“G li umani” e “la natura”: una diade che racchiude bene la visione occidentale
del mondo, in cui pensiamo la nostra specie come separata – quasi indipendente –
dal resto del mondo naturale. È una convinzione radicata nella nostra cultura:
grazie agli avanzamenti tecnologici e culturali, ciò che spesso chiamiamo
“progresso”, crediamo di aver spezzato il legame ombelicale con il mondo
naturale, che assoggetta invece le altre specie animali a vincoli e leggi su cui
non hanno alcun controllo. Ma questa rappresentazione, oltre a essere frutto di
una visione del mondo fortemente antropocentrica e fondata sullo sfruttamento
indiscriminato del mondo naturale, è fuorviante: ci fa perdere di vista la
dipendenza che, nostro malgrado, continuiamo a mantenere nei confronti dei
processi evolutivi.
Senza dubbio, la nostra specie ha delle peculiarità. Per citarne solo una (forse
la più macroscopica): ci siamo diffusi in ogni angolo del pianeta, adattandoci
alle condizioni ambientali più diverse. E ovunque abbiamo prosperato. La nostra
strategia di adattamento preferita consiste nel modificare l’ambiente che ci
circonda, più o meno rapidamente, più o meno radicalmente, modellandolo secondo
i nostri bisogni. In termini evoluzionistici si parla di costruzione della
nicchia o di ingegneria ecosistemica. Fino a oggi, secondo alcune stime, abbiamo
alterato circa l’80% delle terre emerse, e la maggior parte degli ambienti del
pianeta può essere definita un antroma anziché un bioma, perché plasmata dalle
interazioni con gli esseri umani.
> Se le nostre attività di modificazione degli ecosistemi sono davvero così
> pervasive, e lasciano un’impronta tanto profonda da avere effetti evolutivi a
> lungo termine su altre specie, perché le stesse condizioni non dovrebbero
> influire anche su di noi?
Abbiamo cambiato il volto del pianeta, dunque, e lo abbiamo fatto a una velocità
crescente. Mai tanto rapidamente, comunque, quanto negli ultimi ottant’anni, da
quando ha preso avvio la cosiddetta Grande accelerazione: il periodo in cui
industrializzazione, urbanizzazione, uso dei suoli e sfruttamento delle risorse
naturali – rinnovabili e non – sono aumentati in modo vertiginoso. Le
conseguenze di questo cambio di passo sono ecologiche (cambiano, cioè, gli
equilibri dinamici da cui dipende il buon funzionamento degli ecosistemi) ma
anche evolutive. Lo mostrano studi su diverse specie non umane, che si stanno
adattando rapidamente a condizioni ambientali inedite, come gli ecosistemi
urbani, e alle nuove pressioni selettive imposte dagli esseri umani.
Ma se le nostre attività di modificazione degli ecosistemi sono davvero così
pervasive, e lasciano un’impronta tanto profonda da avere effetti evolutivi a
lungo termine su altre specie, perché le stesse condizioni non dovrebbero
influire anche su di noi? L’idea che gli umani moderni abbiano smesso di
evolversi per selezione naturale – perché saremmo la forma ultima e “compiuta”
della specie – è ingenua. Ignora che l’evoluzione è un processo continuo, e che
noi stessi, in quanto entità biologiche e prodotti dell’evoluzione, non abbiamo
modo di sottrarci alle sue dinamiche, proprio come tutti gli altri viventi del
pianeta.
Cosa sta cambiando, allora, nella nostra specie, se stiamo continuando a
evolverci? È possibile prevedere, o almeno ipotizzare, verso quali direzioni
potremmo evolverci in futuro? In che modo la nostra evoluzione biologica
potrebbe interagire con il cambiamento culturale, che ha un passo molto più
veloce della biologia? E infine, i cambiamenti nella nostra biologia in risposta
alle nuove pressioni selettive che stiamo imponendo su noi stessi – come
inquinamento, urbanizzazione, cambiamento climatico, degradazione ambientale, ma
anche nuove tecnologie e cambiamenti sociali e culturali – avranno esiti
adattativi o maladattativi?
Gli scienziati sono oggi in grado di rispondere a molte di queste domande grazie
al rapido miglioramento delle tecnologie di sequenziamento del DNA, che ha reso
possibile comparare in modo sempre più preciso il corredo genetico delle
popolazioni umane antiche e di quelle moderne. I risultati hanno confutato
l’idea che, soprattutto a partire dall’invenzione dell’agricoltura, gli esseri
umani siano rimasti pressoché identici a sé stessi dal punto di vista biologico
e abbiano risposto a condizioni di vita in rapido cambiamento solo grazie ad
adattamenti culturali. Al contrario: la selezione naturale ha continuato ad
agire, e di questa azione la letteratura scientifica offre molti esempi recenti
(recenti secondo una scala temporale evolutiva, e cioè avvenuti nelle ultime
migliaia di anni) e, in alcuni casi, recentissimi (che osserviamo “in diretta”,
cioè nel loro dispiegarsi nelle popolazioni contemporanee), dai quali emerge un
forte legame tra i cambiamenti biologici, in particolare genetici, e il contesto
sociale e culturale nel quale questi si verificano.
> L’adattamento che permise alle antiche popolazioni europee di pastori e
> agricoltori di digerire il latte anche in età adulta, un unicum tra i
> mammiferi, è un esempio perfetto del fenomeno noto come “coevoluzione
> geni-cultura”.
Tra gli esempi più conosciuti della nostra storia evolutiva recente vi è senza
dubbio l’adattamento che permise alle antiche popolazioni europee di pastori e
agricoltori di digerire il latte anche in età adulta, un unicum tra i mammiferi.
In risposta a un’inedita disponibilità di latte non umano, resa possibile dalla
domesticazione e dall’allevamento di bovini e ovini, in alcune popolazioni umane
si diffuse progressivamente la capacità di produrre l’enzima lattasi anche in
età adulta, e non solo durante l’infanzia. Questo enzima permette di digerire il
lattosio, e in quel contesto culturale garantiva ai suoi portatori un
significativo vantaggio adattativo. La variante genetica che consentiva di
esprimere la lattasi in età adulta si diffuse rapidamente, e rimase comune tra
le popolazioni che avevano adottato uno stile di vita pastorale, lasciando
ancora oggi un pattern geografico molto chiaro: frequenze elevate soprattutto in
Europa, dove probabilmente questa variante si è affermata, e in Nord America, e
molto più basse in varie regioni dell’Asia orientale, dove il consumo di latte e
latticini è storicamente limitato.
Quello dell’enzima lattasi è un esempio da manuale di un fenomeno noto tra gli
esperti come “coevoluzione geni-cultura”, a sottolineare la reciproca dipendenza
tra queste due dimensioni, e la capacità dei cambiamenti culturali di alterare
la nostra biologia, anche con conseguenze di lungo corso. Se la persistenza
della lattasi tra le popolazioni che consumano latte mostra quanto cultura e
geni si siano influenzati reciprocamente in passato, oggi, grazie alle nuove
tecnologie genomiche, possiamo osservare dinamiche simili quasi in tempo reale.
Alcuni degli esempi più interessanti approfonditi dagli studi scientifici
riguardano segnali molto recenti di evoluzione per selezione naturale, che
possiamo osservare quasi in presa diretta.
È il caso di un legame rilevato tra la fertilità degli individui e alcune
varianti genetiche aggregate (insiemi di varianti genetiche che contribuiscono a
determinare un certo tratto), che sembrano associate a caratteristiche come
livello d’istruzione, reddito e stato di salute. Analizzando i genomi di oltre
400.000 individui conservati nella UK Biobank, uno dei database genetici più
imponenti al mondo, un gruppo di ricercatori ha osservato che gli indici
poligenici associati a quello che gli economisti chiamano “capitale umano”, e
che comprende variabili come il livello di educazione, le capacità, il reddito,
la salute di un individuo, tendono a essere correlati a un tasso di fertilità
leggermente più basso della media.
> Analizzando i dati disponibili, i ricercatori hanno osservato che l’effetto
> della selezione naturale sembra essere più forte nei gruppi caratterizzati da
> una condizione socioeconomica più bassa.
Che chi ha un’istruzione e un reddito più elevato tenda ad avere meno figli è
noto e ampiamente confermato dai dati sperimentali. Nello studio in questione,
però, si compie un passo in più: si ipotizza che questa correlazione possa
essere rilevante anche dal punto di vista evolutivo, rappresentando un elemento
di “mediazione” di natura socioeconomica sulla selezione naturale. Analizzando i
dati disponibili, gli studiosi hanno osservato che l’effetto della selezione
naturale sembra essere più forte nei gruppi caratterizzati da una condizione
socioeconomica più bassa, mentre chi ha un “capitale umano” più alto appare meno
predisposto ad avere figli, e dunque ha un tasso di fertilità più basso.
Proiettando questi risultati nel tempo lungo dell’evoluzione, si può ipotizzare
che, se questa situazione si perpetuasse, la selezione naturale potrebbe
favorire i pattern genetici associati a un capitale umano più basso.
Chiaramente, questi risultati non possono essere usati per predire la direzione
evolutiva della nostra specie: il destino degli individui non è scolpito nei
loro geni, e le correlazioni osservate nello studio non indicano relazioni
causali – in particolare in un caso di studio come quello analizzato, in cui i
fattori sociali, economici e culturali hanno un ruolo primario. Tuttavia, queste
correlazioni sono un chiaro esempio di come le condizioni socioeconomiche e il
contesto culturale possano interagire con la nostra biologia, e potenzialmente,
nel lungo periodo, introdurre nuove pressioni selettive. I cambiamenti culturali
e tecnologici, infatti, modificano l’ambiente in cui viviamo, e di conseguenza
anche le caratteristiche e i comportamenti che aumentano o riducono il successo
riproduttivo e la probabilità di sopravvivenza (che sono i due parametri
principali su cui la selezione naturale agisce).
Un altro esempio è l’aumento massiccio di casi di miopia, condizione che,
secondo le previsioni, interesserà circa metà della popolazione mondiale entro
il 2050. Una ricerca ha analizzato un ampio campione di dati genetici, presi
ancora una volta dalla UK Biobank, per capire se la crescente diffusione di
questo difetto visivo possa essere in qualche modo guidata dall’azione della
selezione naturale. Prendendo in considerazione le frequenze alleliche di
diverse generazioni, i ricercatori hanno osservato che le varianti genetiche
associate a un maggiore rischio di sviluppare la miopia aumentano
sistematicamente nel tempo. Si tratta di un risultato apparentemente
controintuitivo: per quale motivo la selezione naturale dovrebbe favorire
varianti genetiche associate a un tratto che non sembra vantaggioso? Ma
l’apparenza inganna: gli studiosi hanno infatti scoperto che queste varianti
genetiche sono associate anche a un maggiore successo riproduttivo. La
selezione, dunque, agisce su altri effetti causati dagli alleli che,
incidentalmente, aumentano anche il rischio di miopia, il che rappresenta un
effetto collaterale del maggiore successo riproduttivo che sembra essere
assicurato da queste varianti genetiche. Questo non significa che l’epidemia di
miopia sia guidata solo dalla selezione naturale: la componente ambientale (ad
esempio, l’utilizzo sempre più diffuso e prolungato di schermi fin dalla tenera
età e la riduzione del tempo passato all’aperto) gioca un ruolo centrale, ma è
probabile che contribuisca, in parte, anche una dinamica selettiva.
> I cambiamenti culturali e tecnologici modificano l’ambiente in cui viviamo, e
> di conseguenza anche il successo riproduttivo e la probabilità di
> sopravvivenza. Un caso esemplare è il recente aumento di casi di miopia.
Non tutte le tracce recenti di evoluzione negli umani derivano da cambiamenti di
natura tecnologica o sociale: alcune rispondono direttamente alla necessità di
adattarsi a cambiamenti nelle condizioni ambientali. Lo studio della genetica
umana ha svelato, infatti, che neanche su scala locale gli esseri umani hanno
mai smesso di evolversi. Tra gli esempi più famosi vi è l’adattamento ai bassi
livelli di ossigeno negli ambienti di alta quota, condizione ambientale estrema
a cui popolazioni diverse hanno risposto con adattamenti specifici. Le comunità
che da millenni vivono nelle Ande, in Tibet e nell’altopiano etiopico mostrano
segni di selezione naturale positiva per alcuni geni associati a cambiamenti
fisiologici che, pur con strategie diverse, facilitano la sopravvivenza in
condizioni estreme come quelle degli ambienti di alta quota (bassa pressione
atmosferica, poco ossigeno nell’aria, maggiore esposizione ai raggi UV e
bassissima umidità). È un altro caso da manuale, questa volta di un fenomeno che
gli evoluzionisti chiamano “evoluzione convergente”: risposte adattative simili
a una stessa pressione selettiva, raggiunte però attraverso strategie biologiche
diverse.
Queste ricerche mostrano chiaramente come l’evoluzione biologica non appartenga
al passato remoto della nostra specie: al contrario, seppure in concomitanza con
molti altri fattori, la selezione naturale continua a plasmare il nostro
presente. I cambiamenti culturali e tecnologici, insieme alle profonde
trasformazioni ambientali con cui stiamo cambiando il volto del pianeta, non ci
sottraggono ai processi evolutivi. Piuttosto, noi stessi stiamo contribuendo,
oggi più che in ogni altra epoca della nostra storia evolutiva, a modificare gli
effetti che agiscono su di noi, alterando rapidamente le condizioni ambientali a
cui ci siamo adattati nel tempo e introducendo nuove pressioni selettive.
Dobbiamo dunque essere consapevoli di essere ancora una specie biologica e in
quanto tale soggetta alle leggi della natura, nonostante l’immenso potere di
alterare, consapevolmente o meno, la traiettoria evolutiva della nostra e delle
altre specie. E raggiungere questa consapevolezza richiede di imparare a fare i
conti con le conseguenze (anche) biologiche delle nostre scelte: è irragionevole
pensare che la profonda trasformazione degli ambienti naturali e la creazione di
nuovi habitat per noi umani (pensiamo al fatto che nel 2050 la maggior parte
della popolazione globale vivrà in ambienti urbani) non abbia alcuna conseguenza
biologica.
A oggi è impossibile prevedere con certezza quale potrà essere il risultato
evolutivo di questa interazione tra le nostre azioni e le risposte biologiche
che esse innescano: in termini di tempo evolutivo, le generazioni che sono state
sottoposte alle nuove condizioni ambientali sono ancora troppo poche per
identificare cambiamenti rilevanti. Eppure, le evidenze attuali sembrano
suggerire che i cambiamenti biologici già oggi in atto nelle popolazioni umane
non costituiscano di per sé prova di adattamento evolutivo benefico, o almeno
non del tutto.
L’esposizione a una varietà di inquinanti ambientali, gli impatti sanitari del
cambiamento climatico, la degradazione ambientale, l’adozione di uno stile di
vita industrializzato (che comprende comportamenti come sedentarietà, una dieta
poco variata e composta da cibi iperprocessati, largo consumo di alcol e
tabacco) sono tutte conseguenze dirette o indirette della nostra attività di
modificazione dell’ambiente, ed è dimostrato che abbiano impatti negativi sulla
salute umana: incidono sullo sviluppo fin dalle sue fasi iniziali, alterano il
nostro assetto epigenetico (che regola l’espressione del DNA, cioè l’avvio o
meno del processo di produzione di proteine), e possono modificare la
traiettoria della salute individuale per tutta la vita. Qualora simili effetti
sulla salute umana si protraessero per più generazioni, potrebbero iniziare a
incidere sul successo adattativo della specie, riducendone la capacità di
sopravvivenza e di riproduzione (quella che gli evoluzionisti definiscono
fitness).
Insomma, se davvero l’ambiente che abbiamo creato intorno a noi fosse
“patogenico”, cioè fosse causa della crisi sanitaria che oggi registriamo nelle
società industrializzate, ciò vorrebbe dire che noi umani ci siamo rinchiusi in
una trappola evolutiva, creando le condizioni per il nostro stesso declino. Non
un finale glorioso, per degli animali che hanno preteso di dimenticare la
propria origine biologica.
L'articolo L’evoluzione umana nell’Antropocene proviene da Il Tascabile.
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L a biologia evoluzionistica ha una storia strana. Per certi versi, la si
potrebbe definire asimmetrica: dalla presentazione della teoria di Darwin e
Wallace del 1858 (anche se, come i più appassionati sanno bene, il concetto di
evoluzione non nasce certo lì), all’integrazione con la genetica mendeliana, la
cosiddetta sintesi moderna intorno agli anni Trenta del Novecento, dagli
sviluppi della genetica molecolare nel secondo dopoguerra, alle teorie
sull’equilibrio punteggiato di Gould, alle recenti integrazioni con biologia
dello sviluppo, epigenetica e le ultime scoperte in campo genetico (tra cui lo
straordinario trasferimento genico orizzontale), l’impressione è che la materia
sia nata come argomento da copertina, quasi pop, per diventare via via sempre
più un tema di nicchia, adatto più che altro agli addetti ai lavori.
È chiaro che il successo straordinario di L’origine delle specie di Darwin e il
suo impatto sulla società sono praticamente impossibili da replicare ai giorni
nostri, ma rimane il fatto che un tema che occupava le prime pagine dei giornali
nella seconda metà del Diciannovesimo secolo sia, di fatto, quasi totalmente
scomparso da quelli che sono i grandi temi del dibattito scientifico, sociale e
culturale mainstream. Con un’unica eccezione: i continui attacchi e dibattiti
sulla veridicità della teoria.
Anche se alcuni di questi temi sanno un po’ di stantio per chi mastica bene la
materia, è indubbio che un aspetto che ha sempre tenuto viva l’attenzione almeno
di una parte del grande pubblico sulla biologia evoluzionistica sono state le
continue critiche degli antievoluzionisti. La storia è ben nota:
l’antievoluzionismo nasce nel Diciannovesimo secolo come reazione religiosa e
culturale alle idee di Darwin, soprattutto in contesti cristiani conservatori.
Poi, nel corso del Novecento, prende forma il creazionismo moderno, protagonista
di scontri pubblici come il celebre processo Scopes del 1925 negli Stati Uniti.
Col tempo, però, alcune posizioni si rivelano eccessivamente antiscientifiche
per restare a galla e così, ironicamente, è lo stesso antievoluzionismo a
evolversi: dagli anni Settanta si sviluppa il cosiddetto “disegno intelligente”,
una versione aggiornata di questa dottrina, che continua a influenzare il
dibattito pubblico, soprattutto sull’insegnamento dell’evoluzione delle scuole,
ma non solo. Ma il dibattito, in certi casi, viene riacceso grazie anche ad
alcuni studi scientifici tout-court, sfruttati ad arte. Ed è il caso di una
recente ricerca.
Uno studio condotto da un gruppo dell’Università di Haifa in collaborazione con
ricercatori del Ghana ha infatti riacceso un dibattito antico quanto la biologia
evolutiva: le mutazioni sono davvero eventi casuali? Oppure il genoma possiede
una sorta di predisposizione interna a generare alcune mutazioni più di altre?
La domanda non è banale, perché la casualità delle mutazioni è stata
storicamente uno dei pilastri della sintesi moderna. Non solo: uno studio del
genere potrebbe riportare in auge una sorta di finalismo nell’evoluzione, di
lamarckiana memoria. E il povero Lamarck, grande biologo che fu tra i primi a
dare dignità scientifica a tanti gruppi animali fino ai suoi tempi pressoché
ignorati, meriterebbe di essere ricordato per ben altro.
> Un nuovo studio ha riacceso un dibattito antico quanto la biologia evolutiva:
> le mutazioni sono davvero eventi casuali? Oppure il genoma possiede una sorta
> di predisposizione interna a generare alcune mutazioni più di altre?
Lo studio in questione, concentrato su una mutazione del gene APOL1 (che
conferisce resistenza a una forma di tripanosomiasi, meglio nota come malattia
del sonno), mostra che la variazione non si distribuisce in modo uniforme in
tutte le popolazioni umane: la mutazione, infatti, compare più frequentemente
nelle popolazioni dell’Africa sub-sahariana, le stesse in cui la malattia è, o è
stata, endemica. Gli autori propongono, con un linguaggio a tratti provocatorio,
l’idea che le mutazioni possano seguire una sorta di “forza interna”, cioè un
insieme di meccanismi intrinseci al genoma che, nel tempo, rendono più probabili
alcune variazioni rispetto ad altre.
L’elemento più interessante, e per certi versi destabilizzante, non è soltanto
la correlazione tra mutazione e ambiente selettivo, ma il fatto che
l’organizzazione del genoma stesso sembri creare canali preferenziali per
l’innovazione genetica. Quando i ricercatori citano fenomeni come la “fusione
genica”, intendono proprio questo: geni che interagiscono di frequente e che,
trovandosi spesso fisicamente vicini all’interno della cromatina (il complesso
formato da DNA e proteine che si trova nel nucleo delle cellule eucariotiche),
hanno una probabilità maggiore di fondersi. Ne deriva, almeno sulla carta, una
visione meno accidentale delle mutazioni, che non sarebbero soltanto il frutto
di errori casuali durante la replicazione del DNA, ma anche il risultato di una
struttura interna del genoma che orienta, in qualche misura, il tipo di
variazioni che possono emergere.
Nonostante la recente pubblicazione, lo studio sembra aver già sollevato
l’interesse di più di un sostenitore del disegno intelligente. E non è un caso:
è chiaro che una simile interpretazione può essere letta come una sfida alla
sintesi moderna. Come accennato in precedenza quest’ultima, nella sua
formulazione classica, si basa proprio sull’idea che la variazione genetica sia
essenzialmente casuale, mentre la selezione naturale funge da filtro non casuale
che amplifica le mutazioni vantaggiose. Ma quella che potrebbe apparire come
un’arma in mano ai sostenitori del disegno intelligente, in realtà, non è di
certo un’arma e forse nemmeno un proiettile.
> Molti ricercatori lavorano già da tempo a un’estensione concettuale della
> sintesi moderna che non nega la validità della selezione naturale, ma
> riconosce che l’origine della variazione ereditaria non è riducibile solo a
> mutazioni casuali.
Da almeno quarant’anni i biologi evoluzionisti sviluppano teorie che rivelano
come la realtà sia ben più complessa: lo sviluppo embrionale, l’epigenetica, la
regolazione genica, la struttura cromosomica, la plasticità fenotipica, la
costruzione di nicchia e la selezione multilivello sono tutti processi che
introducono vincoli e direzioni che la Modern synthesis originaria non
contemplava esplicitamente. Il che, da un certo punto di vista, non è di certo
inaspettato: in fondo si parla di una teoria nata quasi cento anni fa e che dai
tempi è stata integrata dall’apporto di centinaia di nuove scoperte.
E infatti, da questo punto di vista, lo studio non rappresenta necessariamente
una demolizione della sintesi moderna, quanto piuttosto l’ennesimo tassello che
invita ad ampliarla. Del resto, molti ricercatori lavorano già da tempo in
direzione di una Extended evolutionary synthesis, un’estensione concettuale che
non nega la validità della selezione naturale, ma riconosce che l’origine della
variazione ereditaria non è riducibile solo a mutazioni casuali. C’è un’intera
costellazione di meccanismi regolativi che condizionano ciò che può variare e in
che modo può farlo.
La lettura proposta da alcuni critici, secondo cui scoperte di questo tipo
aprirebbero le porte a un ritorno dell’ortogenesi, una teoria evolutiva oggi
abbandonata secondo cui l’evoluzione seguirebbe una direzione predeterminata,
guidata da una sorta di “forza” o impulso intrinseco alle specie, è però
forzata. Non c’è nulla, nei dati disponibili, che implichi un orientamento
finalistico dell’evoluzione, né una tendenza intrinseca verso la complessità, né
tantomeno una qualche volontà interna dei genomi. Si può parlare, con più
prudenza, di mutazioni non del tutto casuali nel senso statistico del termine:
distribuzioni non uniformi, predisposizioni legate all’organizzazione
cromatinica e alle pressioni ambientali. In altre parole, una complessità
maggiore. Discorso ben diverso dalla teleologia, in cui gli eventi accadono in
vista di un obiettivo prestabilito. Niente mutazioni che avvengono al fine di
contrastare malattie endemiche, insomma.
> Anche dai nuovi studi non emerge nulla che lasci pensare a un orientamento
> finalistico dell’evoluzione, né una tendenza intrinseca verso la complessità,
> né tantomeno una qualche volontà interna dei genomi.
Nello specifico, lo studio è focalizzato su un caso molto particolare e non
dimostra che le mutazioni in generale seguano schemi predittivi di questo tipo.
Ci sono anche altre considerazioni da fare: la correlazione tra mutazione e
ambiente non prova automaticamente che il genoma “scelga” di mutare in quella
direzione. Chi studia i meccanismi di riparazione del DNA, per esempio, sa bene
che certe regioni sono più esposte a rotture, altre più soggette a errori, altre
ancora più accessibili o meno protette. In tutti questi casi ci si discosta
dalla casualità “pura”, ma non per questo abbiamo mutazioni che operano con una
direzione preferenziale.
D’altro canto, è innegabile che il quadro si stia evolvendo verso una visione
più complessa della variazione. A partire dagli anni Novanta, con l’emergere di
concetti come il natural genetic engineering (termine coniato da James A.
Shapiro per indicare i meccanismi attivi di ristrutturazione del materiale
genico) o la facilitated variation, un’idea proposta da Marc Kirschner e John
Gerhart per spiegare come gli organismi possano produrre nuove varianti
evolutive in modo relativamente semplice ed efficiente grazie alla loro
architettura biologica, l’idea di un genoma del tutto passivo ha perso
credibilità. Gli organismi possiedono sistemi sofisticati per rispondere allo
stress, limitare i danni, modificare pattern di espressione, attivare trasposoni
o ricombinazioni non casuali. Questo non significa che tali sistemi abbiano un
fine evolutivo consapevole, ma che l’evoluzione, nel corso di milioni di anni,
ha selezionato organismi capaci di generare variazioni in modi più strutturati
rispetto al semplice “errore”.
Si parla sempre più spesso di evolvabilità, la capacità di un sistema biologico
come un gene, un organismo o un’intera popolazione, di generare una variazione
ereditabile su cui la selezione naturale può agire. L’evolvabilità stessa può
essere selezionata: un organismo in grado di produrre variazioni utili (ad
esempio grazie a una maggiore plasticità fenotipica) ha un vantaggio in ambienti
particolarmente mutevoli. Vedendola sotto questa luce, la direzionalità
dell’evoluzione non è un piano preordinato, ma l’effetto emergente di vincoli,
strutture interne e pressioni selettive che rendono alcuni percorsi, molto
semplicemente, più probabili di altri.
Ragionando in questi termini, si potrebbe pensare alla direzionalità come a una
proprietà statistica: non un tragitto obbligato, ma una certa tendenza a
muoversi lungo percorsi più agevoli. L’organizzazione del genoma, i pattern di
regolazione, la struttura delle reti metaboliche e di sviluppo, la storia
evolutiva precedente (ciò che Stephen Jay Gould chiamava contingency)
contribuiscono tutti a creare una direzionalità, ma tutto questo non implica un
fine, né un progresso. Comporta invece che l’evoluzione non sia un cammino del
tutto aperto, bensì un processo che si muove all’interno di un ventaglio di
possibilità limitate.
> Gli studi sulle mutazioni non casuali ci invitano a riconsiderare i meccanismi
> interni del genoma: non dei banali replicatori che incappano in errori
> casuali, bensì un sistema complesso che possiede vincoli, predisposizioni e
> una storia che ha modellato la sua possibilità stessa di mutare.
È ben difficile dire che la sintesi moderna sia morta o in declino. Al giorno
d’oggi, invece, affermare che è incompleta è quasi un’ovvietà. Ha funzionato, e
funziona tuttora, come un quadro teorico essenziale, ma il suo riduzionismo
basato sulla genetica, che si rivelò cruciale nel periodo in cui fu elaborata,
non è in grado di esaurire la complessità dei processi evolutivi emersi dalla
genomica, dalla biologia dello sviluppo, dall’epigenetica e dalle scoperte
biologiche più recenti. Siamo probabilmente in una fase di trasformazione, in
cui la Modern synthesis sta diventando parte di una visione più ampia. Non si
tratta di sostituirla completamente, ma di integrarla con nuovi concetti e nuove
prove scientifiche.
Il lavoro su APOL1 non annuncia il ritorno del lamarckismo né un nuovo “slancio
vitale”, ma ricorda che l’evoluzione è un processo molto più ricco e dinamico
rispetto allo schema che comprende una mutazione casuale unita alla selezione
naturale. Ci invita a considerare i meccanismi interni del genoma non come dei
banali replicatori che ogni tanto incappano in errori casuali, ma come un
sistema complesso che possiede vincoli, predisposizioni e, soprattutto, una
lunghissima storia antecedente, che ha modellato la sua possibilità stessa di
mutare. Lo studio di Haifa, come ho già detto, non si rivela un’arma contro la
sintesi moderna, ma forse nemmeno un proiettile. Anzi, è più probabile il
contrario: potrebbe aggiungere un tassello in più in un’architettura sempre più
meravigliosamente complessa e che solo in questi decenni si sta rivelando ai
nostri occhi.
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D a secoli filosofi, teologi e scienziati si chiedono come abbia avuto origine
la vita sulla Terra. La questione è tutt’altro che semplice, e oggi una
moltitudine di laboratori in giro per il mondo dedica la propria ricerca a
trovare una risposta capace di soddisfare ogni dubbio. Si trovano ad andare
indietro nel tempo, sino a quando la Terra doveva ancora compiere il suo primo
miliardo di anni, quando gli oceani ribollivano per l’attività vulcanica e
l’aria era percossa da fulmini. È lì che idrogeno e anidride carbonica hanno
alterato la storia del nostro pianeta, dando vita a molecole organiche. Ed è da
queste basi chimiche ‒ attraverso fasi intermedie ‒ che riteniamo si
svilupparono gli acidi nucleici. Un punto di svolta dev’essere stato la comparsa
degli aminoacidi e la loro incorporazione nel codice genetico come lo conosciamo
oggi, con le sequenze di DNA e RNA che custodiscono l’informazione e i ribosomi
che la traducono in proteine, ossia catene di aminoacidi che rappresentano i
mattoni fondamentali per la vita.
Ma per affrontare la questione, bisogna innanzitutto stabilire cosa si intenda
con “vita”, e in secondo luogo perché alcune delle molecole indispensabili siano
apparse ben prima che esistessero le prime cellule.
L’essere umano prova a replicare le condizioni per la nascita della vita almeno
dal 1953, quando gli scienziati Harold Urey e Stanley Miller progettarono un
apparato di vetro per simulare le condizioni della Terra primordiale. I due
crearono un sistema chiuso; riscaldarono acqua con idrogeno, metano e ammonio, e
simularono l’effetto dei fulmini con scariche elettriche. Lasciarono che il
miscuglio gassoso si condensasse e cadesse di nuovo in acqua come pioggia. Nel
giro di una settimana, il finto oceano che avevano creato era diventato marrone
per le biomolecole e gli aminoacidi che si erano formati.
Oggi, oltre settant’anni dopo l’esperimento, il risultato principale rimane
valido: nelle condizioni simulate dai ricercatori, la materia abiotica – ovvero
non vivente – può dare origine a molecole organiche. Tuttavia, sappiamo che
probabilmente la composizione atmosferica della Terra primordiale era differente
da quella considerata da Urey-Miller. Per esempio, i due non inclusero
nell’esperimento lo zolfo, elemento che oggi sappiamo essere stato fondamentale
al tempo della nascita delle prime forme di vita. L’esclusione dello zolfo rende
impossibile la formazione della metionina, un aminoacido che invece, stando al
lavoro di Sawsan Wehbi e colleghi, sarebbe una delle prime molecole a essere
incorporate nel codice genetico.
> L’essere umano prova a replicare le condizioni per la comparsa della vita
> almeno dal 1953, quando gli scienziati Harold Urey e Stanley Miller
> progettarono un apparato di vetro per simulare le condizioni della Terra
> primordiale.
Un’altra teoria ipotizza che la vita abbia avuto origine nelle sorgenti
idrotermali di profondità marine, ferite sul fondale degli oceani da cui
fuoriesce acqua calda e ricca di minerali. Qui, il ferro minerale reagisce con
l’acqua per produrre idrogeno che, a sua volta, potrebbe reagire con l’anidride
carbonica per produrre formiato, acetato e piruvato – molecole organiche
fondamentali per il metabolismo di una cellula. Tuttavia, anche su questo
rimangono aperti vari punti: secondo alcuni studiosi non è possibile che la vita
primordiale potesse tollerare temperature tanto alte, e ricerche recenti
esplorano anche le sorgenti termali terrestri come possibile culla della vita.
In uno studio del 2024, pubblicato su Nature Communications, i ricercatori hanno
sintetizzato solfuri di ferro in scala nanometrica, incluse forme pure e
versioni arricchite con elementi come manganese, nichel, titanio e cobalto.
Hanno esposto questi campioni all’idrogeno gassoso e all’anidride carbonica in
condizioni che simulavano quelle delle sorgenti calde, con temperature comprese
tra 80 e 120 gradi Celsius. Così facendo sono riusciti a produrre metanolo da
solfuri di ferro con manganese. Sembra inoltre che anche luce e vapore acqueo
ricoprano un ruolo cruciale: la luce UV nello spettro del visibile può
facilitare le reazioni, abbassando l’energia di attivazione; la presenza di
vapore acqueo, pur in alcuni casi ostacolante a basse temperature, può favorire
la sintesi alle temperature più alte.
Una volta formatesi le molecole organiche, ci troviamo di fronte a un dilemma
spesso paragonato a quello dell’uovo e della gallina: è venuto prima il
materiale genetico o le proteine? Per lungo tempo, si è guardato all’RNA come
candidato favorevole, poiché oltre a essere una molecola codificante è in grado
di catalizzare reazioni chimiche, come fanno le proteine. Tuttavia, bisogna
capire se una struttura fragile come quella dell’RNA possa essere sorta nelle
dure condizioni del brodo primordiale e, sinora, nessuno è riuscito a ottenerlo
in condizioni ambientali che simulassero quelle del mondo prebiotico.
Ma esiste un’altra possibilità, esplorata di recente, secondo cui sarebbero
invece le proteine ad aver visto la luce per prime. Fra i promotori di questa
teoria c’è Andrew Pohorille, direttore del Center for Computational Astrobiology
and Fundamental Biology della NASA, scomparso nel 2024. Le proteine sono
molecole più semplici da produrre rispetto agli acidi nucleici, il problema è
che le catene amminoacidiche non sono in grado di replicarsi da sole. L’ipotesi
di Pohorille prevede che esse siano diventate nel tempo un sistema di
conservazione delle informazioni, non replicabile e meno complesso di quello
odierno basato sugli acidi nucleici, e che la loro presenza abbia favorito la
comparsa dell’RNA. Quest’ultimo avrebbe poi preso il sopravvento.
Un indizio su questo fronte arriva da uno studio congiunto della Stony Brook
University e del Lawrence Berkeley National Laboratory. È possibile che sulla
Terra primordiale avvenisse la sintesi di corti polimeri, ovvero molecole
formate da più unità, dette monomeri, a formare sequenze casuali. Non è chiaro,
tuttavia, come possa essere avvenuto il salto a catene più lunghe con sequenze
particolari in grado di autocatalizzarsi, ovvero di aumentare la propria
concentrazione nell’ambiente.
I ricercatori Elizaveta Guseva, Ronald Zuckermann e Ken Dill hanno investigato i
processi fisici e chimici alla base di questo passaggio, basandosi su un modello
di ripiegamento di polimeri che Dill aveva sviluppato in precedenza. Hanno
scoperto che alcune piccole catene possono collassare a formare strutture
compatte in acqua. La maggior parte delle molecole si ripiega in modo da esporre
solo le parti idrofile, ma alcune si comportano diversamente: espongono parti
idrofobe che attraggono le parti simili di altri polimeri. Di qui può avvenire
la formazione di molecole più complesse, che si ripiegano e possono anche
diventare catalizzatori. Per quanto rare, queste molecole tenderebbero a
crescere nel brodo prebiotico e potrebbero avere un ruolo nella nascita della
vita.
> Le proteine potrebbero essere emerse come prime molecole organiche, fornendo
> un sistema di conservazione delle informazioni, non replicabile e meno
> complesso di quello basato sugli acidi nucleici, e la loro presenza potrebbe
> aver favorito la comparsa dell’RNA.
La questione, quindi, è duplice: dapprima è necessario comprendere che aspetto
avesse il mondo primordiale e poi si può investigare quali delle molecole
disponibili si rivelarono essenziali per lo sviluppo delle prime forme di vita.
Uno studio del 2000 provò a stabilire in quale ordine siano apparsi i venti
aminoacidi odierni. Ben nove dei dieci trovati con l’esperimento di Urey-Miller
erano in cima alla lista; ciò fu considerato una riprova dell’importanza
dell’esperimento, e del fatto che questo non si limitava a dimostrare che la
sintesi abiotica degli aminoacidi fosse possibile. Edward N. Trifonov, autore
dello studio, partiva dal presupposto che gli aminoacidi più diffusi prima
dell’origine della vita fossero stati i primi a essere incorporati nel codice
genetico. Ma, osservando le antiche sequenze, questo si rivela non essere del
tutto vero.
Uno studio recente, condotto presso l’Università dell’Arizona, ha messo in
discussione l’idea che il codice genetico sia nato seguendo l’ordine di
reclutamento degli aminoacidi comunemente accettato. Supponendo che le sequenze
più antiche siano più ricche di quegli aminoacidi che sono stati incorporati per
primi, e non per forza degli aminoacidi che erano presenti in maggior quantità 4
miliardi di anni fa, si trovano risposte diverse. Ci sono aminoacidi che non
erano abbondanti, ma che le antiche forme di vita sono riuscite a utilizzare
comunque, probabilmente perché hanno funzioni uniche e importanti. “Siamo
partiti da un assunto: che l’antica Terra poteva produrre tanti aminoacidi, ma
non tutti venivano necessariamente utilizzati dalle forme di vita primitive”, mi
racconta Sawsan Wehbi, tra gli autori dello studio. “Non eravamo soddisfatti
degli studi precedenti. Volevamo riaprire la domanda sull’ordine di reclutamento
degli aminoacidi, che fino a oggi è stato considerato come un assioma”.
> Secondo alcune stime, il nostro ultimo antenato comune universale (LUCA),
> risalirebbe a 4,2 miliardi di anni fa, il che implicherebbe che la sua
> comparsa abbia richiesto un tempo geologico sorprendentemente breve rispetto
> all’origine della Terra.
L’idea del gruppo di ricerca era viaggiare indietro nel tempo fino al momento in
cui il codice genetico stava prendendo vita. Parliamo del periodo in cui è
apparso LUCA (acronimo di Last Universal Common Ancestor), una cellula da cui si
ipotizza siano derivate tutte le forme di vita odierne. Recentemente, si è
stimato che LUCA sia vissuto 4,2 miliardi di anni fa e quindi che la sua
comparsa abbia richiesto un tempo geologico sorprendentemente breve rispetto
all’origine della Terra. Tracce di come doveva essere questo organismo
primordiale vivono dentro ognuno di noi, dentro gli alberi, i funghi e i
batteri. La cellula si è duplicata, poi le sue figlie si sono duplicate e loro
figlie hanno fatto lo stesso, e nel tempo le mutazioni e la selezione naturale
hanno guidato la differenziazione degli organismi.
Studiare LUCA è complicato perché il nostro antenato non esisteva in un mondo
vuoto. Aveva dei predecessori, la cui storia evolutiva non ci è ancora chiara, e
appare come un caotico e incessante trasferimento di geni. Oltretutto, non è
detto che LUCA fosse un solo organismo. Potrebbe anche essere stato una comunità
di organismi che condividevano geni e caratteristiche utili alla sopravvivenza.
In questa lettura, più che un singolo ente biologico, LUCA rappresenterebbe un
periodo di tempo.
Wehbi e colleghi hanno deciso di guardare non agli aminoacidi che esistevano
nell’ambiente, ma solo a quelli che le prime sequenze biotiche scelsero di
incorporare. Dunque, hanno considerato come evento spartiacque proprio la
nascita del codice genetico, e hanno paragonato sequenze che risalgono a poco
prima con sequenze che risalgono a poco dopo. Possiamo supporre che le catene
più antiche che incontriamo siano ricche di quegli aminoacidi che il codice
genetico scelse per primi, e povere di quelli che furono scelti per ultimi. E
non è tutto: dentro un’antica sequenza di aminoacidi Sawsan Wehbi e i suoi
colleghi hanno trovato segmenti che si sono duplicati varie volte e si sono
conservati. Questo significa che esistono sequenze così antiche che appartengono
a un tempo in cui le proteine venivano tradotte in altri modi. È un dato
cruciale, perché presuppone l’esistenza di codici genetici più antichi degli
acidi nucleici, e viene a cadere l’idea che il corrente sistema di trascrizione
e traduzione dell’informazione genetica sia l’unica possibilità.
Lo studio ha rivelato anche che la vita primordiale preferiva aminoacidi più
piccoli, mentre gli aminoacidi che contengono atomi di metallo sono stati
incorporati molto prima di quanto si pensasse in precedenza. “Sapere quali
aminoacidi furono usati al principio della vita sulla Terra è importante perché
ci permette di sapere che tipo di mondo biotico c’era. Ci sono tanti tipi
diversi di aminoacidi che il pianeta può produrre, ma questo non significa che
la vita li utilizzerà”, spiega Wehbi. “La cosa che mi ha stupito di più è stata
scoprire che quello che studiamo ha implicazioni in tantissime aree della
scienza. Questa ricerca è stata utilizzata in diversi ambiti di ricerca, non
solo nella biologia, ma si è rivelata utile anche per come concepiamo la vita
nello spazio, per le missioni della NASA, per la ricerca di molecole organiche
lontano dal suolo terrestre. Abbiamo cambiato il paradigma”.
> L’esistenza di proteine antecedenti all’RNA presuppone l’esistenza di codici
> genetici più antichi degli acidi nucleici, e mette in discussione l’idea che
> il corrente sistema di trascrizione e traduzione dell’informazione genetica
> sia l’unica possibilità.
Tutto questo è possibile perché gli studiosi oggi sono in grado di ripercorrere
le tracce di LUCA e analizzare le sequenze del periodo in cui il codice genetico
era in costruzione. Lo si fa attraverso un lavoro di ricerca nei database e di
sequenziamento proteico per ricostruire la storia evolutiva delle sequenze – di
fatto, si guarda alla radice dell’albero filogenetico di una sequenza e si cerca
di capire a quando risale. Nel caso di questo studio, i ricercatori hanno scelto
di focalizzarsi sui domini proteici, che sono generalmente più antichi delle
proteine che compongono.
LUCA probabilmente aveva altre forme di vita intorno a sé, ma non sono
sopravvissute e non ci hanno lasciato indizi. Retrocedendo nel tempo, le domande
si fanno più intricate e le risposte più nebulose. Chi è comparso per primo,
l’RNA, il DNA o le proteine? E com’è arrivato il DNA a diventare il ricettario
favorito dalle forme di vita? Ancora più indietro nel tempo, rimane da capire
come arrivarono le prime molecole organiche a polimerizzare, a formare DNA, RNA
e aminoacidi, e di lì come fecero le sequenze a duplicarsi o tradursi in
proteine. Le macromolecole hanno bisogno di allungarsi e ripiegarsi per
funzionare e l’ambiente precoce avrebbe impedito la formazione di stringhe così
lunghe. Non a caso, la vita prese piede quando comparvero le membrane, che si
richiusero intorno alle macromolecole e le protessero dall’ambiente esterno. E
dunque come, e quando, comparvero le membrane? Come fu la prima duplicazione di
una cellula? Avvenne in un unico luogo geologico, o in molti posti
simultaneamente? “La cosa più bella”, commenta Sawsan Wehbi, “è che per ognuna
di queste domande esiste almeno un laboratorio nel mondo dedicato interamente a
studiarla”.
L'articolo La vita prima della vita proviene da Il Tascabile.