U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo
un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti
circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime
dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno
cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i
nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la
possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa
è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa,
si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle
comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino
a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni
potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come
una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal
proprio antenato selvatico.
La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di
una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere
umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è
stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa,
quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una
sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare
radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei
suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per
recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero
aiutarci a prevedere un possibile futuro.
La domesticazione: percorsi e nicchie
Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della
domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate
sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio
ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica
caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione
sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi
quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi
ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di
bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire
dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno
oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le
distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o
addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato
dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come
dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle
relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra
esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione
nei contesti delle prime società agricole”.
> Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le
> diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle
> società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione
> diretta.
Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei
rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire
traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati
differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un
esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a
circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan
settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti,
briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è
pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno
studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi,
intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche.
La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e
che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra
le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della
domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda
Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali
comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere
umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla
domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo
ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che
ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione
unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però,
che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello
della preda e la gestione diretta.
Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra
le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che
forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di
individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi
di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da
parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente
dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami
sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A
questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo.
Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la
maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente
cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando
le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di
caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria
gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se
gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee.
Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri
umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per
ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che
sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che
richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e
per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in
quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche
comportamentali ritenute prerequisiti essenziali.
I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus
scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della
preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero
tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi
così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate
indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina.
> Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo,
> poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante
> domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua
> diversità culturale.
Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali
della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in
questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco
vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e
animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in
cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero
trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di
loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella
domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi,
influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero
interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie
evolutive.
Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre
stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto
dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in
atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente
umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un
sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa
accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle
specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la
domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato
l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno
successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”.
Da selvatico a domestico
Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra
mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri
umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente
aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del
1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a
spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati
dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna
Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni
felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond
rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si
assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è
un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche
biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta
flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in
cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una
struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet
Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi
(2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista
di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata
inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la
capacità di riprodursi liberamente.
> Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e
> comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni
> nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o
> arrotolate e orecchie pendenti.
Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il
paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal
Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche
autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli
animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono
con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per
esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con
determinati animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli
di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una
scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri
umani e altre specie.
Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del
mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro –
condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali,
noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella
sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di
cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si
osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella
pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A
questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una
riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo,
code più corte o arrotolate e orecchie pendenti.
Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri
umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse
caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista
russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato
negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero
selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione
verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli
pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e,
successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi
successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica
per alcuni aspetti controversi.
> I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale
> per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da
> renderla diversa dal proprio antenato selvatico.
Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a
essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello
delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la
lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni
scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science,
gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che
vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da
una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali,
scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la
cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la
maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una
riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali
coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di
molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la
comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici.
Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana,
dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti
assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come
descrive Cucchi:
> Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene
> che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali
> e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi
> 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa
> selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione
> fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni
> sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più
> inclini alla violenza reattiva.
Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un
alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome
da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più
esaminate.
Avanti il prossimo!
Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le
prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo
domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione
all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile.
L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene
(2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli
esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e
accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione
dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni
presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe.
> C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un
> candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e
> relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli.
O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla
realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di
polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di
completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare
allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia.
Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più
adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei
tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la
domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato
in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la
sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista
della sostenibilità.
Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più
recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi
recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle
specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino
alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le
carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state
effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata
modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica
coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi
scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca.
Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022,
sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra
comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed
evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai
rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa
dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della
selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato
evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze
culturali più che a vantaggi funzionali.
Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della
spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci
avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli
spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si
impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre.
L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
Tag - evoluzione
L a biologia evoluzionistica ha una storia strana. Per certi versi, la si
potrebbe definire asimmetrica: dalla presentazione della teoria di Darwin e
Wallace del 1858 (anche se, come i più appassionati sanno bene, il concetto di
evoluzione non nasce certo lì), all’integrazione con la genetica mendeliana, la
cosiddetta sintesi moderna intorno agli anni Trenta del Novecento, dagli
sviluppi della genetica molecolare nel secondo dopoguerra, alle teorie
sull’equilibrio punteggiato di Gould, alle recenti integrazioni con biologia
dello sviluppo, epigenetica e le ultime scoperte in campo genetico (tra cui lo
straordinario trasferimento genico orizzontale), l’impressione è che la materia
sia nata come argomento da copertina, quasi pop, per diventare via via sempre
più un tema di nicchia, adatto più che altro agli addetti ai lavori.
È chiaro che il successo straordinario di L’origine delle specie di Darwin e il
suo impatto sulla società sono praticamente impossibili da replicare ai giorni
nostri, ma rimane il fatto che un tema che occupava le prime pagine dei giornali
nella seconda metà del Diciannovesimo secolo sia, di fatto, quasi totalmente
scomparso da quelli che sono i grandi temi del dibattito scientifico, sociale e
culturale mainstream. Con un’unica eccezione: i continui attacchi e dibattiti
sulla veridicità della teoria.
Anche se alcuni di questi temi sanno un po’ di stantio per chi mastica bene la
materia, è indubbio che un aspetto che ha sempre tenuto viva l’attenzione almeno
di una parte del grande pubblico sulla biologia evoluzionistica sono state le
continue critiche degli antievoluzionisti. La storia è ben nota:
l’antievoluzionismo nasce nel Diciannovesimo secolo come reazione religiosa e
culturale alle idee di Darwin, soprattutto in contesti cristiani conservatori.
Poi, nel corso del Novecento, prende forma il creazionismo moderno, protagonista
di scontri pubblici come il celebre processo Scopes del 1925 negli Stati Uniti.
Col tempo, però, alcune posizioni si rivelano eccessivamente antiscientifiche
per restare a galla e così, ironicamente, è lo stesso antievoluzionismo a
evolversi: dagli anni Settanta si sviluppa il cosiddetto “disegno intelligente”,
una versione aggiornata di questa dottrina, che continua a influenzare il
dibattito pubblico, soprattutto sull’insegnamento dell’evoluzione delle scuole,
ma non solo. Ma il dibattito, in certi casi, viene riacceso grazie anche ad
alcuni studi scientifici tout-court, sfruttati ad arte. Ed è il caso di una
recente ricerca.
Uno studio condotto da un gruppo dell’Università di Haifa in collaborazione con
ricercatori del Ghana ha infatti riacceso un dibattito antico quanto la biologia
evolutiva: le mutazioni sono davvero eventi casuali? Oppure il genoma possiede
una sorta di predisposizione interna a generare alcune mutazioni più di altre?
La domanda non è banale, perché la casualità delle mutazioni è stata
storicamente uno dei pilastri della sintesi moderna. Non solo: uno studio del
genere potrebbe riportare in auge una sorta di finalismo nell’evoluzione, di
lamarckiana memoria. E il povero Lamarck, grande biologo che fu tra i primi a
dare dignità scientifica a tanti gruppi animali fino ai suoi tempi pressoché
ignorati, meriterebbe di essere ricordato per ben altro.
> Un nuovo studio ha riacceso un dibattito antico quanto la biologia evolutiva:
> le mutazioni sono davvero eventi casuali? Oppure il genoma possiede una sorta
> di predisposizione interna a generare alcune mutazioni più di altre?
Lo studio in questione, concentrato su una mutazione del gene APOL1 (che
conferisce resistenza a una forma di tripanosomiasi, meglio nota come malattia
del sonno), mostra che la variazione non si distribuisce in modo uniforme in
tutte le popolazioni umane: la mutazione, infatti, compare più frequentemente
nelle popolazioni dell’Africa sub-sahariana, le stesse in cui la malattia è, o è
stata, endemica. Gli autori propongono, con un linguaggio a tratti provocatorio,
l’idea che le mutazioni possano seguire una sorta di “forza interna”, cioè un
insieme di meccanismi intrinseci al genoma che, nel tempo, rendono più probabili
alcune variazioni rispetto ad altre.
L’elemento più interessante, e per certi versi destabilizzante, non è soltanto
la correlazione tra mutazione e ambiente selettivo, ma il fatto che
l’organizzazione del genoma stesso sembri creare canali preferenziali per
l’innovazione genetica. Quando i ricercatori citano fenomeni come la “fusione
genica”, intendono proprio questo: geni che interagiscono di frequente e che,
trovandosi spesso fisicamente vicini all’interno della cromatina (il complesso
formato da DNA e proteine che si trova nel nucleo delle cellule eucariotiche),
hanno una probabilità maggiore di fondersi. Ne deriva, almeno sulla carta, una
visione meno accidentale delle mutazioni, che non sarebbero soltanto il frutto
di errori casuali durante la replicazione del DNA, ma anche il risultato di una
struttura interna del genoma che orienta, in qualche misura, il tipo di
variazioni che possono emergere.
Nonostante la recente pubblicazione, lo studio sembra aver già sollevato
l’interesse di più di un sostenitore del disegno intelligente. E non è un caso:
è chiaro che una simile interpretazione può essere letta come una sfida alla
sintesi moderna. Come accennato in precedenza quest’ultima, nella sua
formulazione classica, si basa proprio sull’idea che la variazione genetica sia
essenzialmente casuale, mentre la selezione naturale funge da filtro non casuale
che amplifica le mutazioni vantaggiose. Ma quella che potrebbe apparire come
un’arma in mano ai sostenitori del disegno intelligente, in realtà, non è di
certo un’arma e forse nemmeno un proiettile.
> Molti ricercatori lavorano già da tempo a un’estensione concettuale della
> sintesi moderna che non nega la validità della selezione naturale, ma
> riconosce che l’origine della variazione ereditaria non è riducibile solo a
> mutazioni casuali.
Da almeno quarant’anni i biologi evoluzionisti sviluppano teorie che rivelano
come la realtà sia ben più complessa: lo sviluppo embrionale, l’epigenetica, la
regolazione genica, la struttura cromosomica, la plasticità fenotipica, la
costruzione di nicchia e la selezione multilivello sono tutti processi che
introducono vincoli e direzioni che la Modern synthesis originaria non
contemplava esplicitamente. Il che, da un certo punto di vista, non è di certo
inaspettato: in fondo si parla di una teoria nata quasi cento anni fa e che dai
tempi è stata integrata dall’apporto di centinaia di nuove scoperte.
E infatti, da questo punto di vista, lo studio non rappresenta necessariamente
una demolizione della sintesi moderna, quanto piuttosto l’ennesimo tassello che
invita ad ampliarla. Del resto, molti ricercatori lavorano già da tempo in
direzione di una Extended evolutionary synthesis, un’estensione concettuale che
non nega la validità della selezione naturale, ma riconosce che l’origine della
variazione ereditaria non è riducibile solo a mutazioni casuali. C’è un’intera
costellazione di meccanismi regolativi che condizionano ciò che può variare e in
che modo può farlo.
La lettura proposta da alcuni critici, secondo cui scoperte di questo tipo
aprirebbero le porte a un ritorno dell’ortogenesi, una teoria evolutiva oggi
abbandonata secondo cui l’evoluzione seguirebbe una direzione predeterminata,
guidata da una sorta di “forza” o impulso intrinseco alle specie, è però
forzata. Non c’è nulla, nei dati disponibili, che implichi un orientamento
finalistico dell’evoluzione, né una tendenza intrinseca verso la complessità, né
tantomeno una qualche volontà interna dei genomi. Si può parlare, con più
prudenza, di mutazioni non del tutto casuali nel senso statistico del termine:
distribuzioni non uniformi, predisposizioni legate all’organizzazione
cromatinica e alle pressioni ambientali. In altre parole, una complessità
maggiore. Discorso ben diverso dalla teleologia, in cui gli eventi accadono in
vista di un obiettivo prestabilito. Niente mutazioni che avvengono al fine di
contrastare malattie endemiche, insomma.
> Anche dai nuovi studi non emerge nulla che lasci pensare a un orientamento
> finalistico dell’evoluzione, né una tendenza intrinseca verso la complessità,
> né tantomeno una qualche volontà interna dei genomi.
Nello specifico, lo studio è focalizzato su un caso molto particolare e non
dimostra che le mutazioni in generale seguano schemi predittivi di questo tipo.
Ci sono anche altre considerazioni da fare: la correlazione tra mutazione e
ambiente non prova automaticamente che il genoma “scelga” di mutare in quella
direzione. Chi studia i meccanismi di riparazione del DNA, per esempio, sa bene
che certe regioni sono più esposte a rotture, altre più soggette a errori, altre
ancora più accessibili o meno protette. In tutti questi casi ci si discosta
dalla casualità “pura”, ma non per questo abbiamo mutazioni che operano con una
direzione preferenziale.
D’altro canto, è innegabile che il quadro si stia evolvendo verso una visione
più complessa della variazione. A partire dagli anni Novanta, con l’emergere di
concetti come il natural genetic engineering (termine coniato da James A.
Shapiro per indicare i meccanismi attivi di ristrutturazione del materiale
genico) o la facilitated variation, un’idea proposta da Marc Kirschner e John
Gerhart per spiegare come gli organismi possano produrre nuove varianti
evolutive in modo relativamente semplice ed efficiente grazie alla loro
architettura biologica, l’idea di un genoma del tutto passivo ha perso
credibilità. Gli organismi possiedono sistemi sofisticati per rispondere allo
stress, limitare i danni, modificare pattern di espressione, attivare trasposoni
o ricombinazioni non casuali. Questo non significa che tali sistemi abbiano un
fine evolutivo consapevole, ma che l’evoluzione, nel corso di milioni di anni,
ha selezionato organismi capaci di generare variazioni in modi più strutturati
rispetto al semplice “errore”.
Si parla sempre più spesso di evolvabilità, la capacità di un sistema biologico
come un gene, un organismo o un’intera popolazione, di generare una variazione
ereditabile su cui la selezione naturale può agire. L’evolvabilità stessa può
essere selezionata: un organismo in grado di produrre variazioni utili (ad
esempio grazie a una maggiore plasticità fenotipica) ha un vantaggio in ambienti
particolarmente mutevoli. Vedendola sotto questa luce, la direzionalità
dell’evoluzione non è un piano preordinato, ma l’effetto emergente di vincoli,
strutture interne e pressioni selettive che rendono alcuni percorsi, molto
semplicemente, più probabili di altri.
Ragionando in questi termini, si potrebbe pensare alla direzionalità come a una
proprietà statistica: non un tragitto obbligato, ma una certa tendenza a
muoversi lungo percorsi più agevoli. L’organizzazione del genoma, i pattern di
regolazione, la struttura delle reti metaboliche e di sviluppo, la storia
evolutiva precedente (ciò che Stephen Jay Gould chiamava contingency)
contribuiscono tutti a creare una direzionalità, ma tutto questo non implica un
fine, né un progresso. Comporta invece che l’evoluzione non sia un cammino del
tutto aperto, bensì un processo che si muove all’interno di un ventaglio di
possibilità limitate.
> Gli studi sulle mutazioni non casuali ci invitano a riconsiderare i meccanismi
> interni del genoma: non dei banali replicatori che incappano in errori
> casuali, bensì un sistema complesso che possiede vincoli, predisposizioni e
> una storia che ha modellato la sua possibilità stessa di mutare.
È ben difficile dire che la sintesi moderna sia morta o in declino. Al giorno
d’oggi, invece, affermare che è incompleta è quasi un’ovvietà. Ha funzionato, e
funziona tuttora, come un quadro teorico essenziale, ma il suo riduzionismo
basato sulla genetica, che si rivelò cruciale nel periodo in cui fu elaborata,
non è in grado di esaurire la complessità dei processi evolutivi emersi dalla
genomica, dalla biologia dello sviluppo, dall’epigenetica e dalle scoperte
biologiche più recenti. Siamo probabilmente in una fase di trasformazione, in
cui la Modern synthesis sta diventando parte di una visione più ampia. Non si
tratta di sostituirla completamente, ma di integrarla con nuovi concetti e nuove
prove scientifiche.
Il lavoro su APOL1 non annuncia il ritorno del lamarckismo né un nuovo “slancio
vitale”, ma ricorda che l’evoluzione è un processo molto più ricco e dinamico
rispetto allo schema che comprende una mutazione casuale unita alla selezione
naturale. Ci invita a considerare i meccanismi interni del genoma non come dei
banali replicatori che ogni tanto incappano in errori casuali, ma come un
sistema complesso che possiede vincoli, predisposizioni e, soprattutto, una
lunghissima storia antecedente, che ha modellato la sua possibilità stessa di
mutare. Lo studio di Haifa, come ho già detto, non si rivela un’arma contro la
sintesi moderna, ma forse nemmeno un proiettile. Anzi, è più probabile il
contrario: potrebbe aggiungere un tassello in più in un’architettura sempre più
meravigliosamente complessa e che solo in questi decenni si sta rivelando ai
nostri occhi.
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S colaresche ciarliere, turisti provenienti da tutto il mondo, bambine e bambini
che sfuggono dalle mani dei genitori, impazienti di ciò che li attenderà.
Nonostante il caos, l’ingresso del Natural History Museum di Londra mantiene la
sua solennità, in un’atmosfera che si manifesta appieno quando la visitatrice o
il visitatore alza lo sguardo al di sopra della scalinata, lì dove sorge la
statua di Charles Darwin. Terminato dallo scultore Joseph Edgar Boehm nel 1885,
tre anni dopo la morte dello studioso, questo monumento celebra “uno di quei
rari ministri e interpreti della natura i cui nomi segnano epoche nel progresso
della conoscenza naturale”, come lo descriveva Thomas Huxley, a quel tempo
presidente della Royal Society, che forse ricordava ancora il peso del feretro
sorretto durante i funerali. Le emozioni evocate dal marmo candido e dalla cifra
neoclassica dell’opera si diradano man mano che ci si avvicina alla scultura. Le
gambe incrociate, una mano che stringe le dita dell’altra, gli occhi che
guardano altrove. Si coglie una particolare inquietudine, la stessa rivelata
nelle pagine di L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles
Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione dello scrittore e divulgatore
scientifico David Quammen, libro apparso per la prima volta nel 2008 e
ripubblicato nel 2025 con un’introduzione di Telmo Pievani.
> Quammen lascia da parte le peripezie di Darwin in viaggio sul Beagle, per
> condurci attraverso un’avventura meno nota e più privata: la lunga e
> tormentata elaborazione della sua teoria e del volume che la portò nel mondo.
Quammen racconta di essere stato inizialmente poco convinto della necessità di
imbarcarsi nella scrittura di una nuova biografia su Charles Darwin: chi lo
aveva preceduto ‒ tra cui Janet Browne con i suoi due tomi Charles Darwin:
Voyaging e Charles Darwin: The Power of Place, e Adrian Desmond e James Moore
con Darwin: The Life of a Tormented Evolutionist ‒, aveva già ampiamente
trattato la vita e le opere del padre della teoria dell’evoluzione. L’editore
James Atlas fugò i dubbi dello scrittore replicando che le biografie precedenti
avrebbero dovuto essere la sua fonte e non i suoi potenziali concorrenti. Ciò
che gli chiedeva era un saggio conciso e letterario, più che didattico. Atlas
ebbe una buona intuizione. L’evoluzionista riluttante lascia da parte le
peripezie di Darwin in viaggio sul Beagle, per condurci attraverso un’altra
avventura: l’elaborazione della sua teoria e la scrittura e pubblicazione di
L’origine delle specie, la cui prima edizione vide la luce nel 1859. L’autore
non ci trascina in una serie di date, luoghi ed eventi: ci accompagna in
un’indagine interiore basata su numerose fonti, tra cui i corposi scambi
epistolari e gli scritti personali.
Il libro è suddiviso per intervalli temporali: parte dal 1837, poco dopo il
ritorno a Londra dalla spedizione nell’Oceano Pacifico, quando Darwin era ancora
un giovanotto “ambizioso, intellettualmente ridestatosi da una post-adolescenza
sonnolenta e animato da grandi aspettative”, per arrivare all’anno della sua
morte, il 1882, con una moglie, dieci figli, una logorante stanchezza e sei
edizioni del libro che cambiò per sempre la nostra conoscenza e percezione della
vita sulla Terra. A differenza del monumento di cui sopra, il Charles Darwin
svelato dalla penna di David Quammen è tutt’altro che solido e forte, ma al pari
di una statua ‒ e di qualsiasi essere umano ‒ mostra luci e ombre.
> L’idea che Darwin covava non era solo rivoluzionaria, per l’epoca, era anche
> pericolosa: non esisteva alcun disegno superiore, l’universo era governato da
> leggi, non dal capriccio divino, e la trasmutazione delle specie per selezione
> naturale è una di queste.
Tra le parole dell’opera scorgiamo un uomo ambizioso in preda a insicurezze e
ansie, generoso e calcolatore, razionale ma pronto a credere alla
pseudomedicina, riservato e al contempo in cerca di gloria. Una tempesta
interiore che lo consumerà a fondo per oltre quarant’anni, tanto che fino alla
fine dei suoi giorni soffrirà di tachicardia, nausea, accessi di vomito, mal di
testa e di “una flatulenza fuori dalla norma”. La sua carriera cominciò nel
1837, prima come geologo e scrittore, poi allargandosi alle scienze naturali.
Durante questi anni, in cui gli vennero tributati i primi riconoscimenti da
parte della comunità scientifica e che trascorse all’insegna di una certa
mondanità (che abbandonò piuttosto presto), covò segretamente un’idea pericolosa
e rivoluzionaria. Davanti all’estrema varietà di animali che aveva osservato e
che stava studiando, non poté più mentire a sé stesso. Non c’era nessun
“orologiaio”, come supposto dalla teologia naturale di William Paley, nessun
architetto aveva progettato gli esseri viventi che popolano il nostro pianeta.
Già altri avevano ipotizzato che le specie non fossero immutabili, in questo
caso, però, si trattava di compiere un passo ulteriore. Come scrive Quammen:
“L’idea che Darwin stava suggerendo andava oltre la selezione naturale:
l’universo è governato da leggi, non dal capriccio divino, e la trasmutazione
delle specie per selezione naturale altro non è che una di queste leggi”. Lo
stesso Darwin confidò al botanico Joseph Dalton Hooker, suo amico e
collaboratore, che affermare che le specie mutassero nel tempo sarebbe equivalso
a confessare di avere commesso un assassinio. Aveva ragione: in questo modo
stava uccidendo Dio e, soprattutto, quell’afflato divino che separa l’essere
umano dagli altri animali. È questo il motivo per cui Charles Darwin impiegò più
di vent’anni per condividere le sue scoperte?
> Darwin sapeva che affermare che le specie mutassero nel tempo equivaleva a
> confessare un assassinio: quello di Dio, e dell’afflato divino che a lungo
> aveva separato l’essere umano dagli altri animali.
Quammen vaglia le diverse ipotesi e lo fa osservando da vicino la vita del
naturalista inglese. L’autore ci mostra Darwin mentre annota le proprie idee sui
piccoli taccuini che nasconde nella giacca, oppure durante le attività
quotidiane, impegnato a inviare lettere a colleghi, conoscenti e perfetti
sconosciuti per raccogliere campioni e informazioni provenienti da tutto il
mondo. Per pagine e pagine ci troviamo a seguire il protagonista lungo gli anni
di attenta ed estenuante classificazione dei cirripedi, una sottoclasse di
Crostacei tra cui ci sono i più conosciuti balani. Quello che poteva sembrare un
lavoro noioso e di poca rilevanza, è stato in realtà un allenamento fondamentale
per imparare a osservare le innumerevoli variazioni tra popolazioni di questi
strani animali e capire quanto la tassonomia fosse una questione di genealogia e
non di metafisica; inoltre contribuì ad accrescere l’autorevolezza dell’autore,
cosa fondamentale quando si è sul punto di proporre una teoria rivoluzionaria.
Ma Quammen non si limita a raccontare uno scienziato: Charles Darwin è anche un
marito innamorato che non vuole ferire con il proprio materialismo la
cattolicissima moglie, e cugina, Emma Wedgwood; è un padre addolorato che perde
Annie, la figlia prediletta, a soli dieci anni; è un uomo curioso che ama le
piccole cose, come la quotidianità in campagna, la routine e una manciata di
tabacco da fiuto.
> Se il Darwin naturalista aveva una motivazione scientifica per non credere in
> un dio, il Darwin uomo covava una convinzione più intima: un essere divino non
> potrebbe permettere che una bambina di dieci anni muoia tra atroci sofferenze,
> come era successo alla sua Annie.
In un gioco di incastri, cause ed effetti, l’autore mostra come le scelte
professionali di Darwin debbano molto alle sue vicissitudini e al suo
temperamento. La sua riluttanza era alimentata dall’insicurezza, dal desiderio
di tranquillità, dal timore di mandare in frantumi un confortevole status quo.
Finché la paura di perdere la pace non si trasformò nel terrore di essere
superato, quando Alfred Russell Wallace, commerciante di animali di umili
origini e fondatore della biogeografia, mostrò di essere quasi giunto alle sue
stesse conclusioni. E se il Darwin naturalista aveva una motivazione scientifica
per non credere in un dio, il Darwin uomo covava una convinzione più intima: un
essere divino non potrebbe permettere che una dolce bambina muoia soffrendo,
come era accaduto ad Annie. Darwin confermerà questa sua riflessione anche nella
lettera del 1860 indirizzata al botanico Asa Gray:
> Io non riesco a vedere, con la stessa semplicità di altri, le prove del
> disegno e della benevolenza divini tutt’attorno a noi. Mi sembra che nel mondo
> vi sia troppa miseria. Non riesco a persuadermi del fatto che un Dio benevolo
> e onnipotente abbia creato di proposito gli Ichneumonidae con la precisa
> intenzione che si nutrissero del corpo dei bruchi ancora vivi, divorandolo
> dall’interno, o che un gatto dovesse giocare con i topi.
Se siamo qui ancora oggi a parlare di Charles Darwin è anche perché, come
ricorda David Quammen, c’è ancora molta strada da fare nella comprensione
pubblica dell’evoluzione. Raccontare Darwin non significa solo esercitare la
memoria storica, ma è un modo efficace per rendere accessibili i meccanismi
dell’evoluzione a chi ancora non li conosce o non li accetta pienamente. Se
diamo uno sguardo ai sondaggi aggiornati al 2024 dell’organizzazione
statunitense GallUp, una parte consistente degli americani intervistati non
crede nella teoria dell’evoluzione: il gruppo più ampio, che si attesta al 37%
dei partecipanti, è quello dei “creazionisti puri”, convinti che Dio abbia
creato gli esseri umani nella forma attuale negli ultimi 10.000 anni, il 34%
crede che l’evoluzione sia stata guidata dalla divinità e il 24% accetta che gli
esseri umani si siano evoluti da altre forme di vita nel corso di milioni di
anni, senza il coinvolgimento divino. In Europa la situazione è differente, con
il 74% dei partecipanti a una ricerca della BBVA Foundation secondo cui gli
esseri umani si sono evoluti a partire da specie animali precedenti e il
rimanente 26% che afferma che siamo stati creati da Dio più o meno nella forma
odierna.
> Leggere la storia di Charles Darwin oggi non significa solo esercitare la
> memoria storica, è anche un modo efficace per rendere accessibili i meccanismi
> dell’evoluzione a chi ancora non li conosce, o non li accetta pienamente.
Eppure, leggendo L’evoluzionista riluttante, diventa chiaro che l’importanza
della storia di Charles Darwin risiede proprio, come evidenzia Telmo Pievani
nella sua introduzione, in quella coralità presa in prestito dallo scrittore e
drammaturgo William Faulkner, che rende ai nostri occhi evidente l’impresa
scientifica come opera umana e collettiva. È il procedere per prove ed errori,
il confronto, il vaglio della comunità scientifica, la curiosità, l’ambizione,
il progresso che modifica e amplia le conoscenze tanto faticosamente
conquistate. “Nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes”, siamo come
nani sulle spalle dei giganti, sosteneva nel Medioevo Bernardo di Chartres
(ripreso da Isaac Newton secoli dopo).
Tornando con la mente alle sale del Natural History Museum di Londra e
immaginando di dare le spalle alla statua di Darwin, la vastità e la varietà
delle collezioni e il numero delle persone che quotidianamente le visitano
rendono palpabile questa eredità comune. Da questa prospettiva risuonano le
parole che chiudono L’origine delle specie:
> Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte
> capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre
> il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è
> evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite
> forme estremamente belle e meravigliose.
L'articolo L’evoluzionista riluttante di David Quammen proviene da Il Tascabile.