Il nome del commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic compare in una chat
tra Jeffrey Epstein e un altro soggetto nell’ambito dei file resi pubblici dal
Dipartimento di giustizia americano, in cui si fa riferimento a un incontro con
il politico nel 2019. L’interlocutore potrebbe essere il diplomatico slovacco
Miroslav Lajčák, ma non è indicato in chiaro nei file pubblici. Sefcovic nega
però di aver partecipato a qualsiasi incontro con Epstein: “Non ho mai avuto
alcun contatto diretto o indiretto, né ho mai incontrato Jeffrey Epstein. Non ho
autorizzato né acconsentito a che qualcuno menzionasse il mio nome a Jeffrey
Epstein, compreso Miroslav Lajčák”, ha fatto sapere il commissario slovacco
tramite un portavoce durante l’incontro quotidiano con la stampa.
“Qualsiasi riferimento di questo tipo è stato fatto a mia insaputa. Se Lajčák ha
menzionato il mio nome, lo ha fatto per motivi personali che non mi riguardano.
Non mi è mai stata fatta alcuna richiesta di incontro o contatto, né da Miroslav
Lajčák né da nessun altro. Sono sorpreso che il mio nome sia stato utilizzato in
tale scambio a mia insaputa e senza il mio consenso, e respingo categoricamente
qualsiasi implicazione del mio coinvolgimento”.
L’ex diplomatico Lajčák si è dimesso dalla carica di consigliere per la
sicurezza nazionale del primo ministro slovacco Robert Fico proprio in seguito
alle indiscrezioni sui suoi rapporti con Epstein. In merito la portavoce ha
chiarito che il “suo mandato di rappresentante speciale dell’Unione europea” per
il dialogo Belgrado-Pristina “è terminato lo scorso anno e non è stato
prorogato”. “Eventuali rischi o minacce alla sicurezza – ha spiegato – sono di
competenza delle autorità nazionali”.
L'articolo Negli Epstein files anche il nome del commissario Ue Sefcovic. Che
smentisce contatti con il finanziere pedofilo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un accordo di libero scambio definito il più ampio e ambizioso mai firmato dalle
due parti, che rafforza i legami tra la seconda e la quarta economia del mondo.
E’ stato annunciato dall’Unione europea e dall’India a Nuova Delhi in occasione
del 16° Vertice UE-India. “In un mondo sempre più instabile, l’Europa sceglie la
cooperazione e i partenariati strategici”, ha dichiarato la presidente della
Commissione europea Ursula von der Leyen, in quello che molti analisti
considerano un messaggio e una risposta alle politiche di Donald Trump.
L’Ue e l’India scambiano già beni e servizi per oltre 180 miliardi di euro
l’anno, sostenendo circa 800 mila posti di lavoro nell’Unione. Secondo le stime
dell’esecutivo comunitario, l’intesa consentirà di raddoppiare le esportazioni
di beni europei verso il gigante asiatico entro il 2032, grazie all’eliminazione
o alla riduzione dei dazi sul 96,6% delle esportazioni europee. Il risparmio
complessivo per le imprese dell’UE è stimato in circa 4 miliardi di euro l’anno.
Al centro dell’intesa c’è il settore agroalimentare, caratterizzato da elevati
livelli di protezione tariffaria in India, con dazi medi superiori al 36% e
punte fino al 150%. L’accordo prevede una riduzione significativa dei dazi su
numerosi prodotti europei: quelli sui vini scenderanno dal 150% al 75%
all’entrata in vigore e successivamente fino al 20%; i dazi sull’olio d’oliva
passeranno dal 45% allo 0% nell’arco di cinque anni; per i prodotti agricoli
trasformati, come pane, biscotti e dolciumi, è prevista l’eliminazione di dazi
fino al 50%.
Parallelamente, Bruxelles ha escluso dalla liberalizzazione i settori agricoli
considerati più sensibili. Restano integralmente protetti prodotti come carne
bovina, carne di pollo, riso, zucchero, latte in polvere, miele, banane, grano
tenero, aglio ed etanolo. Su queste categorie l’Unione manterrà le attuali
tariffe doganali e i meccanismi di gestione del mercato. Nel caso della carne
bovina e avicola, settori che coinvolgono milioni di aziende agricole e un
valore di produzione annuo superiore rispettivamente a 80 e 40 miliardi di euro
nell’UE, non è prevista alcuna concessione tariffaria. Analoga esclusione
riguarda il riso e lo zucchero, comparti strategici per la sicurezza alimentare
europea e caratterizzati da sistemi di sostegno specifici.
Per alcuni prodotti è stata invece prevista un’apertura limitata tramite
contingenti tariffari calibrati. L’UE introdurrà quote controllate per
importazioni di carne ovina e caprina, mais dolce, uva, cetrioli, cipolle
essiccate, rum a base di melassa e amidi, con volumi definiti e dazi ridotti
applicabili solo entro i limiti stabiliti. L’accordo include inoltre un
meccanismo di salvaguardia bilaterale che consente di reintrodurre
temporaneamente misure di protezione in caso di perturbazioni del mercato
direttamente riconducibili all’intesa.
Nel 2024 le esportazioni agroalimentari dell’Ueverso l’India ammontavano a circa
1,3 miliardi di euro, pari allo 0,6% delle esportazioni agroalimentari
complessive europee. Secondo la Commissione, l’accordo offre un accesso al
mercato agricolo indiano più ampio rispetto a quanto previsto in altri accordi
commerciali conclusi dall’India, inclusi quelli con Regno Unito e Australia.
Tutte le importazioni indiane continueranno a essere soggette alle norme europee
in materia di sicurezza alimentare, salute umana, animale e vegetale. L’UE
manterrà piena autonomia nella definizione dei propri standard e rafforzerà i
controlli alle frontiere e gli audit nei Paesi terzi. È inoltre previsto il
proseguimento delle valutazioni d’impatto sugli standard di produzione, in
particolare per pesticidi e benessere animale.
Nel quadro del vertice è stato avviato anche un Partenariato UE-India per la
sicurezza e la difesa, che rafforza la cooperazione su sicurezza marittima,
contrasto alle minacce informatiche, antiterrorismo e spazio. I leader hanno
inoltre deciso di avviare negoziati per un accordo sulla sicurezza delle
informazioni e di rafforzare la cooperazione su tecnologie critiche, ricerca e
innovazione, rinnovando l’accordo scientifico fino al 2030. L’accordo dovrà ora
essere sottoposto a revisione giuridica, approvato dal Consiglio e dal
Parlamento europeo e successivamente ratificato dall’India prima dell’entrata in
vigore.
L'articolo Ue-India, firmato un accordo storico di libero scambio: “4 miliardi
di dazi in meno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione Europea si scaglia di nuovo contro X per una presunta violazione
delle norme sui servizi digitali nell’ambito della diffusione di contenuti
illegali, come immagini sessualmente espliciti manipolate con l’intelligenza
artificiale. La nuova indagine formale avviata contro il social di Elon Musk è
un’estensione del procedimento attivo dal 2023 e dovrà valutare se X abbia
mitigato i rischi legati all’integrazione di Grok, il programma interno del
social che fornisce risposte agli utenti e genera immagini su richiesta.
“I deepfake sessuali non consensuali di donne e bambini sono una forma violenta
e inaccettabile di degradazione”, ha tuonato la vicepresidente della Commissione
Henna Virkkunen chiarendo che l’indagine è testa a stabilire se X abbia
“rispettato i propri obblighi giuridici ai sensi del Digital Service Act o se ha
trattato i diritti dei cittadini europei, compresi quelli di donne e bambini,
come danni collaterali del proprio servizio”.
L’indagine servirà nel dettaglio a verificare se X abbia adempiuto agli obblighi
previsti dalle regole del Dsa in materia di valutazione e mitigazione dei rischi
sistemici, inclusi quelli legati alla diffusione di contenuti illegali, agli
effetti negativi connessi alla violenza di genere e alle gravi conseguenze sul
benessere fisico e mentale derivanti dall’uso delle funzionalità di Grok sulla
piattaforma.
Bruxelles esaminerà inoltre se l’azienda abbia effettuato e trasmesso alla
Commissione una valutazione ad hoc dei rischi prima del dispiegamento di
funzionalità con un impatto critico sul profilo di rischio del servizio.
Parallelamente, la Commissione ha esteso il procedimento formale aperto nel
dicembre 2023 per accertare se X abbia correttamente valutato e mitigato tutti i
rischi sistemici associati ai propri sistemi di raccomandazione, incluso
l’impatto del recente passaggio annunciato a un sistema di raccomandazione
basato su Grok. Se confermate, le carenze costituirebbero violazioni del Digital
Services Act.
Nell’ambito dell’istruttoria, la Commissione continuerà a raccogliere prove,
anche tramite richieste di informazioni, interviste o ispezioni, e potrà imporre
misure provvisorie in assenza di adeguamenti significativi del servizio.
Bruxelles potrà inoltre adottare una decisione di non conformità o accettare
eventuali impegni correttivi presentati da X. Con l’apertura del procedimento,
le autorità nazionali degli Stati membri vengono sollevate dalle competenze di
vigilanza sulle presunte violazioni.
La nuova indagine si inserisce nel quadro del procedimento avviato da Bruxelles
il 18 dicembre 2023 su X, che riguarda anche il funzionamento del meccanismo di
notifica e azione, le misure di contrasto ai contenuti illegali e i rischi
legati ai sistemi di raccomandazione. Per altre violazioni, tra cui l’uso di
design ingannevole, la scarsa trasparenza pubblicitaria e l’insufficiente
accesso ai dati per i ricercatori, la Commissione ha già adottato il 5 dicembre
2025 una decisione di non conformità, infliggendo a X una sanzione di 120
milioni di euro.
L'articolo L’Ue contro X: nuova indagine sui deepfake sessuali generati da Grok
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un blocco delle ong internazionali a Gaza rappresenterebbe l’ultimo e decisivo
colpo inflitto da Israele alla popolazione della Striscia che, a quel punto,
sarebbe costretta a scegliere tra morire di fame, freddo e malattie o lasciare
definitivamente l’exclave palestinese. La nuova legge di Tel Aviv che impone una
stretta del governo sugli accessi delle organizzazioni è stata per questo
criticata anche dall’Unione europea, con la commissaria all’Uguaglianza, Hadja
Lahbib, che su X ha attaccato: “I piani di Israele di bloccare le ong
internazionali a Gaza significano bloccare gli aiuti che salvano vite. L’Ue è
stata chiara, la legge sulla registrazione delle Ong non può essere attuata
nella sua forma attuale. Tutte le barriere all’accesso umanitario devono essere
rimosse. Il diritto umanitario internazionale non lascia spazio a dubbi, gli
aiuti devono raggiungere chi ne ha bisogno”.
Quanto questa presa di posizione possa trasformarsi in provvedimenti è ancora
tutto da stabilire. Anche perché già in passato dalla Commissione erano arrivate
proposte di sanzioni nei confronti di Israele che, però, si sono poi arenate in
sede di Consiglio europeo grazie all’opposizione di diversi Stati membri.
La legge che entrerà in vigore dal 1 gennaio 2026 modifica le regole di
registrazione delle organizzazioni estere imponendo un vaglio preventivo del
Ministero per la Diaspora guidato da Amichai Chickli. E questo darebbe modo
all’esecutivo di ricorrere alla sua solita motivazione per impedire alle
organizzazioni indipendenti, ma anche alle agenzie delle Nazioni Unite, di
entrare nella Striscia: l’accusda di legami con Hamas. “L’assistenza umanitaria
è benvenuta, lo sfruttamento dei quadri umanitari a fini terroristici no”, ha
già dichiarato Chickli. Le nuove misure “fanno seguito alla scoperta che alcuni
dipendenti di determinate organizzazioni internazionali erano coinvolti in
attività terroristiche”, precisano dal Ministero.
Partendo da quest’ultimo punto, le ong dovranno fornire una lista dettagliata
dei dipendenti palestinesi impiegati nei Territori. Alcune di esse si sono già
rifiutate di rispettare le nuove imposizioni dell’esecutivo Netanyahu e per
questo rischiano l’espulsione dalla Striscia. La loro motivazione è che Israele
non garantisce l’uso non a scopi militari o di intelligence delle informazioni
sensibili che verrebbero fornite riguardo al personale palestinese.
L'articolo Commissione Ue contro il blocco d’Israele sulle ong a Gaza: “Legge
inattuabile in questa forma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’emergenza abitativa non è una novità. Lo è il fatto che non riguarda più
soltanto le famiglie in povertà, ma milioni di lavoratori in Italia e in tutta
Europa e di studenti. Insomma, il ceto medio impoverito che da una parte spende
sempre meno per la salute, dall’altro arranca ogni anno di più per potersi
permettere l’acquisto di una casa o anche solo per mantenerla, tra affitti e
bollette. Il 2025 si chiude confermando i problemi di sempre e il testimone da
consegnare al nuovo anno è pieno di scommesse: contenere la speculazione,
rilanciare l’edilizia sociale e sostenere la mobilità, soprattutto quella dei
giovani. A preoccuparsene sono infatti le imprese che non trovano personale, a
partire dai grandi centri dove si concentra la forza produttiva ma anche quello
che Eurostat definisce “sovraccarico dei costi abitativi”, in un contesto
europeo dove la mancanza di alloggi a prezzi accessibili è diventata la prima
preoccupazione dei cittadini Ue. Tra le ragioni per cui, soprattutto in grandi
città come Milano, non si trovano lavoratori, è l’indisponibilità a trasferirsi
perché lo stipendio non basterebbe. Pesa la perdita di potere di acquisto, ma
anche il fatto che gli immobili sono, oggi più che mai, un asset di investimento
che ha trasformato gli italiani in un popolo di locatari: invece di intervenire,
il governo ha ridotto i requisiti edilizi rendendo abitabili 20 metri quadrati e
dichiarato guerra, perdendola nei giorni scorsi alla Consulta, alla legge
regionale toscana che tenta la prima stretta su b&b e affitti brevi. Quanto alla
legge di Bilancio si è visto ben poco del “grande piano casa” promesso da
Giorgia Meloni nei mesi scorsi: appena 300 milioni per il prossimo biennio,
ulteriormente ridotti di un terzo negli ultimi aggiustamenti alla manovra. Il
fabbisogno reale? Tra i 12 e i 15 miliardi secondo i costruttori dell’Ance. Uno
stallo nel quale si inserisce ora il Piano casa europeo presentato il 16
dicembre dalla Commissione Ue, che parla di 650 mila nuovi alloggi all’anno per
il prossimo decennio, di cui la maggior parte destinati a giovani, studenti e
famiglie vulnerabili. Tra il dire e il fare c’è poi che l’Ue non ha competenza
diretta e si parla più facilmente di soldi che di regole per garantire l’accesso
alla casa. La vera messa a terra del Piano tocca agli Stati: in Italia abbiamo
utilizzato appena un quarto delle risorse stanziate dal Pnrr per l’edilizia
sociale e finanziato solo un terzo dei 60 mila posti letto per gli universitari.
Emergenza abitativa, quindi, non significa solo “piani casa”, ma anche
impoverimento della classe media dovuto a salari fermi e costo della vita, e
soprattutto mobilità di chi studia e lavora. Ecco, in quattro punti, lo
scenario.
Sempre più povertà abitativa – A livello europeo il tasso di sovraccarico dei
costi abitativi (chi spende più del 40% del reddito per la casa: affitto o
mutuo, utenze, tasse e manutenzione) è dell’8,2%, ma il dato sale al 31,1% per
le persone a rischio povertà. Circa 42 milioni di europei, il 9,2% della totale,
non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la propria casa e il 16%
vive tra infiltrazioni, muffa o infissi degradati. Per chi fa fatica, la casa
smette di essere un rifugio. Al contrario, diventa la principale causa di
erosione del risparmio e della salute, con le persone che rinunciano a
un’alimentazione sufficiente e alle cure. Per Oxfam è il frutto di una tendenza
che ha “sbilanciato le politiche sulla casa a favore della rendita finanziaria e
immobiliare”, determinando un “progressivo indebolimento delle politiche di
welfare a tutela del diritto all’abitare”. In Italia viviamo in un paradosso
ormai strutturale: 9,6 milioni di case non abitate e quasi 4 milioni di persone
in povertà abitativa. E sono sempre più frequenti le soluzioni inadeguate: il
25,1% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento (rispetto al 16,8%
Ue), ma tra le famiglie italiane a rischio povertà si arriva al 33,4%. Mentre
Fratelli d’Italia ha pronta una nuova legge per accelerare lo sfratto di chi non
ce la fa a pagare (ogni giorno se ne eseguono 134), l’offerta di edilizia
pubblica resta marginale, insufficiente a calmierare i prezzi. Siamo appena al
2,6% dello stock totale (contro una media Ue del 6-7%), alimentando le
difficoltà della cosiddetta “classe grigia” che non accede ai sussidi né riesce
a sostenere i prezzi del libero mercato. Ma le difficoltà non riguardano più i
soli affittuari: il 76% dei proprietari lamenta costi di gestione elevati, dalle
utenze alle spese condominiali, con una media di circa 250 euro mensili.
Fardelli che dialogano direttamente con la media dei salari lordi degli italiani
(33.148 euro, dato OECD per il 2024), superati del 33% da quelli francesi e del
51% da quelli tedeschi.
Sempre meno mobilità lavorativa – Costi alti e salari bassi limitano la
possibilità di trasferirsi verso le aree più dinamiche del Paese, con effetti
diretti su produttività e crescita. Secondo Cassa Depositi e Prestiti, proprio
nelle principali province per domanda di lavoro — tra cui Milano, Roma, Bologna,
Firenze, Bergamo, Brescia e Bolzano — l’affitto assorbe spesso più del 40% del
reddito disponibile (con punte del 65%), e le imprese segnalano crescenti
difficoltà a reperire manodopera anche in presenza di posti vacanti. Ormai la
questione abitativa è considerata un fattore strutturale per la competitività.
Confindustria stima un fabbisogno di almeno 600 mila nuovi alloggi a canone
sostenibile, destinati in particolare a lavoratori e studenti e avverte che in
assenza di un aumento dell’offerta abitativa accessibile, la capacità delle
imprese di attrarre e trattenere forza lavoro nei territori produttivi sarà
compromessa. In città come Milano, l’accesso alla casa è già incompatibile con
il reddito da lavoro per molti lavoratori essenziali come insegnanti, forze
dell’ordine e personale sanitario, che spesso non ce la fanno a sostenere i
costi dell’abitare nei luoghi in cui prestano servizio. Un bel problema per il
settore pubblico: soprattutto al Nord, i concorsi pubblici registrano una
partecipazione sempre più scarsa o peggio, la rinuncia di chi ha vinto perché il
costo della vita è incompatibile con con le retribuzioni iniziali offerte. Ma
anche i residenti se ne vanno. A Roma, l’aumento dei prezzi e la diffusione
degli affitti brevi hanno contribuito allo spostamento verso le periferie, con
una riduzione del 5% della popolazione nel centro storico tra il 2016 e il 2021
e un allungamento dei tempi di spostamento per i pendolari. “No City for
Workers“, le potremmo chiamare mutuando la definizione utilizzata dagli studi su
alcune grandi città del Nord Europa. Dove è impossibile vivere e diventa
difficile anche lavorare. In base agli argomenti raccolti dalla Commissione Ue
per il suo Piano, i lavoratori che affrontano lo “stress abitativo” (lunghi
spostamenti, sovraffollamento o insicurezza) sono meno produttivi, presentano
tassi di assenteismo più elevati e sono più soggetti al burnout. In altre
parole, perdita di produttività.
Sempre meno mobilità universitaria – Insieme a quello sul mercato del lavoro,
c’è l’impatto sulla formazione per il reinserimento occupazionale. A
testimoniarlo è la Garanzia di occupabilità dei lavoratori, GOL, il programma
finanziato dal Pnrr. Sganciate dalla questione abitativa, al contrario di quanto
avviene in altri progetti europei, le politiche attive e così le opportunità
offerte, per lo più a breve o brevissimo termine, faticano a ricollocare chi non
può permettersi il trasferimento in aree dove c’è più lavoro ma il costo della
vita è più alto, affitti in testa. Più noto il problema degli universitari,
anche nel resto d’Europa. Secondo la Banca Europea per gli Investimenti (Bei),
il deficit di alloggi studenteschi accessibili è stimato in 3,3 milioni di
unità, con effetti sul diritto allo studio e l’accesso ai principali poli e in
particolare ai corsi STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), dove
la frequenza in presenza è spesso indispensabile. I lavori della Commissione Ue
segnalano casi in cui si è costretti ad abbandonare gli studi e, al pari di
tanti giovani lavoratori, rinviare l’uscita dalla casa dei genitori. “I dati
provenienti dall’Italia evidenziano che le carenze delle residenze universitarie
sovvenzionate possono spingere la domanda degli studenti verso affitti privati a
costi più elevati, rafforzando le pressioni locali sull’accessibilità
economica”, si legge nei documenti di lavoro della Commissione Europea, con
riferimento particolare ai grandi centri dove la “studentification” deve
vedersela con l’overtourism e in generale con la “financialisaton” del mercato
immobiliare. Con quasi 1,9 milioni di universitari, di cui almeno mezzo milione
fuori sede, i posti nelle residenze universitarie italiane sono circa 85 mila,
per una copertura che non arriva al 10%. Con lo stanziamento del Pnrr abbiamo
previsto di creare altri 60 mila alloggi, ma ne abbiamo finanziati solo un
terzo. Intanto a Milano il 50% della case è destinata ai servizi Airbnb, con
benefici per tanti proprietari, che in Italia sono il 74% (la media Ue è del
69%), e un +5,7% sui prezzi degli affitti ogni 1% di aumento degli annunci sulla
piattaforma.
Piani casa e investimenti futuri – L’ennesima promessa di un Piano casa degno di
nota si è raffreddata nella realtà contabile della manovra di bilancio. A fronte
dei 15 miliardi di euro invocati dai costruttori, il governo ha trovato appena
200 milioni di euro per il prossimo biennio. Al palo restano 300 mila famiglie
in lista d’attesa per un alloggio sociale, mentre i contributi per l’affitto
sono ridotti a soli 10 milioni l’anno (nel 2022 erano 320). Intanto 70 mila
abitazioni popolari sono chiuse per manutenzione e gli sfratti restano
allarmanti. Tutto da ripensare anche sugli altri fronti: dal rent to buy per le
giovani coppie ai canoni agevolati per gli anziani. Più probabilmente,
aspetteremo i fondi europei. Le politiche abitative restano competenza degli
Stati anche col Piano casa Ue. Che ambisce piuttosto a supportare lo sforzo di
recuperare risorse per 650 mila nuovi alloggi ogni anno e un costo stimato in
153 miliardi annui. Come? In buona parte aumentando la flessibilità delle regole
negli aiuti di Stato e creando una piattaforma d’investimento con la Bei per
mobilitare 375 miliardi entro il 2029. Entro il 2026, invece, promette regole
sugli affitti brevi. Sempre che i governi siano d’accordo, come insegna il
dibattito italiano sulle aliquote degli Airbnb. Le critiche al Piano Ue
riguardano sopratutto l’assenza di regole. “Canone calmierato? Senza un forte
intervento pubblico diretto è una formula che non funziona, lo sappiamo”, dice
la segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi. “Anzi, la scelta
di puntare sulla semplificazione delle norme e sulla revisione degli aiuti di
Stato, rischia di tradursi in un ulteriore trasferimento di fondi pubblici verso
operatori immobiliari e finanziari”. Così anche a Bruxelles. “La montagna
rischia di partorire il topolino. Non solo non vengono messi a disposizione
degli Stati trasferimenti diretti immediati, ma si continua a puntare su un
modello che affida ai privati e alla finanza immobiliare la regia delle
politiche abitative”, dichiarano gli europarlamentari del M5s Valentina
Palmisano e Gaetano Pedullà. Anche i Verdi denunciano l’approccio troppo
sbilanciato verso la finanza immobiliare, lamentando l’assenza di misure
vincolanti contro la speculazione. Più fiduciosi destre e conservatori, che
spingono per un’ulteriore deregolamentazione, leggendo la crisi soprattutto come
un problema di burocrazia da disinnescare e costi amministrativi da tagliare per
favorire l’iniziativa privata.
L'articolo E’ la casa il termometro delle nuove povertà: da chi non può più
permettersi mutuo o affitto, alle liste di attesa per gli alloggi sociali. E si
riduce la mobilità per studio o lavoro | Il focus proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre la Commissione e il Consiglio Ue insieme a Francia e Germania condannano
la decisione degli Stati Uniti di negare il visto all’ex commissario europeo
Thierry Breton come rappresaglia per il suo ruolo nell’ideare i regolamenti Ue
sui mercati e i servizi digitali, dal governo italiano non arriva alcuna
reazione. Palazzo Chigi resta in silenzio, così come i ministeri competenti,
lasciando campo libero alla Lega. Che si schiera apertamente dalla parte
dell’amministrazione Trump.
In una nota diffusa nel pomeriggio, il partito di Matteo Salvini attacca
frontalmente Bruxelles e appoggi la decisione Usa. “A differenza dell’Europa,
incapace di difendere sé stessa e i propri cittadini, gli Stati Uniti decidono
di mettere regole stabilendo chi far entrare e chi no”, scrive il Carroccio,
ostentando l’orgoglio “di essere l’unico partito ad aver votato contro il
Digital Services Act“, descritto come “l’anticamera della censura” e una “vera e
propria legge-bavaglio europea”.
Non è ovviamente la prima volta che la Lega va allo scontro con Bruxelles sul
tema delle regole europee. Ma dietro la nota si intravede anche il cambio di
passo sul fronte interno annunciato pochi giorni fa dal deputato leghista
Claudio Borghi. Che dopo aver minacciato la crisi se fosse passata la norma
sulle pensioni infilata in manovra senza preavviso aveva lanciato un
avvertimento esplicito al resto della maggioranza: “Forse qualcuno ha scambiato
generosità e spirito di sacrificio con mollezza. Errori in passato ce ne sono
stati e ci siamo scusati. Da adesso però forse sarà chiaro che se la Lega dice
no è no”.
Da Roma oltre alla Lega, complice il giorno festivo, parla solo qualche
esponente dell’opposizione. Per Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in
commissione Affari europei, “le restrizioni di viaggio adottate dagli Stati
Uniti nei confronti di funzionari e cittadini europei rappresentano un fatto
gravissimo e del tutto inaccettabile. Si tratta di un atto senza precedenti nei
rapporti tra alleati, che colpisce direttamente l’autonomia, la credibilità e la
dignità delle istituzioni dell’Unione europea”. Solidarietà a Breton arriva dal
deputato di +Europa Benedetto Della Vedova, che parla di “autoritarismo ottuso”
di Trump. Per Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva, la decisione “ci
riporta in un clima cupo di esasperazione, caccia alle streghe e ‘blacklist’ che
fu la caratteristica del clima isterico degli anni ’50 negli Stati Uniti”.
L'articolo Stop al visto per Breton, Meloni tace e la Lega si schiera con gli
Usa: “Decidono loro chi far entrare e chi no” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il bando imposto dall’amministrazione di Donald Trump contro l’ex commissario
europeo Thierry Breton e altri quattro funzionari europei apre uno scontro
politico con pochi precedenti tra Stati Uniti e Unione. E in Francia compatta un
fronte trasversale che va dalla sinistra al Rassemblement National. La decisione
di vietare l’ingresso negli Usa a uno dei principali artefici della regolazione
europea dei colossi del web viene letta come un attacco diretto alla sovranità
normativa dell’Ue e un segnale politico che va ben oltre il caso individuale.
“La Commissione Europea condanna fermamente la decisione degli Stati Uniti”,
scrive l’esecutivo Ue in una nota. “La libertà di espressione è un diritto
fondamentale in Europa e un valore fondamentale condiviso con gli Stati Uniti in
tutto il mondo democratico”. Il presidente francese, Emmanuel Macron, sui social
parla senza mezzi termini di “intimidazione e nella coercizione nei confronti
della sovranità digitale europea”. Evocando, tra le righe, la possibilità di
ricorrere al mai utilizzato strumento anti coercizione che consentirebbe di
limitare l’accesso dei gruppi Usa ai mercati finanziari europei e persino
introdurre restrizioni sui diritti di proprietà intellettuale. “La normativa
digitale dell’Unione Europea è stata adottata a seguito di un processo
democratico e sovrano dal Parlamento europeo e dal Consiglio”, ricorda Macron.
“Si applica in Europa per garantire una concorrenza leale tra le piattaforme,
senza prendere di mira alcun paese terzo, e per far rispettare online le regole
che già si applicano offline”.
Poco dopo interviene da Berlino il ministro degli Esteri tedesco Johann
Wadephul, che attacca a sua volta: “Inaccettabile”. Poi usa parole quasi
identiche a quelle scritte da Macron, segno che la risposta è coordinata: “Il
Dsa è stato approvato democraticamente dall’Ue per l’Ue e non ha effetto
extraterritoriale. Intendiamo chiarire le divergenze di opinione con gli Usa nel
quadro del dialogo transatlantico, al fine di rafforzare la nostra partnership”.
LA REAZIONE DELLA COMMISSIONE
“L’Ue è un mercato unico aperto e basato su regole, con il diritto sovrano di
regolamentare l’attività economica in linea con i nostri valori democratici e
gli impegni internazionali – scrive la Commissione nella sua nota -. Le nostre
regole digitali garantiscono condizioni di parità, sicurezza e correttezza per
tutte le aziende, applicate in modo equo e senza discriminazioni. Abbiamo
richiesto chiarimenti alle autorità statunitensi e continuiamo a impegnarci. Se
necessario, risponderemo rapidamente e con decisione per difendere la nostra
autonomia normativa da misure ingiustificate”.
BRETON: “TORNA LA CACCIA ALLE STREGHE?”
In un messaggio pubblicato su X, l’ex commissario colpevole di aver identificato
6 compagnie “gatekeepers” (da Amazon fino a Apple e Meta, 5 statunitensi e una
cinese) che dovevano attenersi alle nuove regole del mercato digitale evoca dal
canto suo il ritorno della “caccia alle streghe di McCarthy”. E ricorda che il
Digital Services Act è stato approvato “dal 90% del Parlamento europeo e
all’unanimità dai 27 Stati membri”. “Ai nostri amici americani – aggiunge – la
censura non è dove pensate che sia”. Itervistato da Le Figaro insieme all’ex
ministro Arnaud Montebourg, Breton – che lo scorso anno si era dimesso dal suo
ruolo nella Commissione in polemica con Ursula von der Leyen – dice che
“l’Europa e le sue istituzioni sono sotto attacco. Leggendo la Strategia per la
sicurezza nazionale americana, tornano alla mente le dichiarazioni di J.D. Vance
alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: una visione molto dura, a tratti
caricaturale, dell’Europa. Oggi quella visione è diventata dottrina scritta
dell’amministrazione Usa”, afferma l’ex commissario, secondo cui “quando un
Paese esplicita ciò che si aspetta dai suoi alleati – o vassalli – va preso sul
serio”. Breton respinge l’accusa americana – il presunto danno arrecato agli
interessi americani dal Digital Services Act: “Bisogna dire le cose come stanno:
siamo circondati da potenze dalla logica imperiale“.
IN FRANCIA FRONTE TRASVERSALE DALLA SINISTRA AL RASSEMBLEMENT NATIONAL
Le reazioni politiche in Francia sono state immediate e trasversali. “Non siamo
una colonia degli Stati Uniti. Siamo europei e dobbiamo difendere le nostre
leggi, i nostri principi e i nostri interessi”, scrive su X Raphael Glucksman,
eurodeputato di Place Publique. Per il segretario generale del Partito
socialista, Pierre Jouvet, la decisione americana è “di una gravità estrema” e
richiede “una risposta immediata della Francia e dell’Unione europea”. Sulla
stessa linea l’eurodeputata centrista Nathalie Loiseau (Horizons), secondo cui
“dietro questa misura è in gioco la sovranità degli europei nel decidere e
applicare le proprie leggi”.
Anche il Rassemblement National prende le distanze dalla scelta di Washington.
“L’amministrazione Trump non solo si sbaglia nel merito, ma anche nell’immagine
degli Stati Uniti che invia al mondo”, afferma il vicepresidente del partito,
Sébastien Chenu, parlando a Rtl. Intanto continuano a moltiplicarsi gli
attestati di solidarietà a Breton, accusato da Washington di aver promosso una
regolamentazione più stringente dei colossi del web nell’Unione europea.
L'articolo Francia, Germania e Ue contro gli Usa per il divieto di ingresso a
Breton: “Intimidazione contro la nostra sovranità digitale, risponderemo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare cinque personalità europee impegnate
a favore di una regolamentazione più severa sul settore tecnologico. Tra loro
c’è anche l’ex commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry
Breton. A lui è stato vietato l’ingresso nel Paese. Il Dipartimento di Stato ha
giustificato le misure affermando che le azioni di queste persone equivalgono a
“censura” e sono dannose per gli interessi americani.
Breton, indicato in Commissione dal presidente francese Emmanuel Macron, si era
dimesso il 16 settembre del 2024 annunciando la decisione con una lettera
pubblicata su X dopo alcuni contrasti con la presidente Ursula von der Leyen. Da
commissario europeo aveva identificato 6 compagnie “gatekeepers” (da Amazon fino
a Apple e Meta, 5 statunitensi e una cinese) sottolineando che dovevano
attenersi alle nuove regole del mercato digitale Ue: nessuna di esse potrà dirsi
“troppo grande per rispettarle”, aveva detto Breton.
In una nota del segretario di Stato Marco Rubio si legge che “il dipartimento di
Stato sta intraprendendo azioni decisive contro cinque individui che hanno
guidato sforzi organizzati per costringere le piattaforme americane a censurare,
demonetizzare e sopprimere i punti di vista americani a loro contrari. Questi
attivisti radicali e le Ong strumentalizzate hanno promosso la repressione della
censura da parte di stati stranieri, prendendo di mira in ogni caso oratori e
aziende americane”. Pertanto, prosegue Rubio, “ho stabilito che il loro
ingresso, la loro presenza o le loro attività negli Stati Uniti hanno
potenzialmente gravi conseguenze negative per la politica estera degli Stati
Uniti”. La nota di Rubio si conclude sottolineando che, “il presidente Trump ha
chiarito che la sua politica estera ‘America First’respinge le violazioni della
sovranità americana. L’ingerenza extraterritoriale dei censori stranieri che
prendono di mira la libertà di parola americana non fa eccezione. Il
dipartimento di Stato è pronto ad ampliare l’elenco odierno se altri attori
stranieri non cambieranno rotta”.
L'articolo Gli Usa sanzionano l’ex commissario Ue Breton e altri 4 europei:
“Danneggiano i nostri interessi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Immaginate di investire i vostri risparmi in un fondo etico, convinti di
contribuire a un futuro più verde, alla transizione energetica e al rispetto dei
diritti umani. Scegliete quel prodotto finanziario proprio perché i gestori vi
garantiscono che esclude settori controversi in contrasto con i vostri valori
pacifisti. Salvo scoprire che parte del vostro denaro finisce a finanziare
produttori di droni da combattimento, missili a lungo raggio o componenti per
bombe usate attivamente in zone di guerra, come Gaza. Una clamorosa inchiesta
internazionale, coordinata da VoxEUROPE e pubblicata da El País in Spagna, IRPI
Media in Italia e Mediapart in Francia, documenta per la prima volta in modo
sistematico come la Commissione europea abbia reso compatibile il settore della
difesa e la finanza sostenibile.
L’indagine si basa sull’analisi incrociata di 3.037 fondi ESG, quelli venduti
come ‘sostenibili’; dataset finanziari forniti dal London Stock Exchange Group;
documenti interni dell’UE ottenuti tramite richieste di accesso agli atti e
interviste a esperti del settore. Il cuore del meccanismo che ha permesso questo
“sdoganamento” è il Regolamento europeo sulla trasparenza della finanza
sostenibile (SFDR), entrato in vigore nel 2021. Progettato originariamente per
orientare i capitali verso attività ecologicamente responsabili, il regolamento
è rimasto volutamente “neutrale” sui settori economici ammissibili.
Questo vuoto normativo ha creato un varco sfruttato, come dimostra l’inchiesta,
dalla lobby ASD (Associazione europea per l’aerospazio, la sicurezza e la
difesa). Già nell’ottobre 2021, l’ASD diffondeva documenti interni che
promuovevano lo slogan “Non c’è sostenibilità senza sicurezza”, dando il via a
una campagna di pressione e incontri a porte chiuse su alti funzionari della
Commissione. Risultato: l’esclusione delle armi convenzionali dalle
“controindicazioni principali”. Di fatto, il regolatore ha stabilito che solo le
armi esplicitamente bandite dalle convenzioni internazionali, come le mine
antipersona, le munizioni a grappolo e le armi chimiche o biologiche, siano da
escludere da un investimento etico. Tutto il resto, carri armati, droni armati,
caccia, sistemi missilistici, è stato ‘riabilitato’, e i gestori di quei fondi
hanno potuto includerlo senza doverne giustificare, o comunicare, l’impatto
negativo.
L’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha fornito il pretesto
geopolitico perfetto per accelerare questa normalizzazione. La Commissione ha
emanato una serie di comunicazioni che invitavano a mobilitare fondi privati per
la difesa, dichiarandola pienamente compatibile con gli obiettivi ESG, fino a
riconoscerla ufficialmente come settore “strategico” nel 2023. Questo percorso
di legittimazione è culminato nella revisione dell’SFDR del novembre 2025 e nel
Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, dalla
Commissione il 27 novembre 2024 a Bruxelles. Nelle slides, ottenute in
esclusiva, relatori istituzionali di alto profilo come Anne Fort, vice capo di
gabinetto del commissario alla Difesa Andrius Kubilius, dichiara che “il quadro
finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento
del settore della difesa”e Joanna Sikora-Wittnebel, Responsabile della finanza
sostenibile alla Direzione Generale per la Stabilità finanziaria, che l’ “Sfdr è
neutrale dal punto di vista settoriale” .
Anche grazie a questo sdoganamento, tra il 2021 e il 2025 gli investimenti in
azioni di 118 società del comparto difesa da parte di fondi “verdi” sono passati
da 14,5 a 49,8 miliardi di euro. Circa 25 miliardi sono finiti nelle casse di 27
aziende europee, con in testa la francese Safran (5,6 miliardi) e la tedesca
Rheinmetall (4 miliardi), seguite da Thales, Airbus, Bae Systems e Rolls Royce.
Fra i beneficiari, al 10 posto, anche l’italiana Leonardo, impresa partecipata
dallo Stato, che avrebbe attratto ingenti capitali sostenibili nonostante il suo
coinvolgimento in scenari bellici.
Nel novembre 2021 Alessandro Profumo, allora amministratore delegato di
Leonardo, incontra Timo Pesonen, direttore generale per l’industria della difesa
e lo spazio della Commissione europea e, scrive VoxEUROPE, ‘mostra
preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla
tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili”.
Poi c’è il flusso di denaro che dall’Europa “verde” finisce direttamente a
finanziare la guerra a Gaza attraverso l’azienda israeliana Elbit Systems.
VoxEUROPE rivela che 23 milioni di euro, provenienti da 25 diversi fondi
sostenibili europei gestiti da giganti della finanza mondiale, sono stati
investiti nell’azienda israeliana, che produce i droni attivi a Gaza. Secondo
Iain Overton, direttore dell’ONG inglese Action on Armed Violence che monitora
la violenza armata sulla Striscia e il suo impatto sui civili, questi
investimenti rivelano “una catena probatoria di responsabilità morale. La
distanza tra un investimento etico e un attacco a Gaza è più diretta e più
tracciabile di quanto l’industria vorrebbe ammettere”.
Mentre il mercato globale della difesa esplode, toccando i 3.000 miliardi di
euro (il doppio rispetto al 2021), milioni di piccoli risparmiatori europei
restano all’oscuro di come vengono impiegati i loro soldi. Esperti sentiti dagli
Autori dell’inchiesta, come Nicola Koch del Sustainable Finance Observatory,
denunciano una totale mancanza di trasparenza, mentre Attiya Waris, relatrice
ONU su diritti umani e finanza, ricorda che “non esiste sostenibilità senza
pace”. Per Armin Baranes della Fondazione Finanza Etica la UE, all’insaputa dei
suoi cittadini, ha deliberatamente operato un “greenwashing istituzionale”
paragonabile a vendere “bistecche vegetariane fatte di carne”.
L'articolo Altro che investimenti etici: ecco come alcuni fondi sostenibili
europei finanziavano l’industria delle armi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione europea ha presentato il primo Piano europeo per l’edilizia
abitativa a prezzi accessibili, un pacchetto di misure che punta a dare una
risposta comune a una crisi che tra 2013 e 2024 ha visto i prezzi delle case
aumentare in media di oltre il 60% e gli affitti di oltre il 20% nell’Unione.
Mentre i permessi per gli edifici residenziali calavano del 20% e le occupazioni
aumentavano della stessa percentuale. Annunciato dalla presidente Ursula von der
Leyen in occasione dello Stato dell’Unione, divenuto via via una bandiera
socialista tra una miriade di provvedimenti con cui Palazzo Berlaymont ha
strizzato spesso l’occhio alle destre, il piano per gli alloggi accessibili ha
ottenuto la luce verde all’ultimo collegio dei commissari del 2025. “L’Europa
deve assumersi collettivamente la responsabilità della crisi abitativa che
colpisce milioni di nostri cittadini e agire di conseguenza. E’ in gioco la
nostra democrazia”, ha sottolineato il commissario per l’Energia e l’Edilizia
residenziale, Dan Jorgensen. Secondo Bruxelles, l’aumento dei prezzi e la scarsa
accessibilità di case sta ormai incidendo non solo sulla qualità della vita di
milioni di cittadini, ma anche sulla mobilità del lavoro, sull’accesso
all’istruzione e sulla competitività dell’economia europea, mettendo sotto
pressione la coesione sociale.
Per colmare il divario tra domanda e offerta nel prossimo decennio, la
Commissione stima che dovrebbero essere aggiunti circa 650.000 alloggi all’anno
agli attuali livelli di nuova offerta (circa 1,6 milioni all’anno). La fornitura
di queste unità abitative aggiuntive costerebbe circa 150 miliardi di euro
all’anno. “Oltre un milione di europei è senza tetto”, ha ricordato Jorgensen
parlando alla Plenaria dell’Eurocamera. Pur ribadendo che la casa resta una
competenza principalmente nazionale e locale, la Commissione sostiene che
l’attuale emergenza richiede “uno sforzo autenticamente europeo” capace di
affiancare Stati membri, regioni e città se l’azione dell’Ue può produrre un
valore aggiunto. Il Piano si concentra su quattro assi principali: aumento
dell’offerta di alloggi, incentivo agli investimenti e alle riforme, gestione
degli affitti a breve termine nelle aree sotto maggiore pressione abitativa e
sostegno ai gruppi più colpiti dalla crisi.
Nel dettaglio, Bruxelles propone una Strategia europea per l’edilizia abitativa
per ridurre il divario tra domanda e offerta, puntando su un settore delle
costruzioni e della ristrutturazione più produttivo e innovativo. Le norme sugli
aiuti di Stato verranno riviste per rendere più semplice per i governi nazionali
sostenere finanziariamente l’edilizia abitativa accessibile e sociale, mentre un
lavoro congiunto con autorità nazionali, regionali e locali dovrebbe portare
alla semplificazione delle regole che frenano l’offerta di nuove abitazioni, in
particolare su pianificazione e autorizzazioni. È inoltre annunciata una nuova
iniziativa legislativa sugli affitti brevi, con l’obiettivo di aiutare i
territori in maggiore difficoltà.
Sul fronte delle risorse, la Commissione rivendica di aver già mobilitato 43
miliardi di euro per l’edilizia abitativa e programma “nuovi investimenti nel
settore dell’edilizia abitativa nell’ambito del Qfp, compresi ulteriori 10
miliardi di euro di investimenti stimati nel 2026 e nel 2027 nell’ambito di
InvestEU e almeno 1,5 miliardi di euro provenienti dalle proposte degli Stati
membri e delle regioni di riprogrammare i fondi di coesione nell’ambito della
revisione intermedia”. È in fase di sviluppo una nuova piattaforma paneuropea
per gli investimenti, in collaborazione con la Banca europea per gli
investimenti, le banche di promozione nazionali e regionali e altre istituzioni
finanziarie internazionali. Particolare attenzione sarà rivolta a giovani,
studenti, lavoratori essenziali, persone a basso reddito e gruppi svantaggiati:
il Piano prevede nuovi investimenti per studentati ed edilizia sociale e un
rafforzamento delle politiche contro la grave emarginazione abitativa, ispirate
al modello “Housing first”.
“Le famiglie devono poter contare su soluzioni abitative adeguate, con costi
proporzionati al reddito: è una questione di dignità”, ha sottolineato la
vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, chiarendo che il Piano non
intende sostituirsi alle politiche nazionali di edilizia popolare, ma affrontare
anche le difficoltà crescenti della classe media. Il pacchetto include inoltre
una Comunicazione e una Raccomandazione del Consiglio sulla Nuova Bauhaus
Europea, che punta a coniugare transizione verde, innovazione e qualità
dell’ambiente costruito, anche attraverso la formazione e la riqualificazione
delle competenze nel settore edilizio.
Il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha espresso apprezzamento per l’iniziativa
della Commissione Ue. “Il primo Piano europeo per l’edilizia abitativa
accessibile rappresenta un passo decisivo per articolare una risposta
comunitaria a un problema che riguarda tutti i paesi dell’Ue”, hanno commentato
fonti del ministero dell’Edilizia abitativa spagnolo, sottolineando che “le
conclusioni sono in linea con la politica che il governo spagnolo sta attuando”.
Anche la presidente della commissione speciale sulla Casa del Parlamento
europeo, l’eurodeputata Pd Irene Tinagli, si è detta soddisfatta perché il piano
riprende “tutti i principali temi che abbiamo sollevato nei lavori della
commissione speciale sulla casa, compresi quelli che qualcuno pensava fossero
più controversi, come gli aiuti di stato, la possibilità che l’Europa legiferi
sugli affitti brevi e la lotta alla speculazione”. “Qualcuno pensava che
chiedessimo solo soldi per fare solo qualche casa popolare in più, invece la
Commissione ha recepito in pieno tutta la nostra impostazione presentando un
piano molto ampio”, ha aggiunto. “È un primo passo ma molto importante che,
soprattutto, speriamo indichi la strada su come agire ai governi nazionali, a
partire dal nostro che sinora sulla casa non è andato oltre gli annunci”.
Più critica la posizione dell’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra
Benedetta Scuderi: “Il Piano contiene alcuni elementi incoraggianti, ma non va a
fondo sulle cause strutturali della crisi: finanziarizzazione, speculazione e
sottoinvestimento cronico nell’edilizia pubblica”. Secondo Scuderi, “bene
riconoscere che accessibilità, sostenibilità e qualità degli alloggi debbano
andare di pari passo e che le case efficienti sono essenziali per ridurre le
bollette e garantire giustizia sociale, ma senza tutele vincolanti la casa
continuerà a essere trattata come asset finanziario e non come un diritto”.
Mancano insomma “garanzie vincolanti di accessibilità e riferimenti alla regola
del canone di locazione che non può superare il 30% del reddito”. Inoltre, “le
misure contro la speculazione sono ancora deboli e non vi è alcuna flessibilità
del Patto di Stabilità per gli investimenti pubblici in edilizia abitativa”.
Cauta la vicepresidente del Parlamento europeo ed eurodeputata di Fratelli
d’Italia-Ecr Antonella Sberna: “Attendo di leggere il Piano nella sua versione
scritta. E di trovare un chiaro rispetto del principio di sussidiarietà, non
solo richiamato a parole, ma tradotto in scelte concrete, che lascino a Stati,
regioni e città lo spazio per decidere secondo le proprie esigenze, con un
quadro di coordinamento generale. Mi auguro di trovare un’attenzione reale a
giovani, famiglie, lavoratori che vogliono costruire il proprio futuro, senza
che l’aumento degli standard energetici o della sostenibilità ambientale si
traduca in un aumento di costi insostenibile per chi le abita”, ha aggiunto,
sottolineando che il piano non deve guardare “solo alle grandi città e ai
mercati sotto pressione, ma considerare anche i territori che non crescono
troppo”. Ultimo timore: “Il piano non ignori il tema della legalità abitativa.
L’occupazione illegale degli immobili non è una forma di protesta, ma un
fenomeno che penalizza proprio i più fragili e indebolisce la fiducia dei
cittadini nelle istituzioni”.
L'articolo La Ue presenta il suo piano per la casa a prezzi accessibili. Avs:
“Non affronta i veri nodi”. Dubbi anche da FdI proviene da Il Fatto Quotidiano.