I n un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il World
Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la Recherche
Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione e la
condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale. Lo
slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la quale
era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala
globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”.
Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato
reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim
Berners-Lee, che scelse di non depositare il brevetto in totale aderenza con i
valori della rete appena nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di
lasciare aperto l’accesso al codice provocò la rapida diffusione del suo
utilizzo da parte di utenti comuni e non solo di informatici, tecnici e
ricercatori.
Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si era
dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte e
tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun tipo
di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente,
autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice
uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici
delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social
media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi
arma di seduzione e di manipolazione.
Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e
quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai forum si muovevano
verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra appassionati degli stessi
interessi. In questo humus erano presenti anche i movimenti antagonisti, i
collettivi della controcultura e dei centri sociali autogestiti. Dentro e fuori
dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro internazionale, come l’ECN
(European Counter-information Network), nato per avvicinare i movimenti
antagonisti europei e per fare controinformazione, e che a Milano aprì il suo
primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero del 1989 dal quartiere di
Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano l’habitat dove insediare gli
hacklab, promotori dell’accesso libero e gratuito alla tecnologia, ai computer,
ai software e alle banche dati. Erano i luoghi dove per la prima volta si
parlava di hackmeeting, di incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la
libertà digitale e anche fautori di netstrike e cybersquatting. Il primo
hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze, proposto dal collettivo Strano
Network. L’esperienza di quel decennio ad alta intensità rivoluzionaria è
restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I), uno dei gruppi di
hacktivisti di quel tempo, in una pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di
recente, la stessa casa editrice indipendente ha pubblicato Assalto alle
piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di Fabio Bortolotti, in arte Kenobit,
hacktivista per la libertà digitale ed esponente della scena chiptune italiana
col suo strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza
italiana Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social
network open source e decentralizzato.
In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le alternative ai social
mainstream e agli strumenti digitali di colossi come Google, Kenobit ripercorre
brevemente la storia di Internet, rendendo accessibile il saggio e le sue
argomentazioni anche a chi non ha familiarità con la tecnologia. In quel
capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di come l’intersezione fra mondo
fisico e mondo digitale si stesse palesando per la prima volta in modo evidente
negli anni Novanta e di come, poco dopo, con l’avvento di MySpace, il primo
grande social network lanciato nel 2003, si stesse per assistere al primo
tassello di un “grande processo di centralizzazione della rete libera”.
Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un
contratto da 900 milioni di dollari con Google, già diventato monopolista dei
motori di ricerca. Lo scopo era usare i dati raccolti dalla piattaforma social
per posizionare annunci pubblicitari mirati. I profili iniziarono a essere
infestati da banner, ma solamente nel 2009 Facebook scalzerà via il primo social
della storia con la promessa che gli utenti e le utenti avrebbero potuto
finalmente connettersi fra loro senza la fastidiosa interruzione di inserzioni
pubblicitarie. Era l’alba di un’era che avrebbe portato ai Big Data e alle loro
conseguenze anche politiche, come il caso di Cambridge Analytica che smascherò
la correlazione fra la cessione dei dati raccolti da Meta e la propaganda a
favore di Donald Trump nelle elezioni del 2016, ma anche nella Brexit. Una
cesura della storia recente nella quale andare in profondità insieme all’autore
di Assalto alle piattaforme.
PRIMA DI PARLARE DEL TUO LIBRO, MI INTERESSA CAPIRE COME TI SEI AVVICINATO
ALL’HACKTIVISM E COSA SIGNIFICA ESSERLO NELL’ERA DEGLI INFLUATTIVISTI E NON
DEGLI HACKLAB NEI CENTRI SOCIALI AUTOGESTITI.
Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante dal
punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei primi
centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non sapevo
niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la musica punk e
lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a Milano, ndr)
c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai centri sociali per delle
questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo fossero. Avevo trovato un
ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando questi spazi, mi sono
imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri, i manifesti, gli
adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho scoperto, prima del
7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in contatto con le
istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava, del Kurdistan.
Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo. Ricordo
un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative commons,
ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto copyleft.
Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza barricarla
dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è stato
fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono arrivato al
software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei creative commons
applicato alle licenze del software. Nel mondo del software libero ho incontrato
dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la privacy, la sorveglianza
digitale, le alternative ai problemi del software proprietario.
Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino agli
ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di
occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti
musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri del
hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e alle quali devo
tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di gruppi di ricerca
come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui ho maturato
consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul bagaglio che
mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da tantissime
persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di frecce da
scagliare.
A PROPOSITO DI DIRITTO D’AUTORE E COPYRIGHT, HO LETTO UN’ESORTAZIONE IN UNA
SORTA DI MANIFESTO PUBBLICATO NEL 1988 SULL’OTTAVO NUMERO DELLA FANZINE MILANESE
AMEN INTITOLATO L’ERA DELLA COMUNICAZIONE NEGATIVA. DICEVA: “SACCHEGGIATE OGNI
PRODOTTO. GLI ARTISTI NON ESISTONO, I LORO DIRITTI TANTO MENO.” OGGI CHE
ESISTONO REALTÀ COME REDACTA E CHE LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DELL’ARTE E
DELLA CULTURA IN ITALIA VIVONO NEL PRECARIATO CON SALARI DA FAME, COME SUONA
QUESTA FRASE? A CHI APPARTENGONO LE IDEE?
Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa con
delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo
senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente
contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti,
perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione
interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare
un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il cappello
sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via. Sono un
artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a mantenermi
economicamente.
Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella comunicazione
tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e quindi dalla
proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le dai
risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze copyleft.
Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non è una
questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per sapere dove
si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che mettere dei
recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace perché si
diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le nostre idee.
Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di
grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste
e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno
tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va
maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno
saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione
che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una
manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte
autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista filosofico,
è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA e di grande
saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a pagamento.
Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché nella sua forma
attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la forma odierna del
copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è superata. Ma soprattutto,
abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come fiamme e questo non
succederà se le mettiamo dentro a dei recinti.
PER ARRIVARE AL TUO LIBRO, POSSIAMO DIRE CHE TUTTO QUELLO CHE HAI IMPARATO
FINORA LO HAI FATTO CONVOGLIARE SU ASSALTO ALLE PIATTAFORME. IN UN CERTO SENSO,
IL TUO IMPEGNO DA HACKTIVISTA È ASSIMILABILE A QUELLO CHE FAI QUANDO PROMUOVI
L’UTILIZZO DI ALTERNATIVE NON MAINSTREAM COME IL FEDIVERSO?
Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che
trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che cosa
comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal mondo di
Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo c’era il party,
il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon. C’erano il mago, il
guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché penso che le battaglie
dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere individuali: nessuna e
nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che sia fondamentale mettere
da parte i personalismi, altrimenti si rischia di arrivare a quelle tremende
storture dell’attivismo performativo. Per questo a me piace l’immagine del
party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono molti ruoli e, affinché
queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti.
Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con in
fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla povera
gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale servono
i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più tecnici e
difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i programmi.
Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi. Da un lato ci
vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono i guerrieri,
ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi, brandisce gli
strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi identifico con il ruolo
del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche dei maghi, ma credo che
il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che ho cercato di fare anche
con Assalto alle piattaforme è cantare le gesta dei maghi per poi partire
all’assalto tutte e tutti insieme. Ci tengo molto a questa visione del party,
del gruppo per due motivi. Il primo è che mi piace il concetto di gruppo a
livello ideologico. Il secondo è che mi diverte anche a livello di assonanza,
perché risuona con “free party” e per me la lotta deve essere festosa. Ne sono
ancora più convinto, dopo la lettura di Pleasure Activism (2019) di Adrienne
Maree Brown.
NEL PRIMO CAPITOLO DEL TUO LIBRO METTI SUBITO IN CHIARO LA RELAZIONE FRA MONDO
REALE E MONDO VIRTUALE. CITI L’ULTIMA PUBBLICAZIONE DEL COLLETTIVO IPPOLITA,
HACKING DEL SÉ. DISERTARE IL CAPITALISMO DEL CONTROLLO (2024), IN RIFERIMENTO AL
CONCETTO DI SIMULACRO NELL’OPERA DI PHILIP DICK E AL SUO IMMAGINARIO. L’ANDROIDE
È SIA IL SIMULACRO DELL’ESSERE UMANO, SIA DELLA REALTÀ CONDIVISA: SOGGETTO E
OGGETTO SI CONFONDONO, COSÌ COME REALTÀ E ALLUCINAZIONE. MI VIENE IN MENTE CIÒ
CHE HANNAH ARENDT SOSTENEVA IN MERITO AL FATTO CHE IL SUDDITO IDEALE DEL REGIME
TOTALITARIO NON È IL NAZISTA CONVINTO, MA LA PERSONA PER LA QUALE NON C’È PIÙ
DIFFERENZA FRA REALTÀ E FINZIONE. OGGI SIAMO IMMERSI IN UNA TECNOCRAZIA DAL
POTERE SUBDOLO, CAPACE DI CAPITALIZZARE L’IMMAGINARIO E DI IMPEDIRE LA VISIONE
DI ORIZZONTI ALTERNATIVI. NON SOLO: MONDO REALE E MONDO VIRTUALE SONO
PERFETTAMENTE COMPLEMENTARI, NELL’ACCEZIONE PIÙ SPAVENTOSA. VERREBBE DA
CHIEDERSI SE LA COLONIZZAZIONE DEL MONDO DIGITALE DA PARTE DI POCHI MILIARDARI
(PRIVILEGIATI, POTENTI BEN PRIMA DI DIVENIRE IMPRENDITORI IN QUESTO SETTORE)
ABBIA INCRINATO GRAVOSAMENTE I SISTEMI DEMOCRATICI. A TAL PROPOSITO, IN UNA NOTA
RIPORTI UNA DICHIARAZIONE DI PETER THIEL, COFONDATORE DI PAYPAL: “NON CREDO PIÙ
CHE LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA SIANO COMPATIBILI”. SIGNIFICA CHE PER I PADRONI
DEL MONDO, LA LIBERTÀ NON È UN DIRITTO UMANO UNIVERSALE, FONDAMENTALE E
INVIOLABILE, MA UN PRIVILEGIO DI POCHI?
Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo periodo
sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che tramite
il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile influenzare
l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che ci fosse
bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In questo
contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle nostre
emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere psicopatici,
nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare così tanto,
non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il nostro, senza
sfruttare le persone.
Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter Thiel, a Mark
Zuckerberg e a Sam Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi
completamente fuori dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto
che la non umanità di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle
persone non coinvolte attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a
quando questo tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva
venduto molto meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe
sicuramente migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il
potere di migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece
di essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata
sempre più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse.
PER TE SIAMO IN UNA SITUAZIONE VANTAGGIOSA? NEL TUO LIBRO SOSTIENI CHE “IL
DISAGIO DIGITALE SERPEGGIA FRA DI NOI” E NON SOLO FRA ANTAGONISTI E ATTIVISTI.
COME FAI A ESSERE COSÌ POSITIVO?
Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi
occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto alle
piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo con un
muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano “il mondo
funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro alle
piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho notato
un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il risveglio delle
coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo a migliaia e
migliaia di altri pixel che compongono l’immagine.
In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha insegnato
tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato mettere a
nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e il
capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando a
parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia potenziale
che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si diceva che
nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero male”,
perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta
consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici.
Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non importa
niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono quando una
piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della popolazione –
sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella consapevolezza sta
crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le competenze
tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha messo più
facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di Amazon, di
Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza di cose, una
minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la faccia quella
persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa consapevolezza si
sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora di Dungeons &
Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i maghi, ma tra gli
abitanti del villaggio razziato dal drago.
LEGGENDO ASSALTO ALLE PIATTAFORME, RIFLETTEVO SUL FATTO CHE LA FINE DEL
MOVIMENTO NO-GLOBAL, IL G8 DI GENOVA E L’ASCESA DEI COLOSSI DEL DIGITALE
COINCIDONO CRONOLOGICAMENTE NEI PRIMI ANNI DUEMILA, QUANDO ABBIAMO COMINCIATO A
CEDERE I NOSTRI DATI (OVVERO I TASSELLI DELLA NOSTRA IDENTITÀ) PER OTTENERE IN
CAMBIO DELLE COMODITÀ. SECONDO TE È UN CASO OPPURE NO CHE LE PIAZZE FISICHE E
INTERNET DELLA CONTROINFORMAZIONE SI SIANO SVUOTATI? C’È UNA CORRELAZIONE?
Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia portato
all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una correlazione fra
cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo fisico. Penso che ci sia
una linea di causalità tra l’oppressione della componente libertaria e
indipendente di Internet e il fatto che ci siamo trovate e trovati con uno
strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene il potere e che i movimenti
nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di Cambridge Analytica è la
dimostrazione di come con grandi capitali sia possibile comprare lo strumento
Internet per esercitare un effetto sul mondo estremamente radicale, come nella
Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi stravolgimenti
dell’Occidente hanno origine da Meta.
È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma è un
aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta documentazione
preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione al di là di
quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e dossier di chi era
quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di quegli anni che era
Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a Seattle contro il WTO
(World Trade Organization). Il motto di Indymedia era “Non odiare i media,
diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta per diffondere
informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi reporter, proprio
negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che io tendo a
collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce l’inizio di
un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli smartphone. Con gli
smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le porte alla vita
online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva frequentata.
Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet stava
avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la raccolta e la
pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8 di Genova.
Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive parallele:
c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano grandi
progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia; dall’altro, nel
mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano solo su Internet,
ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per coordinarsi e
comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e poi,
definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è venuta
meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua
indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti
(Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli
stessi contenuti.
La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate: non
nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci
comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte
le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di
chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che
cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente
plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo
fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un
grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di
cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più
difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia
cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie,
qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo
riprendere.
UN TEMA RICORRENTE NELLE COSIDDETTE BOLLE DEI GRUPPI ANTAGONISTI E DI PERSONE
CHE SI OCCUPANO DI POLITICA ATTIVA È QUELLO DELL’UTILIZZO DELLE PIATTAFORME
SOCIAL MAINSTREAM PER FARE CONTROINFORMAZIONE, DAL MOMENTO CHE ANDREBBERO
BOICOTTATE E CHE IL MEDIUM È IL MESSAGGIO, OVVERO CHE GLI ARGINI ENTRO I QUALI
MUOVERSI NON SONO ADERENTI AI VALORI CHE SORREGGONO DETERMINATE ISTANZE. UN
ESEMPIO FRA TUTTI È QUELLA SORTA DI LINGUAGGIO IN CODICE CHE PREVEDE L’USO DI
SPECIFICHE EMOJI O DI NUMERI AL POSTO DELLE LETTERE PER EVITARE DI ESSERE PUNITI
DALL’ALGORITMO, FINENDO IN SHADOW BAN O PERSINO VEDENDO IL PROPRIO ACCOUNT
CANCELLATO PER SEMPRE. PENSO AL PROFILO TIKTOK DELLA GIORNALISTA PALESTINESE
BISAN OWDA. TU SEI FRA QUELLI CHE NON CREDONO ALL’EFFICACIA DI QUESTO TIPO DI
LINGUAGGIO. PUOI SPIEGARE MEGLIO PERCHÉ? PER ESEMPIO, CREDI CHE LE
MANIFESTAZIONI A SOSTEGNO DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA DI FINE 2025 SI SIANO
SGONFIATE TROPPO PRECOCEMENTE, NONOSTANTE LA TREGUA NON SIA STATA MAI
RISPETTATA, ANCHE A CAUSA DI QUESTA VACUITÀ DEL LINGUAGGIO SOCIAL? CHE SENSO HA
FARE CONTROINFORMAZIONE SUI SOCIAL MAINSTREAM?
È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che
riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi
dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che per
la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla questione.
Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene, amplificando la
consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la strategia
migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali. In futuro
auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti strategici.
Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come
vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro
snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è ancora
più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla Striscia
di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato rispettato,
eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza che la
situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati, le
vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a
sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e
quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre
sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello
che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è di per sé effimero. È
come se fosse l’allestimento della vetrina.
Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi guardiamo.
La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò il content ha
una data di scadenza brevissima e tende a muoversi seguendo le wave, le mode, i
trend. Questo purtroppo è quello che è successo anche con un fenomeno
estremamente bello e positivo come le grandi mobilitazioni per la Palestina. La
nostra battaglia è diventata content, ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si
è scontrata contro l’enorme limite del content e ad oggi il tema è quasi
sparito. Per questo nel mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di
consapevolezza anche sulle grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È
necessario tornare a investire nel mondo fisico e in alternative digitali come
il Fediverso perché abbiamo visto che anche un risultato straordinario come
organizzare grandi mobilitazioni internazionali può infrangersi contro la natura
effimera del content.
A PROPOSITO DI CONTENT, IN ASSALTO ALLE PIATTAFORME PARLI DEL FATTO CHE NELL’ERA
DEL WEB 2.0 OGNI MESTIERE, OGNI PROFESSIONE E OGNI FORMA D’ARTE È LIVELLATA
DALLA MACINA DIGITALE E RIDOTTA A UN UNICO RUOLO: QUELLO DEL CONTENT CREATOR.
PERFINO I SEMPLICI UTENTI LO SONO. IN UN MONDO SENZA PIÙ CLASSI SOCIALI BEN
DEFINITE, MA FLUIDE, L’UNICA COSCIENZA DI CLASSE CHE POTREBBE INNESCARE
L’INSURREZIONE CONTRO L’OPPRESSORE È QUELLA DI UNA COSCIENZA DI CLASSE 2.0 DA
CONTENT CREATOR?
È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la
prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi. Giustamente
Marx distingueva tra chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene.
Ovviamente, tutta la storia della coscienza di classe si è evoluta nel
Novecento, quando ai suoi albori il soggetto rivoluzionario si identificava con
l’operaio, perché in grado di agire sul reale in un modo capace di modificarlo.
Da lì in poi, si sono riempite pagine e pagine su che cosa volesse dire
coscienza di classe e soggetto rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato
così tanto che oggi siamo molto confuse e confusi.
Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la
progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono
cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A
questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network,
perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo
che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né credo che la
prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza di classe.
Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della promozione
di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su realtà
autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno strumento
potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più ampia,
qualunque cosa decideremo sia la classe.
Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la
dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che siamo
tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i mezzi di
produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul funzionamento
di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di queste piattaforme
sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di classe e che quindi
sia necessario fare un passo laterale verso le alternative, iniziando a vivere
diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se smettessimo di andare
tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e iniziassimo a passare tutti
sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un centro sociale. Semplicemente, la
tua coscienza risponde con due risultati diversi.
L'articolo A chi appartengono le idee? proviene da Il Tascabile.
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Q uando osserviamo qualcosa immaginiamo qualcosa. Lo dice la psicologia
cognitiva: nell’elaborare mentalmente quello che vediamo, ne allarghiamo i
confini. Se guardiamo la fotografia di una finestra in un palazzo, nella nostra
mente estendiamo l’inquadratura. Ogni atto di visione suscita una risposta
emotiva che produce immaginazione. Se al mattino vediamo le foto che i nostri
amici hanno pubblicato la sera prima, ricostruiamo mentalmente i contorni di
quell’evento. Se eravamo presenti sarà un ricordo, altrimenti la nostra
immaginazione suggerirà i contorni di una festa che ci siamo persi. Ricordo
quando, durante un seminario di disconnessione digitale, nel corso di storia dei
media del 2023 all’università di Torino, un ragazzo raccontò di svegliarsi ogni
mattina con la sensazione di essersi perso qualcosa, di inseguire la festa degli
altri. Questo suggerisce che quando guardiamo delle fotografie non è solo il
nostro apparato visivo ad attivarsi, ma anche un sistema di proiezione del
contesto sociale che trasforma quell’immagine, in qualcos’altro: per esempio una
fonte di nostalgia per una possibilità non realizzata.
I confini dell’immaginario
Nel racconto Pics di Tony Tulathimutte (incluso nella raccolta Rifiuto, 2025)
Alison guarda le foto della fidanzata dell’amico, con cui vorrebbe stare, e
sente il bisogno di competere, comunicando un’immagine di sé che risulti
affascinante. Vorrebbe usare Instagram per creare un’aura da elusiva
intellettuale, ma con una spontaneità che faccia sembrare la rivale, al
confronto, una cacciatrice di attenzioni. Purtroppo per Alison ogni soluzione le
sembra banale, nessun angolo sembra valorizzarla, e resta imprigionata nel
paradosso dell’autenticità costruita ‒ realizzare una foto che nasconda la
finalità implicita in ogni immagine postata: indirizzare lo sguardo degli altri,
fare sì che ci vedano come vogliamo essere visti. Come vedremo, questa spinta a
costruire un’immagine di sé giocando con l’immaginazione altrui contribuisce a
restringere le possibilità dell’immaginazione e dell’azione, spingendoci verso
una “simbiosi” talvolta parassitaria con i nostri dispositivi.
Secondo la sociologa Eva Illouz la modernità è caratterizzata dall’onnipresenza
del sogno a occhi aperti, che ha come oggetto essenziale la costruzione di
un’immagine: un “sé sognato”. Nella serie TV Too Much scritta e diretta da Lena
Dunham, Jessica ha registrato 537 video di dialogo immaginario con la fidanzata
del suo ex. Un flusso che la tiene bloccata in una realtà parallela, l’unica
dove esprime quello che prova. Quando per errore pubblica i video, si meraviglia
di come la soglia tra pubblico e privato sia sorvegliata da un solo tasto.
Nell’introduzione al romanzo Queer, nel 1985, William Burroughs scriveva che “la
disintegrazione dell’immagine di sé produce spesso un’indiscriminata fame di
immagini”, riferendosi all’indifferenza per la propria immagine provocata dalla
dipendenza da eroina.
> La spinta a costruire un’immagine di sé giocando con l’immaginazione altrui
> contribuisce a restringere le possibilità dell’immaginazione e dell’azione,
> spingendoci verso una “simbiosi” talvolta parassitaria con i nostri
> dispositivi.
A giudicare dalle stime, nel 2025 l’umanità ha scattato più di 2 trilioni di
fotografie, la quasi totalità con uno smartphone; questa iperattenzione
all’immagine di sé e questa iperesposizione alle immagini sono associate a
maggiori livelli di stress, specie quando i feed amplificano contenuti
emotivamente coinvolgenti o competitivi. Negli anni, diversi studi hanno
dimostrato che la sola presenza dello smartphone sia sufficiente a consumare
risorse cognitive (fenomeno noto come brain drain), inoltre, per quanto gli
smartphone possano essere utilizzati per alleggerire il carico cognitivo di
alcuni compiti, un utilizzo indiscriminato può comportare serie ripercussioni su
memoria e attenzione. Abbiamo detto che, quando guardiamo delle fotografie, ne
allarghiamo con l’immaginazione i confini, così come allarghiamo con le dita il
dettaglio di un’immagine. Se l’immaginario è il luogo dove abitano gli oggetti
dell’immaginazione ‒ siano essi ricordi, fantasticherie, sogni a occhi aperti e
chiusi, credenze religiose o opere d’arte – allora è lecito chiedersi se ci sia
abbastanza spazio per le fantasticherie provocate dalle immagini che abbiamo sul
telefono.
Nostalgia immaginaria
Nel 1973 Susan Sontag scriveva: “la nostra è un’epoca nostalgica e i fotografi
sono promotori attivi della nostalgia”. Nell’accelerazione del presente la
nostalgia ha assunto le proporzioni di un mondo fantastico, in cui si può
desiderare di abitare anche se non lo si è mai sperimentato in prima persona.
Per avere un’idea di cosa intendiamo, torna utile un aneddoto musicale piuttosto
recente.
> A giudicare dalle stime, nel 2025 l’umanità ha scattato più di 2 trilioni di
> fotografie, la quasi totalità con uno smartphone. Questa iperattenzione
> all’immagine di sé è associata a un aumento significativo del livello di
> stress.
Nel 2004, i White Stripes stanno suonando a Blackpool, una città sulla costa del
Lancashire nota per le storiche luci artificiali, che la illuminano fin dal
1879, ossia prima del brevetto della lampadina a bulbo di Thomas Edison. Poiché
il concerto ha luogo nei rari giorni in cui le luci sono spente, Jack White
commenta: “Sono nel posto giusto, al momento sbagliato? È così che mi sento
tutti i giorni”; poi attacca Jolene, la famosa canzone di Dolly Parton del 1973.
Sentirsi nel posto giusto al momento sbagliato è un tipo di nostalgia
particolare, perché non investe il vissuto, ma l’immaginato: la possiamo
chiamare nostalgia storica. Secondo lo Human Flourishing Lab (HFL) la nostalgia
storica è una risorsa per costruire l’immagine di sé, grazie a esplorazioni
culturali di un passato mai vissuto. Ci si costruisce un’identità con citazioni
e gadget di epoche superate. Il fidanzato di Jessica, la protagonista di Too
Much, un aspirante musicista, usa un walkman e prepara compilation di CD, come
negli anni Novanta: una playlist non algoritmica. Secondo la ricerca di HFL se
il fenomeno del viaggio nel tempo culturale è comune a più generazioni, per la
generazione Z ha particolare rilevanza il tema della disconnessione. La
nostalgia storica viene usata per dare forma a un futuro con meno ansia, con
relazioni significative e un senso di sé più stabile.
In Italia, secondo l’ultimo rapporto Coop circa il 69% degli intervistati
afferma che in passato si vivesse meglio, e il 53% degli appartenenti alla
generazione Z è convinto che i propri genitori abitassero una realtà più
confortevole. Ma come fa notare l’autore e scienziato Ian Bogost, una cosa che
le nuove generazioni non sanno è che quella senza smartphone era una vita piena
di tempi morti e attività noiose, e chi l’ha sperimentata tende a non averne
particolare nostalgia.
> Viene definita nostalgia vicaria, o storica, la tendenza a rimpiangere un
> passato che non abbiamo mai vissuto. Alcuni studi ipotizzano sia una risorsa
> che il nostro cervello utilizza per costruire l’immagine di sé.
Secondo Clay Routledge, la psicologa sociale che dirige lo Human Flourishing
Lab, non c’è motivo per credere che le nuove generazioni abbandonino o attenuino
l’entusiasmo con cui accolgono le nuove tecnologie; ma in ogni processo di
adozione ci sono reazioni e revisioni, e l’interesse che la generazione Z
manifesta per esperienze di fruizione culturale analogica, come ascoltare un
vinile senza venire interrotti dai consigli per il brano successivo, indica il
desiderio di un futuro diverso.
A proposito di White Stripes: è cosa nota che Jack White creda che i limiti
nutrano la creatività. I White Stripes facevano concerti senza scaletta, usavano
solo tre colori per gli abiti di scena, e le chitarre erano strumenti da banco
dei pegni, scelti appositamente perché sollecitassero un ulteriore impegno. Non
era un rifiuto della tecnologia, ma il tentativo di non adagiarsi nelle sue
scorciatoie. White ha resistito senza uno smartphone fino ai cinquant’anni,
impresa che oggi non riesce quasi a nessuno. Eppure come notava nel suo Contro
lo smartphone (2023) l’informatico Juan Carlos De Martin, non dovremmo dare per
scontato che lo smartphone debba essere come quelli che maneggiamo adesso,
controllati da due soli sistemi operativi, con applicazioni che hanno lo scopo
di aumentare il tempo sul dispositivo.
Un’indagine del Washington Post ha scoperto che bastano 35 minuti di esposizione
al formato video di TikTok per creare un’abitudine al consumo; inoltre, dopo una
settimana d’uso il tempo trascorso sulla piattaforma tende a aumentare del 40%.
“Non si tratta di dare la colpa alla tecnologia, ma di non rassegnarsi a una
tecnologia che erode lo spazio di convivenza sociale e democratica”, mi ha detto
De Martin, quando gli ho chiesto se negli ultimi anni ha visto cambiare
l’atteggiamento delle nuove generazioni verso lo smartphone: “ho visto crescere
un senso di autodifesa”.
> Il punto non è mettere alla berlina la tecnologia in sé e per sé, ma piuttosto
> non rassegnarsi a una tecnologia che erode lo spazio di convivenza sociale e
> democratica.
A questo proposito è interessante il caso dello scrittore Franklin Schneider,
che fa parte del 2% degli statunitensi sotto i cinquant’anni che non hanno e non
hanno mai avuto uno smartphone: negli ultimi due anni si è accorto che la
considerazione intorno a lui è cambiata, passando dallo sguardo di imbarazzata
commiserazione per chi è rimasto indietro all’ammirazione per chi è un passo
avanti.
Mente estesa, simbiosi e parassiti
“Tutti gli oggetti materiali fatti dall’uomo possono essere trattati come
estensioni di ciò che l’uomo una volta faceva con il proprio corpo o con una
parte specializzata del proprio corpo”, scriveva nel 1959 l’antropologo Edward
Hall. Lo citava Marshall McLuhan all’inizio di La galassia Gutenberg (1962), in
cui il sociologo canadese discute di come l’alfabeto fonetico e la stampa
abbiamo contribuito a plasmare la società che abitiamo. Nella teoria dei
filosofi Andy Clark e David Chalmers lo smartphone è un’estensione della nostra
mente. Il telefono connesso a Internet e le applicazioni che usiamo sono uno
strumento cognitivo, come le dita delle mani del bambino che impara a contare e
la lista della spesa che aiuta a non dimenticare. Una recente obiezione a questa
teoria è che gli smartphone non siano un’estensione cognitiva, perché
incorporano interessi potenzialmente divergenti da chi li usa: gli smartphone
sono progettati per manipolare gli utenti, quindi la relazione
persona-smartphone somiglia piuttosto a una relazione simbiotica.
Nel loro recente paper “Smartphones: Parts of Our Minds? Or Parasites?”, la
filosofa Rachael L. Brown e l’evoluzionista Robert C. Brooks ricordano che lo
spettro delle relazioni simbiotiche in biologia va dal mutualismo al
parassitismo: si passa dalla cooperazione con beneficio reciproco, a interazioni
che, per asimmetria di vantaggi, indeboliscono l’ospite; sottolineano inoltre
che si tratta di relazioni con uno scambio dinamico, fortemente caratterizzato
dal contesto. L’analogia con lo spettro delle relazioni simbiotiche permette di
evidenziare sia gli aspetti positivi dell’uso dello smartphone (orientamento,
relazionalità, conoscenza), sia quelli negativi, dove cioè la volontà
dell’agente soccombe a un’abitudine d’uso nociva.
> Secondo Clark e Chalmers lo smartphone è un’estensione della nostra mente. Ma
> c’è chi non è d’accordo: poiché gli smartphone sono progettati per manipolare
> gli utenti, ci avviciniamo piuttosto a una relazione simbiotica di tipo
> parassitario.
C’è chi sostiene che gli economisti potrebbero cominciare a considerare lo
scrolling infinito di video, il cosiddetto brainrot, come un furto, dato che la
forza di volontà da sola non basta a contrastare macchine che creano un ambiente
ostile alla concentrazione, oltre a essere ottimizzate per ottenere il massimo
coinvolgimento dell’utente. Per quanto abbiamo imparato a bilanciare certe
attività, come guidare e telefonare, per quanto rapidamente possiamo passare da
una all’altra, avendo la sensazione di poterci dedicare a due cose
simultaneamente, la nostra capacità di concentrazione è limitata: in realtà,
riusciamo a dedicarci con impegno soltanto a una cosa per volta. Sempre di più
l’attenzione viene considerata una risorsa fragile, oltre che scarsa; già nel
1997, in un pionieristico articolo, Michael Goldhaber aveva notato che quando ci
concentriamo su qualcosa tendiamo a escludere il resto. Negli Stati Uniti il 69%
della generazione Z sta provando a diminuire il tempo speso sullo schermo, che
oggi, per i più giovani, si aggira attorno alle otto ore al giorno.
Nei primi diciassette giorni del nuovo anno scolastico la biblioteca del liceo
Pleasure Ridge Park High a Louisville, ha prestato 1.200 libri, in meno di venti
giorni ha raggiunto la metà dei prestiti dell’intero anno precedente. A seguito
di un divieto imposto dalla scuola, gli studenti, non potendo più usare i
telefoni, prendono libri in prestito. Lo ha raccontato Jessica Grose, in un
articolo in cui evidenzia come i livelli di comprensione del testo e i risultati
di matematica, nel 2024, siano stati i più bassi degli ultimi trent’anni.
> Per quanto possiamo avere la sensazione di poterci dedicare a due cose
> simultaneamente, la nostra capacità di concentrazione è limitata: riusciamo a
> dedicarci con impegno soltanto a una cosa per volta.
“Il divieto dello smartphone a scuola può aiutare a gestire uno strumento così
potente”, mi spiega Simone Natale, docente di storia dei media all’Università di
Torino:
> crea uno spazio vuoto che può essere usato per riflettere su come usare il
> mezzo. In fin dei conti non si tratta di non usare il telefono, ma di ridurre
> e circoscrivere il tempo passato sullo schermo. Con lo smartphone abbiamo la
> sensazione di poter controllare un’infinità di funzioni, una sensazione di
> potenza che ci risarcisce delle molte cose su cui invece non riusciamo a
> esercitare il controllo. Sottovalutiamo però quanto a nostra volta siamo
> controllati dallo strumento.
Restringimento dell’immaginario
Quando ho chiesto ai ragazzi di famiglia della generazione Z se lo smartphone a
loro avviso estenda i confini dell’immaginario, mi hanno risposto senza
esitazione che, al contrario, li restringe. Immagino che volessero dire che lo
smartphone comporti una diminuzione di scelta, di possibilità di azione, perché
sei indirizzato a seguire il flusso delle immagini proposte, a rispondere,
dialogare, costruire, nei limiti delle applicazioni che usi.
Un’altra forma di nostalgia è quella per il futuro che non avremo. Brian Eno ha
fatto spesso riferimento a questo tipo di nostalgia, di recente anche con il
brano Cmon scritto con Fred Again. Come sarebbe un futuro in cui gli smartphone
non fossero disegnati per creare dipendenza, isolarci dal mondo esterno,
accumulare dati, appiattire l’offerta culturale, costruire monopoli finanziari,
oltre ai servizi per cui li usiamo tutti i giorni. Brian Eno, come Jack White,
non è un nemico della tecnologia, anzi, deve la sua carriera all’uso obliquo e
inatteso di essa: “quando sono davanti a un dispositivo tecnologico non voglio
sapere cosa può fare. Voglio sapere come posso usare quel dispositivo per fare
qualcosa che il suo produttore non immaginava si potesse fare”. Non è una scelta
comune. Gran parte del successo dell’offerta tecnologica si basa sulla vittoria
della pigrizia contro l’iniziativa. L’opzione default, la modalità standard, la
soluzione più veloce, la versione con meno passaggi, che riduce o annulla ogni
frizione, vince. Insomma, vince, e viene adottato, ciò che scorre senza
ostacoli, come sa chiunque lavori sull’esperienza d’uso, che sia un produttore
di sintetizzatori o lo sviluppatore di un’interfaccia digitale.
Per Brian Eno, Jack White e molti altri artisti usare la tecnologia in modo
inatteso fa parte del lavoro. Invece i limiti dell’immaginario e l’accumulo
della nostalgia riguardano tutti; come la costruzione, fotografia dopo
fotografia, di un sé che vorremmo ammirato da tutti, o il dialogo fantastico,
giorno dopo giorno, con le migliaia di doppi digitali che incontriamo sul
telefono. A tutti tocca scegliere tra immersione e minimalismo digitale, tra
scorciatoie e scelte personali. In Jolene di Dolly Parton chi canta chiede alla
rivale di non andarsene con il suo uomo. È una canzone che suggerisce di non
fare qualcosa solo perché lo si può fare, ma di pensarci sopra e scegliere.
L'articolo Il parassita a forma di smartphone proviene da Il Tascabile.
M. per sei mesi ha fatto la ghostwriter: ha impersonato le creator di OnlyFans
nelle conversazioni con i clienti sulla piattaforma. Io e M. ci conosciamo da un
annetto ma non sapevo niente del suo lavoro. Così, quando me l’ha raccontato al
bar, dopo essersi licenziata, ho sviluppato un interesse fortissimo, allo stesso
tempo letterario ed economico, per questa storia. Quando le chiedo se ha un nome
finto che predilige per questa intervista mi risponde “Moana”, perché
l’espressione sempre triste e malinconica di Moana Pozzi – abbinata a Moana
Pozzi – secondo lei è una buona sintesi del sex work: un lavoro che si muove tra
performance e intimità simulata, in cui il corpo diventa racconto e allo stesso
tempo strumento per l’estrazione di plusvalore. Avevo paura che questa
intervista diventasse un pezzo da cronaca pop, o una storia alla Vice: un
racconto rapido, esotizzante e moralmente ambiguo. Spero che non lo sia
diventata.
Vorrei usare la storia di M. come una lente per osservare un sistema – quello
della sessualità mediatizzata – che oggi intreccia mercato, affettività e
finzione. Ci siamo incontrati e mi ha raccontato tutto. Nell’intervista, per
indicare le persone che creano contenuti sulla piattaforma, uso principalmente
il femminile, ma ovviamente anche gli uomini fanno questo lavoro. La scelta del
femminile estensivo ha due motivazioni: la maggior parte delle creator sono
donne; l’industria di OnlyFans è costruita intorno a una precisa grammatica di
genere, che orienta non solo le pratiche di consumo, ma anche le forme di potere
e rappresentazione di chi la abita. Di questo parleremo nel corso della
conversazione.
CHE LAVORO HAI FATTO?
Non so dirti se per legge esiste un inquadramento, però ho fatto la chatter.
L’industria di OnlyFans ha tre figure principali: le creator, le agenzie e i
content manager. Le piattaforme principali su cui caricare contenuti sono
Instagram, Telegram e il profilo vero e proprio. Su OnlyFans ci sono abbonamenti
gratuiti e a pagamento, che vanno dai 5 ai 50 dollari. Dopo che l’utente si è
abbonato, può vedere il profilo della creator e chattare con lei quando vuole: i
chatter impersonificano la creator. È un lavoro a turni, per cui ogni tot i
colleghi si danno il cambio, anche in piena notte a seconda delle agenzie. Chi
finisce il turno fa un report delle chat, di quali sono le situazioni in ballo,
di cosa si è parlato fino a quel momento, di cosa il cliente ha richiesto; chi
inizia prende in carico le chat e prosegue da lì.
Esiste un gestionale, nato per profilare i clienti, che tiene traccia di tutte
le persone che interagiscono con le creator e del loro storico: dati anagrafici,
kink particolari, cosa hanno comprato e a che ora, quello che gli è stato
proposto e non hanno accettato, quanto hanno speso da quando si sono iscritti.
Oltre a questo, il gestionale traccia l’attività del chatter e tiene in ordine i
conti: vendite, percentuali di guadagno di tutte le parti in causa, indici
statistici di efficienza e capacità di vendita del chatter, che in questo modo è
spinto essere efficiente. Il chatter viene pagato un fisso all’ora, a cui si
somma una percentuale su quello che vende.
QUANT’È LA PAGA BASE?
Ci sono molte agenzie che pagano i chatter tra 1 e 3 dollari l’ora, soprattutto
quelli provenienti da Paesi in cui è radicato il lavoro povero. Nella mia
esperienza, nel migliore dei casi in Italia guadagni 5,50 euro lordi l’ora, a
cui si somma una percentuale sul venduto che, a seconda dell’agenzia, oscilla
tra il 5 e il 10% (in rari casi alcune promettono il 20%). Più o meno una volta
l’anno in programmi tipo Le Iene fanno servizi dal tono scandalistico in cui
denunciano l’esistenza dei chatter e di questo sistema. In questi servizi i
chatter sostengono di poter guadagnare anche cifre molto alte, ma nella mia
esperienza questo non è vero. Io lavoravo part-time 16 ore a settimana, può
sembrare un modo comodo di arrotondare a fine mese, ma in realtà è molto
faticoso a livello mentale. I turni di notte, soprattutto quelli del weekend,
hanno cominciato a pesarmi da subito.
TIPO?
Può sembrare un lavoro divertente, alla fine puoi farlo da casa seduto sul
divano, ma comporta un grande coinvolgimento mentale e emotivo. Per vendere devi
stare dietro a tutto quello che succede anche quando non lavori, a chi sono i
clienti e cosa è successo, andarti a rivedere lo storico e le chat dei tuoi
colleghi prima di te. Il tutto in nome dalla coerenza, non devi mai dimenticarti
che stai partecipando ad una grande farsa, dopotutto. A un certo punto ti
ritrovi a cercare costantemente nuove strategie per vendere, i miei colleghi si
scambiavano messaggi sul gruppo WhatsApp anche fuori dai propri turni: seguire
gli sviluppi di una conversazione con un cliente diventava, passami il termine,
appassionante.
CHE NE PENSI DELL’APPROCCIO DELLE IENE?
In questo lavoro non c’è niente di segreto o illegale, è tutto alla luce del
sole. Per sapere quello che sto raccontando basta fare delle ricerche su
Internet. È pieno di articoli che raccontano storie simili alla mia, spesso
hanno tagli penitenti tipo “Il chatter pentito”, o scandalistici come “Cosa c’è
dietro il mondo di OnlyFans”. Non solo, si trovano anche facilmente annunci di
agenzie che ricercano chatter con tanto di job description completa. Nonostante
questo, con i clienti non se ne può parlare: far cadere il velo su questo lavoro
comporterebbe la diffusione dell’idea che OnlyFans sia una truffa.
Il grande scandalo spesso è: c’è un uomo che parla al posto della creator. La
maggior parte dei chatter sono uomini e questa roba manda totalmente fuori di
testa il maschio etero: “Oddio, un altro uomo mi ha aiutato a segarmi”.
Peraltro, i chatter maschi secondo me sanno meglio cosa vogliono gli uomini. In
generale, chi lavora in questa industria non ci vede niente di sbagliato, sta
semplicemente fornendo un servizio specializzato su una piattaforma a pagamento.
Il cliente medio si sente molto in colpa per aver speso soldi su OnlyFans, ad
esempio su Reddit è pieno di thread di gente preoccupata del fatto che la
propria banca venga a sapere degli acquisti fatti su OnlyFans. Questo tipo di
cliente di solito è molto nervoso e suscettibile, dopotutto sta facendo una cosa
che vorrebbe tenere nascosta, e se non riceve quello che si aspetta (attenzioni,
contenuti esclusivi, trattamenti di favore), se non ottiene l’illusione di avere
un rapporto speciale con la creator, si incazza.
INTERESSANTE QUESTA COSA DEL SENSO DI COLPA.
Ci sono vari tipi di clientela. Partiamo da un presupposto: OnlyFans non è più
la piattaforma in cui una persona a caso mette la foto dei piedi e tira su due
soldi. Funziona bene soltanto per persone con una certa visibilità pregressa.
TIPO LE PORNOSTAR?
Sì tipo, però i contenuti delle pornostar stanno su altri canali più mainstream
e accessibili. Magari loro caricano su OnlyFans i contenuti esclusivi, o magari
su PornHub mettono soltanto spezzoni di video o la parte di flirt iniziale.
Un’altra categoria di creator di OnlyFans è quella delle influencer, o comunque
di persone che hanno una certa visibilità sui social, che giocano con la
fantasia della gente che la segue da tempo e che pensa “cazzo quanto vorrei
vederle le tette”. Lei si apre OnlyFans e così realizza il desiderio dei
follower di entrare nel suo privato.
DICEVAMO DELLE CATEGORIE DI CLIENTI.
Sì ecco: la prima categoria di clienti è quella dei fan, quelli che pagano
l’abbonamento contenti di farlo, di supportare l’attività della creator per
aiutarla negli studi, nelle sue passioni o per comprarsi belle cose, magari
degli outfit con cui poi girare dei contenuti. La seconda è quella del cliente
transazionale, che paga e vuole ricevere il meglio che può avere: arrivano,
poche chiacchiere, ti chiedono se hai il genere di contenuto che desiderano,
contrattano, pagano e poi scompaiono. Abbastanza facili da gestire, un po’
pretenziosi e scortesi nelle richieste. Poi ci sono quelli che si sentono in
colpa: “Non mi sono mai iscritto a OnlyFans, sei la prima, l’ho fatto solo per
te”. Sono molto indecisi e cercano spesso di mutare il rapporto economico in una
specie di flirt personale: “Ci possiamo conoscere? Se ti offrissi un caffè?”.
Questi clienti vogliono comprare porno ma devono ammantare il loro desiderio
dietro un velo di conoscenza e di rapporto diretto. Nell’approccio sono i più
simili alla vita reale. Su OnlyFans ho chattato con gente che parlava come i
tipi che becco su Hinge: niente di esplicito, come se esistesse la possibilità
di un incontro reale che però non avverrà mai. I clienti di questa terza
categoria sono i peggiori, un po’ perché ti fanno perdere un sacco di tempo, un
po’ perché si vogliono far conoscere: ti mandano un selfie, ti fanno vedere
quanto è bella la loro faccia o il loro pene, cercano di sedurti insomma.
Abbastanza ridicoli. Poi ci sono i perditempo, quelli che non compreranno mai
niente, e infine gli schiavi, una categoria di persone che sanno molto bene
quali sono i propri kink e cercano le dinamiche tipiche dei rapporti di
dominazione/sottomissione caratteristici del mondo BDSM: vorrei essere il tuo
schiavo, sono il tuo cane, sei la mia mamma.
PIÙ IN GENERALE LA VENDITA DEI CONTENUTI COME FUNZIONA?
Di base esistono due tipi di contenuti, quelli per tutti e quelli custom. I
contenuti per tutti sono quelli che la creator produce perché le va, i custom
sono contenuti personalizzati di tutti i tipi. Il primo sono i dick rating
(scritti, vocali, video, video topless, video nuda), per i quali chiediamo foto
del pene da varie angolazioni, facciamo pagare il cliente e poi scriviamo una
recensione che inviamo direttamente o che la creator legge o interpreta in
video, se le viene richiesto. Le persone che godono con la small penis
humiliation (SPH, in gergo) vogliono che tu dica loro che ce l’hanno piccolo,
che fanno schifo, che non sono veri uomini e cose del genere. Altri vogliono
essere elogiati: una roba per cui solo un uomo potrebbe pagare.
I JOI (Jerking Off Instructions) sono vere e proprie istruzioni su come
masturbarsi, customizzate in base al contenuto o a come la creator deve apparire
in video. Molto spesso terminano con un conto alla rovescia. Infine ci sono i
video custom in generale, in cui il cliente può dare un po’ le istruzioni che
gli pare, spesso chiedendo alla creator di pronunciare il suo nome, ammesso
ovviamente che lei abbia voglia di fare quella determinata pratica. Alcune
creator non fanno nemmeno il nudo, per dire. I contenuti custom costano di più
perché difficilmente possono essere rivenduti ad altri, per questo si cerca di
spingere il cliente verso contenuti più generici, che possono essere rivenduti
magari a prezzi più bassi in seguito.
QUANTO TEMPO CI METTE LA CREATOR PER REALIZZARE UN CONTENUTO?
Dipende, alcune sono molto veloci, altre ci mettono anche mesi, e questo è un
problema perché il cliente aspetta, spesso è impaziente e noi dobbiamo tenerlo
buono. Magari il cliente vede che la creator posta su Instagram, è attiva sui
suoi profili però non gli manda il video o non risponde in chat e comincia a
spazientirsi o a sentirsi scammato. Ci sono effettivamente le agenzie che
vendono contenuti che poi non arriveranno mai, alcuni clienti magari sono stati
davvero truffati una volta: il tuo compito è quello di rassicurarli e mostrarti
sempre disponibile e professionale, mentre aspetti che la vera creator produca
il custom. Questa parte del lavoro è sicuramente tra le più faticose da gestire.
POSSO CHIEDERE ALLA CREATOR ANCHE DI FARE SESSO CON ALTRE PERSONE?
Sì certo, ammesso che lei voglia. Ovviamente anche in quel caso c’è ogni tipo di
categoria: boy-girl, girl-girl, boy-girl-girl e così via. Chiedere contenuti
custom di questo tipo è complesso e costa tanto perché la creator deve trovare
la persona pronta per farlo. Il contenuto più facile da trovare è quello
girl-girl, perché le creator tra amiche non hanno problemi a girare questi
video, al contrario che con gli uomini.
E IL TUO RAPPORTO CON IL SESSO È CAMBIATO FACENDO QUESTO LAVORO?
Sì. All’inizio l’idea di fare questo lavoro ti fa ridere. Ho iniziato questa
cosa senza sapere molto di OnlyFans, ho preso il lavoro come una specie di
esperimento sociologico. Mi sono detta: mi piace fare sexting, non mi imbarazzo
facilmente, dovrebbe riuscirmi bene. La sex chat in sé è diversa dalla chat
normale, è più esplicita e a pagamento. Fare sexting con i clienti è
faticosissimo, è la cosa meno erotica che io abbia mai fatto: ovviamente non
pensavo che mi sarei eccitata facendo questo lavoro, ma ero curiosa. Alla lunga
sono sempre le stesse cose, ripetitive a seconda del tipo di cliente. A volte
facevo tre sex chat insieme. Chiaramente, il tempo è denaro anche nelle sex
chat, quindi se il cliente non viene devi fargli capire che il tempo del
giochino è finito.
Ad un certo punto questo scollamento tra quello che scrivevo e quello che
provavo mi ha destabilizzata, mi è passata la voglia di fare sexting. Nella mia
vita privata dicevo le stesse cose che al lavoro. Di base io non condanno le
fantasie delle persone, anzi, le rispetto. Ma quando ho cominciato a vedere il
mondo attraverso quella lente, è diventato pesante. Secondo me se non sei
totalmente immerso nell’ambiente diventa dissociante, è come se avessi avuto una
doppia vita per un po’. C’è da dire che, in generale, esiste pochissima
consapevolezza sessuale. Soltanto nel mondo kink e BDSM c’è una consapevolezza
diffusa su come si tratta l’altra persona, nel sesso “vanilla” spesso c’è poca
cura o consapevolezza, manca la cura dei sentimenti.
TI TURBAVA SOLO IL LATO SESSUALE?
Le cose che poi mi hanno turbata non sono quelle che mi aspettavo: non è vedere
foto di cazzi o video di mistress che rende il lavoro pesante, piuttosto la
relazione psicologica con i clienti. Molti di loro spendono soldi e instaurano
con te – con la creator – un rapporto vero e proprio. Questa relazione a una
certa è strana: loro pensano di relazionarsi con la creator (con cui forse non
hanno mai parlato), in realtà comunicano non con uno ma con tanti chatter di cui
non conoscono l’identità. Ecco, i rapporti che si creano tra creator e cliente
sono delle specie di matrioske, ci sono tanti stadi di separazione tra di loro.
Le persone chiedono consigli personali, si sfogano sui loro problemi di
famiglia, soldi e salute, dicono cose come “sono contento di averti incontrata,
sono contento che mi ascolti”.
Diventano relazioni personali, senti il peso della responsabilità. Ho chattato
quasi con piacere con alcune persone, abbiamo parlato di Palestina, di ambiente,
di politica. Alcuni clienti sanno benissimo che c’è un’agenzia, magari stanno al
gioco, altri non ne hanno idea. Gli schiavi arrivano a dei livelli di
sottomissione estremi, la padrona può decidere persino della loro vita
relazionale e impedire loro di uscire con una ragazza. Anche se la creator
magari non vorrebbe sottomettere i clienti, per le agenzie è anche una questione
economica, sottomettere e controllare il cliente porta soldi.
LE CREATOR NON PARLANO MAI COL CLIENTE?
Tendenzialmente no; se lo fanno paradossalmente è un problema, perché potrebbero
non seguire lo script e parlare in modo differente da noi. A livello mentale è
difficile gestire la chat, anche perché non è mai solo una, io ad esempio ho
gestito fino a nove creator contemporaneamente: devi “switchare” tra le varie
“personalità”, è un lavoro di scrittura vero e proprio. Alcune creator tengono
di più alla loro identità, ad altre importa solo che non fai errori grammaticali
o che non usi certe emoticon.
COM’È IL RAPPORTO DEI CLIENTI CON I SOLDI?
Ho visto gente che da quando si è iscritta ha speso fino a 10.000 dollari.
Alcuni non hanno problemi di spesa, altri sì, quindi ti chiedono di aspettare lo
stipendio per la transazione o se possono ricevere sconti. In alcuni casi si
innesca una specie di meccanismo di dipendenza. Molti clienti sono giovanissimi:
è molto più comune trovare adolescenti che come primo approccio al sesso usano
OnlyFans rispetto al boomer che uno si potrebbe immaginare. Questi ragazzi si
presentano insicuri, dicono di essere vergini, di non aver mai visto una donna
nuda e sfogano le loro fantasie sulla creator. Alcuni clienti aspettano la
paghetta dai genitori per comprare contenuti.
VOI CHATTER AVETE POTERE DI CONTRATTAZIONE SULLE VENDITE?
Sì, siamo venditori, dobbiamo studiare il cliente. Abbiamo una repository con i
contenuti e i prezzi, possiamo scegliere come venderli, che pacchetti fare, come
trattare. Dobbiamo anche dare l’impressione al cliente che quel contenuto sia
esclusivo, quindi lo sconto è anche uno strumento di finzione e di
convincimento. Per l’agenzia è sempre meglio vendere a un po’ meno che non
vendere. Di base contenuti molto vecchi o le foto possono essere svenduti. Ogni
creator ha i suoi prezzi, ma a decidere sono anche le agenzie, infatti se una
creator cambia agenzia e quella nuova fa prezzi più alti bisogna lentamente
rimodellare le tariffe senza far percepire al cliente che è cambiato qualcosa.
C’è tanto ragionamento economico dietro OnlyFans.
NELL’APPROCCIO MATERIALE AL LAVORO SECONDO TE ESISTONO CREATOR DI DESTRA E
CREATOR DI SINISTRA? TI FACCIO UN ESEMPIO: LEI [LE MOSTRO IL PROFILO DI UNA
CREATOR] È UNA FAMOSA PER ASSOCIARE AL SUO LAVORO SU ONLYFANS UNA SERIE DI
PRATICHE DI DIVULGAZIONE E DI ATTIVISMO, L’EDUCAZIONE SESSUALE, I VIDEOCORSI SU
PATREON, LE SLIDE CON LE ANALISI WOKE SUL FATTO DEL GIORNO. LA SEGUE LA PAGINA
DI NON UNA DI MENO, PER DIRE.
Lei quindi la identifichi come di sinistra. Sì capisco, ci sta. Pensa anche a
lei [mi mostra il profilo di un’altra creator], che fa l’attivista per la tutela
degli animali. Che poi è anche una questione di target e di pubblico che le
creator vogliono raggiungere. Esistono creator i cui clienti standard sono i
professori universitari.
ECCO, SE NOI TRASPORTIAMO QUESTA ATTITUDINE IDENTITARIA DA SOCIAL AL LAVORO, C’È
UNA DIFFERENZA POLITICA TRA LE CREATOR?
La mia agenzia aveva un target specifico di creator, diciamo “di sinistra”. Ci
sono tante creator che fanno attivismo, che fanno divulgazione sull’educazione
sessuale e affettiva, sull’animalismo, sul veganesimo. Altre fanno solo porno,
fanno le mistress e magari pippano un sacco di bamba. Forse la distinzione è
questa. Mettiamola così: nella prassi economica le creator donne sono più di
sinistra, i creator uomini hanno un approccio più di destra. I creator uomini
fanno quasi solo video in cui trombano altre creator, li vendono a basso prezzo
e la creator che recita con loro perde valore sul mercato della piattaforma,
perché i contenuti che sul profilo di lei stanno a una certa cifra, su quello di
lui li trovi a molto meno.
DIRESTI CHE CI SONO CREATOR E CONTENUTI “PROGRESSISTI”?
Sì, perché le creator, nella loro immagine pubblica più che nell’approccio al
lavoro, sintetizzano certi ideali. Se fai questo lavoro hai una certa attitudine
a promuovere idee che oggi si è intestata una certa parte di sinistra: la
libertà sessuale, la scelta sul proprio corpo, l’autonomia economica delle
donne. C’è molta retorica sul piacere individuale della donna, sulla libera
scelta nelle pratiche e così via. I contenuti degli uomini sono molto più
mainstream, piacciono a un pubblico più di destra. Che poi si crea un
cortocircuito: OnlyFans è una piattaforma genericamente progressista che ha un
pubblico prettamente conservatore. Le stesse persone che lo usano, in pubblico
lo condannano. In Italia Tremonti ha introdotto la tassa etica sul porno: è una
flat tax del 25% sui redditi, è tantissimo.
MA I CLIENTI DEI CREATOR UOMINI CHI SONO?
Gli uomini. Uomini che vogliono vedere le donne con cui gli uomini scopano. Non
ho mai avuto una cliente donna, al massimo uomini che fingono di essere donne
perché pensano di ricevere un trattamento di favore, ma li sgami subito. Una
donna non pagherebbe mai per un servizio del genere secondo me. C’è una parte
omosessuale maschile che non conosco, non ti posso dire niente su quella.
E LA CHAT TRA UOMINI COME FUNZIONA?
Non ho mai impersonato un creator uomo, non te lo so dire, ma sarebbe molto
interessante saperlo. Secondo me lì la chat è inesistente, ti pare che i clienti
etero ammettono di masturbarsi con altri uomini? Sbloccano il contenuto e stanno
zitti. Anche le didascalie dei contenuti dei creator uomini sono molto
incentrate su un approccio oggettificante della donna. OnlyFans è un prodotto
ideato dagli uomini per gli uomini, è un prodotto patriarcale e maschilista che
però è raccontato come uno strumento di liberazione femminile, perché serve a
far fare soldi alle donne. In parte se vuoi è vero, alcune ci guadagnano molto,
ma c’è un grosso tema di immagine pubblica. Cosa succederà a una ragazza che a
vent’anni vuole fare l’onlyfanser quando a trenta vorrà cambiare lavoro? Per un
uomo resta molto diversa la questione. Cicciolina sarà per sempre quella che si
è scopata un cavallo (falso, tra l’altro), Rocco Siffredi è un imprenditore, un
regista, persino un padre di famiglia. Molte ragazze vengono rovinate da agenzie
che svendono i loro contenuti a pochissimo e poi i clienti li diffondono su siti
gratuiti. A quel punto, da un punto di vista meramente economico, quella creator
sul mercato non vale nulla.
L'articolo Desideri contenuti proviene da Il Tascabile.
C hiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne
un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno
crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di
pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei
fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo
fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e
sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già
vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che
corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo
rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di
rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che
il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente
affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai
alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano
nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati,
cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e
successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco
colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista
interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del
Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha
accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”.
Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio
precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard
Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo
convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i
comportamenti altruistici che osserviamo in natura. A essere egoista infatti non
è l’individuo, e neppure la specie, ma il gene che usa a diversi livelli sia le
specie sia gli individui come veicoli per moltiplicarsi.
Si scopre che il gene è quindi l’unità minima della biologia, il vero ente che
mira a riprodursi, l’attore ultimo della voluntas schopenhaueriana. Ispirato da
quest’idea dell’unità minima e spinto da una tensione ambivalente verso le
scienze umane, Dawkins decide di dedicare una dozzina di pagine del suo libro a
“la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura”. Come esiste in
biologia, questa unità minima che si replica e si ricompone in complessi sempre
diversi deve esistere anche nella cultura e la chiameremo “meme”, dalla radice
greca mimeme, “imitazione”. Vasto programma immediatamente abortito giacché
Dawkins non ci prova neanche a individuare questa unità minima e ci spiega che
“esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o
costruire archi”. Letteralmente la qualunque.
> Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa li ha distinti
> da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre
> prima di tutto sgombrare il campo da una falsa pista interpretativa che ancora
> oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento.
Se il gene è stato individuato attraverso criteri estremamente precisi, poiché
tutto ciò che è più piccolo del gene si aggrega piuttosto che replicarsi e tutto
ciò che è più grande si compone di geni medesimi e quindi si riproduce in forme
diverse, per il meme abbiamo questa parata eterogenea delle prime “cose
culturali” che gli sono venute in mente. Perché le melodie e non le note? Perché
le frasi e non le parole? O non addirittura i fonemi? Dawkins non sembra neppure
sospettare l’esistenza di tali obiezioni che invece hanno fondato le singole
scienze umane le quali, ognuna per conto proprio, si sono dedicate nei secoli
alla ricerca dei propri fondamenti, e talvolta delle proprie unità minime
(segno, parole, suono, sacro/profano, solo per dirne alcune).
Incapace di rispondere a questa domanda e addirittura ignaro della sua
esistenza, Dawkins propone una scienza memetica della cultura che si limita ad
affermare che la cultura è differenza e ripetizione, è rottura e continuità, che
le conoscenze si tramandano di generazione in generazione, ricombinandosi in
forme sempre più complesse. Ovverosia l’intuizione di “cultura” che abbiamo
tutti, professionisti e non, una delle poche cose su cui si può concordare
pacificamente a dispetto di orientamenti, scuole di pensiero e formazioni
specifiche. La pericolante “scienza memetica” che prenderà le mosse da questa
affermazione lapalissiana sarà in effetti il tentativo di dimostrare l’ovvio ad
opera per lo più di studiosi di formazione scientifica che, cimentandosi da
dilettanti nei vari campi del sapere umanistico, giungono alla conclusione che,
sì, anche qui ci troviamo davanti a un insieme di idee che si ricombinano
sincronicamente e diacronicamente.
Tutto questo sembra meno assurdo se si capisce il vero obiettivo polemico di
Dawkins e soci, cioè la religione. Più precisamente, una caricatura tanto del
pensiero religioso in sé quanto della sua influenza sul modo in cui la cultura
pensa sé stessa. Costoro sembrano immaginare che, prima della loro
interpretazione materialistica della trasmissione culturale, la visione
dominante sul tema voleva che le idee calassero dal cielo nella mente delle
persone, un miracolo continuo che solo negli anni Settanta è stato finalmente
smascherato nella sua realtà di saperi tramandati e ricombinati. Ovviamente già
Aristotele ci diceva che l’immaginazione è una facoltà chimerica, cioè memetica,
come direbbero loro, e nessuno ha mai letto la cultura come questa ripetuta
immacolata concezione di idee.
La memetica si rivela allora come strategia per attaccare un certo tipo di memi,
quelli religiosi, descritti ora con accenti dispregiativi: il meme di Dio, il
meme della resurrezione, quello del diluvio e del giudizio universale, tutta una
serie di idee false che hanno “infettato” le menti di generazioni. Dawkins in
effetti vivrà una seconda giovinezza nel mainstream a partire dagli anni Duemila
quando verrà arruolato tra i “Quattro Cavalieri del New Atheism”, in compagnia
di Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Sam Harris, un movimento culturale che
avrà una grande influenza in quegli anni, soprattutto tra i giovani e
soprattutto su Internet. Non è un caso allora che, proprio in quegli anni, i
giovani su Internet scelgano un neologismo inventato da uno dei loro maestri per
descrivere le immagini con cui avevano preso a giocare. E lo scelgono bene. Il
concetto dietro al meme dawkinsiano, infatti, funziona tanto male come
interpretazione della cultura tutta, quanto bene per spiegare il meccanismo
dietro questo specifico artefatto digitale: i meme di Internet.
I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi
a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a
partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue, invece, da ogni altro
artefatto culturale umano, da quella ovvietà che Dawkins credeva di aver
scoperto nel 1972, è che nei meme questa ricombinazione controllata di
differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso. Un’immagine diventa meme
solo nella misura in cui viene collettivamente accettata come tale, ovverosia
come template per nuove iterazioni.
> I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché
> limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme
> sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue è che
> nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il
> senso del gioco stesso.
L’origine di queste immagini poteva essere quanto mai varia e in definitiva
irrilevante. Partire da qui, però, ci aiuta a capire perché questa irrilevanza è
rilevante, ovverosia cosa separa il meme dal contenuto virale e dalle altre
immagini che si diffondono su Internet.
Possiamo suddividere l’origine della maggior parte dei meme in tre categorie:
frammenti di attualità, frammenti di cultura pop e immagini precedentemente
ignote. Partiamo dall’ultima che comprende opere artistiche originali e
fotografie anonime, come quelle per le agenzie di stampa. Fanno parte di questa
categoria alcuni tra i meme più antichi e famosi: i Rage Comics originali, i
vari Wojak e stock photo rese immortali dalla memificazione come il Distracted
boyfriend, l’Expanding brain e l’intera produzione di un anziano modello
ungherese, oggi noto come Hide the pain Harold. Queste immagini esistono nella
coscienza collettiva solo nella misura in cui sono riuscite a diventare meme,
segni che ne generano altri, da sole non vogliono dire nulla.
Discorso apparentemente diverso per le altre due classi che abbiamo isolato.
Tanto un Homer che indietreggia fino a scomparire nella siepe quanto un Salvini
che sbotta scocciato “Ah, no? Non posso?” avevano una vita culturale precedente
alla loro memificazione. Eppure: vi ricordate di cosa stava parlando Salvini in
quella trasmissione? Cosa ha fatto indietreggiare Homer? A quale membro del
consiglio Boromir spiega che non si può “semplicemente” camminare verso Mordor,
di quale eroe Thanos non sapeva neppure l’esistenza o gli elementi oggetto della
famosa conta manuale di Berlusconi?
Abbiamo dimenticato quasi tutte queste informazioni perché l’importanza del
canovaccio, dello schema narrativo, cioè del meme, ha superato quella del
contesto originario. Anche se alcune di queste scene si sono inizialmente
imposte all’attenzione pubblica per ciò che rappresentavano originariamente, la
memificazione le decontestualizza immediatamente.
Il contenuto virale ‒ come può essere un tormentone musicale, un gol leggendario
o anche la gaffe di un politico ‒ resta semplice contenuto virale finché
continua a parlare di sé stesso; diventa meme nella misura in cui si fa cornice
narrativa e il referente originale non conta più nulla.
L’altra cosa che smette di contare nei meme è l’autore. Se infatti è irrilevante
il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche
irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel
frammento specifico. E se talvolta la “filologia memetica” operata da pagine
come KnowYourMemes rintraccia la potenziale prima iterazione di un template, e
magari il nickname dell’Original poster, il fatto non lo rende l’autore del meme
poiché quel fotomontaggio che ha manualmente messo insieme è diventato meme solo
e soltanto perché migliaia di altre persone lo hanno riconosciuto come tale,
usandolo nelle loro reiterazioni. Ogni meme, inteso come cornice memetica, è
pertanto strutturalmente anonimo e collettivo e solo le specifiche iterazioni,
intese come singolo meme, possono avere un autore, sia esso un utente o una
pagina.
> Nei meme smette di contare l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto
> originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è
> stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico.
Questa forma espressiva che sembra per sua natura anarchica e indomabile è stata
invece al centro di numerosi tentativi di cattura da parte di vari poteri. Nel
corso degli anni Dieci i meme hanno informato, strutturato e definito almeno due
movimenti dal basso, Anonymous/Occupy prima e l’Alt-Right originaria poi; sono
stati posti al centro di campagne di marketing ed elettorali, esperti di
comunicazione politica o commerciale hanno cercato in tutti i modi di capire
come sfruttare al meglio questa sorta di testimonial costo zero, queste
immaginette già note a tutti alle quali era possibile far comunicare qualsiasi
messaggio, e ci sono riusciti con esiti altalenanti. Da qualche tempo però la
febbre pare essersi esaurita e la stessa parola ricorre sempre meno, persino per
chiamare quei contenuti che sono a tutti gli effetti dei meme. Cos’è che vi
manda tutto il giorno in DM (Direct Message) il vostro bro? Come li chiamate? Ah
già… dei reel…
Al volgere del decennio, il formato di content più diffuso su Internet diventa
il video breve.
Ad aprire le danze è stato il boom in Occidente della piattaforma cinese TikTok,
specializzata esclusivamente su questo tipo di contenuti, seguita a ruota dai
reel di Instagram e da quel che resta di Facebook, che ha a sua volta
semplificato l’integrazione di video nel feed.
L’Internet delle immagini divertenti cede il passo all’Internet dei video brevi
divertenti.
Ma che c’entra questo con quel tipo preciso di contenuto divertente chiamato
meme? Fin qui abbiamo dato per scontato che questi artefatti culturali chiamati
meme fossero sempre immagini accompagnate da parole perché… era quasi sempre
così. Nulla nella nostra definizione di meme prescrive o anche solo suggerisce
il formato che dovrebbero avere questi segni che ne generano altri. Infatti, ben
prima di TikTok e dei reel, sono esistiti meme che insistevano su altri formati,
formati video, formati audio o audiovisivi; ma erano delle eccezioni che
saltavano all’occhio.
Internet era dominata da immagini + testo per le stesse ragioni per cui verrà in
seguito dominata dai video. Prima di una rivoluzione culturale, ad avere
inaugurato l’era dei meme è stata infatti una rivoluzione tecnologica, una serie
di scatti in avanti della tecnica che hanno via via composto l’ecosistema
adeguato al fiorire di questa forma espressiva. Il primo pezzo di questo
ecosistema è stato ovviamente Internet stessa, una rete globale basata sul
principio di condivisione orizzontale di informazioni. Che per un po’ di tempo è
rimasto per l’appunto un principio.
I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non
dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa
possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza
giornata. Parallelamente si diffondono competenze e strumenti: tutti imparano a
intervenire su un’immagine con un breve testo e i meme editor online rendono
questo compito ancora più elementare. L’ultimo tassello sono stati i social
network che hanno in parte alterato il primo ecosistema memetico fondato su
imageboard e forum che permettevano una circolazione centrifuga e anonima: da un
lato rendendoli un fenomeno veramente di massa, dall’altro introducendo le prime
autorialità parziali: utenti e pagine che “firmano” le loro singole iterazioni
di un meme.
> I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e
> non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e
> diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare
> mezza giornata.
TikTok e i reel hanno condotto la stessa rivoluzione tecnologica sostituendo i
video brevi alle immagini come contenuto egemone di Internet. Trovando un
ecosistema socialmediatico già sviluppato, la rivoluzione video si è dipanata su
due vettori, uno pratico e uno più teorico. In primo luogo, proprio come accadde
per le immagini con le scritte, sono stati resi disponibili rudimentali
strumenti di video editing ‒ interni alle piattaforme come TikTok e Instagram ‒
che hanno reso l’intervento su video semplice quasi come quello sulle immagini.
Ma l’intuizione fondamentale è stata forse quella teorica, ovverosia iscrivere i
video nello stesso campionato delle immagini. Se YouTube, che esisteva già da
quindici anni, va in competizione con la televisione, i video brevissimi
occupano lo stesso spazio/tempo di fruizione delle immagini, giocano nel
campionato dello scrolling e lì stravincono contro i loro antenati fermi sulle
gambe.
Che abbiano stravinto è un dato di fatto e non è difficile capire il perché. È
in fondo già successo un secolo fa quando milioni di persone in tutto il mondo
si riversavano nei cinema piuttosto che nei musei o alle mostre fotografiche,
un’altra invenzione tutto sommato recente. La potenza dell’immagine in movimento
travolge quelle statiche, se parliamo di mera capacità di intrattenimento. Non
voglio infatti affermare un qualche primato estetico del cinema sulle arti
figurative: Kubrick e Turner hanno pari dignità, ma chi dubiterebbe mai che i
biglietti venduti nei cinema di tutto il mondo per il solo Shining superano la
somma degli ingressi alle mostre dedicate al pittore inglese tenutesi nell’arco
degli ultimi due secoli? Gli effetti di questa maggiore potenza si evincono
anche da un proporzionale impoverimento della scrittura che si accompagna ai
nuovi content in movimento.
Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del
cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura
dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in
modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Meme che combinavano più
template, meme che tradivano le aspettative intrinseche di una determinata
cornice, meme completamente surreali che si facevano beffe di ogni possibile
aspettativa interna alla forma espressiva, insomma dei metameme, meme
“consapevoli” di essere tali che incrementavano la complessità del gioco stesso,
spingendo al massimo la ricorsività. Sebbene il tipo semplice di meme, battutine
illustrate da un’immagine già nota, restassero la forma più diffusa e
riconoscibile, questi meme avanguardisti erano riusciti a guadagnarsi uno spazio
importante nella cultura di Internet, accompagnati da una sottocultura che ne
difendeva il valore artistico e stroncava le opere troppo banali, e finendo
persino adottati da attori più istituzionali, come brand, politici e personaggi
pubblici, che azzardavano occasionalmente l’uso di queste creature più
sofisticate.
Oggi, io, che facevo parte di quella sottocultura snob che schifava l’ennesimo
faccione di Messi stupito usato per raccontare qualche dinamica di coppia, mi
ritrovo a ridere dell’ennesimo montaggio di Mourinho che esulta in faccia alla
telecamera di bordo campo con sopra scritto “Quando rispondi male alla cameriera
goth per farti sputare nel caffè”. Tra Messi e Mourinho la differenza salta agli
occhi, il primo ha la strada segnata… Per quanto possa essere buffa
l’espressione che uscì a Messi in quel frangente, con la mano “da italiano” a
completare il disegno di disappunto, smette di farti ridere la terza volta che
la incontri. Discorso diverso per Mourinho, ma anche per Magnum P.I. che rompe
di continuo la quarta parete, per l’antagonista di Dexter che ti sospetta, o per
Matthew McConaughey che piange di fronte a qualsiasi video fuori luogo che ha
sostituito il vlog di sua figlia in Interstellar. Sul lungo termine, anche
questa roba annoia, come tutto, ma basta una breve disintossicazione seguita da
una battuta azzeccata e ritorna “la magia del cinema” a ripristinare almeno
parte dell’efficacia perduta.
> Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del
> cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura
> dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in
> modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi.
Ai più attenti di voi, non sarà sfuggito che, dopo aver annunciato che avrei
parlato della vittoria dei reel sui meme, ho citato solo meme puri in formato
reel. Il solo fatto che ho potuto evocarli nella vostra mente semplicemente
descrivendoli, significa che sono dei montaggi altamente codificati, delle
cornici memetiche in movimento. Come mai, allora, suggerisco che i meme siano
morti? I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come
parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre.
La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. Infatti, accanto
ai montaggi più codificati che possiamo senza dubbio identificare come meme, il
bro vi manda tutta un’altra serie di reel in DM: sketch comici interpretati da
aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che
fanno la predica, influencer che “reactano” l’influencer di prima cercando di
umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di
concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente
tonnellate di AI slop, l’elefante nella stanza che non abbiamo tempo di
affrontare come si deve.
È stato importante identificare con precisione i meme propriamente detti e
distinguerli da tutti gli altri content virali altrimenti non coglieremmo la
differenza tra Mourinho che esulta sempre allo stesso modo per permetterti di
fare una battuta e un’intervista semidimenticata del giovane allenatore che per
la prima volta dà di matto in conferenza stampa e circola accanto al montaggio
di prima ma perché il bro vuole che tu riveda proprio quel momento lì.
Per non parlare della definizione ancora più ampia di Dawkins che non solo non
troverebbe differenze tra tutti questi contenuti, ma chiamerebbe meme anche la
mia caffettiera perché dialoga col design di tutte le caffettiere che l’hanno
preceduta e la seguiranno, nonché questo stesso articolo perché usa l’alfabeto e
le convenzioni del linguaggio umano.
> I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come
> parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre.
> La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono.
E proprio qui cogliamo l’inversione storica che si è verificata sotto i nostri
occhi. Se fino a qualche anno fa si chiamava “meme” ogni tipo di contenuto che
circolava su Internet, oggi non vengono isolati come tali neppure i meme
propriamente detti. I termini brandizzati reel e TikTok sembrano, per ora, avere
assolto questa funzione nel linguaggio quotidiano; laddove, salendo di registro
verso una terminologia più tecnica, si è già imposto l’asso pigliatutto del
content, per un’analisi del quale rimando a questo brillante video di Patrick
Willems.
Riassumendo, la detronizzazione dei meme si è svolta in tre fasi:
1. Shift della cultura internet dalle immagini ai video;
2. Diluizione dei meme formato video in un mare magnum di content parimenti
brevi e parimenti interessanti;
3. Sostituzione terminologica.
Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla
sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Abbiamo
costeggiato più volte il tema dell’autorialità memetica senza affrontarlo come
si deve. L’autorialità memetica si dà quando un soggetto, sia esso un singolo o
un collettivo dietro una pagina, firma delle singole iterazioni di meme: non il
template in sé, che non può avere autore, ma l’unione del template con una
battuta o un altro contenuto originale. E però si nota qualcosa di singolare
nella carriera di tutti i più grandi memer che hanno calcato il palcoscenico
digitale negli ultimi quindici anni. Più crescono come memer… e più smettono di
essere memer. Il ricorso a template affermati si fa mano mano più sporadico, e
in molti casi scompare del tutto. Il memer crea una sua poetica, un suo universo
di segni ricorrenti, una memetica privata che fa tutt’uno con ciò che abbiamo
sempre chiamato cifra autoriale.
Guardiamo le pagine che hanno firmato i racconti di Divertenzio puro, raccolta
uscita a inizio 2025 che raduna i più grandi memer italiani della nostra era per
farli cimentare con la forma racconto. Già il fatto che tutti loro si siano
dimostrati all’altezza della pura parola scritta dovrebbe suggerirci qualcosa. E
quel qualcosa viene confermato se andiamo a vedere la loro produzione digitale:
quasi nessuno di loro usa meme propriamente detti se non occasionalmente.
> Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla
> sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer.
Prendiamo due nomi agli antipodi: Giulio Armeni (Filosofia coatta) e Filippo
Marazzi (Piastrelle Sexy). Il primo è semplicemente uno dei più grandi
vignettisti satirici italiani di tutti i tempi, al pari del miglior Altan e di
Pazienza quando calcava il genere. Genere tanto facile da improvvisare quanto
difficile da trasformare in arte. Quello che riusciva a Pazienza e Altan e
riesce ad Armeni oggi è proprio elevare la satira sopra l’attualità, oltre il
dibattito politico e la polemica del giorno, senza snaturarla del tutto. La
conferenza stampa di Giorgia Meloni risottotitolata continua a commentare la sua
azione di governo ma attraverso categorie filosofiche di più ampio respiro,
oppure è il dibattito sulla natura umana tra Chomsky e Foucault a trasformarsi
in una lettura obliqua dei temi a noi contemporanei.
Niente a che vedere con ciò che fa Marazzi, autore di brevissime prose poetiche
che sono, spesso ma non sempre, accompagnate da un’immagine distonica. Amare
riflessioni sul quotidiano, sui momenti morti dell’esistenza, illuminazioni che
ti colgono mentre fai la lavatrice vengono illustrate da miniature medievali e
dipinti ad olio. Armeni e Marazzi non condividono quasi niente né con i meme
propriamente detti, né tra di loro. E il discorso si può estendere al fiabesco
relatabile di Monica Magnani (Vabe RagaA), alla Roma mostruosa di Federico Gemma
(0ni_giri) o a quella soffocata dai luoghi comuni di Marzio Persiani (Relatable
Roma Memes), curatore della raccolta. Dove sono i meme qui? Forse in uno sguardo
sul mondo che i meme hanno insegnato loro, una delle vie maestre per l’ironia,
lo straniamento, la messa tra parentesi del mondo per un paio di generazioni. La
cultura memetica lavora qui come background condiviso, come l’arte marziale
originale di un MMA fighter che non tirerà mai più un calcio stilisticamente
perfetto come il suo taekwondo vorrebbe ma nei suoi calci senti che c’è qualcosa
in più.
L’autorialità non è quindi il terreno in cui sopravviveranno i meme, sono
piuttosto questi nuovi autori a essere il frutto di una stagione ormai conclusa.
Per un po’ continueremo a chiamarli impropriamente memer, per renderli leggibili
al grande pubblico, un’etichetta di marketing che garantisce agibilità a
festival come la Memissima di Torino e kermesse analoghe. Piano piano ci
renderemo conto che l’etichetta sta stretta a quasi tutti loro e che personalità
che non abbiamo mai identificato come memer portano addosso i segni di quella
stagione tanto quanto i primi. Stand-up comedian, youtuber, scrittori,
fumettisti: scopriremo che generazioni di artisti sono stati influenzati da
quella sottocultura senza mai fare meme per davvero, semplicemente respirandoli.
I meme invece sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una
forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e
contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci
della ribalta per un, tutto sommato, breve lasso di tempo. In un periodo in cui
la creazione di contenuti originali era troppo costosa in termini di risorse,
tempo e competenze, i meme hanno assolto il loro mandato storico, imponendosi
come forma espressiva più efficace, più fit, per tornare a Darwin. Oggi persino
l’umorismo più tipicamente memetico viene insidiato da tutti i lati dalla
cultura dei creator: se mi viene in mente una battuta che potrebbe essere
perfettamente illustrata da Di Caprio che si illumina di fronte alla TV in C’era
una volta a Hollywood, piuttosto che usare quello screenshot, mi punto una
telecamera in faccia e la recito io la scenetta di quello sbalordito che magari
ci svolto pure una carriera.
> I meme sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di
> artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e
> contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le
> luci della ribalta.
Certo, ci sarà sempre chi, sordo alle sirene della fama, userà la scena di Di
Caprio, questa volta sotto forma di breve clip, magari montata insieme ad altre
scene dello stesso tenore e perché no, con una bella soundtrack emotivamente
dissonante in sottofondo. Chi insomma farà meme all’altezza delle possibilità
tecniche del presente. Eppure cos’è che ti ha appena mandato il bro in DM? Ah
già… un reel.
L'articolo I meme sono morti? proviene da Il Tascabile.
Q uando si guarda Internet negli occhi, la si ammira, si cerca di trovare un
modo di renderla comprensibile, è inevitabile desiderare l’apocalisse. Questo
sentimento nasce dalla consapevolezza della crudeltà e della miseria umana messa
elegantemente in quadrati o rettangoli digitali o dall’apertura forzata a una
serie interminabile di notizie circa il diradarsi di un mondo che abbia qualcosa
di simile a quello in cui era possibile il conforto.
Tony Tulathimutte ha provato a mettersi sulla baleniera in cerca della Balena
bianca, che in questo caso è più simile a un plancton radioattivo che rende
l’acqua fosforescente, nel suo nuovo libro, Rifiuto (2025). L’autore,
considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare
in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver
subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni, mostrandoci
un mondo denso, pervertito e depresso e mandando indietro delle analisi che non
possono che dire che siamo malati, finiti, incapaci anche dell’essenza basilare
dell’esperienza umana: stare uno con l’altro. Tulathimutte vuole creare uno
specchio del nostro tempo, lanciando il sasso e non nascondendo la mano;
un’epoca che l’autore rappresenta come governata da due comandamenti: Joker
quando dice “Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più
assennato del pianeta” e la profezia di Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo.
Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Perché i personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno
uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che
navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. Orchi, ma invece di
essere creati da Morgoth, sono plasmati da una serie di 1 e 0 digitati per il
“bene di tutta l’umanità” da un manipolo di nerd, che fanno microdosing della
Silicon Valley.
Il primo della lista è “Il femminista”, e qui l’autore arriva prima dei tempi
perché il racconto è dell’autunno del 2019 pubblicato sulla rivista n+1; mentre
ancora oggi, com’è giusto dopo una delle rivoluzioni sociali più importanti di
sempre, discutiamo di maschi performativi, l’assunto del racconto è un trick
assurdista classico, ossia come sarebbe se qualche uomo prendesse il femminismo
non come forza liberatrice ma come dogma religioso penitente. Il risultato è un
disastro, questa la bio in un’app di incontri del protagonista:
> He/him (ma vanno bene i pronomi che ti mettono più a tuo agio). Il consenso
> prima di tutto. Fan #1 dell’aborto. Amo i libri, il cibo thai, un bicchiere di
> vinho verde in balcone, chiacchierare per ore… i libri li ho già detti? (Emoji
> della lingua di fuori) Il mio habitat naturale sono le librerie indipendenti e
> le botteghe artigianali di quartiere, quando non sono impegnato a smantellare
> l’imperialismo eteropatriarcale. Ma non chiedo di meglio che chillare
> accoccolati sul divano per una maratona di Agnès Varda con seguito di
> discussione e… timida slinguazzata? (Faccina occhiolino) Cucino *sempre*
> (grazie Mamma!) quindi preparati ai miei brunch! Le donne trans, ovviamente,
> sono donne. Ogni razza etnia e tipo di corpo + il benvenuto ‒ ma NON ogni età.
> Il piacere è reciproco o non è piacere.
La ricerca di una donna con cui fare sesso di quest’uomo diventa sempre più
disperata e barocca, seguiamo la sua giovinezza come un incidente mortale in
autostrada, mentre Tulathimutte fa passare a questa caricatura d’uomo le
peggiori pene dell’inferno, finché non si arriva al momento “Travis Bickle”:
“Sulla scia di questo episodio [la prima scopata] cominciano le ideazioni
suicidarie, acuite dalla consapevolezza che i rifiuti, la solitudine e la
frustrazione sessuale non sono niente rispetto a secoli di oppressione
sistemica. La tristezza, ne è ben conscio, è sintomo di arroganza e privilegio;
non si merita neanche di soffrire”.
> L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca
> di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro
> mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi
> vent’anni.
Da qui in poi, la strada per l’inferno non è solo lastricata di buone
intenzioni, ma anche di forum, post e shitstorm, passa dal trenbolone e dalla
palestra per tentare di non far vedere che ha le spalle strette, a staccarsi le
unghie fino a, errore peggiore di tutti, entrare nei subreddit e forum incel
(involuntary celibate). E qui l’autore decide di chiudere il racconto con quello
che è a tutti gli effetti “le memorie dal sottosuolo” di un maschio che si sta
convertendo all’inceldom; in questo caso è la risposta a un malcapitato capitato
in uno di questi luoghi refrattari. La critica di Tulathimutte al marxismo
culturale americano dalla prospettiva del suo nemico numero uno, ossia il
maschio in preda al suo “nucleo reazionario […] eccitato, sopraffatto,
indignato” per usare le parole dell’ultimo libro di Francesco Pacifico, La voce
del padrone (2025), è ficcante e precisa:
> Lungi da me aspettarmi che il mio femminismo profondo e privo di secondi fini
> mi valga un qualche trattamento speciale, e certo, nessuna donna in
> particolare ha il dovere di essere attratta da noi… ma il fatto che non lo sia
> neanche una, su miliardi, è sintomatico di un fallimento categorico, di una
> violazione di massa del contratto sociale perpetrata da schiere di perfide
> fighe di legno, coi loro tradimenti, coi loro silenzi, con le loro risatine,
> posta.
Il mondo in cui si muovono tutti i personaggi è lo stesso; infatti il secondo
racconto è dalla prospettiva di una donna che appare anche nel primo, Alison,
che è alle prese con una situazione, se è possibile, ancora più lancinante e
simile a una festa della crudeltà nietzschiana. Qui il palco è un gruppo
whatsapp di donne sui trent’anni estremamente woke, dove Alison vive a pezzi le
sue paturnie sentimentali. Da quelli che sembrano a tratti screen da quelle
pagine che andavano di moda nel 2015 tipo “Ed è subito ex”, Tulathimutte è bravo
a creare, come Kristoffer Borgli in Sick of Myself (2022), un quadretto innocuo
che si trasformerà in un incubo dalle tinte gotiche con un corvo che assalta un
bambino.
> I personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di
> casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che
> navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono.
L’autore raggiunge i suoi picchi quando decide di descrivere i birignao
depressivi della sua protagonista in preda alla sua sorte sciagurata:
> Una noiosa, piatta angoscia senza amore e senza fine: neanche paura della
> morte, solo di invecchiare e ridurre le sue già esigue speranze. Anche se ha
> la vaga intenzione di rimettersi in salute prima o poi, come quando era stata
> pescetariana qualche anno fa, a pranzo mangia sempre lo stesso panino floscio
> dal kebabbaro sotto l’ufficio invece di andare all’insalateria due isolati più
> in là, e a cena riempie una piadina ancora fredda di fesa di tacchino e
> mozzarella e uno spruzzo di maionese, la arrotola in un mesto dildo che
> peraltro è esattamente del colore della sua pelle, e se lo caccia in bocca
> quasi senza masticare. […] Quindi molla anche i podcast, e non le resta altro
> da fare che riguardarsi in streaming tutte le nove stagioni della versione
> americana di The Office, e di nuovo tutte e nove, e di nuovo, e di nuovo, ogni
> volta con quella cazzo di canzoncina che le fa crepitare gli speaker del
> laptop sino a quando sente che la retroilluminazione dello schermo le ha
> candeggiato il cervello.
Finalmente qualcuno si è reso conto che The Office era un dispositivo di
controllo di massa.
Con ogni racconto, Tulathimutte vuole alzare la posta, così dopo aver parlato
più che di due persone fallimentari di due fallimenti antropomorfi, si passa al
racconto “Ahegao” che parla di Kant, un ragazzo terminally online americano di
origine thailandese, e dell’ingloriosa vicenda associata al cercare di esplorare
la propria sessualità in un mondo che assomiglia sempre di più a un panopticon
psicosessuale. Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più
metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato
alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione
antropologica. La vicenda è deprimente dall’inizio e lo rimane per tutta la
durata, dal coming out via email fino alla ricerca di un partner che possa
capirlo nelle sue più recondite fantasie, fino a arrivare a quello che è uno dei
passaggi più assurdi, incredibili e convinti dell’opera: Kant, ormai disilluso,
decide di ordinare un video porno “su misura” da un creator digitale e così gli
scrive quello che a tutti gli effetti è una sceneggiatura che ha passaggi tipo
questo, un po’ Monty Python un po’ Marquis De Sade:
> Lo spettacolo del mio cazzo fa brillare una mina antiuomo dentro di te. Non è
> che ti piaccia essere umiliato in pubblico, e neanche la prospettiva di farti
> squartare il culo, sei solo così pateticamente soggiogato, smarrito in un
> nadir di degradazione e desiderio, che di colpo sei disposto a sacrificare
> ogni cosa: l’unica speranza rimasta nella tua vita è prendermi il cazzo in
> gola e ingoiare litri e litri del mio sperma immondo. La tua espressione
> dovrebbe trasmettere questo.
Dopo questa montagna russa, ci si para davanti l’unico personaggio che nasce
come vero e proprio comic relief, ossia un fuffa guru anarco-capitalista che
cerca di avere una relazione con la nostra Alison di prima, testimoniando tutto
sui social. Il risultato è il racconto più divertente della raccolta, e anche il
più breve, in cui veniamo anche ricompensati per aver subito la compagnia di
questo personaggio terribile con le ultime pagine, in cui il protagonista deve
fare i conti con i membri del subreddit dove ha pubblicato la sua storia che gli
si rivoltano contro:
> Ah ah ah ah ah, congratulazioni a tutti i fulmini di guerra che hanno postato
> il mio LinkedIn ‒ sì, mi chiamo Maximus Aurelius Horney, che mi sembra uno
> splendido omaggio a uno dei pensatori più da sballo dell’intera storia
> dell’umanità. […] Solo perché non mi vergogno di essere un ragazzo bianco NON
> VUOL DIRE che vedo le donne come “vacche da allevamento” né credo
> nell’“espulsione semitica” o nel “millenario impero anglo-scandinavo”. […]
> Tutto questo patatrac mi ha aiutato a mettere a fuoco che in questo Paese non
> c’è posto per una visione avveniristica come la mia. Quindi sparisco, come
> Tron, ditelo alla mamma, ditelo all’avvocato. [qui easter egg di Latronico in
> traduzione, ce ne sono degli altri] […] E quindi al momento i miei investibro
> stanno facendo rotta verso di me a bordo dei loro pod che si collegheranno
> formando una “Freedom Fleet” che fungerà da base operativa; mi sto accordando
> con dei contatti in un Paese in via di sviluppo perché ci fornisca pupe
> ambiziose e fighe che siano incentivate a mettere in atto il mio piano
> familiare con massima priorità […]. Scrivo da una torrida e minuscola sala
> d’attesa nell’ambasciata statunitense a Bangkok. Grazie alle competenze di
> geolocalizzazione di un intero pianeta di hater, gufi, sfigati e musoni la
> Reale marina militare statunitense ha scoperto e confiscato i nostri natanti,
> e siamo stati sequestrati contro la nostra volontà.
L’ultimo racconto vero, “Main Character”, è il più lungo e il più ambizioso per
l’utilizzo delle cornici che internet “naturalmente” dà; tutto avviene sulla
pagina di un forum in cui viene spiegato un “botgate”.
La protagonista di questa avventura, che ha i suoi colpi di scena principali
proprio nell’etere, è, sempre per mantenere la continuità dei personaggi nella
raccolta, la sorella di Kant, Bee. Il Post, che è la parte più corposa del
racconto, scritto proprio da Bee, delinea tutta la sua vita e le motivazioni che
l’hanno portata a dirottare il discorso pubblico americano su Twitter attraverso
dei bot, bot che sono già apparsi nel libro interagendo coi personaggi.
> Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica,
> la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle
> relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione
> antropologica.
È il primo vero tentativo di Tulathimutte di creare un personaggio che possa
durare un romanzo, infatti le pagine migliori della raccolta sono quelle che
raccontano l’esperienza di essere di origine asiatica negli Stati Uniti:
> A volte penso che i ragazzi asiatici abbiano a disposizione tre strategie di
> sopravvivenza fra cui scegliere, come gli starter dei Pokemon: la prima, la
> più semplice, è assimilarsi e basta, accettando una cittadinanza di seconda
> classe in cambio dello scarno mantello di una bianchezza condizionata,
> vincolandosi a vivere come suore al cubo; questa è l’impostazione di default
> per i piccoloborghesi in ascesa che parlano come i bianchi e i cui genitori
> potevano essere immigrati già ricchi o arrivati a stare bene dopo decenni di
> duro lavoro, destinati ad andare avanti leccando il culo ai bianchi e
> riducendosi l’anima a un mozzicone a forza di lavori di merda, 20-40 anni a 12
> ore al giorno prima di rendersi conto che Cazzo che schifo, mai protagonisti,
> sempre comprimari, sempre a mangiar merda. In alternativa all’assimilazione
> c’era l’appropriazione: rintanarsi come un paguro in una cultura minoritaria
> ma popolare, a volte black, oppure gay o conservatrice, con esiti più o meno
> analoghi all’assimilazione ma se non altro col bonus di solidarietà senza
> alcuna base reale. E l’opzione tre è fare il cosplay del proprio background,
> consumandone ogni prodotto d’esportazione ‒ ramen e roti, boba e bhangra,
> mochi e manga ‒ un auto-orientalismo che nonostante la sincerità, non fa che
> affermare l’idea che esistano tratti razzialmente determinati, e che ogni
> tanto marcisce in una nostalgia falsa e reazionaria.
L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta
sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli dove
l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli studenti
progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi limiti, che
Tulathimutte decide di far esplodere creando un personaggio contrarian
anarchico, disinteressato alle etichette e all’ubriacatura linguistica che ha
pervaso gli anni Dieci:
> «Io ho detto che non mi stavano ascoltando, tutte le categorie erano
> ipersemplificanti, anche “no-label” è un label, era quello che stavo cercando
> di dire, e sì lo so che le categorie sono importanti, lo so che le etichette e
> le bandiere e gli slogan sono utili come strumenti pedagogici e come
> catalizzatori motivazionali, che fa sentire meno solx conoscere altre persone
> che hanno subito più o meno quello che hai subito tu, e che senza la volontà
> politica collettiva di una classe definita da una lotta comune non avremmo
> diritti né forza negoziale eccetera, e che come se non bastasse
> l’individualismo è un mito che spaccia per libertà una fantasia di autonomia
> fatta di atomizzazione sociale e perdita di diritti – anche se minchia ci sta
> aiutando alla grande, tutta la solidarietà che stiamo sviluppando, quando poi
> alla fine ci si trova sempre paralizzati dalle lotte intestine, ottima mossa
> lottare contro il patriarcato bianco quando in ogni interazione delle culture
> wars il panico morale contro il politicamente corretto si è dimostrato lo
> strumento propagandistico più efficace contro la sinistra, l’eterno
> babauantijazz-hippie-figlideifiori-rucola-Prius-lattedisoia, efficace proprio
> perché va ad allargare tutte le crepe che è stato proprio l’identitarismo a
> creare.
La vicenda dal reale poi passa al virtuale e lì il mondo collassa, ci si
destreggia tra le piattaforme, per poi arrivare a un finale à la Borges o
Pendolo di Foucault; la fine del racconto è un’indagine in cui lo stesso autore
viene coinvolto e questo tono da metaletteratura/rottura della quarta parete
rimane per tutta la fine, anche con un capitolo che si chiama ‒ ed è
letteralmente ‒ “Sedici metafore”, una prova non eccezionale di letteratura
computazionale, e poi il racconto più deludente ossia “Re: rifiuto” in cui una
finta casa editrice rifiuta il libro che si tiene per le mani e l’autore mette
le proverbiali mani avanti rispetto a ogni critica che si potesse fare sia al
libro ma anche allo stesso racconto, per formare quello che è il rifiuto di un
rifiuto in “Rifiuto”, un finale un po’ cervellotico e non necessario per un
libro che fino a quel momento aveva mostrato, sopra tutto, un grande coraggio.
Un coraggio che è stato proprio quello di infilarsi nella cultura di Internet e
nei suoi protagonisti più atroci e umiliati per creare una raccolta che
assomiglia molto a un racconto morale; il risultato è caotico e apocalittico
come la materia che cerca di tradurre e ci vuole una forza d’animo importante
per reggere il trauma di guardare negli occhi il dio dei nostri tempi, o se
volete una distorta mente alveare. Ci sono tantissime intuizioni geniali,
principalmente quelle che nel testo si trovano sotto forma di un trattato di
sociologia, che rivelano una comprensione approfondita e lontana da stereotipi
per la materia umana, come la capacità di mostrare lo split cognitivo degli
uomini causato dalla rivoluzione femminista, l’oscurità e il Newspeak dei gruppi
whatsapp, l’impatto sulla psiche della massima di Andy Warhol rovesciata, per
usare i termini che usa Alessandro Lolli nel suo ultimo saggio, “Non più famoso
per 15 minuti globalmente, ma famoso per 15 persone per sempre” e come usare la
propria voce su Internet sia un gioco fallace, di specchi, di riconoscimenti e
di problemi inflazionati che inquinano e divertono.
> L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta
> sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli
> dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli
> studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi
> limiti.
Questo libro funziona benissimo come sintesi dell’esperienza della sua
generazione con Internet, di come questa rivoluzione tecnologica abbia impattato
un gruppo di persone già esausto, in cui non c’è speranza per niente e ‒ per
comparare un altro libro salutato come bibbia millennial ‒, mentre Vincenzo
Latronico, che qui oltre che traduttore è anche autore della postfazione, in Le
perfezioni (2022), ovvero il romanzo più venduto da Fitzcarraldo, cerca di fare
una satira dei millennials, che poi però diventa celebrazione rovesciata,
Tulathimutte cerca di raccontare l’esperienza della sua generazione trasformando
la realtà in un vicolo cieco, facendo esplodere le caricature, ma appiattendo le
complessità. Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per
l’acquisto di oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più
ambiziosi, come le padelle Le Creuset e un profondo, latente e pervertito
“nichilismo fine a sé stesso”, per usare le parole di un altro profeta nato
negli anni Ottanta, ossia Cosmo.
Per questo, quando Latronico cita nella sua postfazione Jonathan Franzen e David
Foster Wallace per parlare di realismo, quasi a suggerire che lui e Tulathimutte
siano gli eredi dell’uno e dell’altro, giustapponendo ha evidenziato, secondo
me, una differenza profonda tra il “realismo per assurdo” wallaciano e quello
tulathimuttiano: Wallace crea dei personaggi folli, pervertiti, assurdi, atroci
(ci ha scritto un intero libro), ma eleganti nella loro assurdità e quando ne
scriveva sembrava ci tenesse, anche se schifosi gli voleva bene; per
Tulathimutte i suoi personaggi sono carne da cannone, poi sono anche contento
che non ci sia quel sottotesto “volemose bene” all’americana su cui Wallace
indugia, ma a volte mi sembrava di leggere delle maledizioni contro delle
bambole voodoo.
> Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di
> oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, e un
> profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”.
Perché l’essere naïf sul finale di Wallace lo salvava proprio da questo aspetto
nichilista di morte e disperazione che, immagino, seduca tutti gli scrittori. In
questo caso l’autore si è fatto conquistare: nel primo racconto questo è il
finale: “Nonostante la sua determinazione ricambia il sorriso e accoglie con un
cenno del capo questa vendicazione finale; poi si calca in testa il
passamontagna, sfila lo zaino dalle spalle strette, la segue all’interno”;
questo quello del secondo, quasi Cioran: “Dopo molti anni vedrà in tutta questa
saga non una tragedia ma l’inizio di un raccapricciante percorso di scoperta di
sé, al termine del quale accetterà che, volontariamente o meno, solo la scelta
di essere niente e di non provare niente le avrà permesso di vivere”; e infine
un passaggio dall’ultimo, qui invece ancora “Travis Bickle”:
> Dopo la morte di mia madre mi sono trasferitx a NYC, e non mi viene in mente
> neanche una ragione per cui dovrei uscire di casa in quest’isoletta fetida e
> afosa, coi tornelli unti di sudore genitale e sborra di topo; piena di
> tagliagole, di voragini che si spalancano all’improvviso per le strade, di
> metallo urlante, di insulti chimici, di notizie locali, di meteo, di sport. Mi
> sembrerebbe così statico, una specie di atavismo, costringere il mio involucro
> protoplasmatico ad aspettare in coda per un bagel, o a bere ghiaccio sciolto
> da un bicchiere sbeccato al bar. La rete è chiaramente meglio, senza
> lungaggini, retta dalla democrazia dell’umiliazione, tutti acquattati a
> sbirciare da una serratura o gloryhole che sia.
Il già citato regista Kristoffer Borgli, classe anche lui 1985, arriva alle
stesse conclusioni, i suoi film, in particolare proprio Sick of Myself, vogliono
la distruzione dei loro protagonisti, ci può essere salvezza dell’esperienza
umana di vivere alla fine dei tempi (come li conosciamo) solo attraverso il
fuoco purificatore.
Il millenarismo è divertente, ci fa godere (Zizek direbbe sessualmente), crea
personaggi incredibili come Kant e Bee di questo libro, ma credo che per una
generazione, anche la mia, sia la risposta a una sindrome del sopravvissuto, a
un silenzio traumatico che segue le domande “Per quanto ancora dobbiamo vivere
così?”, “Perché sopravviviamo sempre noi?” e “Qual è la prossima catastrofe?”.
Però rende le narrazioni pesanti e soprattutto in un contesto come Internet si è
sopraffatti sempre, anche se mediati dalla letteratura. Per questo, quando
leggevo dei college americani, di Twitter e di faide assurde tornavo sempre con
la mente a questo pezzo uscito su Gawker, “I Should Be Able to Mute America” in
cui l’autore, Patrick Marlborough scrive questo: “we need a way to mute America.
Why? Because America has no chill. America is exhausting. America is incapable
of letting something be simply funny instead of a dread portent of their
apocalyptic present. America is ruining the internet. America is the internet.
[…] The greatest trick America’s ever pulled on the subjects of its various
vassal states is making us feel like a participant in its grand experiment”.
L'articolo Millenarismo Millennial proviene da Il Tascabile.
T ra gli ultimi anni dell’Ottocento e il primo ventennio del secolo scorso,
nell’allora Congo Belga vennero rinvenuti diversi cadaveri apparentemente
divorati da una bestia feroce, forse un leopardo. Solo più tardi si scoprì che
le ferite non erano opera di animali, ma di uomini: appartenenti alla
confraternita segreta Anyoto, questi adepti si travestivano da leopardi ‒ con
artigli, rampini, pelli maculate ‒ per simulare l’attacco di una divinità.
L’assassinio rituale diventava così un gesto iniziatico: attraverso il
travestimento, l’uomo si faceva belva, incarnava un potere più antico,
destabilizzava il dominio coloniale con la maschera della bestia. Indossare la
pelle di una bestia feroce è forse il gesto più antico del genere umano. Ma ciò
che colpisce, oggi, è come questo gesto sia sopravvissuto nel cuore della
modernità, non più per evocare animali sacri ma per dare corpo ai fantasmi della
nostra infanzia o ai ruoli che quotidianamente recitiamo. L’umano contemporaneo,
invece di imitare la natura, imita sé stesso: si traveste da ciò che sogna, da
ciò che consuma, da ciò che rappresenta.
Nel suo modo impacciato, ambiguo, tragicamente sincero di performare un ruolo
intellettuale, Edoardo Prati non è altro che l’erede di questa logica. Si veste,
parla e si atteggia come colui che ha ancora accesso alla scena perduta del
sapere e della guida spirituale, quando in realtà il suo gesto ripete una
liturgia vuota: il filosofo come cosplay del filosofo, il politico come avatar
del potere. Eppure, come i membri della setta Anyoto, anche lui è posseduto da
ciò che evoca. Quello che indossa non è solo un abito, ma un personaggio: un
costume che lo trasforma e lo condanna a incarnare un ruolo il cui contenuto è
ormai spettro.
> L’umano contemporaneo, invece di imitare la natura, imita sé stesso: si
> traveste da ciò che sogna, da ciò che consuma, da ciò che rappresenta.
Contrariamente a quanto possa sembrare, indossare la pelle di un altro essere
vivente non voleva dire ribadire una supremazia rispetto all’animale –
pacchianerie riscontrabili nei trofei di caccia dell’uomo bianco – ma era segno
dell’enunciato ancestrale con cui veniva dichiarata l’origine della dualità
nell’unità, dell’ascendenza della preda e del cacciatore da un unico essere: il
dio selvaggio, che mangia e viene mangiato, che scappa e rincorre, dalle agili
membra o dai possenti artigli. Per gli scandinavi e le devote ancelle di
Artemide, indossare la pelle di un orso significava diventare l’orso, così come
per le menadi di Dioniso ricoprirsi del manto della pantera voleva dire
diventare il dio.
Nella caccia, il primo rituale di proporzioni cosmogoniche, gli antichi
cercavano di riunire la separazione originaria, espiando il peccato
dell’omicidio dell’innocente attraverso l’uccisione di altri predatori. Il senso
primigenio dell’abito non era quello di proteggere il corpo dagli agenti
atmosferici ma piuttosto si trattava di una funzione sacrale atta a garantire il
fluire della metamorfosi. Solamente con la nascita della urbanità il vestiario
diventò un lontano ricordo delle pelli ancora sporche di sangue che aderivano ai
muscoli di uomini invasati da eccitanti e fermentati alcolici.
Ma questa logica ancora attuale ‒ dove il corpo si fa scena e il gesto invoca
una potenza assente, il ruolo che travolge chi lo interpreta ‒ non si limita
agli intellettuali smarriti o ai politici-attori del nostro presente. Anzi,
trova la sua forma più esplicita e spettacolare nel mondo del cosplaying, dove
il travestimento non serve a mascherare, ma a rivelare: ciò che l’individuo
sente di essere davvero, ciò che ha abitato i suoi sogni d’infanzia, ciò che la
vita adulta tende a reprimere. Nel cosplay, l’abito non è un accessorio ma un
varco, un medium che permette di incarnare modelli formativi, spesso assorbiti
in età precoce, legati al mondo degli anime, dei videogiochi, delle fiabe
contemporanee. Come nel rito degli Anyoto, o nelle performance di Edoardo Prati,
anche qui si tratta di un passaggio: ma non verso un’alterità animale, bensì
verso un sé idealizzato, formato dalla cultura visiva, consumistica e affettiva
di un’intera generazione. Il cosplayer non recita un personaggio: lo
riattualizza nel mondo reale, ne fa carne viva.
> Nel cosplay, l’abito non è un accessorio ma un varco, un medium che permette
> di incarnare modelli formativi, spesso assorbiti in età precoce, legati al
> mondo degli anime, dei videogiochi, delle fiabe contemporanee.
Nel cosplaying ritorna la funzione metamorfica dell’abito. I vestiti abbandonano
la funzione di comfort donata loro dalla moda contemporanea e si fanno scomodi,
artificiali, ostili. Non è più l’abito ad adattarsi al corpo, ma il corpo a
piegarsi all’abito, a torcersi per diventare forma, silhouette, gesto
riconoscibile. Basta entrare in un gruppo Facebook dedicato al cosplay per
incontrare questa umanità gentile, fatta di millennial, di donne soprattutto, ma
anche di ragazzi semplici, con la passione negli occhi e la colla a caldo nelle
mani. Il cosplayer incarna, il cosmaker costruisce. Ma nella pratica, le due
figure si confondono: cucire a mano, incollare con il Vinavil, indossare il
travestimento anche se incompleto, imperfetto, sbagliato, e ricevere comunque lo
sguardo incantato di una bambina. È il riconoscimento che conta, il momento
magico.
Dietro questa dolcezza si intravede però l’ombra di un’ingiustizia: “I fotografi
scelgono solo chi ha i cosplay più costosi”, scrive qualcuno. “Molti ti guardano
dall’alto in basso”, nota un’altra. Anche in questo mondo fragile e accogliente
si insinua la legge crudele della spettacolarizzazione. Le sfilate dei Comicon,
con i cosplayer che incarnano i propri idoli fino a diventarne proiezioni
viventi – camminata, voce, espressione, costume – ricordano i riti collettivi
dei predicatori evangelici americani: eventi di possessione estetica, di
guarigione spettacolare. L’immaginario pop si appropria della regia liturgica:
la devozione diventa spettacolo, la trasfigurazione si fa cosplay.
E ogni liturgia ha il suo pantheon. Oltre la piazza delle fiere, oltre gli stand
pieni di PVC e piume sintetiche, si estende l’Olimpo del cosplay: territorio
rarefatto dove dimorano semidivinità digitali, dee dai nomi angelici o ispirati
ai JRPG (Japanese Role-Playing Game), avatar viventi del desiderio geek. Qui il
cosplay non è più travestimento, ma reincarnazione. I corpi non interpretano:
riflettono un ideale sintetico fatto carne. Glass skin, cosce lucide come
silicone, seni monumentali, vita da postproduzione. La sessualizzazione non è
effetto collaterale: è principio generativo. Non è una strategia, è una
liturgia. È il modo in cui il corpo viene offerto, consumato, adorato.
Il cosplay non è soft porn, dicono. È arte. È sorellanza. È self-expression. Ma
intorno a questa narrazione si condensa un’erotica sacrale, una forma di culto.
Le wishlist su Amazon diventano confessionali. Le dirette Instagram, simulacri
di intimità. I follower non amano solo il personaggio: amano l’accessibilità
simulata, la promessa remota di una camgirl elegante. È qui che il corpo del
personaggio e quello della performer si fondono: si cerca la waifu, ma si
consuma la cosplayer.
E non è un caso che i tratti parareligiosi del culto otaku rimandino ad antiche
forme di adorazione delle immagini. Le Veneri paleolitiche, ridotte a ventre e
seno, come i corpi anime, ipersessualizzati, sintetici. Le statue greche e
romane, levigate, perfette, soggette a pratiche sessuali rituali o a violenze
nascoste dietro la maschera della venerazione. Uomini e donne che penetravano i
simulacri divini, i falli delle statue di Priapo, gli altari che diventavano
teatro del desiderio. Forse si tratta di propaganda cristiana, ma il punto è che
il sacro e l’erotico, nell’immagine femminile idealizzata, sono sempre stati
vicini. Le waifu, come le divinità antiche, sono oggetti di desiderio e di
culto, proiezioni dell’immaginario maschile che si riversano oggi sul corpo
reale della performer.
> Il sacro e l’erotico, nell’immagine femminile idealizzata, sono sempre stati
> vicini. Le waifu, come le divinità antiche, sono oggetti di desiderio e di
> culto, proiezioni dell’immaginario maschile che si riversano oggi sul corpo
> reale della performer.
Ma c’è di più, un rimosso più profondo che affiora nella scelta ossessiva di
questi corpi stilizzati: l’estetica delle waifu ricorda, inconsciamente, proprio
le Veneri paleolitiche. Non perché riproduca l’arte arcaica, ma perché eredita
da essa la stessa funzione di conforto simbolico. Quelle statuette ‒ di cui
ignoriamo la funzione precisa ‒ sembrano condensare il mistero della donna,
ridotta a grembo e a seno, non come oggetto sessuale ma come divinità facitrice
di vita. In una condizione di precarietà e angoscia assoluta, come quella
dell’uomo paleolitico, il corpo femminile si fa sineddoche del sacro: l’unica
speranza contro la morte.
Oggi gli otaku fanno la stessa cosa, ma in un contesto rovesciato. Non più
sopravvivere al gelo e alla fame, ma sopravvivere al vuoto della soggettività.
Nella possibilità di penetrare sessualmente i personaggi femminili della loro
infanzia ‒ la nurse anime, la maga bambina, la principessa guerriera ‒ non si
consuma solo un desiderio erotico: si mette in scena il tentativo di possedere
l’infanzia stessa. Di penetrarla come si vorrebbe penetrare la madre. È
un’operazione incestuosa, feticistica, regressiva, che tenta di reincantare un
tempo perduto erotizzandolo. Non è la pornografia dell’età adulta, ma il culto
della fragilità, dell’inespresso, dell’origine che si fa corpo.
Ed è qui che il cosplay, da gesto eccezionale, diventa regime quotidiano. Perché
se è vero che il soggetto contemporaneo non agisce più, ma si traveste ‒ allora
l’esistenza intera si dà solo nella forma della maschera. La contemporaneità non
ha superato il primitivo: lo ha restaurato. L’individuo non si traveste per
evadere, ma per ricomporre un’unità perduta. Come la caccia rituale ristabiliva
il legame con l’origine del clan, così il cosplay tenta di recuperare l’infanzia
– ultimo orizzonte credibile di autenticità. Ma questo ritorno è selettivo. Vi
accede solo chi possiede un capitale corporeo, tecnico, economico. La fedeltà al
modello esclude la spontaneità. Si diventa ciò che si desiderava essere solo al
prezzo di non essere più sé stessi.
La preistoria, in questo senso, non è alle nostre spalle, ma ci avvolge da ogni
lato. L’uomo leopardo degli Anyoto e il berserker norreno: sono tutti nostri
contemporanei, perché la storia ‒ come processo ‒ si è interrotta, e ciò che
resta è il suo cosplay perpetuo. Il cosplay non si limita a manga e cultura pop:
ogni performance in cui si indossa un ruolo svuotato di funzione è, in fondo,
una forma di costume playing. Le rievocazioni storiche, i cortei religiosi, gli
abiti tradizionali, ma anche la vita quotidiana stessa ‒ con i suoi mestieri
residuali e i suoi ruoli sociali disattivati ‒ sono tutti atti di cosplay
inconsapevole. Continuiamo a recitare parti come il libraio, l’artigiano,
l’insegnante, il padre, non perché siano necessarie, ma per sostenere
l’illusione della normalità in un mondo che ne ha già cancellato la funzione.
In questo paesaggio dominato dal cosplay come forma di relazione col tempo, le
feste medievali costituiscono il punto di fusione tra folklore, turismo
esperienziale e consumo simbolico. Sono eventi in cui la nostalgia è
accuratamente amministrata, curata, coreografata. Non si tratta di evocare
realmente il Medioevo, con le sue gerarchie brutali, le sue epidemie, le sue
punizioni pubbliche o la sua fame strutturale, ma di riprodurne un simulacro
rassicurante, giocoso, digeribile. Un Medioevo “disneyfied”, dove il sangue è
sostituito dal vino speziato e i ceppi diventano photo opportunity. Ma questo
dispositivo, come già anticipato si estende ben oltre le piazze e i manieri in
affitto: arriva fino al cuore stesso del Novecento, là dove i ruoli di genere,
lavoro e famiglia sono stati costruiti come caratteri ideali, veri e propri
costumi mitologici.
> Continuiamo a recitare parti come il libraio, l’artigiano, l’insegnante, il
> padre, non perché siano necessarie, ma per sostenere l’illusione della
> normalità in un mondo che ne ha già cancellato la funzione.
Ogni ruolo è una maschera performativa, un abito che viene prima della persona;
il medico non è solo colui che cura, o colui che incarna un certo carisma
sociale, una postura, un’intonazione di voce, egli è soprattutto uno specifico
vestiario: il camice. L’operaio non è solo chi lavora in fabbrica, l’icona
dell’industria o della disciplina ma un “colletto blu”, che ne definisce la
classe in opposizione ai “colletti bianchi”, magistrati, insegnanti, impiegati,
dirigenti e funzionari pubblici, tutte figure caratterizzate non solo da una
funzione e da un ruolo ma soprattutto da un vestiario specifico, un costume. Il
fabbro medievale o la contadina celtica alle sagre non sono che versioni
tematizzate di ciò che facciamo ogni giorno: interpretare ruoli estinti, ridotti
a gusci estetici. Il capitale li riconfeziona come identità temporanee, pronte
per sagre, TikTok, reality. È il folklore postumano: un collage di epoche
disattivate da indossare come una seconda pelle.
Il cosplay diventa così l’ultima fase dell’espropriazione: non solo si cancella
un mondo, ma lo si riusa come contenuto per l’intrattenimento. Con
l’accelerazione tecnologica, questo meccanismo si amplifica: il tempo si liquefa
e ogni epoca diventa costume disponibile. È l’effetto Disneyland applicato alla
storia: si può essere vichingo, samurai o elfo con la stessa facilità con cui si
scrolla un feed. Il presente diventa un palcoscenico di maschere storiche. In
assenza di un orizzonte collettivo, moda e cultura mediatica si rincorrono nei
loop temporali, e ciò che sembrava definitivamente tramontato torna in scena in
forma di revival: il ritorno della moda Y2K (Year 2 Kilo, anno 2000), l’estetica
VHS, il giornalismo d’opinione in forma di opinionismo da talk show, le divise
della scuola anni Novanta nei drammi adolescenziali, le clip di repertorio nelle
campagne sociali. I ruoli del Novecento vengono rispolverati e reincarnati,
prima come memi, poi come identità: si gioca a fare il “padre di famiglia”, il
“prof”, l’“intellettuale”, ma sono ruoli in disarmo, svuotati, imitati nel
vuoto, si tratta di ormai di personaggi interpretati da performer.
> Più che sapere, Edoardo Prati “sembra sapere”. Il suo è un cosplay
> dell’intelligenza. In lui si incarna la parabola dell’intellettuale pubblico
> nell’epoca della piattaformizzazione. Non contesta il mezzo: è il mezzo. Un
> cosplay levigato dell’intellettuale organico, ma privo di corpo politico.
Ed ecco allora figure come Edoardo Prati. Prati è un personaggio nativamente
inscritto nel paesaggio della “piattaformizzazione”: il suo cosplaying
dell’intellettuale non è contenutistico, ma formale. Voce calda, tono sicuro,
citazionismo da prima pagina culturale, occhiali “giusti”, gestualità da
divulgatore colto ‒ tutto costruito per performare una sapienza indistinta, che
non dice nulla di nuovo ma sembra sapere tutto. Più che sapere, Prati “sembra
sapere”. Il suo è un cosplay dell’intelligenza. In lui si incarna la parabola
dell’intellettuale pubblico nell’epoca della piattaformizzazione. Rispetto
all’intellettuale novecentesco che cercava di conquistare lo spazio televisivo
per portare la critica dentro i media ‒ pensiamo a Pier Paolo Pasolini, che si
esponeva come opinionista proprio per sabotare il formato dell’opinione ‒, Prati
rappresenta una mutazione compiuta. Non contesta il mezzo: è il mezzo. Un
cosplay levigato dell’intellettuale organico, ma privo di corpo politico.
In questo, Prati si innesta in una linea di transito simbolico che da Gianni
Vattimo ‒ il “professore filosofo” presentatore RAI ‒ e Maurizio Ferraris, anche
lui in prima linea per il servizio pubblico, conduce a Vittorio Sgarbi e Massimo
Cacciari, portatori televisivi di una versione caricaturale e affettata
dell’intelligenza. Con la differenza che, mentre Sgarbi esibiva in forma
caricaturale un’intelligenza carnevalesca, distruttiva, che richiamava quasi a
Carmelo Bene nella sua teatralità situazionista, Prati non recita più nemmeno un
conflitto: è un vestito parlante.
Se Sgarbi era la mutazione berlusconiana e godereccia dell’intellettuale
impolitico, Prati è l’intellettuale cosplay: indossa il ruolo come una pelle di
leopardo, simulando una possessione culturale, ma senza alcun legame con la
comunità o con un progetto trasformativo. Parla per sé stesso ma finge di essere
un megafono di una cultura che non esiste più. Come gli Anyoto del prologo,
anche lui si traveste: ma non per incarnare il potere sacro del felino, quanto
per fingere di abitare ancora un tempo in cui “sapere” e “dominio” potevano
essere immaginati in opposizione. Il suo arsenale ‒ citazioni eleganti, dizione
impeccabile, riferimenti colti ‒ è come la collezione di artigli rituali degli
Anyoto conservata nel museo di Storia naturale di Parma: reliquie musealizzate,
svuotate del loro uso, ormai pure scenografie di una possessione estetica.
Ma Prati non è che la punta dell’iceberg. La sua è solo la forma più innocua ‒
quasi tenera ‒ del cosplaying dell’autorità. Il vero cuore oscuro di questa
metamorfosi è altrove: nella maschera del Dittatore, che si mette in posa come
un villain da shōnen manga; nell’incel terrorista che cita Pain mentre compie
una strage; nei capi di Stato che emulano l’iconografia da imperatori
tardorepubblicani tra TikTok e colonne doriche in PVC; nelle organizzazioni
criminali che imitano lo Stato, parodiandone i codici, le insegne, le liturgie
amministrative. Queste impersonificazioni terminali non sono più solo
spettacolo: sono strategie di potere reale, costruite sull’imitazione dei
simboli svuotati che un tempo rappresentavano l’ordine. E più questi ruoli sono
privi di fondamento, più devono essere esibiti come costumi, con una teatralità
forzata e bulimica che non rassicura, ma inquieta. Così, mentre il capitalismo
entra nella sua fase di esaurimento semiotico, e non produce più ruoli nuovi ma
solo revival di quelli vecchi, l’intera società si affida al guardaroba per
sopravvivere al vuoto. Il futuro è stato ritirato dal mercato. Al suo posto, ci
restano solo le maschere ‒ e chi ha il potere di indossarle più credibilmente.
L'articolo Miti d’oggi: Edoardo Prati proviene da Il Tascabile.
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