È passato un mese dall’incendio che la notte di Capodanno ha devastato il bar
Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Le immagini di quei momenti
drammatici, con ragazzi giovanissimi tra le fiamme e il fumo, restano impresse
nella memoria di chi li ha seguiti in ospedale, mentre l’Italia intera seguiva
il loro trasferimento nei giorni successivi all’ospedale Niguarda di Milano.
Qui, alcuni feriti hanno affrontato interventi complessi, tra cui uno sottoposto
a trattamento Ecmo, la cosiddetta “macchina riposa-polmoni”, presso il
Policlinico di Milano.
Oggi, mentre la fase acuta dell’emergenza sembra alle spalle e ricevono la
visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, emerge un bilancio che
porta un barlume di sollievo. “I primi momenti sono stati estremamente complessi
– ha raccontato all’Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile della Banca
dei tessuti e terapia tissutale di Niguarda – la preoccupazione era giorno per
giorno, ora per ora. Si trattava di garantire la sopravvivenza e la
stabilizzazione dei feriti, arrivati al massimo a 12 contemporaneamente”.
Adesso si entra in una nuova fase, definita dal medico “più tranquilla dal punto
di vista chirurgico”, in cui gli interventi puntano a funzionalità ed estetica.
Un ruolo cruciale lo ha avuto la cute donata e conservata in biobanca: “Nei
primissimi giorni abbiamo utilizzato circa 15mila centimetri quadrati di pelle,
e successivamente altri 15-20mila in varie fasi. In totale, siamo sui 30-35mila
centimetri quadrati per tutti i pazienti”, spiega Sesana.
Il sistema sanitario ha garantito non solo le cure, ma anche il supporto
psicologico e il senso di comunità: i ragazzi sono stati trasferiti insieme e
hanno potuto vedersi tra di loro, un aspetto che Sesana ritiene abbia
contribuito alla loro resilienza. “Le loro Olimpiadi iniziano adesso –
sottolinea – e se le affronteranno come hanno risposto finora, le vincono, anche
se ci sarà ancora da lottare parecchio”. La banca dei tessuti ha potuto reagire
rapidamente grazie alla generosità di chi, nel corso del 2025, ha scelto di
donare la pelle post mortem. “Abbiamo avuto 125 donazioni, persone che hanno
detto sì senza sapere a cosa sarebbe servita. In questo caso, il loro gesto si è
rivelato un salvavita inaspettato, e ha permesso di proteggere ragazzi così
giovani, che rappresentano il nostro futuro”.
Il senso del dono viene poi restituito ai familiari dei donatori tramite lettere
di ringraziamento inviate dal Centro regionale trapianti, un gesto che Sesana
definisce “importante e doveroso”. La pelle, aggiunge, ha una funzione unica:
protezione dalle infezioni e stimolo alla rigenerazione degli strati profondi
della cute, accelerando il recupero del paziente. Gli interventi chirurgici
iniziali hanno richiesto di bilanciare la rimozione della pelle danneggiata con
la conservazione di tessuti utili alla ricostruzione. “La fase della demolizione
e pulizia chirurgica è terminata – continua Sesana – adesso comincia un percorso
meno concitato, più mirato al recupero estetico e funzionale. Il fatto che i
pazienti siano giovani e senza altre patologie ha fatto la differenza, anche sul
piano psicologico e della resilienza”.
Resta una cauta attenzione su alcuni aspetti respiratori, ma la progressione
positiva della maggior parte dei pazienti offre un segnale di speranza. La fase
più critica della rianimazione è superata, e ora il futuro dei giovani feriti
dipenderà dalla continuità dei trattamenti, dalla riabilitazione e, soprattutto,
dalla loro forza di affrontare la lunga strada verso la completa ripresa.
L'articolo Crans-Montana, un mese dopo l’incendio: la seconda fase della cura
dei giovani feriti al Niguarda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Scienza
Dall’idea alla realtà pratica, spesso il cammino dei nuovi materiali è lungo e
tortuoso: mesi di esperimenti e tentativi per stabilire temperature, tempi e
quantità delle sostanze necessarie possono rallentare anni di ricerca teorica.
Ora, però, arriva un alleato inedito: si chiama DiffSyn, ed è un modello di
intelligenza artificiale sviluppato dai ricercatori del Massachusetts Institute
of Technology.
A differenza dei tutorial su YouTube o TikTok che insegnano a fare dolci o
esperimenti casalinghi, DiffSyn è pensato per guidare passo dopo passo i chimici
e i materiali scientist nel mondo reale dei laboratori. Il modello non si limita
a creare cataloghi teorici di materiali: indica le condizioni esatte per
produrli, come temperature, tempi di reazione e quantità delle sostanze di
partenza, fornendo più percorsi possibili tra quelli ritenuti più promettenti.
“Per usare un’analogia – spiega Elton Pan, coordinatore dello studio pubblicato
su Nature Computational Science – sappiamo che tipo di torta vogliamo fare, ma
al momento non sappiamo come cuocerla. DiffSyn è come un libro di ricette
avanzato, che ti dice passo dopo passo come arrivare al risultato desiderato.”
Il modello è stato addestrato con oltre 23mila ricette di sintesi di materiali
raccolte da 50 anni di articoli scientifici. Per renderlo più robusto, i
ricercatori hanno anche introdotto deliberatamente dati “rumorosi”, costringendo
l’IA a imparare a riconoscere e filtrare le informazioni inutili o fuorvianti.
In questo modo, DiffSyn non solo accelera il lavoro dei laboratori, ma riduce
anche gli errori e il tempo speso in tentativi empirici.
Secondo Pan, l’IA potrebbe ridurre drasticamente il collo di bottiglia che oggi
separa la scoperta teorica dall’applicazione pratica dei materiali. “Tu hai una
torta in mente, la inserisci nel modello e questo ti sputa fuori le ricette”,
commenta il ricercatore. Un passo in avanti che promette di rivoluzionare la
ricerca in campi come batterie, semiconduttori, materiali sostenibili e molto
altro.
L'articolo Ecco DiffSyn l’Intelligenza artificiale che insegna a trovare i
materiali del futuro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Abbiamo sempre guardato agli incendi boschivi come a una minaccia per le
foreste, le case e la biodiversità. Ma mentre il cambiamento climatico rende
queste “tempeste di fuoco” più frequenti e intense, un nuovo inquietante studio
mostra che le persone esposte al fumo degli incendi boschivi hanno un rischio
maggiore di ictus. I risultati, pubblicati sull’European Heart Journal, stimano
che solo negli Stati Uniti il fumo degli incendi boschivi possa essere
responsabile di circa 17mila ictus ogni anno. “È uno studio molto interessante
che ci fa pensare anche ai rischi che corriamo nel nostro paese, dove spesso in
estate si verificano numerosi incendi che rendono l’aria irrespirabile, ricca di
sostanze che possono essere dannose per la nostra salute”, commenta Eugenio
Stabile, direttore dell’UOC Cardiologia, dell’Azienda Ospedaliera San Carlo e
docente del Dipartimento Scienze della Salute dell’Università della Basilicata.
La ricerca, guidata da Yang Liu della Emory University, ha analizzato i dati di
circa 25 milioni di persone negli Stati Uniti di età superiore ai 65 anni,
coperte dal programma federale di assicurazione sanitaria Medicare. Circa 2,9
milioni di queste persone hanno avuto un ictus tra il 2007 e il 2018. I
ricercatori hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per stimare
l’esposizione di ogni persona al fumo degli incendi boschivi con una misura
chiamata PM2.5, cioè la concentrazione di particolato fine con un diametro pari
o inferiore a 2,5 micrometri. Gli studiosi hanno anche esaminato l’esposizione
ad altri inquinanti atmosferici e hanno tenuto conto di noti fattori di rischio
di ictus, come il fumo e lo status socioeconomico.
Questo ha permesso al team di confrontare i livelli di esposizione a lungo
termine delle persone al fumo degli incendi boschivi con il rischio di ictus,
arrivando a una conclusione sconcertante: per ogni microgrammo per metro cubo di
aumento delle polveri sottili (PM2.5) derivanti dal fumo degli incendi, il
rischio di ictus aumenta dell’1,3%. Per fare un confronto, la stessa quantità di
polveri sottili prodotta dal traffico o dalle industrie aumenta il rischio
“solo” dello 0,7%. In altre parole, il fumo degli incendi sembra essere quasi
due volte più tossico per il nostro sistema cerebrovascolare rispetto allo smog
cittadino. “Questo suggerisce che il fumo degli incendi boschivi – spiega Liu –
potrebbe essere ancora più dannoso per il cervello e i vasi sanguigni rispetto
all’inquinamento proveniente da altre fonti”.
Le particelle che compongono il fumo degli incendi sono un cocktail chimico
complesso. Quando un incendio divora non solo alberi, ma anche automobili, case
e prodotti industriali, il fumo si carica di metalli pesanti, sostanze chimiche
sintetiche e composti altamente ossidanti. Queste micro-particelle sono
abbastanza piccole da superare la barriera dei polmoni e finire direttamente nel
flusso sanguigno. Una volta lì, scatenano una tempesta perfetta. In primo luogo,
il corpo reagisce al fumo come a un’infiammazione massiccia. Poi subentra lo
stress ossidativo: le cellule vengono danneggiate dai radicali liberi contenuti
nel fumo. Infine, le pareti dei vasi sanguigni si irrigidiscono, favorendo la
formazione di coaguli che possono viaggiare fino al cervello, causando l’ictus.
Le persone che vivono vicino agli incendi boschivi, inoltre, possono provare lo
stress di dover evacuare la propria casa, il che può anche compromettere le
normali cure mediche.
“Il fumo di per sé – spiega Stabile – contiene degli ossidanti che sono capaci
di alterare la struttura delle particelle che trasportano il colesterolo, come
l’LDL, e le rendono capaci di stimolare lo sviluppo dell’aterosclerosi.
Oltretutto questi stimolanti inibiscono la normale fisiologia delle cellule
endoteliali e delle piastrine, due strutture, una contenuta all’interno dei
nostri vasi e una contenuta nel sangue circolante, che sono capaci di inibire la
formazione dei trombi. L’insieme delle condizioni protrombotiche e delle
condizioni pro-aterosclerotiche derivate dall’esposizione consistente al fumo
può determinare un significativo incremento delle malattie cardiovascolari”.
Il dato forse più allarmante dello studio riguarda la durata dell’impatto. Non
parliamo solo di chi si trova vicino alle fiamme. Le correnti d’aria trasportano
queste particelle per migliaia di chilometri, coprendo intere nazioni in una
coltre invisibile. Gli studi indicano che l’esposizione accumulata in 2 o 3 anni
è quella che presenta i rischi maggiori, suggerendo che gli effetti sulla salute
continuano a manifestarsi molto tempo dopo che l’ultimo tizzone è stato spento.
“Per le persone che vivono in aree a rischio di incendi, è importante capire che
il fumo degli incendi boschivi – evidenzia Liu – non rappresenta solo un
pericolo immediato per la respirazione, ma può anche aumentare il rischio di
ictus a lungo termine”.
Comportamenti preventivi, come l’attivazione dei sistemi di filtraggio dell’aria
interna e la limitazione dell’attività fisica all’aperto nelle giornate con fumo
intenso, possono aiutare a prevenire un ictus. “I nostri risultati suggeriscono
inoltre che non esiste una soglia di sicurezza apparente per l’esposizione al
fumo”, afferma Liu. “Questo significa che anche il fumo ricorrente ‘moderato’
potrebbe essere rilevante, non solo gli eventi estremi. Politiche che prevengano
o gestiscano gli incendi, migliorino i rifugi per l’aria pulita a livello
comunitario e garantiscano l’accesso all’assistenza medica e ai farmaci durante
e dopo gli eventi di fumo potrebbero ridurre l’incidenza di ictus in una
popolazione che invecchia”, conclude.
Lo studio
L'articolo “Il fumo degli incendi boschivi aumenta il rischio di ictus”. Lo
studio e il confronto con lo smog proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”. La frana che ha colpito la
cittadina in provincia di Caltanissetta, non è un evento eccezionale, ma un
segnale di un problema che affligge tutta l’Italia. In un’intervista a Leggo.it,
Mario Tozzi mette in luce non solo le cause fisiche – note da due secoli e
studiate nella loro pericolosità dal 1997 – e climatiche di questo cedimento, ma
anche le gravi responsabilità legate alla mancanza di prevenzione e di
un’adeguata pianificazione territoriale.
Secondo il geologo e divulgatore ciò che è accaduto a Niscemi è un fenomeno che
risale a più di trent’anni fa, aggravato da piogge intense e dal cambiamento
climatico. Tuttavia, la vera colpa risiede nell’incapacità di intervenire in
tempo: “C’era già una zona rossa, ma per anni non si è fatto nulla”. La vera
emergenza, infatti, è la gestione disastrosa del territorio: “Abbiamo costruito
troppo e male su un territorio fragile”, spiega Tozzi, sottolineando la
crescente difficoltà di affrontare il disfacimento del nostro paese, che è sia
naturale che provocato dall’uomo.
Il rischio che altri centri italiani, come Niscemi, finiscano sotto il peso di
frane e disastri simili non è un eventualità, ma una realtà che si sta
concretizzando. Tozzi avverte che il cambiamento climatico non crea i problemi,
ma li accelera, moltiplicando la frequenza e l’intensità dei disastri come
avvenuto con il Ciclone Harry che ha colpito la Sicilia.
Le opere ingegneristiche, seppur utili in alcuni casi, non sono la soluzione a
lungo termine: “Non si può pensare di risolvere tutto con i muri o le grandi
opere”, spiega il geologo, chiedendo un radicale cambio di approccio. La vera
risposta, per Tozzi, è un “New Deal” per il territorio, un risanamento
idrogeologico che non si basi sulle emergenze, ma sulla prevenzione e sulla
sostenibilità, per evitare che l’Italia continui a vivere sotto la minaccia di
frane, alluvioni e altri disastri naturali.
Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, il 2025 è stato il secondo
anno peggiore per quanto riguarda gli eventi meteo estremi negli ultimi 11 anni,
tra allagamenti da piogge intense, danni da vento ed esondazioni fluviali oltre
alle temperature record.
La grave responsabilità politica è quella di non aver pianificato e messo in
campo degli interventi nonostante l’area fosse considerata zona rossa, e “alcune
abitazioni avrebbero dovuto essere abbattute, ma per anni non si è fatto nulla
per sanare una situazione ben conosciuta”. Si tratta di un modo di fare politica
che non può in alcun modo affrontare il disfacimento del territorio italiano, un
fenomeno dovuto al fatto che “l’Italia è un Paese giovane e molto attivo, con
rischi vulcanici, sismici e idrogeologici elevati”. In circostanze simile, non è
più tollerabile “l’assenza di pianificazione territoriale” e di “costruzioni in
aree pericolose, abusivismo e condoni”.
Eventi come la frana di Niscemi dimostrano infatti che “abbiamo costruito troppo
e male su un territorio fragile”. E il rischio di vedere scene simili “non è un
rischio, è una certezza”. Soprattutto per quei “paesi costruiti su speroni di
roccia sono potenzialmente a rischio”, posti in “i centri abitati venivano
abbandonati perché franavano continuamente”. Con buona pace della retorica dei
borghi.
L'articolo “Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”, Mario Tozzi e i
rischi di dissesto e cambiamento climatico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Immaginate di guidare a fari spenti, nel bel mezzo di una tempesta, mentre
qualcuno sul sedile del passeggero vi assicura che “va tutto bene”. È più o meno
questa la sensazione che serpeggia tra i corridoi dei centri di ricerca medica
americani. Un nuovo, inquietante studio guidato da Jeremy Jacobs della
Vanderbilt University ha appena scoperchiato un vaso di Pandora digitale: il CDC
(Centers for Disease Control and Prevention) ha smesso di aggiornare i suoi
database cruciali. Non parliamo di scartoffie burocratiche, ma del sistema
nervoso centrale della sanità pubblica: i dati su vaccini e malattie infettive.
Secondo la ricerca pubblicata sugli Annals of Internal Medicine, il quadro è
drammatico. Analizzando oltre 1.000 database del CDC, i ricercatori hanno
scoperto che il 46% dei database che solitamente venivano aggiornati mensilmente
si è fermato senza alcuna spiegazione nel corso del 2025. Di questi, ben 34 non
ricevono nuovi dati da almeno sei mesi. Il dato più preoccupante è che, mentre i
database “attivi” si occupano di salute mentale o infortuni, l’87% di quelli
congelati riguarda i vaccini.
In pratica, proprio mentre il mondo monitora l’influenza, il Covid-19 e l’RSV
(Virus Respiratorio Sinciziale), il CDC ha tirato il freno a mano sui dati che
servono a capire quanto siano efficaci le campagne vaccinali. Le reazioni della
comunità scientifica sono molto forti e critiche. Jeanne Marrazzo, leader
dell’Infectious Diseases Society of America (ed ex direttrice del NIAID, rimossa
dal suo incarico l’anno scorso), ha usato parole pesantissime in un editoriale
di accompagnamento: “Sia che si tratti di un disprezzo intenzionale o di carenza
di personale, questo dimostra un profondo disprezzo per la vita umana”,
commenta.
Secondo Marrazzo, gli Stati Uniti non stanno solo “volando alla cieca” di fronte
alle minacce biologiche, ma vengono privati delle loro “armi efficaci”. Se i
medici non sanno quante persone si stanno vaccinando o dove il virus sta
colpendo più duramente, non possono dare indicazioni chiare ai pazienti.
Il sospetto dei ricercatori è che dietro questo blackout non ci sia un semplice
problema tecnico. Il rapporto sottolinea esplicitamente come la maggior parte
dei dati mancanti riguardi proprio le vaccinazioni, un tema su cui l’attuale
Segretario della Salute, Robert F. Kennedy, ha espresso posizioni notoriamente
scettiche. Il rischio è che il CDC, storicamente considerato il “gold standard”
mondiale per la sorveglianza epidemiologica, stia perdendo la sua bussola
scientifica per trasformarsi in un guscio vuoto di dati.
Quando i dati federali spariscono, le conseguenze non restano nei laboratori. I
medici brancolano nel buio: senza dati freschi, è difficile capire se un nuovo
ceppo vaccinale sta funzionando. Poi c’è il rischio di ritardo nelle emergenze:
se scoppia un focolaio di una malattia infettiva, il ritardo nella registrazione
dei dati potrebbe costare settimane preziose. Infine, c’è il reale pericolo di
un’erosione della fiducia: la mancanza di trasparenza alimenta il sospetto,
rendendo ancora più difficile la gestione della salute pubblica. Il CDC ha
sempre rappresentato il faro nella nebbia delle pandemie. Oggi, quel faro sembra
avere le lampadine svitate. E in medicina, come nella guida notturna, il buio
non è mai un buon segno.
Lo studio
L'articolo Gli Usa stanno navigando alla cieca contro i virus. Il grande
“blackout” sui dati dei Centers for Disease Control proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tra i canali di Venezia è sbarcato un nuovo “alieno”. Una delle 100 specie
invasive più dannose al mondo, lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi detto anche “Noce
di mare”, rischia di mettere in pericolo l’ecosistema marino e l’economia ittica
della laguna di Venezia con la sua diffusione. Tra le cause di questo fenomeno
ci sono gli effetti sulle acque del cambiamento climatico, circostanza che
favorisce la proliferazione delle Noci a discapito di altri organismi
dell’habitat.
L’avvertimento viene da una ricerca realizzata dall’Università di Padova e
dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e pubblicata
su Estuarine, Coastal and Shelf Science, rivista accademica internazionale che
si occupa di scienze oceanografiche e costiere, con il titolo ‘An invader
chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon‘.
La noce di mare è un organismo marino trasparente e gelatinoso che raggiunge
solitamente una lunghezza compresa tra 7 e 12 centimetri. E rappresenta un
pericolo per le lagune mediterranee perché, come ha spiegato il ricercatore di
UniPd Filippo Piccardi, il contesto è “caratterizzate da una forte variabilità
spaziale e stagionale delle condizioni ambientali” e ancora non si conosce
l’impatto delle noci su di esso.
Il primo autore dello studio ha spiegato che lui e i suoi colleghi hanno
“adottato un approccio interdisciplinare e monitorato per due anni la
distribuzione spaziale della specie con esperimenti controllati per definire le
principali soglie ambientali di sopravvivenza”. I risultati hanno evidenziato
“un andamento stagionale [della specie ndr], con bloom (eventi di riproduzione
massiva) in tarda primavera e tra fine estate e inizio autunno”, dei periodi che
sono correlati alla temperature e alla salinità dell’acqua durante l’anno.
Questo ctenoforo è una specie resistente: riesce a sopravvivere tra i 10 e i 32
°C e un grado di salinità compreso tra i 10 e i 34 grammi di sale per litro
d’acqua. Un concetto che è stato ribadito anche da Valentina Tirelli,
ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica
Sperimentale: “I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in
atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo
ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza,
aumentando il rischio di severe ripercussioni sul funzionamento dell’intero
ecosistema lagunare”. La coautrice dello studio si è detta soddisfatta perché il
lavoro svolto “fornisce nuove informazioni sulla nicchia ecologica di questa
specie nella laguna di Venezia”.
Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega, ha dichiarato che la noce di
mare rappresenta “una nuova calamità, peggiore del granchio blu” perché oltre al
plancton “divora lo stadio larvale di pesci, molluschi e crostacei”. Uno
scenario che si è già verificato: “Soltanto nell’alto Adriatico, negli ultimi
mesi, la pesca alle vongole ha registrato un crollo del fatturato da 120 a 13
milioni, con la cessazione di 700 partite iva”. Per questo, l’eurodeputata ha
chiesto alla Commissione europea di adottare “delle azioni urgenti, con misure
di compensazione dedicate”.
L'articolo Una nuova specie invasiva nella laguna di Venezia: le Noci di mare
mettono in pericolo ecosistema e pesca proviene da Il Fatto Quotidiano.
La frana sul versante occidentale di Niscemi non è un episodio isolato né un
evento improvviso: è un movimento lento ma continuo, che sta progressivamente
avanzando verso la parte meridionale dell’abitato. La parete del distacco, in
alcuni punti alta oltre venti metri, si estende su un fronte di più di quattro
chilometri e continua a esercitare una pressione crescente sulle abitazioni che
sorgono a ridosso del precipizio. Case che, secondo gli esperti, rischiano di
essere progressivamente inglobate dal dissesto.
La dinamica è legata in modo diretto alla natura del terreno. Come spiega
all’Ansa Riccardo Ferraro, consigliere della Sigea, la Società italiana di
geologia ambientale, l’area poggia su un substrato sabbioso che, secondo la
letteratura scientifica, ha un angolo di resistenza al taglio di circa 35 gradi.
Un valore ben lontano dall’attuale inclinazione del versante, che raggiunge
punte di circa 85 gradi. Una condizione instabile che, per ritrovare un assetto
naturale, potrebbe portare il fronte della frana a spingersi ancora più avanti,
inghiottendo ulteriori edifici. Non a caso, la zona rossa, inizialmente
delimitata a cento metri dal profilo dello smottamento, è già stata estesa di
altri cinquanta metri.
Secondo Giuseppe Collura, referente della Sigea presente a Niscemi insieme al
collega Michele Orifici, l’ultimo cedimento registrato domenica scorsa non fa
che sovrapporsi a un fenomeno già noto: “La parte terminale del movimento
coincide con la frana dell’ottobre 1997“. Un dato che rafforza l’idea di una
vulnerabilità storica dell’area. D’altronde, ricorda il geologo, esistono
scritti risalenti addirittura al 1790 che descrivono movimenti franosi nella
stessa zona, a dimostrazione di una criticità mai realmente risolta.
Dal punto di vista geologico, il meccanismo è chiaro. Il terreno è costituito da
uno strato sabbioso superficiale che poggia su un livello argilloso
impermeabile. Lo si osserva anche dalla colorazione della parete franata, dove
il giallo della sabbia si alterna al grigio dell’argilla. Le piogge intense
degli ultimi mesi e il disastroso ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia
hanno favorito lo scivolamento degli strati più superficiali, che, saturandosi
d’acqua, hanno perso coesione e hanno iniziato a muoversi lungo il piano
argilloso sottostante. Collura esclude invece che all’origine del dissesto vi
sia una faglia diretta di natura tettonica: un’ipotesi che, a suo dire, non
trova riscontri evidenti.
Se la conformazione geomorfologica rende l’area naturalmente predisposta alle
frane, il quadro è aggravato da fattori antropici. Il diffuso disordine
urbanistico e il marcato dissesto idrogeologico causato dalla gestione
incontrollata delle acque piovane hanno contribuito ad aumentare la
vulnerabilità del versante. Le acque di scorrimento attraversano la città e si
riversano sull’intero pendio, scavando solchi profondi che accelerano i processi
di erosione. Dopo la frana del 1997, sottolinea Collura, la probabilità che un
evento simile si ripetesse era già elevatissima, anche perché il versante non è
mai stato interessato da interventi strutturali di messa in sicurezza,
nonostante i segnali di movimento fossero stati rilevati nel tempo.
Un primo campanello d’allarme si era già avuto il 16 gennaio scorso, quando un
nuovo movimento di terra aveva causato l’interruzione della strada provinciale
12. Dopo gli eventi del 1997, alcune abitazioni comprese nel perimetro della
frana furono demolite e, da allora, non sono state autorizzate nuove costruzioni
nell’area. Ma il fronte instabile continua a spostarsi, rendendo sempre più
fragile il confine tra zona abitata e versante in movimento. A confermare la
gravità della situazione è anche il capo del Dipartimento della Protezione
civile nazionale, Fabio Ciciliano, intervenuto a Niscemi per una riunione nel
Centro operativo comunale insieme al presidente della Regione Siciliana Renato
Schifani e al capo della Protezione civile regionale Salvo Cocina. “Non sta
crollando solo quello che vediamo – ha spiegato Ciciliano – ma è l’intera
collina che sta scendendo verso la piana di Gela”. Un quadro emerso anche dal
sopralluogo effettuato con il professor Nicola Casagli, della componente
scientifica del centro di competenza della Protezione civile.
L'articolo “La frana di Niscemi è nota dal 1997 e avanzerà. Il fronte non è mai
stato interessato da interventi di messa in sicurezza” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un team internazionale di astronomi potrebbe aver individuato la prima esoluna
mai osservata, orbitante attorno al pianeta extrasolare HD 206893 B, un gigante
gassoso distante circa 133 anni luce dalla Terra. Lo studio, condiviso sulla
piattaforma arXiv e in fase di pubblicazione su Astronomy & Astrophysics,
descrive una luna straordinariamente massiccia, potenzialmente migliaia di volte
più pesante di qualsiasi luna del Sistema solare, in grado di spiegare
l’enigmatica oscillazione rilevata nel movimento del pianeta.
Gli indizi della sua presenza derivano da osservazioni effettuate con Gravity,
uno strumento di precisione installato sul Very Large Telescope (VLT) nel
deserto di Atacama, in Cile. Analizzando il moto del pianeta HD 206893 B, gli
astronomi hanno riscontrato una piccola ma misurabile oscillazione avanti e
indietro, con un periodo di circa nove mesi e un’escursione paragonabile alla
distanza Terra-Luna. “Quello che osserviamo non è un’orbita regolare attorno
alla stella, ma un movimento modulato, coerente con la presenza di un oggetto
massiccio che attira il pianeta,” spiega Quentin Kral, astronomo dell’Università
di Cambridge, in un’intervista a Space.com.
HD 206893 B è un pianeta gigante gassoso con una massa stimata 28 volte quella
di Giove. La possibile esoluna orbiterebbe a una distanza pari a circa un quinto
della distanza Terra-Sole e mostra un’inclinazione orbitale di circa 60 gradi
rispetto al piano del pianeta, probabilmente a seguito di interazioni
gravitazionali passate. Se confermata, la massa di questa luna raggiungerebbe
circa il 40% di quella di Giove, equivalendo a nove volte la massa di Nettuno,
rendendola di gran lunga la più massiccia esoluna mai ipotizzata.
La scoperta potrebbe avere ripercussioni importanti sulla definizione di ‘luna’
e sulla comprensione della formazione dei sistemi planetari. “Se si confermerà,
ci troveremmo di fronte a un oggetto che sfida le categorie tradizionali,
aprendo nuove prospettive sui processi di accrescimento e dinamica orbitale nei
sistemi extrasolari,” osservano i ricercatori.
Finora, la rilevazione di esolune è rimasta teorica o indiretta. HD 206893 B e
il suo ipotetico satellite rappresentano un laboratorio naturale unico per
studiare la dinamica di sistemi con masse estreme, la stabilità orbitale e le
possibili interazioni gravitazionali tra pianeta e satellite gigante. Le
osservazioni future, combinando misure astrometriche, spettroscopiche e
fotometriche, saranno decisive per confermare la reale esistenza dell’esoluna e
determinarne caratteristiche precise, come composizione e struttura interna.
FOTO DI ARCHIVIO
L'articolo Rilevata una gigantesca esoluna: “È migliaia di volte più massiccia
di qualsiasi satellite del Sistema solare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La robotica è uno dei settori più sorprendenti degli ultimi anni con
stupefacenti obiettivi raggiunti dal micro al nano. Ecco che l’ultimo
esperimento non è solo eccezionale, ma ha anche qualcosa di poetico. Sono stati
costruiti sciami di robot che ‘sbocciano’ come fiori al sole, rispondendo
collettivamente alla luce e ombreggiando una stanza illuminata dalla nostra
stella. Non solo: l’insieme dei moduli robotici, chiamato Swarm Garden, è in
grado di interagire con l’uomo e ai segnali provenienti da un dispositivo
indossabile. “Siamo in grado di trasformare l’ambiente in una ‘architettura
viva’ – afferma Merihan Alhafnawi della Princeton University nello studio
pubblicato sulla rivista Science Robotics.
Ad oggi gli esperti di robotica erano riusciti a sviluppare dispositivi in grado
di sfruttare l’intelligenza degli sciami, ma non a realizzare sciami di robot in
grado di integrarsi negli spazi fisici e con interazioni significative tra uomo
e robot. I nuovi robot modulari, chiamati SGbot, sono in grado di formare uno
sciame tramite una rete WiFi condivisa. Ogni SGbot è dotato di un sensore di
luce posteriore e di un sensore di prossimità anteriore con cui individua e
comunica con i robot vicini ed è in grado di ritrarre o estendere un sottile
foglio di plastica attraverso un’apertura, provocandone l’effetto ‘fioritura’.
I ricercatori hanno quindi disposto 16 SGbot su una finestra dimostrando che
potevano regolare l’effetto ‘sbocciamento’ per ombreggiare o illuminare la
stanza, a seconda delle diverse condizioni meteorologiche. In un secondo test
sono stati disposti 36 SGbot dello Swarm Garden in una mostra pubblica, dove i
visitatori potevano interagire con lo sciame modificandone i colori dei Led o i
livelli di effetto fioritura. Infine è stato utilizzato un dispositivo
indossabile per interagire con lo Swarm Garden in un’esibizione di danza
improvvisata: in risposta ai movimenti del braccio i robot cambiavano i colori
dei LED inducendo comportamenti dinamici dello sciame in tempo reale.
L'articolo Gli sciami di robot che “sbocciano” come fiori con la luce del Sole.
Lo studio su Science Robotics proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente
del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti
uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le
altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi
è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe
essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto?
Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford
University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare
workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa
domanda.
Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse
ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati
solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte
sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del
conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse
diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un
rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo
nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come
ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a
salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo
di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali.
Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità
era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di
associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei
Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti.
Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto,
usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo,
usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante
notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che
in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024).
In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per
entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di
quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto
che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30
aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un
ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato
alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre
categorie professionali.
L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per
tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e
per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce”
rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia
etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni
delle Nazioni Unite.
I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei
confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza
dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione
palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al
personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione
di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi
internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al
tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica
che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la
percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro
che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”.
L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più
che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.