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Meloni sconfitta sulle quote Ue di emissione: no allo stop, revisione a luglio come già previsto. Ma per Urso è una “svolta storica”
Potrebbe far sorridere, se non si parlasse di questioni cruciali per l’industria europea, la reazione in due tempi del ministro delle Imprese Adolfo Urso. Che all’ora di pranzo di venerdì ha anticipato come Giorgia Meloni avrebbe “portato nelle prossime ore al Consiglio Europeo” la proposta di modificare alle radici il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione Ets, salvo rendersi poi conto che il Consiglio era finito la notte prima e assicurare che la premier aveva ottenuto “una svolta storica“. La verità è che la linea di Roma, il cui obiettivo iniziale era ottenere addirittura una sospensione del meccanismo che punta a ridurre i gas a effetto serra facendo pagare chi inquina, è uscita sonoramente sconfitta. “Si va avanti come previsto, con la revisione già in agenda per luglio“, commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle politiche europee del think tank Ecco. “E dalla conferenza stampa di Antonio Costa e Ursula von der Leyen è emerso che il sistema non è affatto la causa dei prezzi dell’elettricità troppo alti” come sosteneva il governo italiano “ma anzi resta centrale, secondo la Ue, per contrastarli”. Perché a gonfiare le bollette, come mostrano i dati presentati dalla Commissione ai leader dei Ventisette, è la dipendenza dal gas, che la normativa sull’Ets punta a contrastare rendendo conveniente investire nella decarbonizzazione e produrre in maniera più pulita. La voce costo dell’energia pesa in media per il 56%, contro l’11% di cui è “responsabile” il costo della Co2, il 18% dei costi di rete e il 15% delle imposte. Il fronte dei contrari al meccanismo, capeggiato dal governo italiano su spinta di Confindustria, è risultato del tutto minoritario dopo che anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’Ets “un grande successo” che non va “messo in discussione” e il presidente francese Emmanuel Macron si è limitato ad aprire a una maggiore “flessibilità”. Vista la malaparata, subito prima dell’inizio del Consiglio l’Italia ha rivisto al ribasso le proprie ambizioni e in una lettera ai vertici Ue firmata insieme ad Austria, Croazia, Grecia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia ha proposto non più lo stop dell’Ets ma una revisione approfondita da presentare “al più tardi” entro fine maggio e che includa “un’estensione delle quote gratuite Ue oltre il 2034“ e un approccio “graduale all’eliminazione delle quote gratuite a partire dal 2028. Una richiesta molto meno dirompente, formulata per evitare il rischio di ottenere come risposta un secco no su tutta la linea. In concreto, però, la leader di FdI non ha ottenuto nulla. Nel breve termine, continua Lovisolo, l’unica novità è che già dalla settimana prossima si lavorerà a una proposta di modifica della riserva di stabilità, il meccanismo che adatta l’offerta in caso di eccesso o carenza di permessi a inquinare. “Probabilmente il risultato sarà che la Commissione avrà più flessibilità nel decidere di mettere sul mercato un maggior numero di quote in modo da controllare l’eventuale aumento dei prezzi”. Quanto al rinvio dell’eliminazione delle quote gratuite assegnate ai grandi inquinatori – ufficialmente per evitare il rischio di delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente – “già prima del Consiglio c’era apertura”. Ma von der Leyen in conferenza stampa ha chiarito che lo ritiene auspicabile solo per le industrie ad alta intensità energetica, non per i produttori di energia da fonti fossili. Per il futuro, la presidente della Commissione ha annunciato un “boost” del sistema con l’obiettivo di finanziare progetti per la decarbonizzazione. Come gli Stati membri dovrebbero già fare utilizzando i proventi delle aste ma l’Italia non fa: finora ha impiegato per le politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei 18,2 incassati tra 2012 e 2024. Posto che la revisione resta in calendario per l’estate, a Meloni giovedì notte non è rimasto che rivendicare di essere riuscita “a far entrare nelle conclusioni del Consiglio la possibilità di dare vita a misure nazionali urgenti che riescano a mitigare l’impatto delle varie componenti nella formazione del prezzo dell’elettricità, Ets compreso. Il che ci consente, da lunedì, di lavorare con la Commissione sulla base del nostro decreto bollette“. Che, come si ricorderà, prevede che gli inquinatori si vedano rimborsare la spesa per le quote a carico dei consumatori, i quali dovrebbero però beneficiare del calo del prezzo finale dell’energia che ne deriverebbe. Per fare di più, come richiederanno gli aumenti dei prezzi energetici causati dall’escalation in Medio Oriente scatenata da Donald Trump, servirà mettere in campo soldi pubblici. Impresa non facile per un Paese ancora in procedura di infrazione per deficit eccessivo. L'articolo Meloni sconfitta sulle quote Ue di emissione: no allo stop, revisione a luglio come già previsto. Ma per Urso è una “svolta storica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Economia
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Adolfo Urso
Una settimana prima del decreto Urso bocciava il taglio delle accise: “Inefficace e aiuta soprattutto i ricchi che consumano più carburante”
Chissà cosa è cambiato nella mente di Adolfo Urso nella settimana trascorsa tra il 12 e il 18 marzo. Cioè tra il question time in cui il ministro delle Imprese ha definito “inefficace” il taglio delle accise, aggiungendo che va soprattutto a beneficio dei “ceti più benestanti“, e il consiglio dei ministri durante il quale il governo Meloni, presente Urso, ha varato il decreto che le riduce di 25 cent al litro. Il senatore di FdI, oggi impegnato in una nuova cabina di regia della Commissione Allerta Rapida sull’andamento dei prezzi dei carburanti, non ha spiegato il perché del voltafaccia e della decisione di varare un intervento omnibus – e non “rivolto ai redditi più bassi” come da anticipazioni – a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. Val la pena però ricordare che cosa ha detto in Senato l’ineffabile Urso quando era assolutamente convinto che fosse necessario “agire in maniera mirata” per non sprecare risorse. “Per il momento nessuno dei grandi Paesi europei, come Germania, Francia e Spagna, in cui si registra un’impennata dei prezzi al carburante a differenza che in Italia, ha previsto di tagliare le accise. In molti tra questi Paesi europei, hanno invece predisposto misure di controllo urgenti sulla filiera distributiva sul modello che abbiamo introdotto noi in Italia nel gennaio del 2023 e che si è dimostrato pienamente efficace”, è stata la sua premessa. Poi l’affondo sul perché il taglio delle accise era fuori questione. Per dimostrarlo, Urso ha evocato il marzo 2022, quando i prezzi dell’energia erano saliti alle stesse causa invasione russa dell’Ucraina. Allora, ha detto, il governo Draghi “fu colto impreparato” e a fronte dei forti rincari si decise “di destinare il crescente extragettito Iva, dovuto appunto alla fortissima crescita dell’inflazione, al taglio delle accise di 30,5 centesimi al litro Iva inclusa, per un costo per le casse dello Stato, cioè per i cittadini, di quasi un miliardo di euro al mese. Intollerabile“. Una manovra, ha continuato Urso il 12 marzo, “del tutto inefficace. Non riuscì infatti a fermare la spirale inflazionistica, perché nei mesi successivi l’inflazione continuò a crescere fino addirittura al 12,6% nel mese di ottobre, quello che ci avete lasciato”. Poi l’affondo sull’iniquità di un intervento a pioggia: “Come rilevato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, il beneficio di quel provvedimento si concentrò soprattutto sui ceti più benestanti, perché le famiglie con maggiori consumi di carburante sono quelle con redditi più elevati”. Come è ovvio, infatti, chi viaggia in Ferrari o anche solo su un’auto di grossa cilindrata consuma più benzina e se lo Stato ne calmiera i prezzi ottiene benefici proporzionali. L’Upb all’epoca aveva calcolato che la riduzione delle accise sui carburanti destinata al 10% più ricco valeva circa il 2,6% delle risorse complessivamente distribuite, contro lo 0,4% andato al 10% più povero. Di qui l’intenzione, da parte del governo di destra, di muoversi in maniera ben più attenta agli effetti redistributivi: “Stiamo predisponendo misure di compensazione rivolte ai redditi più bassi e di contenimento dei costi per le aziende di autotrasporto, affinché siano effettivamente efficaci”. Le prime bozze del decreto prevedevano in effetti un bonus una tantum di 100 euro riservato ai nuclei con Isee inferiore a 15mila euro, quelli che hanno diritto alla card Dedicata a te. Poi il ripensamento in extremis, la convocazione del cdm per le 19 di mercoledì e il varo del decreto in tempo perché Giorgia Meloni potesse annunciare trionfalmente al Tg1 il taglio delle accise (di 20 centesimi contro i 25 di Draghi) per arginare la cavalcata dei prezzi. Nessuna traccia, nel testo, di misure ad hoc per i nuclei più in difficoltà. L'articolo Una settimana prima del decreto Urso bocciava il taglio delle accise: “Inefficace e aiuta soprattutto i ricchi che consumano più carburante” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Adolfo Urso
Benzina
Caro carburanti, Urso si accontenta del “monitoraggio”. Consumatori: “Urgenti misure contro l’aumento dei prezzi”
Il governo continua a “monitorare” ma non interviene. Mentre il rialzo dei prezzi energetici legato alla guerra in Iran continua a riflettersi in aumenti del costo dei carburanti, dall’esecutivo per ora arriva solo la linea della prudenza: controlli sulla filiera e nessuna decisione immediata su accise o altre misure fiscali. Nel corso della riunione della Commissione di allerta rapida sui prezzi al ministero delle Imprese, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha rivendicato l’approccio adottato dall’inizio della legislatura. “Con il decreto sulla trasparenza dei prezzi dei carburanti del gennaio 2023 abbiamo cambiato paradigma, intervenendo a monte in modo preventivo, tempestivo e continuativo”, ha sostenuto, sottolineando il rafforzamento del sistema di monitoraggio, l’ampliamento dei poteri del Garante dei prezzi e l’istituzione della stessa Commissione. Secondo il ministro, l’Italia starebbe reggendo meglio di altri paesi europei all’ondata di rincari. In base ai dati del Weekly Oil Bulletin della Commissione europea, nell’ultima settimana la benzina è aumentata del 4,5% in Italia, contro il 10% in Germania, il 7,7% in Spagna e il 4,8% in Francia. Sul gasolio l’aumento è stato dell’8,6%, molto meno del 20% registrato in Germania, del 14,8% in Francia e del 14,2% in Spagna. Urso ha inoltre ricordato che, almeno per ora, nessuna delle principali economie europee ha scelto la strada del taglio delle accise, mentre diversi paesi stanno valutando strumenti di controllo sulla filiera distributiva simili a quelli adottati in Italia. I rincari però sono già consistenti. Rispetto a fine febbraio le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati risultano salite di 19,3 centesimi al litro per la benzina e 33,7 centesimi per il gasolio. Alla pompa l’aumento medio è stato quasi equivalente: oggi i prezzi self service si attestano a 1,82 euro al litro per la benzina e 2,05 euro per il gasolio, rispettivamente 15,3 e 32,2 centesimi in più rispetto al 27 febbraio. E per ammissione dello stesso Urso il protrarsi della crisi in Medio Oriente rischia di determinare “difficoltà nell’approvvigionamento di materie prime critiche, fondamentali per diversi settori produttivi: dall’elio – essenziale per la produzione di chip e per la microelettronica, e in larga parte proveniente dal Qatar – alle risorse necessarie per la filiera del cemento, fino ai fertilizzanti indispensabili per l’agricoltura”. Si rischia un impatto pesante, dopo che il 2026 ha esordito con un dato di nuovo negativo per la produzione, che a gennaio è calata dello 0,6% sia rispetto a dicembre 2025 sia rispetto ad un anno prima. In concreto, nulla si muove. Le associazioni dei consumatori Adoc, Assoutenti e Federconsumatori hanno scritto a Giorgia Meloni e allo stesso Urso chiedendo misure urgenti per “rallentare la spirale inflazionistica“. Tra le proposte una riduzione temporanea delle accise sui carburanti, il taglio dell’Iva sul gas, la riduzione degli oneri di sistema sull’energia e la rimodulazione dell’Iva sui beni di prima necessità, oltre al rafforzamento dei bonus sociali. Duro il giudizio della Cgil, che parla apertamente di “inerzia del governo” che “riguarda innanzitutto il conflitto scatenato da Usa e Israele, sul quale l’esecutivo non sta facendo nulla per favorire un cessate il fuoco al fine di proteggere le popolazioni civili e limitare le ricadute sull’economia mondiale, che sta già subendo pesanti contraccolpi, come conferma oggi l’Istat”. Per la Cgil, “il pericolo più immediato, nel caso di una nuova fiammata inflattiva, è che, ancora una volta, il conto sia pagato soprattutto da lavoratori e pensionati”. E “nemmeno si intravede alcun ripensamento sui clamorosi errori commessi in questi anni, nel corso dei quali è stata rallentata, se non fermata, la corsa alle fonti rinnovabili, le uniche in grado di abbattere strutturalmente i costi energetici per famiglie e imprese e di garantire indipendenza e sovranità energetica, per puntare invece sulle fonti fossili importate e più costose”. Inoltre “è stato messo in discussione, anche da parte dell’Italia, il Green deal europeo; milioni di famiglie sono state costrette ad abbandonare il mercato tutelato per passare al cosiddetto ‘mercato liberò, che ha comportato un aumento significativo delle bollette, che ora rischiano di esplodere”, conclude il sindacato guidato da Maurizio Landini. Più prudente ma comunque preoccupata la Cisl, che pur giudicando «apprezzabile» il monitoraggio avverte che sarà necessario intervenire rapidamente per evitare che l’aumento dei carburanti si trasferisca ai prezzi dei beni attraverso i costi di produzione e di trasporto. Tra le ipotesi sul tavolo anche l’utilizzo dell’eventuale maggior gettito Iva generato dai rincari per finanziare una riduzione delle accise. L'articolo Caro carburanti, Urso si accontenta del “monitoraggio”. Consumatori: “Urgenti misure contro l’aumento dei prezzi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prezzo Carburanti
Urso: “Renzi si inginocchiò a Rouhani”. Bagarre in Aula, Ronzulli a leader Iv: “Tira i calci sotto il banco come i bambini?”
Una gazzarra davanti agli studenti di una scuola di Morbegno, arrivati al Senato per seguire i lavori parlamentari. È quella che si scatenata durante il question time tra il ministro Adolfo Urso e Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, durante il suo intervento, aveva denunciato che Urso nel 2016 “non faceva il parlamentare, ma aveva una società che si occupava di investimenti in Iran, faceva l’amico degli iraniani: lo definì ‘amico dell’Iran’ Matteo Salvini, non io”. Da qui l’accusa di occuparsi del governo iraniano, e non dell’Italia. Urso aspetta che il suo microfono sia di nuovo acceso e, anziché rispondere all’interrogazione successiva del senatore Nave del M5S, invita gli studenti in tribuna a cercare su Internet le parole “Renzi e Rouhani”, l’ex presidente iraniano, e scandisce: “Colui che parlava prima è lo stesso che si inginocchiò a Rouhani al Campidoglio”. Scatta subito l’alt di Licia Ronzulli che sta presiedendo l’Aula, e che stoppa il ministro ricordandogli di essere ‘fuori tema’. Urso prova ad andare avanti e la senatrice di Forza Italia gli intima che “non può interloquire” con il senatore. Un istante dopo i ‘renziani’, e non solo, protestano – dalla diretta tv si sente anche la voce di Renzi ma la telecamera è sulla vicepresidente – e Ronzulli reagisce a tono: “Non serve il coro da stadio, non serve che protestate, so presiedere. Senatore Renzi, sta dando calci sotto al tavolo come fanno i bambini? L’ho appena detto che il ministro che non può interloquire”. L'articolo Urso: “Renzi si inginocchiò a Rouhani”. Bagarre in Aula, Ronzulli a leader Iv: “Tira i calci sotto il banco come i bambini?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva, ora torna in campo Jindal. Urso: “Ha presentato offerta con piano industriale ambizioso”
La partita si riapre o è solo un diversivo? Domanda legittima, visti i corsi e ricorsi di interessamenti, fughe e grandi ritorni legati all’Ilva di Taranto. L’ultimo coup de théâtre è andato in scena al Senato, durante un’informativa del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Di fronte a un’aula semi-deserta, con appena una trentina di parlamentari presenti, il titolare del Mimit ha annunciato che nella notte i commissari di Acciaierie d’Italia, il gestore del siderurgico in amministrazione straordinaria, hanno ricevuto una manifestazione di interesse da Jindal, il colosso indiano dell’acciaio che sfidò ArcelorMittal per prendersi gli impianti nel 2017. Una notizia “particolarmente rilevante”, l’ha definita Urso visto che si tratta di un “primario operatore su scala globale” e che l’interessamento arriva mentre il governo è costretto a vendere per garantire il funzionamento della fabbrica, attraverso un prestito ponte autorizzato dall’Ue ma vincolato alla cessione. Attualmente l’unica offerta sul piatto è quella di Flacks Group, family office di Michael Flacks con zero esperienze nel settore siderurgico. Una proposta, quella del fondo americano, che presenta diversi punti oscuri e lascia con molti dubbi anche gli stessi commissari. Ora però spunta Jindal, il cui nome era emerso già la scorsa settimana dopo un viaggio in India dello stesso Urso. Il colosso ha offerto un “piano industriale ambizioso, garantendo il processo di piena decarbonizzazione”, ha affermato il ministro precisando che la procedura di gara, a differenza di quanto si fece con Mittal, consente il miglioramento comparativo dell’offerta al fine di meglio garantire l’interesse nazionale e ricorda che i commissari “attendono proprio per la giornata di oggi, tutti i chiarimenti” da Flacks. Con il gruppo statunitense, dal mese di gennaio, il ministro ricorda che è in corso un negoziato diretto e nel decreto che dà ai commissari il mandato di trattare è precisata “l’imprescindibilità di 3 requisiti”. Questi sono “la disponibilità a cedere alcune aree a Taranto e a Genova, non più utilizzate per la produzione siderurgica, al fine di collocarvi progetti di reindustrializzazione che sono già in campo; la presenza nella compagine azionaria dell’offerente di uno o più soggetti industriali del settore siderurgico, al fine di rafforzare il know how dell’acquirente; da ultimo, ma direi in primis, la imprescindibilità dei requisiti di sostenibilità finanziaria dell’operazione nel tempo”. L'articolo Ilva, ora torna in campo Jindal. Urso: “Ha presentato offerta con piano industriale ambizioso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva, Urso parla al Senato ma l’aula è deserta: solo 30 parlamentari presenti, appena 9 della maggioranza
È una delle vertenze italiane più importanti, non fosse altro perché coinvolge circa 20mila lavoratori tra diretti e indiretti oltre a rappresentare l’industria chiave per intere filiere che vivono di acciaio. Eppure, nonostante il momento critico, in Parlamento sembra non interessare a molti. Anzi, a nessuno o giù di lì. Quando giovedì mattina il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è arrivato al Senato per la sua informativa su Ilva, l’aula di Palazzo Madama era pressoché deserta. Gli scranni sono rimasti quasi vuoti in ogni area dell’emiciclo. Erano presenti una trentina di parlamentari, appena 9 della maggioranza. Solo due di Fratelli d’Italia, il partito del ministro. A documentare lo scenario è stato il senatore del Pd Filippo Sensi con uno scatto postato sui suoi social: “Giovedì mattina. Non sabato. Informativa del ministro Urso. Su Ilva. Non un nonnulla – ha scritto – Due senatori due di Fratelli d’Italia ad ascoltare il ministro, peraltro del loro partito. Gli altri avranno judo. O c’è il referendum. Non so. Nove senatori della maggioranza in tutto in aula. Sarebbero centoventi”. Come detto, la partecipazione è scarsa anche tra gli scranni dell’opposizione. Dove, oltre a Sensi, sedevano una ventina di senatori, tra i quali Marco Lombardo e Annarita Furlan, rispettivamente di Azione e Italia Viva. Una scena desolante, nonostante a fine agosto dello scorso anno il fronte parlamentare sia stato investito del problema anche dai sindacati con un incontro apposito. E proprio i metalmeccanici si sono fatti sentire: “Il vuoto di questa foto è un danno per i lavoratori ma anche per la democrazia. Noi non ci arrendiamo”, ha scritto sui suoi social il segretario generale della Fiom Michele De Palma rilanciando la foto di Sensi. “La Repubblica fondata sul lavoro? In Senato il ministro Urso parla della più grande vertenza europea: l’ex Ilva. Ne parla dopo due morti in fabbrica. Ne parla mentre tutto sta collassando. Non sono un populista, so che ci sono momenti in cui i parlamentari sono a fare altre cose importanti ma oggi si discuteva di Ilva. La democrazia è svuotata. Tocca ai lavoratori riempirla. Noi non ci fermiamo per la salute, l’occupazione, la decarbonizzazione”, ha continuato De Palma definendo “inaccettabile che tutte le forze politiche lascino i banchi vuoti”. Tra l’altro, l’informativa di Urso arriva in un momento delicatissimo per l’acciaieria, ferma a 2 milioni di tonnellate di acciaio prodotte. Il governo ha urgenza di uscire dalla gestione commissariale decisa da Urso, altrimenti la Commissione Europea non darà l’ok al prestito ponte da 369 milioni di euro. L’iniezione di soldi pubblici è vincolata alla vendita ed è vitale per il funzionamento della fabbrica, che perde oltre 50 milioni di euro al mese e attualmente ha 4.500 persone in cassa integrazione per tentare di limitare i costi di gestione. Proprio nelle scorse ore, come annunciato dal ministro in Aula, ha mostrato interesse verso il dossier il gigante indiano dell’acciaio Jindal. Ora spetterà ai commissari valutare la portata dell’offerta e compararla con quella di Flacks Group, con il quale il governo sta negoziando in esclusiva tra mille dubbi legati alla solidità finanziaria del gruppo e sulla capacità industriale di un gruppo che non ha mai operato nel campo della siderurgia. L'articolo Ilva, Urso parla al Senato ma l’aula è deserta: solo 30 parlamentari presenti, appena 9 della maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva: zero risposte dal governo, avanti con Flacks ma crescono i dubbi. I sindacati: “Ottimismo sfrenato dei commissari”
Un tavolo senza reali novità sulla cessione, l’ennesimo, mentre il potenziale acquirente smentisce sé stesso e le dichiarazioni di un ministro. L’Ilva sta diventando una farsa, ma la situazione è seria perché in ballo ci sono oltre 10mila posti di lavoro e l’indipendenza dalle importazioni delle filiere dell’industria che campano di acciaio. L’incontro tra i ministeri competenti e i sindacati metalmeccanici si è chiuso con un sostanziale “ci aggiorniamo”. I commissari di Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, e i rappresentanti dei lavoratori si vedranno il 13 marzo a Taranto per parlare di sicurezza insieme agli ispettori dell’Inail, dopo due incidenti mortali in meno di due mesi, mentre il governo riconvocherà le parti entro la fine del mese. Nel mezzo, in teoria, dovrebbe avvicinarsi il closing con Michael Flacks, il finanziere inglese che sta negoziando in esclusiva con il governo. Prima nota: ora è chiaro a tutti che l’esecutivo è ancora a caccia di garanzie riguardanti la solidità finanziaria e la capacità di gestire un’acciaieria, settore sconosciuto al suo family office, tanto da aver richiesto esplicitamente un partner industriale. Secondo punto: la trattativa, a differenza di quanto lasciato intendere dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, non ha subito alcun rallentamento dopo la sentenza del tribunale di Milano che ha imposto lo spegnimento degli impianti il 24 agosto se non verranno puntualizzate le tempistiche di alcuni interventi dell’Aia. Flacks ha detto in giornata: “Pur rappresentando un’evoluzione imprevista, la decisione non è considerata dal Gruppo un ostacolo al processo in corso, che viene attentamente valutato per adeguare il piano industriale di conseguenza”. Insomma, nessuna richiesta di scudo penale né volontà di rallentare il closing. Un’opzione che – paradossalmente – era stata adombrata dallo stesso Flacks e anche Urso. Restano, invece, chiare e plastiche le ombre sulla capacità di Flacks di gestire e rilanciare lo stabilimento. Il segretario generale della Uilm Rocco Palombella è tornato a chiedere l’intervento diretto dello Stato, come anche l’Usb. “L’unica soluzione possibile è la gestione pubblica degli impianti per arrivare alla decarbonizzare, garantendo la continuità produttiva e la sicurezza. La soluzione non è il fondo”, ha ribadito Michele De Palma, leader della Fiom. Di “testardaggine del governo” parla Ferdinando Uliano della Fim-Cisl: “Abbiamo ribadito che devono iniziare a pensare a un piano B, un piano B dove il governo è la parte trainante dell’assetto proprietario, poi aggregando gli industriali del paese”. E ha poi accusato i commissari di coltivare “un ottimismo, secondo noi, sfrenato” riguardo le capacità del finanziere. L’acciaieria – che ha chiuso il 2025 producendo appena 2 milioni di tonnellate – va avanti a stento, i commissari hanno ribadito che è necessario procedere alla vendita per garantirsi il prestito ponte, autorizzato dall’Unione Europea solo perché finalizzato alla cessione. La triade nominata da Urso ha ribadito che dal loro insediamento è stato speso quasi 1 miliardo di euro per le manutenzioni, ma evidentemente non è bastato. Due operai sono morti in situazioni quasi analoghe tra fine gennaio e gli scorsi giorni: griglie “marce” che hanno ceduto al loro passaggio. E i sindacati territoriali sono tornati a tuonare due giorni fa in una lettera resa nota nelle scorse ore denunciando “grave criticità in materia di sicurezza nel reparto Tfc dell’area ghisa”, già segnalate ai capireparto. “Tuttavia, ad oggi, non risulta effettuata neppure la pulizia delle aree interessate, utile almeno a consentire un controllo visivo adeguato dello stato delle strutture”, denunciano chiedendo “un intervento immediato per la verifica tecnica” di tutte le strutture indicate e per la loro messa in sicurezza. All’interno delle aree segnalate, chiedono inoltre i sindacati, va vietato il transito del personale “fino a quando non sarà accertata con certezza l’assenza di pericoli”. L'articolo Ilva: zero risposte dal governo, avanti con Flacks ma crescono i dubbi. I sindacati: “Ottimismo sfrenato dei commissari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ex Ilva, De Palma: “Serve serietà, basta con le dichiarazioni di Urso. Meloni si occupi del dossier”
“Jindal? Fino all’altro giorno discutevano degli azeri, poi del fondo Flacks. Bisogna avere la serietà dei tavoli istituzionali, non continuare con le dichiarazioni alla stampa. La premier Meloni prenda in mano il dossier”. Ad attaccare è il segretario generale della Fiom Michele De Palma, a margine di una conferenza stampa, sull’incontro tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e i vertici di Jindal Steel sull’ex Ilva. “Due infortuni mortali per uno che fa il sindacalista sono una sconfitta. L’intero Paese e il governo dovrebbero sentire quello che è successo come una sconfitta”, ha continuato il segretario generale della Fiom Cgil, dopo l’incidente mortale nella quale ha perso la vita Loris Costantino, operatore di una ditta esterna, precipitato dopo aver fatto “un passo nel vuoto” e aver calpestato una griglia letteralmente marcia, coperta dagli avanzi delle polveri nel reparto Agglomerato dell’acciaieria di Taranto. Circostanze simili a quelle nelle quali, a gennaio, aveva perso la vita Claudio Salamida, 46enne impiegato da oltre 20 anni nello stabilimento, che era deceduto a causa del cedimento di un grigliato sotto ai suoi piedi, in Acciaieria 2. “Gli infortuni non sono frutto del caso – ha sottolineato De Palma – e quindi è del tutto evidente che chi ha delle responsabilità deve togliersi di mezzo. Abbiamo sempre detto che prendere tempo vorrebbe dire perdere tempo e perdere soldi pubblici. Per questo abbiamo detto che si investa e si gestisca il processo di transizione con le lavoratrici e lavoratori”. Riguardo la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi prevista per domani, arrivata dopo settimane di silenzi e la scelta di Fiom, Uilm e Fim di autoconvocarsi, De Palma ha aggiunto: “Siamo stati lasciati soli nel corso di questi mesi, non ci hanno mai ascoltato. Ora andremo a Palazzo Chigi e ci andremo a confrontare con la base di quello che saranno le novità che saranno oggetto di un tavolo istituzionale”. L'articolo Ex Ilva, De Palma: “Serve serietà, basta con le dichiarazioni di Urso. Meloni si occupi del dossier” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Stellantis, l’affondo di De Palma (Fiom) contro Urso: “Il ministro racconta una realtà che non esiste”. E attacca Elkann
“Il ministro Adolfo Urso nel 2024 diceva che l’obiettivo di produrre un milione di autovetture fosse raggiungibile. Un anno dopo, sempre lo stesso ministro ha detto di essere convinto che la produzione in Italia potrà raggiungere un milione di auto se cambieranno le regole europee. Noi oggi produciamo delle auto e quelle che produciamo non se le comprano. E poi c’è il ministro che dice che stiamo andando verso la produzione di un milione di veicoli. C’è chi immagina una realtà che poi non esiste nei fatti. Siamo alla dispercezione della realtà”. Così il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha risposto a una domanda su Stellantis de Ilattoquotidiano.it, durante la presentazione del rapporto dell’Ufficio studi del sindacato riguardo lo stato dell’industria metalmeccanica. “Il problema è che pensare che il cambio delle normative Ue salvaguardi l’occupazione del Paese è un errore enorme”, ha continuato De Palma, secondo cui “la dimostrazione sono gli impianti che producono auto e quelli che producono componentistica per le auto endotermiche e ibride. Guardate i numeri. Io penso che un’industria debba fare una cosa molto semplice, deve produrre le auto che servono al mercato”. E ancora: “Sull’automotive, in particolare Stellantis, la situazione attuale non è reggibile oltre a quello che sta succedendo. Noi abbiamo a rischio interi stabilimenti coi volumi produttivi che ci sono. Interi stabilimenti del gruppo Stellantis senza gli investimenti e i modelli, stanno chiudendo le aziende dell’indotto e della componentistica”. Quindi ha ricordato i 12 milioni di euro incassati dall’ex Ceo Carlos Tavares mentre non è stato pagato il premio di risultato ai lavoratori. E sul presidente John Elkann: “Si è venduto quel che non ha costruito lui. Non mette al centro la responsabilità sociale dell’impresa. I profitti per chi ha in mano la proprietà aumenta, mentre i lavoratori pagano le scelte dei manager. Il governo deve assumersi le sue responsabilità. Siamo stati lasciati soli, ma combattiamo con le unghie e con i denti per l’autonomia industriale di questo Paese senza la quale la presidente del Consiglio non si siede al tavolo del G7″. In vista della presentazione del piano industriale a maggio ha aggiunto: “Vogliamo un incontro con l’amministratore delegato. Ci sono problemi? Il governo apra agli investitori stranieri, siamo rimasti l’unico Paese in Europa a non averne più d’uno”. E ha ricordato che la Spagna, che produce quasi 2 milioni di auto (900mila di Stellantis), non ha più un costruttore domestico. L'articolo Stellantis, l’affondo di De Palma (Fiom) contro Urso: “Il ministro racconta una realtà che non esiste”. E attacca Elkann proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lavoro
Adolfo Urso
John Elkann
Stellantis
Fiom
Urso difende Stellantis su tutta linea, Grimaldi (Avs) si infuria: “Che vergogna, quale patto ha fatto con Elkann?”
Una difesa a tutto campo. Perfino la negazione di una diminuzione dei posti di lavoro, nascondendosi dietro la differenza tra licenziamenti e accordi di uscita. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso va a braccetto con Stellantis, nonostante le ultime mosse del gruppo controllato dalla famiglia Agnelli-Elkann dimostrino gli scarsi investimenti sull’Italia, e manda su tutte le furie il deputato di Avs Marco Grimaldi. Il ministro si è fatto baluardo delle giustificazioni aziendali su tutta la la linea durante un question time alla Camera: “La crisi di Stellantis, che ha riportato perdite per oltre 22 miliardi, è da tutti attribuita al Green Deal e in modo specifico alla conduzione di Tavares, poco fa anche la Cgil lo ha detto, che aveva creduto all’ideologia di Timmermans imponendo all’azienda la strada forzata dell’elettrico, con risultati che oggi sono fallimentari. Lo ha evidenziato lo stesso Filosa, richiamando tutti alla realtà e cambiando in modo radicale la strategia industriale negli Stati Uniti e in Europa, chiedendo anche alla nostra Europa di cambiare”, ha detto rispondendo all’interrogazione di Avs. Perfino sulla gigafactory di Termoli, definitivamente abortita, è riuscito a fare scudo all’azienda, capofila del consorzio Acc che ha fatto marcia indietro: “Sulle gigafactory è clamoroso il disastro europeo. Il progetto modello Northvolt è finito in bancarotta; ACC ha dovuto riconoscere che la tecnologia sviluppata in Francia non è competitiva e ha rinunciato ai progetti previsti in Italia e in Germania”, ha sostenuto. Proprio lui che, nel 2024, di fronte alle prime titubanze di Stellantis aveva attaccato Stellantis, arrivando poi a spostare i soldi del Pnrr che erano previsti sul progetto. Così, nella sua replica, Grimaldi ha sbottato: “Che vergogna! Lei è l’unico ministro, anzi l’unico italiano, che non vede la fuga degli Elkann. Stanno portando le produzioni all’estero, quelle elettriche. Ministro, lei è imbarazzante. Fa il ministro dello Shopping Italia. Hanno venduto tutti i marchi e se ne rallegra. Forse non ha capito che non deve continuare a dare l’alibi perfetto”, ha affondato il deputato di Avs facendo riferimento alle cessioni di Comau e Iveco. Quindi ha continuato: “Quale patto ha fatto con Elkann? Quello di vendere il Gruppo Gedi? Quello di non dare fastidio al governo? Sono in fuga da tempo. Ma di che parla? Dov’è la difesa del made in Italy?”, si è chiesto in maniera retorica ricordando poi che Stellantis continua a produrre fuori dall’Italia, così come all’estero – in Spagna – sta costruendo una gigafactory. Quindi ha messo i puntini sulle “i”: “Stellantis incentiva ad andarsene via e lei dice che va tutto bene”. Tra il 2024 e il 2025, come documentato dalla Fiom-Cgil, l’azienda ha infatti speso oltre 700 milioni di euro per invitare oltre 6.000 operai a lasciare il loro posto di lavoro. L'articolo Urso difende Stellantis su tutta linea, Grimaldi (Avs) si infuria: “Che vergogna, quale patto ha fatto con Elkann?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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