N ella classifica dei libri più venduti di agosto 2025 delle librerie
indipendenti McNally Jackson al primo posto, superando anche il romanzo
distopico I Who Have Never Known Men di Jacqueline Harpman, fenomeno virale di
quest’anno nell’universo del BookTok, compare il memoir I Regret Almost
Everything del ristoratore Keith McNally (nessuna parentela), animatore e
protagonista da decenni del panorama della ristorazione newyorkese, definito dal
New York Times “The Restaurateur Who Invented Downtown”.
La figura di McNally non è di certo sconosciuta, soprattutto tra il pubblico
smaccatamente urbano che legge il New Yorker, fa spesa al farmers market e
frequenta le enoteche con vini naturali e small plates. I suoi locali hanno
definito uno specifico Zeitgeist, sono entrati nell’orizzonte culturale e
mediatico degli anni Ottanta e Novanta. L’Odeon ha espresso a tal punto lo
spirito grottesco e tragicamente adrenalinico dell’euforica esuberanza yuppie da
finire in diverse opere di finzione: è sulla mappa iperdettagliata e capillare
dei posti frequentati da Patrick Bateman in American Psycho di Bret Easton Ellis
e la sua insegna al neon campeggia sulla copertina del romanzo Bright Lights,
Big City di Jay McInerney; il Balthazar, con la sua riproposizione nostalgica e
decadente di una brasserie parigina e il suo inaccessibile sistema di
prenotazioni, è stato a lungo uno degli indirizzi di culto del dining out
newyorkese, seducendo e intercettando un amalgama di scrittori, registi,
artisti, chef, da Andy Warhol a Eric Ripert e alimentando quel repertorio di
aneddoti e racconti su cui si è costruita la mitologia di gran parte dei
ristoranti newyorkesi.
Anche a fronte della relativa popolarità di McNally, il successo di un memoir
esplicitamente votato al racconto delle dinamiche interne alla ristorazione
sollecita alcune domande intorno ai food memoir e alle scritture autobiografiche
di chef e figure dell’hospitality. In The Nasty Bits Anthony Bourdain individua
una fonte di consolazione immediata alle insoddisfazioni della vita nelle cucine
professionali, a quel “senso d’isolamento o di frustrazione che ti avvolge dopo
una giornata di diciassette ore passata a sgusciare gamberi e a rimestare
verdure in un bugigattolo di cucina”, nella lettura di quattro libri: Down and
Out in Paris and London di George Orwell, Le ventre de Paris di Émile Zola, The
Kitchen di Nicolas Freeling e Flash in the Pan. The Life and Death of an
American Restaurant, di David Blum, tutti, a eccezione del classico di Zola,
inquadrabili nei confini, a ben vedere piuttosto scivolosi e continuamente
rinegoziati, del food memoir. Down and Out in Paris and London racconta le
rocambolesche avventure di Orwell durante la sua esperienza da plongeur e da
sguattero prima in un misterioso Hotel X e poi in un sordido bistrot a Parigi
negli anni Venti; The Kitchen ripercorre l’avanzamento dell’autore – da commis a
cuoco ‒ nel sistema della brigata dei grandi hotel francesi degli anni Quaranta;
Flash in the Pan è la cronaca dell’ascesa e della caduta del ristorante The
Falls di cui Blum segue tutti i momenti, dalla progettazione all’inaugurazione.
> Il successo di un memoir esplicitamente votato al racconto delle dinamiche
> interne alla ristorazione sollecita alcune domande intorno ai food memoir e
> alle scritture autobiografiche di chef e figure dell’hospitality.
Quello che conforta Bourdain è riconoscere che le sue sofferenze – le bruciature
della graticola sui polsi, le tracce lasciate dalle lame dei coltelli, la
sensazione di alienazione avvertita nei confronti dell’umanità che vive fuori
dagli spazi angusti della cucina, che può beneficiare della luce del sole e di
forme di socialità regolari – sono state condivise da altre figure che, come
lui, hanno avvertito l’urgenza di registrarle. Le ragioni per cui Bourdain si
rivolge a questi testi sono plurali: quello che sembra emergere in modo più
consistente e immediato è un bisogno di identificazione: altri si sono sentiti
come mi sento io, hanno vissuto esperienze simili alle mie. Ci sono poi lo
stupore e la successiva gratificazione di vedere assegnata la dignità di materia
narrativa persino ai momenti considerati più bassi e abietti nel percorso
professionale di uno chef: alla disperazione del commis sfruttato, all’impotenza
di cui si sente vittima il plongeur. La questione del riconoscimento assegnato a
quella sostanza organica, magmatica e ribollente che è la vita nelle cucine non
è di secondaria importanza. Basti pensare che prima del 2019, quando Burn the
Place, il memoir della chef e ristoratrice Iliana Regan, è stato incluso nella
longlist della non-fiction del National Book Award, era dal 1980 – con Julia
Child and More Company, vincitore nella categoria Current Interest ‒ che un
libro legato al cibo non figurava tra i candidati al premio letterario
americano.
Per molto tempo il cibo è stato raccontato più da una prospettiva domestica, nei
toni rassicuranti del ricordo, spesso venato di malcelata nostalgia, dei
confortanti pasti preparati in famiglia. Il successo di questo tipo di racconto
– quello più tipico del food memoir – è facilmente spiegabile visto che,
ricorrendo a un repertorio di figure riconoscibili – il primo piatto assaggiato
insieme ai genitori o ai nonni; la prima cena preparata per una persona cara – e
a un vocabolario conosciuto, intimo, che mira a equiparare il cibo alla
condivisione, alla famiglia, in definitiva all’amore, fa leva su sentimenti
universali. Mi chiedo, invece, quando i resoconti dalle retrovie delle cucine
sono diventati così seducenti per un pubblico generalista, un pubblico
probabilmente più a proprio agio con arrosto e crostata che non con brunoise e
béarnaise.
> Per molto tempo il cibo è stato raccontato più da una prospettiva domestica,
> nei toni rassicuranti del ricordo, spesso venato di malcelata nostalgia, dei
> confortanti pasti preparati in famiglia.
La risposta, come molte di quelle che hanno a che fare con le questioni del cibo
e della sua narrazione, è rintracciabile nel lavoro di Anthony Bourdain che, nel
suo primo articolo, pubblicato sul New Yorker nel 1999, “Don’t Eat Before
Reading This”, ha introdotto un nuovo paradigma, più sanguigno e spigoloso, meno
confortante, nel racconto culinario, ricordando ai suoi lettori che, oltre i
buoni sentimenti e le elucubrazioni sul senso etico del mangiare, “good food,
good eating, is all about blood and organs, cruelty and decay”. L’opera di
Bourdain, pur nella singolarità della sua figura e del suo percorso
professionale, ha inoltre sollecitato una curiosità nuova nei confronti della
figura degli chef.
Lo chef memoir nasce, infatti, come diramazione del food memoir. Tracciando una
distinzione piuttosto sommaria e tenendo conto delle inevitabili sovrapposizioni
tra i due, è possibile individuarne alcune specifiche. Nel food memoir il focus
è il rapporto dell’autore o dell’autrice – non necessariamente una figura legata
all’ambito della ristorazione ‒ con il cibo, spesso maturato a partire da alcuni
episodi epifanici collocabili durante l’infanzia, il più delle volte
riconducibili alla sfera domestica. Quasi sempre il food memoir segue in modo
regolare le diverse fasi della vita di chi scrive, che finisce spesso per
servirsi dei ricordi culinari come strumento e pretesto narrativo per indagare
questioni relative all’identità culturale, di genere o per suggerire riflessioni
intorno al valore sociale del cibo e del mangiare.
Lo chef memoir è, ovviamente, sempre scritto da uno chef. In antitesi rispetto
al food memoir che, per l’estensione e la varietà delle questioni di cui si
occupa sembra spesso equiparabile a una visione panoramica, lo chef memoir si
muove tutto in profondità, concentrandosi su di uno specifico luogo – le cucine
dei ristoranti – e una specifica temporalità, che si diparte dal momento in cui
chi scrive decide di diventare chef (“fu allora, caro lettore, che per la prima
volta in vita mia mi resi conto di voler diventare uno chef” in Kitchen
Confidential. Adventures in the Culinary Underbelly di Anthony Bourdain;
“l’indomani mattina sarei diventato un cuoco” di The Devil in the Kitchen. Sex,
Pain, Madness, and the Making of a Great Chef di Marco Pierre White; “this was
the day I slighted fate and became a chef” in Burn the Place”).
Il food memoir è una mappatura, lo chef memoir è uno scavo. Il food memoir è
distant, lo chef memoir è close. L’infanzia non scompare del tutto
dall’orizzonte del raccontabile, ma da questa vengono selezionati solo gli
episodi funzionali a spiegare i primi avvicinamenti al cibo. Quello dei piatti o
cibi formativi che dischiudono a chi scrive l’accesso all’universo di struggente
piacere e di gloria devastata della cucina, è un topos del genere. Per Bourdain
è la prima ostrica – che sa “di brina, di acqua salata e di carne” ‒ assaggiata
con sfida in Francia a dodici anni durante una vacanza con i genitori; per Julia
Child è la sole meunière che mangia a Rouen nel 1948 e che le rivela gli
splendori della cucina francese; per Gabrielle Hamilton è l’agnello allo spiedo
che arrostisce da bambina insieme al padre, d’estate.
Una contronarrazione divertente rispetto a questi momenti epifanici è quella
proposta dalla food blogger Geraldine DeRuiter in If You Can’t Take the Heat:
Tales of Food, Feminism, and Fury che con divertita ironia si chiede come sia
possibile che per così tanti chef e food writer i primi ricordi alimentari siano
legati a vaporosi soufflé e cremose zuppe di pesce anziché, come nel suo caso, a
merendine piene di zuccheri, litri di bevande gassate e gelatine in scatola. Per
quanto sia una considerazione interessante e per quanto sia indubbiamente
spassoso desacralizzare la mitologia che le persone legate alla ristorazione
spesso propongono di sé, DeRuiter sembra ignorare che, come ormai riconosciuto
dalla maggior parte degli studi sull’autobiografia, da Paul John Eaking a John
Coetzee, nelle scritture del sé, fondate sulla memoria, il soggetto che ricorda
reinterpreta il proprio passato, e selezionandolo e recuperandolo, lo
risignifica, inserendolo in un nuovo piano di senso che deriva dalla forma
stessa della narrazione.
> Se gli chef memoir sacrificano spesso nella narrazione il racconto di tutto
> quello che non ha a che fare con la carriera da cuochi di chi scrive è perché
> il più delle volte i tempi della vita e i tempi della cucina semplicemente
> coincidono.
L’autobiografia – come sostiene Robert Elbaz ‒ “è finzione e la finzione è
autobiografia: tutte e due rappresentano una sistemazione narrativa della
realtà”, perciò è necessario approcciarsi a questi prodotti culturali senza
pretendere una rigorosa oggettività ma intendendoli come dispositivi che
permettono di costruire una vita attraverso la costruzione del testo. La
specifica temporalità su cui si orchestra lo chef memoir non è solo una
conseguenza di questa operazione di montaggio e selezione degli episodi
significativi di una vita, ma credo dipenda dalla peculiare concezione del tempo
che sperimenta chi lavora in cucina. Dopo aver letto un numero considerevole di
chef memoir e senza voler costringere le singolarità delle diverse esperienze in
un canone riduzionista, penso di poter affermare che se gli chef memoir
sacrificano spesso nella narrazione il racconto di tutto quello che non ha a che
fare con la carriera da cuochi di chi scrive è perché il più delle volte i tempi
della vita e i tempi della cucina semplicemente coincidono.
In questa tassonomia delle scritture del sé legate al cibo e alle figure
dell’universo dell’hospitality rientrano anche testi piuttosto eterodossi. Ci
sono quei libri che, senza pretesa di accuratezza filologica, credo possano
definirsi restaurant memoir, variazione sul tema dello chef memoir da cui
divergono perché concentrati a registrare, come in un diario di bordo, tutti gli
aspetti che riguardano la vita del ristorante: dalle preparazioni ai mutamenti
nella brigata; dall’elaborazione dei menu all’allestimento della sala. Anche se
spesso i confini tra i due sono pressoché indistinguibili, lo chef memoir è più
finalizzato alla costruzione della figura divistica di chi scrive. Nella mia
personale classificazione Kitchen Confidential di Anthony Bourdain è uno chef
memoir; The Devil in the Kitchen di Marco Pierre White è un restaurant memoir.
Un’altra biforcazione, piuttosto eccentrica e ben poco ricorrente, di cui ho
individuato solo pochi titoli – Table Comes First: Family, France, and the
Meaning of Food di Adam Gopnik; Heat: An Amateur’s Adventures as Kitchen Slave,
Line Cook, Pasta-Maker, and Apprentice to a Dante-Quoting Butcher in Tuscany e
Dirt: Adventures in Lyon as a Chef in Training, Father, and Sleuth Looking for
the Secret of French Cooking di Bill Buford – è quella del critico-studioso che
frammischia al racconto della sua vita personale e professionale (Buford si
trasferisce a Firenze e a Lione e inizia anche a lavorare nelle cucine, Gopnik è
più classicamente “un americano a Parigi”) una divulgazione colta e dai toni
brillanti – entrambi gli autori scrivono sul New Yorker – sulla storia
dell’alimentazione, sui significati sociali del mangiare fuori e sulla mai
sopita rivalità tra civiltà culinaria italiana e francese.
> A distinguere, almeno fino a un passato relativamente recente, food e chef
> memoir interviene anche una evidente differenza di genere. Il food memoir è
> stato spesso derubricato a “genere femminile”.
Anche i cookbook da alcuni anni si stanno orientando verso il memoir; i menù
stessi potrebbero considerarsi una forma di scrittura del sé. Il restaurant
cookbook Prune della chef e proprietaria dell’omonimo ristorante, Gabrielle
Hamilton, è stato scritto e pensato dall’autrice come un’autobiografia del
ristorante, un archivio di tutto quello che vi si è preparato e cucinato per
dodici anni, da leggere come accompagnamento al suo memoir Blood, Bones &
Butter: The Inadvertent Education of a Reluctant Chef.
A distinguere, almeno fino a un passato relativamente recente, food e chef
memoir interviene anche una evidente differenza di genere. Il food memoir è
stato spesso derubricato a “genere femminile”: non solo perché i titoli che ne
compongono un ipotetico canone sono per la maggior parte scritti da donne
(Tender at the Bone: Growing Up at the Table di Ruth Reichl; My life in France
di Julia Child; Home Cooking di Laurie Colwin; The Gastronomical Me di M.F.K.
Fisher), ma anche per l’insistenza sulla connotazione familiare dei pasti
preparati per amici e parenti – il memoir di Colwin nasce come esplicito omaggio
alla cucina domestica ‒, e per la presenza di ricette – associate più alla
dimensione femminile e casalinga della cucina che non a quella professionale e
maschile ‒ pensate per essere modificate, sostituendo gli ingredienti suggeriti
con “quello che avete in casa”, e per essere realizzate senza dover ricorrere a
strumenti da cucina professionale o a tecniche elaborate.
Lo chef memoir, invece, è un genere “maschile”: oltre a riflettere una oggettiva
disparità nelle posizioni apicali in cucina (ci sono più chef memoir scritti da
uomini perché ci sono più chef uomini), esprime quasi sempre una mascolinità
fortemente competitiva indirizzata al perseguimento di un obiettivo – spesso il
conseguimento di una o più stelle sulla celebre guida. Al tempo stesso la
narrazione si dipana attraverso una serie di riti di passaggio – lo chef memoir
condivide aspetti della fiaba e del romanzo di formazione – improntati alla
dimostrazione di resistenza fisica e sopportazione di una debilitante pressione
mentale. Per questo motivo trovo sempre interessanti gli chef memoir scritti da
donne e provo a leggerli tutti: a volte sono deludenti, spesso ricalcano topoi e
lingua degli chef memoir scritti da uomini, ma quanto meno agiscono sempre in
direzione di un allargamento dell’orizzonte del raccontabile e del
rappresentabile.
> Lo chef memoir, invece, è un genere “maschile”: oltre a riflettere una
> oggettiva disparità nelle posizioni apicali in cucina, esprime quasi sempre
> una mascolinità fortemente competitiva indirizzata al perseguimento di un
> obiettivo – spesso il conseguimento di una o più stelle sulla celebre guida.
Tra i primi del genere è il già citato Blood, Bones & Butter di Gabrielle
Hamilton che parallelamente all’attività in cucina si è cimentata con la
scrittura, in particolare in forma di personal essay su diverse riviste – Bon
Appétit, Saveur, New York Times, New Yorker. La vicenda editoriale del libro
rivela quanto la categoria di memoir susciti perplessità e prese di distanza da
parte di autrici spaventate dalla prospettiva di ritrovarsi incasellate in una
scrittura considerata troppo “femminile”. Hamilton impiega, infatti, cinque anni
a scriverlo, di cui tre e mezzo impegnati a resistere alla tentazione di
raccontare la propria vita – l’infanzia funestata da una famiglia disfunzionale;
la madre, francese, che le insegna a riconoscere i funghi ma la priva di affetto
e la responsabilizza prima del tempo; la fuga a New York ancora giovanissima,
dove lavora, da minorenne, in diversi locali notturni; la dipendenza da cocaina;
lo sfiancante lavoro nel catering; l’apertura di Prune; il fallimento del suo
matrimonio – proprio per il timore di consegnare un prodotto confessionale,
debole, “girly”. Un timore ravvisabile in tutto il libro: l’autrice sembra voler
fuggire da tutto quello che rischia di suonare come sentimentale attraverso una
retorica della sofferenza e della vocazione al martirio che serpeggia in tutto
il testo – “I love my scars, I am covered in scars” è una delle sue
dichiarazioni più frequenti – che finisce così con l’avvicinarsi in modo quasi
mimetico al registro della maggior parte degli chef memoir scritti da uomini.
La questione della presenza femminile nelle cucine sollecita la chef inglese
Sally Abé, proprietaria del ristorante The Pem, il cui nome deriva dal
soprannome della suffragetta Emily Wilding Davison, e il cui staff è composto
quasi essenzialmente da donne, a scrivere il memoir A Woman’s Place Is in the
Kitchen: A Chef’s Dispatches from Behind the Pass, pubblicato nel 2024. Abé
mette a frutto una fama conquistata sugli schermi televisivi – la televisione ha
ancora un ruolo insostituibile nel rendere riconoscibili e familiari i volti e i
corpi di chi cucina – per promuovere momenti e occasioni di confronto tra donne
che lavorano nell’hospitality sui temi della retribuzione, degli orari di
lavoro, della maternità, della salute mentale e delle molestie subite in cucina
e in sala. Nonostante le premesse e nonostante il capitolo conclusivo che, con
un’insolita lucidità sul presente abbandona il racconto personale per
concentrarsi sullo scenario della ristorazione post-Covid e sulle
rappresentazioni che i media propongono della vita in cucina, invitando anche i
professionisti dell’ospitalità a ripensare i propri atteggiamenti, il memoir di
Sally Abé disattende in parte la prospettiva da cui dichiara di muovere,
concedendo poco spazio alla specificità dell’esperienza femminile in cucina.
Questa emerge con urgenza in Tart: Misadventures of an Anonymous Chef, memoir-
culinary coming of age (2025), opera di Slutty Cheff, chef e scrittrice che, in
forma anonima, sulla sua rubrica Yes Chef edita su British Vogue scrive di cibo,
sesso e della sua condizione di donna negli ambienti estremamente testosteronici
e competitivi delle cucine. Lo sguardo dell’autrice, del tutto anomalo rispetto
alle norme del genere, è il risultato di uno deragliamento, di uno
sconfinamento. Ci sono sì i resoconti dal pass e i dettagli della preparazione
dei piatti, ma anche i monologhi interiori sul dating, immediati come appunti
abbozzati sulle note del telefono in condizione di poca lucidità, e i
flâneristici e vivificanti vagabondaggi per Londra. C’è il dentro, come sempre
in queste scritture, ma c’è anche molto fuori.
Nei discorsi sullo chef memoir, Tart è un oggetto di analisi particolarmente
interessante in quanto consente di riflettere sulle caratteristiche che questa
singolare forma autobiografica può assumere quando a scrivere è una giovane
donna, cresciuta artisticamente su Instagram, i cui modelli di riferimento
letterari sono Anthony Bourdain e Lena Dunham. Intervistata proprio da Dunham
sulla rivista Interview, Slutty Cheff , che cela la sua identità e i suoi
connotati sotto un passamontagna fatto all’uncinetto a forma di hamburger,
rivela i passaggi della sua idiosincratica carriera, che l’ha vista abbandonare,
in seguito a una crisi depressiva, un lavoro 9-17 nel marketing per approdare a
turni di sedici ore, alimentati e sostenuti da adrenalina, desiderio di
validazione, birre e ketamina con i colleghi chef – tutti rigorosamente maschi –
nelle cucine dei ristoranti londinesi più cool, quelli che ospitano ogni mese
chef in residenza, che si chiamano spesso con nomi italiani, preferibilmente di
due sillabe, che costruiscono il proprio menù intorno al vitello tonnato,
all’insalata di puntarelle e al flatbread.
> Nonostante le premesse il memoir di Sally Abé disattende in parte la
> prospettiva da cui dichiara di muovere, concedendo poco spazio alla
> specificità dell’esperienza femminile in cucina.
I prodromi del progetto di Slutty Cheff maturano su Instagram: nel 2023 inaugura
il suo account sulla piattaforma dove posta foto sciatte e casuali, simili a
tranche de vie delle sue giornate e dei cibi che consuma, accompagnandole con
lunghe didascalie che funzionano come mini-personal essay, primi esperimenti con
quella combinazione di memoria personale, critica gastronomica, analisi dei
trend culinari e dei fenomeni pop che diventerà la sua cifra stilistica. I suoi
post non seguono un andamento regolare, non sono uniformi né sul piano dello
stile delle foto né su quello dei contenuti, sembrano, piuttosto, porsi sotto il
segno di un disorientamento situazionista declinato in stile Gen Z: le foto
mosse, fuori fuoco, dall’inquadratura disordinata, di un sandwich fatto con gli
avanzi del Sunday roast, diventano l’occasione per una riflessione sulla
percezione del corpo femminile e la sua restituzione sui media; un toast
sbocconcellato è lo straniante e vagamente comico accompagnamento al racconto di
un’esperienza sessuale deludente, in cui sembrano avvertirsi, per tono e
contenuto, gli echi di Cat Person, il racconto fenomeno editoriale di Kristen
Roupenian che nel 2017 è risultato il più letto dell’anno sul New Yorker.
Di Cat Person Slutty Cheff recupera le inquietudini, l’irrequietezza e lo
smarrimento, sia pure modulandoli in una chiave più provocatoria e dissacrante.
A ben vedere, per afferrare la singolarità di Tart, la sua eccentrica versione
dello chef memoir archetipico – di cui conserva comunque numerosi topoi e figure
– è necessario inserirlo all’interno di quel corpus eterogeneo di romanzi, short
stories, personal essays e memoirs che sembrano essersi generati dall’urgenza di
rispondere a una domanda: la ragazza di venti anni e qualcosa oggi, come
dovrebbe essere? La figura di Slutty Cheff si afferra allora cogliendola nella
sua natura interstiziale, in quella dimensione liminale e sottilmente
contraddittoria che abita con disinvoltura, in cui può essere al tempo stesso
sorella dei cuochi di Kitchen Confidential, che bevono, imprecano e scopano nel
retro della cucina, ma anche delle divoratrici di Lara Williams e delle affamate
di Melissa Broder.
> Per afferrare la singolarità di Tart di Slutty Cheff, la sua eccentrica
> versione dello chef memoir archetipico è necessario inserirlo all’interno di
> quel corpus eterogeneo di romanzi, short stories, personal essays e memoirs
> che sembrano essersi generati dall’urgenza di rispondere a una domanda: la
> ragazza di venti anni e qualcosa oggi, come dovrebbe essere?
La proposta della rubrica su British Vogue arriva dopo un post in cui Slutty
Cheff ironizza sulla brigata, tutta al maschile, esibita con orgoglio sul suo
profilo Instagram dallo chef Thomas Straker che, dopo una rapida fortuna
conquistata su TikTok con cooking demo girati a casa durante il lockdown, ha
inaugurato il suo ristorante, Straker’s, a Notting Hill. Il contenuto di
Straker, volto a mostrare il team di cucina appena assemblato, ha sollevato
diverse polemiche da parte di critici, utenti ed esponenti della ristorazione,
perplessi di fronte all’omogeneità della squadra. Un’omogeneità che si esprime
anche in termini iconografici: nella foto i cuochi, tutti maschi bianchi,
indossano una candida e abbacinante divisa composta da un grembiule e una
t-shirt molto simile a quella sfoggiata dal personaggio di Carmy nella serie The
Bear, presto diventata una Internet sensation e un oggetto di culto tra i
cuochi. Sono ripresi in posizione frontale, tutti con le gambe divaricate e le
braccia conserte. Quasi nessuno sorride. Molti hanno tatuaggi visibili sulle
braccia. Lo chef è al centro dello spazio fotografico, l’unico munito di
torchon.
Alle critiche Straker risponde in modo stizzito e contradditorio. Prima fa
riferimento a una crisi nel settore dell’hospitality, dopo sostiene di
selezionare il suo personale solo in base alla passione e all’impegno, invitando
chiunque a mandare il proprio curriculum, per poi affermare che la mancanza di
donne nella sua cucina sarebbe riconducibile a una propensione delle donne
stesse a lavorare in ristoranti gestiti da donne e a più alta percentuale
femminile. Non manca occasione per ribadire quanto ami i “suoi ragazzi”.
L’articolo con cui Slutty Cheff risponde alle posizioni di Straker si intitola
“As A Woman Cook, I’m Well And Truly Done With The Fetishisation Of ‘Chef
Daddies’” e contiene già in nuce alcuni dei nodi tematici intorno a cui si
svilupperà Tart. Secondo l’autrice la spavalderia con cui Straker reagisce alle
accuse, liquidandole come “eccesso di cultura woke” è legittimata e forse
persino incoraggiata da un sistema mediale che ha fatto dell’“hot-chef” –
maschio, bianco, tatuato ‒ l’unico paradigma accettabile per chi lavora in
cucina, marginalizzando ed escludendo chiunque non vi aderisca.
La questione diventa dirimente proprio sul piano delle rappresentazioni con una
pluralità di prodotti audiovisivi strutturati intorno alla riproduzione dello
stesso tipo di chef – brillante, mercuriale, con evidenti problemi di rabbia –
che sembra così essere l’unico autorizzato a indossare il grembiule, a scrivere
menù e ad abitare gli spazi della cucina su cui spesso finisce per imporre una
disciplina militare e mortificante: il già citato The Bear; i film The Menu
(2022, di Mark Mylod), tutto incentrato sul progetto teatralmente orrorifico di
uno chef tirannico che nel suo ristorante, inquietantemente simile al Noma di
Copenaghen, mette in scena una performance macabra per i suoi
clienti-spettatori; Boiling Point (2021, di Philip Barantini) che, girato in un
unico piano sequenza ininterrotto, segue Andy, chef di un ristorante londinese
con problemi di debiti, alcolismo e dipendenza da cocaina, durante il servizio
del venerdì sera, in una esasperante successione di imprevisti che precipitano
rapidamente in un finale drammatico; Burnt (2015, Il sapore del successo, di
John Wells) in cui Bradley Cooper interpreta l’archetipo dello chef-rockstar dal
passato tormentato e dal temperamento geniale e saturnino – molto simile allo
chef inglese Marco Pierre White – ossessionato, come Marco Pierre White,
dall’obiettivo di far ottenere al suo ristorante tre stelle sulla guida
Michelin. Quello che scompare allora dalle narrazioni e dalle rappresentazioni è
il punto di vista sulla ristorazione da parte di chi sperimenta una posizione
laterale, da cui produrre una forma di racconto che non nasconda tale anomalia.
> La questione diventa dirimente proprio sul piano delle rappresentazioni con
> una pluralità di prodotti audiovisivi strutturati intorno alla riproduzione
> dello stesso tipo di chef – brillante, mercuriale, con evidenti problemi di
> rabbia – che sembra così essere l’unico autorizzato a indossare il grembiule.
In Tart Slutty Cheff recupera la lezione di Bourdain – “blood and organs,
cruelty and decay” -, restituisce centralità alla dimensione corporea e sensuale
che si registra nelle cucine, al corpo stesso di chi cucina, ma lo fa attingendo
alla sua esperienza di unica donna in brigata, con un repertorio di situazioni
che fino a questo momento sono state raramente comprese nell’orizzonte del
raccontato e del raccontabile. Ci sono gli spazi angusti, l’aria caliginosa e
rarefatta, gli odori acri. Ma ci sono anche le difficoltà di reggere il peso di
un lavoro che prevede turni lunghissimi, pause estremamente ridotte e compiti
fisicamente debilitanti con i dolori delle mestruazioni. La frustrazione e il
disagio di indossare divise disegnate per corpi maschili che non aderiscono a
quello femminile e che, quando lo fanno, finiscono per esporlo a uno sguardo –
maschile ‒ che vi individua una presenza estranea e un chiaro oggetto di
interesse sessuale. Al momento di legarsi il grembiule, durante il suo primo
turno di prova, l’anonima protagonista di Tart si sente attanagliata dalla
consapevolezza del proprio corpo che il grembiule stringe e rivela, mentre su
quello maschile scivola, senza porlo in enfasi.
Le strategie comunicative con cui Tart è stato promosso dalla stampa e sui
social rivelano quanto l’assenza di voci femminili – o comunque di voci
dissonanti rispetto al canone – abbia finito per indebolire, fino ad annullare,
possibilità e direzioni interpretative che rispondano alla specificità dei testi
stessi che vengono, invece, continuamente ricondotti a categorie e modelli
narrativi noti, conoscibili, spesso formulati come slogan. Ecco allora che Tart
si apparenta a Kitchen Confidential perché entrambi disvelerebbero il dietro le
quinte delle cucine. Una affermazione del genere non solo nega le intenzioni e
la soggettività dell’autrice, il suo peculiare punto di osservazione, ma si
dimostra anche piuttosto ingenua nella lettura e nella comprensione di un
panorama mediale che ha sfruttato a tal punto la narrazione del behind the
kitchen doors da averla consumata, eviscerata spolpata e dissanguata della sua
potenziale carica eversiva, fino a ridurla in brandelli.
Quando è uscito “Don’t Eat Before Reading This”, seguito l’anno successivo da
Kitchen Confidential, era il 1999: le cucine – nonostante la rivoluzione di
Alice Waters in California – erano ancora rigorosamente chiuse, tanto da essere
percepite dai clienti in sala come mondi separati, di cui forse intuivano la
natura labirintica e vagamente infernale, senza, però, che questo presentimento
rovinasse loro il pasto. Soprattutto non era ancora maturato quell’interesse
capillare e generalizzato nei confronti della ristorazione che si è iniziato a
registrare con l’approdo dei cuochi in televisione. C’erano già i foodie – il
termine appare per la prima volta nel 1981 in una recensione di Gael Green su
New York Magazine – ma non i food influencer. Alla luce di questo panorama, dei
media e della ristorazione, è comprensibile che l’operazione condotta da
Bourdain sia stata letta come un reportage dagli oscuri recessi delle retrovie
delle cucine, come un diario di bordo scritto nelle viscere di un ristorante da
destinare a un pubblico che prova, forse per la prima volta in modo così
considerevole, una fascinazione mista a disgusto per i dettagli sordidi e
putrescenti che lo chef-pirata gli rivela con piacere quasi sadico.
> Le strategie comunicative con cui Tart è stato promosso dalla stampa e sui
> social rivelano quanto l’assenza di voci femminili – o comunque di voci
> dissonanti rispetto al canone – abbia finito per indebolire, fino ad
> annullare, possibilità e direzioni interpretative che rispondano alla
> specificità dei testi stessi.
Il pesce è più fresco il venerdì; il giorno migliore per andare a cena fuori è
il mercoledì quando i cuochi sono appena rientrati dal loro weekend – lunedì e
martedì –, il burro che viene servito insieme al pane spesso proviene dagli
avanzi di altri tavoli; il brunch è solo un’occasione per riciclare,
camuffandolo, il cibo della sera prima: con queste massime, tra l’allarmistico e
il voyeuristico, viene reclamizzato il lavoro di Bourdain nel 1999. Nel 2025,
invece, tutto è già stato raccontato, le cucine sono state aperte, i feed di
Instagram e TikTok sono sommersi di reel realizzati dai cuochi direttamente
negli spazi delle cucine sulla formula del trend a day in the life. In un
panorama così saturo, dove i prodotti si assomigliano al punto da rendersi
spesso indistinguibili, la singolarità di Tart si misura sul piano
dell’eccessivo, lo stesso piano su cui risuonano più affascinanti e viscerali le
assonanze con Kitchen Confidential.
Il memoir si apre con un sentimento di paura e mortificazione: l’autrice si
trova nel mezzo di una delle scene a cui ci hanno ormai abituati i prodotti più
o meno finzionali sulla ristorazione: il rimprovero rabbioso, intriso di
risentimento e violenza verbale da parte dell’head chef. Al repertorio
conosciuto – urla e recriminazioni da una parte, terrore e umiliazione
dell’altra – si aggiunge qui una variazione che dischiude uno scenario
potenzialmente sconosciuto: Slutty Cheff è l’unica donna in cucina e in quanto
tale catalizza su di sé la curiosità dei membri maschili della brigata, tutti in
attesa di vedere come reagirà e, soprattutto, quando inizierà a piangere. Non
solo non piange, ma durante la pausa sigaretta – altro topos nella
rappresentazione della vita da chef – riflettendo sulle motivazioni che l’hanno
spinta ad abbandonare il lavoro da ufficio per abbracciare la sfibrante routine
del ristorante, individua la ragione di tutto il suo agire nella ricerca
ossessiva del troppo. Un troppo agognato e vagheggiato non solo nel lavoro, ma
anche nella vita personale, nelle relazioni romantiche, nella dimensione
sessuale: “I don’t want my job to be a means to an end; I want it to be a
pilgrimage of passion. I don’t want my sex life to be active; I want it to be
award-winning. I don’t want my love to be lacklustre; I want it to be
life-changing. I don’t want my oyster to be the size of a little snot rocket; I
want it to be a fleshy bulbous pearl swimming in an iridescent sea of salty
juice”.
Questa quête vertiginosa dell’esperienza più esaltante, questo desiderio di
continuare a desiderare incontra il suo oggetto amoroso, il suo inevitabile
punto di approdo, nel ristorante. Non solo perché i ristoranti, insegna Gopnik,
sono sin dalle loro origini luoghi del possibile, illusione del potenziale, ma
soprattutto, perché nella vita in cucina l’autrice intravede quell’amalgama
gorgogliante, il rimescolamento di quel brodo primordiale di umori, sangue,
desiderio sessuale, quella tensione adrenalinica che tiene in piedi e anima il
servizio, quel sovvertimento carnevalesco delle norme e delle forme del vivere
civile che ha già attirato le inquietudini e le irrequietezze di molti prima di
lei. Nell’intervista a Dunham, tra i motivi che l’hanno spinta a lavorare in
cucina indica anche questa specifica atmosfera, lei la definisce sexy, ma – per
citare Gopnik che cita Balzac – credo si possa intendere più precisamente come
“impudica e sfrontata, risonante di voci”. La stessa, a ben vedere, che
caratterizza gli spazi del mangiare fuori da quando questi si sono strutturati
nella forma che conosciamo oggi. Se la connotazione erotica del ristorante
sembra più evidente dal punto di vista di chi ne fruisce come cliente, ha senso
ricordare che, per chi è dall’altra parte, cucinare “è ancora in grande parte
una questione di temperatura”.
> In un panorama così saturo, dove i prodotti si assomigliano al punto da
> rendersi spesso indistinguibili, la singolarità di Tart si misura sul piano
> dell’eccessivo, lo stesso piano su cui risuonano più affascinanti e viscerali
> le assonanze con Kitchen Confidential.
È in questa direzione che credo si possa attribuire un senso allo strillato
slogan “l’unica donna in cucina” con cui è stato in parte promosso Tart, nel
tentativo di Slutty Cheff di decolonizzare con il suo racconto – orgogliosamente
ombelicale – se non la cultura maschile e tossica delle cucine, quanto meno il
desiderio e le sue inquiete ambiguità che in quegli spazi si registrano e che
lei stessa si sente legittimata a provare. Un’ambiguità che passa anche
attraverso il continuo interrogarsi dell’autrice su come verrà percepita dai
componenti maschili della brigata, in un’oscillazione ondivaga tra il desiderio
di scomparire e quello di essere apprezzata nella sua fisicità femminile, di non
attirare sguardi su di sé e di immaginare relazioni sessuali con i suoi
colleghi. Credo che Tart possa inserirsi a buon diritto nelle discussioni
intorno al presunto carattere ombelicale dei memoir e della narrativa femminili
– troppo spazio concesso ai corpi, al sesso, al genere e al potere, alle
questioni domestiche, in definitiva troppo femminili – su cui riflette Melissa
Febos in Body Work. The Radical Power of Personal Narrative (2022) e su cui si è
da tempo catalizzato un certo dibattito da cui sembrano esenti i memoir maschili
– audaci e coraggiosi.
Non solo perché corpo, sesso, identità di genere sono nuclei tematici ben
presenti nel testo ma perché il filtro attraverso cui questi aspetti vengono
indagati è quello della cucina, del cibo, quindi dell’organico e del residuale,
di un oggetto su cui ancora pesa l’accusa, formulata spesso velatamente e con
una certa condiscendenza, di essere un argomento deteriore e prosaico,
probabilmente al pari dei sentimenti e della sessualità – femminili, ovviamente.
La fame, soprattutto quella accecante e senza oggetto, e un’avidità che si
esprime con il desiderio inebriante di volere tutto – più volte Slutty Cheff si
definisce “a greedy person” che non vuole mangiare ma divorare e curiosamente,
quasi due secoli prima di lei, Elizabeth Pennell compie una piccola rivoluzione
nel food writing con il suo The feasts of Autolycus. The diary of a Greedy Woman
– sembra essere molto presente nelle scritture femminili contemporanee. Un
disordine emotivo simile a quello avvertito da Slutty Cheff si percepisce nella
femminilità non addomesticata, non pacificata e spesso contraddittoria delle
figure di Send Nudes, la raccolta di racconti d’esordio della scrittrice
britannica Saba Sams, inclusa nel Granta’s Best of Young British Novelists del
2023. Come Slutty Cheff, Sams insegue una “scrittura sexy” e impudica, che passa
per situazioni aggrovigliate, immagini sciatte, trasandate, molto spesso
avvilenti, atmosfere vischiose. Non casualmente il suo primo romanzo si intitola
Gunk ed è intriso di liquidi corporei.
> Il tentativo di Slutty Cheff è di decolonizzare con il suo racconto –
> orgogliosamente ombelicale – se non la cultura maschile e tossica delle
> cucine, quanto meno il desiderio e le sue inquiete ambiguità che in quegli
> spazi si registrano e che lei stessa si sente legittimata a provare.
Queste ragazze non proprio per bene che popolano i coming of age britannici sono
vicine, sorelle, nella loro voracità, nel loro essere insaziabili. Trovo
piuttosto bizzarro il commento di Jessa Crispin che, proprio in riferimento a
Send Nudes parla di personaggi femminili senza scopi e senza desideri, privi di
agency, deprecando, da Sally Rooney a Catherine Lacey, la proliferazione di
romanzi popolati da “ragazze indifese come meduse spiaggiate”. Credo sia
evidente, invece, quanto queste figure siano vibranti, scomposte nei loro
famelici e ben poco “femminili” appetiti. Sono Roberta e Stevie, le divoratrici
di Lara Williams che fondano il Supper Club dove preparano sontuosi banchetti
con cibo recuperato dai cassonetti, per concedere uno spazio di libertà ai loro
desideri eccessivi; è l’anonima protagonista di Tinderloin – gioco di parole tra
Tinder e tenderloin – di Saba Sams che vive circondata dall’odore ferroso della
carne e mangia salsicce di cinghiale; sono le pretty pieces of flesh di Colwill
Brown che si ubriacano con alcol scadente, fanno sesso deludente e rubacchiano
nei supermercati; è la voce narrante di Everything I Know about love (2018) di
Dolly Alderton che scrive liste lunghissime, manda email altrettanto lunghe ai
suoi amici e si appunta la ricetta della sole meunière; ma è anche la vampira
Laura che in Woman, Eating di Claire Konda si nutre di sangue di maiale e di
video su YouTube che mostrano ragazze che mangiano.
Forzando i limiti geografici si può includere in questa disamina di donne
affamate anche A Certain Hunger (2020) dell’americana Chelsea G. Summer, un
American Psycho versione foodie femminista la cui protagonista, una food writer
e serial killer di uomini, ormai in carcere, ricorda i pasti che ha consumato
nella vita, compresi quelli umani, in una coincidenza di desideri alimentari e
sessuali; e Butter della scrittrice giapponese Asako Yuzuki che, attraverso la
storia di una donna accusata di sedurre gli uomini con il cibo per poi
ucciderli, propone un’acuta riflessione sul rapporto tra cibo e trauma e sullo
stigma che ancora subiscono le donne giapponesi che non mangiano in modo
morigerato e contenuto.
Tart declina la reality hunger alla base degli esperimenti autobiografici e
memorialistici in un’erotica della cucina dal tono confessionale. Con la sua
scrittura urgente, ruvida, quasi aspra nella sua immediatezza dà forma a una
narrazione che forza i limiti dello chef memoir, svolta gli angoli e non teme,
ma anzi, ricerca gli estremi.
Mentre ragionavo sugli chef memoir scritti da donne mi è tornato in mente il
libro Flâneuse: Women Walk the City in Paris, New York, Tokyo, Venice and London
(2017) di Lauren Elkin, saggio narrativo e personal essay che ricostruisce una
genealogia letteraria e culturale della figura della donna che abita lo spazio
urbano attraversandolo a piedi. La geografia disegnata dal titolo coincide con
quella delle città tra cui l’autrice si è mossa e in cui, in perfetta aderenza
con la sua materia di studio, ha vagabondato, in cui si è persa. Alla sua
esperienza si sovrappone quella di scrittrici, registe, artiste, intellettuali
che hanno trovato nella dimensione della città uno spazio in cui potersi
nascondere e uno palcoscenico su cui potersi esibire. In apparenza la condizione
dalla flâneuse sembra agli antipodi di quella della chef: da una parte tensione
verso l’esterno, dall’altra chiusura in un luogo che, nonostante tutto, rimane
ancora celato allo sguardo. Donne erratiche e girovaghe e donne stanziali
intorno a un fuoco.
Una corrispondenza è però ipotizzabile guardando alla posizione acentrica in cui
entrambe si sono trovate quando si sono volte alla conquista di spazi – la
città, di derivazione ottocentesca e borghese, e il ristorante, di derivazione
ottocentesca e borghese – associati al maschile, espressione di una postura
maschile nei confronti della realtà e della fruizione dei luoghi, vissuti e
popolati da corpi maschili. Questo punto di partenza periferico, nel passeggiare
come nel cucinare, si traduce allora in forme espressive che funzionano perché,
tra le altre cose, restituiscono i passaggi di una progressiva emancipazione da
una visione monodimensionale del mondo. Le scritture femminili che provengono
dalle cucine sono sempre generative e feconde perché tutte contengono le tracce
di un processo trasformativo in atto. Anche quando sembrano replicare modelli
maschili compiono sempre uno sforzo di immaginazione. Sono scompigliate e
indisciplinate proprio perché lasciano intravedere i segni di un corpo a corpo
per sottrarsi a una formula univoca e inventarne una nuova, in cui riconoscersi.
È difficile e galvanizzante immaginare quali saranno i territori in cui si
spingeranno i prossimi chef memoir scritti da donne. Quello che è certo è che
there will be blood (e magari anche bones and butter).
L'articolo Oltre gli chef star proviene da Il Tascabile.
Tag - cibo
O gni anno, in Europa, quasi 60 milioni di tonnellate di cibo finiscono nella
spazzatura: oltre 130 chili per persona. Una parte consistente si accumula lungo
la filiera, dalla produzione alla distribuzione, mentre l’altra metà si
trasforma in scarto nelle nostre case, nei ristoranti, nelle mense. In Italia,
ad esempio, l’industria del pomodoro genera ogni estate migliaia di tonnellate
di bucce e semi che non per forza devono diventare semplici rifiuti. Oggi,
grazie a nuove tecniche di estrazione sostenibile, da quei residui si possono
infatti ottenere composti ad alto potere antiossidante, riutilizzati in
alimenti, cosmetici o integratori: è la scienza dell’upcycling.
Numerosi studi ne evidenziano da anni la solidità e le analisi del ciclo di
vita, nella maggior parte dei casi, segnalano un impatto ambientale positivo. Ma
il cosiddetto upcycling alimentare, ovvero i cibi “rigenerati”, prodotti nati
dal recupero di scarti o eccedenze alimentari, può essere una risposta efficace
alla riduzione degli sprechi solo se si riesce a garantire sostenibilità dei
processi, sicurezza del prodotto, misurazione dei risultati e opportune economie
di scala. In tutto questo, come vedremo nel corso dell’articolo, la fiducia di
chi consuma è un ingrediente decisivo. Non basta che un alimento sia
sostenibile: deve anche apparire tale, e ispirare sicurezza. Superare queste
resistenze richiede una comunicazione chiara e coerente: servono dati condivisi,
confrontabili, raccontati in modo comprensibile, e un linguaggio capace di
costruire fiducia più che distanza, spiegando come e perché certi ingredienti
vengono recuperati, e quale valore aggiunto porta questa scelta.
Genealogia della circolarità
In ambito agroalimentare, il concetto di economia circolare non è certamente
nuovo. Esistono da millenni pratiche agronomiche e di trasformazione alimentare
orientate alla circolarità, anche a livello domestico: tradizionalmente si è
sempre cercato di riutilizzare tutto, limitando lo spreco di prodotti non più
salubri. Esistono molti esempi, nella storia dell’alimentazione umana, che si
basano su un uso oculato delle risorse e dei cosiddetti prodotti di scarto
alimentare: basti pensare alla ricotta, ottenuta dal siero residuo della
lavorazione del formaggio; ma anche al riuso delle vinacce, cioè le bucce e i
residui solidi dell’uva, che venivano e vengono ancora riutilizzate per produrre
distillati o come combustibile. Si tratta, in tutti i casi, di forme di economia
circolare ante litteram, che tendono a un principio di equilibrio tra ciò che si
produce, si consuma e si restituisce al ciclo naturale.
> Oggi circa la metà della superficie abitabile del pianeta è destinata
> all’agricoltura, e tra il 2000 e il 2022 la produzione di colture primarie è
> più che raddoppiata, generando una quantità crescente di residui e scarti
> lungo la filiera.
Oggi, questo pensiero secolare riemerge nel panorama della bioeconomia, portando
con sé l’urgenza della scarsità di risorse in un mondo di oltre otto miliardi di
persone, e segnalandoci che ciò che chiamiamo “scarto” è spesso una miniera di
composti bioattivi che la scienza ha imparato a estrarre, stabilizzare e
trasformare, per incorporarli in prodotti con maggiori benefici per la salute.
Da secoli, il modello economico dominante si fonda sul principio del
take-make-dispose, traducibile in italiano come preleva, produci, consuma e
getta. È un paradigma che ha plasmato l’agricoltura e l’industria alimentare, e
che oggi mostra tutti i suoi limiti. Con una popolazione mondiale destinata a
superare i nove miliardi di persone entro il 2050, non è più sostenibile
continuare a utilizzare risorse naturali come se fossero infinite. Oggi circa la
metà della superficie abitabile del pianeta è destinata all’agricoltura, per un
totale di 48 milioni di chilometri quadrati di suolo, e tra il 2000 e il 2022 la
produzione di colture primarie è più che raddoppiata, generando una quantità
crescente di residui e scarti lungo la filiera. L’upcycling alimentare, come
altre tecniche di bioeconomia, nasce dal bisogno di rivedere il rapporto fra
produzione e consumo, in un’era in cui un terzo del cibo prodotto diventa scarto
contribuendo al 58% delle emissioni di metano nell’atmosfera.
> Nel panorama alimentare l’upcycling non è sinonimo di riciclo. Se riciclare
> implica il recupero di materia per usi differenti, l’upcycling la restituisce
> al cibo, reintroducendola nella filiera con un valore nutrizionale o
> funzionale più elevato.
Secondo la definizione della Upcycled Food Association, nata nel 2019 come rete
di poche aziende pionieristiche, con l’obiettivo di dare una definizione
condivisa a ciò che fino ad allora era solo una pratica frammentaria, si
considerano upcycled foods quei prodotti che utilizzano ingredienti altrimenti
destinati a non essere consumati dall’uomo, provenienti da filiere tracciabili e
verificabili, e che generano un impatto ambientale positivo. Nel panorama
alimentare, l’upcycling non è quindi, come si potrebbe pensare, sinonimo di
riciclo. Perché se riciclare implica il recupero di materia per usi differenti,
l’upcycling la restituisce al cibo, reintroducendola nella filiera con un valore
nutrizionale o funzionale più elevato. Proviamo quindi a capire come funziona un
ciclo di processo completo.
Come funziona un ciclo completo
Valorizzare uno scarto, in ambito agroalimentare, significa prima di tutto
conoscerlo: analizzarne la composizione nutrizionale per capire quali componenti
possano essere recuperati e riutilizzati. Da qui parte un processo che unisce
ricerca scientifica, tecnologie sostenibili e controllo della qualità.
L’estrazione dei componenti utili avviene oggi attraverso tecniche che si stanno
muovendo verso un sempre minore impatto ambientale, come l’uso di solventi green
o processi biotecnologici basati su enzimi e fermentazioni controllate. È così
che, per citare uno dei tanti casi di ricerca italiani, residui oggi poco
sfruttati, come quelli della coltivazione delle giovani piantine di ortaggi
(microgreen) raccolte pochi giorni dopo la germinazione, vengono trasformati in
ingredienti funzionali per alimenti come pane o yogurt, o in molecole bioattive
per nuovi prodotti.
> L’upcycling può essere un valido alleato nel raggiungimento degli obiettivi
> globali di sostenibilità, come ridurre le disuguaglianze nell’accesso al cibo
> e rallentare il cambiamento climatico.
Una delle sfide maggiori è stata negli anni di rendere sempre più sostenibili le
tecniche di estrazione. Ad esempio, il settore sa bene che la produzione dei
derivati industriali del pomodoro genera elevate quantità di scarti – quali
bucce, semi e residui di polpa – che rappresentano circa il 2-5% della materia
prima. Tuttavia, per ottenere questi composti si utilizzano ancora processi che
fanno uso di sostanze chimiche non propriamente sostenibili. Per cui, al fine di
ridurre l’impatto, vengono impiegate diverse tecniche di estrazione alternative
e con minori ricadute ambientali. Tra queste, è stato valutato l’utilizzo di
anidride carbonica (CO2) per il recupero degli scarti di pomodoro. Gli estratti
ottenuti da bucce, semi e cascami interi sono stati analizzati per valutare il
quantitativo di carotenoidi. I risultati hanno evidenziato che gli estratti
ottenuti mediante l’utilizzo della CO2 avevano un elevato potere antiossidante,
con rese elevate.
Le buone ragioni dell’upcycling
L’upcycling può essere un valido alleato nel raggiungimento degli obiettivi
globali di sostenibilità, come ridurre le disuguaglianze nell’accesso al cibo e
rallentare il cambiamento climatico. Questi sistemi possono inoltre avere un
bilancio di carbonio negativo: assorbono più CO₂ di quanta ne emettano,
soprattutto quando le operazioni si basano su fonti rinnovabili e filiere
locali.
Da questo punto di vista, la scienza dell’upcycling si sta ben radicando: le
ricerche sono solide e le tecnologie sempre più affidabili. I metodi di
estrazione sostenibile (ultrasuoni, campi elettrici pulsati, anidride carbonica
supercritica), ad esempio, permettono già da tempo di recuperare da vinacce,
bucce o crusche sostanze di grande valore biologico, tra cui fibre, polifenoli e
antiossidanti. Parliamo di procedure che sono arrivate a garantire rendimenti
elevati e un’efficienza energetica competitiva.
> Uno studio condotto dall’Università di Pisa ha dimostrato che un estratto
> ottenuto dai residui del melograno possiede effetti cardiovascolari benefici,
> paragonabili a quelli di un farmaco antipertensivo.
Anche i cosiddetti bioprocessi stanno dimostrando che la fermentazione
selezionata (ad esempio con lieviti, batteri lattici, funghi) aumenta la
biodisponibilità di minerali e vitamine e migliora la digeribilità delle
proteine. Le sperimentazioni condotte in Italia lungo le filiere del vino e del
riso ci dicono che la sinergia tra agricoltura, industria e ricerca può
tracciare percorsi di innovazione sia dal punto di vista tecnico, sia da quello
economico e della sostenibilità ambientale. Inoltre sono sempre più documentati
gli effetti benefici sulla salute. Uno studio condotto dall’Università di Pisa
ha dimostrato che un estratto ottenuto dai residui del melograno possiede
effetti cardiovascolari paragonabili a quelli di un farmaco antipertensivo.
Il panorama dell’upcycling italiano
Una recente ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Chemical Engineering
mostra come l’Italia disponga già di un sistema articolato di pratiche e
tecnologie per trasformare scarti agricoli e alimentari in risorse di valore, da
compost e biogas fino a bioplastiche e biocarburanti. Accanto ai processi
industriali più consolidati, come il compostaggio e la digestione anaerobica,
stanno emergendo filiere innovative basate su pirolisi, gassificazione o
fermentazioni biologiche, spesso sviluppate in centri di ricerca del centro e
del sud Italia. Queste nuove soluzioni, ancora in fase pilota, promettono di
ridurre sprechi, emissioni e dipendenza da fonti fossili, ma richiedono molti
investimenti, coordinamento tra territori e un quadro normativo capace di
favorirne la diffusione.
> La transizione alimentare non è solo una questione di tecnologie o ricette
> sostenibili: è, prima di tutto, una questione di fiducia.
Insomma: la tecnologia funziona, ed è a ridotto impatto ambientale, ma il
passaggio a una scala più ampia rimane una sfida per niente scontata. Occorre
garantire flussi continui, tenere sotto controllo le spese energetiche e
integrare in modo coerente tutta la filiera. Per quanto l’upcycling sia pronto a
decollare, senza un’infrastruttura adeguata non potrà crescere.
Fiducia, neofobia e linguaggio
La transizione alimentare non è solo una questione di tecnologie o ricette
sostenibili: è, prima di tutto, una questione di fiducia. Quando si parla di
cibi “rigenerati” le difficoltà non stanno tanto nei costi o nelle norme, ma
nella percezione. Lo mostra chiaramente un’analisi internazionale pubblicata nel
2024 sulla rivista Food Quality and Preference: a frenare l’upcycling alimentare
non sono i regolamenti, ma le persone. O meglio, alcune paure radicate, come la
neofobia alimentare, cioè la diffidenza verso i cibi nuovi o poco familiari, e
la tecnofobia, la paura che dietro certi processi si nascondano manipolazioni
poco naturali.
Eppure, l’interesse c’è. Più di un consumatore su due, soprattutto tra i più
giovani, è curioso di assaggiare prodotti upcycled. Ma la curiosità si traduce
in acquisto solo se il racconto è convincente. Funzionano le etichette chiare, i
dati trasparenti, un linguaggio diretto che spiega come e perché certi
ingredienti vengano recuperati. Al contrario, quando la comunicazione è ambigua
o troppo moralistica, scatta il sospetto.
> Quando il valore degli scarti viene spiegato bene, la gente non lo respinge:
> lo riconosce come una forma di intelligenza collettiva, un modo concreto e
> contemporaneo di pensare al futuro del cibo.
Non è lo “scarto” a spaventare, ma il modo in cui se ne parla. Le persone
reagiscono più all’ambiguità che all’origine del prodotto. Ciò che convince
davvero è la coerenza: sapere da dove arriva il cibo, come è stato trattato,
perché è sicuro. Serve un’esperienza sensoriale credibile e la sensazione che
dietro ci sia un progetto autentico, non una trovata di marketing. E qui entra
in gioco il linguaggio. Raccontare il valore del recupero in modo sobrio, legato
alla concretezza ambientale e alla tradizione del “non sprecare”, colpisce più
di qualsiasi slogan sulla virtù o sul senso di colpa. Quando il valore degli
scarti viene spiegato bene, la gente non lo respinge: lo riconosce come una
forma di intelligenza collettiva, un modo concreto e contemporaneo di pensare al
futuro del cibo.
Il discorso politico
Anche la dimensione politica e il dibattito d’opinione contribuiscono a
modellare le percezioni dei consumatori. Nel contesto italiano, l’innovazione
alimentare è oggi filtrata attraverso una lente marcatamente identitaria. Si
tende a privilegiare il valore simbolico del “cibo vero” e della filiera
nazionale, e si è cauti se non avversi alle forme di innovazione percepite come
“non tradizionali”, dai novel food (cioè alimenti o ingredienti nuovi per il
mercato europeo, non consumati in modo significativo prima del 1997), alla carne
coltivata, fino all’upcycling. Pur senza opposizione esplicita, il rischio è che
i cibi rigenerati vengano relegati a soluzioni tecnologiche estranee alla
cultura del made in Italy, quando in realtà, come abbiamo visto, rappresentano
una continuità con la tradizione del riuso e della frugalità tipica delle
culture locali. Il dibattito attuale riflette ancora una tensione ideologica e
irrisolta tra la necessità di innovare e la volontà di preservare, più che una
reale integrazione tra le due prospettive.
> Il rischio è che i cibi rigenerati vengano relegati a soluzioni tecnologiche
> estranee alla cultura del made in Italy, quando in realtà rappresentano una
> continuità con la tradizione del riuso e della frugalità tipica delle culture
> locali.
Nel complesso, la traiettoria politica e culturale attuale mostra un
rallentamento della spinta trasformativa: la transizione agroalimentare non è
ferma, ma procede in modo più frammentato e difensivo. Soprattutto dopo le
elezioni europee del 2019, quando l’agenda del Green deal, il patto verde che
mira alla neutralità climatica entro il 2050, ha subito un processo di revisione
per cui la Commissione ha spostato l’accento dalla spinta ambientale alla
semplificazione normativa e alla competitività delle imprese agricole,
introducendo margini di flessibilità che rallentano le ambizioni iniziali.
Anche nel dibattito sugli organismi geneticamente modificati e sulle nuove
tecniche genomiche, come l’editing con CRISPR-Cas9 o il prime editing, sono
emersi chiari segnali di ambivalenza. Mentre la Commissione e il Consiglio
europeo hanno aperto, nel 2025, a una regolamentazione più flessibile per le New
genomic techniques (NGT), una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico
continua a guardare con sospetto a ogni intervento percepito come “artificiale”.
Cosa dice (e non dice) la legge
Sul piano regolatorio la situazione è ancora più complessa. Per gli alimenti
upcycled non esiste oggi una categoria giuridica specifica né a livello europeo
né nazionale: non c’è una norma che li definisca esplicitamente, né un percorso
autorizzativo dedicato. Questo significa che tali prodotti rientrano nel
perimetro della legislazione alimentare generale (sicurezza, tracciabilità,
etichettatura, igiene) e, quando necessario, nelle regole sui novel food, se gli
ingredienti derivati dal recupero non hanno un uso alimentare documentato prima
del 1997. In altre parole, l’upcycling vive in un terreno di normativa
implicita: tutto ciò che non è vietato è possibile, purché sia sicuro e conforme
ai requisiti esistenti.
> Nei laboratori italiani stanno prendendo forma tecnologie capaci di cambiare
> il destino degli scarti agroalimentari: dalla pirolisi che “cuoce” residui
> agricoli, alle larve di mosca che trasformano rifiuti organici in proteine e
> fertilizzanti.
Parallelamente, però, agiscono cornici concettuali che, pur non avendo valore
giuridico, influenzano la percezione pubblica e le strategie industriali. È il
caso del sistema NOVA, una classificazione sviluppata in ambito accademico per
studiare il rapporto tra grado di processazione e salute, sempre più citata nel
dibattito pubblico. Secondo questo schema molti prodotti upcycled possono essere
assimilati ai cibi ultraprocessati non per la loro qualità nutrizionale o
ambientale, ma per la natura dei processi utilizzati.
Oltre la tecnologia
L’upcycling, più che di nuove tecnologie, ha bisogno di infrastrutture di
conoscenza: osservatori, banche dati, criteri comuni di rendicontazione e
soprattutto informazioni chiare. È qui che si gioca la partita tra
sperimentazione e sistema. L’innovazione, fuori dalle retoriche soluzioniste, è
un processo collettivo che coinvolge saperi, politiche e responsabilità diffuse.
È la capacità di costruire connessioni stabili tra ricerca, impresa e
istituzioni, di trasformare la sperimentazione in infrastruttura e la tecnologia
in cultura.
E in effetti l’innovazione circolare del cibo procede. Nei laboratori e nei
distretti sperimentali italiani stanno prendendo forma tecnologie capaci di
cambiare il destino degli scarti agroalimentari: la pirolisi, che “cuoce”
residui agricoli per ottenere biochar, una sorta di carbone vegetale utile a
restituire carbonio e fertilità ai suoli; le larve della mosca soldato nera, che
trasformano rifiuti organici in proteine e fertilizzanti; e poi ancora i
bioprocessi microbici, le fermentazioni controllate, le estrazioni con CO₂
supercritica. Tutto questo disegna una nuova idea di produzione più circolare e
responsabile.
Ma la transizione non può poggiare solo sull’efficienza tecnica. Ha bisogno di
una strategia condivisa, sostenuta da politiche industriali coerenti, incentivi
mirati e norme capaci di evolvere con l’innovazione, e soprattutto di una
relazione di fiducia con i consumatori. E per costruire questa fiducia serve un
cambio di prospettiva culturale. Vale per l’upcycling come per tutta la
transizione ecologica: senza un nuovo modo di pensare il valore delle risorse,
anche le soluzioni più avanzate rischiano di non uscire dai cassetti dei
laboratori.
L'articolo Non si butta via niente proviene da Il Tascabile.