L’Europa si è spaccata sulla “sorveglianza di massa”, per citare le parole del
Parlamento europeo a proposito del regolamento Csar (Child sexual abuse
regulation). Lo scopo è consentire la scansione dei messaggi degli utenti in
chat e via mail, da parte delle piattaforme tecnologiche, per contrastare la
piaga della pedopornografia online in costante aumento. Dunque posta elettronica
al setaccio, ma anche i messaggini via Whatsapp, Messenger, Instagram, Signal,
Telegram. In gioco c’è il diritto alla riservatezza di 450 milioni di europei.
Anche per l’importanza della posta in palio, il 16 marzo, è saltato l’accordo
tra il Parlamento e i governi Ue riuniti nel Consiglio: dopo i negoziati aperti
4 giorni prima, il trilogo è ufficialmente fallito. Cosa è successo? “Con la
loro mancanza di flessibilità, gli Stati membri hanno deliberatamente accettato
che il regolamento provvisorio scadrà ad aprile”, ha dichiarato la relatrice
tedesca del Parlamento Ue Birgit Sippel (S&D, socialisti e democratici).
Risultato? “La scansione volontaria per contrastare la diffusione online di
materiale pedopornografico da parte dei fornitori non sarà più possibile”. In
sostanza, il Consiglio Ue ha ritenuto troppo blandi i controlli autorizzati dal
Parlamento, al punto da preferirne l’azzeramento e far saltare i negoziati con
Strasburgo. Secondo fonti del Parlamento Ue, molto raramente i governi Ue in
senso al Consiglio hanno assunto posizioni così rigide.
Potenzialmente, lo stop alla scansione dei messaggi è un vulnus nella lotta ai
crimini sessuali contro i minori. Gli attivisti dei diritti digitali, invece,
tirano un sospiro di sollievo. Anche il Movimento 5 stelle gioisce con Gaetano
Pedullà: “Proteggere i bambini è un dovere sacrosanto, ma per una volta
salutiamo con favore l’opposizione degli Stati Membri che non ha permesso al
chat control I di entrare in vigore. La protezione dei minori non può
trasformarsi in un sistema di sorveglianza di massa sui cittadini europei, con
la fine della privacy e del diritto alla comunicazione riservata”.
LA SCANSIONE DEI MESSAGGI IN DEROGA AI DIRITTI SULLA PRIVACY: TRATTATIVE IN
CORSO SUL REGOLAMENTO DEFINITIVO
Lo scontro tra il Parlamento e i governi riguarda la deroga alla direttiva
ePrivacy del 2002. Il provvedimento europeo impedirebbe da 24 anni intrusioni
nei messaggi privati online, nel nome della riservatezza. Ma dal 2021 vige una
deroga per combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori, in
vertiginoso aumento. In virtù dell’eccezione, la piattaforme digitali possono
accedere ai messaggi degli utenti segnalando alle forze dell’ordine i casi di
presunte molestie sessuali. Facebook già scansiona le comunicazioni a caccia di
materiali pedopornografici: il 95% delle segnalazioni giunge dal colosso di
Zuckerberg. Ma la scelta delle piattaforme di guardare dallo “spioncino” è
volontaria, nessun obbligo di legge. La deroga alla tutela della privacy è stata
prorogata nel 2024 e scadrà ad aprile 2026. Poi alt alla scansione dei
contenuti: la Commissione europea invece ne aveva caldeggiato la prosecuzione
con il testo proposto ufficialmente il 19 dicembre 2025, ammonendo sui rischi in
caso di stop: “Ciò renderebbe più facile per i predatori la diffusione di
materiale pedopornografico, la loro impunità e l’adescamento di bambini nell’Ue.
L’individuazione proattiva da parte dei fornitori di servizi online è stata
fondamentale per oltre 15 anni nel salvare i bambini da abusi in corso e nel
portare i colpevoli davanti alla giustizia”. In realtà alle piattaforme è
permesso accedere ai messaggi non da 15 anni bensì da 5, con l’entrata in vigore
della deroga nel 2021. L’anno dopo, la Commissione europea ha proposto il
regolamento Csar per trasformare la deroga temporanea in legge duratura. Gli
attivisti dei diritti digitali – guidati da Patrick Breyer, ex europarlamentare
del partito dei pirati tedesco – sono insorti contro il Csar battezzandolo “chat
control 2.0”. La versione 1.0, per i difensori della privacy, è la deroga
temporanea alle tutele per la riservatezza.
LE TRATTATIVE SU CHAT CONTROL: DA UN LATO IL PARLAMENTO, DALL’ALTRA LA
COMMISSIONE
La proposta di regolamento di palazzo Berlaymont, firmata dalla
socialdemocratica svedese Ylva Johansson, è stata già bocciata dal Parlamento
europeo a novembre 2023, bollata come “sorveglianza di massa”: la scansione non
sarebbe stata facoltativa, per le piattaforme, bensì obbligatoria. Infatti il
testo dell’Eurocamera restringe nettamente il perimetro dei controlli sui
messaggi. Su “chat control 2.0”, per lungo tempo neppure il Consiglio Europeo ha
trovato l’accordo: fino a novembre 2025, quando l’intesa è giunta sul testo
firmato dalla presidente danese Mette Frederiksen, socialdemocratica come
Johansson. Dopo 3 anni di trattative, i governi hanno trovato la quadra
adottando il principio cardine della deroga provvisoria: niente obbligo per le
piattaforme di scansionare i messaggi degli utenti (come voleva la Commissione)
bensì una scelta volontaria. Un passo indietro rispetto al testo di Palazzo
Berlaymont. Ora sono in corso i triloghi per il regolamento definitivo. Ma il
fallimento dei negoziati su “chat control 1.0” lascia presagire nuovi ostacoli
lungo le trattative per l’approvazione.
Da una parte, il Consiglio e la Commissione Ue premono per favorire la scansione
dei messaggi contro la pedopornografia online, almeno su base volontaria.
Dall’altra, il Parlamento Ue prova a mitigare i controlli delle piattaforme
ascoltando le preoccupazioni per la privacy sollevate da giuristi e istituzioni
del Vecchio continente. L’11 marzo all’Eurocamera è passato l’emendamento dei
Verdi che ha stravolto il testo della Commissione per rinnovare la proroga ai
controlli su chat e mail. La modifica restringeva il campo dei controlli solo
agli utenti “identificati dall’autorità giudiziaria competente”, sui quali si
nutrano “ragionevoli motivi per sospettare l’esistenza di un legame, anche
indiretto, con materiale pedopornografico”. Dunque niente controlli
indiscriminati su tutti gli utenti. Non solo: esclusi dalla scansione anche i
servizi con crittografia end to end, come Whatsapp e Signal. Risultato: l’11
marzo il Parlamento ha rinnova la deroga per consentire i controlli in chat, a
costo di depotenziare ampiamente il testo della Commissione Ue. Del resto, il 2
marzo la Commissione Libe aveva già bocciato la proposta di palazzo Berlaymont.
Nove giorni dopo, la formulazione in salsa “light” passa a Strasburgo con 458
voti a favore, 103 contrari e 63 astensioni. Dunque una bocciatura trasversale,
da destra a sinistra, verso i controlli indiscriminati delle piattaforme
tecnologiche (per lo più americane) sui messaggi dei cittadini europei: malgrado
lo scopo sia combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori. Il
Consiglio Ue ha reagito facendo saltare i negoziati del trilogo. Ovvero: meglio
nessun controllo, rispetto alla versione alleggerita del parlamento Ue.
L'articolo Chat control, l’Europa si spacca sulla sorveglianza di massa nel nome
dei minori. Da aprile stop alla scansione dei messaggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Commissione Europea
Gli Stati Uniti fanno pressioni su Bruxelles per annacquare le regole della
legge anti-deforestazione che richiede agli importatori di sette materie prime
(caffè, cacao, olio di palma, bovini, soia, legname e gomma) e alcuni prodotti
derivati, di dimostrare che le loro catene di approvvigionamento non sono legate
alla deforestazione. Europarlamento e Consiglio Ue avevano adottato, a dicembre
2025, la revisione che già semplifica gli obblighi relativi al dovere di
diligenza e che era stata chiesta a gran voce dall’industria, rinviando di un
anno l’applicazione del regolamento Eudr (European Union Deforestation
Regulation). Si tratta, tra l’altro, del secondo rinvio: il testo, approvato a
maggio 2023, era entrato in vigore a giugno 2023, mentre inizialmente la sua
applicazione era prevista dal 30 dicembre 2024 per le grandi aziende e sei mesi
dopo per le piccole e medie imprese. Ora le norme dovrebbero essere effettive
dal 30 dicembre 2025 per le prime e dal 30 giugno 2026 per le seconde.
DAGLI STATI UNITI IN EUROPA PER ANNACQUARE LA LEGGE ANTI-DEFORESTAZIONE
Ma agli Stati Uniti la revisione, così come annunciata, non basta. Perché
prevede obblighi che sarebbero troppo onerosi sulle esportazioni di alcuni
prodotti made in Usa, tra cui la soia. Un prodotto strategico, anche perché
utilizzato in Unione Europea (e anche in Italia) per i mangimi degli animali. Ma
c’è una scadenza vicina: la Commissione Ue è tenuta a fare una nuova analisi,
presentando una relazione – entro il 30 aprile – degli oneri e dell’impatto
della revisione, con eventuali ulteriori proposte. Da qui la fretta di
funzionari del Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Ufficio del Rappresentante
per il Commercio degli Stati Uniti che, come raccontato da Euractiv, si sono
dati un bel da fare, visitando nelle ultime settimane Madrid, Roma, Berlino,
Parigi e Bruxelles. Obiettivi: apportare ulteriori modifiche che, però,
rischiano di vanificare un iter legislativo durato anni.
COSA STANNO CHIEDENDO I FUNZIONARI DI TRUMP
A poche settimane dalla decisione di Bruxelles su un’eventuale ulteriore
modifica della legge, la delegazione Usa ha per prima cosa incontrato a Madrid
María Jesús Rodríguez de Sancho, direttrice generale spagnola per la
biodiversità. Come ultima tappa, invece, il 13 marzo Jason Hafemeister, alto
funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), ha
tenuto un incontro con i media, confermando le perplessità già espresse in
precedenti occasioni e documenti. Una necessità, secondo gli Usa, dato che non
c’è stata alcuna rassicurazione dalla Commissione Ue, più favorevole a piccoli
ritocchi tecnici all’elenco dei prodotti interessati, come l’inclusione del
caffè istantaneo e del sapone a base di olio di palma. Agli Stati Uniti, però,
queste modifiche non bastano, perché ciò che si vuole cambiare è proprio il
sistema di tracciabilità e l’obbligo di comunicare alcuni dati agli importatori.
Il regolamento, così com’è, divide i paesi in quelli a basso, standard e ad alto
rischio di deforestazione. Gli Stati Uniti già rientrano nella categoria a basso
rischio e, quindi, hanno meno obblighi. Come riportato da Euractiv, però, tra i
cambiamenti proposti da Washington c’è quello di introdurre una categoria di
‘rischio trascurabile” (nella quale si vogliono far rientrare gli Usa) che
comporterebbe l’obbligo di una documentazione semplificata in modo drastico. La
proposta include cambiamenti nella metodologia di calcolo utilizzata per
classificare i paesi e modificare la soglia di 70mila ettari all’anno di
deforestazione e che escluderebbe un Paese dalla lista di quelli a basso
rischio.
LA MINACCIA DAGLI USA E IL PROBLEMA LEGATO ALLA SOIA IMPORTATA
Ma la minaccia è dietro l’angolo e riguarda le possibili interruzioni
dell’approvvigionamento di soia dagli Stati Uniti da parte degli allevatori
europei. Negli ultimi decenni, la richiesta globale di soia è aumentata a
livelli esponenziali, ma sua produzione si è sempre concentrata soprattutto in
pochi Paesi, come Stati Uniti, Brasile, a Argentina. Se fino a qualche anno fa
il maggiore produttore di soia erano gli Stati Uniti, oggi lo è il Brasile, con
oltre 120 milioni di tonnellate all’anno. Il consumo di soia è al centro di
dibattiti di varia natura, legati al fatto che viene prevalentemente coltivata
in monoculture (con effetti su deforestazione e biodiversità) e che la maggior
parte è Ogm. In Argentina lo è quasi tutta, negli States la percentuale è del
90%, in Brasile circa il 70%. Negli Stati Uniti, dunque, quasi tutti i semi sono
Ogm, perché – come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’approfondimento)
così le piante sono resistenti agli erbicidi, agli insetti e pure ai cambiamenti
climatici. Insomma, la modificazione genetica consente di coltivare in aree
sterminate, anche laddove una volta era impensabile. In Europa, l’Italia è il
primo produttore di soia. È vietato coltivare quella transgenica che, però, si
può importare. E l’80% di quella utilizzata viene importata. Significa che
carne, uova e latte che si acquistano al supermercato possono arrivare da
animali nutriti con mangimi contenenti Ogm.
WWF: “L’EUROPA NON CEDA ALLE PRESSIONI”
Il Wwf avverte sui rischi. “L’Ue non dovrebbe compromettere le sue priorità
sociali, ambientali o economiche per assecondare interessi esterni” ha
dichiarato a Euractiv Anke Schulmeister-Oldenhove, responsabile per le foreste
del Wwf Ue. Il regolamento, tra l’altro, ha già dovuto superare più di un
ostacolo. “Circa un albero al secondo viene abbattuto per soddisfare i consumi
dell’Ue delle commodities individuate dal Regolamento. Il ritardo nell’entrata
in vigore dell’Eudr – spiega a ilfattoquotidiano.it Edoardo Nevola, responsabile
Foreste del Wwf Italia – sta già causando, di conseguenza, la perdita di circa
100 milioni di alberi o, in termini di superficie, il “consumo” di un’area
forestale equivalente all’intera Valle d’Aosta”.
L'articolo Gli Stati Uniti fanno pressione per indebolire la legge europea
anti-deforestazione che non piace ai produttori di soia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia fa insorgere la Commissione
Europea e i ministri della Cultura e degli Esteri di 22 Paesi dell’Unione. Da un
lato l’esecutivo Ue minaccia il taglio dei fondi all’esposizione internazionale
d’arte, dall’altra gli esponenti dei governi definiscono “inaccettabile” la
presenza della Federazione in Laguna “nelle attuali circostanze”. Esplode,
dunque, la polemica per la decisione del presidente della Fondazione Pietrangelo
Buttafuoco.
La vicepresidente esecutiva della Commissione Henna Virkkunen e il commissario
alla Cultura Glenn Micallef hanno condannato “fermamente” la decisione di
consentire a Mosca di riaprire il padiglione, nonostante continui la guerra in
Ucraina: “La cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il
dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai
essere utilizzata come piattaforma per la propaganda”, scrivono in una nota i
due. “Gli Stati membri, le istituzioni e le organizzazioni devono agire in linea
con le sanzioni dell’Ue ed evitare di dare spazio a individui che hanno
attivamente sostenuto o giustificato l’aggressione del Cremlino contro
l’Ucraina”, continuano definendo la decisione della Fondazione Biennale “non
compatibile con la risposta collettiva dell’Ue alla brutale aggressione russa”.
Quindi la minaccia, esplicita: “Qualora la Fondazione Biennale dovesse procedere
con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, prenderemo in
considerazione ulteriori misure, tra cui la sospensione o la cessazione di un
finanziamento Ue”.
La nota dei commissari Ue è arrivata in contemporanea a una lettera di 22 Paesi
europei indirizzata a Buttafuoco e ai membri del Consiglio di amministrazione.
Nel documento, sottoscritto da ministri della Cultura e degli Affari esteri, i
firmatari affermano di voler ribadire il proprio impegno nei confronti dei
“comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto
della dignità umana”, ricordando come la Biennale di Venezia rappresenti da
oltre un secolo “una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al
mondo”. Tra i Paesi firmatari figurano Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia,
Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia,
Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna e
Svezia.
Nella missiva si sottolinea come – a parere dei Paesi che l’hanno sottoscritta –
la cultura non sia separata dalle realtà sociali e politiche, ma contribuisca a
”plasmare il modo in cui le persone comprendono il mondo, ciò a cui
attribuiscono valore e come scelgono di agire”. Per questo, si legge nel testo,
le istituzioni culturali hanno “non solo un significato artistico, ma anche una
responsabilità morale”. Nel documento viene citata anche la presa di posizione
dell’artista di origine russa Kirill Savchenkov che nel 2022, insieme ad
Alexandra Sukhareva e al curatore lituano Raimundas Malaauskas, si ritirò dal
Padiglione russo della Biennale: “Non c’è posto per l’arte quando i civili
muoiono sotto il fuoco dei missili, quando i cittadini ucraini si nascondono nei
rifugi e quando i manifestanti russi vengono messi a tacere”.
I ministri firmatari ricordano che la Russia “continua a condurre la sua brutale
guerra di aggressione contro l’Ucraina”, sottolineando che il conflitto ha
causato gravi perdite anche nel settore culturale. Secondo le autorità ucraine,
si legge nella lettera, almeno 342 artisti sono stati uccisi mentre 1.685 siti
del patrimonio culturale e 2.483 infrastrutture culturali sono stati distrutti o
danneggiati. ”Queste cifre rappresentano non solo la perdita di strutture
fisiche, ma anche il silenzio delle voci e la cancellazione della memoria
culturale”, affermano i firmatari. Nel contesto delle sanzioni europee e
internazionali imposte a Mosca per la violazione del diritto internazionale e
della sovranità ucraina, i ministri esprimono inoltre ”profonda preoccupazione
per il rischio significativo di una strumentalizzazione” della partecipazione
russa alla Biennale per ”proiettare un’immagine di legittimità e accettazione
internazionale”.
Il documento evidenzia anche “la natura politica del progetto associato al
padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati
all’élite politica russa”, che solleverebbero interrogativi sul rischio che “la
diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno
scambio artistico”. Per queste ragioni, i firmatari ritengono che “la
partecipazione della Federazione Russa alla Biennale di Venezia sia
inaccettabile nelle attuali circostanze” e invitano la dirigenza
dell’istituzione veneziana a “riconsiderare” la presenza russa alla prossima
edizione dell’Esposizione internazionale.
L'articolo La Commissione Ue contro la presenza della Russia: minaccia di stop
ai fondi. E i ministri di 22 Paesi scrivono a Buttafuoco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Priscilla Robledo*
Ci sono voluti quattro anni per approvare una direttiva sulla due diligence, e
solo uno per distruggerla. Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha
intrapreso il processo di riforma delle direttive sulla sostenibilità ambientale
e sociale delle aziende multinazionali mediante un pacchetto Omnibus di
“semplificazione”. Il 24 febbraio 2026, il Consiglio lo ha concluso, con una
vera e propria deflagrazione.
Questa riforma prende a pugni le direttive sul dovere di diligenza delle imprese
ai fini della sostenibilità (CSDDD) e sulla rendicontazione societaria di
sostenibilità (CSRD). Con riferimento alla CSDDD, la riforma richiede uno
standard di due diligence inferiore addirittura a quello delle Nazioni Unite e
dell’OECD. Le modifiche alle disposizioni fondamentali della CSDDD depotenziano
in modo tale la normativa da minare la legittimità stessa della legislazione.
La due diligence si applicherà a meno di 10 aziende tessili in Italia
La riforma restringe l’ambito di applicazione della CSDDD alle aziende con 5.000
dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato, con la conseguenza che saranno
pochissime le imprese effettivamente soggette agli obblighi: Omnibus riduce
l’ambito di applicazione della CSDDD di circa il 70%. Questa modifica esclude
dall’ambito di applicazione settori ad alto rischio, a partire dal tessile. In
Italia si stima che la normativa si applicherà a meno di 10 aziende tessili in
tutto.
Non vedo, non sento, non parlo
Vengono ridotti gli obblighi di due diligence: Omnibus limita le modalità e i
tempi con cui le aziende possono richiedere informazioni ai propri fornitori e
subfornitori. Ai fini della mappatura dei rischi di violazione, nella prima fase
le aziende possono utilizzare solo “informazioni ragionevolmente disponibili”,
formula che peraltro non corrisponde a nessun concetto giuridico specifico. Ma
non solo: nella fase di valutazione approfondita, le aziende possono richiedere
informazioni ai partner commerciali “solo se necessario” e, per i partner con
meno di 5.000 dipendenti, solo se le informazioni non possono essere
ragionevolmente ottenute con altri mezzi. Tutt’altro che chiaro, in una riforma
che punta alla semplificazione.
In Italia, le dimensioni medie di una azienda che opera nella filiera di
produzione tessile non superano le poche decine di dipendenti. Con i limiti
imposti al perimetro della due diligence possibile, le imprese italiane
fornitrici dei grandi brand del lusso sono totalmente fuori dal radar. Ciò
significa che i brand potranno continuare a rivolgersi a queste aziende,
fingendo di non sapere le condizioni di lavoro in cui versano i dipendenti:
basta non fare domande di cui non si vogliono sapere le risposte.
Drill, baby, drill
L’intensa e aggressiva attività di lobbying da parte dell’industria dei
combustibili fossili e dai governi di USA e Qatar ha portato a eliminare
completamente dalla CSDDD l’obbligo per le aziende di adottare e pubblicare dei
piani di transizione climatica nel rispetto degli obiettivi contenuti
nell’Accordo di Parigi alla COP21 del 2015. Ciò significa che le aziende più
grandi e più inquinanti non saranno tenute ad adottare misure concrete per
ridurre il loro impatto su clima e ambiente, trasferendo il costo del
cambiamento climatico sulle persone e le comunità locali.
È il rovesciamento della realtà: secondo la riforma, non è il business che fa
male all’ambiente, ma la protezione dell’ambiente che fa male al business.
I panni sporchi vanno lavati in famiglia
La riforma riduce le possibilità di coinvolgimento delle parti interessate
(stakeholders) quali sindacati e ONG nella gestione delle violazioni dei diritti
umani, al punto da negarlo del tutto nelle fasi più delicate, e cioè quando le
aziende sospendono o interrompono i rapporti commerciali e quando monitorano
l’efficacia delle loro politiche di due diligence. Ciò nega a sindacati e ONG la
possibilità di contribuire, con la loro conoscenza ed esperienza sul campo, alle
decisioni aziendali cruciali che incidono sui diritti umani delle lavoratrici e
lavoratori della filiera, rafforzando ulteriormente lo squilibrio strutturale di
potere tra le multinazionali e i lavoratori e le comunità su cui esse hanno un
impatto.
Giustizia fai da te
La riforma elimina l’obbligo di adottare tra gli Stati membri un regime
armonizzato di responsabilità civile per le aziende che violano la Direttiva,
limitando in tal modo l’accesso alla giustizia e alle tutele per le vittime. In
tal modo, Omnibus rischia di reintrodurre proprio quell’incertezza giuridica e
quella complessità nell’ottenimento di tutela in giudizio che la CSDDD mirava a
eliminare.
Per la transizione giusta servono politiche ambiziose e regole chiare. Questa
riforma Omnibus invece, indebolisce in modo significativo le principali garanzie
che la CSDDD conteneva per proteggere le persone e il pianeta lungo le catene
del valore globali. È frutto di una visione politica intrisa di neocolonialismo
estrattivista e sullo sfruttamento bieco delle persone e delle risorse comuni
che va ostacolata in tutti i modi.
Il ripristino della competitività europea non può passare per il sacrificio di
una parte della società e del mondo. È necessario che tutte le forze sociali,
sindacali, della società civile e della politica extra istituzionale, del mondo
accademico, trovino una voce comune che promuova questa visione. Non può esserci
sviluppo, non può esserci benessere condiviso se non si mira a salvaguardare per
prima cosa lavoratrici e lavoratori, ambienti e comunità.
*responsabile Lobby e advocacy di Campagna Abiti Puliti
L'articolo La due diligence si applicherà a meno di 10 aziende tessili in
Italia. Così l’Omnibus l’ha distrutta proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La Commissione europea chiede piena chiarezza sulle misure che gli Stati Uniti
intendono adottare a seguito della recente sentenza della Corte suprema Usa“.
Sui dazi. Bruxelles ha affidato a una nota il messaggio pubblico a Washington
cui chiede di rispettare gli accordi. “La situazione attuale non favorisce la
realizzazione di scambi commerciali e investimenti transatlantici ‘equi,
equilibrati e reciprocamente vantaggiosi’, come concordato da entrambe le parti
e precisato nella dichiarazione congiunta Ue-Usa dell’agosto 2025“, scrive
l’esecutivo comunitario, sottolineando che “la Commissione garantirà sempre la
piena tutela degli interessi dell’Unione europea” e che “le imprese e gli
esportatori dell’Ue devono poter contare su un trattamento equo, sulla
prevedibilità e sulla certezza del diritto“.
In altre parole, “un accordo è un accordo. In qualità di principale partner
commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che gli Stati Uniti onorino gli
impegni assunti nella dichiarazione congiunta, così come l’Ue mantiene fede ai
propri impegni”, si legge ancora nella nota. Bruxelles fa quindi sapere di
essere “in stretto e continuo contatto con l’amministrazione statunitense”. Da
ultimo sabato 21 febbraio il commissario europeo al Commercio Maros Efcovic ha
parlato con il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer e
con il segretario al Commercio, Howard Lutnick. “Continueremo a lavorare per
ridurre i dazi doganali, come previsto nella dichiarazione congiunta”, prosegue
la Commissione Ue. “La priorità dell’Ue è preservare un ambiente commerciale
transatlantico stabile e prevedibile, fungendo al contempo da punto di
riferimento globale per il commercio basato su regole”. E così “L’Ue continua ad
ampliare la propria rete di accordi commerciali globali e ambiziosi ‘a dazio
zero’ in tutto il mondo e a impegnarsi per rafforzare il sistema commerciale
aperto e basato su regole”, conclude la nota.
Intanto l’eurodeputato tedesco Bernd Lange, presidente della commissione per il
commercio internazionale dell’Europarlamento e relatore per l’accordo
commerciale Usa-Ue, ha annunciato che, alla luce delle ultime novità da parte
Usa sui dazi, lunedì proporrà formalmente all’emiciclo di “sospendere il lavoro
legislativo fino a quando non avremo una valutazione giuridica adeguata e
impegni chiari da parte degli Stati Uniti”. Il Parlamento europeo avrebbe dovuto
successivamente ratificare il cosiddetto Turnberry Agreement, raggiunto a
luglio.
“Puro caos tariffario da parte dell’amministrazione statunitense. Nessuno riesce
più a trovarci un senso: solo domande aperte e crescente incertezza per l’Ue e
gli altri partner commerciali degli Stati Uniti. I termini del Turnberry
Agreement e la base giuridica su cui è stato costruito sono cambiati. Le nuove
tariffe basate sulla Sezione 122 non costituiscono una violazione
dell’accordo?”, ha scritto Lange su X. La Sezione 122 del Trade Act (che è
quella usata da Trump per imporre il nuovo dazio universale del 10% dopo che la
Corte suprema ha stabilito venerdì che i cosiddetti dazi reciproci di Trump sono
stati imposti illegalmente) prevede che il presidente Usa possa imporre tariffe
per un massimo di 150 giorni prima di chiedere l’ok del Congresso. “A
prescindere da ciò, nessuno sa se gli Stati Uniti lo rispetteranno o se saranno
in grado di farlo.”. Da qui la richiesta di sospensione.
L'articolo Bruxelles chiede chiarezza a Trump sui dazi: “Un accordo è un
accordo. La Commissione si aspetta che gli Usa rispettino gli impegni” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Ha destato un certo scalpore, comprensibilmente, l’apertura di un’indagine
formale della Commissione europea su Shein, il colosso cinese dell’ultra fast
fashion. Il provvedimento si colloca nell’ambito del Digital services act, la
normativa europea che regola le responsabilità delle grandi piattaforme online,
e mette sotto esame i meccanismi pensati per tenere l’utente incollato alla
piattaforma, i sistemi di raccomandazione (ritenuti poco trasparenti) e la
presenza nel catalogo di articoli illegali, anche a sfondo pedopornografico.
Non sappiamo come andrà a finire l’indagine, con cui Shein dice di voler
collaborare. Quello che sappiamo è che il suo valore va ben al di là del caso
specifico, perché tocca nodi cruciali: il ruolo delle piattaforme digitali nel
modellare le decisioni di acquisto, gli algoritmi di raccomandazione e i
meccanismi di ingaggio.
Il Digital services act, infatti, nasce proprio con l’obiettivo di affrontare i
cosiddetti “rischi sistemici” delle grandi piattaforme online con cui i
cittadini, in modo più o meno consapevole, si interfacciano ogni giorno.
Questo è tutt’altro che banale perché, semplificando, l’Unione europea dice che
non sono i cittadini a doversi “difendere”. Al contrario, le piattaforme hanno
formalmente la responsabilità di progettare servizi sicuri, comprensibili e
trasparenti: servizi che non manipolino le opinioni e i comportamenti. In questo
senso cambia il baricentro della regolazione: non ci si limita più a valutare la
correttezza della singola transazione, ma l’architettura digitale che la rende
possibile.
Il caso mi sembra particolarmente interessante anche perché è su questo stesso
spazio che interviene, con strumenti diversi, la direttiva Empowering Consumers
for the Green Transition, che modifica la disciplina delle pratiche commerciali
scorrette. Qui il focus è la qualità delle informazioni che accompagnano le
scelte di consumo. Le imprese dovranno garantire che qualsiasi dichiarazione
ambientale o sociale rivolta al pubblico sia supportata da elementi
verificabili, accessibili e comprensibili.
Le due normative operano su piani distinti ma complementari. Il Digital services
act guarda a come le piattaforme organizzano l’esperienza digitale: algoritmi,
interfacce, logiche di raccomandazione. La direttiva Empowering Consumers
interviene su ciò che viene comunicato all’interno di quell’esperienza: claim,
etichette, messaggi che orientano la percezione del valore di un prodotto.
Insieme, questi due testi delineano una traiettoria chiara della politica
europea: la tutela del consumatore non può più limitarsi alla correttezza
formale della vendita, ma deve considerare l’intero contesto informativo in cui
la decisione matura.
Nel caso di marketplace globali come Shein, questo significa interrogarsi sulla
responsabilità dell’intermediazione digitale. Quando la piattaforma seleziona
cosa mostrare, in quale ordine, con quali suggerimenti personalizzati o con
quali leve persuasive, non è un soggetto neutrale: diventa parte attiva nella
costruzione della scelta economica.
Per anni il diritto dei consumatori si è concentrato sul prodotto e sul
contratto. L’economia digitale impone di aggiungere un terzo elemento:
l’ambiente decisionale, che permette (o viceversa compromette) la capacità di
valutazione critica da parte degli utenti.
Le iniziative legislative europee degli ultimi anni – dal Digital services act
alle nuove norme contro il greenwashing – vanno lette come tasselli di questa
trasformazione. L’obiettivo non è soltanto sanzionare comportamenti scorretti,
ma riequilibrare un sistema che negli ultimi anni ha visto consolidarsi una
preoccupante asimmetria informativa in cui i cittadini, senza le giuste tutele,
si trovano inevitabilmente sfavoriti.
Ad oggi – va chiarito – a Shein non è stata mossa alcuna contestazione legata
alla direttiva Empowering Consumers for the Green Transition. È successo
qualcosa di analogo, ma su una base giuridica diversa, in Italia, quando
l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha avviato
un’istruttoria proprio per “claim ambientali ingannevoli e omissivi” che si è
conclusa nell’estate del 2025 con una sanzione da un milione di euro.
Questi segnali, per quanto diversi tra loro, indicano una traiettoria comune di
accountability delle aziende sul ruolo che svolgono all’interno della società.
Ed è proprio su questo terreno che si misurerà, nei prossimi anni, la tenuta
delle grandi piattaforme globali.
L'articolo La Commissione Ue indaga su Shein: la tutela del consumatore passa
anche da un’informazione corretta proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione UE si prepara a cambiare le regole del gioco per l’auto a
elettroni. Secondo un’anticipazione del Financial Times, il 25 febbraio
Bruxelles presenterà l’Industrial Accelerator Act, che prevede un requisito
minimo del 70% in valore di “contenuto” europeo per consentire a veicoli
elettrici, ibridi e a idrogeno di accedere agli incentivi pubblici o alle
forniture per enti statali. In altre parole: senza un “passaporto industriale”
Ue, niente sussidi.
La misura nasce con un obiettivo chiaro: proteggere la base manifatturiera
europea dalla concorrenza cinese a basso costo. Il tema non è nuovo. Già nel
2025 la Commissione aveva annunciato l’intenzione di introdurre criteri di
contenuto locale lungo la catena del valore dell’elettrone, all’interno di un
più ampio pacchetto di sostegno al settore auto che comprendeva anche
l’allentamento delle regole sulle emissioni.
Nel dettaglio, la bozza citata dal quotidiano britannico stabilisce che i
veicoli incentivati dovranno essere assemblati nell’Unione e che almeno il 70%
dei componenti (esclusa la batteria, calcolati in base al valore economico)
dovrà provenire dal vecchio continente. Inoltre, alcune componenti chiave delle
batterie dovranno essere di origine europea. Un passaggio cruciale, considerando
che gran parte dei costruttori Ue si affida ancora a fornitori cinesi e
sudcoreani per i pacchi batteria, nonostante la nascita di gigafactory sul
territorio europeo. Emblematico il caso di ACC, joint venture tra Stellantis e
Mercedes, che ha recentemente ridimensionato il piano per tre grandi impianti.
Bruxelles ha già messo sul tavolo 1,8 miliardi di euro per sostenere la filiera
locale delle batterie. Ma il settore resta diviso. I fornitori, rappresentati da
CLEPA, spingono per regole robuste e parlano del rischio di perdere fino a 350
mila posti di lavoro senza un intervento rapido. Secondo loro, oggi il 75-80%
del valore delle auto assemblate in Europa è già generato localmente: fissare
una soglia al 70% significherebbe almeno preservare lo status quo, se non
alzarla al 75%.
Diversa la posizione di alcuni costruttori. BMW e Mercedes, fortemente esposte
sul mercato cinese, temono ritorsioni e frenate all’innovazione. Il ceo Mercedes
e presidente ACEA (l’associazione che riunisce i costruttori continentali), Ola
Källenius, ha auspicato che ogni intervento normativo sia calibrato con grande
precisione, escludendo misure troppo drastiche per evitare effetti collaterali.
Renault, invece, si è detta favorevole, pur suggerendo una soglia del 60%.
Sul fondo resta il nodo geopolitico: c’è il timore, ma per alcuni analisti è una
certezza, che i produttori cinesi possano aggirare dazi e restrizioni
assemblando kit o componenti made in China in stabilimenti europei. La sfida per
Bruxelles sarà definire cosa significhi davvero “made in Europe” senza
trasformare la svolta industriale in un detonatore commerciale.
L'articolo Auto elettriche e ibride, verso la stretta Ue: “Incentivi solo con
70% di contenuto made in Europe” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione Europea ha avviato un procedimento formale nei confronti della
piattaforma cinese di e-commerce e fast fashion Shein, nell’ambito del Digital
Services Act, la normativa europea che regola le responsabilità delle grandi
piattaforme online. Nel mirino di Bruxelles finiscono il design ritenuto in
grado di creare dipendenza, la mancanza di trasparenza dei sistemi di
raccomandazione e la possibile vendita di prodotti “illegali”, inclusi materiali
pedopornografici. Tra gli articoli osservati, infatti, figurano anche bambole
gonfiabili con sembianze infantili. Le autorità intendono verificare se Shein
abbia predisposto misure adeguate per prevenire la diffusione di merce e
contenuti fuorilegge.
La Commissione analizzerà anche i rischi legati alla progettazione del servizio
stesso. In particolare, a finire sotto esame sono i meccanismi che assegnano
punti o ricompense per incentivare l’interazione degli utenti. Un altro punto
centrale riguarda i sistemi di raccomandazione utilizzati da Shein per suggerire
contenuti e prodotti agli utenti. In base al Dsa, la piattaforma è tenuta a
rendere noti i principali parametri su cui si basano tali sistemi e a offrire
“almeno un’opzione facilmente accessibile che non si basi sulla profilazione”
per ciascun sistema di raccomandazione.
Il Digital Services Act non stabilisce una scadenza precisa per la conclusione
delle indagini. La durata dipenderà da vari fattori, tra cui la complessità del
caso, il livello di collaborazione della piattaforma e il pieno esercizio dei
diritti di difesa. L’operazione sarà condotta in via prioritaria e vedrà la
partecipazione della Coimisiún na Meán, il Coordinatore dei Servizi Digitali
dell’Irlanda, che agirà in qualità di coordinatore nazionale perché la sede
europea della società è lo stabilimento di Dublino – dove c’è anche Temu,
sospettata di aver ricevuto sussidi illegali. Con l’apertura formale del
procedimento, la Commissione potrà continuare a raccogliere prove, inviando
richieste di informazioni alla piattaforma o a terzi, oppure conducendo azioni
di monitoraggio e colloqui. In questa fase, le autorità hanno il potere di
adottare delle contromisure e dichiarare l’inadempienza della piattaforma. Dal
canto suo, la società potrà assumersi degli impegni per porre rimedio alle
criticità contestate.
Fondata nel 2008 a Nanjing, nella provincia cinese dello Jiangsu, la società
operava inizialmente con il nome SheInside, prima di essere ribattezzata Shein
nel 2015. Creata da Chris Xu, all’inizio si concentrava sulla vendita di abiti
da sposa. Nel tempo, la piattaforma ha spostato la sede legale a Singapore ed è
diventata uno dei principali attori globali del fast fashion online. Lo scorso
anno la società ha valutato la possibilità di una quotazione in borsa tramite
un’Ipo, ma attualmente non risulta quotata.
L'articolo La Commissione Europea indaga su Shein: nel mirino anche la vendita
di materiale pedopornografico proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione Europea accusa ancora una volta l’Italia, rea secondo Bruxelles
di discriminazione nei confronti dei docenti precari. La notizia è stata diffusa
dalla Flc Cgil che punta il dito contro il ministro dell’Istruzione e del Merito
Giuseppe Valditara, nonostante siano anni che la situazione è la stessa. Con una
lettera partita da Bruxelles, giovedì, l’esecutivo dell’Ue ha avviato una
procedura d’infrazione contro lo Stato italiano perché a causa della normativa
italiana “gli insegnanti a tempo determinato non hanno diritto a una
progressione salariale graduale basata sui periodi di servizio precedenti,
contrariamente agli insegnanti a tempo indeterminato”. Una disparità di
trattamento che rappresenta “condizioni di lavoro discriminatorie” a detta dei
vertici dell’Unione europea.
Per Bruxelles, coloro che hanno un contratto di lavoro che termina a fine agosto
o con la fine dell’attività didattica o ancora al trenta giugno devono avere lo
stesso trattamento di maestri e professori di ruolo. Ora Roma ha due mesi di
tempo per spiegare come intende porre rimedio alle carenze emerse. La questione,
se non risolta prima con un parere motivato da parte di viale Trastevere,
rischia di finire dinanzi alla Corte di giustizia dell’Ue che potrebbe imporre
sanzioni pecuniarie che pagherebbero tutti i cittadini. Stiamo parlando di
234.576 (dato dello scorso anno) precari che potrebbero finalmente avere gli
stessi diritti degli altri colleghi.
“Il Governo italiano continua ad ignorare la discriminazione subita dal
personale a tempo determinato a cui non viene riconosciuta, diversamente dal
personale di ruolo, la progressione stipendiale basata sull’anzianità di
servizio. Per questo la Commissione Europea ha deciso di avviare una procedura
di infrazione inviando una lettera di messa in mora causa il mancato
allineamento della normativa italiana alla Direttiva 1999/70/CE, che vieta le
discriminazioni tra lavoratori a tempo determinato e indeterminato e impone
misure per prevenire l’utilizzo abusivo di contratti a termine nel settore
scolastico”, spiega la segretaria nazionale della Flc Cgil, Gianna Fracassi.
Nella nota del sindacato di Landini viene richiamato il nome del ministro:
“Poiché il tempo assegnato al governo italiano per adeguarsi alla norma è
abbondantemente scaduto – continua la nota – chiediamo al Ministro Valditara
quando intenda mettersi in regola, stabilizzando tutti i precari vittime della
reiterazione dei contratti a tempo determinato e riconoscendo parità di
trattamento salariale senza per questo dover aspettare il momento
dell’immissione in ruolo. Non può esserci discriminazione tra lavoratori in base
alla natura del contratto, gli anni di servizio vanno riconosciuti interamente
ai precari. Proseguiremo le azioni di tutela legale per affermare la
progressione stipendiale anche per coloro che lavorano a tempo determinato e per
garantire loro il riconoscimento integrale dell’anzianità di servizio, il
recupero delle differenze stipendiali maturate e non percepite, e il
risarcimento per l’abuso sistematico dei contratti a termine”.
L'articolo “Discriminazione nei confronti dei docenti precari”: la Commissione
Europea avvia una procedura d’infrazione contro l’Italia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il rapporto opaco tra la Commissione Ue e i media, raccontato da Ivo Caizzi per
il Fatto, sta emergendo sempre più nettamente anche per vicende che si svolgono
fuori dai confini italiani. Nei giorni scorsi la testata europea Euractiv con
una poderosa inchiesta ha svelato che nel corso di 15 anni la Ue ha finanziato
con 352 milioni Euronews, l’ex tv europea attiva da 33 anni e comprata da poco
da una famiglia di imprenditori portoghesi sempre più vicini a Orban e a vari
autocrati del Golfo e dell’Asia centrale, oltre che ai regimi di destra dei
Balcani e dell’Europa orientale, che oggi sono tra i suoi principali clienti e
ne sostengono i bilanci. Nel frattempo i tagli alla redazione ma anche le
interferenze e le censure al lavoro dei giornalisti sono diventate la norma.
Così il progetto di creare un canale democratico europeo, una sorta di Cnn del
Vecchio Continente con una estesa rete internazionale, si è trasformato
paradossalmente grazie i soldi della stessa Unione Europea in un megafono dei
nemici del pluralismo e della democrazia.
Mancano molti dati sul passato dei bilanci di Euronews perché non sono
disponibili cifre precise sull’ammontare dei fondi pubblici ricevuti
dall’emittente nei suoi primi 18 anni di attività, ma anche basandosi su stime
prudenti, la spesa totale della Ue per Euronews dalla sua nascita renderebbe la
rete di gran lunga l’organizzazione mediatica più sovvenzionata nella storia
dell’Unione. Solo negli ultimi 15 anni, comunque, l’esecutivo di Bruxelles ha
impegnato oltre 350 milioni a sostegno del’emittente. Solo l’anno scorso ha
versato 12 milioni. Nel 2024, la tv ha tagliato i costi operativi di oltre un
quarto, portandoli a 30 milioni, e i costi del personale di quasi un quinto,
riducendoli a 39 milioni dopo che la redazione era stata già quasi dimezzata nel
2022. Dalla sua fondazione la tv ha registrato perdite per 180 milioni e lo
scorso anno il suo debito totale ha raggiunto i 103,5 milioni, inclusi 19
milioni di fatture non pagate. Euronews afferma che nel 2025 ha avuto il record
dei ricavi a oltre 77 milioni ma il record è invece di alcuni anni fa.
Quando Euronews andò in onda nel 1993, era sostenuta da numerose emittenti
pubbliche e godeva del sostegno politico dei leader di tutto il continente.
Tuttavia, anche al suo apice, il sostegno pubblico non è mai stato sufficiente
per competere in un mercato televisivo ad alta intensità di capitale. Il canale,
di cui l’ex Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker scherzava
dicendo di essere l’unico spettatore, un tempo affermava di raggiungere 7
milioni di spettatori al giorno. Ora non divulga più questi dati, ma analisi di
mercato confermano un’audience molto più modesta.
Fondata a Lione nei primi anni ’90, Euronews voleva proporsi come voce europea
in un panorama mediatico dominato dalle emittenti americane. Nel 2011, gestiva
più di 30 sedi in tutto il mondo, con una presenza che si estendeva da
Washington e Pechino al Medio Oriente e all’Africa, un progetto che, secondo i
critici, ha fatto più per garantire spazio mediatico ai leader della Ue che per
costruire un’emittente globale con un’ampia portata di pubblico. Poi però i
conti sono franati. Dagli anni 2010, gli azionisti hanno incluso emittenti
televisive collegate allo Stato provenienti da Russia, Turchia e Marocco. La
svolta decisiva è avvenuta nel 2015, quando il miliardario egiziano Naguib
Sawiris ha assunto il controllo di maggioranza, affiancato da Nbc News, che
deteneva una quota di minoranza. Per la prima volta, la rete era sotto controllo
privato. La società Alpac Capital del finanziere portoghese Pedro Vargas David,
attiva nel settore dei media lusitani, nel 2022 ha acquisito Euronews con il
supporto di un associato di Orbán. David ne è divenuto presidente e principale
investitore. Mário David, padre di Pedro ed ex eurodeputato portoghese, è
confidente del primo ministro ungherese Viktor Orbán. Pedro Vargas David è un
finanziere che ha partecipato all’acquisizione di Vodafone Ungheria, ampiamente
considerata dagli analisti come parte del più ampio sforzo di Orbán per
consolidare l’influenza sui media nazionali.
A fronte di un crescente controllo politico, i finanziamenti della Commissione
si sono gradualmente ridotti: oggi il sostegno dell’UE rappresenta ora meno del
15% delle entrate di Euronews, in calo rispetto al 20-32% registrato tra il 2022
e il 2024. A tenere in piedi oggi Euronews, secondo Euractiv, è una combinazione
di tagli radicali ai costi, finanziamenti della Ue e nuove iniziative
commerciali con regimi autoritari, i loro investitori, lobbisti e i loro media,
con partnership in Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan, Qatar e Cina, tra cui
accordi di sponsorizzazione con il canale statale Cgtn in seguito ad accordi
commerciali con le autorità statali. Tra i nuovi sostenitore della tv c’è
l’autoritario presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, che ha ereditato il
controllo dell’ex repubblica sovietica da suo padre nel 2003. Aliyev è uno dei
dittatori più famigerati della regione. A più di trent’anni dal crollo
dell’Unione Sovietica, l’Azerbaigian non ha ancora una stampa libera, libere
elezioni o qualcosa che assomigli a un regime democratico. Aliyev è stato
intervistato non meno di quattro volte da Euronews dal 2023. In una di queste ,
ha liquidato il Washington Post e il New York Times come “fake news”,
un’affermazione che non è stata contestata dal moderatore di Euronews: “Riuscite
a immaginare? Hanno pubblicato decine di articoli definendomi un dittatore”.
Solo negli ultimi due anni, le autorità azere hanno arrestato quasi 30
giornalisti e operatori dei media con “false accuse”, riferiscono le
organizzazioni per i diritti umani. Emerge poi il ruolo del ministro della
cultura azero Adil Karimli, che ha definito “di lunga data” la “collaborazione”
tra il suo Paese ed Euronews. La collaborazione di Euronews con l’emittente
azera Anewz offre un’ulteriore finestra sulla natura dei suoi rapporti con Baku.
Secondo i media locali dell’opposizione, Anewz ha stretti legami con il governo
e la compagnia petrolifera statale Socar. Anewz non ha risposto alla richiesta
di commento di Euractiv. I giornalisti e i dirigenti dell’emittente sono stati
ospiti fissi del forum annuale sui media a Shusha, la capitale culturale del
Nagorno-Karabakh, la regione montuosa da cui l’esercito di Aliyev ha costretto
100mila armeni a fuggire nel 2023, un esodo che il Parlamento europeo ha
definito “pulizia etnica”.
Nel 2024, i contratti annuali con Azerbaigian, Kazakistan e Uzbekistan per
“riviste sponsorizzate” – clip televisive a pagamento – hanno contribuito per
circa 18 milioni al fatturato annuo di Euronews. Due anni fa l’Azerbaigian è
stato tra i primi 10 clienti pubblicitari di Euronews, insieme al gruppo
ungherese New Land Media e all’Ufficio nazionale del Turismo del Marocco.
Sebbene la nuova attività abbia contribuito a migliorare i profitti
dell’emittente, la strategia ha anche sollevato interrogativi all’interno della
redazione, chiedendosi se la dirigenza abbia sacrificato l’integrità editoriale
di Euronews, scrive Euractiv. Un gruppo di 48 dipendenti a giugno ha scritto una
lettera anonima a David: “La consolidata indipendenza editoriale di Euronews
sembra intaccarsi. Abbiamo ripetutamente subito interferenze nel nostro lavoro,
che hanno portato ad autocensura e ritardi nella copertura mediatica. Questo non
solo compromette i nostri standard giornalistici, ma mina anche la nostra
credibilità”.
Euractiv ha contattato più volte i dirigenti di Euronews per chiedere un
commento sulla sua inchiesta. Non ha ricevuto risposta nemmeno da Claus Strunz,
ex caporedattore del quotidiano tedesco Bild che l’anno scorso ha assunto il
doppio ruolo di amministratore delegato e direttore editoriale di Euronews. Ma
l’inchiesta svela che le pratiche di finanziamento da parte di dittatori e
regimi illiberali non riguardano solo Euronews: “Sotto la precedente proprietà,
Euractiv ha regolarmente stretto accordi commerciali con regimi autoritari,
anche se mai della portata di Euronews. In seguito all’acquisizione di Euractiv
nel 2023 da parte di Mediahuis, il gruppo con sede ad Anversa, la nuova
dirigenza dell’organizzazione ha ridotto tali accordi, insieme ai progetti che
si basano sui finanziamenti dell’Ue”. Chi abita in una casa di vetro come quella
dei media faccia attenzione a iniziare a tirare pietre, insomma.
L'articolo Euronews, la tv che ha incassato 352 milioni dalla Commissione Ue e
ora sostiene Orbàn e vari autocrati proviene da Il Fatto Quotidiano.