La “nuova” strategia della Nasa prende forma mentre, sul piano operativo, il
programma Artemis entra in una fase decisiva dopo una lunga serie di rinvii. Da
un lato la scelta di rivedere profondamente l’architettura delle missioni
lunari, con lo stop al progetto Gateway – a causa dei tagli dell’amministrazione
Trump – nella sua configurazione attuale; dall’altro i preparativi ormai
avanzati per riportare astronauti in orbita attorno al nostro satellite.
Il segnale più concreto arriva dal Kennedy Space Center, dove il razzo della
missione Artemis II ha nuovamente raggiunto la rampa di lancio 39B, completando
una delle fasi più delicate prima del decollo. Il Space Launch System, alto 98
metri, con la capsula Orion integrata in cima, è stato trasportato lungo i 6,4
chilometri che separano il Vehicle Assembly Building dalla piattaforma di lancio
in un lento trasferimento durato circa 11 ore. A muoverlo, il gigantesco veicolo
cingolato dell’Agenzia spaziale avanzato a poco più di un chilometro orario. Il
rientro sulla rampa arriva dopo settimane di verifiche tecniche: il razzo era
stato riportato nell’edificio di assemblaggio a fine febbraio per risolvere una
perdita di elio nello stadio superiore, un intervento che ha richiesto controlli
approfonditi prima del via libera definitivo. Ora i tecnici sono impegnati nelle
ultime operazioni di preparazione, in vista di una finestra di lancio compresa
tra il primo e il 6 aprile.
La missione durerà circa dieci giorni e rappresenta un passaggio storico: per la
prima volta dopo oltre cinquant’anni, un equipaggio umano tornerà a orbitare
attorno alla Luna. A bordo della capsula Orion ci saranno il comandante Reid
Wiseman, il pilota Victor Glover, la specialista di missione Christina Koch e
Jeremy Hansen, dell’agenzia spaziale canadese. Un equipaggio internazionale che
segna anche il ritorno della cooperazione globale nelle missioni lunari.
Ma mentre Artemis II si prepara al lancio, la Nasa cestina le sue ambizioni.
Durante l’evento “Ignition”, l’agenzia ha annunciato l’intenzione di sospendere
il progetto Gateway, la stazione spaziale in orbita lunare pensata come punto di
appoggio per le missioni. Una scelta dettata da difficoltà tecniche ma
soprattutto da un cambio di visione: concentrare risorse e tecnologie
direttamente sulla superficie lunare, ma anche dal taglio dei finanziamenti.
L’obiettivo dichiarato è costruire una presenza umana duratura sulla Luna,
superando il modello delle missioni temporanee. Il piano si articola in tre
fasi. La prima prevede un’intensa attività robotica: fino a 30 missioni di
atterraggio a partire dal 2027, con rover, strumenti scientifici e dimostratori
tecnologici per testare soluzioni direttamente sul terreno lunare. La seconda
fase sarà dedicata alla realizzazione delle prime infrastrutture semi-abitabili
e alla creazione di una logistica stabile tra Terra e Luna. Infine, nella terza
fase, si passerà alla costruzione di vere e proprie basi permanenti, con sistemi
avanzati di supporto alla vita. In questo contesto avrà un ruolo anche l’Agenzia
Spaziale Italiana, chiamata a contribuire con moduli abitativi multifunzionali.
Parallelamente, lo sguardo si estende oltre la Luna. La Nsa ha annunciato lo
sviluppo di Space Reactor-1 Freedom, un veicolo interplanetario a propulsione
elettrica nucleare che dovrebbe essere lanciato entro il 2028 verso Marte. Il
progetto, realizzato con il Dipartimento dell’Energia statunitense, punta a
dimostrare una tecnologia considerata cruciale per l’esplorazione dello spazio
profondo: maggiore efficienza nel trasporto di massa e capacità di operare anche
dove l’energia solare non è sufficiente. Una volta arrivato sul Pianeta Rosso,
il veicolo rilascerà droni elicottero simili a Ingenuity, ampliando le capacità
di esplorazione già sperimentate con successo negli ultimi anni.
L'articolo Artemis II sulla rampa di lancio, intanto la Nasa cambia strategia:
stop al progetto Gateway e presenza umana sulla Luna proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Scienza
Alcuni capi di abbigliamento “fast fashion” destinati ai bambini potrebbero
contenere livelli di piombo superiori ai limiti consentiti. È quanto emerge da
uno studio presentato al convegno dell’American Chemical Society da un gruppo di
ricercatrici della Marian University di Indianapolis. La ricerca si inserisce
nel dibattito sui rischi legati alla produzione di abbigliamento a basso costo,
spesso caratterizzata da controlli di qualità non uniformi. Tra le criticità
segnalate, la possibile contaminazione da piombo rappresenta uno degli aspetti
più rilevanti, soprattutto per la salute dei più piccoli.
Le ricercatrici hanno analizzato undici capi di abbigliamento per bambini,
appartenenti a diversi marchi e distribuiti sul mercato statunitense. I
risultati hanno evidenziato che tutte le magliette testate superavano i limiti
consentiti per la presenza di piombo. In particolare, i tessuti dai colori più
accesi, come rosso e giallo, presentavano concentrazioni più elevate rispetto a
quelli con tonalità più tenui. Lo studio ha anche simulato il rilascio della
sostanza nel caso in cui i capi vengano portati alla bocca, comportamento
frequente nei bambini. In alcuni casi, le quantità potenzialmente assorbite
potrebbero raggiungere livelli tali da rendere necessario un monitoraggio
clinico.
L’esposizione al piombo è considerata dannosa a qualsiasi livello, ma i bambini
risultano particolarmente vulnerabili sia per gli effetti sulla salute sia per
le abitudini comportamentali che aumentano il rischio di contatto diretto con i
tessuti. Le autrici sottolineano infine come il controllo dei livelli di piombo
negli indumenti sia reso complesso dall’elevato volume di prodotti importati, un
fattore che rende più difficile l’applicazione uniforme delle normative di
sicurezza.
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L'articolo “Magliette con livelli di piombo oltre i limiti”, lo studio Usa sulla
fast fashion per bambini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un possibile “super ceppo” di meningococco B è al centro delle indagini
sull’epidemia di meningite che ha colpito la contea del Kent, nel Regno Unito,
definita dagli esperti un evento “senza precedenti” per dimensioni e rapidità di
diffusione. Secondo quanto riportato da The British Medical Journal (Bmj),
l’ipotesi allo studio è che il batterio responsabile possa aver sviluppato una
maggiore capacità di trasmissione. “È un’ipotesi, ma stiamo indagando”, ha
spiegato Emma Wall, professoressa di Malattie infettive alla Queen Mary
University di Londra. In alternativa, la diffusione così rapida potrebbe essere
legata a fattori contingenti, come la trasmissione iniziale tra persone
sconosciute all’interno di una discoteca di Canterbury e le difficoltà nel
tracciamento dei contatti.
Il punto che più colpisce gli esperti è proprio la velocità del contagio che ha
provocato due morti. Le epidemie di meningite di tipo A, ad esempio, possono
coinvolgere migliaia di casi soprattutto nell’area del Sahel, ma la meningite
batterica di tipo B (MenB) non aveva mai provocato un’ondata di questa portata
in tempi così brevi. In passato, come ricorda lo studio citato dal BMJ, focolai
di MenB nel Regno Unito si erano verificati, ma con numeri limitati o
distribuiti su periodi molto più lunghi. A sottolineare l’anomalia è anche Robin
May, responsabile scientifico dell’Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria
(Ukhsa), secondo cui ciò che rende il caso “particolarmente notevole e
inaspettato” è l’elevato numero di infezioni riconducibili a quello che appare
come un singolo evento iniziale. Le possibili spiegazioni, ha osservato, sono
due: comportamenti individuali che hanno favorito il contagio oppure
un’evoluzione del batterio che lo rende più efficiente nella trasmissione.
Sulla stessa linea Andrew Preston, professore all’Università di Bath, che
evidenzia come un cambiamento improvviso nel quadro epidemiologico possa
indicare una modifica nel microrganismo. Un precedente, ricorda, si è già
verificato proprio nel Kent durante la pandemia di Covid-19, quando un picco di
contagi fu attribuito alla comparsa della variante Alfa del virus Sars-CoV-2. Al
momento, tuttavia, non ci sono conferme definitive. Le analisi preliminari
dell’Ukhsa indicano che il ceppo responsabile dell’epidemia è simile a quelli
circolanti nel Regno Unito negli ultimi cinque anni, ma saranno necessari
approfondimenti per chiarire se si tratti di una variante più trasmissibile o se
la diffusione sia dovuta esclusivamente a dinamiche sociali e ambientali.
L’indagine resta quindi aperta, con gli esperti impegnati a capire se si sia di
fronte a un’evoluzione del batterio o a una combinazione di fattori che ha reso
possibile un’epidemia finora mai osservata per la meningite di tipo B.
Lo studio su Bmj
L'articolo L’ipotesi del “super ceppo” per la meningite B in Gran Breatgna:
epidemia senza precedenti sotto la lente degli scienziati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La cosiddetta “stanchezza primaverile” potrebbe essere più un fenomeno culturale
che biologico. È quanto suggerisce uno studio guidato da Christine Blume del
Center for Chronobiology dell’Università di Basilea, realizzato con Albrecht
Vorster dell’Università di Berna, pubblicato sulla rivista Journal of Sleep
Research. Lo studio si è basato su un sondaggio online in cui i partecipanti
sono stati contattati ogni sei settimane per un anno, a partire da aprile 2024.
I ricercatori hanno valutato le risposte di 418 persone.
Nel sondaggio, i partecipanti hanno dichiarato quanto si fossero sentiti esausti
nelle ultime quattro settimane. È stato anche chiesto loro se avessero sonno
durante il giorno e se avessero dormito bene. Il sondaggio è stato ripetuto per
coprire diverse stagioni. All’inizio dello studio, circa la metà dei
partecipanti aveva dichiarato di soffrire di stanchezza primaverile. “Ciò
avrebbe dovuto essere evidente anche nella valutazione dei dati dell’indagine”,
sottolinea Blume. Tuttavia, non è stato così.
“In primavera, le giornate si allungano rapidamente”, spiega la ricercatrice.
“Se la stanchezza primaverile fosse un vero e proprio fenomeno biologico,
dovrebbe manifestarsi durante questa fase di transizione, ad esempio perché il
corpo deve adattarsi”, aggiunge. Nei dati, tuttavia, la velocità con cui la
lunghezza del giorno cambiava non ha avuto un ruolo nella “stanchezza” riportata
dai partecipanti. Allo stesso modo, non sono state riscontrate differenze tra i
singoli mesi o le stagioni.
I ricercatori interpretano la discrepanza tra la percezione soggettiva e i dati
misurati come un’indicazione che la stanchezza primaverile è più un fenomeno
influenzato dalla cultura che una vera e propria sindrome stagionale. Poiché
esiste un termine consolidato per questo fenomeno, molte persone prestano
maggiore attenzione a quanto si sentono stanche in primavera e interpretano i
sintomi di conseguenza. Quindi il fenomeno si autoperpetua. “In primavera
potremmo anche sentire il bisogno di essere più attivi e di approfittare del bel
tempo”, sottolinea Blume. “Se non ci riusciamo, le nostre aspettative e il
nostro livello di energia soggettivo possono essere molto diversi”, aggiunge.
Spiegare o addirittura giustificare questo con la stanchezza primaverile è
utile. “È una spiegazione pienamente accettata dalla società”, evidenzia Blume.
In generale, molte persone si sentono più stanche e dormono un po’ di più
durante i mesi più bui dell’anno. Questo è stato confermato da esami
cronobiologici e si riflette anche nei dati forniti dai partecipanti allo
studio. Una ragione potrebbe essere che la notte biologica, regolata
dall’orologio biologico del corpo, dura un po’ più a lungo nei mesi invernali.
“Ma questo significa anche che dovremmo sentirci più in forma quando le giornate
tornano ad allungarsi”, afferma la scienziata.
Questo è particolarmente evidente in estate, come evidenzia l’analisi dei dati:
“Molte persone generalmente dormono meno in estate: le giornate sono lunghe e ci
si ritrova con gli amici la sera per godersi le serate estive”, afferma Blume.
Nonostante la riduzione del sonno, questo non aumenta la stanchezza. Per questo,
Blume raccomanda a chiunque si senta letargico in primavera di trascorrere più
tempo possibile alla luce del giorno, di mantenersi fisicamente attivo e di
assicurarsi un sonno adeguato.
Emanuele Perugini
L'articolo Stanchezza primaverile? Per la scienza potrebbe essere solo
un’illusione culturale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una tempesta geomagnetica è in arrivo giovedì 19 marzo sulla Terra con
un’intensità classificata come G2, di livello moderato. Il fenomeno è una
diretta conseguenza di una serie di espulsioni di massa coronale (Cme) del Sole
avvenute il 16 marzo. Le conseguenze sul nostro pianeta saranno contenute,
secondo gli esperti. A lanciare l’allerta la Noaa, l’agenzia americana che si
occupa di monitorare e studiare l’atmosfera, il clima e gli oceani. Il fenomeno
è dovuto alla combinazione di due fattori: il possibile arrivo sulla Terra di
espulsioni di massa coronale di CME e gli effetti di un flusso di vento solare
ad alta velocità proveniente da un buco coronale (CH HSS).
COS’È UNA CME?
Le Cme sono enormi nubi di plasma e campi magnetici scagliate dal Sole nello
spazio. Quando queste sono dirette verso la Terra, interagiscono con la
magnetosfera, generando le cosiddette tempeste geomagnetiche. La velocità delle
Cme è estremamente variabile, capace di passare da poche centinaia fino a quasi
3.000 km al secondo: possono raggiungere la Terra, impiegando da meno di un
giorno a diversi giorni. Secondo gli esperti permane comunque un alto grado di
incertezza riguardo all’arrivo delle CME.
DISAGI E CONSEGUENZE
L’attuale espulsione di materiale solare provocherà una perturbazione del campo
magnetico terrestre che durerà probabilmente alcune ore o giorni. Gli esperti
non prevedono gravi conseguenze, ma avvisano che potrebbero verificarsi alcuni
disagi soprattutto a livello tecnologico come riduzione della qualità delle
comunicazioni radio, fluttuazioni di tensione nelle reti elettriche o problemi
nei sistemi di navigazione e nei satelliti. Una situazione pienamente gestibile
e ben lontana da fenomeni molto più intensi — come quelli di livello G4 o G5 —
che possono causare blackout estesi o danni ai sistemi satellitari. Non solo
rischi, ma anche un lato positivo: tali fenomeni, infatti, permettono la
visibilità di aurore boreali anche a latitudini più basse del solito.
L'articolo Tempesta geomagnetica in arrivo sulla Terra. Cos’è, gli effetti e le
possibili conseguenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
È a tutti gli effetti un’operazione al cervello, ma senza bisturi e anestesia
generale, in grado di eliminare i tremori invalidanti. Il paziente non subisce
alcuna incisione, rimane sveglio per tutta la procedura e può godere dei
risultati praticamente in tempo reale. Quello che sembra un miracolo della
medicina moderna è invece la realtà quotidiana all’Istituto Neurologico Carlo
Besta di Milano, che ha appena inaugurato una nuova evoluzione della MRgFUS
(Magnetic Resonance guided Focused Ultrasound), una tecnica a ultrasuoni
focalizzati guidati dalla risonanza magnetica per il trattamento dei disturbi
del movimento, in particolare il tremore essenziale, la malattia di Parkinson e
alcune forme di dolore neuropatico, e che, grazie al nuovo sistema più evoluto
Exablate Prime, viene sperimentata per contrastare i tumori cerebrali e malattie
neurodegenerative come l’Alzheimer.
“La tecnica trasforma gli ultrasuoni in un precisissimo strumento chirurgico
invisibile, come un piccolo bisturi di pochi millimetri che agisce senza
tagliare la testa”, spiega Roberto Eleopra, direttore del Dipartimento di
Neuroscienze Cliniche del Besta. Il cuore della procedura è un casco speciale,
simile a quello di un parrucchiere, fissato al cranio in anestesia locale. Sotto
la guida costante della risonanza magnetica, l’equipe medica — composta da
neurologo, neurochirurgo e neuroradiologo — calcola le coordinate esatte del
bersaglio.
“È come una battaglia navale sulla risonanza”, racconta Eleopra. “Individuiamo
le zone del cervello che non funzionano bene, come se fossero un file del
computer corrotto che blocca l’intero sistema. Eliminarle permette al cervello
di tornare a funzionare regolarmente”. La sicurezza è ai massimi livelli grazie
al monitoraggio in tempo reale: prima di effettuare la lesione definitiva a 55
gradi, i medici effettuano un riscaldamento di prova. “Scaldiamo la zona per
10-15 secondi per verificare l’effetto: se il tremore si blocca e il paziente
non avverte formicolii o difficoltà di parola, sappiamo di essere nel posto
giusto e procediamo”.
Il passaggio al sistema Prime ha rivoluzionato l’esperienza del paziente. Se
prima l’intervento durava oltre tre ore, oggi si completa in circa un’ora e
mezza. Nonostante sia un atto chirurgico che richiede il ricovero, gli effetti
collaterali sono minimi e transitori, come una breve sensazione di “montagne
russe” o un leggero mal di testa durante l’erogazione degli ultrasuoni. I dati
confermano l’efficacia: “L’85% dei pazienti trattati per tremore essenziale non
presenta più sintomi dopo un anno, e la percentuale resta altissima anche a
cinque anni di distanza”, sottolinea Eleopra.
Ma la MRgFUS non serve solo a “bruciare” i focolai della malattia. Utilizzata a
bassa frequenza, questa tecnologia apre una nuova frontiera: rendere permeabile
la barriera emato-encefalica. “È un passaggio rivoluzionario”, spiega l’esperto.
“Permette a chemioterapici, farmaci innovativi o persino cellule staminali di
raggiungere aree del cervello altrimenti inaccessibili”. Al Besta questa
applicazione è già realtà sperimentale per 24 pazienti con glioblastoma e si
studia il suo impiego per degradare le proteine tossiche tipiche dell’Alzheimer
o per colpire i focolai dell’epilessia.
Con oltre 400 procedure eseguite dal 2019, il Besta punta ora a trattare oltre
130 pazienti all’anno, consolidandosi come il primo centro in Europa a integrare
questa tecnologia in una sala operatoria con risonanza magnetica.
Valentina Arcovio
L'articolo Addio al tremore senza bisturi: la rivoluzione degli ultrasuoni al
Besta. Efficace contro il Parkinson, promettente contro tumori cerebrali e
Alzheimer proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dalle bottiglie di plastica che stanno avvelenando il nostro pianeta è possibile
ottenere un farmaco utile per il trattamento del Parkinson, una malattia
neurodegenerativa che colpisce circa 10 milioni di persone nel mondo. A riuscire
nell’impresa è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo, che
ha utilizzato batteri geneticamente modificati per trasformare i rifiuti di
plastica in L-DOPA, il principale medicinale impiegato per combattere il
Parkinson.
Gli studiosi sono dunque riusciti a prendere due piccioni con una fava,
dimostrando che è possibile liberare il nostro pianeta dalla plastica di scarto
e, allo stesso tempo, produrre un farmaco salvavita. Stando a quanto riportato
sulla rivista Nature Sustainability, sarebbe la prima volta che un processo
biologico naturale viene modificato per trasformare i rifiuti di plastica in una
terapia per una malattia neurologica.
Nel dettaglio, gli scienziati hanno modificato geneticamente i batteri E. coli
per trasformare un tipo di plastica ampiamente utilizzato negli imballaggi per
alimenti e bevande, il polietilene tereftalato (PET), in L-DOPA. Il processo
prevede innanzitutto la scomposizione dei rifiuti di PET – di cui vengono
prodotte circa 50 milioni di tonnellate all’anno – nei componenti chimici di
base, tra cui l’acido tereftalico. Le molecole di acido tereftalico vengono poi
trasformate in L-DOPA da batteri geneticamente modificati attraverso una serie
di reazioni biologiche.
Secondo il team, l’utilizzo di questa nuova tecnica per produrre L-DOPA è più
sostenibile rispetto ai metodi tradizionali di produzione farmaceutica, che si
basano sull’impiego di combustibili fossili, risorse limitate oltre che
altamente inquinanti. I ricercatori sottolineano inoltre l’urgenza di trovare
nuovi metodi per riciclare il PET, una plastica resistente e leggera derivata da
materiali non rinnovabili come petrolio e gas. Gli attuali processi di
riciclaggio, infatti, non sono del tutto efficienti e contribuiscono ancora
all’inquinamento da plastica in tutto il mondo.
Secondo gli scienziati, questa innovazione offre un modo sostenibile per
riutilizzare il prezioso carbonio contenuto nei rifiuti di plastica, che
altrimenti andrebbe perso in discarica o incenerito, finendo per essere emesso
nell’ambiente come inquinante. Questo potrebbe aprire la strada alla crescita di
un’industria del bio-riciclo per la produzione non solo di farmaci, ma anche di
una vasta gamma di prodotti, tra cui aromi, fragranze, cosmetici e sostanze
chimiche industriali.
Dopo aver dimostrato di poter produrre la L-DOPA, il team di ricerca si
concentrerà ora sul perfezionamento della tecnologia per renderla applicabile su
scala industriale. Per questo sarà necessario ottimizzare il processo,
migliorarne la scalabilità e valutarne ulteriormente le prestazioni ambientali
ed economiche.
“Siamo solo all’inizio”, dichiara Stephen Wallace, scienziato della Facoltà di
Scienze biologiche dell’Università di Edimburgo, che ha guidato lo studio. “Se
siamo in grado di creare farmaci per malattie neurologiche a partire da una
bottiglia di plastica di scarto, è entusiasmante immaginare cos’altro questa
tecnologia potrebbe realizzare. I rifiuti di plastica – continua – sono spesso
considerati un problema ambientale, ma rappresentano anche una vasta fonte di
carbonio ancora inutilizzata. Attraverso l’ingegneria biologica, trasformando la
plastica in un farmaco essenziale, dimostriamo come i materiali di scarto
possano essere reinventati come risorse preziose a supporto della salute umana”.
Lo studio
Valentina Arcovio
L'articolo “Dalla plastica un farmaco contro il Parkinson”, lo studio su Nature
dei ricercatori dell’Università di Edimburgo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un gesto di generosità che supera anche i limiti dell’età e anche le frontiere
della medicina. Negli Stati Uniti un ex veterano della Seconda guerra mondiale è
diventato il più anziano donatore di organi della storia del Paese: aveva
superato i cento anni. Protagonista della vicenda è Dale Steele, originario del
Nebraska. Secondo quanto riportato dai media americani, il suo fegato è stato
espiantato dopo la morte avvenuta il mese scorso, quando l’uomo aveva già
oltrepassato il secolo di vita. Nonostante l’età avanzata, Steele era in
condizioni di salute complessivamente buone. Il ricovero in ospedale era
avvenuto dopo una ferita alla testa che lo aveva costretto a essere collegato a
un respiratore.
Il figlio Roger ha raccontato che, quando è diventato chiaro che non c’era più
nulla da fare per salvare il padre, i medici hanno sollevato la possibilità
della donazione degli organi. Una proposta che inizialmente lo ha sorpreso. “Ha
più di cento anni”, avrebbe risposto quando l’associazione per la donazione di
organi Live On Nebraska ha avanzato la richiesta. Eppure proprio l’età non
rappresenta necessariamente un ostacolo.
Come ha spiegato Lee Morrow, medico dell’organizzazione, il fegato possiede una
straordinaria capacità di rigenerazione. Le cellule epatiche si rinnovano
continuamente e questo significa che, anche nel corpo di una persona
ultracentenaria, l’organo può avere cellule relativamente “giovani”, in grado di
funzionare efficacemente dopo il trapianto. Il caso di Steele stabilisce così un
nuovo primato negli Stati Uniti. Prima di lui, il record di donatore più anziano
apparteneva a Orville Allen, morto a 98 anni nel Missouri.
L'articolo Il fegato che sfida il tempo: ha oltre 100 anni il donatore di organi
più anziano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per oltre un secolo, la storia dell’umanità occidentale è stata una marcia
trionfale verso la longevità. Ogni generazione ha vissuto più della precedente,
grazie a vaccini, igiene e antibiotici. Ma oggi, negli Stati Uniti, quella
marcia sembra essersi trasformata in un brusco testacoda. Un nuovo studio
pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences),
condotto dai ricercatori della University of Texas Medical Branch (UTMB), lancia
un allarme che non riguarda solo le statistiche, ma il futuro biologico di
un’intera nazione: l’aspettativa di vita americana era in crisi molto prima che
il Covid-19 apparisse sulla scena e continua a dover affrontare minacce
derivanti dalla diffusione delle malattie croniche e dai tumori emergenti.
Lo studio, finanziato dal National Institute on Aging (NIA) del National
Institutes of Health, ha esaminato il motivo per cui l’aspettativa di vita, in
costante aumento da oltre un secolo, si è fermata intorno al 2010, sfidando le
aspettative di un miglioramento costante osservate nella maggior parte dei Paesi
ad alto reddito. I ricercatori hanno analizzato i tassi di mortalità per età,
sia per coorti di nascita che per periodi di tempo, creando uno dei quadri più
completi ad oggi sull’andamento della mortalità negli Stati Uniti. I loro
risultati dimostrano che la stagnazione dell’aspettativa di vita non è il
risultato di una singola causa, bensì di una complessa convergenza di fattori
quali l’aumento delle malattie croniche, l’evoluzione dei rischi comportamentali
e l’aumento di alcuni tipi di cancro tra i giovani adulti. “Volevamo capire
perché, in un periodo di grandi progressi nell’assistenza medica, gli americani
non vedevano più miglioramenti nella longevità”, afferma Neil Mehta, demografo,
epidemiologo e membro della facoltà dell’UTMB, nonché autore principale dello
studio.
Lo studio identifica le malattie cardiovascolari come uno dei principali fattori
che contribuiscono alla stagnazione dell’aspettativa di vita del Paese,
nonostante i notevoli progressi nel trattamento e nella prevenzione degli ultimi
decenni. I ricercatori sottolineano inoltre l’aumento emergente dei tumori,
incluso il cancro del colon-retto in specifiche coorti di nascita, come segnali
d’allarme che le generazioni più giovani potrebbero dover affrontare un
peggioramento delle condizioni di salute negli anni a venire. “Questo è un
invito all’azione”, sottolinea Mehta. “Stiamo salvando più vite grazie a una
medicina migliore, ma sempre più persone si ammalano, e questa disconnessione
sta alimentando queste tendenze preoccupanti”, aggiunge.
“Questa stagnazione dell’aspettativa di vita non è attribuibile a una singola
coorte di nascita, né a una singola fascia d’età”, continua Mehta. “In realtà
riguarda l’intero ciclo di vita, il che è molto preoccupante”, aggiunge. Mehta
ha affermato che le coorti nate dopo il 1970 presentavano risultati
particolarmente negativi, soprattutto in relazione alla mortalità per cancro e
ad alcune patologie cardiache. “Non avevano affatto un bell’aspetto, il che
suggerisce che, invecchiando, contribuiranno negativamente alla crescita
dell’aspettativa di vita”, afferma Mehta.
Anche Leah Abrams, professore associato di salute pubblica presso la Tufts
University e prima autrice dello studio, ha richiamato l’attenzione su queste
coorti di nascita. “Notiamo tendenze preoccupanti per i nati tra il 1970 e il
1985 circa, ovvero la generazione X avanzata e i Millennial più anziani”,
sottolinea Abrams. “Queste coorti presentano un andamento peggiore rispetto alle
precedenti per quanto riguarda la mortalità per tutte le cause, i decessi per
malattie cardiovascolari e tumori, in particolare il cancro al colon, e le cause
esterne”, aggiunge.
Questi risultati potrebbero sembrare in contrasto con le recenti buone notizie
sul ritorno dell’aspettativa di vita ai livelli precedenti al Covid-19. Ma Mehta
e il suo team di ricerca si sono concentrati sui dati raccolti prima della
pandemia. “Tutti i fattori comportamentali e sociali – tutto ciò che è radicato
nei nostri corpi e nella nostra popolazione – sono ancora qui con noi”,
evidenzia Mehta. “Ecco perché era davvero importante analizzare la situazione
prima del Covid, ed è ciò che abbiamo fatto in questo articolo. Sebbene
l’aspettativa di vita fosse stagnante, la mortalità per cancro – continua – era
in miglioramento, finché non siamo arrivati ad alcune fasce d’età più giovani,
dove abbiamo improvvisamente assistito a un aumento della mortalità per alcuni
tipi di cancro, soprattutto tra i nati dopo il 1970. Ma anche nella coorte degli
anni ’50 e ’60, abbiamo iniziato a osservare questo tipo di aumento per alcuni
tipi di cancro, tra cui il cancro del colon”.
Lo studio non ha cercato specificamente le cause di questi cambiamenti. “Abbiamo
esaminato le malattie cardiache e alcuni tipi di cancro”, specifica Mehta.
“Abbiamo esaminato cause esterne come overdose di droga e omicidio. Molte di
queste cause mostravano un andamento negativo. Abbiamo concluso che negli Stati
Uniti ci sono sfide molto serie da affrontare nel futuro”, conclude.
Valentina Arcovio
L'articolo Generazione X e Millennials vivranno meno? Lo studio che preoccupa
sulla nuova longevità negli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cell apre prospettive terapeutiche per
la Sindrome di Leigh, una grave malattia genetica pediatrica finora priva di
cure efficaci. La ricerca è stata coordinata da Alessandro Prigione
dell’Università di Düsseldorf e ha coinvolto ricercatori italiani
dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto Neurologico Carlo Besta e
dell’Università di Verona, tra cui Dario Brunetti ed Emanuela Bottani. Il lavoro
è stato sviluppato nell’ambito del consorzio europeo CureMILS, finanziato dal
programma European Joint Programme on Rare Diseases con circa 2,4 milioni di
euro, coinvolgendo numerosi centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti.
UNA MALATTIA RARA E DEVASTANTE
La sindrome di Leigh è una patologia genetica progressiva che colpisce il
sistema nervoso centrale e compromette la produzione di energia nelle cellule a
causa di difetti nei mitocondri. I sintomi compaiono spesso nei primi anni di
vita e includono ritardo nello sviluppo psicomotorio, debolezza muscolare, crisi
metaboliche e difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi la malattia
progredisce rapidamente e può portare alla morte nei primi anni di vita. Fino ad
oggi non esistevano terapie capaci di modificarne il decorso.
DALLE CELLULE DEI PAZIENTI ALLA SCOPERTA DI UN POSSIBILE TRATTAMENTO
Lo studio ha utilizzato un approccio di medicina traslazionale. I ricercatori
hanno ottenuto cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) a partire da
cellule cutanee dei pazienti e le hanno trasformate in cellule nervose affette
dalla malattia, ricreando così il modello della patologia in laboratorio. Su
queste cellule è stato effettuato uno screening ad alta capacità di oltre 5.600
farmaci già esistenti, con l’obiettivo di individuare molecole riutilizzabili.
Tra i candidati più promettenti sono emersi gli inibitori della fosfodiesterasi
di tipo 5, in particolare il Sildenafil, noto commercialmente come Viagra, viene
quindi già utilizzato in ambito clinico per altre indicazioni. Il farmaco ha
dimostrato di migliorare il metabolismo energetico e la funzione delle cellule
affette dalla malattia, correggendo difetti della funzione mitocondriale e
ripristinando programmi di sviluppo del sistema nervoso nei modelli cellulari e
negli organoidi cerebrali.
DALLA SPERIMENTAZIONE AI PRIMI PAZIENTI
I risultati sono stati successivamente confermati in modelli animali, inclusi
modelli murini e suini sviluppati con il contributo dell’azienda biotech
Avantea. Nei modelli sperimentali il trattamento ha migliorato i segni della
malattia e prolungato significativamente la sopravvivenza. Sulla base di questi
dati, il farmaco è stato somministrato anche a un piccolo gruppo di pazienti con
sindrome di Leigh nell’ambito di un uso compassionevole. Nei pazienti trattati è
stata osservata una buona tollerabilità del farmaco e segnali preliminari di
beneficio clinico, tra cui miglioramenti delle funzioni motorie e una maggiore
resistenza alle crisi metaboliche.
VERSO I TRIAL CLINICI
Secondo i ricercatori, lo studio rappresenta la prima evidenza concreta di un
potenziale trattamento per la sindrome di Leigh e dimostra come l’integrazione
tra modelli cellulari umani, modelli animali avanzati e osservazioni cliniche
possa accelerare lo sviluppo di terapie per malattie rare. L’Agenzia Europea per
i Medicinali ha già riconosciuto al sildenafil la Orphan Drug Designation per
questa patologia, un passo che facilita lo sviluppo clinico di nuovi trattamenti
per malattie rare. Sono ora in corso studi clinici per valutarne sicurezza ed
efficacia su un numero più ampio di pazienti. La ricerca è stata sostenuta da
diversi enti e fondazioni, tra cui Fondazione Telethon, Fondazione Regionale per
la Ricerca Biomedica, Fondazione Mariani e dall’associazione di pazienti
Mitocon.
Lo studio
L'articolo Sindrome di Leigh, dalla medicina traslazionale una possibile
terapia. Lo studio su Cell: tra i candidati la molecola del Viagra proviene da
Il Fatto Quotidiano.