Quando la leva pubblica viene usata senza misura, il conto non resta nei bilanci
delle banche: si scarica sul sistema e, alla fine, lo pagano le Pmi, tra credito
più selettivo, costi più alti e minore accesso alla liquidità.
Ecco il risultato di una gestione discutibile e di un modello di business che,
quando si regge quasi esclusivamente sulla leva pubblica, può trasformare uno
strumento nato per sostenere le imprese in un fattore di squilibrio.
Il caso di Banca Progetto — oggi oggetto di operazioni straordinarie e di
mercato dopo il default strutturale — riporta al centro una questione che per
anni è rimasta sottovalutata: cosa succede quando il Fondo di Garanzia per le
Pmi diventa l’architrave dell’erogazione del credito? Spieghiamolo in modo
semplice.
Il Fondo di Garanzia gestito da Medio Credito Centrale (Mcc) è una garanzia
pubblica. Non è un contributo a fondo perduto e non è un prestito dello Stato. È
lo Stato che si impegna a coprire una parte del rischio della banca. Se
l’impresa non paga, una quota del finanziamento viene rimborsata dal Fondo.
Questo meccanismo ha consentito, soprattutto durante la pandemia, di immettere
liquidità nel sistema produttivo quando nessuno avrebbe finanziato nessuno.
Fin qui, lo strumento è stato decisivo. Il problema nasce quando la garanzia
pubblica non è più un supporto, ma diventa il motore principale della crescita
di un intermediario. Se una banca può trasferire una parte rilevante del rischio
allo Stato, il confine tra sostegno all’economia e azzardo morale diventa
sottile. L’incentivo alla selezione rigorosa del credito può indebolirsi.
Non servono accuse enfatiche. Basta un principio economico elementare: se non
sopporti interamente il rischio delle tue scelte, potresti essere meno prudente
nel prenderle.
Quando il ciclo economico cambia — tassi in salita, margini compressi, domanda
debole — emergono le fragilità. Ed è lì che il tema della crescita non
sostenibile degli Npl (Non Performing Loans), cioè i crediti deteriorati o non
più rimborsati regolarmente dalle imprese, diventa centrale. Se una quota
significativa di quei crediti era assistita da garanzia pubblica, il rischio non
resta confinato nell’intermediario. Si trasferisce.
In questo contesto va letta la recente introduzione del cosiddetto “premio
aggiuntivo”. Cos’è, in concreto?
È un contributo extra che le banche devono versare al Fondo quando utilizzano in
modo intensivo la garanzia pubblica. Non è formalmente una commissione sul
singolo prestito dell’imprenditore, ma un costo calcolato sul volume complessivo
di garanzie richieste dall’intermediario. Più una banca si appoggia al Fondo,
più paga. L’obiettivo dichiarato è duplice: rafforzare la sostenibilità
finanziaria del Fondo e disincentivare un uso eccessivamente espansivo della
garanzia. Tradotto in termini economici: si introduce un prezzo sull’utilizzo
massiccio della leva pubblica.
È un cambio di paradigma. Prima la garanzia era, di fatto, uno strumento quasi
neutro in termini di costo sistemico. Oggi diventa una variabile che incide
sulle scelte di portafoglio delle banche. Se usare il Fondo costa di più, la
selezione del credito diventa più stringente. Per le Pmi, questo significa una
cosa molto semplice: meno automatismi. Il credito garantito non è più un
passaggio quasi meccanico. Diventa più legato alla qualità del bilancio, alla
veridicità del business plan, alla trasparenza dei flussi, alla solidità del
progetto.
Il Fondo di Garanzia resta uno strumento fondamentale. Ma non può essere un
acceleratore di crescita disordinata né una scorciatoia permanente per aggirare
la valutazione del rischio. La lezione è chiara: quando il credito cresce troppo
rapidamente grazie alla copertura pubblica, la qualità delle decisioni diventa
decisiva. Se la qualità non tiene, il problema non è solo della banca. Diventa
di sistema. E il sistema, prima o poi, presenta il conto.
L'articolo Fondo di garanzia e azzardo morale: cosa insegna il caso Banca
Progetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le principali banche italiane hanno usato, nei conti 2025, lo ‘sconto’ previsto
dalla legge di Bilancio per liberare le riserve di capitale accantonate nel 2023
al posto della tassa sugli extraprofitti. E hanno di conseguenza versato al
fisco poco più di 1,8 miliardi di euro. Scorrendo i bilanci diffusi dagli
istituti di credito in questi giorni emerge, in maniera più o meno evidente,
l’utilizzo della misura allo scopo di beneficiare dell’aliquota agevolata del
27,5% concessa solo per quest’anno, con un risparmio aggregato di circa 800
milioni. Il meccanismo previsto contempla infatti un’aliquota che cresce negli
anni per stimolare l’affrancamento da parte delle banche dei 6,8 miliardi di
riserve, con conseguente incasso immediato per le casse statali.
Una decisione agevolata dai buoni conti 2025 del comparto, grazie anche ai tassi
di interesse Bce stabili che assicurano margini ancora di tutto rispetto. Anche
per questo il capitale ‘liberato’ e distribuito ai soci non mette a rischio la
solidità patrimoniale. La manovra ha previsto per gli istituti diversi aggravi
(fra cui l’aumento Irap e il differimento della deducibilità fiscale) per un
valore complessivo di circa 10 miliardi di euro nei prossimi tre anni. La Lega
avrebbe voluto interventi più incisivi e penalizzanti.
Il capitale arriva dalla decisione di accumulare le riserve al posto del
pagamento della tassa sugli extraprofitti nel 2023. Un provvedimento introdotto
a sorpresa dal governo quell’estate e che poi, su pressione della Bce, era stato
modificato dando appunto agli istituti di credito l’opzione di costituire delle
riserve patrimoniali. Con la legge di Bilancio 2026, che ha previsto anche altre
misure a carico del settore a partire dall’aumento dell’aliquota Irap,
l’esecutivo e poi il Parlamento hanno previsto un’aliquota agevolata per indurre
l’affrancamento. Nel bilancio 2025 quindi varie banche hanno comunicato di aver
scelto quella strada. Intesa Sanpaolo mostra 570 milioni di euro “di contributo
straordinario sulla “riserva extraprofitti” a carico del capitale”. Il gruppo
Bpm un versamento di 104,7 milioni (104,0 milioni per Banco Bpm e 0,7 milioni
per Banca Aletti), Credem parla di “un impatto di circa 11 bps derivante
dall’affrancamento” che corrisponderebbero a 26 milioni di euro. Banca
Mediolanum di 18,5 milioni di euro, Fineco parla di iscrizione di una riserva
negativa di 8,4 milioni. Per Bper stando a quanto scriveva nel bilancio 2023
dovrebbe versare 87 milioni.
Nei prossimi giorni alzeranno il velo sui bilanci anche Unicredit, lunedì, e Mps
il giorno seguente. La prima, secondo quanto si ricava dai calcoli del sindacato
bancario Uilca, aveva accantonato 1,1 miliardi con un versamento con l’aliquota
agevolata pari a quasi 310 milioni di euro mentre per l’istituto senese si
indicavano 313 milioni (86 milioni l’imposta).
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concesso in manovra: versano 1,8 miliardi (risparmiando 800 milioni) proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La terza banca della Francia sta per mandare a casa quasi duemila persone.
Société Générale, colosso bancario che dà lavoro a 40mila persone in tutto il
Paese, sta pianificando un draconiano taglio al personale: 1800 dipendenti,
entro la fine del prossimo anno.
Dietro c’è una riorganizzazione che mira a ridurre i costi e rafforzare la
posizione patrimoniale della banca, la quale ha affermato che il piano verrà
attuato offrendo ai suoi dipendenti la scelta tra uscita “volontaria” e mobilità
interna.
L’annuncio ai rappresentanti dei lavoratori è stato programmato per la giornata
del 22 gennaio: il sindacato francese Cgt aveva già anticipato la decisione
nella giornata precedente, criticandola aspramente. Ad aprile, i sindacalisti
dovranno approvare il piano aziendale.
Il taglio riguarda coloro che lavorano alle “attività e funzioni chiave della
sede centrale, nonché l’organizzazione regionale della banca retail”, ha
comunicato l’istituto, precisando che “la rete delle filiali non sarebbe
interessata”. Già a febbraio del 2024 la banca francese aveva annunciato il
taglio di circa 900 dipendenti alla sede centrale per attuare la riduzione dei
costi avviata dal nuovo amministratore delegato Slawomir Krupa.
L'articolo Société Générale taglia 1.800 posti di lavoro tra uscite “volontarie”
e mobilità interna per ridurre i costi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ed ora anche alcune banche italiane dovranno mettere mano alle tasche e
risarcire le vittime del fallimento della compagnia di navigazione Deiulemar,
una storia di raccolta abusiva del risparmio di circa 13.000 vittime e di una
bancarotta da 800 milioni di euro, una delle più clamorose del ventunesimo
secolo. Lo ha deciso il giudice monocratico di Torre Annunziata, Valentina
Vitulano, con due sentenze gemelle depositate nei giorni scorsi. Le banche sono
state ritenute colpevoli di non essersi accorte dell’abnormità delle
movimentazioni avvenute sui conti correnti personali dei bancarottieri, di non
essersi poste domande sull’origine di quel denaro, e sui rapporti tra i titolari
dei conti correnti e le persone fisiche che bonificavano le cifre. Senza agire
di fronte all’enorme entità dei bonifici e degli assegni, da e verso persone
fisiche che non avevano alcun rapporto apparente con il titolare del conto, e
gli altrettanti enormi bonifici eseguiti da 3 società fiduciarie degli
amministratori sui loro conti personali.
Le sentenze le hanno condannate, in primo grado, a risarcire circa 21milioni di
euro alla curatela fallimentare che dal 2012, l’anno del fallimento di
Deiulemar, sta provando a ristorare i danni delle condotte degli amministratori
della compagnia. Una riguarda Monte dei Paschi di Siena, per una quota
risarcitoria di circa un milione e mezzo di euro. Il resto del risarcimento
riguarda l’Unione Banche Italiane (Ubi) in qualità di “successore per
incorporazione della Banca Popolare di Ancona spa (ora Intesa San Paolo spa)”.
Le motivazioni dei provvedimenti evidenziano che dalle relazioni depositate agli
atti “tra il 1999 ed il 2010 erano pervenute alla Banca d’Italia, prima presso
il soppresso Ufficio Italiano Cambi (’UIC) e, poi, dal 2008 presso l’Ufficio di
Informazione Finanziaria (UIF), 14 segnalazioni di operazioni sospette
riguardanti movimentazioni anomale sui conti correnti personali dei titolari
della Deiulemar”. C’erano tutte le informazioni utili a fermare le
movimentazioni anomale. Le banche non lo hanno fatto.
Quindi, secondo il giudice, hanno “fornito un valido ed, anzi essenziale
contributo causale alla consumazione del reato di abusiva raccolta del risparmio
e del delitto di distrazione, avendo avallato e consentito innumerevoli
operazioni, in uscite ed in entrata, priva di apparenti motivi e del tutto
incongruenti rispetto alla tipologia di correntista, consentendo al sistema
illecito ideato dai gestori della Deiulemar di autoalimentarsi ed espandersi
fino alle dimensioni accertate nelle plurime sedi civili e penali, ossia
complessivi 800 milioni di euro”, si legge in uno dei passaggi chiave della
sentenza.
Per molti anni gli armatori di Deiulemar – le famiglie Della Gatta, Lembo e
Iuliano – hanno emesso sul mercato obbligazioni non autorizzate dalla Banca
d’Italia, formalmente intestate alla compagnia, sulla quale ricadeva l’obbligo
di rimborso. Ma la società non aveva ricevuto quel denaro, che fu distratto dai
bilanci, dal patrimonio sociale, e di fatto è finito nei conti degli
amministratori, accesi con le banche oggetto di questa sentenza.
Fino al crac che ha minato l’economia di un territorio che si era fidato di loro
e di questa piccola ‘Parmalat del mare’. La sentenza arriva nel solco di
un’altra sentenza dello stesso giudice che nel 2022 ha condannato una banca
maltese, Bank of Valletta – quella delle fiduciarie all’estero – a risarcire 360
milioni di euro, ridotti a poco più della metà dopo una transazione. Finora gli
ex obbligazionisti della Deiulemar sono riusciti a recuperare all’incirca il 30%
delle somme investite. Pendono ancora sei cause. Il lavoro non è ancora finito.
L'articolo Crac Deiulemar, anche le banche italiane colpevoli: condannate in
primo grado a risarcire 21 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.