Quella dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est – che tutti
conosciamo come Rojava – è stata una delle esperienze più straordinarie del
nostro tempo. Oggi è fra le più minacciate.
In un Medio Oriente devastato da guerre, autoritarismi e fondamentalismi, lì era
nata una proposta radicalmente diversa: una società fondata sull’autogoverno,
sull’uguaglianza di genere, sulla convivenza tra popoli e religioni, sulla
giustizia sociale e ambientale. Un esperimento di democrazia dal basso che ha
saputo resistere all’Isis. Lo ha fatto combattendo, ma anche costruendo scuole,
assemblee popolari, cooperative agricole e un sistema giudiziario partecipato.
Oggi quella rivoluzione è sotto attacco. Le forze del regime siriano, sostenute
da diverse milizie jihadiste e dalla Turchia, stanno cercando di smantellare
l’autonomia conquistata con anni di lotta.
Dal 6 gennaio sono stati condotti attacchi su larga scala contro le comunità
curde in Siria da parte delle forze del Governo di Transizione Siriano, in
collaborazione con gruppi jihadisti e milizie sostenute dalla Turchia. Iniziati
ad Aleppo, questi attacchi sono divenuti veri tentativi di pulizia etnica, con
massacri di civili curdi e sfollamento forzato di migliaia di persone.
Il Governo di Damasco, dominato da membri dell’ex affiliata di al-Qaida Hay’at
Tahrir alSham (HTS), sta infatti ricorrendo alla violenza per consolidare il
controllo su tutta la Siria. A sostenere questa campagna, il governo turco
tramite il Ministro della Difesa Yaşar Güler e il Ministro degli Esteri Hakan
Fidan. Caccia, droni e velivoli da ricognizione turchi combattono al fianco
delle forze jihadiste.
Le città simbolo della resistenza, come Kobane, sono di nuovo sotto assedio. I
combattenti curdi, che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro il
terrorismo, vengono trattati come un ostacolo da eliminare.
Eppure, i curdi non hanno mai cercato la secessione dalla Siria, ma l’inclusione
all’interno di uno Stato siriano decentralizzato. E gli attacchi sono cominciati
proprio quando cominciava quel processo, il giorno stesso dell’accordo raggiunto
a Parigi in presenza di Stati Uniti, Siria e Israele. Ora, ciò che vediamo
all’orizzonte è l’annientamento del Rojava e la consegna della Siria a una nuova
dittatura.
Eppure, nei giorni scorsi migliaia di curdi hanno risposto all’appello alla
mobilitazione generale, affluendo in Rojava e in altre città della regione per
unirsi alla resistenza.
Il 19 gennaio, i combattimenti si sono estesi in gran parte del Nord e dell’Est
della Siria. Le forze siriane e le milizie jihadiste hanno attaccato la prigione
di Al-Shadadi, liberando migliaia di detenuti dell’Isis.
Mentre tutto questo accade, l’Europa e l’Italia tacciono. Addirittura, la
Commissione Europea promette 620 milioni di euro al governo siriano in due anni.
Un paradosso che grida vendetta. E benché il Segretario Generale dell’Onu,
António Guterres, abbia chiesto un cessate il fuoco immediato, la Coalizione
Internazionale contro l’Isis è rimasta in silenzio.
Non possiamo permetterci l’indifferenza. Perché ciò che accade laggiù riguarda
anche noi: riguarda la possibilità concreta di un altro modello di convivenza,
di un’altra idea di giustizia. Riguarda la nostra stessa sicurezza, perché la
caduta del Rojava significherebbe anche la liberazione di migliaia di jihadisti
detenuti, pronti a riorganizzarsi. Ecco perché la lotta del popolo curdo non è
un affare interno siriano, ma una battaglia per la libertà che ci riguarda tutti
e tutte.
Servono sanzioni immediate sul Governo di Transizione Siriano e condanna da
parte della comunità internazionale; servono sanzioni immediate sulla Turchia e
medesima condanna. E la Commissione Europea deve trattenere quei 620 milioni di
euro di aiuti fino a quando il governo di al-Sharaa non soddisferà standard
chiari di de-escalation, democrazia e pace. Una Siria democratica potrebbe
portare stabilità nella regione, e il primo passo dovrebbe essere il
riconoscimento legale e politico della Daanes.
Nesrin Abdallah, comandante delle Unità di Difesa delle Donne (Ypg), ha detto al
Manifesto: “Di fronte ai massacri, al silenzio internazionale, all’incitamento
alla guerra da parte della Turchia e all’abbandono di ex alleati nella lotta
contro il terrorismo, non ci è rimasta altra scelta che l’autodifesa. Detto
questo, restiamo aperti al negoziato. Crediamo che anche la pace più sporca sia
migliore della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole la pace. Ma tutto
questo potrà essere ottenuto solo con la resistenza”.
Quella resistenza è una premessa di pace per il mondo intero. Difendiamola.
L'articolo L’esperienza democratica del Rojava è minacciata da Siria e Turchia:
basta con l’indifferenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Isis
Dieci anni fa il terribile attentato dell’Isis ad Istanbul segnò profondamente
il paese turco. Da allora l’Isis si è fatta sentire in altre occasioni fino a
due settimane fa quando le forze di sicurezza turche hanno fermato 170 persone
sospettate di legami con il gruppo terroristico nel corso di operazioni
antiterrorismo condotte in 32 province. I sospettati sono accusati di aver
operato in passato all’interno dell’Isis o di averne sostenuto le attività
attraverso aiuti finanziari.
Al momento 10 persone sono state poste in stato di arresto, mentre altre 15 sono
state rilasciate con misure di controllo giudiziario. Le procedure legali per
gli altri fermati sono ancora in corso. Le operazioni, coordinate sotto la
supervisione delle procure, hanno coinvolto l’Organizzazione Nazionale di
Intelligence (MIT), la Direzione dell’Intelligence della Polizia e i reparti
antiterrorismo.
Le unità di polizia provinciale hanno effettuato raid in diverse città, tra cui
Istanbul, Ankara, Smirne, Gaziantep, Diyarbakır, Şanlıurfa, Hatay, Antalya e
Kocaeli. Parallelamente, la Procura Generale di Istanbul ha reso nota
un’operazione mirata contro presunte reti di finanziamento dell’Isis. Secondo i
magistrati cinque individui avrebbero inviato fondi al gruppo e ai suoi membri
mascherandoli da aiuti umanitari, con l’obiettivo di sostenere le attività
dell’organizzazione e impedirne la disgregazione.
La Turchia ha dichiarato l’Isis un’organizzazione terroristica nel 2013. Da
allora fino al 2023, le autorità hanno arrestato più di 19.000 persone per
presunte affiliazioni al gruppo, secondo i dati della presidenza turca. In
questo periodo sono stati espulsi anche più di 7.600 cittadini stranieri
sospettati di aver preso parte ad attività di gruppi armati stranieri.
La recente operazione però evidenzia un cambiamento qualitativo nell’approccio
turco: innanzitutto la capillarità territoriale. Il fatto di intervenire in
diverse province simultaneamente dimostra una capacità dell’intelligence
radicata, segno che le cellule non sono più concentrate solo nelle zone di
confine, ma infiltrate nel tessuto urbano e industriale. Secondo aspetto, il
blocco al finanziamento: l’arresto dei 5 individui a Istanbul che utilizzavano
aiuti umanitari come copertura è cruciale. Colpire il “money laundering” e i
canali informali di trasferimento fondi (hawala) è un modo per impedire la
riorganizzazione delle cellule dormienti.
Infine il contenimento dei “Lupi Solitari”. Negli ultimi anni la Turchia ha
rafforzato in modo significativo le proprie misure antiterrorismo,
concentrandosi in particolare sulle cellule operative e sulle reti di
finanziamento in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza
regionale. A settembre 2025 tre agenti di polizia sono stati uccisi durante un
attacco a una stazione di polizia a Smirne, compiuto da un uomo armato che si
ritiene fosse un adolescente radicalizzato. Nel 2024, due sospettati legati a
Daesh hanno inoltre attaccato una chiesa a Istanbul, causando la morte di un
uomo. Le operazioni contro il gruppo si sono ulteriormente intensificate dopo il
2015 anche attraverso interventi in Siria che hanno portato all’eliminazione di
figure di vertice dell’organizzazione.
La lotta al terrorismo non è solo una questione di sicurezza, ma un tassello
fondamentale per la sopravvivenza politica del presidente Erdogan che punta sul
sentimento nazionalista, presentandosi come l’unico leader capace di garantire
l’ordine e la grandezza del Paese. La lotta al terrorismo in Turchia oggi ha un
doppio risvolto: per i gruppi radicali è un modo per contestare la politica
pro-occidentale di Ankara; per Erdogan è l’occasione per riaffermare un
controllo ferreo e recuperare consensi.
L'articolo Dieci anni dopo l’attentato a Istanbul, Erdogan usa la lotta all’Isis
per recuperare consensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’attacco a Bondi Beach, compiuto dalla coppia terroristica Sajid e Naveed Akram
– padre e figlio, entrambi affiliati all’Isis – ci riporta nel tempo ad una
serie di altri attentati progettati in famiglia.
Il legame familiare ha avuto un ruolo rilevante in diversi casi di attentatori
legati alle organizzazioni terroristiche soprattutto nei processi di
radicalizzazione e di reclutamento. Numerosi studi mostrano che la scelta di
aderire al jihadismo non nasce quasi mai in modo isolato, ma si sviluppa
all’interno di reti relazionali strette, dove la famiglia rappresenta uno dei
contesti più influenti. In diversi attentati riconducibili all’Isis sono emersi
fratelli, cugini o coniugi coinvolti insieme, oppure radicalizzati in modo
progressivo gli uni dagli altri.
Said e Cherif Kouachi erano due fratelli franco-algerini di 32 e 34 anni, votati
alla causa jihadista nell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo; negli
attentati di Boston abbiamo avuto i fratelli Tsarnaev; negli attentati di Parigi
abbiamo avuto i fratelli Abdeslam; e nella strage di San Bernardino abbiamo
avuto una coppia composta da marito e moglie, Syed Rizwan Farook e Tashfeen
Malik. Il vincolo familiare rafforza la fiducia reciproca, riduce il rischio di
infiltrazioni esterne e favorisce la costruzione di un’identità condivisa basata
sulla lealtà e sull’obbedienza al gruppo. In questi casi, l’ideologia estremista
si intreccia con dinamiche affettive: protezione, emulazione, senso di
appartenenza e dovere verso i propri cari.
L’Isis ha inoltre sfruttato consapevolmente la famiglia come strumento
strategico, promuovendo l’idea di un “jihad domestico” e incoraggiando interi
nuclei familiari a sostenere la causa, sia direttamente negli attacchi sia
attraverso supporto logistico e morale. Uno studio condotto dalla Pennsylvania
State University che ha esaminato le interazioni di 120 presunti lupi solitari
ha dimostrato che nel 64% dei casi i familiari e gli amici erano consapevoli
dell’intento dell’individuo di impegnarsi in un’attività legata al terrorismo.
Il dottor Rik Coolsaet, esperto belga di terrorismo, ha riscontrato come la
parentela e l’amicizia hanno molta più importanza rispetto alla religione, alla
località o qualunque altra cosa.
Il ricorso ai matrimoni come strumento di consolidamento dei legami tra
jihadisti e comunità locali è una strategia tutt’altro che recente, che affonda
le radici nelle tradizioni tribali. In passato, alcuni “arabi afghani” diedero
in sposa figlie o sorelle a compagni di lotta jihadista. L’algerino Abdullah
Anas, ad esempio, sposò la figlia del suo mentore, il palestinese Abdullah
Azzam. Anche se questi matrimoni non erano sempre concepiti per costruire
alleanze politiche durature, finirono comunque per produrre effetti simili,
rafforzando reti di fiducia e appartenenza. Un altro caso emblematico è quello
di Abu Musab al-Zarqawi, che fece sposare la propria sorella a Khaled Mustafa
al-Aruri (conosciuto come Abu Qassam o Abu Ashraf), uno dei suoi collaboratori
più stretti tra il 1989 e il 2001. Allo stesso modo, si ritiene che Osama bin
Laden abbia organizzato il suo matrimonio con Amal al-Sada, una donna yemenita
appartenente a una potente tribù della regione montuosa di Ibb, con l’obiettivo
di rafforzare il reclutamento e il radicamento di al-Qaeda in Yemen.
Nel complesso, questi esempi mostrano come, nel jihadismo, i vincoli di sangue e
di matrimonio abbiano spesso rappresentato un fattore chiave per la diffusione e
la stabilità delle organizzazioni terroristiche, talvolta più incisivo
dell’ideologia stessa. Per questo motivo abbandonare il gruppo diventa
estremamente difficile. Significherebbe deludere o tradire i propri cari,
rompere legami affettivi fondamentali, perdere la propria identità sociale ed
emotiva. Il conflitto non è più tra individuo e gruppo, ma tra individuo e se
stesso: uscire significa tradire contemporaneamente la causa e la propria
famiglia, un costo psicologico altissimo che rafforza ulteriormente la
permanenza nel gruppo.
L'articolo L’Isis sfrutta la parentela per reclutare e radicalizzare i
terroristi: così gli attacchi nascono in famiglia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Raid delle forze armate degli Stati Uniti la notte di Natale in Nigeria. A dare
l’annuncio è stato lo stesso presidente Usa scrivendo sui social di avere
ordinato attacchi “potenti e letali” contro i miliziani dell’Isis nel nord-ovest
del Paese africano. Donald Trump ha sottolineato di aver “già avvertito questi
terroristi che se non avessero smesso di massacrare i cristiani, avrebbero
pagato un prezzo altissimo, e stanotte è successo“.
I raid sono stati confermati questa mattina dal ministero degli Esteri
nigeriano, che ha parlato di “attacchi di precisione” contro “obiettivi
terroristici” nel Paese. Il Comando Africa del Dipartimento della Difesa degli
Usa (Africom) ha reso noto che “diversi terroristi dell’Isis” sono stati uccisi
in un attacco nello Stato di Sokoto condotto “in coordinamento con le autorità
nigeriane”. Poco prima in un post su X lo stesso Comando aveva affermato che i
raid erano scattati “su richiesta delle autorità nigeriane”: dichiarazione che,
poco dopo, è stata rimossa.
“Buon Natale a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se
continueranno a massacrare i cristiani”, ha scritto su Truth Trump. I funzionari
della difesa statunitensi hanno successivamente pubblicato un video del lancio
notturno di un missile dal ponte di una nave da guerra statunitense. “Le
autorità nigeriane continuano a collaborare in modo strutturato con i partner
internazionali, compresi gli Stati Uniti d’America, nella lotta contro la
persistente minaccia del terrorismo e dell’estremismo violento”, ha affermato il
ministero degli Esteri nigeriano.
Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha espresso in un post su X la sua
gratitudine “per il sostegno e la collaborazione del governo nigeriano”.
Quest’anno gli Stati Uniti hanno reinserito la Nigeria nell’elenco dei Paesi
“oggetto di particolare preoccupazione” per quanto riguarda la libertà religiosa
e hanno limitato il rilascio di visti ai cittadini nigeriani.
I primi giorni di novembre Trump aveva minacciato un intervento militare in
Nigeria: “Stanno uccidendo i cristiani e li stanno uccidendo in gran numero. Non
permetteremo che ciò accada”, aveva detto il presidente Usa. Pochi giorni dopo
le autorità nigeriane avevano reso noto di avere rafforzato la “partnership in
materia di sicurezza” con gli Stati Uniti, respingendo però le accuse di
persecuzione mirata contro i cristiani nel Paese africano.
L'articolo Raid degli Stati Uniti in Nigeria, Trump: “Eliminati terroristi
dell’Isis, hanno ucciso cristiani innocenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due eventi lontani geograficamente ma vicini sul piano ideologico si sono
verificati con una tempistica significativa: l’attacco terroristico nella
capitale australiana Sydney, che ha preso di mira un raduno civile durante una
celebrazione legata alle festività ebraiche, e l’attacco nella città siriana di
Palmira contro soldati americani, compiuto da un membro delle forze di sicurezza
siriane. Due episodi che riportano al centro del dibattito la questione della
gestione degli elementi con un passato jihadista, e i rischi legati a un
affidamento totale su di essi, con conseguenze dirette sul piano della
sicurezza.
La coincidenza di questi due attacchi con l’avvio dei preparativi per un nuovo
confronto con lo Stato Islamico in Siria riapre interrogativi fondamentali sulla
reale capacità dell’attuale amministrazione siriana di svolgere un ruolo
efficace in questa fase, così come sulla natura dei rischi di sicurezza che
potrebbero derivarne, sia all’interno della Siria sia oltre i suoi confini.
Il ritorno operativo dell’organizzazione avviene in parallelo al prevedibile
inasprimento delle pressioni militari contro di essa sul fronte siriano. È
plausibile che l’Isis scelga di intensificare le proprie operazioni non solo per
affrontare direttamente il potere di Damasco, ma anche per indebolirlo e
metterne in luce la fragilità. Queste operazioni potrebbero non limitarsi alle
tradizionali aree di influenza nel deserto siriano o nel sud del Paese, ma
estendersi anche ai centri urbani, nel tentativo di attribuire all’azione una
dimensione politica e di inviare un messaggio di minaccia diretta, dimostrando
la capacità del gruppo di superare la logica della sopravvivenza ai margini del
centro politico.
Questo percorso aumenta la probabilità di una riattivazione delle reti
jihadiste, soprattutto se l’escalation dovesse tradursi in un indebolimento
dell’autorità locale e in una frammentazione del controllo della sicurezza.
Fratture interne, proteste locali e assenza di una presa centrale efficace
creano infatti un terreno favorevole al ritorno delle cellule jihadiste, in
particolare di quelle organizzazioni che, per loro natura, perseguono ambizioni
regionali e transnazionali. In un simile contesto, non è escluso che questi
gruppi ricorrano a forme di cooperazione temporanea con milizie locali per
ottenere armi o basi operative, trasformando lo scenario in un conflitto
prolungato, suscettibile di espansione verso le aree limitrofe.
Sul piano internazionale, il principale significato dell’attacco di Sydney
risiede nel fatto che la strategia dei “lupi solitari” resta lo strumento più
efficace per l’organizzazione. Tuttavia, questi lupi solitari non sono
necessariamente individui isolati, ma spesso elementi inseriti in una struttura
organizzata. Le informazioni emerse indicano che gli autori dell’attacco
avrebbero ricevuto addestramento nelle Filippine, oltre a istruzioni precise
sulle modalità, il luogo e il momento dell’azione. Attraverso queste operazioni,
l’Isis mira a trasmettere un messaggio chiaro: il suo ritorno sulla scena
internazionale e la sua capacità di colpire in contesti geografici ampi e
distanti tra loro.
Nella sua nuova narrativa, l’organizzazione tenta di sfruttare il clima di
crescente antisemitismo emerso negli ultimi mesi, senza tuttavia modificare i
propri obiettivi fondamentali, che restano il bersagliamento di Stati, luoghi di
culto e civili. Questa linea conferma l’intento di dimostrare la capacità di
operare su scala globale, soprattutto in vista di un confronto diretto nei suoi
bastioni in Siria.
Con la riattivazione delle cellule dormienti e la diffusione di un clima di
minaccia su scala globale, il mondo entra in una nuova fase di sfide alla
sicurezza che non si limiteranno alle forme tradizionali di terrorismo o ad
attacchi di bassa complessità. Al contrario, la varietà delle possibili modalità
operative appare in aumento, anche alla luce del tentativo dell’organizzazione
di sfruttare le contraddizioni e le fratture emerse negli ultimi due anni,
insieme ai profondi cambiamenti sociali e politici attraversati da diverse
società.
L’Isis cerca inoltre di capitalizzare l’ampliamento della categoria dei “nemici”
nel discorso politico americano, che oggi include un ampio spettro di attori, da
Hezbollah e Hamas fino ai Fratelli Musulmani e altri ancora. Questo contesto
offre all’organizzazione uno spazio narrativo favorevole per giustificare le
proprie azioni e costruire alleanze tattiche temporanee.
La riattivazione della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico
potrebbe apparire come una risposta naturale a questa escalation, ma l’assenza
di attori realmente efficaci sul terreno, in particolare in Siria, rende
difficile immaginare una conclusione rapida di questo confronto e aumenta il
rischio di un conflitto prolungato. Affidarsi al governo siriano per svolgere un
ruolo decisivo non rappresenta una garanzia, alla luce delle complesse dinamiche
interne e della difficoltà di un coinvolgimento diretto e affidabile delle sue
forze.
Riaprire il dossier del confronto con l’Isis significa inevitabilmente accettare
un aumento del rischio di attacchi terroristici. L’organizzazione continuerà a
fare leva sull’effetto sorpresa e sull’amplificazione mediatica, colpendo luoghi
ad alto valore simbolico per rafforzare l’immagine di un attore capace di agire
nelle capitali più sensibili. Una strategia propagandistica collaudata, che
l’Isis ha sempre utilizzato sfruttando eventi e ricorrenze simboliche per
massimizzare l’impatto psicologico e mediatico.
L'articolo Il ritorno dell’Isis: i segnali dalla Siria al mondo sono allarmanti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Erano stati nelle Filippine dal 1° al 28 novembre i due presunti responsabili
della strage di Bondi Beach, a Sydney, costata la vita domenica a 15 persone
durante la festa ebraica dell’Hanukkah. Lo hanno riferito alla Bbc fonti
dell’Ufficio immigrazione di Manila, lo ha confermato anche la polizia dello
Stato australiano del Nuovo Galles del Sud. Sul viaggio indagano le autorità
australiane. Sajid Akram, 50 anni, si era messo in viaggio con un passaporto
indiano, ha spiegato la portavoce dell’Ufficio immigrazione, Dana Sandoval. Il
figlio, Naveed, 24 anni, aveva utilizzato un passaporto australiano, ha
aggiunto, precisando che avevano dichiarato sarebbero stati a Davao, una grande
città sull’isola meridionale di Mindanao, e che sarebbero rientrati in Australia
con un volo per Sydney. Le ragioni del viaggio sono oggetto di accertamenti. Il
50enne è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, mentre il 24enne è rimasto
ferito ed è ricoverato in ospedale.
Mindanao, la seconda isola più grande dell’arcipelago, ospita diversi gruppi
ribelli islamisti ed è da tempo un focolaio di insurrezione contro il governo.
Nel 2017, militanti affiliati all’Isis hanno preso il controllo della città di
Marawi, innescando un sanguinoso assedio durato mesi. Alcuni media avevano
inoltre scritto che i due avevano ricevuto nelle Filippine “un addestramento di
tipo militare“, ma secondo la Bbc l’esercito di Manila non ha ancora confermato.
Il National Bureau of Investigation (Nbi) delle Filippine lavora in
coordinamento con altre agenzie del governo per ricostruire “le attività” svolte
dai due sospettati. Palmer Mallari, portavoce dell’Nbi, ha confermato alla Bbc
che padre e figlio sono stati a Davao e “teoricamente nelle aree limitrofe”. Sul
tema il ministro degli Esteri australiano, Penny Wong, ha sentito la collega
delle Filippine, Tess Lazaro.
Sajid e Naveed Akram erano motivati dall'”ideologia dello Stato islamico“, ha
affermato il primo ministro australiano Anthony Albanese. “La perversione
radicale dell’Islam è assolutamente un problema”, ha detto il premier in una
conferenza stampa Gli investigatori hanno affermato che la polizia ha trovato
due bandiere artigianali dello Stato Islamico nell’auto con cui i due
attentatori si sono recati sul luogo del massacro di domenica. La polizia ha
anche recuperato ordigni esplosivi improvvisati all’interno dell’auto.
L'articolo Strage di Sydney, i due killer erano stati nelle Filippine:
“Avrebbero ricevuto addestramento militare da ribelli islamisti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Le autorità australiane stanno rivelando altre notizie inquietanti sui due
uomini, padre e figlio, responsabili della strage di Bondi Beach, a Sydney, in
Australia, in cui sono rimasti uccisi 16 cittadini di religione ebraica mentre
festeggiavano la ricorrenza di Hanukkah. Il 50enne, rimasto ucciso nell’attacco,
Sajid Akram, era arrivato la prima volta in Australia nel 1998 con un visto
studenti, mentre il figlio 24enne Naveed, ferito e ricoverato in ospedale, è
cittadino australiano di nascita. Da quanto sta emergendo, i due erano
simpatizzanti se non, addirittura affiliati all’Isis. Nel 2019 l’intelligence
australiana aveva tenuto sotto controllo il più giovane per circa 6 mesi. Una
circostanza confermata oggi dal premier Anthony Albanese che ha spiegato come
“l’indagine venne chiusa perchè non vi erano indicazioni di una minaccia in
corso o la minaccia di una sua azione violenta” pur precisando che le due
persone con cui aveva questi contatti erano state in seguito arrestate. Secondo
Abcnews, invece il ragazzo aveva allacciato veri e propri contatti con una
cellula terroristica dello Stato Islamico con base a Sydney.
Nell’auto dei due attentatori sono state trovate anche due bandiere dello Stato
Islamico, hanno fatto sapere ai media fonti investigative convinte che padre e
figlio avessero addirittura giurato la propria fedeltà all’Isis. Se i due Akram
forse erano “solo” dei sostenitori di quella che fu l’organizzazione
terroristica islamica fondata undici anni fa dal defunto Califfo Nero
al-Baghdadi, che riuscì a conquistare un’enorme fetta di territorio tra l’Iraq e
la Siria, all’Isis apparteneva l’attentatore che sabato ha teso un’imboscata
fatale a due soldati americani e al loro interprete civile nel centro della
Siria.
L’inviato speciale degli Stati Uniti in Siria, Tom Barrack, ha dichiarato che
l’agguato terroristico sottolinea la persistente minaccia dell’Isis per la Siria
e per la stabilità del mondo intero, compresa la sicurezza del territorio
nazionale degli Stati Uniti. La strategia statunitense si concentra sul sostegno
ai partner siriani ma con un supporto operativo statunitense limitato visto che
le truppe americane rimaste in Siria ormai ammontano solo a 900 unità.
Barrack ha quindi sottolineato che i terroristi colpiscono perché sono
sottoposti a continue pressioni da parte dei partner siriani, tra cui l’esercito
siriano sotto il comando del presidente al-Sharaa (che fu a lungo un esponente
della versione siriana di al Qaeda, rivale dell’Isis). A quanto pare però
l’osmosi tra gli eserciti ricreatisi dopo i conflitti e i tagliagole dell’Isis
prosegue: iniziata con la caduta di Saddam Hussein in Iraq prosegue oggi, anche
se in misura inferiore, in Siria. Una fonte a conoscenza della sparatoria ha
affermato che l’attentatore era stato affiliato alle forze di sicurezza siriane,
ma che al momento non era in servizio.
In un post su X, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha descritto
l’attentatore come un “un lupo solitario dell’Isis”, senza tuttavia menzionare
il fatto che fosse probabilmente anche un soldato dell’esercito siriano del dopo
caduta di Assad, avvenuta l’8 dicembre dello scorso anno con l’entrata Damasco
di al Sharaa a capo della sua milizia jihadista. Sabato il presidente Trump si
era rivolto ai social media per esprimere le proprie condoglianze per i soldati
caduti e condannare l’attacco. “Il presidente della Siria, Ahmed al-Sharaa, è
estremamente arrabbiato e turbato da questo attacco. Ci saranno ritorsioni molto
gravi. Grazie per l’attenzione!”, ha scritto nel post.
L'articolo Dall’Australia alla Siria, l’Isis colpisce ancora. Trump: “Ci saranno
gravi ritorsioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’imboscata avvenuta a Palmira, nella Siria centrale, in cui due soldati
statunitensi e un interprete americano sono stati uccisi durante una pattuglia
congiunta da un miliziano appartenente all’Isis, l’autoproclamato Stato
islamico, che nel 2017 controllava un territorio tra Siria e Iraq grande come la
Gran Bretagna. A dare la notizia è stato il Comando Centrale degli Stati Uniti
(Centcom). Tuttavia, secondo quanto riferito dal ministero degli Interni
siriano, la coalizione guidata dagli Stati Uniti era stata avvertita di una
possibile infiltrazione da parte dei combattenti dello Stato Islamico. “Erano
già stati inviati allarmi dal Comando per la sicurezza interna alle forze
alleate nella regione desertica”, ha dichiarato il portavoce del ministero Anwar
al-Baba in un’intervista alla televisione di Stato. “Le forze della coalizione
internazionale non hanno preso in considerazione gli allarmi siriani di una
possibile infiltrazione dell’Is”, ha aggiunto.
In precedenza, l’agenzia di stampa statale siriana Sana aveva riferito della
sparatoria in cui erano rimasti feriti diversi soldati siriani e americani, il
cui attentatore era stato ucciso sul posto. Nell’imboscata sono stati feriti
anche altri tre statunitensi, ha riferito su X il portavoce del Pentagono Sean
Parnell, precisando che i nomi delle vittime, “così come le informazioni
identificative relative alle loro unità, non saranno resi noti fino a 24 ore
dopo la notifica ai parenti più stretti”. “Sappiate che se prendete di mira gli
americani, in qualsiasi parte del mondo, passerete il resto della vostra breve e
ansiosa esistenza sapendo che gli Stati Uniti vi daranno la caccia, vi
troveranno e vi uccideranno senza pietà”, ha assicurato il capo del Pentagono
Pete Hegseth.
L'articolo Imboscata dell’Isis in Siria: uccisi due soldati e un interprete Usa.
Damasco: “È stato ignorato un nostro allarme” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bisogna andare nel campo di al Hol, nel nord est della Siria, per trovare i
resti dell’Isis, lo stato Islamico di Siria e Iraq. Oltre 60 mila persone, per
la maggior parte famiglie e bambini di combattenti che avevano aderito
all’ideologia di Abu Bakr al Baghdadi, l’autoproclamato califfo di un’emirato
che controllava nel 2017 un territorio grande come la Gran Bretagna, sono oggi
prigionieri in un carcere a cielo aperto. Ma l’Isis non è sparito perché è solo
l’ultima forma conosciuta di un malessere che ha colpito parti delle popolazioni
arabe di Siria e Iraq, coinvolte nei recenti conflitti, e giovani europei
marginalizzati nelle periferie del vecchio continente.
Quanto questo sia vero lo aveva anticipato Oliver Roy, islamologo francese, in
diverse analisi riguardanti gli attentatori francesi che avevano colpito il
Bataclan e Charlie Hebdo, la rivista satirica. Nei suoi libri, Roy sosteneva che
molti jihadisti europei non fossero il prodotto dell’immigrazione islamica
tradizionale, ma giovani occidentali radicalizzati che trovano nell’Isis una
forma di ribellione e identità.
In parallelo, nel mondo arabo, in particolare Iraq e Siria, la chiamata alle
armi fatta dallo Stato Islamico aveva attratto molti giovani sunniti che, in
Iraq, hanno vissuto la discriminazione e le persecuzioni perpetrate dagli sciiti
– un tempo perseguitati dal regime di Saddam Hussein -, che, preso il potere,
avevano fatto pagare un prezzo alto a quella parte di popolazione che aveva
sostenuto il vecchio regime. Lo dimostrano le espropriazioni fatte ai sunniti
iracheni ad opera dei curdi e delle milizie di “Hashida al shaabi” – forze
popolari – chiamate a raccolta a combattere l’isis e che si macchiarono di
crimini mai raccontati. O in Siria, dove le tensioni confessionali e il fatto
che fossero stati i civili sunniti ad essere le vittime principali della
repressione del regime di Assad, aveva riempito i ranghi del califfato.
I problemi di allora, quelli che spinsero Abu Bakr al Baghdadi a parlare dal
minbar, il pulpito, della moschea al Nouri a Mosul, rimangono parzialmente
irrisolti. Specialmente in Iraq, dove le tribù – quelle che fornirono i
combattenti migliori allo Stato Islamico – sono ancora ai margini della società.
Mentre in Siria, Ahmad al Sharaa, ex qaedista, fondatore di al Nusra, emiro a
sua volta, oggi presidente del paese, dopo aver dato la spallata finale al
regime degli Assad, nel dicembre 2024, affronta un percorso pragmatico dove la
dialettica fondamentalista, almeno pubblicamente, è abbandonata in favore di un
discorso nazionale e moderno. Ma paga gli strascichi di ex alleati scomodi che
oggi chiedono una fetta di potere. Per ripulirisi, in previsione di uno
spostamento geopolitico della Siria filo-americana, ha fatto arrestate molti
jihadisti stranieri nel paese. Come Abu Dujana, radicalista uzbeko in Siria,
star dei social. O i jihadisti palestinesi Khaled Khaled e Ali Yasser
dell’organizzazione Jihad Islamica Palestinese.
L’esempio di al Sharaa, ci dice quanto l’islam politico sia un fenomeno
complesso. I titoli di giornale gridavano a una Siria possibile Afghanistan dopo
la sconfitta di Bashar al Assad l’8 novembre. Tutt’altro è il risultato.
Il fondamentalismo è un’idea, e le idee non muoiono fino a quando le circostanze
che le hanno create non sono risolte. L’Isis è stato un fenomeno di una potenza
mediatica epocale, capace di mettere in crisi e ridiscutere la convivenza con le
comunità musulmane nei paesi Europei. Il dato certo è che il fondamentalismo
islamico ha fatto più morti fra i musulmani che fra gli occidentali. Secondo
dati dell’Onu le vittime musulmane del terrorismo islamico contano per il 95%
del totale. Così non è ancora percepito dall’opinione pubblica.
A Beirut, nel 2014, un attentatore, si fece saltare nel mercato di Burj Barajee.
La città si fermò. Gli abitanti chiesero in tv, rivolgendosi a un pubblico
occidentale che non era ovviamente all’ascolto, “perché non raccontate anche dei
nostri morti?” cercando di scansare quell’eterna classifica di morti di serie A
e B.
Lo Stato Islamico ha fatto comodo a tutti. Per reprimere lo Stato Islamico, la
Russia avviò una campagna nel 2015 in Siria che andò a colpire l’opposizione e
non lo Stato Islamico, come ci raccontano ormai evidenze acclarate. Gli Stati
Uniti si misero a combatterlo sostenendo a terra i curdi per avere la loro fetta
di influenza fra Siria e Iraq, in funzione anti russa. E i paesi del Golfo, in
quel calderone che era il territorio di quel califfato fra Siria e Iraq,
sostennero una milizia radicale a testa.
In pericolo, pronta ad essere distrutta – scrissero – era la civiltà occidentale
messa a rischio dagli uomini vestiti in nero che in diretta tv avevano
decapitato il giornalista americano James Foley. Ma oggi, visitando i territori
che vanno da Damasco a Baghdad, non si riesce a non inciampare in una fossa
comune piena di cadaveri di siriani o iracheni, musulmani: vittime dimenticate e
mai riconosciute. E proprio questa dimenticanza, come quella dei 60mila
rinchiusi a al Hol, fra di loro anche cittadini occidentali che hanno
abbracciato lo Stato Islamico come idea di ribellione contro un occidente
ipocrita, nell’abbandono e indegenza formano lo stesso terreno di malessere che
ha portato alcuni prima di loro a combattere credendo nelle promesse di Al
Baghdadi.
A dieci anni dagli attentati che sconvolsero l’Europa, i pericoli maggiori
coinvolgono ancora il mondo arabo. Ineguaglianze, malessere sociale e
marginalizzazione continuano ad essere le prime cause che, in assenza di
discorsi politici nuovi, spingono i giovani nelle braccia del fondamentalismo.
Ma anche il completo annientamento di una popolazione, come quella in Palestina,
a Gaza, non può che trasformarsi nella solita semplificazione: ci uccidono
perché arabi, i nostri morti valgono di meno perché musulmani. E una parte del
mondo si sente sempre sotto scacco.
La soluzione, in parole semplici, l’aveva espressa quasi 30 anni fa Kofi Annan,
segretario delle Nazioni Unite. “Il fondamentalismo non si sconfigge con la
forza delle armi – aveva detto parlando ad una platea a Teheran, ma con la forza
delle idee. Bisogna offrire ai giovani una visione del mondo in cui si sentano
utili, rispettati e parte di qualcosa di più grande di sé — senza bisogno di
odiare nessuno per sentirsi vivi.”
L'articolo L’Isis non è scomparso perché il fondamentalismo è un’idea e le cause
che lo hanno generato non sono state eliminate | l’analisi proviene da Il Fatto
Quotidiano.