“Da giovane avrei potuto diventare un medico o una agricoltrice, ma divenni una
scrittrice a causa della frustrazione, come avviene a molti” dice Doris Lessing
una decina d’anni prima di vincere il Nobel. Chissà se dopo la sua frustrazione
scomparve. Nel Dizionario del grafomane (Sellerio) Antonio Castronuovo raccoglie
storie di scrittori compulsivi, che hanno scritto tutta la vita, che hanno
scritto troppo, che hanno scritto con l’angoscia di non riuscire a creare
qualcosa di memorabile. Tra queste Louisa May Alcott, autrice di Piccole donne,
che a furia di scrivere non riusciva più a chiudere la penna nella mano destra e
fu costretta a imparare a scrivere con la sinistra.
Troviamo la storia di Plutarco, l’autore di cui ci rimangono più opere
dell’antichità, una settantina di libri, degli oltre 250 che scrisse in vita, e
che ha un destino bizzarro. Fu infatti autore di biografie, le sue famose Vite
parallele, ma non scrisse mai nemmeno una riga su di sé, e di lui sappiamo oggi
ben poco.
Gli scrittori non possono non scrivere, e quando non hanno a mezzo qualche
romanzo o dei racconti, sfociano in altre forme la loro ossessione. Questo è il
caso di H. P. Lovecraft, il fondatore del racconto dell’orrore dei primi del
‘900, che arrivava a scrivere fino a 15 lettere al giorno. Oggi il suo corpus
epistolario ne conta 120.000.
C’è chi per scrivere si adatta a tutto, come Melville che scriveva appoggiandosi
alle botti sulle navi, mentre il mare ondeggiava sotto la sua penna. Oppure
Raymond Carver che, avendo in casa troppo rumore per i figli iper attivi, si
nascondeva a scrivere in garage.
Gli scrittori sono vittima delle loro routine, che diventano anche quelle delle
ossessioni. Cormac McCarthy, seppure sia scomparso solo due anni fa, ha scritto
tutta la vita a macchina, una Olivetti che comprò da un amico quando era ragazzo
e che pagò 11 dollari. Il ticchettio dei tasti, diceva, gli dava il ritmo per i
dialoghi. Altri come Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie,
preferiva scrivere in piedi, e si era fabbricato una scrivania altissima. Kafka
scriveva di notte, quando la stanchezza stava per sopraffarlo riteneva di poter
essere più autentico.
A dare inizio a tutto fu Enheduanna sacerdotessa sumera del dio della luna,
compose e incise un poema di 153 versi incisi sull’argilla sulla cacciata da Ur,
e, con grande consapevolezza della sua originalità, scrisse “Ho dato vita, o
amata Dea, a questa canzone per te. Quanto ho recitato per te a mezzanotte il
cantore lo può ripetere a mezzogiorno” sottointendendo che ora che era scritta
si poteva leggere più e più volte. E si firmò: “Chi ha scritto questa tavoletta
è Enheduanna. O mia Signora, quanto è stato qui creato non è mai stato creato
prima”. Forse non avrebbe immaginato che la sua opera poetica sarebbe
sopravvissuta più di 4300 anni.
Chiudo il rapido excursus con una nota curiosa: lo psicanalista Edmund Bergler
nel suo saggio La letteratura come nevrosi del 1949 diceva che gli scrittori
sono persone che hanno una nevrosi e trovano nella scrittura una auto-terapia.
Non vedo errori.
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della storia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Che cos’è la gelosia? Perché siamo gelosi? Che relazione c’è tra l’amore e la
gelosia? A questi e a tanti altri interrogativi risponde Barbara Alberti nel suo
ultimo libro “Gelosia”, uscito lo scorso ottobre. “Ho avuto l’esperienza dei
miei tempi, dove c’era una retorica totale del ribaltare tutto quello che
avevamo vissuto fino a quel momento per fare il contrario dei nostri genitori. –
ha ammesso la scrittrice s Fanpage – Solo che erano esperimenti impossibili e
quindi finivano sempre molto male. Perché l’amore, non c’è niente da fare, è un
sentimento esclusivo”.
E ancora: “Poi dipende da chi sei, dal tuo carattere, dalle disponibilità
economiche. C’è una cosa da dire: se sei ossessivo-poliziesco non sei degno
dell’amore. Ma la paura di perderlo c’è sempre. Perché l’idea che la persona che
ami possa avere una confidenza pari a quella che ha con te è insopportabile per
chiunque, salvo rari casi. La gelosia massima è nelle confidenze. La letteratura
mondiale si è basata o sulla famiglia o sulla gelosia, almeno quella
occidentale”.
Il discorso si sposta poi sulla difficoltà nella società di oggi di accettare il
diverso o chi conduce una vita differente: “Non capisco perché la gente si
impiccia con chi vanno a letto gli altri. La trovo una delle cose più incivili
del mondo. Io non ti chiedo la patente se sono tuo amico. Alla fine non parliamo
d’altro se non degli atti sessuali. Mi rifiuto di fare dei distinguo, mi
sconvolge questa mentalità. In maniera non violenta e rispettosa per me tutto è
possibile. Anche i distinguo tra eterosessuali, gay, lesbiche, trans e via
dicendo, con tutte queste definizioni rischiamo soltanto di metterci una camicia
di forza. Tu sei quello che sei in quel momento. E basta!”.
E infine: “Sai che non parlo volentieri della famiglia? Perché porta una sfiga
tremenda! Non capisco tutti quelli che si vantano dei figli. Mi sembra un modo
di chiamarsi la sventura. Abbiamo così pochi piaceri nella vita che dobbiamo
tenerceli stretti. Qualcosa che ci hanno tolto e ci siamo tolti di conseguenza è
l’aver perso l’intimità. È molto grave sbattere tutto in pubblico. Ti viene
sottratta una parte di verità dopo che l’hai messa in piazza. Era una grande
ricchezza l’intimità, non solo delle persone famose. Se guardi sui social trovi
gente qualsiasi che spiega quante volte ha fatto sesso l’altra notte. Ma non è
una comunione, è una grande sottrazione”.
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Non capisco quelli che si vantano dei figli, un modo di chiamarsi la sventura”:
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