirito. Il soldato,
che era in vacanza in Italia e magari è già ripartito, è stato denunciato a
piede libero per violenza e minaccia a pubblico ufficiale.
Raccontano nell’ambiente che i carabinieri erano in tre e hanno incrociato tre
giovani statunitensi, uno dei quali si è messo a fare i suoi bisogni. Hanno
cercato di fermarli: “Stop stop guys”. Ma lui è scappato. E mentre chiedevano i
documenti agli altri due, quello è tornato indietro di corsa: “Ha caricato come
nel football e ha atterrato il collega”. È arrivata anche “un’altra pattuglia” e
“il 118 ha provato tre volte a sedarlo, ma non si calmava”.
Non si è saputo niente fino a ieri – 15 marzo – quando l’ha fatto sapere Unarma,
uno dei sindacati dei carabinieri, che chiede “chiarimenti urgenti” sia pure
tacendo i dettagli e l’attività professionale dell’aggressore. “Un Marine”,
raccontano, anche se pare sia dell’Us Army, l’esercito. Comunque “era grosso” e
“addestrato”. “Ciò che lascia sconcertati è che, nonostante un’aggressione a
pubblico ufficiale in servizio davanti a un luogo istituzionale, l’uomo non sia
stato arrestato ma soltanto denunciato a piede libero”, scrive Unarma. Sentito
il pm di turno alla Procura di Roma, al militare Usa è stato risparmiato
l’arresto in flagranza (facoltativo, non obbligatorio) e quindi il processo per
direttissima. “Non era pericoloso, era incensurato”, ci spiegano. Ci sta, magari
però con altri si va meno per il sottile. Non c’è conferma che qualcuno abbia
detto che era “meglio evitare una crisi diplomatica”. Che poi chissà se
acconsentirebbero al processo in Italia, gli Stati Uniti: almeno quando sono in
servizio i loro militari li processano solo in patria. Basta ricordare il
Cermis, 1998: venti morti per giocare con un aereo da guerra vicino ai cavi di
una funivia.
“Aggredire un carabiniere in servizio non può diventare un fatto secondario –
protesta dal canto suo Unarma – né può ricevere trattamenti diversi a seconda
della nazionalità dell’aggressore. Ci poniamo anche una domanda: ma a parti
invertite cosa sarebbe successo al servitore dello Stato? La risposta noi la
conosciamo”. Ci sta anche un po’ di corporativismo, per carità, mai visto però
un carabiniere arrestato in flagranza (e da chi?) per aver procurato 7 giorni di
prognosi a qualcuno. “Ma avrebbe ricevuto un trattamento che andava oltre
l’arresto replica Antonio Nicolosi, segretario di Unarma – Gogna mediatica,
abbandonato da tutti, avvocati sanguisuga da liquidare nonché un trasferimento
con ripercussioni familiari. C’è la corsa a denunciare i carabinieri”.
La nota sindacale ricorda pure “il drammatico omicidio del Vice Brigadiere Mario
Cerciello Rega, avvenuto nel 2019, in cui furono coinvolti due cittadini
americani”, sempre a Roma, per sottolineare gli sconti di pena di cui hanno poi
beneficiato i due giovanissimi statunitensi condannati, dall’ergastolo del primo
grado a 15 anni e 2 mesi (per uno, l’altro non è ancora definitivo ma al secondo
appello la pena è scesa a 10 anni).
L'articolo Roma, militare Usa aggredisce un carabiniere ma evita l’arresto:
denunciato a piede libero proviene da Il Fatto Quotidiano.