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“Dalla plastica un farmaco contro il Parkinson”, lo studio su Nature dei ricercatori dell’Università di Edimburgo
Dalle bottiglie di plastica che stanno avvelenando il nostro pianeta è possibile ottenere un farmaco utile per il trattamento del Parkinson, una malattia neurodegenerativa che colpisce circa 10 milioni di persone nel mondo. A riuscire nell’impresa è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo, che ha utilizzato batteri geneticamente modificati per trasformare i rifiuti di plastica in L-DOPA, il principale medicinale impiegato per combattere il Parkinson. Gli studiosi sono dunque riusciti a prendere due piccioni con una fava, dimostrando che è possibile liberare il nostro pianeta dalla plastica di scarto e, allo stesso tempo, produrre un farmaco salvavita. Stando a quanto riportato sulla rivista Nature Sustainability, sarebbe la prima volta che un processo biologico naturale viene modificato per trasformare i rifiuti di plastica in una terapia per una malattia neurologica. Nel dettaglio, gli scienziati hanno modificato geneticamente i batteri E. coli per trasformare un tipo di plastica ampiamente utilizzato negli imballaggi per alimenti e bevande, il polietilene tereftalato (PET), in L-DOPA. Il processo prevede innanzitutto la scomposizione dei rifiuti di PET – di cui vengono prodotte circa 50 milioni di tonnellate all’anno – nei componenti chimici di base, tra cui l’acido tereftalico. Le molecole di acido tereftalico vengono poi trasformate in L-DOPA da batteri geneticamente modificati attraverso una serie di reazioni biologiche. Secondo il team, l’utilizzo di questa nuova tecnica per produrre L-DOPA è più sostenibile rispetto ai metodi tradizionali di produzione farmaceutica, che si basano sull’impiego di combustibili fossili, risorse limitate oltre che altamente inquinanti. I ricercatori sottolineano inoltre l’urgenza di trovare nuovi metodi per riciclare il PET, una plastica resistente e leggera derivata da materiali non rinnovabili come petrolio e gas. Gli attuali processi di riciclaggio, infatti, non sono del tutto efficienti e contribuiscono ancora all’inquinamento da plastica in tutto il mondo. Secondo gli scienziati, questa innovazione offre un modo sostenibile per riutilizzare il prezioso carbonio contenuto nei rifiuti di plastica, che altrimenti andrebbe perso in discarica o incenerito, finendo per essere emesso nell’ambiente come inquinante. Questo potrebbe aprire la strada alla crescita di un’industria del bio-riciclo per la produzione non solo di farmaci, ma anche di una vasta gamma di prodotti, tra cui aromi, fragranze, cosmetici e sostanze chimiche industriali. Dopo aver dimostrato di poter produrre la L-DOPA, il team di ricerca si concentrerà ora sul perfezionamento della tecnologia per renderla applicabile su scala industriale. Per questo sarà necessario ottimizzare il processo, migliorarne la scalabilità e valutarne ulteriormente le prestazioni ambientali ed economiche. “Siamo solo all’inizio”, dichiara Stephen Wallace, scienziato della Facoltà di Scienze biologiche dell’Università di Edimburgo, che ha guidato lo studio. “Se siamo in grado di creare farmaci per malattie neurologiche a partire da una bottiglia di plastica di scarto, è entusiasmante immaginare cos’altro questa tecnologia potrebbe realizzare. I rifiuti di plastica – continua – sono spesso considerati un problema ambientale, ma rappresentano anche una vasta fonte di carbonio ancora inutilizzata. Attraverso l’ingegneria biologica, trasformando la plastica in un farmaco essenziale, dimostriamo come i materiali di scarto possano essere reinventati come risorse preziose a supporto della salute umana”. Lo studio Valentina Arcovio L'articolo “Dalla plastica un farmaco contro il Parkinson”, lo studio su Nature dei ricercatori dell’Università di Edimburgo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inquinanti, opere idrauliche, plastica, barriere create dall’uomo: i fiumi italiani versano in cattive acque
Meno della metà dei fiumi italiani (il 43%) ha raggiunto il “buono stato ecologico” richiesto dalla Direttiva Europa Quadro Acque entro il 2027. E altre minacce (Pfas, pesticidi etc) rischiano di minarne ulteriormente la salute chimica. Inoltre, i nostri corsi d’acqua sono ancora vittime di opere idrauliche, a volte inutili e dannose, che li hanno in gran parte canalizzati, riducendone le aree di esondazione naturale e distruggendone la vegetazione sulle sponde. Infine, sono anche frammentati dalle numerose barriere (dighe, traverse, briglie), molte delle quali ormai obsolete, che ne interrompono la continuità, alterando il trasporto di sedimenti al mare e, da ultimo, soffrono dei cambiamenti climatici e delle temperature in aumento che allungano i periodi di scarsità d’acqua scatenando aspri conflitti per le risorse idriche. È questo, in sintesi, il quadro della situazione nella Giornata Internazionale di Azione per i Fiumi, il 14 marzo. “Intendiamoci, abbiamo regioni dove si è fatto molto sul miglioramento dello stato chimico, soprattutto grazie alla spinta normativa data dalla Direttiva Quadro Acque”, spiega Francesco Comiti, professore di Gestione dei bacini idrografici all’Università di Padova. “Ma siamo ancora di fronte a criticità di tipo idro-morfologico, aggravate dalla sospensione del decreto sul deflusso ecologico (provvedimento normativo che introduce la quantità d’acqua minima necessaria a valle di un prelievo per mantenere l’ecosistema fluviale in buona salute). La sospensione è stata motivata dalla siccità del 2022, ma è paradossalmente ancora vigente”. CONSUMO DI SUOLO, PLASTICA, CRISI CLIMATICA Per il Wwf Italia quello a cui assistiamo è, in realtà, un vero e proprio “attacco indiscriminato e legalizzato” ai fiumi italiani. Nel Rapporto “Sos Fiumi. Manutenzione idraulica o gestione fluviale?”, l’organizzazione si riferisce al taglio indiscriminato nella vegetazione ripariale e al dragaggio degli alvei, realizzati con la scusa della sicurezza idraulica da Regioni, consorzi di bonifica, uffici o servizi tecnici territoriali. L’altro dato inquietante è fornito dal consumo di suolo lungo i fiumi, in aumento del 7% come media nazionale ma con punte più alte in Liguria, Trentino e Veneto. “I fiumi”, spiega Andrea Agapito Ludovici, Responsabile Acque del Wwf, “hanno bisogno di spazio: invece li abbiamo canalizzati, togliendo tutte le aree di esondazione naturale, soprattutto nelle aree a rischio idrogeologico, anche in Emilia Romagna, nonostante una legge sul consumo di suolo”. E poi c’è, ovviamente, il tema delle plastiche e micro-plastiche. Ogni anno i fiumi italiani trasportano tonnellate di rifiuti plastici che si accumulano sulle sponde. Si stima che l’80% della plastica nei mari arrivi proprio dai fiumi. Da qui nasce il progetto, sempre del WWF, “Adopt Rivers and Lakes”, che ha come obiettivo la tutela degli ecosistemi di acqua dolce. L’altro tema è, ovviamente, quello della crisi climatica. Già nel 2022 proprio Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha certificato che il valore annuo medio della risorsa idrica disponibile per l’ultimo trentennio 1991-2020 si è ridotto del 19% rispetto al trentennio 1921-1950, valore di riferimento storico. “Ci sono molti studi che analizzano come cambierà la portata dei fiumi nei prossimi decenni”, spiega il prof. Comiti, “e tutti indicano che andremo incontro a periodi di magra più frequenti e prolungati, anche a causa della evaporazione dal suolo. La siccità inoltre aumenta la necessità di irrigare e dunque la quantità di acqua da prelevare: è un problema circolare”. FIUMI, SERVE UN CAMBIAMENTO CULTURALE Per risolvere le criticità legate ai fiumi serve abbandonare un approccio solamente “idraulico” e mettere in campo un cambiamento culturale, indicato dalla normativa Nature Restoration Law del 2024, il regolamento europeo che promuove il ripristino ambientale, secondo cui i paesi europei sono chiamati a rinaturalizzare gli ecosistemi di acqua dolce e le funzioni naturali dei fiumi, contribuendo a recuperare 25.000 chilometri di fiumi in Europa. Una soluzione alla questione delle falde acquifere sempre più impoverite è favorire la loro ricarica naturale. “La ricarica può avvenire prima dell’estate, quando ancora l’acqua non serve per l’irrigazione, convogliando nel sottosuolo l’acqua delle piogge, o dai canali durante i periodi di ‘morbida’ dovuti alla fusione nivale e alla precipitazioni invernali e primaverili”, spiega Comiti. Le Aree Forestali di Infiltrazione (AFI) servono proprio a ricostituire l’originario livello delle falde e hanno un’azione di depurazione dovuta agli apparati radicali degli alberi, migliorano la qualità delle acque sotterranee, riducono i gas serra, migliorano il paesaggio, incrementano la biodiversità. Questa azione riduce anche i conflitti sempre più aspri rispetto agli usi dell’acqua. “Oggi c’è già un frazionamento spaventoso dei poteri sulle acque e negli ultimi anni siamo andati avanti a forza di emergenze gestite dai commissari (alla siccità, alla difesa del suolo, alla depurazione delle acque etc)”, afferma Andrea Agapito Ludovici. “Bisognerebbe rivedere le concessioni per l’agricoltura, l’idroelettrico, in relazione all’attuale disponibilità d’acqua, attraverso i bilanci idrologici che dovrebbero redigere le Autorità di bacino. Purtroppo, ci sono lobby fortissime. Il mondo politico”, conclude, “è spesso responsabile di una gestione scriteriata del territorio, si nasconde spesso dietro soluzioni semplicistiche, a ridosso di calamità naturali (siccità, alluvioni) che si rivelano spesso inefficaci anche se di facile visibilità mediatica. È necessaria e urgente una nuova consapevolezza”. L'articolo Inquinanti, opere idrauliche, plastica, barriere create dall’uomo: i fiumi italiani versano in cattive acque proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione”
Riscaldando nel microonde o nel forno cibi pronti e da asporto confezionati in contenitori di plastica si rischia il rilascio di centinaia di migliaia di particelle di microplastiche e nanoplastiche direttamente negli alimenti, insieme a una miscela di sostanze tossiche. Nell’analisi, soggetta a peer review, contenuta nel rapporto “Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica”, Greenpeace International ha esaminato 24 articoli e studi pubblicati recentemente in riviste scientifiche su prodotti alimentari pronti. Sono pubblicizzati come “sicuri da riscaldare” ma, stando alle ricerche e agli articoli analizzati, rischiano di esporre ogni giorno milioni di persone a contaminanti invisibili. “Le persone pensano sia sicuro acquistare e riscaldare un pasto confezionato nella plastica: in realtà veniamo esposti a un mix di microplastiche e sostanze chimiche pericolose che non dovrebbero mai venire a contatto con il cibo che mangiamo” commenta Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica di Greenpeace Usa. COSA ACCADE IN POCHI MINUTI DI MICROONDE Secondo uno studio del Dipartimento di Scienze Alimentari dell’Università del Massachusetts Amherst, che ha seguito le linee guida della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti per le sostanze a contatto con gli alimenti, dalle 326mila alle 534mila particelle si disperdono nei simulanti alimentari dopo soli cinque minuti di riscaldamento al microonde, fino a sette volte in più rispetto al riscaldamento in forno. Il riscaldamento aumenta drasticamente la contaminazione chimica: in diversi studi, campioni di plastica comune sottoposti a microonde, come polipropilene e polistirene, hanno rilasciato additivi chimici in cibi o in simulanti alimentari, inclusi plastificanti e antiossidanti. E l’attuale regolamentazione è insufficiente a proteggere la salute pubblica. UNA REGOLAMENTAZIONE INSUFFICIENTE È noto che oltre 4.200 sostanze chimiche pericolose sono utilizzate o presenti nelle plastiche, ma la maggior parte non è regolamentata negli imballaggi alimentari. Alcune sostanze, come bisfenolo, ftalati, Pfas e metalli tossici come l’antimonio, sono collegate a cancro, infertilità, disfunzione ormonale e malattie metaboliche. Almeno 1.396 sostanze chimiche presenti nelle plastiche che vengono a contatto con gli alimenti sono state rilevate anche nel corpo umano, con crescenti evidenze che collegano l’esposizione a queste sostanze con disturbi del neurosviluppo, malattie cardiovascolari, obesità e diabete di tipo 2. Lo ha evidenziato anche la rivista scientifica ‘The Lancet’ che, ad agosto 2025, ha lanciato un monito sui danni che la plastica provoca “in ogni fase del suo ciclo di vita” e “in ogni fase della vita umana”, promuovendo il ‘Lancet Countdown on Health and Plastics’. I contenitori vecchi, graffiati o riutilizzati sono i più problematici: la plastica usurata, infatti, rilascia quasi il doppio delle particelle di microplastica rispetto agli imballaggi nuovi. “I governi hanno lasciato che l’industria petrolchimica e della plastica trasformasse le nostre cucine in laboratori di sperimentazione: il nostro rapporto mostra che la dicitura “adatto al microonde” non è altro che un’illusione” continua Forbes. IL TREND DEI PASTI GIÀ PRONTI: UN MERCATO IN EVOLUZIONE Eppure, i piatti pronti confezionati nella plastica rappresentano uno dei segmenti in più rapida crescita nel sistema alimentare globale, con un valore di quasi 190 miliardi di dollari, secondo una ricerca di Towards FnB. Nel 2024 la produzione di piatti pronti ha raggiunto un volume globale di 71 milioni di tonnellate, una media di 12,6 chilogrammi pro capite, mentre anche il costo di un piatto pronto e i ricavi pro-capite sono destinati ad aumentare, avverte una ricerca di mercato del portale Statista. Di fatto, un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia ha mostrato che gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 36% di tutta la plastica e che la produzione di plastica è destinata a più che raddoppiare entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Le autorità di regolamentazione non sono riuscite finora a tenere il passo. “A livello globale – spiega Greenpeace International – mancano linee guida normative adeguate sulle microplastiche rilasciate dagli imballaggi alimentari, e diciture come ‘adatto al microonde’ o ‘adatto al forno’ forniscono ai consumatori una falsa rassicurazione. La crisi della plastica sta seguendo lo stesso schema già osservato con tabacco, amianto e piombo: nonostante segnali di allarme scientifici comprovati, la risposta è caratterizzata da negazionismo industriale e ritardi normativi”. Per questo, Greenpeace chiede ai governi che negoziano il Trattato globale sulla plastica dell’Onu di agire secondo principi di precauzione e porre fine “a una contaminazione incontrollata e non regolamentata”. L'articolo I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dalla salute riproduttiva a ictus e cancro, i medici italiani contro i danni da plastica: parte una campagna per la prevenzione
I medici italiani contro la plastica. È un fronte massiccio e inedito quello che si è formato a favore della “Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute”, promossa dall’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE) e dalla Rete Italiana Medici Sentinella (RIMSA). Il gruppo di lavoro è formato da 43 specialisti coordinati da Maria Grazie Petronio, medica specialista in Igiene e Medicina preventiva, Epidemiologia e Sanità pubblica e Nefrologia. Le sigle che aderiscono sono talmente tante che è quasi impossibile elencarle tutte. Tra queste, come collaboratori, la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), la Società Italiana di Pediatria (SIP), la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI), mentre a dare il patrocinio, oltre al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), ci sono la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), la Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane (FISM), il Sindacato Medici Pediatri di Famiglia (SiMPeF). Hanno poi aderito anche 43 ordini provinciali dei medici chirurghi e degli odontoiatri, altri ordini professionali e numerose Federazioni, Società e Associazioni Scientifiche mediche e delle professioni sanitarie, come la Società Italiana Riproduzione Umana – SIRU – e poi i reumatologi, gli anestesisti pediatrici, gli epidemiologi, gli allergologi, alcune aziende sanitarie, 500 tra medici, farmacisti, biologi, docenti e una serie corposa di associazioni e comitati di cittadini. LINEE GUIDA PERCHÉ LA “SPESA SBALLATA® DIVENTI REALTÀ” La campagna prevede una serie di tappe e diversi gruppi di lavoro tematici. Uno dei progetti più importanti della campagna è quello “Spesa Sballata® – Dimensione Italia”, nato dall’incontro tra questo team e quello storico del progetto Spesa Sballata® della Provincia di Varese. Dal progetto è nato un documento che fornisce Linee di Indirizzo Igienico-Sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili, coerenti con il Decreto Clima, la Direttiva europea SUP, fino al nuovo Regolamento UE 2024/1234 sugli imballaggi, che dal 2027 obbligherà gli esercizi ad accettare i contenitori portati dai clienti e dal 2028 a offrirne di riutilizzabili. Altri due progetti della campagna riguardano la plastica nello sport e, ovviamente, le scuole (“Abbiamo incontrato 7.200 bambini da Sondrio alla Sicilia”, spiega Petronio), dove il tentativo è anche quello di sensibilizzare le istituzioni scolastiche sui danni prodotti dall’eccessivo consumo di acqua in bottigliette di plastiche e cibi ultraprocessati e imballati in plastica erogati dai distributori automatici, “da sostituire con punti di erogazione dell’acqua di rete in spazi comuni, per ricaricare le borracce, invece di essere costretti a usare i bagni”, nota ancora Petronio. Altro filone significativo quello della plastica nella sanità, cioè soprattutto negli studi medici e negli ospedali. Ma i fronti tematici che la campagna affronta sono tantissimi e vanno dai materiali a contatto con gli alimenti (MOCa) all’esposizione alla plastica nei primi mille giorni di vita, dal rapporto tra Suv e inquinamento da plastica a quello tra plastica e abbigliamento, plastica e cosmetica. E poi: microplastiche e fertilità e plastica in odontoiatria. VOLANTINI NEGLI STUDI MEDICI E NEI CORSI PREPARTO “Come primo momento, la campagna ha previsto la formazione dei medici, che abbiamo fatto diffusamente sia on line, che con convegni in presenza, sulla stampa ma anche inviando i materiali scaricabili da mettere negli studi (si possono scaricare qui), spiega Maria Grazia Petronio. “Come seconda fase, abbiamo iniziato a elaborare progetti per la cittadinanza, stilando dei decaloghi, ad esempio quello per le donne in gravidanza, che abbiamo portato, grazie ad un accordo con la Federazione Nazionale Ostetriche, nei corsi preparto in gravidanza”. I rischi da esposizione alla plastica sono noti da decenni e sottostimati, dal momento che delle 16.000 sostanze chimiche utilizzate nel ciclo produttivo il 75% non è stato valutato per la salute umana, di quelle valutate oltre 4.200 sono valutate altamente pericolose, 1.500 cancerogene mutagene o tossiche per la riproduzione e 47 interferenti endocrini. La rivista medico-scientifica “The Lancet” ha istituito di recente uno strumento, il “The Lancet Countdown on health and plastics” per monitorare gli effetti sulla salute da esposizione alla plastica, definendo l’inquinamento da plastica un rischio grave, crescente e poco riconosciuto per la salute planetaria. “L’impatto complessivo sulla plastica è difficile da stimare, perché bisogna considerare l’intero ciclo di vita”, spiega la coordinatrice del gruppo di lavoro della campagna. “Dalle fasi di estrazione delle materie prime fossili alla fase della produzione (responsabile del 5% delle emissioni industriali globali di gas serra), al degrado nell’ambiente”. Tra gli effetti riportati da “The Lancet”, e riferiti solo all’esposizione a sostanze chimiche plastiche, troviamo: la compromissione del potenziale riproduttivo, effetti perinatali, riduzione delle funzioni cognitive, resistenza all’insulina, ipertensione e obesità nei bambini e diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ictus, obesità e cancro negli adulti. Aumentano inoltre i rischi infettivi dovuti alla capacità acquisita dalle zanzare di deporre le uova nei rifiuti di plastica. E aumenta anche il fenomeno dell’antibimicrobico resistenza, grazie alla capacità dei batteri di colonizzare la plastica. Infine, nota Petronio, “abbiamo la drammatica diffusione delle micro e nanoplastiche MNP (particelle di plastica piccolissime) nell’ambiente e in tutti gli organi del corpo umano”. La campagna pone infine l’accento sulla sicurezza delle plastiche riciclate (ci sono prove crescenti che la plastica riciclata sia suscettibile di rilasciare un maggior numero di sostanze chimiche, e il processo è molto inquinante). E su quelle biodegradabili, alcune delle quali possono, come le altre, frammentarsi in microplastiche e/o rilasciare sostanze chimiche potenzialmente tossiche. “Non tutti i materiali plastici biobased sono biodegradabili e compostabili. I materiali compostabili possono essere utilmente impiegati per la raccolta differenziata dell’organico destinato ad un impianto industriale di compostaggio, ma non possiamo pensare”, conclude Petronio, “che si possano degradare rapidamente anche nell’ambiente”. L'articolo Dalla salute riproduttiva a ictus e cancro, i medici italiani contro i danni da plastica: parte una campagna per la prevenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico
Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque. Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre, derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare. “I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”, avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale. Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale. Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge, non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori. Leggi qui lo studio L'articolo Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’invasione delle microplastiche, frammenti trovati all’interno dell’unico insetto autoctono dell’Antartide
L’invasione delle microplastiche – il cui danni alla salute sono sempre più noti – ha raggiunto anche una delle regioni più lontane dalla civiltà. Frammenti di microplastiche sono stati trovati anche all’interno dell’unico insetto autoctono dell’Antartide, la Belgica antarctica, un moscerino privo di ali grande quanto un chicco di riso. Questa scoperta conferma che l’inquinamento da microplastiche ha raggiunto anche le regioni più remote del pianeta, e dimostra che questo insetto ha già iniziato a nutrirsene, con conseguenze che potrebbero impattare negativamente la sua sopravvivenza. La scoperta, pubblicata sulla rivista Science of The Total Environment e guidata dall’Università americana del Kentucky, ha visto la partecipazione anche di ricercatori italiani dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’Elettra Sincrotrone di Trieste. I ricercatori guidati da Jack Devlin hanno sottoposto gli esemplari dell’insetto a una serie di test durati in tutto dieci giorni, a causa delle elevate difficoltà dovute al lavorare in Antartide per periodi più lunghi. I moscerini hanno mostrato di adattarsi bene anche a concentrazioni di microplastiche molto elevate, anche se in questi casi risultavano avere riserve di grasso più scarse. Gli autori dello studio hanno poi prelevato 40 larve da 20 siti diversi, e ne hanno analizzato il contenuto intestinale con sistemi in grado di identificare le ‘impronte digitali’ chimiche anche delle particelle più minuscole, impossibili da vedere ad occhio nudo. In 2 delle 40 larve hanno trovato frammenti di microplastiche, cosa che, secondo Devlin, costituisce un primo campanello d’allarme. “L’Antartide ha ancora livelli di plastica molto più bassi rispetto alla maggior parte del pianeta – afferma il ricercatore – ma ora possiamo dire che stanno entrando nel sistema e, a livelli sufficientemente elevati, possono iniziare a modificare il bilancio energetico degli insetti“. Lo studio L'articolo L’invasione delle microplastiche, frammenti trovati all’interno dell’unico insetto autoctono dell’Antartide proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La crisi del riciclo della plastica rischia di bloccare anche la raccolta differenziata in tutta Italia: il caso limite della Sicilia
Le montagne di plastica vergine a bassissimo prezzo che arrivano dall’Asia stanno causando, insieme ad altri fattori, la crisi del riciclo meccanico della plastica, in Italia e in Europa. Vacilla il mantra “siamo l’eccellenza mondiale del riciclo”, almeno per la plastica. Perché la verità è che gli impianti, sommersi di quella vergine, non riescono più a riciclarla (e venderla) e, dopo mesi di segnalazioni e appelli lanciati al Governo sull’emergenza dell’industria italiana del riciclo delle materie plastiche, nelle scorse settimane è arrivata la serrata. Il presidente di Assoripam (l’Associazione nazionale dei riciclatori e rigeneratori di materie plastiche), Walter Regis, ha annunciato il blocco degli impianti, segnalando il rischio di un effetto domino sull’intera filiera. “Se smettiamo di processare i lotti – aveva detto – il sistema di selezione si bloccherà in poche settimane e non ci sarà più spazio per conferire la plastica raccolta dai cittadini”. Di fatto, la raccolta differenziata nazionale rischia di fermarsi: la serrata degli impianti di riciclo sta facendo bloccare a monte anche quelli di selezione post raccolta. Tra i casi più complessi, quello della Sicilia, regione che – tra l’altro – non brilla per presenza degli impianti: in alcuni siti si sta così riducendo o sospendendo il ritiro degli imballaggi e molti Comuni sono costretti a emanare ordinanze che limitano la raccolta. Così l’eurodeputato siciliano Giuseppe Antoci (M5S) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo un intervento. Per ora, si segnalano casi nel Sud della Sardegna e, a macchia di leopardo, anche in altre aree del Paese. Il rischio è che, oltre a saltare un servizio essenziale, si manchino anche gli obiettivi su raccolta differenziata e riciclo. L’INTERROGAZIONE PRESENTATA ALLA COMMISSIONE UE “Bruxelles deve essere messa davanti a ciò che sta accadendo e deve dirci quali iniziative intende prendere per garantire continuità al servizio e impedire che il costo della crisi ricada sulle famiglie” spiega l’europarlamentare Antoci. E aggiunge: “Non possiamo chiedere ai cittadini di differenziare e poi lasciarli soli quando la filiera si inceppa. Se chi immette imballaggi sul mercato non partecipa ai costi di gestione, il sistema non può funzionare. Servono investimenti, una filiera nazionale efficiente e regole che valgano per tutti”. Nel frattempo, la deputata trapanese Cristina Ciminnisi ha presentato un’interrogazione all’Assemblea regionale siciliana.Il rischio, avverte, è che senza decisioni rapide molti Comuni si trovino costretti a sospendere la raccolta, con danni ambientali, economici e di decoro urbano. LA CRISI DEL SETTORE Ma sono mesi che Assorimap, che rappresenta il 90 per cento della filiera, lancia l’allarme con i dati alla mano su utili crollati dell’87 per cento dal 2021 e passati da 150 milioni a una previsione vicina allo zero per il 2025. “Il fatturato delle aziende, dal 2022, ha perso il 30%. Una crisi condivisa da tutta la filiera – ha dichiarato Regis – stretta tra i costi dell’energia (i più alti d’Europa) e la concorrenza insostenibile delle importazioni extra-Ue di plastica vergine e riciclata a prezzi stracciati”. Diverse le proposte avanzate da Assorimap al Mase e ancora sul tavolo. Tra queste, c’è anche la richiesta di anticipare alcune scadenze previste dal Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (Ppwr). IL PARADOSSO: ORA SI CHIEDE DI ACCELERARE SUL CONTENUTO RICICLATO In primis, i riciclatori della plastica chiedono di anticipare le scadenze sul contenuto minimo di riciclato. Il Regolamento Packaging and Packaging Waste Regulation, infatti, impone contenuti minimi di materiale riciclato negli imballaggi in plastica, con obiettivi crescenti. Target più ambiziosi rispetto a quelli della Direttiva Sup. Per le bottiglie in Pet si va dall’obiettivo del 30% nel 2030 al 50% nel 2040, per quelli a contatto con gli alimenti si prevedono quote tra il 10% e il 35% entro il 2030, mentre per altri imballaggi plastici bisogna raggiungere il 35% entro il 2030. L’obiettivo, quello di ridurre la plastica vergine, è più cruciale che mai. Eppure, proprio l’Italia è stato l’unico Paese a votare contro il regolamento, ripentendo il mantra “siamo l’eccellenza mondiale del riciclo”. Alla fine, dopo un anno e mezzo di pressioni, ostacoli e veti, il regolamento – indebolito – è stato approvato ad aprile 2024. Ora, però, più che mai sembrano necessarie quelle misure che potrebbero contribuire a creare una domanda di mercato per i polimeri riciclati. Insieme al Drs (Deposit return system), il deposito cauzionale contro cui l’Italia ha sempre posto diversi problemi. Funziona così: il consumatore acquista una bevanda e paga, per il contenitore, una cauzione che viene aggiunta al prezzo del prodotto e viene restituita quando riporta l’imballaggio al rivenditore. IL NODO DEL DEPOSITO SU CAUZIONE Non a caso la crisi del settore è stata ricordata in tutte le proposte di legge sul Drs (da quella del Pd a quella del Movimento 5 Stelle), nelle interrogazioni e negli emendamenti alla legge delega (anche qui del Pd e del Movimento 5 Stelle). Alcuni giorni dopo l’annuncio di Walter Regis sul blocco degli impianti, è stata presentata la proposta di legge firmata da Silvia Roggiani e Eleonora Evi (Pd). Non è stata la prima iniziativa legislativa in Parlamento, soprattutto sulla scia del lavoro svolto negli ultimi anni dalla coalizione A Buon Rendere, ma una serie di segnali erano senz’altro inediti. Come una certa apertura mostrata, nelle stesse ore, da Massimo Milani, deputato di Fratelli d’Italia e segretario della Commissione ambiente. “I tempi sono maturi per il Drs anche in Italia” ha detto nel corso di un evento organizzato dall’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, nel corso del quale Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Asvis, ha ribadito che “senza nuovi strumenti” l’Italia non raggiungerà gli obiettivi di riciclo Ue. In primis quello del riciclo degli imballaggi in plastica che, entro il 2030, dovrà arrivare al 55%. L'articolo La crisi del riciclo della plastica rischia di bloccare anche la raccolta differenziata in tutta Italia: il caso limite della Sicilia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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