Il superG di Crans Montana ha dato indicazioni positive all’Italia in vista di
Milano–Cortina – con il secondo posto di Sofia Goggia – ma anche una delusione
enorme a Laura Pirovano, sciatrice azzurra che aveva quasi portato a termine la
gara della vita e stava per trionfare in Svizzera. Poi l’errore alla penultima
porta ha compromesso tutto. E quell’errore ha scatenato una reazione d’istinto
in telecronaca Rai, con protagonisti Enrico Cattaneo e Nadia Fanchini, presto
diventati virali sui social, soprattutto su X.
Pirovano per tutta la prova era stata nettamente la più veloce, mettendo in
mostra passaggi perfetti e un’aggressività che le avrebbe consentito di ottenere
la prima vittoria in carriera in Coppa del mondo di sci alpino. Purtroppo un
errore nel finale l’ha costretta a saltare la penultima porta e a dire addio ai
sogni di gloria. Ed è lì che in particolare Nadia Fanchini ha urlato fortissimo
in cuffia. Urlo amplificato ovviamente dal microfono, che non avrà fatto piacere
ai telespettatori.
A ciò si aggiunge la “gufata” involontaria di pochi attimi prima, quando
Pirovano stava sciando benissimo e Franchini – commentando – ha esclamato:
“Entrata strettissima, bravissima. Sta sciando da paura, anche qui è super
presente, sta sciando benissimo…”, poi la voce interrotta proprio nel momento in
cui Pirovano ha commesso l’errore fatale e l’urlo in cuffia: “No! No!“, che non
ha sicuramente fatto bene alle orecchie di chi stava ascoltando.
> L’urlo della disperazione all’errore di Laura Pirovano. Il microfono. Le mie
> cuffie. Le mie orecchie, le vostre orecchie. #FISAlpine
> #CransMontanapic.twitter.com/OVtwRQLxOa
>
> — LALLERO (@see_lallero) January 31, 2026
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l’errore di Laura Pirovano durante il superG di Crans Montana proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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“Sinner mi ha scritto un messaggio dopo ogni prova cronometrata a Kiztbuhel,
dandomi un’enorme motivazione, e poi mi ha mandato i complimenti dopo la
vittoria“. Giovanni Franzoni oggi è la grande speranza dell’Italia ai Giochi
Olimpici di Milano-Cortina 2026, ha vinto il superG a Wengen, ma soprattutto ha
trionfato in discesa a Kitzbuhel, su una delle piste più difficili e pericolose
del mondo. Insomma, l’anno in corso è stato quello della sua esplosione nello
sci.
C’è stato però un periodo – o meglio, una gara nello specifico (a San Sicario,
nel 2009) – in cui prendeva quattro secondi da Jannik Sinner, che ha poi scelto
il tennis e oggi è il numero due al mondo. I due sono coetanei (24 anni) e lo
stesso Franzoni – nel corso di un’intervista a La Gazzetta dello Sport – ha
raccontato il suo rapporto con Sinner, soprattutto da quando si è diffusa la
curiosa storia citata della gara da sci nella categoria Junior.
“Sarò sincero, se non le avessero riproposte i giornali, non mi sarebbero mai
venute in mente. Non ho una grande memoria e poi a quell’epoca ero veramente
scarso e quindi più che agli avversari dovevo pensare a me stesso. Ma quando la
storia è uscita di nuovo, ci siamo messi in contatto su Instagram“, ha rivelato
Franzoni, a proposito del campione italiano di tennis, fresco di eliminazione in
semifinale agli Australian Open. “Non sapete quale onore sia e quanto mi renda
felice essere apprezzato da uno dei più grandi campioni di quest’epoca”.
Sperava di diventare un campione tra i pali stretti dello slalom, oggi è un
astro nascente della velocità. “Quando ho cominciato a sciare avrei voluto
diventare un campione di slalom. Ma quando provi la velocità per la prima volta,
è una sensazione che non ti abbandona più, ti dà qualcosa che ti resta dentro
per sempre. Io a 150 km all’ora mi sento completamente libero”.
Lo sta dimostrando in questi mesi, periodo in cui ha trovato il suo primo podio
in Val Gardena e conquistato anche il superG di Wengen, dove nel gennaio 2023
arrivò un terribile infortunio che ne frenò l’ascesa tra i big. Due tendini
rotti e un’operazione chirurgica. A distanza di due anni – su quella pista – il
trionfo che lo ha lanciato tra i grandi. Poi il capolavoro in discesa a
Kitzbuhel. Due successi in due delle piste più iconiche del circuito sciistico.
La terza è Bormio, dove il 7 febbraio alle Olimpiadi si assegna l’oro nella gara
più attesa, la discesa libera. E dove Franzoni cerca – questa volta sì – la
definitiva consacrazione.
L'articolo “Sinner mi ha scritto un messaggio dopo ogni prova a Kiztbuhel”:
Franzoni racconta come è nato il loro rapporto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sofia Goggia lancia un segnale positivo in vista delle Olimpiadi di
Milano–Cortina, classificandosi seconda nel superG di Crans Montana – località
ancora scossa dalla tragedia di capodanno, dove ieri è stata annullata la
discesa dopo le prime sei partenze – a soli 18 centesimi da Malorie Blanc,
21enne padrona di casa che ha trionfato con il tempo di 1’17″34. Male Federica
Brignone, diciassettesima al rientro in velocità dopo il grave infortunio che
l’ha tenuta fuori quasi un anno. “Non mi è venuta la gara come pensavo di
interpretare”, ha dichiarato la sciatrice azzurra a fine gara. Brignone aveva
soli tre giorni di allenamento nelle gambe e dopo una buona partenza, ha perso
parecchi decimi a causa di un pericoloso slittamento che ne ha condizionato la
prestazione. Nel finale però ha ritrovato un ottimo assetto per chiudere al
17esimo posto, a 1″28 da Blanc.
Tornando a Goggia, aveva inizialmente fatto segnare ottimi parziali, ma nel
tratto finale ha concesso 26 centesimi alla rivale svizzera e di conseguenza la
vittoria. La sciatrice azzurra ha comunque battuto un colpo a pochi giorni
dall’inizio delle Olimpiadi, ottenendo il quarto podio stagionale, il terzo in
superG, ma soprattutto il primo in questo inizio di 2026. “Non è stato facile
gareggiare qui per quello che è successo. Il pensiero di quel dramma mi ha
accompagnato per tutto questo mese, sapendo di dover gareggiare proprio in
questa località”, ha esordito Goggia al termine della competizione, ricordando
le vittime della strage di Capodanno.
Goggia consolida comunque il suo primo posto nella classifica di specialità,
allungando su una Alice Robinson (oggi sesta), che in questa parte di stagione
rende molto meglio nelle discipline veloci, piuttosto che in gigante. Sono 280 i
punti della bergamasca, contro i 220 della neozelandese. “Per quello che
riguarda la mia gara, devo dire che sono soddisfatta. Ho fatto un paio di
errori, soprattutto in alto, ma sentivo di avere la velocità e questo è molto
importante. Gennaio non è mai stato un mese facile per me, e terminarlo con un
podio è il miglior modo per presentarsi alle Olimpiadi, che per me sono sacre.
Pensare alle gare olimpiche mi gasa”.
Ma dall’Italia impegnata nel superG di Crans Montana arrivano altri segnali
positivi, a partire da Roberta Melesi, autrice di una prova di qualità,
soprattutto nella parte alta e in quella centrale, dove contava lo scivolamento.
Qualche decimo lasciato nella parte tecnica finale, ma la prova dell’azzurra di
Ballabio è stata assolutamente positiva. Per molto tempo Melesi è rimasta al
terzo posto e ha accarezzato il sogno del podio, alle spalle di Goggia, ma è
stata poi battuta da Breezy Johnson, con il pettorale 29.
Un vero peccato invece per la trentina Laura Pirovano, che per tutta la pista è
stata nettamente la più veloce, mettendo in mostra passaggi perfetti e
un’aggressività che le avrebbe consentito di ottenere la prima vittoria in
carriera. Purtroppo un errore nel finale l’ha costretta a saltare la penultima
porta e a dire addio ai sogni di gloria. La discesa cancellata venerdì a Crans
Montana sarà recuperata il prossimo 6 marzo in Val di Fassa.
L'articolo Goggia batte un colpo, è seconda nel superG a Crans Montana: “Pensare
alle Olimpiadi mi gasa”. Rimandata Brignone, al rientro in velocità proviene da
Il Fatto Quotidiano.
COOPER FLAGG NELLA STORIA
La partenza stessa mano stesso piede fatta vedere nei primi minuti del secondo
quarto della gara contro gli Hornets, riassume benissimo l’essenza di Cooper
Flagg. Jaden Hardy guida il contropiede sulla corsia centrale, dopo aver preso
un rimbalzo difensivo. Si ferma sul vertice alto della linea da tre, mentre
Flagg riempie in modo rapido e silenzioso la corsia laterale. Hardy lo serve
sulla corsa, il rookie dei Mavericks si trova davanti Tidjane Salaun di
Charlotte. Non ferma la corsa dopo aver ricevuto il passaggio, mette palla a
terra immediatamente, attacca l’angolo difensivo di Salaun che – in quella
situazione – non avrebbe mai potuto essere perfetto. C’è tutto qui. C’è il
motivo del clamore. Il motivo della prima scelta al Draft. Una interpretazione
del basket da chi è nato proprio per giocarci. Feeling innato con il gioco.
Una fluidità che scorre (non semplicemente “corre”) per il campo in modo
naturale, quasi in simbiosi col parquet. Tempismo. Velocità di esecuzione. Mezzi
atletici. Capacità di essere un giaguaro anche off the ball. E non parliamo del
primo passo fatto vedere a Brandon Miller qualche azione dopo, concluso con una
schiacciata raccogliendo la palla a una mano, che se avesse avuto “Doctor J”
scritto sulla maglia nessuno si sarebbe meravigliato. Per il resto, tiri da tre,
tiri su una gamba dalla media, penetrazioni con appoggio di tabella in traffico.
Nulla è stato lasciato al caso. Anche un canestro da tre per pareggiare la
partita nei minuti finali, anche se poi Dallas perderà la gara. Poco importa. Le
vittorie arriveranno. I punti sono 49. Mai un adolescente aveva osato tanto
nella storia della NBA. Si, adolescente. Ha 19 anni, Flagg. Per lui 20 su 29 dal
campo, 3 su 5 dall’arco, 6 su 6 ai liberi. Magma pirandelliano.
KON KNUEPPEL, TIRATORE SENZA LIMITI
Nella stessa gara in cui Cooper Flagg ha messo a referto 49 punti, si è messo in
evidenza anche l’ex compagno di stanza al College Kon Knueppel, che peraltro ha
anche portato a casa la vittoria. Non è che nella prima parte di stagione fosse
rimasto nell’ombra, anzi. Però contro Dallas ha davvero incantato. Deve avere un
mirino laser al posto della mano destra. Tiratore come se ne sono visti pochi
nella stagione d’esordio. Quale Dennis Scott, quale Damian Lillard, quale Lauri
Markkanen. È Knueppel attualmente il più veloce di sempre a realizzare 100
triple in carriera. Roba da non crederci. Contro i Mavericks ha fatto una gara
alla “Steph Curry” per capacità di terrorizzare i difensori tutte le volte che
caricava un tiro dal perimetro.
Ha messo a referto 34 punti con 8 su 12 da tre. Tutto chiaro? In stagione,
Knueppel sta tenendo una media di quasi 19 punti a partita con il 43% da fuori.
Micidiale. Ha un movimento perfetto, una velocità di rilascio incredibile, i
piedi sono sempre perpendicolari al canestro anche in uscita dai blocchi. Sa
anche mettere palla a terra e fare passo laterale per mandare a vuoto i
close-out. Se tutto fila per il verso giusto, un giocatore così non passerà
certo inosservato nei prossimi dieci anni. Statene certi.
JOEL EMBIID: DA 8 GARE IN FORMATO MVP
È una buona notizia per i Sixers, ma anche per la NBA. Se Embiid sta bene,
gioca, magari vince anche, ci guadagnano tutti. Spettatori inclusi, perché
quella combinazione di mani levigate con polvere di diamante su uno specimen
fisico da vero colosso ha davvero pochi eguali nella storia. Nelle ultime otto
gare giocate, il centro di Philadelphia sta tenendo una media di 30,8 punti, con
il 53,5% dal campo e il 41,4% da tre. Sono cifre da MVP (lo vinse nella stagione
2022-2023).
Certo, lo vedi in campo e ti chiedi se le sue ginocchia reggeranno a ogni
atterraggio dopo un rimbalzo difensivo. E l’esplosività dei tempi migliori è
andata, non si sa se per sempre, ma in ogni caso al momento non è pervenuta.
Rimane la versione più pura dell’evoluzione dei grandi centri degli anni ’90
(epoca d’oro per il ruolo), con una morbidezza di tiro dal gomito della lunetta
paragonabile a quella di veri e propri alti rappresentanti della disciplina,
come Patrick Ewing o David Robinson. I Philadelphia 76ers non volano, ma non
sono neanche gli ultimi della classe (sesti a Est).
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Cooper Flagg nella storia a 19 anni, Embiid versione
Mvp è una buona notizia per tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’uccisione a Minneapolis di Alex Pretti scuote lo sport americano. Molti atleti
di NBA e NFL condannano pubblicamente l’ICE. Già nel mirino delle proteste dopo
la morte di Renee Good, le azioni dell’agenzia anti immigrazione americana
accendono contestazioni e manifestazioni in città. E insieme ai cittadini anche
le star dello sport rompono il silenzio.
Prima il rinvio, poi la palla a due in un clima surreale: Minnesota chiede pace
e Kerr cita Abraham Lincoln. Inizialmente rinviata dalla lega americana per
“mettere al primo posto la sicurezza e la tutela della comunità di Minneapolis”,
la gara di regular season tra Minnesota Timberwolves e Golden State Warriors è
stata disputata – poco più di 24 ore dopo gli scontri dell’ICE – in un clima
surreale. Le grandi manifestazioni di protesta organizzate nella giornata di
venerdì nelle Twin Cities sono proseguite durante tutto il weekend. In città e
al Targer Center, l’arena dei TWolves. Prima della palla a due è stato disposto
un minuto di silenzio per le vittime: in un’atmosfera cupa i maxischermi hanno
ricordato Pretti ucciso nella sparatoria proprio a pochi passi dal palazzetto.
Durante il match tanti tifosi hanno esposto i cartelli “ICE out now” contro
l’agenzia anti immigrazione americana. Citando Abraham Lincoln, il coach dei
Warriors Steve Kerr ha commentato così i 48’ più complicati della sua carriera:
“È stata una delle partite più bizzarre e tristi a cui abbia mai preso parte. Le
persone sono arrabbiate e stanno soffrendo. I media ci dividono, per una mera
questione di profitto, con la disinformazione. Dovremmo fare appello alla nostra
natura migliore (“better angels of our nature”, qui la citazione allo storico
presidente USA) per guardarci tutti negli occhi e capire che cosa sta accadendo:
c’è così tanto odio oggi che è davvero difficile pensare a una riconciliazione.
Sono tempi in cui occorre fare leva sui propri valori: dobbiamo capire chi
vogliamo essere. Sia come individui che come paese”. L’allenatore dei Minnesota,
Chris Finch, ha aggiunto: “Giocare a basket e basta oggi, non era la cosa più
importante…per la seconda volta in tre settimane abbiamo perso un altro membro
della nostra comunità in una maniera inimmaginabile. La nostra squadra ha
davvero il cuore infranto per ciò che stiamo vedendo e vivendo”.
IL MONDO NBA E WNBA CONTRO L’ICE
Il mondo NBA chiede chiarezza. “Dopo la notizia dell’ennesima sparatoria mortale
a Minneapolis, una città che è stata in prima linea nella lotta contro le
ingiustizie, i giocatori non possono più rimanere in silenzio. Ora più che mai
dobbiamo difendere il diritto alla libertà di parola ed essere solidali con le
persone del Minnesota che protestano e rischiano la vita per chiedere
giustizia”. La lettera dell’NBPA (il sindacato dei giocatori) denuncia l’ICE e
ricorda con affetto le vittime coinvolte. “La comunità dei giocatori NBA, come
gli Stati Uniti stessi, è una comunità arricchita dai suoi cittadini globali e
ci rifiutiamo di lasciare che le fiamme della divisione minaccino le libertà
civili che dovrebbero proteggerci tutti. La NBPA e i suoi membri esprimono le
più sentite condoglianze alle famiglie di Alex Pretti e Renee Good, mentre i
nostri pensieri rimangono concentrati sulla sicurezza e il benessere di tutti i
membri della nostra comunità”. Anche le squadre di Minneapolis – Twolves, Lynx,
Vikings, United FC e Wild – si sono riunite per firmare questo comunicato
congiunto pubblicato dalla Camera di Commercio del Minnesota: “Chiediamo
un’immediata cessazione delle tensioni e chiediamo alle autorità dello stato, a
quelle locali e a quelle federali di lavorare insieme per trovare soluzioni
reali”.
Il primo tra i giocatori a parlarne pubblicamente su X è stato Tyrese
Haliburton: il playmaker degli Indiana Pacers ha definito l’uccisione “un vero e
proprio omicidio”. Il secondo in tre settimane dopo quello di Renee Good del 7
gennaio scorso. Karl-Anthony Towns, ex stella proprio dei Twolves oggi ai New
York Knicks, ha chiesto trasparenza e assunzione di responsabilità alle
autorità. In WNBA il messaggio più forte arriva da Breanna Stewart che prima di
scendere in campo nella Unrivaled – una lega di basket femminile privata di 3vs3
– ha mostrato alle telecamere il cartello “Abolish ICE”. Queste le sue parole:
“Ero disgustata da tutto ciò che abbiamo visto…siamo carichi d’odio e senza
amore. Oggi, ho voluto dare un semplice messaggio che chiede politiche che
pensino alle famiglie e alle comunità, invece di soffiare sul fuoco della
violenza”. Per ultima Angela Reese, stella delle Chicago Sky, ha mostrato la sua
vicinanza “Pregando per il nostro paese”.
LE STAR NFL
Non solo NBA. Davanti alla seconda uccisione in tre settimane anche l’NFL non è
rimasta in silenzio. C’è chi come Alan Page, storico campione degli anni ‘70, è
sceso a protestare in strada insieme ai cittadini. Ryan Clark, altra ex
leggenda, si è schierato pubblicamente sui social definendo la morte di Pretti
“senza senso”. Per Dwight McGlothern Jr,giocatore dei Vikings, “quello che sta
succedendo in Minnesota non è giusto”. Anche lo sport scende in campo e alza la
voce. E nel frattempo a Minneapolis le proteste continuano.
L'articolo “Ora più che mai dobbiamo essere solidali con le persone del
Minnesota”: i giocatori NBA si schierano contro l’ICE proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Quello di Federica Brignone è l’incidente più grave che io abbia mai visto e
che ricordi in slalom gigante. Il fatto che sia tornata a sciare in Coppa del
Mondo e sia arrivata sesta su una pista come la Erta è incredibile, quasi
un’impresa oltre le umane possibilità“. A meno di due settimane dall’inizio
delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, Paolo De Chiesa commenta la situazione
di una delle atlete più attese, portabandiera dell’Italia ai Giochi. Brignone è
stata protagonista di un clamoroso rientro 292 giorni dopo il tremendo
infortunio che le ha provocato la rottura di piatto tibiale, perone e crociato
anteriore. La 35enne valdostana sta ancora lottando per arrivare preparata alle
prove olimpiche, con la consapevolezza però che già essere al cancelletto di
partenza sarebbe un’impresa storica.
De Chiesa, ex sciatore della Valanga Azzurra e oggi apprezzato commentatore
televisivo per Rai Sport, spiega ai microfoni di Radio Anch’io Sport su Rai
Radio 1 quali sono le difficoltà: “Adesso lei si sta misurando con la velocità:
ha inforcato gli sci da discesa, viaggia a 130 km all’ora, l’altro giorno è
caduta contro le reti, niente di grave, però una botta alla spalle l’ha presa. È
tutto una scommessa. Come dice lei, bisogna vivere giorno per giorno. Lei sta
facendo così e vedremo dove potrà arrivare. Più che ai risultati guardo alla sua
salute, spero non si faccia male e non succeda niente“.
De Chiesa ha poi analizzato le speranze di medaglia dell’Italia alle Olimpiadi
nello scialpino. Partendo da Sofia Goggia: “In questo momento non sta vivendo un
momento felicissimo, però va forte. Alle Olimpiadi potrà dire la sua nelle sue
discipline, discesa e superG su questa pista meravigliosa di Cortina”. Ma,
prosegue, “ci sono tante speranze. L’altro giorno Giovanni Franzoni è entrato
nella storia a pieno diritto, vincendo la discesa di Kitzbuhel. Con un valore
aggiunto notevole: ha battuto il più grande, Marco Odermatt, su quella pista,
dove lo svizzero sognava di vincere e non ha ancora vinto in discesa”. De Chiesa
però di una cosa è certo, ci sarà spettacolo: “Abbiamo le più belle piste di
Coppa del Mondo: la discesa sull’Olimpia delle Tofane è la pista numero 1 nel
femminile. Bormio è la seconda pista più bella del mondo, forse la più tecnica e
difficile dopo Kitzbuhel. Due piste meravigliose per la disciplina regina“.
L’ex sciatore della Valanga Azzurra ha parlato anche del caso tedofori: “Mi è
dispiaciuto che si siano dimenticati campioni dello sport che hanno fatto la
storia. Non stati considerati o sono stati ripescati all’ultimo: Fauner, Gros,
Ghedina hanno vinto tanto e sono stati dimenticati. Hanno fatto notare che ci
sono rimasti male. Io li capisco e mi dispiace. Era un’occasione per valorizzare
lo sport. Poi tutti i personaggi che hanno sfilato ben vengano, ma prima di
tutto ci sono gli sportivi“.
L'articolo “Brignone ha inforcato gli sci da discesa: viaggia a 130 km all’ora,
l’altro giorno è caduta contro le reti”: parla Paolo De Chiesa proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il pugile avanza verso il quadrato con in sottofondo la canzone d’ingresso che
si è scelto, i cannoni sparano il fumo artificiale e il ring announcer urla il
nome, caricando gli spettatori. Non siamo ai livelli di show delle serate a Las
Vegas, al Madison Square Garden o a Riad, però, come cornice, è comunque
superiore a molte riunioni italiane. E non stiamo parlando di pugilato
professionistico e nemmeno di quello olimpico: questo è il White Collar Boxing,
sì, la boxe dei colletti bianchi, che nasce a New York (alla Gleason’s Gym con
Bruce Silverglade) ma oggi ha una diffusione capillare in tutta la Gran
Bretagna. Non c’è città in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles dove non ci sia
un’organizzazione che metta in piedi serate di questo tipo, in cui lo scopo
finale è la beneficenza.
Un appassionato di boxe, che nella vita fa tutt’altro, si iscrive a una serata
di White Collar Boxing, si allena in una palestra per alcune settimane con
allenatori e sparring partner e poi finalmente combatte nel torneo. Non costa
nulla e non ricevi soldi: devi impegnarti a vendere dei biglietti d’ingresso il
cui ricavato va in beneficenza. A New York sono soprattutto avvocati, a Londra
quei “colletti bianchi” che durante tutto il giorno lavorano in qualche ufficio
di un grattacielo della City. Ma oggi il fenomeno è così esteso che si è
allargato a tutte le classi sociali. Un mondo di appassionati dal quale
recentemente è uscito uno dei pesi massimi attualmente più forti al mondo.
Da qualche mese Fabio Wardley è in possesso della cintura WBO, lasciata vacante
da Oleksandr Usyk. Classe 1994, Wardley ha iniziato tardi a praticare seriamente
questo sport, passando professionista nel 2017 senza esperienza da dilettante.
Da allora 21 match, tutti vinti, un solo pari con Frazer Clarke che avrebbe
comunque battuto qualche mese dopo. Recentemente ha messo KO (il ragazzone di
Ipswich, tifoso della squadra di calcio locale, ha un gran pugno che fa male)
Joseph Parker. Su YouTube si trovano alcuni spezzoni dei suoi vecchi match nella
White Collar Boxing, gli avversari fanno sempre un po’ di tenerezza per quanto
erano inferiori a lui, anche fisicamente. Lui neanche allora era propriamente un
“colletto bianco”, ma lavorava per un’agenzia che si occupava di reclutare
lavoratori del settore sanitario e sociale.
Non è un “colletto bianco” neanche Daniel Andrews, un gallese dalle Valleys, a
mezz’ora abbondante da Cardiff, anche lui il 6 dicembre scorso protagonista a un
evento della White Collar Boxing organizzato nella capitale del Galles. Durante
il giorno guida escavatori a 360 gradi. “Sono un operaio, un colletto blu —
racconta Andrews al fattoquotidiano.it — Ho avuto una breve carriera amatoriale
quando ero più giovane, in totale 6 incontri. Mi andava di riprovarci a 36 anni.
Ti offrono un campo d’allenamento gratuito di 10 settimane, con anche un sacco
di sparring. Ora sto pensando di fare un’altra esperienza, ma mi sono rotto il
naso facendo sparring tre settimane prima dell’incontro. Sto aspettando di
vedere uno specialista per sistemarmi, poi vedremo. Però mi è piaciuto
tantissimo!”. Soddisfatto del risultato? “Non soddisfattissimo, pesavo un po’
meno del mio avversario e ovviamente la ruggine, dopo essere stato fermo per 21
anni, non ha aiutato, ma ho comunque fatto una preparazione fantastica con i
ragazzi e la serata del match è stata elettrizzante, con amici e parenti
arrivati con un bus che io stesso ho organizzato”. Andrews non potrà certamente
diventare il nuovo Fabio Wardley, ma non per questo non lo tifa quando combatte.
“Wardley è una leggenda assoluta, per tutti i ragazzi del circuito White Collar
Boxing lui è un mito“.
L'articolo “Ti offrono l’allenamento gratis e diventi pugile per una notte”:
dentro il fenomeno del White Collar Boxing, da cui è nata la stella di Fabio
Wardley proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ex snowboarder olimpico canadese Ryan Wedding è stato arrestato. A riferirlo
sono i media Usa. Wedding era uno dei dieci latitanti più ricercati dall’Fbi,
con una taglia di 15 milioni di dollari, dopo essere stato incriminato per aver
gestito un’organizzazione criminale, traffico di cocaina e omicidio, in
un’operazione che si estendeva tra Stati Uniti, Canada, Messico e Colombia.
La procuratrice generale Pam Bondi aveva precedentemente affermato che
l’organizzazione di Wedding generava oltre un miliardo di dollari all’anno di
proventi illeciti che arrivavano dal traffico di droga. Le autorità ritenevano
che Wedding si trovasse in Messico, sotto la protezione del cartello di Sinaloa.
In pista per la squadra canadese, Wedding si è classificato al 24esimo posto
nello slalom gigante parallelo di snowboard alle Olimpiadi invernali del 2002.
Lo scorso anno Wedding è stato accusato di aver ordinato l’omicidio di un
testimone, secondo quanto ha dichiarato il Dipartimento di Giustizia degli Stati
Uniti (DoJ) che avrebbe dovuto testimoniare contro di lui in un caso di droga
negli Stati Uniti. Il testimone è stato ucciso a gennaio con cinque colpi di
pistola alla testa in Colombia. Dopo quell’evento alcuni funzionari statunitensi
hanno paragonato Wedding al narcotrafficante messicano Joaquín “El Chapo” Guzmán
e al colombiano Pablo Escobar.
Nelle scorse settimane era avvenuto un sequestro senza precedenti, che aveva
portato alla luce una delle più grandi collezioni private di moto da corsa mai
individuate, con pezzi iconici della MotoGP appartenuti ad alcuni dei più grandi
campioni degli ultimi decenni. Le autorità messicane hanno sequestrato decine di
motociclette per un valore stimato attorno ai 40 milioni di dollari, tutte
appunto riconducibili a Ryan James Wedding.
Tra le moto recuperate c’erano autentici gioielli della storia del motociclismo
mondiale. Nella collezione compaiono diverse Ducati MotoGP guidate in passato da
Valentino Rossi, Jorge Lorenzo, Andrea Dovizioso, Loris Capirossi e Andrea
Iannone, oltre alla Moto2 con cui Marc Márquez conquistò il titolo mondiale nel
2012 e a un’Aprilia 125 con cui Rossi vinse il campionato dell’ottavo di litro.
L'articolo Arrestato Ryan Wedding, ex snowboarder olimpico tra i dieci latitanti
più ricercati al mondo dall’Fbi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pillole in freestyle sui dieci giocatori più votati per l’All Star Game.
QUINTETTO DELL’OVEST
Nikola Jokic (Denver Nuggets). Steve Kerr è considerato uno dei migliori
tiratori di sempre. In carriera, ha una media del 45% da tre. Era un playmaker,
uno specialista, entrava in campo per quello. Jokic, ruolo centro, sta tirando
da fuori con il 43,5%. John Stockton potete invece vederlo come uno dei migliori
passatori della storia. Ha chiuso con 10,5 assist di media in maglia Utah Jazz.
Jokic, ruolo centro, sta facendo felici i propri compagni ben 11 volte a
partita. Sì, la NBA sarà pure cambiata, ma tutto ciò va oltre. Va oltre le
epoche, va oltre i ruoli, va oltre le convenzioni. Stiamo assistendo a qualcosa
che è rivoluzionario tanto quanto (se non di più) era negli anni ’70 vedere
Magic Johnson (alto 2.05) fare dietro schiena in contropiede a tutta velocità.
Non è evoluzione, è rivoluzione.
Luka Doncic (LA Lakers). Allora, qui bisogna fare due discorsi separati. In
quanto a tecnica individuale, talento, feeling per il canestro, perfezione dei
fondamentali, visione di gioco, se non siamo al top della storia poco ci manca.
Di contro, in quanto ad attitudine difensiva imbarazzante, tendenza a lamentarsi
con gli arbitri anche se in mensa gli hanno servito pollo invece che tacchino,
capacità di sparare un tiro da nove metri senza raziocinio o forzare una
conclusione nel momento sbagliato di una gara, anche qui se non siamo al top
della storia poco ci manca. Bel dilemma?
Shai Gilgeous-Alexander (OKC Thunder). Un ninja silenzioso e letale. Non lo vedi
nemmeno arrivare, ha già messo 30 punti e indirizzato una partita. Pensare che
lo scelsero i Clippers, noti “talent scout”… Immarcabile, perché non ti fa mai
capire a che velocità vuole andare. Varia i ritmi in palleggio e con l’uomo
addosso: parte forte, butta un’esca rallentando, la difesa abbocca e lui
riaccelera in una frazione di secondo. Non si vedeva un tiratore dalla media
distanza così bravo dai tempi di Allan Houston e Rip Hamilton. Prima opzione
offensiva di una squadra, Oklahoma City, che sarà ricordata nella storia.
Victor Wembanyama (San Antonio Spurs). Ormai si è detto e scritto tutto su di
lui. Non solo merita l’All Star Game, ma se gli Spurs continuano a fare così
bene anche nella seconda parte della stagione, può mirare anche a qualcosa di
più. Di certo, è già probabilmente il miglior difensore della lega. Ma non per
il numero delle stoppate che fa. Bensì perché entra nella testa degli attaccanti
e li costringe a cambiare decisione pria ancora di agire come facevano Bill
Russell, Dikembe Mutombo o Alonzo Mourning. Vi pare poco?
Stephen Curry (Golden State Warriors). Con l’infortunio di Butler, un ulteriore
ciclo di rilancio si è concluso. Si è concluso male. I tempi degli Splash
Brothers sono ormai storia, a San Fransisco è da un po’ che non si respira
quell’aria frizzante del secondo decennio degli anni 2000. Steph Curry? È
l’unico che non molla mai. Nonostante gli anni passino pure per lui (anche se
non sembra). Di punti ne segna 27,4 di media. Da tre tira col 40%. È più facile
assistere a una nevicata sul Gran Canyon che vedergli sbagliare un libero
(92,8%). Dopo 17 stagioni di NBA, non è semplicemente umano. E infatti è ancora
un All Star. Lunga vita al miglior tiratore di sempre.
QUINTETTO DELL’EST
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks). Probabile abbia fatto il suo tempo a
Milwaukee. Un anello NBA è in ogni caso in bacheca. Poco non è. Forse la sua
cessione conviene un po’ a tutti? Sta di fatto che i Bucks affondano
all’undicesima posizione a Est. Non sono competitivi per il Titolo.
Difficilmente lo saranno. Per il resto, la stella greca rimane il terzo tempo
con la falcata più estesa da quando Wilt Chamberlain ha appeso al chiodo le
proprie Converse. Ha tutte le carte in regola per poter essere di nuovo MVP.
Manca solo il roster giusto.
Jalen Brunson (New York Knicks). Quando Tim Hardway (circa 1.80 m) dribblava gli
avversari con lo “UTEP two-steps” (il palleggio incrociato brevettato
all’Università di Texas El Paso) e concludeva in appoggio al tabellone guancia a
guancia con gente di 2.10, si gridava quasi al miracolo. Qui, bisognerebbe fare
di più, perché rispetto agli anni ’90, quelli che ha contro Brunson sono ancora
più grossi ed esplosivi. E la stella dei Knicks non si accontenta di concludere
solamente nei pressi del canestro. Fa di più: tira in faccia a chiunque da ogni
posizione. Ma il dubbio è: al giorno d’oggi, può un giocatore franchigia della
sua taglia portare fino in fondo una squadra NBA?
Tyrese Maxey (Philadelphia 76ers). Lo scorso anno era un gran giocatore.
Quest’anno è una stella. Fate conto una palla da flipper lanciata per il campo,
in grado di creare una transizione partendo dalla rimessa dal fondo in stile
Beep-Beep. Primo passo a velocità del suono, caviglie esplosive, gran palleggio
con entrambe le mani, spettacolare rapidità di piedi. È diventato anche un
tiratore da tre niente male (39%). Molto sciolto e spettacolare. È l’Iverson
della Generazione Z.
Cade Cunningham (Detroit Pistons). Palla in mano, sembra Grant Hill. Se provi a
mettergli pressione quando agisce da portatore primario, ti ha già schiacciato
in testa un paio di volte. Si, perché la guardia di Detroit, pur non essendo una
gazzella come velocità di base, ha dei fondamentali in palleggio come se ne
vedono pochi. Gran tocco in avvicinamento, dopo essersi liberato del difensore.
Molto efficace quando guida la transizione, può andare fino in fondo, magari
dopo una virata, ma anche trovare il compagno sulla corsia giusta. Il tiro da
tre è una delle sue pecche (appena 32%). Ci può lavorare, perché il movimento
non è affatto male. Ah, Detroit è prima a Est.
Jaylen Brown (Boston Celtics). Senza Tatum, è alla miglior stagione in carriera.
E i Celtics, nonostante le partenze estive, sono secondi a Est. Inaspettato.
Parte del merito va sicuramente a Brown, che è sostanzialmente uno slasher con
tanti punti nelle mani, che però in difesa non si risparmia mai ed è in grado di
marcare l’attaccante più pericoloso della squadra avversaria. Sta migliorando
anche da fuori (36%), anche se per scambiarlo per un tiratore puro servirebbe
una grande immaginazione. Giocatore serio, che fa il suo dovere, per quanto
lautamente pagato (nel 2023 divenne il giocatore più pagato della storia).
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Da Jokic a Jaylen Brown: il commento ai dieci
giocatori più votati per l’All Star Game proviene da Il Fatto Quotidiano.
Paolo Camossi riabbraccia Marcell Jacobs. Il due volte oro olimpico di Tokyo ha
scelto di tornare alle origini, ovvero dal coach che lo aveva reso l’uomo più
veloce del mondo. La notizia è di tre giorni fa: Jacobs ha deciso di mollare
Raina Raider per affidarsi nuovamente al tecnico delle Fiamme Azzurre. Che
racconta: “La decisione di continuare fino a Los Angeles 2028, dopo un momento
un po’ di sconforto, è sua. L’ha presa da solo”. Esatto: a 31 anni il velocista
di Desenzano del Garda non vuole mollare. È ancora il campione europeo in carica
e detiene il primato continentale sui 100 metri, ma nelle ultime stagioni non ha
mai ritrovato i livelli di quella magica estate 2021. Eppure il sogno sono
ancora le Olimpiadi, per un ultimo grande ballo quando avrà quasi 34 anni. E
Camossi è con lui: “Sembrerà strano ma il nostro orizzonte non guarda a una
medaglia agli Europei di Birmingham di agosto, quello che vogliamo è ritrovare
il suo sprint per il ’28”, spiega in un’intervista a Repubblica.
Jacobs e Camossi si sono ritrovati dopo un distacco totale. “Sono felice – aveva
spiegato lo sprinter azzurro – Insieme abbiamo scritto una grande pagina dello
sport italiano, insieme crediamo di poterne scrivere altre“. Camossi racconta
come è avvenuto il riavvicinamento: “Ci siamo rivisti ai Mondali di Tokyo
davanti a un’improbabile pizza giapponese. Abbiamo parlato per più di due ore,
ma non di atletica”. Da lì è scoccata la scintilla: “Mi ha chiesto consigli. Ci
siamo risentiti. A volte senti dire: è stato il destino a separarli, noi non
potevamo far lasciare al destino“.
Adesso però c’è da organizzare un lavoro che avrà appunto un respiro di tre
anni. Jacobs vive in Florida, a Jacksonville. Camossi è stabilmente a Roma e ha
anche altri incarichi. “In inverno mi muoverò io, andrò per un periodo in
America, diciamo tre volte, anche se dobbiamo ancora fissare il programma e in
primavera Marcell mi raggiungerà in Italia”, spiega il coach. Che ci tiene a
sottolineare un concetto: “Riprendere a lavorare con Marcell mi lusinga, è un
31enne che può ancora correre forte, quando si matura si gestiscono meglio le
cose scomode della pista e si capiscono meglio le scelte da fare”.
In Italia la base di lavoro sarà vicino all’Istituto di Scienza dello sport
“dove hanno apparecchiature della valutazione della performance e personale
molto qualificato”. Perché Camossi di una cosa è convinto: “Non c’è da inventare
l’acqua calda, ma bisogna trovare la giusta temperatura per una buona doccia, e
magari aggiungerci qualcosa”. Nello specifico? La “parte forte” dei 100 metri di
Jacobs erano lo “scivolare via“. Camossi spiega: “Era la sua magia, la sua
specialità vincente”, ma alle Olimpiadi di Parigi “gli è riuscita a metà e ha
perso la medaglia”. “Ora dobbiamo ritrovare la scorrevolezza di prima, quel
tocco leggero e rapido che lo aveva reso campione”.
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campione”: coach Camossi vuole far rinascere Jacobs proviene da Il Fatto
Quotidiano.