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Cacciari sul Nove: “Trump contro la Corte Suprema? Altro che Nordio contro il Csm”
“Altro che Nordio, altro che Nordio. La Corte Suprema americana secondo Trump complotta col nemico, con altri Paesi, cioè tradimento della patria, un’accusa di tradimento è infinitamente più forte rispetto a quella che può essere anche una battuta sul Csm mafioso” . Così Massimo Cacciari ad Accordi & Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi ogni sabato sul Nove, ironizzando sull’attacco di Donald Trump alla Corte Suprema che ha dichiarato illegittimi i dazi. L'articolo Cacciari sul Nove: “Trump contro la Corte Suprema? Altro che Nordio contro il Csm” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I tre giudici conservatori che hanno votato con i liberal per bocciare i dazi Usa: ecco chi ha “tradito” Trump
Sei favorevoli e tre contrari. Con questi voti la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che Donald Trump ha violato la legge federale imponendo unilateralmente dazi globali senza il via libera del Congresso. Una decisione che ha provato l’irritazione del presidente Usa e che è arrivata grazie al “tradimento” di tre giudici conservatori che hanno votato con i tre liberal. L’organo, infatti, è composto da nove giudici, che vengono nominati dal presidente in carica e poi devono essere confermati a maggioranza dal Senato: sei degli attuali componenti sono stati nominati da presidenti repubblicani – tre proprio da Trump – e tre da presidenti democratici. Una Corte che è considerata la più orientata in senso conservatore della storia moderna degli Stati Uniti. Ma, come dimostra la sentenza sui dazi, le sue decisioni non sempre corrispondono all’orientamento politico di chi li ha nominati. I 3 conservatori che hanno votato contro i dazi sono Amy Coney Barrett, Neil M. Gorsuch e John Roberts. Quest’ultimo è il presidente della Corte dal 2005, ed è stato nominato dal presidente George W. Bush. Gli altri due, invece, sono stati proprio nominati da Trump. Amy Coney Barrett è in carica dal 2020 ed è sostenitrice del ‘textualism’, interpreta le leggi e la Costituzione in maniera rigorosa, allineandosi con l’area conservatrice della Corte. Madre di sette figli, è una cattolica devota. Neil M. Gorsuch, invece, è stato il primo giudice della Corte Suprema nominato dal tycoon nel 2017: è considerato un rigoroso interprete del testo e ha portato avanti l’eredità di Antonin Scalia, consolidando la maggioranza conservatrice. A favore delle tariffe hanno invece votato gli altri tre conservatori Clarence Thomas, Samuel Alito, e Brett Kavanaugh. Il primo è in carica dal 1991, secano della Corte, nominato dal presidente George H. W. Bush. Alito è in carica dal 2006 dopo la nomina di George W. Bush. Infine Kavanaugh è il terzo giudice nominato da Donald Trump nel 2018. La sua conferma è stata oggetto di accesi dibattiti a causa di accuse di comportamenti sessuali inappropriati, che ha sempre negato. Chiudono la composizione della corte i tre liberal Sonia Sotmayor (in carica dal 2009, nominata da Barack Obama), Elena Kagan (nominata da Obama nel 2010) e Ketanji Brown Jackson (in carica dal 2022, nominata da Joe Biden). L'articolo I tre giudici conservatori che hanno votato con i liberal per bocciare i dazi Usa: ecco chi ha “tradito” Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dopo Jerome Powell, tocca a Lisa Cook: perché, per rimuoverla, Trump si gioca molto
Nel disegno di iper-presidenzializzazione degli Stati Uniti, un ruolo significativo è giocato dall’art. 2 della Costituzione: “Del potere esecutivo sarà investito un Presidente degli Stati Uniti d’America”. Diversamente da quanto accade in altri Paesi, come da noi, quello che chiameremmo il governo non ha una natura collegiale, ma è tutto in una sola persona. Il Presidente, da solo, è tutto il potere esecutivo. Una lettura che estremizza questa scelta costituzionale è stata adottata, nel passato, per giustificare espansioni del ruolo presidenziale, ed oggi torna per la strategia predatoria di Trump. Anche la pretesa di adottare direttamente i famosi dazi, senza passare per il canale parlamentare imposto dalla Costituzione, risponde alla logica di intestarsi tutto il potere esecutivo, rigettando ogni interferenza. Su quanto questo sia possibile per i dazi, ci dirà preso la Corte suprema. E la stessa Corte dovrà occuparsi anche di un’altra scomposta rivendicazione iper-presidenzialista, che si pone nel delicato crinale del rapporto tra il Presidente e l’istituzione la cui indipendenza è stata più generalmente difesa negli ultimi decenni, più di quanto non sia stata difesa l’autonomia del Parlamento. Si tratta della Federal Reserve – per intenderci, potremmo dire: della Banca centrale. Che l’indipendenza dell’istituzione investita di garantire la stabilità dei mercati attraverso la politica dei prezzi vada difesa ad ogni costo è stato uno dei mantra degli ultimi decenni. Tesi, beninteso, non necessariamente condivisibile in ogni sua parte e in ogni sua conseguenza, ma questa è un’altra storia. Sta di fatto, che lo statuto di ogni Banca centrale che si rispetti è costruito intorno alla garanzia della sua indipendenza, a partire dalle procedure di scelta dei suoi componenti. Negli Stati Uniti, l’organo di governo della Federal Reserve è composto da 7 membri, in carica per 14 anni, nominati dal Presidente con il consenso del Senato. E il Presidente, col consenso del Senato, nomina, tra di loro, anche un Presidente, con un mandato di 4 anni, ma rinnovabile. Qualche giorno fa, Trump ha nominato il nuovo presidente, Kevin Warsh, naturalmente di simpatie repubblicane. Con doppio sollievo per il tycoon della Casa Bianca: i mercati sembrano aver reagito bene, e Trump si è liberato di Jerome Powell, che era presidente dal 2018 e che ora lascia il Board, con cui i contrasti erano stati numerosi. Fin qui, tutto fisiologico. Ma Trump ha un’altra mira, ed è Lisa Cook, che era stata consigliera di Obama e che è arrivata alla Federal Reserve nel 2022, nominata da Biden. Cook è una dei 3 membri del Board di nomina democratica, contro – con l’arrivo del nuovo presidente – i 4 di nomina repubblicana; unica donna democratica nel collegio, contro l’unica donna repubblicana; prima afroamericana in quel posto. Rimuoverla da lì, e sostituirla con una nuova nomina, garantirebbe a Trump una super-maggioranza di 5 a 2. E Trump c’ha provato, con la solita spregiudicatezza. Ad agosto è uscita ad arte la notizia di presunte irregolarità di Cook al fine di ottenere condizioni agevolate per un mutuo, ben prima di assumere il mandato alla Banca. Poche ore, e Trump annunciava su Truth Social – cosa piuttosto irrituale, ma tant’è – di avere disposto la rimozione immediata di Lisa Cook: può occuparsi della politica dei tassi chi sui tassi avrebbe fatto la furbetta? Il punto è che è la prima volta che un Presidente licenzia un membro dell’organo di governo della Banca. La legge, invero, prevede una possibile rimozione per giusta causa, ma, nell’equilibrio dei poteri, il fatto che si sia consolidata una consuetudine a favore dell’indipendenza del Board non è affatto irrilevante. Senza contare che le irregolarità contestate a Cook richiedono di essere provate, e non è univoco che costituiscano giusta causa per una rimozione, risalendo peraltro ad un tempo anteriore alla nomina. La rimozione di Cook è stata subito sospesa da un giudice, e la cosa è arrivata abbastanza rapidamente alla Corte suprema, che, come è noto, ha una super-maggioranza conservatrice, che nel passato recente ha almeno implicitamente avallato – o almeno non impedito – il disegno iper-presidenzializzante di Trump. Ma questa volta qualche segnale in senso contrario è arrivato. Prima di Natale, la Corte ha rifiutato di ri-autorizzare, pur in maniera provvisoria, il provvedimento di rimozione dall’incarico, lasciando in piedi la sospensione che ne aveva disposto il giudice di merito, e rinviando alla trattazione orale della causa. E nell’udienza pubblica che si è tenuta a fine gennaio è filtrata una certa inclinazione della Corte a lasciare Lisa Cook al suo posto. La decisione, probabilmente, non arriverà prima di giugno. Certo, il Presidente intanto ha (molte) altre cose cui pensare, ma un po’ di sonno, l’attesa, senz’altro glielo toglierà. Nella partita, infatti, Trump si gioca molto. Sul piano politico, il licenziamento di Cook gli otterrebbe una super-maggioranza repubblicana (per molto tempo) alla Federal Reserve, dopo la super-maggioranza repubblicana (per molto tempo) alla Corte suprema, oltre che naturalmente la maggioranza al Congresso. E, su un piano sistemico, si tratta di mantenere o spostare un altro confine alla scelta costituzionale di investire del potere esecutivo un solo uomo al comando. L'articolo Dopo Jerome Powell, tocca a Lisa Cook: perché, per rimuoverla, Trump si gioca molto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Corte Suprema blocca Trump: no al dispiegamento dei soldati della Guardia Nazionale a Chicago
L’invio di militari della Guardia Nazionale è possibile solo in circostanze “eccezionali” e, allo stato attuale, il governo non ha indicato una base giuridica che consenta all’esercito di far rispettare le leggi nello Stato dell’Illinois. Con questa motivazione i giudici della Corte Suprema americana hanno inflitto una dura battuta d’arresto al presidente Donald Trump, stabilendo che – almeno per il momento – non potrà procedere con il dispiegamento della Guardia Nazionale nell’area di Chicago. La decisione ha visto i sei giudici conservatori della Corte Suprema divisi, con tre a favore e tre contrari al dispiegamento delle truppe. I tre giudici liberali si sono, invece, schierati con i contrari. Il provvedimento, sebbene preliminare e provvisorio, rischia di avere un effetto a cascata, mettendo in discussione la strategia di Trump di impiegare truppe federali in diverse altre città, tra cui Los Angeles, Portland, Washington, San Francisco e Baltimora, nonostante l’opposizione delle autorità locali e statali. E probabilmente rafforzerà nei tribunali le argomentazioni di chi è contrario. Il caso di Chicago rappresenta il primo intervento della Corte Suprema sui tentativi dell’amministrazione Trump di schierare la Guardia Nazionale nelle aree urbane. In precedenza, giudici federali avevano già bloccato iniziative analoghe a Chicago e Portland, mentre altri contenziosi restano aperti. La mossa controversa di Trump di schierare la Guardia Nazionale a Chicago si basava sulla valutazione della sua amministrazione secondo cui la città e l’area intorno stavano precipitando nel caos e nell’illegalità. Ma le autorità locali, come il governatore democratico dell’Illinois J.B Pritzker, hanno accusato il presidente americano di avere un secondo fine: punire i suoi oppositori politici. Nei documenti presentati in tribunale, lo Stato e Chicago hanno sostenuto che l’invocazione della legge federale da parte di Trump non fosse giustificata e che le sue azioni violassero anche il X Emendamento della Costituzione, che pone limiti al potere federale. Punto di vista condiviso dalla Corte Suprema e oggi il piano del presidente Usa ottiene una prima e rilevante bocciatura. L'articolo La Corte Suprema blocca Trump: no al dispiegamento dei soldati della Guardia Nazionale a Chicago proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Corte Suprema spinge sempre più a destra: via libera ai nuovi distretti del Texas e all’ordine di Trump sulla cittadinanza
Via libera alla decisione del Texas di ridisegnare la propria mappa elettorale, nonostante le accuse di profilazione razziale. Disponibilità a considerare la costituzionalità dell’ordine esecutivo di Donald Trump, che limita il diritto di cittadinanza per nascita. Nel giro di poche ore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha preso un paio di decisioni che confermano la decisa svolta conservatrice di questi anni e il sostegno alle politiche di Trump, che ha nominato tre dei nove giudici del massimo organo giudiziario americano. Di più: la Corte pare ormai ribaltare uno dei principi che hanno guidato per decenni la dottrina legale statunitense, lo stare decisis, il rispetto che, a meno di clamorosi errori, le corti devono alle decisioni del passato. I distretti elettorali in vista del midterm – Nel caso del Texas, la Corte acconsente al ridisegno dei distretti elettorali votato dai repubblicani dello Stato e all’utilizzo della nuova mappa sin dalle elezioni di midterm del 2026. Il redistricting, in Texas come in altri Stati a maggioranza repubblicana, era stato chiesto direttamente da Trump, che teme di perdere la maggioranza alla Camera nel voto di medio termine. Il governatore del Texas Greg Abbott e i legislatori G.O.P. avevano così approvato una legge che modifica i confini della mappa elettorale, disperdendo il voto afroamericano e ispanico e consegnando ai repubblicani la vittoria in cinque collegi ora controllati dai democratici. Era subito scattata l’accusa di gerrymandering, di manipolazione dei confini dei distretti in modo da favorire un partito, e di violazione del “Voting Rights Act” del 1965, che proibisce la discriminazione razziale nei processi elettorali. Accogliendo le accuse, una corte distrettuale di El Paso aveva vietato l’utilizzo della nuova mappa. Il caso è dunque arrivato alla Corte Suprema, che però sentenzia contro i giudici di El Paso, che non avrebbero rispettato “la presunzione di buona fede del legislatore […] intromettendosi nella campagna elettorale e causando molta confusione”. Sostanzialmente, la maggioranza della Corte dice di “credere” ai repubblicani dello Stato, che spiegano che la decisione di modificare la mappa elettorale è motivata “dall’obiettivo di mantenere la maggioranza dei seggi della Camera” e ha quindi “ragioni puramente politiche, non razziali”. Scrivono i tre giudici più conservatori della Corte, Samuel Alito, Neil Gorsuch e Clarence Thomas: la legge del Texas “è stata motivata da una pura e semplice ragione di vantaggio di parte”. Non avendo le corti alcun diritto di intromettersi nelle questioni politiche o di parte, ma solo in casi che riguardano la violazione della Costituzione, la mappa elettorale può entrare tranquillamente in vigore. È una decisione sorprendente sotto molti punti di vista. Anzitutto, il “vantaggio di parte” di cui i giudici conservatori parlano, è indubitabilmente ottenuto indebolendo il voto delle minoranze. Basta dare un’occhiata a come vengono ridisegnati i distretti elettorali di Houston – ad esempio il nono e il ventinovesimo – che perdono la loro connotazione decisamente urbana, quindi a maggioranza democratica, per allargarsi sino a comprendere aree rurali, dove il voto bianco e repubblicano è maggioritario. Esiste poi un’altra considerazione importante, che ha a che fare con lo stare decisis, quindi con le decisioni delle Corti Supreme del passato. Ancora in una sentenza del 2004, la “Vieth v. Jubelirer”, tutti i nove giudici della Corte si trovarono d’accordo sul fatto che l’estremo gerrymandering, quindi l’intervento sui processi elettorali per ragioni politiche, fosse incostituzionale. I giudici avevano opinioni diverse su come limitare il gerrymandering e su quanto gerrymandering fosse comunque inevitabile in democrazia. Su una cosa si mostravano però d’accordo. Usare il controllo degli organi di governo per stravolgere la realtà del voto era illegale. Ventun anni dopo, la maggioranza della Corte Suprema non ha invece alcun problema a sostenere lo sforzo volto a mantenere il controllo repubblicano della Camera, quindi del potere – anche se ciò comporta la manipolazione del voto, quindi del principio basilare della democrazia. L’ordine di Trump sulla cittadinanza all’esame della Corte – Significativa è anche la decisione di considerare l’ordine esecutivo di Trump sulla cittadinanza, firmato dal presidente il 20 gennaio, primo giorno della sua amministrazione, secondo cui a chi nasce negli Stati Uniti da migranti illegali, o che si trovano nel Paese solo temporaneamente, non può essere concessa la cittadinanza. L’ordine di Trump aveva ribaltato l’interpretazione che per più di 125 anni è stata data del 14° Emendamento, che conferisce la cittadinanza a chiunque nasca sul suolo americano, con l’eccezione dei figli di diplomatici e di coloro che sono nati da una forza di occupazione straniera. L’amministrazione ora sostiene che il 14° Emendamento fu adottato “per concedere la cittadinanza agli schiavi appena liberati e ai loro figli, non […] ai figli degli stranieri che si trovano illegalmente o temporaneamente negli Stati Uniti” come ha scritto l’avvocato del governo D. John Sauer. Di opinione diametralmente opposta sono decine di organizzazioni per i diritti civili e gli Stati a guida democratica, che si sono rivolti in questi mesi ai tribunali di mezza America ottenendo una serie di risonanti vittorie legali. Le corti inferiori, sulla base del testo del 14° Emendamento – “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono” – hanno riaffermato la cittadinanza per nascita e dato torto all’amministrazione Trump. Il primo giudice a farlo, nominato da Ronald Reagan, è stato John Coughenour, che a proposito della sua decisione a favore della cittadinanza per nascita ha scritto: “Sono su questo scranno da oltre quarant’anni. Non penso ci sia mai stata questione per me più chiara”. Ora il caso arriva alla Corte Suprema e quella “chiarezza” potrebbe risultare meno chiara. I giudici conservatori potrebbero infatti appellarsi a tre parole del 14° Emendamento, under the jurisdiction, per sostenere che i figli degli illegali non sono soggetti alla “giurisdizione degli Stati Uniti”, ma a quella dei Paesi di origine dei genitori, e quindi non hanno diritto alla cittadinanza. La Corte ascolterà il caso in primavera ed emetterà la sentenza in estate. C’è, ovviamente, molta attesa per quanto uscirà da questa Corte, che sta appunto ribaltando una serie di precedenti che, per decenni, hanno governato la politica e la società americane. La decisione di cancellare la Roe v. Wade, la decisione del 1973 che legalizzava l’aborto, è il caso più clamoroso, ma sono innumerevoli le sentenze che la Corte ha preso, che stravolgono la giurisdizione passata e che sembrano giustificate solo ed esclusivamente dalle richieste dei conservatori. Ne sono un esempio tutte le sentenze che in questi mesi hanno allargato a dismisura i poteri del presidente Usa, rendendolo una sorta di “sovrano” immune da ogni controllo e limite. I sei giudici conservatori della Corte – cui non riescono a fare argine le tre “liberal”, Elena Kagan, Sonia Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson – hanno spesso detto di ispirarsi alla teoria dell’originalismo, che punta a interpretare la Costituzione sulla base del suo “ragionevole significato originario”, quindi sulle intenzioni presunte dei Padri Fondatori, e non come documento vivente che cambia con i tempi e il cui significato deve essere aggiornato. È un’azione che sprofonda l’America in un passato che viene assolutizzato, reso univoco e apparentemente eterno, e che nei fatti sta dando mano libera alla svolta reazionaria impressa dall’amministrazione Trump. (nella foto: Trump insieme ai giudici della Corte Suprema) L'articolo La Corte Suprema spinge sempre più a destra: via libera ai nuovi distretti del Texas e all’ordine di Trump sulla cittadinanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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