di Gian Carlo Cocco*
La Direttiva UE 2023/970 prescrive l’equità e la trasparenza nella definizione
delle retribuzioni delle organizzazioni con il fine di contrastare il divario e
la discriminazione salariale. Entro giugno 2026, le aziende dovranno rendere
palesi le fasce salariali dei propri collaboratori consentendo agli stessi di
conoscere i criteri retributivi con i quali sono state definite. La normativa,
in sostanza, dovrebbe indurre un rinnovamento della politica e della gestione
del capitale umano in termini di condivisione e coinvolgimento. Questa normativa
trova la sua lontana origine da esigenze di equità e trasparenza.
Partiamo innanzitutto da alcuni chiarimenti terminologici. Due sono gli aspetti
chiave di questa normativa: l’equità (cioè il criterio che deve caratterizzare
la imparziale definizione dei livelli retributivi nei confronti delle persone
che fanno parte di un’organizzazione) e la trasparenza (cioè la chiara evidenza
dei dati retributivi e la conseguente visibilità degli stessi ad ogni componente
dell’organizzazione).
L’equità è un termine impiegato come sinonimo di giustizia, vale a dire di
uguaglianza di trattamento e di conseguente imparzialità nei confronti di tutti
coloro che fanno parte di un sistema organizzato (stato, impresa, ente di
qualsiasi natura). Il termine equo significa anche equilibrato, proporzionato e
alla base della ragionevolezza delle decisioni.
Il rapporto medio tra i livelli retributivi tra posizioni di vertice d’impresa e
dipendenti nel 1965 era 20:1, nel 2016 è passato a 271:1. Si può definire un
vero e proprio colpo di mano dei top manager nei confronti della massa dei
dipendenti. Dal 1986 al 2012 l’incremento retributivo medio delle posizioni di
vertice è stato + 876%. L’incremento retributivo medio dei dipendenti è stato
5%… Alla faccia dell’equità! Si potrebbe pensare che questa direttiva sia
comparsa fuori tempo massimo. Tra l’altro, va anche rilevato che molti livelli
retributivi, purtroppo, non hanno ancora superato lo sfruttamento di tipo
ottocentesco di intere classi di lavoratori.
La trasparenza è un termine che si riferisce ad azioni, comportamenti,
situazioni, rapporti che risultano evidenti e chiari nelle loro modalità e
finalità e si presentano privi di modalità e volontà di occultamento, segretezza
o travisamento. Si pensi quanto sia importante per l’economia la trasparenza dei
mercati che garantisce il cosiddetto “regime di libera concorrenza”. Presidiare
un contesto di trasparenza consente agli attori di operare in modo diretto e
semplificato. Dove vige un sistema di regole rispettate la trasparenza produce
l’equità e si diffonde un regime di fiducia. Ci si trova nelle condizioni di
dedicare le proprie energie al raggiungimento degli obiettivi previsti, senza
doversi preoccupare di “guardarsi le spalle”.
Le radici profonde dell’equità e della trasparenza
Equità e trasparenza non sono soltanto principi giuridici moderni, ma rispondono
a esigenze profonde della convivenza sociale. Le ricerche dell’antropologia
culturale mostrano che nelle comunità tradizionali di cacciatori-raccoglitori la
distribuzione delle risorse era spesso egualitaria e condivisa, perché la
sopravvivenza del gruppo dipendeva dalla cooperazione e da una distribuzione
equilibrata. L’equità diventa quindi un elemento fondamentale per la stabilità
delle comunità.
Questa tendenza non riguarda solo le società umane. Studi di etologia hanno
dimostrato che anche alcuni animali sociali mostrano sensibilità verso
l’ingiustizia. Esperimenti condotti su primati hanno evidenziato che bonobo e
scimpanzé reagiscono negativamente quando ricevono ricompense inferiori rispetto
a quelle dei compagni per lo stesso compito. Nel cosiddetto “gioco
dell’ultimatum”, ad esempio, preferiscono rinunciare alla ricompensa piuttosto
che accettare una distribuzione ritenuta iniqua. Analogamente, studi sui lupi
hanno dimostrato che questi animali possono manifestare frustrazione di fronte a
trattamenti ingiusti all’interno del branco.
Anche lo sviluppo infantile conferma l’esistenza di una predisposizione precoce
al senso di giustizia. Esperimenti condotti con bambini in età prescolare
mostrano che essi intervengono spontaneamente per ristabilire una situazione
equa quando assistono a un’ingiustizia. Altri studi hanno rilevato che persino i
neonati tendono a preferire comportamenti cooperativi rispetto a quelli ostili.
Ciò suggerisce che il senso di equità non sia solo un prodotto culturale, ma
abbia radici evolutive profonde.
Il contributo delle neuroscienze
A supporto di questa prospettiva intervengono anche le neuroscienze. Diversi
studi hanno individuato specifici circuiti cerebrali coinvolti nei giudizi
morali e nella percezione della giustizia. Secondo alcune ricerche, nel cervello
umano convivono due impulsi fondamentali: la cura di sé e la cura degli altri,
che rendono possibile la cooperazione sociale. Le tecniche di neuroimaging
mostrano inoltre che le persone reagiscono in modo simile quando sono poste
davanti a dilemmi etici o a situazioni di ingiustizia, indicando l’esistenza di
basi neurologiche condivise per i giudizi morali.
Queste ricerche hanno portato alcuni studiosi a parlare di “intelligenza etica”,
una capacità cognitiva che permette di distinguere ciò che è giusto da ciò che è
sbagliato e di regolare i comportamenti sociali. Tale funzione è collegata
soprattutto alla corteccia prefrontale, area del cervello responsabile del
controllo degli impulsi e della valutazione morale. Un caso famoso nella storia
della neurologia è quello di Phineas Gage, operaio americano dell’Ottocento che,
dopo una grave lesione al lobo frontale, sopravvisse ma subì profondi
cambiamenti di personalità e di comportamento etico. Questo episodio contribuì a
dimostrare il ruolo delle aree frontali nella regolazione morale.
Nonostante queste basi biologiche, l’equità non è automaticamente garantita
nelle società umane. Esistono infatti numerosi limiti psicologici e sociali che
possono indebolire l’intelligenza etica. Tra questi vi sono l’egoismo, la
ricerca illimitata del potere o della ricchezza, il conformismo e la cieca
obbedienza all’autorità. Celebre in questo senso è l’esperimento condotto nel
1961 da Stanley Milgram, che mostrò come molte persone siano disposte a
infliggere sofferenza ad altri se spinte da un’autorità percepita come
legittima.
Le neuroscienze interpretano questi fenomeni come “trappole mentali”, cioè
distorsioni cognitive che possono compromettere il funzionamento
dell’intelligenza etica. Un esempio è l’“effetto gregge”, studiato
dall’economista Daniel Kahneman, che porta gli individui a seguire il
comportamento della maggioranza anche quando ciò produce effetti negativi, come
nel caso delle bolle speculative.
Considerazioni conclusive
In questo quadro, la nuova direttiva europea può essere letta come uno strumento
istituzionale per rafforzare equità e fiducia nelle organizzazioni. Società e
imprese funzionano meglio quando esistono regole chiare e condivise: la
trasparenza riduce il sospetto, favorisce la cooperazione e permette alle
persone di concentrarsi sugli obiettivi comuni. La direttiva potrebbe quindi
rappresentare uno strumento importante per attivare cambiamento culturale nella
gestione del capitale umano, orientato alla partecipazione e alla condivisione
che trovano terreno fertile e conferme anche nelle scienze e discipline sopra
sommariamente richiamate.
Ma per non renderla – sul piano pratico – “l’ennesimo adempimento burocratico”
saranno necessari anche strumenti gestionali adeguati. Tra questi:
– sistemi di analisi e comparazione delle retribuzioni rispetto al mercato e
all’equità interna;
– definizione chiara delle posizioni lavorative e delle competenze richieste;
– sistemi di valutazione delle prestazioni che consentano una differenziazione
meritocratica delle retribuzioni;
– riconoscimento del contributo dei lavoratori della conoscenza (knowledge
workers) attraverso modelli come il pay for competence;
– evoluzione dei tradizionali sistemi di gestione delle risorse umane basati
sulle tre dimensioni posizione, prestazione e potenziale, integrandoli con
modelli più avanzati che colleghino il profilo organizzativo con quello
individuale.
In conclusione, la direttiva sulla trasparenza retributiva rappresenta
un’importante opportunità per rafforzare la coesione sociale e l’efficacia
organizzativa. L’esigenza di equità non è solo un principio giuridico moderno,
ma un tratto radicato nella storia evolutiva dell’uomo e nelle dinamiche
biologiche della cooperazione. Per questo motivo, politiche retributive più
trasparenti e giuste non solo riducono le discriminazioni, ma contribuiscono
anche a costruire organizzazioni più sane, motivate e produttive.
*Presidente della Time to Mind SA, azienda internazionale che gestisce la
piattaforma plurilingue www.timetomind.global che offre assessment online e
percorsi di sviluppo per valorizzare le soft skill strategiche
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con la direttiva Ue anti-discriminazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dopo l’accordo con l’Agenzia delle Entrate raggiunto nei giorni scorsi per
restituire 405 milioni al fisco, Campari ha chiuso la trattativa per la cessione
di due marchi storici: l’amaro Averna e il mirto Zedda Piras. I due prodotti
saranno acquisiti da Illva Saronno Holding, già proprietaria di Disaronno e dei
vini Duca di Salaparuta e Florio, per cento milioni di euro. La definizione
dell’affare è prevista per la prima metà del 2026. Nell’accordo è prevista la
creazione di una nuova società gestirà i due marchi: diversi dipendenti
passeranno a lavorare per la nuova azienda, che prenderà anche il controllo dei
magazzini, degli stabilimenti produttivi di Caltanissetta e Alghero e dei
residui accordi contrattuali. Stipulato anche un accordo transitorio per le
attività di imbottigliamento e mescolazione di Averna nello stabilimento
italiano di Canale, di proprietà di Campari Group, e un contratto di
distribuzione temporanea sulla base del quale Campari continuerà a commerciare i
liquori in alcuni mercati, prima del passaggio al nuovo gruppo commerciale.
Non è la prima vendita annuale del gruppo: già a marzo la cessione di uno
stabilimento australiano e giugno dello stabilimento di Cinzano. A giugno era
stato inoltre ceduto anche il vino Tannico. I proventi totali delle vendite
annuali superano così i 210 milioni di euro. Marco Ferrari, amministratore
delegato della Saronno Holding, ha definito l’acquisto “un’importante aggiunta
al portafoglio internazionale” dell’azienda. Da Settembre 2024 a Settembre 2025,
le vendite nette di Averna e Zedda Piras sono state pari a 26 milioni a fronte
di una contribuzione – cioè il margine lordo dopo le spese per pubblicità e
promozione – di 17 milioni. Per Simon Hunt, ad di Campari Group, la transazione
è “un ulteriore passo fondamentale nella nostra strategia di razionalizzazione
del portafoglio, con l’obiettivo di concentrarci su un minor numero di
iniziative, ma di maggiore impatto strategico, mentre continuiamo a favorire la
riduzione della leva finanziaria”.
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milioni alla holding proprietaria di Disaronno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con un accordo da 289 milioni di euro con la multinazionale Carrier global
corporation, Ariston Group ha acquisito il 1o0% di Riello, azienda fondata nel
1922 a Legnago che opera nel settore della climatizzazione. In seguito
all’acquisizione, tutti gli stabilimenti industriali e i 1.150 dipendenti di
Riello entreranno a far parte di Ariston: in Italia, gli stabilimenti
industriali di Legnago e Volpago e i centri di ricerca e sviluppo a Lecco e
Angiari.
Lo scopo dell’acquisizione è quello generare sinergie tecnologiche nel settore
del comfort termico – riscaldamento di ambienti, bruciatori, componenti
elettronici – e un portafoglio di prodotti complementari tra le due realtà. Il
completamento dell’operazione è previsto entro la fine del primo semestre del
nuovo anno. Il presidente esecutivo di Ariston Group, Paolo Merloni, ha
dichiarato: “Sono lieto di annunciare l’acquisizione di Riello, una tappa
fondamentale della nostra strategia di crescita. Riello rappresenta con orgoglio
un’icona italiana centenaria nei settori del comfort termico e delle tecnologie
avanzate di combustione”.
Il ministro Adolfo Urso rivendica un ruolo politico nell’accordo e sostiene che
si tratta di un’operazione “che rafforza la filiera del Paese, tutela
l’occupazione e garantisce continuità e sviluppo alle attività produttive,
nell’ambito di una strategia di crescita solida e di lungo periodo”. Negli
ultimi anni, Riello aveva attraversato un periodo di crisi e aveva anche chiuso
lo stabilimento di Pescara. Domani, alle 11.00, avrà luogo al Mimit il tavolo
sulla vertenza Riello, già convocato in vista di questo passaggio.
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dipendenti proviene da Il Fatto Quotidiano.