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Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e Giappone per contrastare lo strapotere cinese
Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro 30 giorni. Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da anni questo mercato. La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70% dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale – ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano. Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare l’accesso a questi materiali. “Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche: “Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri incontri, ma anche ad azioni concrete”. Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67 miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina, che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva, una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad ampliare ulteriormente la rete. L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza”
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27 luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale. A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini dell’accordo Turnberry”. Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato: “Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato europeo”. Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo, preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa. La fiducia è stata tradita”. Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara: quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure tempestive e mirate”. L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ue verso una nuova dipendenza dal gnl Usa? La Commissione smentisce due commissari: “Non paragonabile al gas russo”
A Bruxelles la macchina della Commissione tenta di mettere a tacere gli allarmi sul rischio di una nuova dipendenza energetica del Vecchio continente: stavolta dal gas importato a caro prezzo dagli Stati Uniti, alleato sempre più scomodo e minaccioso. Oltre a molti analisti, nei giorni scorsi anche due commissari europei – tra cui la vice di Ursula von der Leyen, Teresa Ribera – hanno messo esplicitamente in guardia contro il pericolo di sostituire il gas russo con nuove vulnerabilità geopolitiche. Una lettura evidentemente sgradita, tanto che una portavoce dell’esecutivo Ue è intervenuta per “tamponare” e ridimensionare il paragone: “Le importazioni di gas naturale liquefatto statunitense non possono essere paragonate alla dipendenza che avevamo” dal gas russo “prima della guerra” in Ucraina, ha garantito. L’intervento, arrivato nel giorno della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue del regolamento per lo stop graduale alle importazioni di gas e gnl dalla Russia, pare una smentita delle parole del commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, e della vicepresidente esecutiva e commissaria alla concorrenza Ribera. Jorgensen è danese e dunque particolarmente sensibile alle scomposte minacce di Donald Trump sulla Groenlandia. E la settimana scorsa, in un’intervista a un gruppo di media internazionali, ha citato proprio il caso dell’isola artica per ribadire che “la situazione più seria e complessa” per la Ue “sono i rapporti tesi con gli Stati Uniti”. Nell’ambito di quel ragionamento ha aggiunto che c’è crescente preoccupazione all’interno dell’Ue per il rischio di “sostituire una dipendenza con un’altra” e spiegato che, anche se il gas americano al momento resta essenziale, l’intenzione nei prossimi mesi è quella di “approfondire i legami energetici con una serie di paesi, tra cui Canada, Qatar e Algeria“. Lo scorso anno poco meno del 60% del gnl importato in Ue è arrivato proprio da oltreoceano. Ma diversificando l’Ue rischia di provocare l’ira della Casa Bianca, vista la promessa di acquistare 750 miliardi di dollari di idrocarburi Usa di qui al 2028 in tre anni inserita nell’accordo commerciale siglato da von der Leyen e Trump la scorsa estate. Sulla stessa linea di Jorgensen si è espressa anche la vicepresidente esecutiva della Commissione, che ha ribadito le sue posizioni lunedì durante a un simposio a Barcellona. Ribera ha sottolineato come l’invasione russa dell’Ucraina abbia messo a nudo l’eccessiva esposizione energetica dell’Europa: nel 2022 il 45% del gas consumato nell’Ue proveniva dalla Russia, una quota oggi scesa al 12%, mentre le importazioni di Gnl dagli Stati Uniti si sono quadruplicate. “La dipendenza, da qualunque parte provenga, resta dipendenza”, ha avvertito. Poi, con un giro di parole diplomatico, ha aggiunto che gli Usa “fino a relativamente poco tempo fa” gli Usa erano ritenuti “un partner abbastanza affidabile” mentre oggi “lo vediamo come un Paese rilevante con cui manteniamo relazioni molto importanti, che dimostrano fino a che punto la migliore risposta sostenibile nel lungo periodo sia aumentare la nostra autonomia“. Messaggio molto chiaro, tanto più che poco prima l’ex ministra e vicepremier socialista spagnola aveva sottolineato come “l’uso dell’energia e delle materie prime e delle dipendenze tra diverse potenze si stia trasformando in un’arma geopolitica“. Al forum di Davos anche il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia Fatih Birol aveva sottolineato che l’Europa rischia di “mettere tutte le uova in un paniere” sostituendo un grande fornitore (Mosca) con un altro (Washington). Dati di fatto che la Commissione ci tiene però a contestualizzare. Secondo l’esecutivo Ue, la situazione attuale non è sovrapponibile a quella pre-2022 perché la dipendenza dal Gnl è “molto più gestibile” rispetto a quella dalle forniture via gasdotto e offre margini di flessibilità e diversificazione che non esistevano nel rapporto con Mosca. “Sono aspetti molto importanti da tenere a mente quando discutiamo della sostituzione di una dipendenza con un’altra”, ha insistito la portavoce. L'articolo Ue verso una nuova dipendenza dal gnl Usa? La Commissione smentisce due commissari: “Non paragonabile al gas russo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi”
Non solo un modo per disgregare gli Stati membri. Ma, anzi, un’opportunità per l’Unione Europea. Da cogliere come? Con una maggiore integrazione politica ed economica che passi da una soluzione precisa: aumentare la protezione degli Stati membri e quindi gli investimenti nel settore della Difesa. Come chiedono anche gli ex premier italiani Enrico Letta e Mario Draghi nei loro rapporti sul futuro dell’Unione Europea voluti da Ursula von der Leyen. È questo il risultato a cui arriva il primo studio italiano sulla nuova National Security Strategy dell’amministrazione americana di Donald Trump che ha creato tanto dibattito perché nel rapporto si parla di poter staccare alcuni Paesi europei – tra cui l’Italia – dall’Unione. Lo studio di 25 pagine è firmato da due professori della Bocconi, Carlo Altomonte e Walter Rauti, che il 18 gennaio hanno inaugurato lo Shield, il primo hub europeo su Difesa, economia e geopolitica. Nel paper sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti per il 2025 e “il riposizionamento strategico dell’Unione Europea”, l’obiettivo è quello di superare le analisi che sono state fatte in Italia sul tentativo americano di disgregare gli Stati membri pur ammettendo le “ingerenze” politiche dell’amministrazione americana sull’Europa che, influenzata dall’approccio Maga, parla di “cancellazione della civiltà” portando avanti una “narrazione civilizzatrice” degli Stati Uniti sul modello del discorso di JD Vance a Monaco. Una dottrina, quella della Casa Bianca, che secondo i due studiosi riporterebbe le lancette della storia a quella di Richard Nixon che chiedeva agli alleati di “assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” e di Ronald Reagan che voleva aumentare gli investimenti militari “con pressioni perché rafforzassero la propria posizione difensiva”. Un modo per disinteressarsi dell’Europa per concentrarsi unicamente sulla sfida alla Cina. Ora sta succedendo lo stesso, secondo gli studiosi dell’Università Bocconi. L’approccio è quello del passaggio dal “Burden sharing” al “Burden shifting”: dalla condivisione degli oneri al trasferimento (sull’Europa) degli oneri. E quindi quale può essere l’opportunità per l’Europa? Una maggiore integrazione, che passi soprattutto su un pilastro: gli investimenti sulla Difesa per garantire la sicurezza autonoma del continente. E qui Altomonte e Rauti analizzano quali dovrebbero essere i prossimi passi per far sì che l’Europa aumenti la propria sicurezza. In primo luogo, pensare che la Difesa sia il principale volano per garantire l’integrazione comunitaria fondamentale per “l’identità politica dell’Europa e la sua capacità di agire nel mondo”. In secondo luogo, avere una capacità istituzionale che permetta agli Stati membri di coordinare le spese per la Difesa e “armonizzare” e “integrare” la capacità industriale. Poi la “coesione politica” per far sì che gli Stati membri abbiano gli stessi obiettivi di protezione e non più la Russia o il Mediterraneo a seconda della posizione geografica ma anche l’integrazione industriale della Difesa europea come teorizzata da Draghi e Letta. Un paragrafo a parte riguarda l’opinione pubblica. I due studiosi ritengono che le spese militari sono state storicamente “di scarsa rilevanza” per molti cittadini europei, ma senza l’opinione pubblica le riforme teorizzate potrebbero incontrare “resistenze e tensioni tra la spesa per la Difesa e lo Stato sociale” fornendo un assist per quelli che Rauti e Altomonte chiamano “partiti populisti”. I leader politici, dunque, devono fornire una “narrativa” secondo cui la Difesa è strettamente collegata a “prosperità, sovranità e stabilità”. La strategia, insomma, che sta portando avanti la Commissione Europea. Dunque, la conclusione a cui arrivano è che, in estrema sintesi, la nuova strategia di isolazionismo americano possa diventare una “opportunità” per l’Europa e una prova di maturità. Come? Sempre con la stessa ricetta: l’aumento degli investimenti della Difesa degli Stati membri. L'articolo Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Walk for Peace, la marcia pacifica di alcuni monaci negli Usa che ci parla di vita e di perdita
Ci sono immagini che sembrano semplici e invece spostano qualcosa. Un gruppo di monaci sta camminando negli Stati Uniti, lungo strade che non hanno nulla di contemplativo: asfalto, camion, semafori, motel. Camminano in silenzio, in fila, spesso a piedi nudi. Non cercano attenzione, non protestano e non spiegano. Camminano e, potremmo dire, la provvidenza pensa a loro: al mangiare, al riposo. Perché i monaci, quando qualcosa non va, non se ne stanno fermi. Si muovono. È il loro modo di rispondere a un disequilibrio. La Walk for Peace è un vero e proprio pellegrinaggio di oltre 3.700 chilometri, dal Texas a Washington, iniziato lo scorso ottobre e destinato a concludersi nel febbraio 2026. Sono diciannove i monaci del Huong Dao Vipassana Bhavana Center che hanno scelto di attraversare il paese a piedi per promuovere pace, compassione e nonviolenza. Ma il punto non è lo slogan. È l’azione. Quando emerge una tensione – un conflitto, un disallineamento profondo – i monaci non si chiudono in una stanza a discuterne. Non analizzano, non argomentano, non cercano subito una soluzione; camminano. Il corpo prende il posto della parola. Il ritmo sostituisce il dibattito. Il passo diventa una forma di pensiero incarnato. Non si tratta di una fuga. Camminare significa portare nello spazio ciò che non è ancora risolto, lasciando che il mondo — con le sue asperità, il rumore, l’imprevedibilità — entri nel processo. Il conflitto non viene “gestito”. Viene messo in circolazione. È stato durante uno di questi cammini, nel 2022, che i monaci hanno incontrato Aloka, un cane randagio di razza Indian Pariah. Non è stato adottato nel senso consueto del termine. È stato lui a scegliere di seguirli e da allora non se n’è più andato. Aloka cammina con loro. Il suo nome significa “luce”, “illuminazione”. Ma ciò che rende Aloka così potente non è il simbolo in sé: è la funzione, il suo stare nel passo. La sua presenza cambia il campo perché mostra che la relazione nasce dalla condivisione del tempo e dello spazio, anche quando il passo rallenta. Anche quando il corpo impone un limite. Ed è qui che questa storia parla di vita, ma anche di perdita. Camminare insieme significa accettare che non tutto procede in linea retta. Che qualcosa si ferma. Che qualcosa cambia. Che non sempre si va avanti come prima. La perdita, in questo senso, non è un incidente di percorso: è parte del cammino. Non viene rimossa, ma viene attraversata. Forse allora la domanda non è cosa fare quando qualcosa non funziona. Forse la domanda è: dove portiamo il nostro disequilibrio? Lo chiudiamo in una stanza? Lo riversiamo sugli altri? O siamo disposti a metterlo in cammino, senza la garanzia di arrivare integri? E ancora: che spazio lasciamo, nelle nostre vite, a pratiche che non spiegano ma trasformano? L'articolo Walk for Peace, la marcia pacifica di alcuni monaci negli Usa che ci parla di vita e di perdita proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Francia, dipendenti in rivolta contro Capgemini: da anni collabora con l’Ice
Capgemini, il gigante francese dell’informazione e dei servizi digitali, quotato alla Borsa di Parigi nel CAC 40, collabora da anni con l’Ice, la polizia federale dell’immigrazione statunitense, al centro di polemiche internazionali per l’uso di metodi violenti e repressivi. Le rivelazioni del media online L’Observatoire des multinationales, confermate da altre testate della stampa francese, sono arrivate appena alcuni giorni dopo la morte di Alex Pretti, l’uomo di 37 anni ucciso durante un’operazione degli agenti federali, a Minneapolis. E il loro impatto in questi ultimi giorni è enorme in Francia: “Capgemini complice di gravi violazioni di diritti umani”, denunciano i sindacati. È emerso che, nel dicembre 2025, la multinazionale – tramite la sua filiale statunitense Capgemini Government Solutions (CGS) – ha firmato con l’Ice un contratto da 4,8 milioni di dollari per fornire servizi di “indagine e verifica dei precedenti personali”, finalizzati all’identificazione di persone in situazione irregolare negli Stati Uniti. Inoltre, sempre da fonti di stampa, i rapporti contrattuali tra Capgemini e l’Ice non sono recenti, ma risalgono almeno al 2007. Come fa notare Mediapart, il 65% dei contratti di Capgemini con il governo federale Usa è firmato direttamente con l’Ice. Le inchieste giornalistiche indicano che la filiale Usa di Capgemini gestisce anche un call center dell’Ice, detto “Voice”, destinato alle vittime di crimini attribuiti a stranieri immigrati e partecipa a operazioni di skip tracing, per la localizzazione di persone “scomparse”. Un contratto firmato lo scorso novembre per un importo potenziale fino a 365 milioni di dollari, con meccanismi di “bonus finanziari” legati ai risultati ottenuti, un metodo proposto a tutte le aziende disposte a collaborare con l’Ice, come già rivelato dal media The Intercept a ottobre. Travolto dallo scandalo, il direttore generale di Capgemini, Aiman Ezzat, convoca oggi i responsabili sindacali. Da giorni le principali organizzazioni sindacali chiedono la rottura di tutti i contratti in corso con l’Ice. Per la CGT questa collaborazione “non solo è contraria ai valori che Capgemini dice di veicolare, ma fanno del nostro gruppo un complice attivo di gravi violazioni di diritti umani”. In una nota, la CGT chiede all’azienda di “sospendere tutte le sue attività con il governo federale statunitense, finché resterà nelle mani di fascisti che ritengono che non tutte le vite umane abbiano lo stesso valore”. A sua volta la CFDT parla di una “crisi senza precedenti” nella storia dell’azienda e denuncia “i numerosi atti brutali delle milizie dell’Ice, che disprezzano e si fanno beffa del diritto proprio a tutti alla legittima difesa dei propri diritti, arrivando persino ad assassinare coloro che oppongono una qualsiasi forma di resistenza o un accenno di rifiuto a questa autorità assimilabile alla matrice mafiosa”. Il sindacati rendono poi conto dell’”incredulità”, della “vergogna”, della “rabbia” dei dipendenti della multinazionale. Sullo sfondo, un clima sociale già teso, aggravato dall’annuncio di un piano di 2.400 tagli di posti di lavoro (su 35.000 circa in tutto in Francia). Stando ai sindacati, gli organici in Francia sono già stati ridotti di circa il 5% nel 2025, a causa del mancato turnover del personale. Di fronte alle critiche, l’azienda ha in un primo tempo cercato di prendere le distanze. In un messaggio pubblico Aiman Ezzat ha affermato che la filiale statunitense opera in modo autonomo, sotto la legislazione americana, e che il gruppo non ha alcun tipo di accesso a “informazioni e contratti classificati”. Ha inoltre assicurato che il contratto firmato a dicembre, pur esistente, non sarebbe ancora entrato in vigore ed è oggetto di una revisione interna. La spiegazione tuttavia non convince i sindacati, ma neanche la classe politica. Il ministro dell’Economia, Roland Lescure, ha invitato Capgemini a “fare piena luce” e “totale trasparenza” sulla natura delle attività svolte dalla sua filiale americana. L'articolo Francia, dipendenti in rivolta contro Capgemini: da anni collabora con l’Ice proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si finge un agente dell’FBI, entra in carcere e tenta di liberare Luigi Mangione con un tagliapizza e un fochettone da barbecue: arrestato
Si era qualificato come agente dell’FBI agli addetti del carcere federale di New York. E aveva detto di essere in possesso di “documenti firmati da un giudice” per autorizzare il “rilascio di un detenuto specifico“, come si legge nella denuncia. Il detenuto specifico, però, era nientemeno che Luigi Mangione, in carcere per l’omicidio dell’amministratore delegato della compagnia assicurativa sanitaria UnitedHealthcare Brian Thompson, freddato a colpi di pistola nel dicembre 2024. Il giovane italoamericano, attualmente ancora sotto processo, può vantare infatti diversi ammiratori e sostenitori tra i numerosi critici del sistema sanitario statunitense. Uno di loro è appunto Mark Anderson, 35enne del Minnesota, che per liberarlo si è finto un agente dell’FBI. Il tentativo di fuga è stato però immediatamente svelato quando gli agenti del carcere gli hanno chiesto di identificarsi e di far vedere le sue credenziali. Lui ha esibito una patente di guida dello Stato centro-settentrionale – al centro dell’attenzione mondiale per gli omicidi dell’ICE dei giorni scorsi – e ha affermato di essere armato. Ma non di una pistola, bensì di una forchetta da barbecue e di un tagliapizza. Sono queste le “armi” che la polizia newyorkese ha ritrovato nel suo zaino dopo l’arresto. L’uomo, scoperto, avrebbe lanciato dei documenti agli agenti del Bureau of Prisons, fogli di rivendicazioni legali contro il Dipartimento di Giustizia. Il 35enne ora dovrebbe comparire davanti al tribunale federale di Brooklyn nelle prossime ore. Non è chiaro se e quale collegamento ci sia con Mangione, ed è probabile l’azione individuale di un ammiratore “esagitato”. L'articolo Si finge un agente dell’FBI, entra in carcere e tenta di liberare Luigi Mangione con un tagliapizza e un fochettone da barbecue: arrestato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump: “Iran? Usa pronti a velocità e violenza usate in Venezuela”. Teheran: “Ci difenderemo come mai prima d’ora”
Venti di guerra. Il Segretario di Stato Marco Rubio, durante una audizione al Senato, ribadisce che “l’Iran è più debole che mai” e se al momento le proteste si sono affievolite, è solo questione di tempo, perché riprenderanno. Interrogato sulla stima del Dipartimento di Stato rispetto alle vittime cadute durante i cortei che chiedevano la fine del regime sciita, Rubio ha replicato che si tratta sicuramente di migliaia. Poche ore prima, era stato il presidente Trump a rinnovare uno scenario interventista se Teheran non accetterà di scendere a patti. “Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo”, altrimenti le truppe americane sono pronte a compiere la loro missione con la stessa “velocità e violenza” utilizzate in Venezuela. In risposta all’intervento sui social del capo della Casa Bianca, la delegazione iraniana alle Nazioni Unite ha utilizzato a sua volta i media per dichiarare di essere pronta “al dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci” ma “se spinto, l’Iran si difenderà e risponderà come mai prima d’ora!”: Tutto in maiuscolo, a sottolineare la fermezza del regime. Al cancelliere tedesco Merz questa reazione non fa paura. Per la Germania “Un regime che può mantenersi al potere solo con la forza bruta e il terrore contro la propria popolazione ha i giorni contati. Potrebbe essere questione di settimane, ma questo regime non ha alcuna legittimità per governare il Paese”. All’inizio di gennaio, il Pentagono ha schierato la portaerei Abraham Lincoln nella regione. Anche tre cacciatorpediniere lanciamissili Tomahawk si sono dirette in Medio Oriente, e sono stati spostati anche un certo numero di jet F-15. Il risiko nell’area però è complicato: appena ieri il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha detto al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che Riad non consentirà che il suo spazio aereo o il suo territorio vengano utilizzati per azioni militari contro Teheran e che il suo Paese “farà qualsiasi sforzo per risolvere le divergenze attraverso il dialogo”. Lo stesso tono era stato utilizzato dagli Emirati Arabi: non consentiranno alcuna azione militare contro l’Iran utilizzando il loro spazio aereo o le loro acque territoriali. Nel frattempo l’Unione europea discute dell’inserimento dei Pasdaran nella lista nera delle organizzazioni terroriste: Francia e Spagna, che in precedenza erano state caute, sono favorevoli. L'articolo Trump: “Iran? Usa pronti a velocità e violenza usate in Venezuela”. Teheran: “Ci difenderemo come mai prima d’ora” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La corsa di Trump per salvarsi alle elezioni di midterm: da una convention repubblicana a Las Vegas ai nuovi collegi per diluire il voto di neri e ispanici
Una Convention dei repubblicani per il midterm. È l’ultima trovata di Donald Trump per cercare di salvare il suo futuro politico. La Casa Bianca comunica che il presidente è riuscito a ottenere dal G.O.P il via libera a “un incontro di midterm in stile convention America First, in linea con la sua visione di dare energia al partito questo autunno”. L’evento dovrebbe illustrare “le grandi cose che abbiamo fatto a partire dalle elezioni presidenziali del 2024”. In realtà, i segnali per Trump non sono per nulla buoni. Il suo indice di gradimento è molto basso. Le sue politiche – a partire dalla repressione violenta scatenata dall’ICE a Minneapolis e in molte città americane – sono sempre meno popolari. Di qui, la ricerca disperata di modi per risalire la china e mantenere il controllo del Congresso il prossimo novembre. La Convention è solo uno dei modi. Tra le strategie perseguite con particolare attenzione, c’è quella relativa a regole e procedure elettorali. Le Convention sono di solito organizzate nell’anno delle presidenziali. Il fatto che Trump ne voglia mettere in piedi una alla vigilia del midterm – almeno 60 giorni prima del voto del 3 novembre, probabilmente a Las Vegas – mostra il bisogno disperato di un evento mediatico che rilanci la sua agenda e soprattutto compatti gli elettori repubblicani, sempre più disorientati di fronte alle scelte dell’amministrazione. I democratici sono convinti di vincere, e alla grande, il prossimo 3 novembre. James Carville, stratega democratico di lungo corso, prevede che al midterm il suo partito conquisterà il Senato e farà incetta di seggi alla Camera, tra i 25 e i 45. Anche tra i repubblicani si fanno comunque strada dubbi e timori. A esprimerli pubblicamente, per ora, è una minoranza esigua di senatori e deputati: Thom Tillis, Bill Cassidy, Susan Maine, Lisa Murkowski, Andrew Garbarino, Thomas Massie. La grande maggioranza del partito vive del resto in uno stato di terrore/idolatria/riconoscenza nei confronti del presidente, e difficilmente farà qualcosa per intaccarne la leadership. Ma la paura di una clamorosa sconfitta serpeggia nelle discussioni informali, negli incontri privati. Contro i repubblicani non gioca solo la figura di un presidente particolarmente impopolare. Gioca anche la storia. Dal 1938, in sole due occasioni il partito del presidente ha mantenuto il controllo del Congresso. Trump non è però uomo che lasci qualcosa di intentato. Sa che se i democratici dovessero riconquistare il Congresso, non sarebbe solo la sua agenda politica a subire un definitivo arresto. Sarebbe anche il suo futuro, il futuro dei suoi interessi, a essere toccato. La maggioranza dem del Congresso farebbe immediatamente partire la procedura di impeachment. Il presidente sta quindi usando ogni strumento possibile per influenzare il voto. In particolare, si sta dando un gran daffare per cambiare le regole elettorali prima del 3 novembre. Lo sforzo è in sintonia con uno dei temi più tipici della sua retorica: quello delle frodi elettorali. Dalle presidenziali 2020 alle cospirazioni sul ruolo del Venezuela nelle elezioni USA alle macchine del voto truccate, Trump da anni alimenta sospetti sulla legalità dei processi elettorali. Lo ha fatto, di solito, quando ha perso. Questa volta lo fa prima della possibile sconfitta. “Le nostre elezioni sono fottutamente truccate”, ha detto in un incontro con i repubblicani del Congresso a inizi gennaio. Tra le strategie sinora utilizzate dal tycoon, quella che ha fatto più notizia è il ridisegno dei collegi elettorali. Su richiesta della Casa Bianca, i legislatori repubblicani di Texas, Missouri, North Carolina hanno approvato nuove mappe elettorali più favorevoli al loro partito, e tali quindi da favorire la vittoria dei candidati repubblicani a novembre. Ha fatto lo stesso l’Ohio, dove comunque la Costituzione richiedeva modifiche ai distretti. La mossa, definita di solito gerrymandering, punta sostanzialmente a diluire il voto di neri e ispanici, aggregandolo a quello delle aree a maggioranza bianca e rendendo più difficile la vittoria di un candidato espressione delle minoranze. L’iniziativa non ha avuto l’effetto voluto, sostanzialmente per due ragioni. Anzitutto, è tutt’altro che certo che alla fine i flussi elettorali – soprattutto quelli legati agli ispanici – portino alla vittoria dei candidati repubblicani. In secondo luogo, i democratici hanno messo in moto – in California, Maryland, Virginia – processi di redistribuzione dei collegi che rischiano di vanificare gli sforzi degli Stati controllati dal G.O.P. Per questo la maggioranza dei repubblicani dell’Indiana ha alla fine respinto la richiesta di gerrymandering di Trump. Avrebbe rischiato di infiammare ulteriormente una situzione nazionale già abbastanza tesa, senza ottenere i risultati sperati. Nella “lista dei desideri” di Trump per le prossime elezioni di midterm c’è però molto di più. Il presidente sta esercitando pressioni sulla leadership repubblicana del Congresso perché approvi il SAVE (Safeguard American Voter Eligibility Act), che renderebbe più problematico l’accesso al diritto di voto. Tra le misure proposte, la prova documentale di cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, con cancellazione delle registrazioni online o per posta e la necessità di presentarsi di persona con la documentazione comprovante la cittadinanza; e la richiesta di verifica delle liste elettorali, con rimozione degli iscritti la cui residenza è incerta. In diversi Stati, sempre su volere di Trump, si pensa ad altre iniziative. I repubblicani del Mississippi vogliono limitare il voto “in assenza”, che dovrebbe essere ricevuto per posta entro il giorno del voto stesso. Altrove si punta alla riduzione del numero di giorni di voto anticipato, e all’utilizzo dei database degli “U.S. Citizenship and Immigration Services” per controllare lo status legale degli elettori. Anche in questo caso, lo sforzo dell’amministrazione non appare destinato a rapido successo. Diversi Stati democratici e molti gruppi, tra gli altri l’American Civil Liberties Union e la League of Women Voters, hanno aperto una serie di controversie legali, bloccando nei tribunali l’applicazione delle nuove procedure. Al presidente resterebbe dunque quella che possiamo definire l’opzione nucleare: la sospensione del voto. In un’intervista a Fox News, Trump ha detto: “Non dovremmo neppure avere un’elezione”. Sospendere il voto è però un atto clamoroso, che deve essere giustificato da una situazione di particolare emergenza. È anche un atto difficile da realizzare. Un’elezione è sistema complesso, cui prendono parte migliaia di funzionari locali, statali, nazionali, e poi tribunali, amministratori, tecnici, militari, sotto il controllo di autorità diverse e operanti in tempi diversi. Anche se ci fosse un tentativo coordinato di bloccare il processo, questo avrebbe scarse possibilità di ramificarsi davvero dal centro alla periferia. A meno che Trump non denunci una situazione di particolare emergenza – causata per esempio dalle rivolte nelle città contro gli agenti federali – e faccia appello a mezzi emergenziali. L’ “Insurrection Act”, con l’invio dell’esercito nei centri urbani, potrebbe essere uno degli strumenti emergenziali. Anche in questo caso, sarebbe azione difficile da giustificare. L’“Insurrection Act”, utilizzato per l’ultima volta durante i riots di Los Angeles del 1992, può essere invocato in casi specifici e solo su richiesta delle autorità dello Stato. Non è quello che, a rigor di logica, sembra poter succedere. Come dimostra il passato, questo presidente ha però spesso sfidato la logica. L'articolo La corsa di Trump per salvarsi alle elezioni di midterm: da una convention repubblicana a Las Vegas ai nuovi collegi per diluire il voto di neri e ispanici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Usa, così i democratici al Senato possono fermare i finanziamenti all’Ice (che invece hanno votato alla Camera)
Il 22 gennaio la Camera Usa ha dato il via libera al provvedimento per finanziare il Dipartimento della Sicurezza nazionale (Dhs): una misura, approvata con 220 voti a favore e 207 contrari, che vale 64,4 miliardi di dollari. Dieci di questi sono riservati all’Ice, la forza anti-migranti responsabile anche delle uccisioni dei due cittadini americani Renee Good e Alex Pretti, ammazzati in strada mentre erano in corso le proteste contro l’operazione “Metro Surge” voluta da Trump. Sette democratici hanno votato con i repubblicani, ma l’esito dovrebbe essere di altro segno al Senato, e il rischio è che alla fine di questa settimana scatti di nuovo uno shutdown parziale. Il leader democratico del Senato Chuck Schumer, in un post sui social media poche ore dopo la sparatoria di sabato, ha affermato che ciò che sta accadendo in Minnesota è “spaventoso” e che i democratici “non forniranno i voti per procedere al disegno di legge di bilancio se verrà incluso il disegno di legge sui finanziamenti del Dhs“. Per la maggior parte delle leggi di spesa ordinarie che includono i fondi per l’Ice, è infatti necessaria una maggioranza qualificata di 60 voti per procedere alla votazione finale. Per il via libera ai 10 miliardi dell’Ice, quindi, servirebbe un accordo bipartisan, poiché la sola maggioranza repubblicana (53 seggi) non è sufficiente a sbloccare il dibattito senza il supporto di alcuni democratici che, però, hanno assicurato di opporsi compatti alla proposta di legge passata alla Camera. Sei delle 12 proposte di legge di spesa annuali per l’attuale anno di bilancio sono state firmate da Trump. Altre sei sono in attesa di approvazione al Senato, nonostante la rivolta dei Democratici alla Camera e le crescenti richieste di impeachment per la Segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem. Il deputato Jared Moskowitz, un centrista eletto in un distretto in bilico, ha detto ai colleghi che, se Noem non verrà rimossa o non si dimetterà, “non avremo altra scelta se non avviare l’impeachment”. Anche Bennie Thompson, membro di grado più alto della Commissione Sicurezza Interna della Camera e in passato esitante sull’impeachment, ha chiesto durante la chiamata che Noem venga messa sotto accusa. Le richieste di impeachment di Noem non sono una novità ma il sostegno alla mossa è cresciuto costantemente tra i Democratici della Camera nelle settimane successive all’uccisione di Renee Good. Gli articoli di impeachment contro Noem presentati dalla deputata Robin Kelly sono stati co-firmati da 115 Democratici della Camera, rendendolo di gran lunga il tentativo di impeachment più credibile del secondo mandato del presidente Trump. L'articolo Usa, così i democratici al Senato possono fermare i finanziamenti all’Ice (che invece hanno votato alla Camera) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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