Un gancio sinistro che fece barcollare Mike Tyson. Era il 1989, quando Frank
Bruno a Las Vegas per primo fece vacillare l’icona della boxe mondiale: “La
gente mi chiede ancora perché non ho insistito. Ma lui colpiva più forte di
tutti. Un animale“. La loro fu una delle grandi rivalità sul ring degli anni
Novanta: la rivincita del 16 marzo 1996 sancì la fine della carriera di Bruno,
che era campione dei pesi massimi WBC dopo la vittoria a Wembley nel 1995 contro
Oliver McCall. L’ex pugile britannico, oggi 64enne, in un’intervista a La
Gazzetta dello Sport ha raccontato alcuni dettagli del suo rapporto con Mike
Tyson.
Il loro primo incontro avvenne “nel 1983, sui monti Catskill nello stato di New
York”. Tyson “aveva 16 anni e si allenava con il leggendario Cus D’Amato.
Facemmo una seduta di sparring per 3 round. Era già esplosivo, potentissimo.
Ricordo che parlava piano, con grande educazione. Ma si capiva che sarebbe
diventato pericolosissimo“. Sei anni dopo Bruno ne ebbe la conferma sul ring di
Las Vegas: “Velocità e potenza. Non ho mai affrontato nessuno con mani così
rapide. Ma dimostrai che anche Tyson era umano“.
Due match mondiali, il secondo con l’epilogo peggiore per Bruno: “Però Mike era
diverso: più arrabbiato dopo il carcere. Sembrava una tigre uscita da una gabbia
e liberata nella giungla. Mi spazzò via: rimasi sorpreso dalla ferocia con cui
salì sul ring”. La fine dei combattimenti fu uno choc per il britannico: “Quando
combatti davanti a 80mila persone ti sembra di vivere in un altro mondo. Poi,
all’improvviso, si spengono le luci”. Bruno cadde in depressione: “Soffro di
disturbo bipolare, sono finito in terapia per la cocaina“. Poi la rinascita,
anche grande alla Frank Bruno Foundation per “aiutare chi soffre di depressione,
ansia e stress. Bambini e adulti, senza distinzioni”.
Proprio quando era entrato nel tunnel, però, Bruno ha ritrovato il rapporto con
Mike Tyson: “Quando finii in clinica mi scrisse una lettera. Disse che aveva
pianto per me“. La loro rivalità nel tempo si è trasformata in amicizia, in
sincera empatia: “Abbiamo parlato per un’ora di vita e famiglie. Di boxe solo 5
minuti. Una sua frase non dimenticherò mai: combattere è la parte facile. La
parte difficile è costruirsi una vita fuori dal ring“.
L'articolo “Quando finii in clinica Mike Tyson mi scrisse una lettera, aveva
pianto per me. Una sua frase non dimenticherò mai”: parla Frank Bruno proviene
da Il Fatto Quotidiano.
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Mattia Furlani torna dai Mondiali indoor di Torun con una medaglia d’argento che
conferma il suo status tra i migliori saltatori al mondo, ma anche con il
racconto di una notte complicata, segnata da un malessere fisico che ha
rischiato di compromettere la gara. L’azzurro, secondo con 8.39 alle spalle del
portoghese Gerson Baldé (8.46), ha descritto senza filtri le ore precedenti alla
finale: “Sono molto fiero di quella che è stata una fantastica giornata”, ha
spiegato, sottolineando però come “ci ho creduto anche un po’ poco, perché
stanotte è stato un lago di vomito”. Un’immagine forte, che restituisce la
misura delle difficoltà affrontate prima di scendere in pedana.
Nonostante le condizioni precarie, Furlani è riuscito a gestire la gara: “Sono
contento di come è andata e di come l’ho gestito”, ha aggiunto. Il contesto
rende ancora più significativo il risultato. “È fantastico dopo le ultime
settimane che non sono state facili per me”, ha proseguito Furlani, ricordando
di essere rientrato “da un periodo di influenza” e di aver “dato due volte di
stomaco” nella notte precedente alla gara.
La soddisfazione, però, non cancella l’ambizione. “Mi sento grato, perché ho
fatto un ottimo lavoro, ma allo stesso tempo c’è da lavorare ancora su molte
cose”, ha spiegato, ribadendo come “l’obiettivo era confermarsi e difendere il
titolo, inutile nasconderlo, ma ogni gara è a sé”. Furlani è entrato quindi nel
merito degli aspetti tecnici: “Il quinto salto è il mio salto ma ho bisogno di
lavorare su alcuni dettagli”, ha detto, evidenziando la necessità di migliorare
“anche sullo stacco” per arrivare alla massima forma. E il rammarico resta: “Mi
dispiace perché se fossi stato al massimo della forma forse potevo fare meglio”.
Anche il salto migliore lascia spazio a margini di crescita: “In quel salto, se
avessi preso più centimetri alla pedana, ero sugli 8,50 e anche la chiusura non
è stata il massimo”. Ma il bilancio resta positivo: “È importante tirare fuori
le unghie al momento che conta: questa è stata una tappa bellissima, di
crescita”. Infatti, lo sguardo di Furlani è già rivolto al futuro: “Sono pronto
ormai per certe misure che diventano l’obiettivo per la stagione all’aperto”.
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vomito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ring del Casinò di Sanremo è diventato ancora una volta teatro di una prova
di carattere di un giovanissimo boxeur dal cognome che non può passare
inosservato. Lorenzo Mattia Berlusconi, figlio di Pier Silvio e Silvia Toffanin,
ha battuto Tirdeus Kasemi, pugile toscano di origini albanesi, nel match under
17 categoria 55 kg. Il classe 2010, davanti al padre, ha ottenuto la vittoria ai
punti, confermando così le ottime sensazioni anche nel suo terzo incontro a
livello federale.
Quello di Berlusconi jr pare infatti un percorso in ascesa: dall’esordio
federale a Savona a dicembre alla vittoria-lampo a Genova contro Simone
Farinelli, match interrotto dopo una sola ripresa per un’epistassi
dell’avversario. Con questa vittoria, Lorenzo Mattia Berlusconi consolida il suo
cammino nella boxe giovanile italiana. Lo confermano anche le parole di Clemente
Russo qualche settimana fa: “Molto intelligente, molto tecnico con una buona
guardia. Se continua così, allenandosi con impegno può togliersi tante belle
soddisfazioni”, aveva detto ai microfoni di Leggo il due volte argento olimpico.
L'articolo Lorenzo Mattia Berlusconi sale sul ring: terzo incontro vinto davanti
a papà Pier Silvio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In meno di un anno hanno vinto il bronzo europeo e hanno conquistato una storica
qualificazione al Mondiale che mancava dal 1994. “Siamo un gruppo fantastico,
sapevamo che l’avremmo potuta fare. Ce lo meritiamo perché siamo forti”. A
ilfattoquotidiano.it Francesca Pasa, protagonista delle ultime imprese
dell’Italbasket femminile, racconta la forza del gruppo azzurro e le difficoltà
di un movimento che vuole uscire dell’ombra grazie ai suoi risultati.
State riscrivendo la storia del basket femminile italiano. Cos’ha davvero di
speciale questo gruppo?
Onestamente credo di essere arrivata nel momento più bello. Gli anni precedenti,
che non voglio definire fallimentari anche se alla fine è stato così, sono
serviti per arrivare a questo punto.
In meno di un anno avete vinto un bronzo europeo e vi siete qualificati ai
Mondiali. Si è mai data una spiegazione del perché il movimento femminile venga
un po’ trascurato?
È un circolo vizioso: più vinci, più se ne parla. Ma non è sempre stato così,
basta guardare gli anni precedenti. Vincere aiuta il nostro movimento. Poi
sappiamo che l’appeal è sempre più basso rispetto alla nazionale maschile.
L’unica cosa che possiamo fare è dimostrare sul campo quello di cui siamo
capaci.
Ne parlate mai tra di voi compagne?
Tendiamo a scherzarci un po’ su. Ovviamente non ci fa piacere, però è la realtà.
La speranza è che la gente si possa interessare di noi sempre. E non solo quando
vinciamo. Quindi sì, un po’ ne parliamo di questa situazione. Nello spogliatoio
ne parliamo con il sorriso, ma c’è poco da ridere. Ripeto, purtroppo questa è la
realtà dei fatti.
Tra le varie esperienze ha avuto anche l’opportunità di giocare all’estero, a
Lione. Ha avvertito qualche differenza con l’Italia?
In Francia si respira una cultura diversa sotto questo aspetto: il basket
femminile è molto seguito. Se ne parla quotidianamente anche in radio, sui
giornali, in televisione. Non saprei darti un motivo ben preciso, però le
differenze erano tante. I palazzetti erano sempre pieni: la media era di 3-4
mila tifosi. Qui, a volte, a malapena arrivi a 200. Quando vai a giocare
all’estero sei tu la straniera della situazione. In campo devi prenderti più
responsabilità e la società ha aspettative elevate. L’esperienza a Lione mi ha
reso più consapevole dei miei mezzi.
Facciamo un passo indietro. Perché prima della parentesi francese hai passato
tre stagioni a Bologna, con la Virtus. Un rapporto che si è interrotto
bruscamente a causa della rinuncia all’iscrizione al campionato per la stagione
2024/2025 (per ridimensionamento del budget). Eravate state avvisate prima?
No, è accaduto tutto all’improvviso. L’abbiamo scoperto dai giornali. Mi viene
da dire solo ‘peccato’. Per il movimento e per la città. Purtroppo è andata
così.
Proprio in quell’occasione una sua ex compagna – e ora attuale in Nazionale –
Cecilia Zandalasini aveva condiviso sui social il proprio disappunto con queste
parole: “Nel mondo c’è la rivoluzione mentre il nostro movimento fa un grande
passo indietro”. Lei si rivede in questa frase?
Sì, totalmente. Forse gli investimenti che hanno fatto non hanno portato i
risultati sperati. Spiace che sia andata così.
Ora il suo presente è a Venezia…
Qui la sto vivendo con grande serenità. C’è dietro una società che esiste da
tanti anni. Questo si sente. C’è molta professionista.
Lei è una grande appassionata di fotografia. Allora le chiedo: c’è un’istantanea
che racchiude la vostra qualificazione ai Mondiali?
Penso a Cecilia (Zandalasini ndr.) che ci consegna i boarding pass validi per il
passaggio del turno. Per me è una grande responsabilità: c’è un senso di
rispetto per chi ci guarda e supporta da casa.
Per chiudere, Francesca Pasa non è Francesca Pasa senza…
Beh, direi la pallacanestro.
Photo credit: @italbasket
L'articolo Francesca Pasa: “A Lione ho respirato una cultura diversa. Stiamo
dimostrando sul campo ciò di cui siamo capaci, speriamo che la gente si
appassioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mattia Furlani conquista la medaglia d’argento ai Mondiali indoor di atletica di
Torun, in Polonia. Ottima prestazione dell’azzurro che ha saltato 8.39, ma l’oro
va al portoghese Gerson Baldé (8.46). Bronzo per il bulgaro Bozhidar Sarâboyukov
(8.31). Il campione di Marino, atleta delle Fiamme Oro, si conferma ancora ai
vertici del salto in lungo: settima gara consecutiva sul podio.
Furlani con 8.39 ha eguagliato il suo personale, ma Baldè oggi ha tirato fuori
dal cilindro il salto dell’oro con 8.46. Furlani ha tentato il colpo all’ultimo
tentativo, ma un nullo ha confermato il trionfo del lusitano. Dopo il doppio oro
mondiale a Tokyo e Nanchino (indoor), Furlani manca il tris ma si conferma ai
vertici della disciplina, raggiunta dopo lo storico bronzo olimpico a Parigi
2024.
L’Italia chiude quindi i Mondiali indoor con cinque medaglie (3 ori e 2
argenti), al terzo posto del medagliere, dietro solamente a Stati Uniti e Gran
Bretagna. La rassegna iridata, con gli ori di Andy Diaz Hernandez (salto
triplo), Nadia Battocletti (3000 metri) e Zaynab Dosso (60 metri), conferma la
crescita del movimento azzurro dell’atletica. Che ha due punte di diamante
proprio nel salto in lungo: gli argenti di Larissa Iapichino e Mattia Furlani.
L'articolo Mattia Furlani conquista la medaglia d’argento: l’Italia chiude al
terzo posto i Mondiali indoor di Torun proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nadia Battocletti si conferma grandiosa: la campionessa trentina vince la
medaglia d’oro nei 3000 metri femminili ai Mondiali indoor di atletica in corso
a Torun, in Polonia. Battocletti ha battuto in volata la statunitense Emily
Mackay e l’australiana Jessica Hull, chiudendo con il tempo di 8’57″64.
Dodicesima l’altra azzurra Micol Majori.
Per l’Italia si tratta del secondo titolo iridato conquistato nella rassegna
polacca dopo quello vinto ieri da Andy Diaz nel salto triplo. Per Battocletti è
invece il primo titolo iridato, dopo l’argento e il bronzo conquistati ai
Mondiali di Tokyo 2025. Negli ultimi due anni la 25enne di Cles è diventata una
delle più forti mezzefondiste al mondo: il doppio oro europeo a Roma 2024,
l’argento olimpico a Parigi, poi altri 5 ori tra gli Europei di cross e quelli
su strada. L’oro iridato, seppure indoor, è un altro gradino di una carriera in
scintillante ascesa.
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Mondiali indoor proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anche l’impresa più difficile, alla fine, è compiuta: Tadej Pogacar conquista la
Milano-Sanremo 2026. Lo sloveno vince la Classicissima di Primavera, la più
imprevedibile e ostica per le sue caratteristiche, proprio per questo diventata
negli anni una sorta di ossessione personale. Alza le braccia al cielo dopo 299
chilometri che sono stati tutto tranne che lineari: una corsa epica,
imprevedibile, decisa solo sulla linea d’arrivo di via Roma e destinata a
restare tra le più belle di sempre.
È stata la Sanremo nella sua forma più pura, quella che sonnecchia per ore e poi
esplode all’improvviso, trasformandosi in uno spettacolo totale. Una corsa che
Pogacar sembra aver perso, quando aveva picchiato contro l’asfalto pochi km
prima della salita della Cipressa. All’arrivo mancano 32 chilometri, per un
attimo sembra finita. Non solo la corsa, ma anche l’ennesimo tentativo dello
sloveno di conquistare un traguardo che gli era sempre sfuggito. Una caduta
violenta, non definitiva, che però sembrava aver compromesso tutti i piani.
Invece Pogacar, con la pelle segnata e la tuta strappata, risale in bici e
ricomincia a inseguire. È lì che la Milano-Sanremo cambia volto e diventa
qualcosa di diverso, quasi irreale. La Uae rilancia subito l’azione, Del Toro lo
riporta a velocità altissima davanti, e Pogacar attacca. Non aspetta il Poggio,
non aspetta il momento giusto: forza la corsa sulla Cipressa, come aveva già
provato a fare in passato, ma stavolta con un’urgenza diversa, quasi disperata.
Alla sua ruota restano in pochi. Tom Pidcock resiste, come farà fino alla fine.
Mathieu Van der Poel invece, la sua nemesi degli ultimi anni, questa volta cede.
Sul Poggio alza bandiera bianca, scivola indietro e viene riassorbito. È il
segnale definitivo: la corsa è nelle mani dello sloveno. Davanti restano in due,
Pogacar e Pidcock, mentre alle loro spalle il gruppo prova a rientrare con Van
Aert che lancia un inseguimento furioso. Poi via Roma, il rettilineo finale, con
il gruppo che torna minaccioso a pochi metri.
Pogacar vince per mezzo metro, forse meno. Una volata strana, sporca, quasi
improvvisata, ma lucidissima. Ancora una volta, anche così, entra nella
leggenda. Perché questa non è solo una vittoria: è la vittoria che gli mancava,
quella più difficile da spiegare e forse per questo la più significativa.
È stata una delle Milano-Sanremo più belle della storia proprio per questo:
perché ha tenuto insieme tutto, la caduta e la rimonta, la strategia e
l’istinto, la forza e la fragilità. Una corsa che sembrava persa e che invece è
stata riscritta metro dopo metro. E forse è proprio questo il senso della
Classicissima: una gara che non si lascia dominare, ma che all’improvviso si
concede, con modi e tempi imprevedibili. Stavolta lo ha fatto con Pogacar. Dopo
averlo respinto per anni, alla fine lo ha accolto. E lo ha fatto nel modo più
spettacolare possibile.
L'articolo La caduta di Pogacar è il senso della Milano-Sanremo: per vincere la
corsa più imprevedibile serviva l’impresa più folle proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Anche l’impresa più difficile è compiuta: Tadej Pogacar conquista la
Milano-Sanremo 2026. Lo sloveno vince la Classicissima di Primavera, la più
imprevedibile e ostica per le sue caratteristiche, dopo una corsa epica lunga
299 km e decisa solo sulla linea d’arrivo di via Roma. Una corsa che Pogacar
sembra aver perso, quando aveva picchiato contro l’asfalto pochi km prima della
salita della Cipressa. Una caduta violenta, non definitiva, che però sembrava
aver compromesso tutti i piani. Invece Pogacar, con la pelle ferita e la tuta
sbrindellata, ha attaccato comunque: ha staccato tutti, tranne Tom Pidcock.
Anche Mathieu Van der Poel ha alzato bandiera bianca sul Poggio. Il britannico è
rimasto attaccato allo sloveno fino al rettilineo d’arrivo, mentre il gruppo
rinveniva alle spalle dei due battistrada. Alla fine Pogacar ha vinto in volata,
per circa mezzo metro, nella maniera forse più bizzarra. Anche così è entrato
nella leggenda. Ancora una volta. Pure alla Milano-Sanremo, che stava diventando
la sua ossessione.
A breve l’articolo completo
L'articolo Pogacar, la Milano-Sanremo è finalmente tua: una corsa epica, dalla
caduta alla volata contro Pidcock proviene da Il Fatto Quotidiano.
Laura Pirovano non riesce ancora a crederci. La sciatrice azzurra ha conquistato
la Coppa del Mondo di discesa libera alle Finali di Kvitfjell, firmando il terzo
successo consecutivo dopo la doppietta in Val di Fassa. Un’impresa inattesa fino
a poche settimane fa, raccontata dalle sue parole a caldo: “Ho una paura folle
di farla cadere, questa coppa. Davvero non so cosa dire”, ha confessato subito
dopo la gara. La 28enne trentina, che fino a questo marzo non era mai salita su
un podio in Coppa del Mondo, si ritrova ora con tre vittorie consecutive e la
Sfera di Cristallo di specialità tra le mani. “Se già le vittorie in Val di
Fassa mi avevano tolto le parole, oggi è davvero incredibile”.
A Kvitfjell, Pirovano ha vinto ancora, davanti a Breezy Johnson e Kira Weidle,
precedendo soprattutto la rivale Emma Aicher, quinta e distante 37 centesimi. Un
risultato decisivo per la conquista della coppa, arrivato in una giornata
vissuta ovviamente con grande tensione. “Al traguardo sono crollata in lacrime.
In partenza ero tesa, in gara non mi sentivo perfetta e le prove non erano
andate bene”, ha spiegato. Fino all’ultimo, l’azzurra non si aspettava un
epilogo del genere: “Avevo quasi paura a guardare il risultato perché non mi
aspettavo nulla e poi quando ho visto è stato devastante”.
Il successo assume un valore ancora più significativo se si considera il
percorso recente. Pirovano era spesso vicina alle migliori, senza però riuscire
a fare il salto definitivo. L’errore all’ultima porta a Crans Montana, il quinto
e sesto posto alle Olimpiadi. Poi, improvvisamente, la svolta: “Sono passata
dall’essere sempre lì ma mai abbastanza vicina, a collezionare risultati che non
avrei mai immaginato, come questa coppetta”. Una trasformazione arrivata nel
momento decisivo della stagione.
Nemmeno durante la gara la trentina aveva piena consapevolezza della situazione.
“Non sapevo del risultato di Aicher, avevo solo visto la gara di Weidle e mi
dicevo che sarebbe stata dura”, ha raccontato. Poi, la scoperta finale e
l’esplosione emotiva: “È incredibile – credo sia l’aggettivo migliore”. Con
questa vittoria, Pirovano entra in un gruppo ristretto di azzurre capaci di
conquistare la Coppa del Mondo di discesa libera, accanto a nomi come Federica
Brignone, Sofia Goggia e Isolde Kostner. Un traguardo che fino a poco tempo fa
sembrava lontano: “Forse tra qualche giorno troverò le parole per esprimere
tutto questo. Intanto oggi ho fatto un bel regalo di compleanno a mio papà”.
L'articolo “Ho una paura folle di farla cadere, questa coppa. Guardare il
risultato è devastante”: Pirovano non riesce a crederci proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Attimi di paura e apprensione nella parte finale della Milano-Sanremo Women, la
Classicissima di Primavera al femminile. Una tremenda caduta nella discesa della
Cipressa ha visto coinvolte diverse atlete, tra cui Margaux Vigié, Kasia
Niewiadoma e Kim Le Court. Chi ha avuto la peggio è però Debora Silvestri, la
27enne veneta che corre per il team Laboral Kutxa-Fundación Euskadi.
Silvestri nella bruttissima caduta si è ritrovata un ostacolo davanti
all’improvviso e dopo aver frenato è stata catapultata nella strada sottostante.
La ciclista, alla sua prima partecipazione alla Milano-Sanremo, è rimasta
cosciente ed è stata assistita dai sanitari della corsa. Poco dopo il
trasferimento in ospedale per le cure del caso: il suo team ha confermato però
che Silvestri è cosciente.
Nel frattempo, la seconda edizione della Sanremo Women è stata vinta da Lotte
Kopecky: la belga in una volata ristretta ha battuto la svizzera Noemi Ruegg e
un’ottima Eleonora Gasparrini.
L'articolo Sanremo Women, tremenda caduta nella discesa della Cipressa: Debora
Silvestri ricoverata in ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.