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“Baby Gang era sotto regime di sorveglianza speciale, ma riuscì di nascosto ad arrivare in Iraq per un video coi bazooka, mitra e kalashnikov”: i dettagli dell’ordinanza per il trapper arrestato
Emergono dettagli sorprendenti dall’ordinanza che ha portato all’ennesimo arresto per Baby Gang per “gestione e utilizzo di armi, anche da guerra, ricettazione, ma anche rapina e lesioni aggravate” oltre alle violenze subite dalla fidanzata 22enne, che il rapper aveva costretto a lasciare il lavoro e a cancellarsi dai social per occuparsi della casa. “Tu non hai manco il diritto di parola”. A forza di botte Baby Gang le ha spaccato il setto nasale. “Ti vai a fare male oggi, vuoi andare all’ospedale? (…) ti spaccherei tutta la faccia”, sono solo alcune delle tante minacce contro di lei contenute nell’ordinanza di 151 pagine firmata dal Gip di Lecco Gianluca Piantadosi. Pestaggi ripetuti, scrive ancora il giudice, anche perché la ragazza non gli aveva “preparato la colazione”. La nuova indagine è scaturita da un’altra, sempre dei Carabinieri e della Procura di di Lecco, che aveva portato ad un ennesimo nuovo arresto a Milano per Baby Gang lo scorso settembre, perché trovato in possesso di un’arma con la matricola abrasa. Una passione, quella delle armi, che già in passato l’aveva messo nei guai quando gli investigatori hanno trovato un mitragliatore AK47, riconducibile alla famiglia Hetem (erano stati arrestati), utilizzato “durante le riprese di alcuni video” di Baby Gang e dell’amico e collega Simba La Rue, che sta scontando condanne definitive. Il procuratore capo di Lecco, Ezio Domenico Basso e gli investigatori dei Carabinieri hanno accertato nel corso delle indagini l’esistenza di un gruppo organizzato che avrebbe detenuto e fatto circolare diverse armi, alcune delle quali già recuperate e sequestrate, utilizzate anche per vere e proprie spedizioni punitive nei confronti di ‘concorrenti’. Tra gli episodi più gravi contestati, un’aggressione del 15 giugno 2025 quando tre romeni, per gli aggressori colpevoli di essersi fermate a parlare in strada vicino all’abitazione di Baby Gang, sarebbero state bloccati, trascinati all’interno di un ingresso secondario e selvaggiamente picchiati dal rapper e altri cinque. E il primo gennaio del 2025 Baby Gang e un altro giovane della sua crew avrebbero sparato pure “alcuni colpi in aria” con un kalashnikov nel Lecchese. Il rapper e altri sette indagati sono anche accusati di rapinato una persona per cercare di prendergli un bancomat, un badge e un cellulare. Baby Gang, scrive il gip nell’ordinanza, ha “costruito un’immagine di persona violenta, senza paura, incline alla violenza e all’uso di armi”, che ha “contribuito ad utilizzare per pubblicizzare la sua immagine pubblica di trapper”, anche nei suoi video musicali. Da intercettazioni dello scorso luglio emerge inoltre che, nonostante fosse sotto regime di sorveglianza speciale, riuscì “di nascosto ad arrivare in Iraq” dove realizzò “un video ‘coi bazooka, coi mitra, coi kalashnikov'”. Quei video con “armi da guerra”, come un lanciagranate, e “fucili d’assalto” poi postati sui social. Incurante della misura per pericolosità sociale, scrive il gip, sarebbe anche andato in Marocco e Spagna per concerti. Dalle intercettazioni viene poi a galla l’intenzione di Baby Gang di fuggire all’estero. Di “scappare”, dice il giudice, probabilmente per i suoi tanti problemi giudiziari e le molte ore di lavori socialmente utili che deve fare. Neanche due settimane fa Baby Gang aveva detto che quella condanna, due anni e 18 mesi per ricettazione, sarebbe stata l’ultima: “ora basta, voglio pensare solo alla musica”. Ma non era così e per il 24enne Zaccaria Mouhib, che gli oltre 3 milioni di followers su Instagram conoscono come Baby Gang, si sono riaperte le porte del carcere. L'articolo “Baby Gang era sotto regime di sorveglianza speciale, ma riuscì di nascosto ad arrivare in Iraq per un video coi bazooka, mitra e kalashnikov”: i dettagli dell’ordinanza per il trapper arrestato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Attacco con droni e razzi all’ambasciata Usa a Baghdad: le immagini
L’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita da un attacco con droni e razzi questa notte, e almeno uno ha colpito la sede diplomatica provocando un’esplosione. Dall’ambasciata si è levata una colonna di fumo nero visibile a chilometri di distanza, come si vede in diversi video pubblicati sui social. In precedenza un altro drone aveva colpito un hotel della capitale irachena dove alloggiava anche personale italiano, che non è stato coinvolto nell’esplosione. Fonti della sicurezza irachena hanno descritto l’attacco di questa notte come il più intenso dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L'articolo Attacco con droni e razzi all’ambasciata Usa a Baghdad: le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Missile sull’ambasciata statunitense a Baghdad, fumo e detriti nel complesso diplomatico – Video
Un missile ha colpito un eliporto all’interno del complesso dell’ambasciata statunitense a Baghdad, secondo quanto riferito da due funzionari della sicurezza irachena. Diverse immagini mostrano una colonna di fumo levarsi questa mattina sopra il complesso dell’ambasciata, una delle più grandi strutture diplomatiche statunitensi al mondo, ripetutamente preso di mira da razzi e droni lanciati da milizie filo-iraniane. Le immagini diffuse dall’emittente curda Rudaw mostrano anche detriti sul tetto di uno degli edifici dell’ambasciata L'articolo Missile sull’ambasciata statunitense a Baghdad, fumo e detriti nel complesso diplomatico – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mondiali, caso Iraq: aeroporti chiusi e visti bloccati, non può partire per gli spareggi. La Fifa propone il viaggio in bus
Più di metà della rosa è bloccata a Baghdad. Parte dello staff non ha ancora ricevuto i visti per volare in Messico. E così l’Iraq ha presentato una richiesta formale alla FIFA per il rinvio del playoff a Monterrey – contro la vincente tra Bolivia e Suriname del 31 marzo – valido per la qualificazione ai prossimi Mondiali. “Abbiamo bisogno della nostra squadra migliore disponibile per la partita più importante del Paese degli ultimi 40 anni”. Rimasto bloccato a Dubai, il ct Graham James Arnold propone una linea alternativa: “Una settimana prima dei Mondiali giochiamo contro il vincitore del primo spareggio negli Stati Uniti: chi si qualifica resta lì, il perdente torna a casa. A mio avviso, questo darebbe anche alla FIFA più tempo per decidere cosa fare con l’Iran”. La guerra in Medio Oriente complica la logistica, ma la federazione irachena non vuole mancare allo storico appuntamento: “Il presidente Adnan Dirjal sta lavorando senza sosta per pianificare e prepararsi a realizzare il sogno di tutti in Iraq, quindi abbiamo bisogno che questa decisione venga presa rapidamente. Con l’aeroporto chiuso, stiamo lavorando duramente per cercare di trovare un’altra alternativa”. Con la chiusura dello spazio aereo fino (almeno) al mese di aprile – come comunicato dal Ministero dei trasporti iracheno – e delle ambasciate per poter richiedere il visto, la gestione della trasferta è praticamente impossibile. In pullman per raggiungere Istanbul: l’Iraq boccia la proposta della FIFA Eppure la FIFA aveva proposto all’Iraq un piano B: raggiungere Istanbul via terra con un viaggio in pullman di 25 ore. Una proposta respinta e scartata dalla nazionale irachena per motivi di sicurezza perché “non permetteremo ai giocatori di viaggiare su strada mentre il conflitto è in corso”. Oltre ad avere metà dei giocatori bloccati nella capitale, secondo il Guardian molti di loro (staff compreso) non hanno ancora ricevuto il permesso di viaggiare negli Stati Uniti direzione Houston, per prendere parte al ritiro di allenamento programmato nei mesi precedenti al conflitto. Perché l’Iraq potrebbe partecipare ai Mondiali senza passare dagli spareggi L’Iraq aspetta dunque notizie dalla FIFA per un possibile spostamento dello spareggio. Ma anche per un’eventuale esclusione dell’Iran dalla competizione. In caso di ritiro degli iraniani per la guerra in atto, infatti, la nazionale irachena è considerata la candidata più probabile a sostituirla perché detiene il punteggio più alto secondo quelli che sono i criteri previsti dal torneo di qualificazione della Confederazione calcistica asiatica. La prima (e unica) partecipazione dell’Iraq ai Mondiali Quella di quest’anno potrebbe essere la seconda partecipazione dell’Iraq a un Mondiale. L’ultima risale all’edizione del 1986 che venne disputata proprio in Messico. Ora, in caso di passaggio del turno e di successiva qualificazione alla Coppa del Mondo, la vincente del playoff verrà inserita nel girone I con Norvegia, Francia e Senegal. “Il popolo iracheno è pazzesco, è davvero appassionato di calcio. Il fatto che non si qualifichino da 40 anni è probabilmente il motivo principale per cui ho accettato questo incarico”. Il ct Arnold esorta alla soluzione immediata. La risposta della FIFA è prevista entro questo fine settimana. L'articolo Mondiali, caso Iraq: aeroporti chiusi e visti bloccati, non può partire per gli spareggi. La Fifa propone il viaggio in bus proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Manifestazioni in Iraq e Yemen in sostegno dell’Iran: migliaia di persone in piazza – Video
Manifestazioni in Iraq e Yemen in sostegno del governo iraniano. Sostenitori Houthi, come si vede nel video, si sono radunati a Sana’a, la capitale dello Yemen, sventolando bandiere iraniane. La stessa scena, anche se con meno persone, si è verificata a Baghdad, in Iraq, coi manifesti della defunta Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. La solidarietà è stata espressa anche nei confronti del Libano, che ha subito nuovi attacchi israelo-statunitensi venerdì 6 marzo. Il leader degli Houthi ha dichiarato in tv che il suo gruppo è pronto a entrare in guerra. L'articolo Manifestazioni in Iraq e Yemen in sostegno dell’Iran: migliaia di persone in piazza – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Blackout totale in Iraq: tutto il Paese è al buio dopo l’ondata di attacchi iraniani. Le immagini
Blackout totale in Iraq. Il ministero dell’Elettricità iracheno ha confermato in una nota che tutti i governatorati del Paese sono al buio. Esplosioni sono state udite a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove sono attivi “sistemi di difesa aerea”. Secondo l’Afp, in serata sono stati abbattuti due droni vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad. Un’altra fonte della sicurezza a Baghdad ha confermato l’incidente. L’aeroporto comprende una base militare che ospita una struttura diplomatica statunitense, che precedentemente ospitava le truppe della coalizione guidate dagli Usa. L'articolo Blackout totale in Iraq: tutto il Paese è al buio dopo l’ondata di attacchi iraniani. Le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Isis non è scomparso perché il fondamentalismo è un’idea e le cause che lo hanno generato non sono state eliminate | l’analisi
Bisogna andare nel campo di al Hol, nel nord est della Siria, per trovare i resti dell’Isis, lo stato Islamico di Siria e Iraq. Oltre 60 mila persone, per la maggior parte famiglie e bambini di combattenti che avevano aderito all’ideologia di Abu Bakr al Baghdadi, l’autoproclamato califfo di un’emirato che controllava nel 2017 un territorio grande come la Gran Bretagna, sono oggi prigionieri in un carcere a cielo aperto. Ma l’Isis non è sparito perché è solo l’ultima forma conosciuta di un malessere che ha colpito parti delle popolazioni arabe di Siria e Iraq, coinvolte nei recenti conflitti, e giovani europei marginalizzati nelle periferie del vecchio continente. Quanto questo sia vero lo aveva anticipato Oliver Roy, islamologo francese, in diverse analisi riguardanti gli attentatori francesi che avevano colpito il Bataclan e Charlie Hebdo, la rivista satirica. Nei suoi libri, Roy sosteneva che molti jihadisti europei non fossero il prodotto dell’immigrazione islamica tradizionale, ma giovani occidentali radicalizzati che trovano nell’Isis una forma di ribellione e identità. In parallelo, nel mondo arabo, in particolare Iraq e Siria, la chiamata alle armi fatta dallo Stato Islamico aveva attratto molti giovani sunniti che, in Iraq, hanno vissuto la discriminazione e le persecuzioni perpetrate dagli sciiti – un tempo perseguitati dal regime di Saddam Hussein -, che, preso il potere, avevano fatto pagare un prezzo alto a quella parte di popolazione che aveva sostenuto il vecchio regime. Lo dimostrano le espropriazioni fatte ai sunniti iracheni ad opera dei curdi e delle milizie di “Hashida al shaabi” – forze popolari – chiamate a raccolta a combattere l’isis e che si macchiarono di crimini mai raccontati. O in Siria, dove le tensioni confessionali e il fatto che fossero stati i civili sunniti ad essere le vittime principali della repressione del regime di Assad, aveva riempito i ranghi del califfato. I problemi di allora, quelli che spinsero Abu Bakr al Baghdadi a parlare dal minbar, il pulpito, della moschea al Nouri a Mosul, rimangono parzialmente irrisolti. Specialmente in Iraq, dove le tribù – quelle che fornirono i combattenti migliori allo Stato Islamico – sono ancora ai margini della società. Mentre in Siria, Ahmad al Sharaa, ex qaedista, fondatore di al Nusra, emiro a sua volta, oggi presidente del paese, dopo aver dato la spallata finale al regime degli Assad, nel dicembre 2024, affronta un percorso pragmatico dove la dialettica fondamentalista, almeno pubblicamente, è abbandonata in favore di un discorso nazionale e moderno. Ma paga gli strascichi di ex alleati scomodi che oggi chiedono una fetta di potere. Per ripulirisi, in previsione di uno spostamento geopolitico della Siria filo-americana, ha fatto arrestate molti jihadisti stranieri nel paese. Come Abu Dujana, radicalista uzbeko in Siria, star dei social. O i jihadisti palestinesi Khaled Khaled e Ali Yasser dell’organizzazione Jihad Islamica Palestinese. L’esempio di al Sharaa, ci dice quanto l’islam politico sia un fenomeno complesso. I titoli di giornale gridavano a una Siria possibile Afghanistan dopo la sconfitta di Bashar al Assad l’8 novembre. Tutt’altro è il risultato. Il fondamentalismo è un’idea, e le idee non muoiono fino a quando le circostanze che le hanno create non sono risolte. L’Isis è stato un fenomeno di una potenza mediatica epocale, capace di mettere in crisi e ridiscutere la convivenza con le comunità musulmane nei paesi Europei. Il dato certo è che il fondamentalismo islamico ha fatto più morti fra i musulmani che fra gli occidentali. Secondo dati dell’Onu le vittime musulmane del terrorismo islamico contano per il 95% del totale. Così non è ancora percepito dall’opinione pubblica. A Beirut, nel 2014, un attentatore, si fece saltare nel mercato di Burj Barajee. La città si fermò. Gli abitanti chiesero in tv, rivolgendosi a un pubblico occidentale che non era ovviamente all’ascolto, “perché non raccontate anche dei nostri morti?” cercando di scansare quell’eterna classifica di morti di serie A e B. Lo Stato Islamico ha fatto comodo a tutti. Per reprimere lo Stato Islamico, la Russia avviò una campagna nel 2015 in Siria che andò a colpire l’opposizione e non lo Stato Islamico, come ci raccontano ormai evidenze acclarate. Gli Stati Uniti si misero a combatterlo sostenendo a terra i curdi per avere la loro fetta di influenza fra Siria e Iraq, in funzione anti russa. E i paesi del Golfo, in quel calderone che era il territorio di quel califfato fra Siria e Iraq, sostennero una milizia radicale a testa. In pericolo, pronta ad essere distrutta – scrissero – era la civiltà occidentale messa a rischio dagli uomini vestiti in nero che in diretta tv avevano decapitato il giornalista americano James Foley. Ma oggi, visitando i territori che vanno da Damasco a Baghdad, non si riesce a non inciampare in una fossa comune piena di cadaveri di siriani o iracheni, musulmani: vittime dimenticate e mai riconosciute. E proprio questa dimenticanza, come quella dei 60mila rinchiusi a al Hol, fra di loro anche cittadini occidentali che hanno abbracciato lo Stato Islamico come idea di ribellione contro un occidente ipocrita, nell’abbandono e indegenza formano lo stesso terreno di malessere che ha portato alcuni prima di loro a combattere credendo nelle promesse di Al Baghdadi. A dieci anni dagli attentati che sconvolsero l’Europa, i pericoli maggiori coinvolgono ancora il mondo arabo. Ineguaglianze, malessere sociale e marginalizzazione continuano ad essere le prime cause che, in assenza di discorsi politici nuovi, spingono i giovani nelle braccia del fondamentalismo. Ma anche il completo annientamento di una popolazione, come quella in Palestina, a Gaza, non può che trasformarsi nella solita semplificazione: ci uccidono perché arabi, i nostri morti valgono di meno perché musulmani. E una parte del mondo si sente sempre sotto scacco. La soluzione, in parole semplici, l’aveva espressa quasi 30 anni fa Kofi Annan, segretario delle Nazioni Unite. “Il fondamentalismo non si sconfigge con la forza delle armi – aveva detto parlando ad una platea a Teheran, ma con la forza delle idee. Bisogna offrire ai giovani una visione del mondo in cui si sentano utili, rispettati e parte di qualcosa di più grande di sé — senza bisogno di odiare nessuno per sentirsi vivi.” L'articolo L’Isis non è scomparso perché il fondamentalismo è un’idea e le cause che lo hanno generato non sono state eliminate | l’analisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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