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Société Générale taglia 1.800 posti di lavoro tra uscite “volontarie” e mobilità interna per ridurre i costi
La terza banca della Francia sta per mandare a casa quasi duemila persone. Société Générale, colosso bancario che dà lavoro a 40mila persone in tutto il Paese, sta pianificando un draconiano taglio al personale: 1800 dipendenti, entro la fine del prossimo anno. Dietro c’è una riorganizzazione che mira a ridurre i costi e rafforzare la posizione patrimoniale della banca, la quale ha affermato che il piano verrà attuato offrendo ai suoi dipendenti la scelta tra uscita “volontaria” e mobilità interna. L’annuncio ai rappresentanti dei lavoratori è stato programmato per la giornata del 22 gennaio: il sindacato francese Cgt aveva già anticipato la decisione nella giornata precedente, criticandola aspramente. Ad aprile, i sindacalisti dovranno approvare il piano aziendale. Il taglio riguarda coloro che lavorano alle “attività e funzioni chiave della sede centrale, nonché l’organizzazione regionale della banca retail”, ha comunicato l’istituto, precisando che “la rete delle filiali non sarebbe interessata”. Già a febbraio del 2024 la banca francese aveva annunciato il taglio di circa 900 dipendenti alla sede centrale per attuare la riduzione dei costi avviata dal nuovo amministratore delegato Slawomir Krupa. L'articolo Société Générale taglia 1.800 posti di lavoro tra uscite “volontarie” e mobilità interna per ridurre i costi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crac Deiulemar, anche le banche italiane colpevoli: condannate in primo grado a risarcire 21 milioni di euro
Ed ora anche alcune banche italiane dovranno mettere mano alle tasche e risarcire le vittime del fallimento della compagnia di navigazione Deiulemar, una storia di raccolta abusiva del risparmio di circa 13.000 vittime e di una bancarotta da 800 milioni di euro, una delle più clamorose del ventunesimo secolo. Lo ha deciso il giudice monocratico di Torre Annunziata, Valentina Vitulano, con due sentenze gemelle depositate nei giorni scorsi. Le banche sono state ritenute colpevoli di non essersi accorte dell’abnormità delle movimentazioni avvenute sui conti correnti personali dei bancarottieri, di non essersi poste domande sull’origine di quel denaro, e sui rapporti tra i titolari dei conti correnti e le persone fisiche che bonificavano le cifre. Senza agire di fronte all’enorme entità dei bonifici e degli assegni, da e verso persone fisiche che non avevano alcun rapporto apparente con il titolare del conto, e gli altrettanti enormi bonifici eseguiti da 3 società fiduciarie degli amministratori sui loro conti personali. Le sentenze le hanno condannate, in primo grado, a risarcire circa 21milioni di euro alla curatela fallimentare che dal 2012, l’anno del fallimento di Deiulemar, sta provando a ristorare i danni delle condotte degli amministratori della compagnia. Una riguarda Monte dei Paschi di Siena, per una quota risarcitoria di circa un milione e mezzo di euro. Il resto del risarcimento riguarda l’Unione Banche Italiane (Ubi) in qualità di “successore per incorporazione della Banca Popolare di Ancona spa (ora Intesa San Paolo spa)”. Le motivazioni dei provvedimenti evidenziano che dalle relazioni depositate agli atti “tra il 1999 ed il 2010 erano pervenute alla Banca d’Italia, prima presso il soppresso Ufficio Italiano Cambi (’UIC) e, poi, dal 2008 presso l’Ufficio di Informazione Finanziaria (UIF), 14 segnalazioni di operazioni sospette riguardanti movimentazioni anomale sui conti correnti personali dei titolari della Deiulemar”. C’erano tutte le informazioni utili a fermare le movimentazioni anomale. Le banche non lo hanno fatto. Quindi, secondo il giudice, hanno “fornito un valido ed, anzi essenziale contributo causale alla consumazione del reato di abusiva raccolta del risparmio e del delitto di distrazione, avendo avallato e consentito innumerevoli operazioni, in uscite ed in entrata, priva di apparenti motivi e del tutto incongruenti rispetto alla tipologia di correntista, consentendo al sistema illecito ideato dai gestori della Deiulemar di autoalimentarsi ed espandersi fino alle dimensioni accertate nelle plurime sedi civili e penali, ossia complessivi 800 milioni di euro”, si legge in uno dei passaggi chiave della sentenza. Per molti anni gli armatori di Deiulemar – le famiglie Della Gatta, Lembo e Iuliano – hanno emesso sul mercato obbligazioni non autorizzate dalla Banca d’Italia, formalmente intestate alla compagnia, sulla quale ricadeva l’obbligo di rimborso. Ma la società non aveva ricevuto quel denaro, che fu distratto dai bilanci, dal patrimonio sociale, e di fatto è finito nei conti degli amministratori, accesi con le banche oggetto di questa sentenza. Fino al crac che ha minato l’economia di un territorio che si era fidato di loro e di questa piccola ‘Parmalat del mare’. La sentenza arriva nel solco di un’altra sentenza dello stesso giudice che nel 2022 ha condannato una banca maltese, Bank of Valletta – quella delle fiduciarie all’estero – a risarcire 360 milioni di euro, ridotti a poco più della metà dopo una transazione. Finora gli ex obbligazionisti della Deiulemar sono riusciti a recuperare all’incirca il 30% delle somme investite. Pendono ancora sei cause. Il lavoro non è ancora finito. L'articolo Crac Deiulemar, anche le banche italiane colpevoli: condannate in primo grado a risarcire 21 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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