Ha destato un certo scalpore, comprensibilmente, l’apertura di un’indagine
formale della Commissione europea su Shein, il colosso cinese dell’ultra fast
fashion. Il provvedimento si colloca nell’ambito del Digital services act, la
normativa europea che regola le responsabilità delle grandi piattaforme online,
e mette sotto esame i meccanismi pensati per tenere l’utente incollato alla
piattaforma, i sistemi di raccomandazione (ritenuti poco trasparenti) e la
presenza nel catalogo di articoli illegali, anche a sfondo pedopornografico.
Non sappiamo come andrà a finire l’indagine, con cui Shein dice di voler
collaborare. Quello che sappiamo è che il suo valore va ben al di là del caso
specifico, perché tocca nodi cruciali: il ruolo delle piattaforme digitali nel
modellare le decisioni di acquisto, gli algoritmi di raccomandazione e i
meccanismi di ingaggio.
Il Digital services act, infatti, nasce proprio con l’obiettivo di affrontare i
cosiddetti “rischi sistemici” delle grandi piattaforme online con cui i
cittadini, in modo più o meno consapevole, si interfacciano ogni giorno.
Questo è tutt’altro che banale perché, semplificando, l’Unione europea dice che
non sono i cittadini a doversi “difendere”. Al contrario, le piattaforme hanno
formalmente la responsabilità di progettare servizi sicuri, comprensibili e
trasparenti: servizi che non manipolino le opinioni e i comportamenti. In questo
senso cambia il baricentro della regolazione: non ci si limita più a valutare la
correttezza della singola transazione, ma l’architettura digitale che la rende
possibile.
Il caso mi sembra particolarmente interessante anche perché è su questo stesso
spazio che interviene, con strumenti diversi, la direttiva Empowering Consumers
for the Green Transition, che modifica la disciplina delle pratiche commerciali
scorrette. Qui il focus è la qualità delle informazioni che accompagnano le
scelte di consumo. Le imprese dovranno garantire che qualsiasi dichiarazione
ambientale o sociale rivolta al pubblico sia supportata da elementi
verificabili, accessibili e comprensibili.
Le due normative operano su piani distinti ma complementari. Il Digital services
act guarda a come le piattaforme organizzano l’esperienza digitale: algoritmi,
interfacce, logiche di raccomandazione. La direttiva Empowering Consumers
interviene su ciò che viene comunicato all’interno di quell’esperienza: claim,
etichette, messaggi che orientano la percezione del valore di un prodotto.
Insieme, questi due testi delineano una traiettoria chiara della politica
europea: la tutela del consumatore non può più limitarsi alla correttezza
formale della vendita, ma deve considerare l’intero contesto informativo in cui
la decisione matura.
Nel caso di marketplace globali come Shein, questo significa interrogarsi sulla
responsabilità dell’intermediazione digitale. Quando la piattaforma seleziona
cosa mostrare, in quale ordine, con quali suggerimenti personalizzati o con
quali leve persuasive, non è un soggetto neutrale: diventa parte attiva nella
costruzione della scelta economica.
Per anni il diritto dei consumatori si è concentrato sul prodotto e sul
contratto. L’economia digitale impone di aggiungere un terzo elemento:
l’ambiente decisionale, che permette (o viceversa compromette) la capacità di
valutazione critica da parte degli utenti.
Le iniziative legislative europee degli ultimi anni – dal Digital services act
alle nuove norme contro il greenwashing – vanno lette come tasselli di questa
trasformazione. L’obiettivo non è soltanto sanzionare comportamenti scorretti,
ma riequilibrare un sistema che negli ultimi anni ha visto consolidarsi una
preoccupante asimmetria informativa in cui i cittadini, senza le giuste tutele,
si trovano inevitabilmente sfavoriti.
Ad oggi – va chiarito – a Shein non è stata mossa alcuna contestazione legata
alla direttiva Empowering Consumers for the Green Transition. È successo
qualcosa di analogo, ma su una base giuridica diversa, in Italia, quando
l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha avviato
un’istruttoria proprio per “claim ambientali ingannevoli e omissivi” che si è
conclusa nell’estate del 2025 con una sanzione da un milione di euro.
Questi segnali, per quanto diversi tra loro, indicano una traiettoria comune di
accountability delle aziende sul ruolo che svolgono all’interno della società.
Ed è proprio su questo terreno che si misurerà, nei prossimi anni, la tenuta
delle grandi piattaforme globali.
L'articolo La Commissione Ue indaga su Shein: la tutela del consumatore passa
anche da un’informazione corretta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - e-Commerce
La Commissione Europea ha avviato un procedimento formale nei confronti della
piattaforma cinese di e-commerce e fast fashion Shein, nell’ambito del Digital
Services Act, la normativa europea che regola le responsabilità delle grandi
piattaforme online. Nel mirino di Bruxelles finiscono il design ritenuto in
grado di creare dipendenza, la mancanza di trasparenza dei sistemi di
raccomandazione e la possibile vendita di prodotti “illegali”, inclusi materiali
pedopornografici. Tra gli articoli osservati, infatti, figurano anche bambole
gonfiabili con sembianze infantili. Le autorità intendono verificare se Shein
abbia predisposto misure adeguate per prevenire la diffusione di merce e
contenuti fuorilegge.
La Commissione analizzerà anche i rischi legati alla progettazione del servizio
stesso. In particolare, a finire sotto esame sono i meccanismi che assegnano
punti o ricompense per incentivare l’interazione degli utenti. Un altro punto
centrale riguarda i sistemi di raccomandazione utilizzati da Shein per suggerire
contenuti e prodotti agli utenti. In base al Dsa, la piattaforma è tenuta a
rendere noti i principali parametri su cui si basano tali sistemi e a offrire
“almeno un’opzione facilmente accessibile che non si basi sulla profilazione”
per ciascun sistema di raccomandazione.
Il Digital Services Act non stabilisce una scadenza precisa per la conclusione
delle indagini. La durata dipenderà da vari fattori, tra cui la complessità del
caso, il livello di collaborazione della piattaforma e il pieno esercizio dei
diritti di difesa. L’operazione sarà condotta in via prioritaria e vedrà la
partecipazione della Coimisiún na Meán, il Coordinatore dei Servizi Digitali
dell’Irlanda, che agirà in qualità di coordinatore nazionale perché la sede
europea della società è lo stabilimento di Dublino – dove c’è anche Temu,
sospettata di aver ricevuto sussidi illegali. Con l’apertura formale del
procedimento, la Commissione potrà continuare a raccogliere prove, inviando
richieste di informazioni alla piattaforma o a terzi, oppure conducendo azioni
di monitoraggio e colloqui. In questa fase, le autorità hanno il potere di
adottare delle contromisure e dichiarare l’inadempienza della piattaforma. Dal
canto suo, la società potrà assumersi degli impegni per porre rimedio alle
criticità contestate.
Fondata nel 2008 a Nanjing, nella provincia cinese dello Jiangsu, la società
operava inizialmente con il nome SheInside, prima di essere ribattezzata Shein
nel 2015. Creata da Chris Xu, all’inizio si concentrava sulla vendita di abiti
da sposa. Nel tempo, la piattaforma ha spostato la sede legale a Singapore ed è
diventata uno dei principali attori globali del fast fashion online. Lo scorso
anno la società ha valutato la possibilità di una quotazione in borsa tramite
un’Ipo, ma attualmente non risulta quotata.
L'articolo La Commissione Europea indaga su Shein: nel mirino anche la vendita
di materiale pedopornografico proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione europea ha effettuato un’ispezione a sorpresa nella sede di Temu
a Dublino. Secondo funzionari europei che hanno parlato con il Financial Times,
l’ispezione è avvenuta la settimana scorsa con lo scopo di verificare se
l’azienda della PDD Holdings abbia ricevuto sussidi illegali. Se ciò fosse vero,
Temu avrebbe violato il regolamento europeo sulle sovvenzioni estere.
Negli ultimi anni, il colosso cinese dell’e-commerce ha realizzato centinaia di
milioni di profitti sul mercato europeo, anche grazie alle esenzioni dai dazi
all’importazione di pacchi a basso costo. Un vantaggio che sta per svanire in
vista della stretta europea su questo genere di spedizioni che mira a proteggere
i rivenditori nazionali dalla concorrenza sleale.
Non è la prima volta che Temu finisce nel mirino della Commissione europea.
L’anno scorso era stata avviata un’indagine ai sensi del Digital Services Act,
il regolamento europeo sulle piattaforme online. A luglio di quest’anno era
stato annunciato in via preliminare che Temu non sta facendo abbastanza per
impedire la vendita di prodotti illegali attraverso la sua attività di
e-commerce.
Il Ft ricorda che l’indagine va inserita nel contesto di una “più ampia
repressione da parte del blocco sull’ondata di importazioni dalla Cina da parte
di rivenditori online, tra cui figura anche Shein“. Secondo la Commissione, lo
scorso anno sono stati importati 4,6 miliardi di articoli di questo tipo, il 91%
dei quali proveniente dalla Cina.
L'articolo Perquisita la sede di Temu a Dublino: la Commissione Ue sospetta
sussidi illegali proviene da Il Fatto Quotidiano.