di Marco Pozzi
Una ragazza, nata a Genova, da due anni e mezzo, seguendo il fratello, si dedica
alla ginnastica, gareggia, a vari livelli, campionessa italiana al volteggio –
tre anni consecutivi – oltre a trave, volteggio, a ventun anni si ritira
dall’attività agonistica per viaggiare in Africa come volontaria. Quattro righe
di biografia, una persona che evolve.
È la storia raccontata in Salto avanti – la ginnastica, l’Africa, la mia vita,
scritta da Arianna Rocca con Ilaria Leccardi, pubblicata dall’editore
alessandrino Capovolte. Nel libro c’è competizione, sport, rapporto col cibo,
infortuni, crisi di panico, vittorie e confitte, e tanta vita: scrittura
ordinaria ma pulita, ottimo reportage esistenziale. È un racconto semplice e
genuino di cosa significa fare sport a livello agonistico; anche senza
televisioni o sponsor al seguito, né milioni di euro o record mondali, ma
seriamente, in maniera immersiva, totalizzante.
Il libro Salto avanti parla di tutto ciò, di una ragazzina in una famiglia come
tante, trasferimenti nella provincia di Alessandria, a Serravalle Scrivia e
Novi, tra il lavoro in fabbrica e i fine settimana a sciare. Parla di un atleta
che va a scuola, sempre diversa dagli altri, coi professori avvertiti dai
genitori, di assenze per ritiri e gare; e i professori che appendevano gli
articoli alla parete dopo le sue gare, per gratificarla, ma che attiravano
alcune invidie delle compagne, fino all’accusa di assentarsi per evitare il
compito in classe, fino alle minacce di botte. Racconta i rapporti con le
compagne di squadra e la società, confidenze profonde con allenatrici e
allenatori, le amicizie spassionate, nei tempi delle lezioni la mattina a
scuole, prima di volare direttamente in palestra, e studiare dopo le dieci, con
sveglia alle cinque per terminare.
Parla del rapporto col proprio corpo, che per una ginnasta è prioritario. “La
ginnastica è uno sport totalizzante. […] Se fatta ad alto livello ti impegna
gran parte della giornata, di ogni giornata, fin dalla piccola età.” Allenarsi,
fin da piccola, implica cadute, traumi, usura: una caduta sulla trave che
provoca un’abrasione sul fianco, una cicatrice e dolore per mesi; un errore la
porta ad atterrare sul cemento, e botte continue a schiena e piedi, lo
scivolamento di una vertebra. “Starnutivo e sentivo dolore alla schiena. Mi
cadeva la penna per terra, mi chinavo a raccoglierla e partivano le fitte.
Arrivai anche a pensare si smettere”. Significa vivere in costante tensione, che
bastasse una storta per strada o un’indigestione per compromettere un lavoro di
mesi. Il mondo diventa un campo minato, una selva di minacce sempre in agguato.
Il libro parla del tempo che passa, di cosa vuol dire crescere per un’atleta:
“Tanti anni fa, siamo entrate in palestra che eravamo degli scriccioli e
guardavamo le ginnaste più grandi come modelli. Poi abbiamo iniziato a crescere
e siamo diventate noi il punto di riferimento per le nuove piccoline”. E
guardandosi intorno, ci si guarda dentro: “negli ultimi anni i sacrifici sono
raddoppiati, le soddisfazioni dimezzate”.
A vent’anni si presentano le crisi. “Pensavo al movimento e di colpo non
riuscivo più a eseguirlo”, l’inizio d’un percorso col terapeuta: “stavo
schiacciando Arianna. Facevo finta che certe emozioni non esistessero, quando in
realtà c’erano, e forti. Ma io le tenevo dentro. Iniziai a piangere di più, a
lasciarmi andare, a vedere le cose da un’altra prospettiva. Iniziai a capire che
anche nelle situazioni negative ci possono essere lati positivi”. Poi, un
giorno, durante un allenamento al corpo libero “d’improvviso vidi tutto bianco.
Iniziai a urlare forte. Attorno a me solo silenzio. E le mie grida. Sentivo di
non avere il controllo della mia persona, il cervello era in tilt. Singhiozzavo,
gridavo”. Tranquillizzata, dopo l’allenamento, trascorrere al telefono con la
terapeuta il viaggio in auto verso l’università a Genova.
E poi, #Ultimoshow, “qui si tratta di finire una carriera”, un pensiero che è
nato dopo l’esclusione agli Europei, a ventun anni, che in breve porta alla gara
d’addio e a un volo direzione Dar Es Salaam, scalo Istanbul. Con l’associazione
IOP Italia (Ilula Orphan Program) a Ilula Arianna aiuta in una scuola elementare
che accoglie orfani, lavorando con le sue conoscenze sportive; e poi il progetto
“ginnastica senza età”, rivolto a persone adulte, con attività motoria blanda e
musica in sottofondo. Si convalida il pensiero che girava in testa all’ultima
gara: “Venticinque metri a separarmi dal mio addio alla ginnastica. A separarmi
da un mondo che, già lo so, non lascerò mai completamente.”
Questi solo alcuni degli infiniti elementi che concorrono allo stato d’animo di
un atleta professionista. Da tale caos interiore è nato il desiderio di Arianna
di lasciare quel modo di vivere, di fare altro, di andare altrove. Di
“smettere”, si dice comunemente, come se, una volta lasciato l’agonismo, il “non
fare ginnastica” implicasse una dimensione esistenziale in negativo, vuota, non
altrettanto meritevole, non altrettanto veritiera. Forse, per capire cosa accade
dentro a un’atleta che compie una tale scelta, è invece utile pensare a una
continuità naturale fra il prima e il dopo: che sia sempre la stessa persona che
si esprime in maniera diversa, come chiunque, in Tanzania con gli orfani o al
volteggio in palestra.
L'articolo Il “Salto avanti” di Arianna Rocca: un racconto autentico del caos
interiore di un atleta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Ginnastica
Si chiama mobility training ed è il nuovo mantra del fitness che promette di
farci invecchiare meglio. Non è stretching, non è yoga e non è nemmeno il solito
allenamento funzionale: è un lavoro mirato sulle articolazioni per recuperare e
mantenere ampiezza, controllo e forza nei movimenti. Nato in ambito
fisioterapico e riabilitativo, oggi l’allenamento della mobilità sta uscendo
dalle nicchie per intercettare una fascia molto concreta: gli over 50, quando
rigidità, dolori ricorrenti e piccoli “blocchi” (collo, schiena, anche) iniziano
a farsi sentire anche senza traumi evidenti. Il trend è diventato più “cool”
grazie ai social, ai podcast sulla longevità. E anche grazie agli endorsement:
Jennifer Aniston, per esempio, ha attribuito la sua forma fisica “agile” a
sessioni regolari con un metodo che mescola Pilates e fisioterapia e mette la
mobilità al centro. Ma al di là dell’effetto celebrity, la domanda vera è
un’altra: dopo i 50, l’allenamento della mobilità è davvero uno strumento
efficace per preservare autonomia e qualità della vita? E cosa dice, oggi, la
medicina dello sport?
L’esperto: “Dopo i 50 anni cambia il comportamento delle articolazioni”
“Con l’età non ‘si irrigidiscono’ solo i muscoli, ma cambia soprattutto il
comportamento delle articolazioni e del sistema neuromuscolare che le controlla
– spiega al FattoQuotidiano.it il professor Rolando Bolognino, biologo
nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione
sportiva. Riduzione del liquido sinoviale, perdita di elasticità
capsulo-legamentosa, minore attivazione dei muscoli stabilizzatori e più
sedentarietà fanno il resto. Una quota di rigidità è fisiologica, ma gran parte
di dolori a collo, schiena e anche non è inevitabile: è spesso l’effetto di
articolazioni che non vengono più portate regolarmente a fine corsa in modo
controllato. La buona notizia è che questa perdita di mobilità è in parte
recuperabile, anche dopo i 50, se si lavora su ampiezza di movimento e
controllo, non solo su stretching passivo”.
L’allenamento della mobilità può aiutare a prevenire infortuni e cadute negli
over 50?
“Sì, ma con una precisazione importante: non perché ‘allunga’, ma perché
migliora il controllo del movimento. Le evidenze più solide indicano benefici su
equilibrio, coordinazione e stabilità articolare, fattori chiave nella
prevenzione delle cadute. Una recente meta-analisi sul Journal of Sports
Sciences mostra miglioramenti funzionali nella maggioranza degli studi
analizzati. Il punto non è diventare più flessibili, ma più competenti nel
muoversi, soprattutto in situazioni impreviste, che sono quelle in cui avvengono
gli infortuni”.
COSA PRENDERE SUL SERIO E ANDARE OLTRE IL TREND
La mobilità andrebbe allenata prima che compaiano i dolori, a qualsiasi età?
“Certamente. Dal punto di vista della medicina dello sport, la mobilità è una
‘assicurazione funzionale’ a lungo termine. Lavorare su anche, colonna e spalle
in età giovane riduce compensi, sovraccarichi e microtraumi che negli anni
diventano dolore cronico. Aspettare che compaia il dolore è come occuparsi dei
denti solo quando serve una devitalizzazione: si può fare, ma si arriva tardi e
con meno margine di recupero”.
Quanto basta e cosa evitare: c’è il rischio che anche la mobilità diventi una
moda?
“Il rischio esiste, come per ogni trend fitness. Bastano 5-10 minuti al giorno,
con movimenti semplici, lenti e controllati, focalizzati su anche, colonna e
caviglie. Da evitare sequenze acrobatiche, forzature a freddo e imitazioni viste
sui social senza contesto. La mobilità efficace non deve ‘spettacolarizzare’ il
movimento, ma renderlo più stabile e sicuro. Se diventa una performance, ha già
perso il suo senso”.
L'articolo “Bastano 5-10 minuti al giorno, benefici soprattutto per gli over
50”: cos’è il Mobility training, l’ultima ossessione fitness (anche di Jennifer
Aniston) che promette di far invecchiare meglio proviene da Il Fatto Quotidiano.
È subito battaglia alla prima udienza a Monza del processo che vede sul banco
degli imputati Emanuela Maccarani, accusata di maltrattamenti e vessazioni
morali sulle giovani stelle della ginnastica ritmica. New entry nelle fila
difensive: il pezzo da novanta è una celebrity del Foro di Milano, Federico
Cecconi, protagonista nell’assoluzione del suo assistito Silvio Berlusconi nel
processo Ruby ter ottenuta – secondo lui – non per un cavillo (come qualcuno
aveva malignato) ma per questioni di sostanza. Sarà. Accompagnato da un paio di
assistenti, sgargianti calzettoni turchesi con i rombi, a suo modo elegante,
calca la scena con autorevolezza e grande self confidence. Al suo fianco la
veterana Danila Di Domenico che oggi tace per dare spazio al più celebre
collega.
Cecconi fa capire subito di che pasta è fatto: pronti via, chiede la nullità del
decreto che dispone il giudizio e la conseguente riformulazione del capo di
imputazione, viziato da genericità e indeterminatezza, secondo lui. A seguire il
tentativo di ‘fare fuori’ le parti civili, prima Francesca Majer in qualità di
vittima di violenza assistita, poi l’associazione ChangeTheGame, già ammessa
nell’udienza preliminare. Ancora cavilli per difendere Emanuela Maccarani, poker
face di una lunga e grigia mattina in tribunale. Biondissima e algida,
imperscrutabile e un po’ torva, si pone come regina che soffre di lesa maestà.
Al suo fianco il marito Moreno Buccianti meno composto della moglie. Davanti
alle accusatrici, non si trattiene e si lascia andare a risatine inopportune e
sguardi in tralice.
Presenti Anna Basta e Beatrice Tornatore, ormai abituate alle complesse e
snervanti liturgie giudiziarie. Il collegio presieduto da Roberta Russo si
ritira, lunga pausa di circa un’ora e mezza. Si torna in aula ma a questa
tornata Cecconi perde, ammessa Francesca Majer, nessun ritocco al capo di
imputazione, resta anche ChangeTheGame non come parte civile ma come ente
rappresentativo di interessi lesi dal reato al quale sono estesi diritti e
facoltà della persona offesa.
Questa mano va così ma il prossimo round sarà caratterizzato ancora dal braccio
di ferro fra accusa e difesa in merito alla cosiddetta lista testi: praticamente
un lenzuolo quella presentata da Maccarani che vuole portare in aula un pizzico
del brio da palcoscenico di Luca Bizzarri che di quei fatti non sa nulla ma
potrebbe parlare di percezioni, si spera non extrasensoriali. C’è un po’ la
qualunque in questo listone: dalle atlete di un tempo, le fedelissime, genitori
a vario titolo, l’ex presidente della FGI Gherardo Tecchi, un parterre da ‘prima
repubblica’. Eppure, nelle aule dove si celebrano i processi, dovrebbero parlare
le persone che hanno avuto un ruolo nei fatti contestati, non amici o amici
degli amici.
Lo sport è un terreno scivoloso, chi resta tesserato fatica a parlare contro un
sistema di cui continua a fare parte, chi veste una divisa idem. Ma c’è anche
chi soffre di una autentica dipendenza psicologica e alla fine si convince che
in fondo quei metodi erano e restano l’unica via per ottenere un minimo di
successo, per danzare come piume su una pedana. Questa la tesi concordata da
tutti i personaggi coinvolti in questa vicenda fino ai vertici.
Un caso, questo di Emanuela Maccarani, che si gioca sulla confusione fra
sacrificio e rispetto, sulla dicotomia fra disciplina e reato, sul dualismo
drammatico fra chi ha talento e chi non lo ha o chi alla fine di questi metodi
non ne ha potuto più. In fondo, nonostante la nuova legge sui safeguarder, la
difesa della dignità delle atlete è ancora un miraggio, una opportunità di
dibattere fra ‘esperti’ più che un’opportunità di reale svolta. I survivors sono
in buona parte ancora invisibili, un ingombro, un peso. Something to talk about,
così, a tempo perso.
L'articolo Caso Farfalle: Emanuela Maccarani affida la difesa a Cecconi, ex
legale di Berlusconi. Subito battaglia sulle parti civili proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Fisico scolpito, esecuzione tecnica perfetta, coordinazione da campione. Yuri
Chechi non smette mai di stupire e a 57 anni ha mostrato uno stato di forma
invidiabile. Sport & Salute, società pubblica che si occupa della promozione
dello sport in Italia, ha pubblicato sul proprio profilo Instagram uno video che
ritrae l’ex ginnasta, dominatore negli anelli, campione olimpico e diverse volte
medaglia d’oro anche ai Mondiali, impegnato in un difficilissimo esercizio alla
sbarra nella palestra di casa (che ricorda anche i vecchi allenamenti in epoca
Covid). Un esercizio svolto alla perfezione e che visto a rallentatore mostra
anche la straordinaria coordinazione e la perfezione dei vari gesti tecnici.
L'articolo A 57 anni l’esercizio è ancora perfetto: il video dell’incredibile
allenamento di Jury Chechi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Isabelle Marciniak era già diventata una delle stelle della ginnastica ritmica
brasiliana. È morta oggi, 26 dicembre, all’età di 18 anni. La giovane
campionessa era affetta da un linfoma di Hodgkin.
La Federazione di Ginnastica del Paraná ha confermato ufficialmente la notizia.
“Che la sua storia, la sua passione per lo sport e il suo ricordo continuino a
vivere come fonte di ispirazione per tutti coloro che credono nella ginnastica
come strumento di formazione umana e trasformazione“, si legge in un post
pubblicato sui social. Originaria di Araucária, nella regione metropolitana di
Curitiba, Isabelle Marciniak faceva parte della squadra di ginnastica ritmica
del Clube Agir.
La talentuosa 18enne aveva già vinto diversi titoli di alto livello: nel 2021 si
è laureata campionessa brasiliana di ginnastica ritmica a livello individuale.
Nello stesso anno aveva conquistato l’oro nella palla e l’argento nel nastro.
Nonostante la malattia, Isabelle aveva continuato a essere un punto di
riferimento per la sua squadra e nel 2023 aveva ottenuto il titolo nel trio
senior del Paranaense di gruppi, prima di doversi fermare per affrontare le cure
oncologiche.
CHE COS’È IL LINFOMA DI HODGKIN
Il linfoma di Hodgkin che ha colpito Isabelle Marciniak è un tumore raro del
sistema linfatico che origina dai linfociti B, cellule del sistema immunitario.
Si distingue per la presenza delle cellule di Reed-Sternberg, cellule tumorali
giganti che scatenano un’infiammazione nei tessuti linfatici. Il sintomo più
frequente è l’ingrossamento indolore dei linfonodi (collo, ascelle o inguine),
spesso accompagnato da febbre, sudorazioni notturne, perdita di peso e prurito.
Colpisce principalmente gli over 60 e i giovani, come la campionessa brasiliana.
L'articolo Morta Isabelle Marciniak, campionessa di ginnastica ritmica
brasiliana: aveva 18 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
La ginnasta Carlotta Ferlito ha comunicato ai suoi follower di essersi
sottoposta a un intervento chirurgico, pubblicando un aggiornamento dal letto
d’ospedale. L’ex atleta olimpica ha spiegato la situazione attraverso un lungo
messaggio diffuso su Instagram, dopo mesi in cui aveva ridotto la propria
presenza sui social, anticipando di aver affrontato sia difficoltà fisiche sia
il lutto per la perdita della madre.
Nel suo post, Ferlito ha chiarito: “Ciao bamboli, come vi rendo partecipi di
tutto da circa 15 anni, condivido con voi il fatto che, tra le mie innumerevoli
sfighe, mi sono dovuta sottoporre all’intervento di isteroscopia. Nonostante sia
un argomento molto personale, sento di doverne parlare. Se la mia storia può
essere d’aiuto per qualcuna delle donzelle che mi segue, sentirò che questi
lunghi mesi d’inferno siano serviti a qualcosa”. Ha poi ricordato di aver
inserito una spirale sei mesi fa “semplicemente per evitare un flusso lungo,
abbondante e doloroso”.
Ferlito ha descritto l’evoluzione della situazione: “Dopo tre mesi in cui la
situazione di assestamento era gestibile, ho passato i successivi tre in
condizioni pietose, con dolori allucinanti e tutto il resto che potete
immaginare“. Ha riferito di aver provato a resistere, come consigliato, ma che
appariva evidente come il suo organismo stesse reagendo negativamente: “Era più
che evidente che il mio corpo stesse tentando di rigettare il dispositivo in
tutti i modi possibili”. Ha raccontato gli effetti sulla vita quotidiana:
“Uscire di casa mi sembrava la cosa più difficile del mondo finalmente sono
libera“.
La ginnasta ha inoltre spiegato i passi successivi: “Sto attendendo l’esame
istologico. Poi mi sottoporrò a delle analisi specifiche, così solo dopo un
quadro ormonale, tiroideo e compagnia bella si potrà decidere il da farsi”. Ha
precisato che il suo intento non è criticare dispositivi o professionisti:
“Condivido solo perché all’inizio, quando ho dovuto documentarmi, non ho trovato
nessuno che ne parlasse”. In chiusura, Ferlito ha espresso riconoscenza verso
chi l’ha assistita: “Ringrazio tutti i medici che mi hanno presa a cuore. Spero
di trovare la soluzione che faccia al caso mio presto. Adesso sto prendendo
mille antibiotici, il tempo di riprendermi e torno a spaccare il mondo“.
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L'articolo “Ho vissuto dei mesi d’inferno, con dolori allucinanti. Ho messo una
spirale ma il mio corpo voleva rigettarla in ogni modo”: Carlotta Ferlito
aggiorna i fan sulle sue condizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.