Lutto nel mondo del giornalismo sportivo americano. Jessi Pierce, 37 anni, e i
suoi tre figli hanno perso la vita in un devastante incendio divampato
all’interno della loro abitazione a White Bear Lake. Nel rogo è deceduto anche
il cane di famiglia. La tragedia è avvenuta sabato 21 marzo, ma è stata
ufficializzata nella giornata di domenica dalla National Hockey League (NHL),
lega per la quale la donna lavorava da ormai un decennio.
LE FIAMME DAL TETTO E L’INTERVENTO DEI SOCCORSI
Secondo quanto ricostruito dalle autorità locali, l’allarme è scattato nella
mattinata di sabato. Sono stati i vicini di casa a chiamare il 911, segnalando
la presenza di alte fiamme che fuoriuscivano dal tetto dell’abitazione. Quando
sono arrivate le squadre dei Vigili del fuoco, purtroppo, era tardi: i
soccorritori entrati nella struttura hanno rinvenuto i corpi senza vita
dell’adulta, dei tre bambini e dell’animale domestico. Le cause esatte che hanno
innescato l’incendio non sono ancora note e sono attualmente oggetto di
un’approfondita indagine. “I nostri cuori sono addolorati per le persone
coinvolte in questa tragedia”, ha dichiarato in un comunicato Greg Peterson,
capo dei vigili del fuoco di White Bear Lake. “Chiediamo l’opportunità di
permettere alla nostra comunità di unirsi e sostenersi a vicenda in questo
momento difficile”.
IL RICORDO DELLA NHL E DEI MINNESOTA WILD
Jessi Pierce era una professionista molto stimata nell’ambiente. Da dieci anni
copriva le vicende dei Minnesota Wild come corrispondente per il sito ufficiale
NHL.com, raccontando le gesta della squadra in un territorio da sempre
ribattezzato come lo “State of Hockey” per l’enorme seguito di cui gode questo
sport. La sua scomparsa ha generato un’immediata ondata di commozione. Bill
Price, vicepresidente e caporedattore di NHL.com, ha affidato il ricordo della
collega a una nota ufficiale: “L’intero team è devastato e profondamente
addolorato per la perdita di Jessi e dei suoi figli. L’amore di Jessi per la sua
famiglia e per l’hockey era evidente nell’energia e nella passione che metteva
nel suo lavoro per noi. Era una gioia assoluta parlare e lavorare con lei. Ci
mancherà moltissimo”.
Anche la franchigia dei Minnesota Wild ha voluto rendere omaggio alla reporter
attraverso i propri canali social, ricordandone il lato umano e professionale:
“Jessi era una persona gentile e compassionevole che teneva profondamente alla
sua famiglia e a chi le stava intorno. Ha rappresentato un’ambasciatrice per
l’hockey nel periodo in cui ha seguito i Wild e la NHL. I nostri pensieri e le
nostre condoglianze più sincere vanno alla sua famiglia, agli amici e a tutti
coloro che l’hanno amata”.
> We are heartbroken and join the State of Hockey in mourning the tragic loss of
> Jessi and her children. May they rest in peace ????.
> pic.twitter.com/H8L8Wgu6l4
>
> — Minnesota Wild (@mnwild) March 22, 2026
L'articolo I vicini si accorgono delle fiamme che escono da tetto e chiamano i
soccorsi: trovata morta la giornalista NHL Jessi Pierce, i suoi tre figli e il
loro cane proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L'articolo Esplosioni a Teheran, danneggiato ospedale ad Ahvaz. Iran: “Colpiremo
centrali elettriche, se saranno attaccate le nostre” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un giudice dell’immigrazione negli Stati Uniti ha respinto la richiesta di asilo
presentata dalla famiglia di Liam Conejo Ramos, il bambino di 5 anni che lo
scorso gennaio era stato fotografato con un cappellino da coniglio e uno zaino
di Spider‑Man mentre veniva fermato insieme al padre durante un’operazione di
polizia federale a Minneapolis. La decisione comporta l’ordine di rimpatrio
della famiglia in Ecuador, il Paese di origine.
La famiglia, composta oltre che da Liam dal padre, Adrian Conejo Arias, dalla
madre, Erika Ramos, incinta, e da un fratello di 13 anni, si trova ora in una
fase interlocutoria: i legali hanno presentato ricorso contro la sentenza e la
procedura di appello consente alla famiglia di restare negli Stati Uniti in
attesa dell’esito. Liam e suo padre erano stati arrestati il 20 gennaio a
Columbia Heights, sobborgo di Minneapolis, durante un’operazione di contrasto
all’immigrazione irregolare condotta dal Servizio per l’immigrazione e le dogane
(ICE). Dopo un periodo di detenzione in un centro in Texas, un altro giudice
aveva successivamente ordinato il rilascio.
La decisione più recente del giudice di migrazione ha concluso che la richiesta
di asilo non soddisfaceva i criteri richiesti dalla legge statunitense,
ordinando il rimpatrio. Secondo la normativa americana, per ottenere protezione
come rifugiato è necessario dimostrare un fondato timore di persecuzione nel
proprio Paese su base di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un
particolare gruppo sociale o opinione politica. L’avvocato della famiglia ha
definito la decisione “dolorosa” e ha sottolineato che nel corso dell’udienza i
richiedenti non avrebbero avuto piena opportunità di presentare le proprie prove
a sostegno del caso, contestando le modalità con cui la richiesta è stata
liquidata.
Il caso aveva già suscitato ampia attenzione mediatica nel gennaio scorso,
quando l’immagine del bambino scatenò un dibattito nazionale sulle politiche
migratorie statunitensi e sul trattamento dei minori nelle procedure di
detenzione dell’ICE, diventando simbolo delle critiche all’operato dell’agenzia.
La comunità scolastica di Columbia Heights, dove Liam è iscritto, ha espresso
solidarietà e sostegno alla famiglia, definendo “straziante” la nuova sentenza e
promettendo di continuare a fare pressione affinché possa essere ribaltata in
appello. L’esito dell’appello potrebbe richiedere mesi e nel frattempo la
famiglia resta negli Stati Uniti in attesa di un giudizio d’appello che valuti
nuovamente il merito della loro richiesta di protezione internazionale.
L'articolo Giudice Usa nega asilo alla famiglia di Liam, il bambino con il
cappellino da coniglio. I legali hanno presentato ricorso proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un piano in caso di attacco da parte degli Stati Uniti, che prevedeva il
sabotaggio delle piste di atterraggio della Groenlandia per impedire agli aerei
Usa di atterrare. A rivelarlo è un’inchiesta della tv pubblica danese Dr basata
su 12 fonti governative e militari di alto livello, che parla dei piani segreti
preparati dalla Danimarca per affrontare un’eventuale invasione da parte di
Washington. Secondo il reportage, le truppe danesi erano state dispiegate a
gennaio con esplosivi e forniture mediche, nell’ambito di un piano di emergenza
concepito mentre aumentavano le tensioni per le dichiarazioni di Donald Trump,
che aveva suggerito l’acquisizione dell’isola per motivi di sicurezza nazionale.
Il piano includeva la possibilità di far saltare le piste di atterraggio per
ostacolare eventuali voli statunitensi, nell’ambito di un’operazione operativa
che si inseriva anche nell’esercitazione Nato ‘Arctic Endurance’, a cui hanno
partecipato Francia, Germania e Svezia. Nonostante le precauzioni, le autorità
danesi hanno cercato di evitare un’escalation con Washington. Trump ha poi
annunciato un generico “accordo quadro” con la Nato sull’uso delle basi in
Groenlandia, mentre il comando Usa Northern Command ha confermato la
cooperazione con Danimarca e Groenlandia per l’accesso a installazioni
strategiche.
Con la copertura di un esercitazione militare, Copenaghen ha mobilizzato
personale e riserve oltre che chiedere supporto ai Paesi Nordici, a Parigi e
Berlino. “La leadership politica, le forze armate e gli apparati di sicurezza
danesi hanno deciso di ‘stare al gioco’”, ha dichiarato un diplomatico francese
che ha coordinato il supporto militare tra Parigi e Copenaghen, parlando sotto
anonimato. “Avremmo fatto praticamente tutto ciò che la Danimarca ci avrebbe
richiesto”, ha aggiunto. “Non ci trovavamo in una situazione del genere
dall’aprile del 1940” ha aggiunto una fonte danese. Dopo l’attacco Usa in
Venezuela, “il timore di una simile operazione in Groenlandia era uno scenario
concreto. Il costo per gli Stati Uniti sarebbe aumentato. Gli Usa avrebbero
dovuto compiere un atto ostile per ottenere la Groenlandia” ha sottolineato una
fonte di alto livello della difesa danese in merito allo storico piano di difesa
che avrebbe potuto trascinare la Danimarca in un conflitto con il principale
alleato del Paese dalla Seconda guerra mondiale. Ora la situazione sembra
essersi calmata ma con la presidenza di Trump prevista per altri tre anni, la
preoccupazione di un intervento armato in Groenlandia rimane.
L'articolo “La Danimarca pronta a fare saltare le piste in Groenlandia. Truppe
con esplosivi contro invasione Usa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un’istantanea che la storiografia calcistica occidentale ha lasciato
pigramente sbiadire in un cassetto. Non è Francia 98, con i suoi fiori bianchi e
la tensione elettrica del debutto mondiale. Era il 16 gennaio 2000, il giorno in
cui il Team Melli – la nazionale iraniana – entro nel Rose Bowl di Pasadena non
da nemico giurato, ma da ospite d’onore. La scelta di giocare a Los Angeles non
fu casuale: la “Città degli Angeli” era la casa di oltre 500mila iraniani, una
comunità così radicata da aver ribattezzato la metropoli californiana
“Tehrangeles“.
Il progetto fu partorito due anni prima in un salotto di Parigi. Solo tre
settimane prima, a Lione, l’Iran aveva battuto gli USA 2-1 in quello che resta
uno dei match politicamente più carico della storia del calcio. Bill Clinton
aveva parlato di un passo verso la fine dell'”estraniamento” tra le nazioni,
iniziato con la Rivoluzione del 1979. L’incontro tra il Segretario Generale
della US Soccer, Hank Steinbrecher, e l’iraniano Mehrdad Masoudi, all’epoca
responsabile comunicazione della federazione canadese, nacque con l’idea, o
meglio la speranza, di avvicinare in qualche modo l‘Iran e gli Stati Uniti
attraverso lo sport, come la cosiddetta diplomazia del ping-pong aveva
avvicinato gli Usa e la Cina negli anni ’70. Ma nel 1999 tutto sembrò
naufragare. Lo scoglio era burocratico, ma anche profondamente politico:
l’obbligo di schedatura. Gli Stati Uniti pretendevano che ogni calciatore
iraniano venisse fotografato e sottoposto al rilievo delle impronte digitali
all’arrivo all’aeroporto di Chicago.
“Dissi chiaramente che era un divieto assoluto“, ha ricordato Masoudi in
un’intervista alla BBC. “Se lo avessero comunicato all’Iran, avrebbero
cancellato tutto all’istante. Quel contratto era stato firmato a patto che non
accadesse“. Per settimane, i funzionari del Dipartimento di Stato rimasero
irremovibili. Poi, a pochi giorni dalla partenza, un’improvvisa e misteriosa
deroga sbloccò la situazione. Secondo Steinbrecher, l’ordine arrivò dai vertici
dell’amministrazione Clinton: “Non so quale fosse la catena di comando, ma credo
che la decisione sia stata presa direttamente molto in alto”.
Un altro possibile problema era che la sponsorizzazione di alcolici durante la
partita avesse offeso la sensibilità religiosa di qualcuno. Lo sponsor
principale dell’incontro sarebbe stato Anheuser–Busch, l’azienda produttrice
della birra Budweiser. In una riunione tenutasi alla vigilia della partita, la
Federazione calcistica statunitense si offrì di cambiare sponsor, ma gli
iraniani respinsero l’offerta, mostrandosi molto comprensivi: “In qualità di
dirigente calcistico – ha detto Safei Farahani, l’allora presidente federale
iraniano – so quanto sia difficile trovare sponsor. La cancellazione di un
evento si traduce in una perdita di reputazione agli occhi degli sponsor'”, ha
raccontato Masoudi, presente a quello storico incontro.
Tuttavia, superato lo scoglio americano, gli organizzatori dovettero scontrarsi
con la complessa macchina del potere iraniano, dove la volontà del presidente
riformista Khatami non era l’unica voce in capitolo. Proprio mentre la squadra
preparava i bagagli, a Teheran scoppiò l’ennesima crisi politica interna,
mettendo in dubbio la spedizione fino all’ultimo istante. Solo un fragile
equilibrio tra le fazioni permise al Team Melli di decollare verso quella che
sarebbe stata una tournée storica, in cui sarebbero state giocate amichevoli con
Ecuador, Messico e, infine, gli Stati Uniti.
Quella con gli Usa, naturalmente, non fu soltanto una partita. Fu il punto più
alto di una diplomazia del pallone che oggi, nell’era dei tweet incendiari e dei
visti negati, appare come un repertorio archeologico di un’umanità perduta. Se
guardiamo a quella domenica di gennaio, il contrasto con l’attualità è brutale.
Allora, il calcio era ancora il grimaldello privilegiato per forzare le
serrature della diplomazia. C’era ancora l’ambizione che lo sport potesse essere
una zona franca dove i conflitti potevano essere sospesi, se non risolti.
Oggi, invece, il panorama è dominato dalla realpolitik del silenzio. Sotto la
gestione di Gianni Infantino, la FIFA ha smesso di essere un ponte per diventare
una piattaforma di sportwashing o, peggio, un ufficio di relazioni pubbliche per
i leader più divisivi del pianeta. L’era di Infantino, amico fidato di Donald
Trump a cui ha consegnato persino un controverso Premio per la Pace, ha segnato
il passaggio dalla diplomazia al puro pragmatismo commerciale. Oggi la FIFA,
spesso accusata di glissare sulle questioni spinose, sembra aver abdicato al suo
ruolo di mediatore culturale per diventare un’agenzia di eventi al servizio dei
potenti.
Al Rose Bowl, quel giorno, c’erano 50mila persone. Non erano spettatori
qualunque: era la diaspora iraniana che per la prima volta riabbracciava la
propria bandiera sul suolo americano. In campo c’erano le leggende: Ali Daei,
Khodadad Azizi, Mehdi Mahdavikia. La partita finì 1-1. Al gol di Mahdavikia
rispose il rigore di Chris Armas, ma il risultato rimane la cosa meno
importante. A rimanere impresso fu l’abbraccio tra i giocatori a fine gara, le
maglie scambiate senza timore di ritorsioni politiche e il clima di festa che
avvolse Pasadena.
Oggi quella partita ci sembra l’ultimo spasmo di un’utopia. È il testamento di
un calcio capace di assolvere la sua funzione più nobile, quello di unire i
popoli. Ventisei anni dopo, mentre ci prepariamo a un Mondiale 2026 che somiglia
più a un centro commerciale che ad un torneo, quella partita continua a
guardarci con malinconia, mentre ci ricorda la potenza eversiva di questo sport,
con la capacità quasi magica di sospendere la storia e affratellare i popoli.
L'articolo Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro
che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L'articolo L’Iran lancia missili contro base Usa nell’Oceano indiano. Nuovi raid
israeliano a Teheran a Beirut. Droni e missili contro Arabia saudita, Emirati e
Quwait proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Mojtaba Khamenei: “Negare sicurezza ai nemici, in patria e
all’estero”. Nuovi raid Idf su Teheran. Droni su raffineria di petrolio in
Kuwait proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Missili iraniani su Tel Aviv (due morti) e droni su ambasciata Usa a
Baghdad. Israele bombarda il centro di Beirut e Washington colpisce a Hormuz
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Washington ha intensificato la pressione sulle autorità comuniste cubane perché
consentano riforme di libero mercato, mentre l’isola impoverita si affanna a
riprendersi da un blackout elettrico che ha colpito tutto il paese e che è stato
ripristinato soltanto stamattina, 18 marzo. Il Segretario di Stato americano
Marco Rubio ha affermato che la decisione di Cuba, annunciata questa settimana,
di permettere agli esuli di investire e possedere attività commerciali non è
sufficiente. “Quello che hanno annunciato ieri non è abbastanza drastico. Non
risolverà il problema. Quindi dovranno prendere delle decisioni importanti“, ha
detto Rubio, cubano-americano e acceso critico del partito al governo, ai
giornalisti alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump, che solo lunedì aveva
affermato che avrebbe “conquistato” il Paese, ha aggiunto: “Faremo qualcosa con
Cuba molto presto”.
Le autorità cubane sono sottoposte a una pressione sempre più schiacciante, con
Washington che impone un blocco petrolifero e dichiara apertamente di voler
porre fine alla quasi settantennale contrapposizione tra gli Stati Uniti e lo
stato comunista a partito unico. Cuba è aperta a colloqui ampi con Washington e
a maggiori investimenti, ma “non discuterà di un cambiamento del proprio sistema
politico“, ha dichiarato martedì un inviato all’Afp. Tanieris Dieguez, vice capo
missione cubana a Washington, ha affermato che i due paesi vicini “hanno molte
cose da mettere sul tavolo“, ma che nessuno dei due dovrebbe chiedere all’altro
di cambiare il proprio governo.
“Nulla che riguardi il nostro sistema politico, nulla che riguardi il nostro
modello politico – il nostro modello costituzionale – fa parte dei negoziati e
non ne farà mai parte”, ha dichiarato. “L’unica cosa che Cuba chiede per
qualsiasi dialogo è il rispetto della nostra sovranità e del nostro diritto
all’autodeterminazione“. Il New York Times, citando funzionari statunitensi
anonimi, ha affermato che l’amministrazione Trump ha chiesto a Cuba di
destituire il presidente Miguel Díaz–Canel, considerato restio al cambiamento.
E proprio il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha lanciato un monito contro le
crescenti pressioni della Casa Bianca, avvertendo sulle proprie reti sociali che
“qualsiasi aggressore esterno si scontrerà con una resistenza inespugnabile”.
Díaz-Canel ha denunciato come gli Stati Uniti minaccino “pubblicamente Cuba,
quasi quotidianamente, di rovesciare con la forza l’ordine costituzionale”,
utilizzando come pretesto le difficoltà di un’economia che tentano di isolare da
oltre sessant’anni. “Pretendono e annunciano piani per impadronirsi del Paese”,
ha aggiunto spiegando così “la feroce guerra economica applicata come castigo
collettivo”.
Intanto come già detto il sistema elettrico a Cuba ha iniziato a riprendersi
dopo il blackout totale di lunedì. Il recupero è lento, come tipico in caso di
interruzioni di corrente di questa portata. Secondo l’Unión Eléctrica (Une),
l’operatore statale della rete elettrica, il servizio è stato ripristinato nelle
regioni occidentali e centro-orientali dell’isola dopo la riattivazione delle
centrali elettriche nei comuni di Diez de Octubre e Carlos Manuel de Céspedes.
Nel frattempo, la luce è tornata anche in alcune zone dell’Avana, sebbene
numerosi quartieri della capitale rimangano senza corrente. Il massiccio
blackout di lunedì è stato il sesto in quasi un anno e mezzo e il primo da
quando gli Stati Uniti hanno imposto un embargo petrolifero all’isola di circa
10 milioni di abitanti. Il fenomeno si deve anche alla mancanza di investimenti
in un sistema già in deterioramento.
L'articolo Cresce la pressione della Casa Bianca su Cuba. Díaz-Canel:
“Resistenza inespugnabile contro qualsiasi aggressore” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La presenza o meno dell’Iran ai Mondiali del 2026 previsti tra Stati Uniti,
Canada e Messico assume sempre di più i contorni di un caso. La vicenda – che va
avanti ormai da quasi un mese, dalla guerra scatenata il 28 febbraio da Stati
Uniti e Israele contro l’Iran – si arricchisce infatti di un nuovo capitolo:
dopo aver praticamente annunciato la rinuncia alla Coppa del Mondo nei giorni
scorsi, adesso stando a quanto dichiarato dal presidente della federazione
calcistica iraniana Mehdi Taj, l’Iran sta “negoziando” con la Fifa per spostare
le partite del primo turno dei Mondiali dagli Stati Uniti al Messico. Una
richiesta però non semplice da soddisfare e che porta ancora più complicazioni.
Tutto dopo che Trump aveva “minacciato” la nazionale iraniana, mentre Infantino
e la Fifa continuano a prendere tempo e fingere che vada tutto bene.
“Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza
della nazionale iraniana e certamente noi non andremo in America“, ha affermato
il presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj in una
dichiarazione pubblicata sull’account X dell’ambasciata iraniana in Messico.
“Stiamo attualmente negoziando con la Fifa per disputare le partite dell’Iran ai
Mondiali in Messico”.
L’Iran dovrebbe affrontare Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles, poi l’Egitto a
Seattle. Il ritiro pre-torneo della squadra è attualmente programmato a Tucson,
in Arizona e nelle scorse settimane Abolfazl Pasandideh, ambasciatore iraniano
in Messico, ha denunciato “la mancanza di cooperazione del governo statunitense
in merito al rilascio dei visti e al supporto logistico” per la delegazione
iraniana in vista dei Mondiali, in una dichiarazione pubblicata sul sito web
dell’ambasciata.
La situazione legata alla partecipazione dell’Iran si complica quindi sempre di
più. Inizialmente, nei giorni successivi allo scoppio della guerra, la FIFA –
come riportato dal sito della BBC – aveva dichiarato di “monitorare gli
sviluppi”. Da lì non ha mai preso posizione e anzi, al contrario, il presidente
Gianni Infantino ha continuato a fingere che tutto andasse bene, parlando di
“grande festa” e di “Iran benvenuto al Mondiale, me l’ha assicurato il
presidente Trump”. A quelle dichiarazioni avevano fatto seguito le parole di
Ahmad Donjamali – ministro dello Sport iraniano – che aveva praticamente
annunciato la rinuncia della nazionale alla competizione: “Questo governo
corrotto ha assassinato il nostro leader, in nessuna circostanza abbiamo le
condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo“.
Ma proprio quando Infantino parlava di “festa”, “Iran benvenuto” e “calcio che
unisce”, è arrivato un messaggio di Donald Trump che sapeva quasi di minaccia:
“La nazionale di calcio iraniana è benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia
appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza“, aveva scritto il
presidente Usa. Dopo le dichiarazioni del tycoon, ora c’è una proposta a
sorpresa: l’Iran sarebbe disposto a giocare, ma chiede di disputare le partite
in Messico invece che negli Stati Uniti. Una soluzione che, se accolta,
comporterebbe conseguenze pesanti sull’organizzazione del torneo, tra
spostamenti di interi gironi, modifiche al calendario e riassegnazione delle
sedi. E se l’Iran superasse il girone? Anche in quel caso sarebbero necessari
spostamenti. A questo punto la palla passa alla FIFA, adesso chiamata
obbligatoriamente a decidere tra esigenze politiche, logistiche e sportive, in
uno scenario sempre più delicato e complesso. E al Mondiale mancano meno di tre
mesi.
L'articolo L’Iran apre al Mondiale, ma a una sola condizione: giocare in
Messico. Ora la Fifa è chiamata a prendere posizione proviene da Il Fatto
Quotidiano.