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InvestCloud licenzia i dipendenti italiani per l’Ai: il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno
A distanza di quasi due secoli un nuovo spettro si aggira per l’Europa e non solo, per riprendere il famoso inizio del Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx e Engels. Non si tratta più degli sfruttati pronti alla rivoluzione proletaria, ma della nuova intelligenza artificiale, quella definita generativa dei grandi programmi linguistici come ChatGPT, Gemini o Claude, che preannuncia ben altra rivoluzione. La domanda che molti si fanno è: quali saranno le conseguenze economiche di questo nuovo shock tecnologico? Studiosi, analisti e commentatori sono divisi nelle due schiere tradizionali: i più intravvedono delle conseguenze disastrose con milioni di disoccupati di natura tecnologica, i meno guardano ai benefici a lungo termine, considerando gli incrementi di benessere individuale e sociale. La partita è aperta e ognuno guarda nella sua sfera di cristallo. Intanto la realtà vera ci offre qualche primo e preoccupante segnale, come nel caso del licenziamento di tutti i 37 dipendenti, la maggior parte informatici, della filiale italiana con sede a Marghera di InvestCloud, una società americana che si occupa di consulenza finanziaria. Questo episodio ci offre diversi spunti di riflessione perché il licenziamento è stato giustificato con la necessità di adeguare i modelli di business al nuovo contesto delle piattaforme integrate con la Ai, che evidentemente potevano fare a meno di tutti i dipendenti italiani. In primo luogo ci chiarisce che tipo di innovazione è quella portata avanti dai nuovi modelli di Ai. Si tratta di un’innovazione che viene definita drastica, cioè un tipo di cambiamento che rende obsoleti i processi produttivi precedenti. La conseguenza fondamentale è un massiccio ricorso al licenziamento, totale nel caso della filiale di Marghera. Queste innovazioni drastiche sono piuttosto rare e dalle conseguenze sociali notevoli, se di ampia scala. Le preoccupazioni per l’occupazione sono pienamente legittime e anzi doverose. In secondo luogo, è interessante che la nuova Ai abbia operato nel settore della consulenza finanziaria. Questo ci offre uno spunto per capire dove colpirà la nuova rivoluzione tecnologica che avrà come baricentro le attività che raccolgono, combinano e processano informazioni, in tutti i settori e non solo nella finanza. Siamo di fronte a un capitolo nuovo e inedito dell’economia della consocenza. La finanza quantitativa è il campo ideale per l’applicazione dei modelli della Ai. Oggi le operazioni di borsa sono gestite per lo più da programmi esperti che hanno sostituito il consulente tradizionale. Ora i nuovi modelli di intelligenza artificiale generativa con la loro enorme capacità di analisi e di calcolo stanno rendendo superflui anche gli esperti quantitativi. Ma non è solo una questione di cambiamento tecnologico. La filiale di Marghera è stata chiusa anche se il suo bilancio 2024 era in attivo: con un fatturato annuale di 10 milioni di euro e un utile di 500.000, non poteva essere definita un’azienda in crisi o con problemi di mercato, anzi era in espansione. Il problema di fondo consisteva nel fatto che i profitti non erano considerati soddisfacenti dalla casa madre, cioè dagli azionisti. Da qui la scelta di chiudere per delocalizzare. Siamo di fronte a un inedito caso della chiusura di un’attività economica ampiamente in attivo. Non importa poi se la ricerca del massimo profitto a tutti i costi lascerà a casa 37 dipendenti, con un costo umano e sociale molto rilevante. Questo aspetto ci rivela una delle caratteristiche di fondo del capitalismo finanziario. All’azionista internazionale che percepirà i lauti profitti o al Ceo che potrà vedere il suo bonus aumentare considerevolmente non importa nulla di quanti lavoratori perderanno il posto del lavoro, in Italia o altrove. Si tratta di una conseguenza inevitabile e anzi pienamente giustificata nella logica meramente economica. Ritroviamo quindi in chiave tecnologica il tradizionale conflitto marxiano tra capitale e lavoro, rivisto stavolta come un conflitto tra gli interessi degli azionisti e quello dei lavoratori. Il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno e come Saturno divora i suoi figli, la vecchia finanza tecnologica è soppiantata da quella nuova molto più lucrosa, e socialmente ancora più pericolosa. Non importa a questo punto se l’applicazione della Ai sia effettivamente la causa dei licenziamenti o semplicemente un pretesto per fare i tradizionali tagli. Ciò che sorprende poi è l’inerzia della politica. L’assessore regionale leghista alle attività produttive, Massimo Bitonci, ha derubricato la faccenda come un semplice caso di delocalizzazione produttiva. Anzi, è dalla parte della multinazionale americana giustificandone le scelte economiche. Ma la politica a qualsiasi livello dovrebbe essere dalla parte dei lavoratori e non degli avidi azionisti, ponendo delle regole e dei limiti all’azione demolitrice del capitalismo finanziario. Per iniziare, la Regione Veneto potrebbe creare un osservatorio per quantificare il fenomeno dei licenziamenti diretti o indiretti causati dall’applicazione dei modelli di Ai. Non basta consolarsi dicendo, come fa il nuovo assessore con un pessimo esordio, che da noi non c’è da preoccuparsi perché nel Veneto la disoccupazione è bassa, perché quando la tempesta arriverà sarà di proporzioni bibliche ed essere poreparati non guasterebbe. 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Operaio 22enne muore incastrato in un macchinario, ferito il collega che ha tentato di salvarlo
Un operaio di 22 anni è morto in un incidente sul lavoro avvenuto dentro un capannone a Selvazzano Dentro (Padova). Sul posto sono intervenuti i sanitari del Suem 118 assieme ai Carabinieri. La vittima, cittadino senegalese e residente a Padova, secondo una prima ricostruzione dei fatti, nel tentativo di effettuare il rabbocco del fluido di un macchinario, è rimasta incastrata all’interno di un cilindro, morendo all’istante a causa delle lesioni riportate. Nell’incidente un collega di lavoro è rimasto ferito alla mano destra, nel disperato tentativo di prestare soccorso e liberarlo. Sul posto, oltre all’Arma per i rilievi di legge, è intervenuto il personale dello Spisal per accertare l’esatta dinamica dell’incidente e verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Due giorni fa un operaio di 30 anni era morto a Modugno (Bari). L'articolo Operaio 22enne muore incastrato in un macchinario, ferito il collega che ha tentato di salvarlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sciopero 27 marzo per trasporti, scuola e stampa: i possibili disagi per i servizi coinvolti
Nella giornata di venerdì 27 marzo il sindacato AL Cobas ha proclamato uno sciopero che potrebbe avere ripercussioni sui trasporti. Come specificato dall’Atm (Azienda trasporti milanesi) il servizio potrebbe “non essere garantito dalle 8.45 alle 15 e dopo le 18, fino al termine del servizio“. A essere colpiti dallo sciopero nella stessa giornata saranno anche i settori di scuola e stampa, che rivendicano, tra le altre, adeguamenti salariali. Per il settore trasporti le ragioni dello sciopero sono da ricondurre ai problemi salariali, contrattuali, igienici e di sicurezza dei lavoratori del gruppo Atm. Il sindacato denuncia “mancati rinnovi contrattuali, irrisori aumenti salariali, la soppressione dei premi ad personam, eccessivo utilizzo del lavoro straordinario e carenza strutturale di personale”. Al Cobas esige la “trasformazione immediata di tutti i contratti part-time in full-time ai conducenti che ne fanno richiesta” e denunciano i “comportamenti lesivi, discriminatori, intimidatori da parte di alcuni dirigenti di deposito nei confronti di lavoratori fruitori del diritto a permessi parentali anche per l’assistenza a familiari disabili”. Ad aggiungersi al già complesso quadro sono le scarse condizioni igieniche sui mezzi, per cui si richiede la “riattivazione del distanziamento tra conducenti di superficie e utenti a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e inibizione della porta anteriore per la salita e la discesa dei passeggeri”. Anche il sindacato Sisa del comparto scuola ha scelto la giornata del 27 marzo per rivendicare un adeguamento salariale del 20%, vista la perdita di potere d’acquisto, eroso dall’inflazione degli ultimi anni, e l’assunzione immediata di personale su tutti i posti disponibili per ogni ordine di scuola. Lo sciopero riguarderà tutti i dipendenti appartenenti al Comparto dell’Area Istruzione e Ricerca, compresi dirigenti, insegnanti e personale Ata. La Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) ha indetto lo sciopero sempre per il 27 marzo denunciando, in primis, un contratto di lavoro ormai scaduto da 10 anni. Il sindacato spiega che tale protesta nasce per difendere la “dignità di una professione essenziale per la tenuta democratica del Paese”. Altro tema è il ricorso da parte di giornali ed editori sempre più a collaboratori a partita Iva, pagati con cifre irrisorie, e sempre meno a professionisti. La risposta del Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) non si è fatta attendere. L’attuale contratto nazionale, secondo loro, è “gravato da privilegi non più sostenibili”. L'articolo Sciopero 27 marzo per trasporti, scuola e stampa: i possibili disagi per i servizi coinvolti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Operaio muore cadendo dal tetto di un capannone industriale a Modugno (Bari)
Un’altra morte sul lavoro, questa volta nella zona industriale di Modugno, alle porte di Bari. Un operaio di 30 anni, originario di Andria, ha perso la vita sabato mattina dopo essere precipitato dal tetto di un capannone industriale su cui stava lavorando. Secondo le prime informazioni, l’uomo si trovava sul terrazzo della struttura, probabilmente su una superficie non portante, quando ha perso l’equilibrio ed è caduto nel vuoto da un’altezza di circa sei metri. L’impatto non gli ha lasciato scampo: il decesso sarebbe avvenuto sul colpo. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti gli ispettori dello Spesal dell’Area Metropolitana della Asl di Bari, incaricati come organo tecnico di supporto all’autorità giudiziaria. Gli accertamenti sono in corso per chiarire con precisione la dinamica dei fatti, verificare le condizioni di sicurezza del cantiere e stabilire eventuali responsabilità. L’attenzione degli investigatori si concentra in particolare sulla natura della superficie su cui il lavoratore stava operando e sul rispetto delle misure di prevenzione previste per lavori in quota. La Procura di Bari aprirà un fascicolo sull’accaduto e nei prossimi giorni disporrà una consulenza medico-legale per determinare con esattezza le cause del decesso. L’episodio riporta al centro il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro, soprattutto in contesti ad alto rischio come quelli legati alle attività in quota, dove il rispetto delle procedure e dei dispositivi di protezione rappresenta un elemento decisivo per prevenire tragedie. Solo pochi giorni fa, il 17 marzo, un altro incidente mortale si era verificato in provincia di Bari, a Ruvo di Puglia. Un uomo di 72 anni era morto intorno alle 5 del mattino all’interno della sua ditta, in via De Curtis, a causa di un trauma da schiacciamento. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo sarebbe stato investito da un muletto durante una manovra effettuata da un operaio, poi iscritto nel registro degli indagati. Inutili i soccorsi del 118, mentre i carabinieri hanno avviato le indagini e posto sotto sequestro il mezzo coinvolto. Sull’episodio la Procura di Trani ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, con l’obiettivo di chiarire responsabilità e dinamica dell’accaduto. L'articolo Operaio muore cadendo dal tetto di un capannone industriale a Modugno (Bari) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Comunicato sindacale della Federazione nazionale stampa italiana: “Altri due giorni di sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro”
Dignità. È questa la parola d’ordine che spinge le giornaliste e i giornalisti italiani ad altri due giorni di sciopero: il 27 marzo e il 16 aprile. Sì, vogliamo che all’informazione sia riconosciuta la necessaria dignità e garantirle soprattutto un futuro anch’esso dignitoso. Oggi questo non è scontato, anzi. Il nostro contratto di lavoro è scaduto da 10 anni, i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione e hanno perso il 20% del potere di acquisto. Siamo l’unica categoria ad attendere da così tanto tempo il rinnovo. C’è una evidente questione economica e c’è un altrettanto evidente tema di autorevolezza e indipendenza della stampa. Quello che gli editori vogliono smontare pezzo a pezzo è lo stesso contratto che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito «prima garanzia della libertà dei giornalisti italiani». È questa la saldatura tra le nostre fondamentali rivendicazioni economiche e la libertà di informazione che i cittadini, i lettori, i telespettatori, gli utenti del web, devono pretendere per poter essere a loro volta liberi. Gli editori intascano risorse milionarie dal governo (da questo, come da quelli precedenti), ma investono poco nelle loro aziende e per potenziare l’informazione professionale. Al contrario, mandano in prepensionamento i dipendenti di 62 anni, pagano incentivi per altri tipi di esodo, svuotano le redazioni e ricorrono ai collaboratori e alle partite Iva pagati una miseria. Rifiutano regole basilari per l’uso dell’Intelligenza Artificiale, evidentemente pronti a sostituire i giornalisti, vero core business dell’informazione. Fanno finta di ignorare la legge che impone loro di pagare i giornalisti per contenuti editoriali ceduti dalle aziende ai cosiddetti Over the top (Ott), ovvero le grandi imprese che forniscono contenuti e servizi in Rete. Vorrebbero i giornalisti del futuro pagati ancora meno di oggi e la strada spianata nello sfruttamento del lavoro autonomo, tanto che al tavolo dell’equo compenso, davanti al governo, hanno formulato una proposta ancora più bassa di quella bocciata nel 2016 dal Consiglio di Stato. Per tutti questi motivi torniamo a scioperare. Lo facciamo per noi. Per la nostra dignità. Per il nostro futuro. Lo facciamo per voi e per la nostra e vostra libertà di cittadini. Chiediamoci quanto sia libero un giornalista costretto alla catena di montaggio dell’informazione; quanto possa tenere la schiena dritta un collaboratore pagato a cottimo; quanto sarà sereno un redattore che non potrà più contare sulle indispensabili tutele contrattuali. Chiedetevi se vorreste ancora informarvi sulle pagine di quei giornali, ascoltando quei tg, scorrendo i social e le pagine online di quelle testate. L'articolo Comunicato sindacale della Federazione nazionale stampa italiana: “Altri due giorni di sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Stellantis, la crisi di Cassino unisce operai e industriali: 5mila in piazza contro la desertificazione della fabbrica
Sono scesi in piazza in 5mila, fianco a fianco, per dire basta alla desertificazione della fabbrica di Stellantis. Operai, sindaci, industriali e cittadini fianco a fianco per far sentire la voce del territorio di fronte ai numeri tragici di uno stabilimento che è diventato il simbolo di come un impianto-gioiello, che appena nove anni fa contava 4.400 dipendenti e assemblavano oltre 135mila automobili, possa ritrovarsi ai margini di un progetto industriale. Cassino alza la voce dopo un 2025 segnato da ammortizzatori sociali, oltre 100 giorni di chiusura e appena 19mila vetture prodotte, seguito da un inizio d’anno con la miseria di 12 giorni lavorati, fino al 6 marzo, dai 2.200 operai rimasti. Convocata dai sindacati Fim, Fiom, Uilm, Ugl e Fismic, la manifestazione ha visto l’adesione dei sindaci della consulta del Basso Lazio e di Unindustria, oltre alla partecipazione di diverse organizzazioni dei commercianti, associazioni e anche dagli ultras del Cassino Calcio, nonché dell’ex presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti con buona parte del gruppo regionale Pd. Ferma a missioni produttive vecchie – Alfa Romeo e Alfa Stelvio risalgono ai tempi di Marchionne, Maserati Grecale è arrivata nel 2022 – la fabbrica frusinate ha visto sfumare le promesse di Stellantis fatte nel dicembre 2024 al Tavolo Automotive convocato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy. Al momento, le novità sono sospese o cancellate. Forse qui si vedrà un modello nuovo con motorizzazione ibrida nel 2028. Nel mezzo rischiano di scomparire diverse realtà dell’indotto, già in difficoltà, senza contare le aziende degli appalti che sono prossime ai licenziamenti. “Lo stabilimento Stellantis di Cassino rischia di pagare il prezzo più alto della crisi dell’automotive in Italia. Sta diventando il buco nero della storia industriale, occupazionale del nostro Paese. Lo stabilimento è di fatto a rischio chiusura”, ha detto Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil. “È necessario intervenire con urgenza. Non dobbiamo attendere il 21 maggio, giorno dell’Investor Day di Stellantis, ma condizionare le scelte del nuovo piano industriale attraverso l’apertura di un confronto”. Nelle stesse ore, però, è arrivata la notizia che l’ad Antonio Filosa parlerà davanti alla commissione Attività Produttive della Camera solo il 17 giugno, ben ventotto giorni dopo la presentazione del piano a Detroit. “Oggi da Cassino arriva un messaggio chiaro a Stellantis, al Governo e all’Europa: questo territorio non si arrende e non accetta di essere sacrificato”, ha attaccato il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. “Non è una semplice manifestazione – sottolinea – ma la risposta di una comunità che si ribella al rischio concreto di desertificazione industriale”. Gli ultimi investimenti, ha ricordato, “risalgono al 2016” e i nuovi modelli arriveranno nel 2028: “Come deve vivere Cassino fino ad allora? Senza queste scelte, il rischio è la chiusura progressiva dello stabilimento e un impatto devastante su tutto il territorio”. Il leader della Fim-Cisl Ferdinando Uliano ha parlato di “una battaglia simbolica per la difesa dell’industria: l’economia del nostro Paese e dell’Europa non può reggersi solo sul comparto della difesa” né “possiamo accettare l’impoverimento economico e sociale di questo territorio: è necessario garantire un futuro a lavoratori, famiglie e giovani”. Per Vittorio Celletti, presidente di Unindustria Cassino “Noi ci siamo perché si tratta di una manifestazione di proposta”. Ed evidenzia il ruolo dell’indotto, non più costituito da aziende satellite come negli Anni 80 ma rappresentato da un vero sistema industriale di eccellenza che si è affrancato dalla monofornitura ed è cresciuto al punto di produrre da Cassino per quasi tutti i principali brand continentali. Unindustria invita Stellantis ad osservare il contesto nel quale agisce il suo stabilimento: “L’auto del futuro chiede un ecosistema, cioè una manifattura non solo manuale ma digitale e soprattutto nel campo creativo. E Cassino ha questo capitale umano, grazie alla presenza dell’università”. L'articolo Stellantis, la crisi di Cassino unisce operai e industriali: 5mila in piazza contro la desertificazione della fabbrica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Allarme per le fabbriche del gruppo Teva: “Piano globale di taglio dei costi. Villanterio a rischio”
La Tapi, divisione dei principi attivi del gruppo farmaceutico Teva, ha annunciato un piano globale di contenimento dei costi che – avvisano i sindacati – minaccia direttamente la tenuta occupazionale in Italia. L’azienda ha quattro stabilimenti nel nostro Paese: Villanterio, nel Padovano, Caronno Petrusella (Varese), Santhià, nel Vicentino, e Rho (Milano). La direzione aziendale ha incontrato Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil che hanno definito “allarmante” l’informativa. L’azienda “ha rimandato a fine aprile la presentazione del piano industriale definitivo, che scioglierà le riserve sul mantenimento dei siti produttivi”, spiegano le sigle. A preoccupare i sindacati ci sono l’annunciato contenimento dei costi che arriva in un momento in cui c’è un “calo di commesse produttive” per le fabbriche italiane. L’allarme è legato soprattutto al sito di Villanterio che “ha avuto un crollo degli ordinativi del 40% e le attuali commesse avranno un’autonomia lavorativa stimata solo fino a luglio”, senza che vi sia “nessuna prospettiva successiva”. Per i sindacati la situazione è “critica” anche a Santhià (10% di produzione) e Rho (20%). “Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di smantellamento industriale da parte di una multinazionale che, dal 2017 a oggi, ha già chiuso 4 siti in Italia coinvolgendo 1.000 lavoratori”, avvisano i sindacati riferendosi all’addio della produzione – da ultimi – a Nerviano e Bulciago. “Il sospetto è che si voglia ‘snellire’ l’organizzazione per rendere la divisione Tapi più attraente per una vendita, scaricando i costi dell’operazione sulla pelle dei lavoratori per non intaccare i dividendi degli azionisti”, sottolineano i sindacati. Alla luce dello scenario tratteggiato da Tapi, i sindacati hanno rifiutato di discutere il rinnovo dell’accordo integrativo limitatamente alla parte normativa: “Iniziare un confronto senza garanzie economiche e occupazionali è inaccettabile e inutile”, affermano. I sindacati hanno già fissato un nuovo incontro per la fine di aprile per discutere il piano industriale, chiedendo investimenti per il rilancio dei siti e il blocco totale di ogni ipotesi di licenziamento. Nel frattempo, verranno attivate le assemblee dei lavoratori e verranno interessate le istituzioni locali e nazionali per prevenire quella che si preannuncia come una nuova, grave crisi occupazionale nel settore chimico-farmaceutico italiano. L'articolo Allarme per le fabbriche del gruppo Teva: “Piano globale di taglio dei costi. Villanterio a rischio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prato, misure cautelari per quattro caporali cinesi del lavoro tessile. Tra i loro committenti c’era Piazza Italia
Quattro misure cautelari per i caporali cinesi fornitori di capi di abbigliamento per Piazza Italia, in amministrazione giudiziaria dal febbraio scorso proprio per essersi rivolti a loro. È la seconda puntata delle indagini della Procura di Prato sullo sfruttamento del lavoro e l’intermediazione illecita compiuti da imprenditori cinesi che si sono arricchiti – secondo le accuse – costringendo i loro dipendenti a produrre a ritmi abnormi, sette giorni su sette, dalle 13 alle 16 ore al giorno, ammassati in un dormitorio a pochi metri dalla fabbrica. I quattro indagati appartengono allo stesso nucleo familiare. Per il 53enne titolare occulto di due società – Infinity Design di Tang Xiyan e Chic Girl s.r.l. – il Gip ha disposto gli arresti domiciliari col braccialetto elettronico. Per moglie, figlio e nuora, è scattato il divieto di dimora nella provincia di Prato e l’interdizione all’esercizio di impresa per un anno. Le indagini, che si sono avvalse del contributo del nucleo Pef della Finanza, dei vigili urbani e del gruppo antisfruttamento dell’Asl Toscana Centro (di recente rafforzato dal governatore Eugenio Giani), hanno ribadito che le ditte degli indagati hanno gestito un notevole flusso di rapporti commerciali con diversi committenti. Tra i quali Piazza Italia, brand con punti vendita in franchising diffusi su tutto il territorio nazionale “che dal 2022 ad oggi e dunque per più di un triennio ha esternalizzato una parte significativa della propria produzione di capi di abbigliamento avvalendosi dell’attività svolta proprio da dette imprese”, si legge in una nota diffusa dal procuratore Luca Tescaroli. E’ questa la ragione per la quale la Procura a febbraio ha ottenuto dal Tribunale di Firenze la misura dell’amministrazione giudiziaria di Piazza Italia. I magistrati toscani si stanno muovendo con una “strategia multilivello”: perseguire sia chi sfrutta i lavoratori, sia chi si avvale del vantaggio di approvvigionarsi a prezzi ultrascontati grazie alla filiera dello sfruttamento. Fino a realizzare un guadagno di circa il 300 per cento rispetto ai costi di produzione. L'articolo Prato, misure cautelari per quattro caporali cinesi del lavoro tessile. Tra i loro committenti c’era Piazza Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sistematiche condotte prevaricanti”, risarcimento e reintegro per cassiera licenziata e umiliata dal capo
Assunta a tempo indeterminato nel 2023 come cassiera in un supermercato di Rimini, nel giro di pochi mesi la sua esperienza lavorativa si è trasformata in un incubo fatto di insulti, umiliazioni pubbliche e pressioni continue. Una vicenda che sembrava destinata a concludersi con un licenziamento ingiusto, ma che si è ribaltata in tribunale con una sentenza a favore della lavoratrice. Come riporta Corriere della Sera, il Tribunale di Rimini ha annullato il licenziamento della donna, una 40enne, ordinandone il reintegro immediato e condannando l’azienda a un risarcimento complessivo di circa 61mila euro: 21mila euro come indennità pari a dodici mensilità e 40mila euro per i danni subiti, oltre a interessi e spese legali. Al centro della vicenda, un clima lavorativo definito dai giudici come vessatorio e degradante. Secondo quanto emerso in aula, la dipendente sarebbe stata presa di mira da un responsabile senza apparente motivo. Gli insulti erano quotidiani e diretti: “Non vali niente, non capisci nulla, non ti vergogni di essere un’incapace totale?”. Frasi ripetute nel tempo, spesso davanti a clienti e colleghi, che hanno contribuito a minare profondamente la sua stabilità emotiva. Il giudice Lucio Ardigò, della sezione lavoro, ha ricostruito la vicenda ascoltando numerosi testimoni e disponendo una perizia medico-legale. Il verdetto parla esplicitamente di “sistematiche condotte prevaricanti”, responsabili di aver creato un ambiente “opprimente, stressante e avvilente”. Le conseguenze sulla salute della lavoratrice sono state rilevanti: la perizia ha accertato un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso legato allo stress lavoro-correlato. Un quadro clinico che ha confermato la gravità delle condizioni subite nel contesto professionale. Il licenziamento, formalmente motivato da presunte irregolarità nella gestione dei buoni sconto, è stato giudicato infondato. Secondo il tribunale, si trattava dell’ultimo atto di una condotta persecutoria protratta nel tempo, priva di basi reali. Foto di archivio L'articolo “Sistematiche condotte prevaricanti”, risarcimento e reintegro per cassiera licenziata e umiliata dal capo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Puglia, il salario minimo rischia di diventare una beffa: i 9 euro ci sono, ma la Regione taglia il tempo di lavoro
La legge sul salario minimo della Regione Puglia rischia di trasformarsi in una beffa per i lavoratori: paga oraria più alta ma monte ore tagliato, con la conseguenza di meno servizi per i cittadini pugliesi e salario mensile da fame per i lavoratori. Che ora sono sul piede di guerra, hanno mobilitato il sindacato e interpellano il centrosinistra pugliese, che della norma regionale sul salario minimo aveva fatto un caso nazionale, battendo anche il Governo Meloni davanti alla Corte Costituzionale. Facciamo un passo indietro, all’estate 2023, quando fecero scalpore le interviste di alcuni lavoratori. In una mano i contratti, nell’altra mano pochi spiccioli: tre monete da 1 euro e tre monete da 20 centesimi: in totale 3,60 euro l’ora, quanto la Regione Puglia pagava gli addetti al portierato e alla custodia delle proprie sedi. “Un caporalato legalizzato” fu la definizione di quei lavoratori, tra cui Marco Porpora, in servizio presso la struttura regionale del Convitto Palmieri di Lecce. Anche da lì partì l’iniziativa legislativa per il salario minimo, presentata da un consigliere regionale del Pd poi prematuramente scomparso, Donato Metallo. Una legge semplice: nessun appalto della Regione Puglia poteva prevedere una paga oraria inferiore ai 9 euro l’ora. Una norma varata dal consiglio regionale targato Michele Emiliano nel novembre 2024 e subito impugnata dal Governo Meloni, che chiese alla Corte Costituzionale di annullarla. Un anno dopo, però, il 16 dicembre 2025, la sentenza 188 della Corte fu di segno opposto: il ricorso del governo era inammissibile, la norma pugliese del tutto valida. Il centrosinistra diede fuoco alle polveri: “Meloni ha fallito” disse la segretaria del Pd Elly Schlein, invitando la premier a “approvare subito la proposta delle opposizioni sul salario minimo”, mentre il vicepresidente M5S Mario Turco sottolineò che “fissare una soglia minima inderogabile che stabilisca il confine tra lavoro e sfruttamento è un obiettivo imprescindibile” e il segretario Avs Nicola Fratoianni parlò di “un ceffone al governo, che continua a affossare ogni provvedimento che restituisce dignità ai lavoratori”. Idem la politica regionale: Michele Emiliano parlò di “una vittoria importantissima” e l’allora presidente del consiglio regionale Loredana Capone disse che “la Puglia anticipa e dà il buon esempio”. Tre mesi dopo, però, la realtà si presenterebbe diversa: il nuovo bando per i servizi di custodia e portierato prevede sì il salario minimo di 9 euro ma prevede anche il taglio dei servizi con un monte ore previsto di 1.152 ore mensili. “Oggi con il vecchio capitolato il monte ore è di 1.738, che significa lavoratori full time a 40 ore settimanali” spiega ancora Marco Porpora, lavoratore e rsa. “Ovviamente c’è la clausola sociale, cioè nessun lavoratore viene lasciato a casa, e ci mancherebbe altro: ma questo significa che noi lavoratori passeremmo da 40 a 25 ore settimanali, con uno stipendio mensile di poco più di 700 euro. E che abbiamo concluso?”. La vicenda non è semplice: i servizi di alcune sedi regionali (ad esempio il Museo Castromediano di Lecce) sarebbero stati definiti “opzionali” e quindi eliminati dal capitolato, con il conseguente taglio del monte ore complessivo. Il sospetto che serpeggia tra i lavoratori è che l’operazione serva a emanare in seguito un nuovo bando per creare un bacino di nuove assunzioni. Chi si rifiuta di parlare per ipotesi però è il sindacato. “Abbiamo ricevuto questa segnalazione e abbiamo subito chiesto chiarimenti alla Regione Puglia” spiega Barbara Neglia, segretaria regionale della Filcams-Cgil, che in effetti l’11 marzo ha protocollato insieme alla Fisascat-Cisl una richiesta di incontro al dirigente responsabile della gara in scadenza l’8 aprile, Mario Lembo (una richiesta analoga è stata depositata anche dall’Usb). Non è chiaro al momento quale sia l’assessore che debba occuparsene: la delega al personale è nelle mani di Sebastiano Leo, le sedi da vigilare appartengono all’assessorato alla cultura, guidato da Silvia Miglietta, la gara d’appalto è stata bandita dalla segreteria generale della presidenza. Probabile quindi che tocchi direttamente al neo governatore Antonio Decaro sbrogliare la matassa e tenere fede all’impegno del salario minimo senza che questo si trasformi in una beffa per le tasche dei lavoratori. L'articolo Puglia, il salario minimo rischia di diventare una beffa: i 9 euro ci sono, ma la Regione taglia il tempo di lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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