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A chi appartengono le idee?
I n un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il World Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione e la condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale. Lo slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la quale era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”. Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim Berners-Lee, che scelse di non depositare il brevetto in totale aderenza con i valori della rete appena nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di lasciare aperto l’accesso al codice provocò la rapida diffusione del suo utilizzo da parte di utenti comuni e non solo di informatici, tecnici e ricercatori. Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si era dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte e tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun tipo di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente, autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi arma di seduzione e di manipolazione. Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai forum si muovevano verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra appassionati degli stessi interessi. In questo humus erano presenti anche i movimenti antagonisti, i collettivi della controcultura e dei centri sociali autogestiti. Dentro e fuori dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro internazionale, come l’ECN (European Counter-information Network), nato per avvicinare i movimenti antagonisti europei e per fare controinformazione, e che a Milano aprì il suo primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero del 1989 dal quartiere di Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano l’habitat dove insediare gli hacklab, promotori dell’accesso libero e gratuito alla tecnologia, ai computer, ai software e alle banche dati. Erano i luoghi dove per la prima volta si parlava di hackmeeting, di incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la libertà digitale e anche fautori di netstrike e cybersquatting. Il primo hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze, proposto dal collettivo Strano Network. L’esperienza di quel decennio ad alta intensità rivoluzionaria è restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I), uno dei gruppi di hacktivisti di quel tempo, in una pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di recente, la stessa casa editrice indipendente ha pubblicato Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, hacktivista per la libertà digitale ed esponente della scena chiptune italiana col suo strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza italiana Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social network open source e decentralizzato. In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le alternative ai social mainstream e agli strumenti digitali di colossi come Google, Kenobit ripercorre brevemente la storia di Internet, rendendo accessibile il saggio e le sue argomentazioni anche a chi non ha familiarità con la tecnologia. In quel capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di come l’intersezione fra mondo fisico e mondo digitale si stesse palesando per la prima volta in modo evidente negli anni Novanta e di come, poco dopo, con l’avvento di MySpace, il primo grande social network lanciato nel 2003, si stesse per assistere al primo tassello di un “grande processo di centralizzazione della rete libera”. Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un contratto da 900 milioni di dollari con Google, già diventato monopolista dei motori di ricerca. Lo scopo era usare i dati raccolti dalla piattaforma social per posizionare annunci pubblicitari mirati. I profili iniziarono a essere infestati da banner, ma solamente nel 2009 Facebook scalzerà via il primo social della storia con la promessa che gli utenti e le utenti avrebbero potuto finalmente connettersi fra loro senza la fastidiosa interruzione di inserzioni pubblicitarie. Era l’alba di un’era che avrebbe portato ai Big Data e alle loro conseguenze anche politiche, come il caso di Cambridge Analytica che smascherò la correlazione fra la cessione dei dati raccolti da Meta e la propaganda a favore di Donald Trump nelle elezioni del 2016, ma anche nella Brexit. Una cesura della storia recente nella quale andare in profondità insieme all’autore di Assalto alle piattaforme. PRIMA DI PARLARE DEL TUO LIBRO, MI INTERESSA CAPIRE COME TI SEI AVVICINATO ALL’HACKTIVISM E COSA SIGNIFICA ESSERLO NELL’ERA DEGLI INFLUATTIVISTI E NON DEGLI HACKLAB NEI CENTRI SOCIALI AUTOGESTITI. Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante dal punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei primi centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non sapevo niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la musica punk e lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a Milano, ndr) c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai centri sociali per delle questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo fossero. Avevo trovato un ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando questi spazi, mi sono imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri, i manifesti, gli adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho scoperto, prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in contatto con le istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava, del Kurdistan. Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo. Ricordo un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative commons, ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto copyleft. Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza barricarla dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è stato fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono arrivato al software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei creative commons applicato alle licenze del software. Nel mondo del software libero ho incontrato dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la privacy, la sorveglianza digitale, le alternative ai problemi del software proprietario. Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino agli ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri del hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e alle quali devo tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di gruppi di ricerca come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui ho maturato consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul bagaglio che mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da tantissime persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di frecce da scagliare. A PROPOSITO DI DIRITTO D’AUTORE E COPYRIGHT, HO LETTO UN’ESORTAZIONE IN UNA SORTA DI MANIFESTO PUBBLICATO NEL 1988 SULL’OTTAVO NUMERO DELLA FANZINE MILANESE AMEN INTITOLATO L’ERA DELLA COMUNICAZIONE NEGATIVA. DICEVA: “SACCHEGGIATE OGNI PRODOTTO. GLI ARTISTI NON ESISTONO, I LORO DIRITTI TANTO MENO.” OGGI CHE ESISTONO REALTÀ COME REDACTA E CHE LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DELL’ARTE E DELLA CULTURA IN ITALIA VIVONO NEL PRECARIATO CON SALARI DA FAME, COME SUONA QUESTA FRASE? A CHI APPARTENGONO LE IDEE? Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa con delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti, perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il cappello sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via. Sono un artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a mantenermi economicamente. Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella comunicazione tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e quindi dalla proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le dai risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze copyleft. Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non è una questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per sapere dove si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che mettere dei recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace perché si diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le nostre idee. Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista filosofico, è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA e di grande saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a pagamento. Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché nella sua forma attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la forma odierna del copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è superata. Ma soprattutto, abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come fiamme e questo non succederà se le mettiamo dentro a dei recinti. PER ARRIVARE AL TUO LIBRO, POSSIAMO DIRE CHE TUTTO QUELLO CHE HAI IMPARATO FINORA LO HAI FATTO CONVOGLIARE SU ASSALTO ALLE PIATTAFORME. IN UN CERTO SENSO, IL TUO IMPEGNO DA HACKTIVISTA È ASSIMILABILE A QUELLO CHE FAI QUANDO PROMUOVI L’UTILIZZO DI ALTERNATIVE NON MAINSTREAM COME IL FEDIVERSO? Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che cosa comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal mondo di Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo c’era il party, il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon. C’erano il mago, il guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché penso che le battaglie dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere individuali: nessuna e nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che sia fondamentale mettere da parte i personalismi, altrimenti si rischia di arrivare a quelle tremende storture dell’attivismo performativo. Per questo a me piace l’immagine del party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono molti ruoli e, affinché queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti. Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con in fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla povera gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale servono i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più tecnici e difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i programmi. Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi. Da un lato ci vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono i guerrieri, ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi, brandisce gli strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi identifico con il ruolo del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche dei maghi, ma credo che il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che ho cercato di fare anche con Assalto alle piattaforme è cantare le gesta dei maghi per poi partire all’assalto tutte e tutti insieme. Ci tengo molto a questa visione del party, del gruppo per due motivi. Il primo è che mi piace il concetto di gruppo a livello ideologico. Il secondo è che mi diverte anche a livello di assonanza, perché risuona con “free party” e per me la lotta deve essere festosa. Ne sono ancora più convinto, dopo la lettura di Pleasure Activism (2019) di Adrienne Maree Brown. NEL PRIMO CAPITOLO DEL TUO LIBRO METTI SUBITO IN CHIARO LA RELAZIONE FRA MONDO REALE E MONDO VIRTUALE. CITI L’ULTIMA PUBBLICAZIONE DEL COLLETTIVO IPPOLITA, HACKING DEL SÉ. DISERTARE IL CAPITALISMO DEL CONTROLLO (2024), IN RIFERIMENTO AL CONCETTO DI SIMULACRO NELL’OPERA DI PHILIP DICK E AL SUO IMMAGINARIO. L’ANDROIDE È SIA IL SIMULACRO DELL’ESSERE UMANO, SIA DELLA REALTÀ CONDIVISA: SOGGETTO E OGGETTO SI CONFONDONO, COSÌ COME REALTÀ E ALLUCINAZIONE. MI VIENE IN MENTE CIÒ CHE HANNAH ARENDT SOSTENEVA IN MERITO AL FATTO CHE IL SUDDITO IDEALE DEL REGIME TOTALITARIO NON È IL NAZISTA CONVINTO, MA LA PERSONA PER LA QUALE NON C’È PIÙ DIFFERENZA FRA REALTÀ E FINZIONE. OGGI SIAMO IMMERSI IN UNA TECNOCRAZIA DAL POTERE SUBDOLO, CAPACE DI CAPITALIZZARE L’IMMAGINARIO E DI IMPEDIRE LA VISIONE DI ORIZZONTI ALTERNATIVI. NON SOLO: MONDO REALE E MONDO VIRTUALE SONO PERFETTAMENTE COMPLEMENTARI, NELL’ACCEZIONE PIÙ SPAVENTOSA. VERREBBE DA CHIEDERSI SE LA COLONIZZAZIONE DEL MONDO DIGITALE DA PARTE DI POCHI MILIARDARI (PRIVILEGIATI, POTENTI BEN PRIMA DI DIVENIRE IMPRENDITORI IN QUESTO SETTORE) ABBIA INCRINATO GRAVOSAMENTE I SISTEMI DEMOCRATICI. A TAL PROPOSITO, IN UNA NOTA RIPORTI UNA DICHIARAZIONE DI PETER THIEL, COFONDATORE DI PAYPAL: “NON CREDO PIÙ CHE LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA SIANO COMPATIBILI”. SIGNIFICA CHE PER I PADRONI DEL MONDO, LA LIBERTÀ NON È UN DIRITTO UMANO UNIVERSALE, FONDAMENTALE E INVIOLABILE, MA UN PRIVILEGIO DI POCHI? Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo periodo sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che tramite il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile influenzare l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che ci fosse bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In questo contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere psicopatici, nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare così tanto, non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il nostro, senza sfruttare le persone. Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter Thiel, a Mark Zuckerberg e a Sam Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi completamente fuori dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto che la non umanità di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle persone non coinvolte attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a quando questo tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva venduto molto meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe sicuramente migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il potere di migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece di essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata sempre più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse. PER TE SIAMO IN UNA SITUAZIONE VANTAGGIOSA? NEL TUO LIBRO SOSTIENI CHE “IL DISAGIO DIGITALE SERPEGGIA FRA DI NOI” E NON SOLO FRA ANTAGONISTI E ATTIVISTI. COME FAI A ESSERE COSÌ POSITIVO?  Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto alle piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo con un muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano “il mondo funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro alle piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho notato un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il risveglio delle coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo a migliaia e migliaia di altri pixel che compongono l’immagine. In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha insegnato tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato mettere a nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e il capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando a parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia potenziale che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si diceva che nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero male”, perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici. Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non importa niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono quando una piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della popolazione – sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella consapevolezza sta crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le competenze tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha messo più facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di Amazon, di Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza di cose, una minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la faccia quella persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa consapevolezza si sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora di Dungeons & Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i maghi, ma tra gli abitanti del villaggio razziato dal drago. LEGGENDO ASSALTO ALLE PIATTAFORME, RIFLETTEVO SUL FATTO CHE LA FINE DEL MOVIMENTO NO-GLOBAL, IL G8 DI GENOVA E L’ASCESA DEI COLOSSI DEL DIGITALE COINCIDONO CRONOLOGICAMENTE NEI PRIMI ANNI DUEMILA, QUANDO ABBIAMO COMINCIATO A CEDERE I NOSTRI DATI (OVVERO I TASSELLI DELLA NOSTRA IDENTITÀ) PER OTTENERE IN CAMBIO DELLE COMODITÀ. SECONDO TE È UN CASO OPPURE NO CHE LE PIAZZE FISICHE E INTERNET DELLA CONTROINFORMAZIONE SI SIANO SVUOTATI? C’È UNA CORRELAZIONE? Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia portato all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una correlazione fra cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo fisico. Penso che ci sia una linea di causalità tra l’oppressione della componente libertaria e indipendente di Internet e il fatto che ci siamo trovate e trovati con uno strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene il potere e che i movimenti nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di Cambridge Analytica è la dimostrazione di come con grandi capitali sia possibile comprare lo strumento Internet per esercitare un effetto sul mondo estremamente radicale, come nella Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi stravolgimenti dell’Occidente hanno origine da Meta. È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma è un aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta documentazione preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione al di là di quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e dossier di chi era quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di quegli anni che era Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a Seattle contro il WTO (World Trade Organization). Il motto di Indymedia era “Non odiare i media, diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta per diffondere informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi reporter, proprio negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che io tendo a collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce l’inizio di un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli smartphone. Con gli smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le porte alla vita online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva frequentata. Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet stava avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la raccolta e la pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8 di Genova. Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive parallele: c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano grandi progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia; dall’altro, nel mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano solo su Internet, ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per coordinarsi e comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e poi, definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è venuta meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti (Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli stessi contenuti. La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate: non nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie, qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo riprendere. UN TEMA RICORRENTE NELLE COSIDDETTE BOLLE DEI GRUPPI ANTAGONISTI E DI PERSONE CHE SI OCCUPANO DI POLITICA ATTIVA È QUELLO DELL’UTILIZZO DELLE PIATTAFORME SOCIAL MAINSTREAM PER FARE CONTROINFORMAZIONE, DAL MOMENTO CHE ANDREBBERO BOICOTTATE E CHE IL MEDIUM È IL MESSAGGIO, OVVERO CHE GLI ARGINI ENTRO I QUALI MUOVERSI NON SONO ADERENTI AI VALORI CHE SORREGGONO DETERMINATE ISTANZE. UN ESEMPIO FRA TUTTI È QUELLA SORTA DI LINGUAGGIO IN CODICE CHE PREVEDE L’USO DI SPECIFICHE EMOJI O DI NUMERI AL POSTO DELLE LETTERE PER EVITARE DI ESSERE PUNITI DALL’ALGORITMO, FINENDO IN SHADOW BAN O PERSINO VEDENDO IL PROPRIO ACCOUNT CANCELLATO PER SEMPRE. PENSO AL PROFILO TIKTOK DELLA GIORNALISTA PALESTINESE BISAN OWDA. TU SEI FRA QUELLI CHE NON CREDONO ALL’EFFICACIA DI QUESTO TIPO DI LINGUAGGIO. PUOI SPIEGARE MEGLIO PERCHÉ? PER ESEMPIO, CREDI CHE LE MANIFESTAZIONI A SOSTEGNO DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA DI FINE 2025 SI SIANO SGONFIATE TROPPO PRECOCEMENTE, NONOSTANTE LA TREGUA NON SIA STATA MAI RISPETTATA, ANCHE A CAUSA DI QUESTA VACUITÀ DEL LINGUAGGIO SOCIAL? CHE SENSO HA FARE CONTROINFORMAZIONE SUI SOCIAL MAINSTREAM? È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che per la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla questione. Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene, amplificando la consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la strategia migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali. In futuro auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti strategici. Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è ancora più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla Striscia di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato rispettato, eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza che la situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati, le vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è di per sé effimero. È come se fosse l’allestimento della vetrina. Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi guardiamo. La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò il content ha una data di scadenza brevissima e tende a muoversi seguendo le wave, le mode, i trend. Questo purtroppo è quello che è successo anche con un fenomeno estremamente bello e positivo come le grandi mobilitazioni per la Palestina. La nostra battaglia è diventata content, ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si è scontrata contro l’enorme limite del content e ad oggi il tema è quasi sparito. Per questo nel mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di consapevolezza anche sulle grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È necessario tornare a investire nel mondo fisico e in alternative digitali come il Fediverso perché abbiamo visto che anche un risultato straordinario come organizzare grandi mobilitazioni internazionali può infrangersi contro la natura effimera del content. A PROPOSITO DI CONTENT, IN ASSALTO ALLE PIATTAFORME PARLI DEL FATTO CHE NELL’ERA DEL WEB 2.0 OGNI MESTIERE, OGNI PROFESSIONE E OGNI FORMA D’ARTE È LIVELLATA DALLA MACINA DIGITALE E RIDOTTA A UN UNICO RUOLO: QUELLO DEL CONTENT CREATOR. PERFINO I SEMPLICI UTENTI LO SONO. IN UN MONDO SENZA PIÙ CLASSI SOCIALI BEN DEFINITE, MA FLUIDE, L’UNICA COSCIENZA DI CLASSE CHE POTREBBE INNESCARE L’INSURREZIONE CONTRO L’OPPRESSORE È QUELLA DI UNA COSCIENZA DI CLASSE 2.0 DA CONTENT CREATOR? È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi. Giustamente Marx distingueva tra chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Ovviamente, tutta la storia della coscienza di classe si è evoluta nel Novecento, quando ai suoi albori il soggetto rivoluzionario si identificava con l’operaio, perché in grado di agire sul reale in un modo capace di modificarlo. Da lì in poi, si sono riempite pagine e pagine su che cosa volesse dire coscienza di classe e soggetto rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato così tanto che oggi siamo molto confuse e confusi. Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network, perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né credo che la prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza di classe. Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della promozione di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su realtà autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno strumento potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più ampia, qualunque cosa decideremo sia la classe. Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che siamo tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul funzionamento di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di queste piattaforme sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di classe e che quindi sia necessario fare un passo laterale verso le alternative, iniziando a vivere diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se smettessimo di andare tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e iniziassimo a passare tutti sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un centro sociale. Semplicemente, la tua coscienza risponde con due risultati diversi. L'articolo A chi appartengono le idee? proviene da Il Tascabile.
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Il parassita a forma di smartphone
Q uando osserviamo qualcosa immaginiamo qualcosa. Lo dice la psicologia cognitiva: nell’elaborare mentalmente quello che vediamo, ne allarghiamo i confini. Se guardiamo la fotografia di una finestra in un palazzo, nella nostra mente estendiamo l’inquadratura. Ogni atto di visione suscita una risposta emotiva che produce immaginazione. Se al mattino vediamo le foto che i nostri amici hanno pubblicato la sera prima, ricostruiamo mentalmente i contorni di quell’evento. Se eravamo presenti sarà un ricordo, altrimenti la nostra immaginazione suggerirà i contorni di una festa che ci siamo persi. Ricordo quando, durante un seminario di disconnessione digitale, nel corso di storia dei media del 2023 all’università di Torino, un ragazzo raccontò di svegliarsi ogni mattina con la sensazione di essersi perso qualcosa, di inseguire la festa degli altri. Questo suggerisce che quando guardiamo delle fotografie non è solo il nostro apparato visivo ad attivarsi, ma anche un sistema di proiezione del contesto sociale che trasforma quell’immagine, in qualcos’altro: per esempio una fonte di nostalgia per una possibilità non realizzata. I confini dell’immaginario Nel racconto Pics di Tony Tulathimutte (incluso nella raccolta Rifiuto, 2025) Alison guarda le foto della fidanzata dell’amico, con cui vorrebbe stare, e sente il bisogno di competere, comunicando un’immagine di sé che risulti affascinante. Vorrebbe usare Instagram per creare un’aura da elusiva intellettuale, ma con una spontaneità che faccia sembrare la rivale, al confronto, una cacciatrice di attenzioni. Purtroppo per Alison ogni soluzione le sembra banale, nessun angolo sembra valorizzarla, e resta imprigionata nel paradosso dell’autenticità costruita ‒ realizzare una foto che nasconda la finalità implicita in ogni immagine postata: indirizzare lo sguardo degli altri, fare sì che ci vedano come vogliamo essere visti. Come vedremo, questa spinta a costruire un’immagine di sé giocando con l’immaginazione altrui contribuisce a restringere le possibilità dell’immaginazione e dell’azione, spingendoci verso una “simbiosi” talvolta parassitaria con i nostri dispositivi. Secondo la sociologa Eva Illouz la modernità è caratterizzata dall’onnipresenza del sogno a occhi aperti, che ha come oggetto essenziale la costruzione di un’immagine: un “sé sognato”. Nella serie TV Too Much scritta e diretta da Lena Dunham, Jessica ha registrato 537 video di dialogo immaginario con la fidanzata del suo ex. Un flusso che la tiene bloccata in una realtà parallela, l’unica dove esprime quello che prova. Quando per errore pubblica i video, si meraviglia di come la soglia tra pubblico e privato sia sorvegliata da un solo tasto. Nell’introduzione al romanzo Queer, nel 1985, William Burroughs scriveva che “la disintegrazione dell’immagine di sé produce spesso un’indiscriminata fame di immagini”, riferendosi all’indifferenza per la propria immagine provocata dalla dipendenza da eroina. > La spinta a costruire un’immagine di sé giocando con l’immaginazione altrui > contribuisce a restringere le possibilità dell’immaginazione e dell’azione, > spingendoci verso una “simbiosi” talvolta parassitaria con i nostri > dispositivi. A giudicare dalle stime, nel 2025 l’umanità ha scattato più di 2 trilioni di fotografie, la quasi totalità con uno smartphone; questa iperattenzione all’immagine di sé e questa iperesposizione alle immagini sono associate a maggiori livelli di stress, specie quando i feed amplificano contenuti emotivamente coinvolgenti o competitivi. Negli anni, diversi studi hanno dimostrato che la sola presenza dello smartphone sia sufficiente a consumare risorse cognitive (fenomeno noto come brain drain), inoltre, per quanto gli smartphone possano essere utilizzati per alleggerire il carico cognitivo di alcuni compiti, un utilizzo indiscriminato può comportare serie ripercussioni su memoria e attenzione. Abbiamo detto che, quando guardiamo delle fotografie, ne allarghiamo con l’immaginazione i confini, così come allarghiamo con le dita il dettaglio di un’immagine. Se l’immaginario è il luogo dove abitano gli oggetti dell’immaginazione ‒ siano essi ricordi, fantasticherie, sogni a occhi aperti e chiusi, credenze religiose o opere d’arte – allora è lecito chiedersi se ci sia abbastanza spazio per le fantasticherie provocate dalle immagini che abbiamo sul telefono. Nostalgia immaginaria Nel 1973 Susan Sontag scriveva: “la nostra è un’epoca nostalgica e i fotografi sono promotori attivi della nostalgia”. Nell’accelerazione del presente la nostalgia ha assunto le proporzioni di un mondo fantastico, in cui si può desiderare di abitare anche se non lo si è mai sperimentato in prima persona. Per avere un’idea di cosa intendiamo, torna utile un aneddoto musicale piuttosto recente. > A giudicare dalle stime, nel 2025 l’umanità ha scattato più di 2 trilioni di > fotografie, la quasi totalità con uno smartphone. Questa iperattenzione > all’immagine di sé è associata a un aumento significativo del livello di > stress. Nel 2004, i White Stripes stanno suonando a Blackpool, una città sulla costa del Lancashire nota per le storiche luci artificiali, che la illuminano fin dal 1879, ossia prima del brevetto della lampadina a bulbo di Thomas Edison. Poiché il concerto ha luogo nei rari giorni in cui le luci sono spente, Jack White commenta: “Sono nel posto giusto, al momento sbagliato? È così che mi sento tutti i giorni”; poi attacca Jolene, la famosa canzone di Dolly Parton del 1973. Sentirsi nel posto giusto al momento sbagliato è un tipo di nostalgia particolare, perché non investe il vissuto, ma l’immaginato: la possiamo chiamare nostalgia storica. Secondo lo Human Flourishing Lab (HFL) la nostalgia storica è una risorsa per costruire l’immagine di sé, grazie a esplorazioni culturali di un passato mai vissuto. Ci si costruisce un’identità con citazioni e gadget di epoche superate. Il fidanzato di Jessica, la protagonista di Too Much, un aspirante musicista, usa un walkman e prepara compilation di CD, come negli anni Novanta: una playlist non algoritmica. Secondo la ricerca di HFL se il fenomeno del viaggio nel tempo culturale è comune a più generazioni, per la generazione Z ha particolare rilevanza il tema della disconnessione. La nostalgia storica viene usata per dare forma a un futuro con meno ansia, con relazioni significative e un senso di sé più stabile. In Italia, secondo l’ultimo rapporto Coop circa il 69% degli intervistati afferma che in passato si vivesse meglio, e il 53% degli appartenenti alla generazione Z è convinto che i propri genitori abitassero una realtà più confortevole. Ma come fa notare l’autore e scienziato Ian Bogost, una cosa che le nuove generazioni non sanno è che quella senza smartphone era una vita piena di tempi morti e attività noiose, e chi l’ha sperimentata tende a non averne particolare nostalgia. > Viene definita nostalgia vicaria, o storica, la tendenza a rimpiangere un > passato che non abbiamo mai vissuto. Alcuni studi ipotizzano sia una risorsa > che il nostro cervello utilizza per costruire l’immagine di sé. Secondo Clay Routledge, la psicologa sociale che dirige lo Human Flourishing Lab, non c’è motivo per credere che le nuove generazioni abbandonino o attenuino l’entusiasmo con cui accolgono le nuove tecnologie; ma in ogni processo di adozione ci sono reazioni e revisioni, e l’interesse che la generazione Z manifesta per esperienze di fruizione culturale analogica, come ascoltare un vinile senza venire interrotti dai consigli per il brano successivo, indica il desiderio di un futuro diverso. A proposito di White Stripes: è cosa nota che Jack White creda che i limiti nutrano la creatività. I White Stripes facevano concerti senza scaletta, usavano solo tre colori per gli abiti di scena, e le chitarre erano strumenti da banco dei pegni, scelti appositamente perché sollecitassero un ulteriore impegno. Non era un rifiuto della tecnologia, ma il tentativo di non adagiarsi nelle sue scorciatoie. White ha resistito senza uno smartphone fino ai cinquant’anni, impresa che oggi non riesce quasi a nessuno. Eppure come notava nel suo Contro lo smartphone (2023) l’informatico Juan Carlos De Martin, non dovremmo dare per scontato che lo smartphone debba essere come quelli che maneggiamo adesso, controllati da due soli sistemi operativi, con applicazioni che hanno lo scopo di aumentare il tempo sul dispositivo. Un’indagine del Washington Post ha scoperto che bastano 35 minuti di esposizione al formato video di TikTok per creare un’abitudine al consumo; inoltre, dopo una settimana d’uso il tempo trascorso sulla piattaforma tende a aumentare del 40%. “Non si tratta di dare la colpa alla tecnologia, ma di non rassegnarsi a una tecnologia che erode lo spazio di convivenza sociale e democratica”, mi ha detto De Martin, quando gli ho chiesto se negli ultimi anni ha visto cambiare l’atteggiamento delle nuove generazioni verso lo smartphone: “ho visto crescere un senso di autodifesa”. > Il punto non è mettere alla berlina la tecnologia in sé e per sé, ma piuttosto > non rassegnarsi a una tecnologia che erode lo spazio di convivenza sociale e > democratica. A questo proposito è interessante il caso dello  scrittore Franklin Schneider, che fa parte del 2% degli statunitensi sotto i cinquant’anni che non hanno e non hanno mai avuto uno smartphone: negli ultimi due anni si è accorto che la considerazione intorno a lui è cambiata, passando dallo sguardo di imbarazzata commiserazione per chi è rimasto indietro all’ammirazione per chi è un passo avanti. Mente estesa, simbiosi e parassiti “Tutti gli oggetti materiali fatti dall’uomo possono essere trattati come estensioni di ciò che l’uomo una volta faceva con il proprio corpo o con una parte specializzata del proprio corpo”, scriveva nel 1959 l’antropologo Edward Hall. Lo citava Marshall McLuhan all’inizio di La galassia Gutenberg (1962), in cui il sociologo canadese discute di come l’alfabeto fonetico e la stampa abbiamo contribuito a plasmare la società che abitiamo. Nella teoria dei filosofi Andy Clark e David Chalmers lo smartphone è un’estensione della nostra mente. Il telefono connesso a Internet e le applicazioni che usiamo sono uno strumento cognitivo, come le dita delle mani del bambino che impara a contare e la lista della spesa che aiuta a non dimenticare. Una recente obiezione a questa teoria è che gli smartphone non siano un’estensione cognitiva, perché incorporano interessi potenzialmente divergenti da chi li usa: gli smartphone sono progettati per manipolare gli utenti, quindi la relazione persona-smartphone somiglia piuttosto a una relazione simbiotica. Nel loro recente paper “Smartphones: Parts of Our Minds? Or Parasites?”, la filosofa Rachael L. Brown e l’evoluzionista Robert C. Brooks ricordano che lo spettro delle relazioni simbiotiche in biologia va dal mutualismo al parassitismo: si passa dalla cooperazione con beneficio reciproco, a interazioni che, per asimmetria di vantaggi, indeboliscono l’ospite; sottolineano inoltre che si tratta di relazioni con uno scambio dinamico, fortemente caratterizzato dal contesto. L’analogia con lo spettro delle relazioni simbiotiche permette di evidenziare sia gli aspetti positivi dell’uso dello smartphone (orientamento, relazionalità, conoscenza), sia quelli negativi, dove cioè la volontà dell’agente soccombe a un’abitudine d’uso nociva. > Secondo Clark e Chalmers lo smartphone è un’estensione della nostra mente. Ma > c’è chi non è d’accordo: poiché gli smartphone sono progettati per manipolare > gli utenti, ci avviciniamo piuttosto a una relazione simbiotica di tipo > parassitario. C’è chi sostiene che gli economisti potrebbero cominciare a considerare lo scrolling infinito di video, il cosiddetto brainrot, come un furto, dato che la forza di volontà da sola non basta a contrastare macchine che creano un ambiente ostile alla concentrazione, oltre a essere ottimizzate per ottenere il massimo coinvolgimento dell’utente. Per quanto abbiamo imparato a bilanciare certe attività, come guidare e telefonare, per quanto rapidamente possiamo passare da una all’altra, avendo la sensazione di poterci dedicare a due cose simultaneamente, la nostra capacità di concentrazione è limitata: in realtà, riusciamo a dedicarci con impegno soltanto a una cosa per volta. Sempre di più l’attenzione viene considerata una risorsa fragile, oltre che scarsa; già nel 1997, in un pionieristico articolo, Michael Goldhaber aveva notato che quando ci concentriamo su qualcosa tendiamo a escludere il resto. Negli Stati Uniti il 69% della generazione Z sta provando a diminuire il tempo speso sullo schermo, che oggi, per i più giovani, si aggira attorno alle otto ore al giorno. Nei primi diciassette giorni del nuovo anno scolastico la biblioteca del liceo Pleasure Ridge Park High a Louisville, ha prestato 1.200 libri, in meno di venti giorni ha raggiunto la metà dei prestiti dell’intero anno precedente. A seguito di un divieto imposto dalla scuola, gli studenti, non potendo più usare i telefoni, prendono libri in prestito. Lo ha raccontato Jessica Grose, in un articolo in cui evidenzia come i livelli di comprensione del testo e i risultati di matematica, nel 2024, siano stati i più bassi degli ultimi trent’anni. > Per quanto possiamo avere la sensazione di poterci dedicare a due cose > simultaneamente, la nostra capacità di concentrazione è limitata: riusciamo a > dedicarci con impegno soltanto a una cosa per volta. “Il divieto dello smartphone a scuola può aiutare a gestire uno strumento così potente”, mi spiega Simone Natale, docente di storia dei media all’Università di Torino: > crea uno spazio vuoto che può essere usato per riflettere su come usare il > mezzo. In fin dei conti non si tratta di non usare il telefono, ma di ridurre > e circoscrivere il tempo passato sullo schermo. Con lo smartphone abbiamo la > sensazione di poter controllare un’infinità di funzioni, una sensazione di > potenza che ci risarcisce delle molte cose su cui invece non riusciamo a > esercitare il controllo. Sottovalutiamo però quanto a nostra volta siamo > controllati dallo strumento. Restringimento dell’immaginario Quando ho chiesto ai ragazzi di famiglia della generazione Z se lo smartphone a loro avviso estenda i confini dell’immaginario, mi hanno risposto senza esitazione che, al contrario, li restringe. Immagino che volessero dire che lo smartphone comporti una diminuzione di scelta, di possibilità di azione, perché sei indirizzato a seguire il flusso delle immagini proposte, a rispondere, dialogare, costruire, nei limiti delle applicazioni che usi. Un’altra forma di nostalgia è quella per il futuro che non avremo. Brian Eno ha fatto spesso riferimento a questo tipo di nostalgia, di recente anche con il brano Cmon scritto con Fred Again. Come sarebbe un futuro in cui gli smartphone non fossero disegnati per creare dipendenza, isolarci dal mondo esterno, accumulare dati, appiattire l’offerta culturale, costruire monopoli finanziari, oltre ai servizi per cui li usiamo tutti i giorni. Brian Eno, come Jack White, non è un nemico della tecnologia, anzi, deve la sua carriera all’uso obliquo e inatteso di essa: “quando sono davanti a un dispositivo tecnologico non voglio sapere cosa può fare. Voglio sapere come posso usare quel dispositivo per fare qualcosa che il suo produttore non immaginava si potesse fare”. Non è una scelta comune. Gran parte del successo dell’offerta tecnologica si basa sulla vittoria della pigrizia contro l’iniziativa. L’opzione default, la modalità standard, la soluzione più veloce, la versione con meno passaggi, che riduce o annulla ogni frizione, vince. Insomma, vince, e viene adottato, ciò che scorre senza ostacoli, come sa chiunque lavori sull’esperienza d’uso, che sia un produttore di sintetizzatori o lo sviluppatore di un’interfaccia digitale. Per Brian Eno, Jack White e molti altri artisti usare la tecnologia in modo inatteso fa parte del lavoro. Invece i limiti dell’immaginario e l’accumulo della nostalgia riguardano tutti; come la costruzione, fotografia dopo fotografia, di un sé che vorremmo ammirato da tutti, o il dialogo fantastico, giorno dopo giorno, con le migliaia di doppi digitali che incontriamo sul telefono. A tutti tocca scegliere tra immersione e minimalismo digitale, tra scorciatoie e scelte personali. In Jolene di Dolly Parton chi canta chiede alla rivale di non andarsene con il suo uomo. È una canzone che suggerisce di non fare qualcosa solo perché lo si può fare, ma di pensarci sopra e scegliere. L'articolo Il parassita a forma di smartphone proviene da Il Tascabile.
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M. per sei mesi ha fatto la ghostwriter: ha impersonato le creator di OnlyFans nelle conversazioni con i clienti sulla piattaforma. Io e M. ci conosciamo da un annetto ma non sapevo niente del suo lavoro. Così, quando me l’ha raccontato al bar, dopo essersi licenziata, ho sviluppato un interesse fortissimo, allo stesso tempo letterario ed economico, per questa storia. Quando le chiedo se ha un nome finto che predilige per questa intervista mi risponde “Moana”, perché l’espressione sempre triste e malinconica di Moana Pozzi – abbinata a Moana Pozzi – secondo lei è una buona sintesi del sex work: un lavoro che si muove tra performance e intimità simulata, in cui il corpo diventa racconto e allo stesso tempo strumento per l’estrazione di plusvalore. Avevo paura che questa intervista diventasse un pezzo da cronaca pop, o una storia alla Vice: un racconto rapido, esotizzante e moralmente ambiguo. Spero che non lo sia diventata. Vorrei usare la storia di M. come una lente per osservare un sistema – quello della sessualità mediatizzata – che oggi intreccia mercato, affettività e finzione. Ci siamo incontrati e mi ha raccontato tutto. Nell’intervista, per indicare le persone che creano contenuti sulla piattaforma, uso principalmente il femminile, ma ovviamente anche gli uomini fanno questo lavoro. La scelta del femminile estensivo ha due motivazioni: la maggior parte delle creator sono donne; l’industria di OnlyFans è costruita intorno a una precisa grammatica di genere, che orienta non solo le pratiche di consumo, ma anche le forme di potere e rappresentazione di chi la abita. Di questo parleremo nel corso della conversazione. CHE LAVORO HAI FATTO? Non so dirti se per legge esiste un inquadramento, però ho fatto la chatter. L’industria di OnlyFans ha tre figure principali: le creator, le agenzie e i content manager. Le piattaforme principali su cui caricare contenuti sono Instagram, Telegram e il profilo vero e proprio. Su OnlyFans ci sono abbonamenti gratuiti e a pagamento, che vanno dai 5 ai 50 dollari. Dopo che l’utente si è abbonato, può vedere il profilo della creator e chattare con lei quando vuole: i chatter impersonificano la creator. È un lavoro a turni, per cui ogni tot i colleghi si danno il cambio, anche in piena notte a seconda delle agenzie. Chi finisce il turno fa un report delle chat, di quali sono le situazioni in ballo, di cosa si è parlato fino a quel momento, di cosa il cliente ha richiesto; chi inizia prende in carico le chat e prosegue da lì. Esiste un gestionale, nato per profilare i clienti, che tiene traccia di tutte le persone che interagiscono con le creator e del loro storico: dati anagrafici, kink particolari, cosa hanno comprato e a che ora, quello che gli è stato proposto e non hanno accettato, quanto hanno speso da quando si sono iscritti. Oltre a questo, il gestionale traccia l’attività del chatter e tiene in ordine i conti: vendite, percentuali di guadagno di tutte le parti in causa, indici statistici di efficienza e capacità di vendita del chatter, che in questo modo è spinto essere efficiente. Il chatter viene pagato un fisso all’ora, a cui si somma una percentuale su quello che vende. QUANT’È LA PAGA BASE? Ci sono molte agenzie che pagano i chatter tra 1 e 3 dollari l’ora, soprattutto quelli provenienti da Paesi in cui è radicato il lavoro povero. Nella mia esperienza, nel migliore dei casi in Italia guadagni 5,50 euro lordi l’ora, a cui si somma una percentuale sul venduto che, a seconda dell’agenzia, oscilla tra il 5 e il 10% (in rari casi alcune promettono il 20%). Più o meno una volta l’anno in programmi tipo Le Iene fanno servizi dal tono scandalistico in cui denunciano l’esistenza dei chatter e di questo sistema. In questi servizi i chatter sostengono di poter guadagnare anche cifre molto alte, ma nella mia esperienza questo non è vero. Io lavoravo part-time 16 ore a settimana, può sembrare un modo comodo di arrotondare a fine mese, ma in realtà è molto faticoso a livello mentale. I turni di notte, soprattutto quelli del weekend, hanno cominciato a pesarmi da subito. TIPO? Può sembrare un lavoro divertente, alla fine puoi farlo da casa seduto sul divano, ma comporta un grande coinvolgimento mentale e emotivo. Per vendere devi stare dietro a tutto quello che succede anche quando non lavori, a chi sono i clienti e cosa è successo, andarti a rivedere lo storico e le chat dei tuoi colleghi prima di te. Il tutto in nome dalla coerenza, non devi mai dimenticarti che stai partecipando ad una grande farsa, dopotutto. A un certo punto ti ritrovi a cercare costantemente nuove strategie per vendere, i miei colleghi si scambiavano messaggi sul gruppo WhatsApp anche fuori dai propri turni: seguire gli sviluppi di una conversazione con un cliente diventava, passami il termine, appassionante. CHE NE PENSI DELL’APPROCCIO DELLE IENE? In questo lavoro non c’è niente di segreto o illegale, è tutto alla luce del sole. Per sapere quello che sto raccontando basta fare delle ricerche su Internet. È pieno di articoli che raccontano storie simili alla mia, spesso hanno tagli penitenti tipo “Il chatter pentito”, o scandalistici come “Cosa c’è dietro il mondo di OnlyFans”. Non solo, si trovano anche facilmente annunci di agenzie che ricercano chatter con tanto di job description completa. Nonostante questo, con i clienti non se ne può parlare: far cadere il velo su questo lavoro comporterebbe la diffusione dell’idea che OnlyFans sia una truffa. Il grande scandalo spesso è: c’è un uomo che parla al posto della creator. La maggior parte dei chatter sono uomini e questa roba manda totalmente fuori di testa il maschio etero: “Oddio, un altro uomo mi ha aiutato a segarmi”. Peraltro, i chatter maschi secondo me sanno meglio cosa vogliono gli uomini. In generale, chi lavora in questa industria non ci vede niente di sbagliato, sta semplicemente fornendo un servizio specializzato su una piattaforma a pagamento. Il cliente medio si sente molto in colpa per aver speso soldi su OnlyFans, ad esempio su Reddit è pieno di thread di gente preoccupata del fatto che la propria banca venga a sapere degli acquisti fatti su OnlyFans. Questo tipo di cliente di solito è molto nervoso e suscettibile, dopotutto sta facendo una cosa che vorrebbe tenere nascosta, e se non riceve quello che si aspetta (attenzioni, contenuti esclusivi, trattamenti di favore), se non ottiene l’illusione di avere un rapporto speciale con la creator, si incazza. INTERESSANTE QUESTA COSA DEL SENSO DI COLPA. Ci sono vari tipi di clientela. Partiamo da un presupposto: OnlyFans non è più la piattaforma in cui una persona a caso mette la foto dei piedi e tira su due soldi. Funziona bene soltanto per persone con una certa visibilità pregressa. TIPO LE PORNOSTAR? Sì tipo, però i contenuti delle pornostar stanno su altri canali più mainstream e accessibili. Magari loro caricano su OnlyFans i contenuti esclusivi, o magari su PornHub mettono soltanto spezzoni di video o la parte di flirt iniziale. Un’altra categoria di creator di OnlyFans è quella delle influencer, o comunque di persone che hanno una certa visibilità sui social, che giocano con la fantasia della gente che la segue da tempo e che pensa “cazzo quanto vorrei vederle le tette”. Lei si apre OnlyFans e così realizza il desiderio dei follower di entrare nel suo privato. DICEVAMO DELLE CATEGORIE DI CLIENTI. Sì ecco: la prima categoria di clienti è quella dei fan, quelli che pagano l’abbonamento contenti di farlo, di supportare l’attività della creator per aiutarla negli studi, nelle sue passioni o per comprarsi belle cose, magari degli outfit con cui poi girare dei contenuti. La seconda è quella del cliente transazionale, che paga e vuole ricevere il meglio che può avere: arrivano, poche chiacchiere, ti chiedono se hai il genere di contenuto che desiderano, contrattano, pagano e poi scompaiono. Abbastanza facili da gestire, un po’ pretenziosi e scortesi nelle richieste. Poi ci sono quelli che si sentono in colpa: “Non mi sono mai iscritto a OnlyFans, sei la prima, l’ho fatto solo per te”. Sono molto indecisi e cercano spesso di mutare il rapporto economico in una specie di flirt personale: “Ci possiamo conoscere? Se ti offrissi un caffè?”. Questi clienti vogliono comprare porno ma devono ammantare il loro desiderio dietro un velo di conoscenza e di rapporto diretto. Nell’approccio sono i più simili alla vita reale. Su OnlyFans ho chattato con gente che parlava come i tipi che becco su Hinge: niente di esplicito, come se esistesse la possibilità di un incontro reale che però non avverrà mai. I clienti di questa terza categoria sono i peggiori, un po’ perché ti fanno perdere un sacco di tempo, un po’ perché si vogliono far conoscere: ti mandano un selfie, ti fanno vedere quanto è bella la loro faccia o il loro pene, cercano di sedurti insomma. Abbastanza ridicoli. Poi ci sono i perditempo, quelli che non compreranno mai niente, e infine gli schiavi, una categoria di persone che sanno molto bene quali sono i propri kink e cercano le dinamiche tipiche dei rapporti di dominazione/sottomissione caratteristici del mondo BDSM: vorrei essere il tuo schiavo, sono il tuo cane, sei la mia mamma. PIÙ IN GENERALE LA VENDITA DEI CONTENUTI COME FUNZIONA? Di base esistono due tipi di contenuti, quelli per tutti e quelli custom. I contenuti per tutti sono quelli che la creator produce perché le va, i custom sono contenuti personalizzati di tutti i tipi. Il primo sono i dick rating (scritti, vocali, video, video topless, video nuda), per i quali chiediamo foto del pene da varie angolazioni, facciamo pagare il cliente e poi scriviamo una recensione che inviamo direttamente o che la creator legge o interpreta in video, se le viene richiesto. Le persone che godono con la small penis humiliation (SPH, in gergo) vogliono che tu dica loro che ce l’hanno piccolo, che fanno schifo, che non sono veri uomini e cose del genere. Altri vogliono essere elogiati: una roba per cui solo un uomo potrebbe pagare. I JOI (Jerking Off Instructions) sono vere e proprie istruzioni su come masturbarsi, customizzate in base al contenuto o a come la creator deve apparire in video. Molto spesso terminano con un conto alla rovescia. Infine ci sono i video custom in generale, in cui il cliente può dare un po’ le istruzioni che gli pare, spesso chiedendo alla creator di pronunciare il suo nome, ammesso ovviamente che lei abbia voglia di fare quella determinata pratica. Alcune creator non fanno nemmeno il nudo, per dire. I contenuti custom costano di più perché difficilmente possono essere rivenduti ad altri, per questo si cerca di spingere il cliente verso contenuti più generici, che possono essere rivenduti magari a prezzi più bassi in seguito. QUANTO TEMPO CI METTE LA CREATOR PER REALIZZARE UN CONTENUTO? Dipende, alcune sono molto veloci, altre ci mettono anche mesi, e questo è un problema perché il cliente aspetta, spesso è impaziente e noi dobbiamo tenerlo buono. Magari il cliente vede che la creator posta su Instagram, è attiva sui suoi profili però non gli manda il video o non risponde in chat e comincia a spazientirsi o a sentirsi scammato. Ci sono effettivamente le agenzie che vendono contenuti che poi non arriveranno mai, alcuni clienti magari sono stati davvero truffati una volta: il tuo compito è quello di rassicurarli e mostrarti sempre disponibile e professionale, mentre aspetti che la vera creator produca il custom. Questa parte del lavoro è sicuramente tra le più faticose da gestire. POSSO CHIEDERE ALLA CREATOR ANCHE DI FARE SESSO CON ALTRE PERSONE? Sì certo, ammesso che lei voglia. Ovviamente anche in quel caso c’è ogni tipo di categoria: boy-girl, girl-girl, boy-girl-girl e così via. Chiedere contenuti custom di questo tipo è complesso e costa tanto perché la creator deve trovare la persona pronta per farlo. Il contenuto più facile da trovare è quello girl-girl, perché le creator tra amiche non hanno problemi a girare questi video, al contrario che con gli uomini. E IL TUO RAPPORTO CON IL SESSO È CAMBIATO FACENDO QUESTO LAVORO? Sì. All’inizio l’idea di fare questo lavoro ti fa ridere. Ho iniziato questa cosa senza sapere molto di OnlyFans, ho preso il lavoro come una specie di esperimento sociologico. Mi sono detta: mi piace fare sexting, non mi imbarazzo facilmente, dovrebbe riuscirmi bene. La sex chat in sé è diversa dalla chat normale, è più esplicita e a pagamento. Fare sexting con i clienti è faticosissimo, è la cosa meno erotica che io abbia mai fatto: ovviamente non pensavo che mi sarei eccitata facendo questo lavoro, ma ero curiosa. Alla lunga sono sempre le stesse cose, ripetitive a seconda del tipo di cliente. A volte facevo tre sex chat insieme. Chiaramente, il tempo è denaro anche nelle sex chat, quindi se il cliente non viene devi fargli capire che il tempo del giochino è finito. Ad un certo punto questo scollamento tra quello che scrivevo e quello che provavo mi ha destabilizzata, mi è passata la voglia di fare sexting. Nella mia vita privata dicevo le stesse cose che al lavoro. Di base io non condanno le fantasie delle persone, anzi, le rispetto. Ma quando ho cominciato a vedere il mondo attraverso quella lente, è diventato pesante. Secondo me se non sei totalmente immerso nell’ambiente diventa dissociante, è come se avessi avuto una doppia vita per un po’. C’è da dire che, in generale, esiste pochissima consapevolezza sessuale. Soltanto nel mondo kink e BDSM c’è una consapevolezza diffusa su come si tratta l’altra persona, nel sesso “vanilla” spesso c’è poca cura o consapevolezza, manca la cura dei sentimenti. TI TURBAVA SOLO IL LATO SESSUALE? Le cose che poi mi hanno turbata non sono quelle che mi aspettavo: non è vedere foto di cazzi o video di mistress che rende il lavoro pesante, piuttosto la relazione psicologica con i clienti. Molti di loro spendono soldi e instaurano con te – con la creator – un rapporto vero e proprio. Questa relazione a una certa è strana: loro pensano di relazionarsi con la creator (con cui forse non hanno mai parlato), in realtà comunicano non con uno ma con tanti chatter di cui non conoscono l’identità. Ecco, i rapporti che si creano tra creator e cliente sono delle specie di matrioske, ci sono tanti stadi di separazione tra di loro. Le persone chiedono consigli personali, si sfogano sui loro problemi di famiglia, soldi e salute, dicono cose come “sono contento di averti incontrata, sono contento che mi ascolti”. Diventano relazioni personali, senti il peso della responsabilità. Ho chattato quasi con piacere con alcune persone, abbiamo parlato di Palestina, di ambiente, di politica. Alcuni clienti sanno benissimo che c’è un’agenzia, magari stanno al gioco, altri non ne hanno idea. Gli schiavi arrivano a dei livelli di sottomissione estremi, la padrona può decidere persino della loro vita relazionale e impedire loro di uscire con una ragazza. Anche se la creator magari non vorrebbe sottomettere i clienti, per le agenzie è anche una questione economica, sottomettere e controllare il cliente porta soldi. LE CREATOR NON PARLANO MAI COL CLIENTE? Tendenzialmente no; se lo fanno paradossalmente è un problema, perché potrebbero non seguire lo script e parlare in modo differente da noi. A livello mentale è difficile gestire la chat, anche perché non è mai solo una, io ad esempio ho gestito fino a nove creator contemporaneamente: devi “switchare” tra le varie “personalità”, è un lavoro di scrittura vero e proprio. Alcune creator tengono di più alla loro identità, ad altre importa solo che non fai errori grammaticali o che non usi certe emoticon. COM’È IL RAPPORTO DEI CLIENTI CON I SOLDI? Ho visto gente che da quando si è iscritta ha speso fino a 10.000 dollari. Alcuni non hanno problemi di spesa, altri sì, quindi ti chiedono di aspettare lo stipendio per la transazione o se possono ricevere sconti. In alcuni casi si innesca una specie di meccanismo di dipendenza. Molti clienti sono giovanissimi: è molto più comune trovare adolescenti che come primo approccio al sesso usano OnlyFans rispetto al boomer che uno si potrebbe immaginare. Questi ragazzi si presentano insicuri, dicono di essere vergini, di non aver mai visto una donna nuda e sfogano le loro fantasie sulla creator. Alcuni clienti aspettano la paghetta dai genitori per comprare contenuti. VOI CHATTER AVETE POTERE DI CONTRATTAZIONE SULLE VENDITE? Sì, siamo venditori, dobbiamo studiare il cliente. Abbiamo una repository con i contenuti e i prezzi, possiamo scegliere come venderli, che pacchetti fare, come trattare. Dobbiamo anche dare l’impressione al cliente che quel contenuto sia esclusivo, quindi lo sconto è anche uno strumento di finzione e di convincimento. Per l’agenzia è sempre meglio vendere a un po’ meno che non vendere. Di base contenuti molto vecchi o le foto possono essere svenduti. Ogni creator ha i suoi prezzi, ma a decidere sono anche le agenzie, infatti se una creator cambia agenzia e quella nuova fa prezzi più alti bisogna lentamente rimodellare le tariffe senza far percepire al cliente che è cambiato qualcosa. C’è tanto ragionamento economico dietro OnlyFans. NELL’APPROCCIO MATERIALE AL LAVORO SECONDO TE ESISTONO CREATOR DI DESTRA E CREATOR DI SINISTRA? TI FACCIO UN ESEMPIO: LEI [LE MOSTRO IL PROFILO DI UNA CREATOR] È UNA FAMOSA PER ASSOCIARE AL SUO LAVORO SU ONLYFANS UNA SERIE DI PRATICHE DI DIVULGAZIONE E DI ATTIVISMO, L’EDUCAZIONE SESSUALE, I VIDEOCORSI SU PATREON, LE SLIDE CON LE ANALISI WOKE SUL FATTO DEL GIORNO. LA SEGUE LA PAGINA DI NON UNA DI MENO, PER DIRE. Lei quindi la identifichi come di sinistra. Sì capisco, ci sta. Pensa anche a lei [mi mostra il profilo di un’altra creator], che fa l’attivista per la tutela degli animali. Che poi è anche una questione di target e di pubblico che le creator vogliono raggiungere. Esistono creator i cui clienti standard sono i professori universitari. ECCO, SE NOI TRASPORTIAMO QUESTA ATTITUDINE IDENTITARIA DA SOCIAL AL LAVORO, C’È UNA DIFFERENZA POLITICA TRA LE CREATOR? La mia agenzia aveva un target specifico di creator, diciamo “di sinistra”. Ci sono tante creator che fanno attivismo, che fanno divulgazione sull’educazione sessuale e affettiva, sull’animalismo, sul veganesimo. Altre fanno solo porno, fanno le mistress e magari pippano un sacco di bamba. Forse la distinzione è questa. Mettiamola così: nella prassi economica le creator donne sono più di sinistra, i creator uomini hanno un approccio più di destra. I creator uomini fanno quasi solo video in cui trombano altre creator, li vendono a basso prezzo e la creator che recita con loro perde valore sul mercato della piattaforma, perché i contenuti che sul profilo di lei stanno a una certa cifra, su quello di lui li trovi a molto meno. DIRESTI CHE CI SONO CREATOR E CONTENUTI “PROGRESSISTI”? Sì, perché le creator, nella loro immagine pubblica più che nell’approccio al lavoro, sintetizzano certi ideali. Se fai questo lavoro hai una certa attitudine a promuovere idee che oggi si è intestata una certa parte di sinistra: la libertà sessuale, la scelta sul proprio corpo, l’autonomia economica delle donne. C’è molta retorica sul piacere individuale della donna, sulla libera scelta nelle pratiche e così via. I contenuti degli uomini sono molto più mainstream, piacciono a un pubblico più di destra. Che poi si crea un cortocircuito: OnlyFans è una piattaforma genericamente progressista che ha un pubblico prettamente conservatore. Le stesse persone che lo usano, in pubblico lo condannano. In Italia Tremonti ha introdotto la tassa etica sul porno: è una flat tax del 25% sui redditi, è tantissimo. MA I CLIENTI DEI CREATOR UOMINI CHI SONO? Gli uomini. Uomini che vogliono vedere le donne con cui gli uomini scopano. Non ho mai avuto una cliente donna, al massimo uomini che fingono di essere donne perché pensano di ricevere un trattamento di favore, ma li sgami subito. Una donna non pagherebbe mai per un servizio del genere secondo me. C’è una parte omosessuale maschile che non conosco, non ti posso dire niente su quella. E LA CHAT TRA UOMINI COME FUNZIONA? Non ho mai impersonato un creator uomo, non te lo so dire, ma sarebbe molto interessante saperlo. Secondo me lì la chat è inesistente, ti pare che i clienti etero ammettono di masturbarsi con altri uomini? Sbloccano il contenuto e stanno zitti. Anche le didascalie dei contenuti dei creator uomini sono molto incentrate su un approccio oggettificante della donna. OnlyFans è un prodotto ideato dagli uomini per gli uomini, è un prodotto patriarcale e maschilista che però è raccontato come uno strumento di liberazione femminile, perché serve a far fare soldi alle donne. In parte se vuoi è vero, alcune ci guadagnano molto, ma c’è un grosso tema di immagine pubblica. Cosa succederà a una ragazza che a vent’anni vuole fare l’onlyfanser quando a trenta vorrà cambiare lavoro? Per un uomo resta molto diversa la questione. Cicciolina sarà per sempre quella che si è scopata un cavallo (falso, tra l’altro), Rocco Siffredi è un imprenditore, un regista, persino un padre di famiglia. Molte ragazze vengono rovinate da agenzie che svendono i loro contenuti a pochissimo e poi i clienti li diffondono su siti gratuiti. A quel punto, da un punto di vista meramente economico, quella creator sul mercato non vale nulla. L'articolo Desideri contenuti proviene da Il Tascabile.
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I meme sono morti?
C hiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come? Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture. Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento. Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura. A essere egoista infatti non è l’individuo, e neppure la specie, ma il gene che usa a diversi livelli sia le specie sia gli individui come veicoli per moltiplicarsi. Si scopre che il gene è quindi l’unità minima della biologia, il vero ente che mira a riprodursi, l’attore ultimo della voluntas schopenhaueriana. Ispirato da quest’idea dell’unità minima e spinto da una tensione ambivalente verso le scienze umane, Dawkins decide di dedicare una dozzina di pagine del suo libro a “la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura”. Come esiste in biologia, questa unità minima che si replica e si ricompone in complessi sempre diversi deve esistere anche nella cultura e la chiameremo “meme”, dalla radice greca mimeme, “imitazione”. Vasto programma immediatamente abortito giacché Dawkins non ci prova neanche a individuare questa unità minima e ci spiega che “esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi”. Letteralmente la qualunque. > Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa li ha distinti > da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre > prima di tutto sgombrare il campo da una falsa pista interpretativa che ancora > oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento. Se il gene è stato individuato attraverso criteri estremamente precisi, poiché tutto ciò che è più piccolo del gene si aggrega piuttosto che replicarsi e tutto ciò che è più grande si compone di geni medesimi e quindi si riproduce in forme diverse, per il meme abbiamo questa parata eterogenea delle prime “cose culturali” che gli sono venute in mente. Perché le melodie e non le note? Perché le frasi e non le parole? O non addirittura i fonemi? Dawkins non sembra neppure sospettare l’esistenza di tali obiezioni che invece hanno fondato le singole scienze umane le quali, ognuna per conto proprio, si sono dedicate nei secoli alla ricerca dei propri fondamenti, e talvolta delle proprie unità minime (segno, parole, suono, sacro/profano, solo per dirne alcune). Incapace di rispondere a questa domanda e addirittura ignaro della sua esistenza, Dawkins propone una scienza memetica della cultura che si limita ad affermare che la cultura è differenza e ripetizione, è rottura e continuità, che le conoscenze si tramandano di generazione in generazione, ricombinandosi in forme sempre più complesse. Ovverosia l’intuizione di “cultura” che abbiamo tutti, professionisti e non, una delle poche cose su cui si può concordare pacificamente a dispetto di orientamenti, scuole di pensiero e formazioni specifiche. La pericolante “scienza memetica” che prenderà le mosse da questa affermazione lapalissiana sarà in effetti il tentativo di dimostrare l’ovvio ad opera per lo più di studiosi di formazione scientifica che, cimentandosi da dilettanti nei vari campi del sapere umanistico, giungono alla conclusione che, sì, anche qui ci troviamo davanti a un insieme di idee che si ricombinano sincronicamente e diacronicamente. Tutto questo sembra meno assurdo se si capisce il vero obiettivo polemico di Dawkins e soci, cioè la religione. Più precisamente, una caricatura tanto del pensiero religioso in sé quanto della sua influenza sul modo in cui la cultura pensa sé stessa. Costoro sembrano immaginare che, prima della loro interpretazione materialistica della trasmissione culturale, la visione dominante sul tema voleva che le idee calassero dal cielo nella mente delle persone, un miracolo continuo che solo negli anni Settanta è stato finalmente smascherato nella sua realtà di saperi tramandati e ricombinati. Ovviamente già Aristotele ci diceva che l’immaginazione è una facoltà chimerica, cioè memetica, come direbbero loro, e nessuno ha mai letto la cultura come questa ripetuta immacolata concezione di idee. La memetica si rivela allora come strategia per attaccare un certo tipo di memi, quelli religiosi, descritti ora con accenti dispregiativi: il meme di Dio, il meme della resurrezione, quello del diluvio e del giudizio universale, tutta una serie di idee false che hanno “infettato” le menti di generazioni. Dawkins in effetti vivrà una seconda giovinezza nel mainstream a partire dagli anni Duemila quando verrà arruolato tra i “Quattro Cavalieri del New Atheism”, in compagnia di Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Sam Harris, un movimento culturale che avrà una grande influenza in quegli anni, soprattutto tra i giovani e soprattutto su Internet. Non è un caso allora che, proprio in quegli anni, i giovani su Internet scelgano un neologismo inventato da uno dei loro maestri per descrivere le immagini con cui avevano preso a giocare. E lo scelgono bene. Il concetto dietro al meme dawkinsiano, infatti, funziona tanto male come interpretazione della cultura tutta, quanto bene per spiegare il meccanismo dietro questo specifico artefatto digitale: i meme di Internet. I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue, invece, da ogni altro artefatto culturale umano, da quella ovvietà che Dawkins credeva di aver scoperto nel 1972, è che nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso. Un’immagine diventa meme solo nella misura in cui viene collettivamente accettata come tale, ovverosia come template per nuove iterazioni. > I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché > limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme > sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue è che > nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il > senso del gioco stesso. L’origine di queste immagini poteva essere quanto mai varia e in definitiva irrilevante. Partire da qui, però, ci aiuta a capire perché questa irrilevanza è rilevante, ovverosia cosa separa il meme dal contenuto virale e dalle altre immagini che si diffondono su Internet. Possiamo suddividere l’origine della maggior parte dei meme in tre categorie: frammenti di attualità, frammenti di cultura pop e immagini precedentemente ignote. Partiamo dall’ultima che comprende opere artistiche originali e fotografie anonime, come quelle per le agenzie di stampa. Fanno parte di questa categoria alcuni tra i meme più antichi e famosi: i Rage Comics originali, i vari Wojak e stock photo rese immortali dalla memificazione come il Distracted boyfriend, l’Expanding brain e l’intera produzione di un anziano modello ungherese, oggi noto come Hide the pain Harold. Queste immagini esistono nella coscienza collettiva solo nella misura in cui sono riuscite a diventare meme, segni che ne generano altri, da sole non vogliono dire nulla. Discorso apparentemente diverso per le altre due classi che abbiamo isolato. Tanto un Homer che indietreggia fino a scomparire nella siepe quanto un Salvini che sbotta scocciato “Ah, no? Non posso?” avevano una vita culturale precedente alla loro memificazione. Eppure: vi ricordate di cosa stava parlando Salvini in quella trasmissione? Cosa ha fatto indietreggiare Homer? A quale membro del consiglio Boromir spiega che non si può “semplicemente” camminare verso Mordor, di quale eroe Thanos non sapeva neppure l’esistenza o gli elementi oggetto della famosa conta manuale di Berlusconi? Abbiamo dimenticato quasi tutte queste informazioni perché l’importanza del canovaccio, dello schema narrativo, cioè del meme, ha superato quella del contesto originario. Anche se alcune di queste scene si sono inizialmente imposte all’attenzione pubblica per ciò che rappresentavano originariamente, la memificazione le decontestualizza immediatamente. Il contenuto virale ‒ come può essere un tormentone musicale, un gol leggendario o anche la gaffe di un politico ‒ resta semplice contenuto virale finché continua a parlare di sé stesso; diventa meme nella misura in cui si fa cornice narrativa e il referente originale non conta più nulla. L’altra cosa che smette di contare nei meme è l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico. E se talvolta la “filologia memetica” operata da pagine come KnowYourMemes rintraccia la potenziale prima iterazione di un template, e magari il nickname dell’Original poster, il fatto non lo rende l’autore del meme poiché quel fotomontaggio che ha manualmente messo insieme è diventato meme solo e soltanto perché migliaia di altre persone lo hanno riconosciuto come tale, usandolo nelle loro reiterazioni. Ogni meme, inteso come cornice memetica, è pertanto strutturalmente anonimo e collettivo e solo le specifiche iterazioni, intese come singolo meme, possono avere un autore, sia esso un utente o una pagina. > Nei meme smette di contare l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto > originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è > stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico. Questa forma espressiva che sembra per sua natura anarchica e indomabile è stata invece al centro di numerosi tentativi di cattura da parte di vari poteri. Nel corso degli anni Dieci i meme hanno informato, strutturato e definito almeno due movimenti dal basso, Anonymous/Occupy prima e l’Alt-Right originaria poi; sono stati posti al centro di campagne di marketing ed elettorali, esperti di comunicazione politica o commerciale hanno cercato in tutti i modi di capire come sfruttare al meglio questa sorta di testimonial costo zero, queste immaginette già note a tutti alle quali era possibile far comunicare qualsiasi messaggio, e ci sono riusciti con esiti altalenanti. Da qualche tempo però la febbre pare essersi esaurita e la stessa parola ricorre sempre meno, persino per chiamare quei contenuti che sono a tutti gli effetti dei meme. Cos’è che vi manda tutto il giorno in DM (Direct Message) il vostro bro? Come li chiamate? Ah già… dei reel… Al volgere del decennio, il formato di content più diffuso su Internet diventa il video breve. Ad aprire le danze è stato il boom in Occidente della piattaforma cinese TikTok, specializzata esclusivamente su questo tipo di contenuti, seguita a ruota dai reel di Instagram e da quel che resta di Facebook, che ha a sua volta semplificato l’integrazione di video nel feed. L’Internet delle immagini divertenti cede il passo all’Internet dei video brevi divertenti. Ma che c’entra questo con quel tipo preciso di contenuto divertente chiamato meme? Fin qui abbiamo dato per scontato che questi artefatti culturali chiamati meme fossero sempre immagini accompagnate da parole perché… era quasi sempre così. Nulla nella nostra definizione di meme prescrive o anche solo suggerisce il formato che dovrebbero avere questi segni che ne generano altri. Infatti, ben prima di TikTok e dei reel, sono esistiti meme che insistevano su altri formati, formati video, formati audio o audiovisivi; ma erano delle eccezioni che saltavano all’occhio. Internet era dominata da immagini + testo per le stesse ragioni per cui verrà in seguito dominata dai video. Prima di una rivoluzione culturale, ad avere inaugurato l’era dei meme è stata infatti una rivoluzione tecnologica, una serie di scatti in avanti della tecnica che hanno via via composto l’ecosistema adeguato al fiorire di questa forma espressiva. Il primo pezzo di questo ecosistema è stato ovviamente Internet stessa, una rete globale basata sul principio di condivisione orizzontale di informazioni. Che per un po’ di tempo è rimasto per l’appunto un principio. I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza giornata. Parallelamente si diffondono competenze e strumenti: tutti imparano a intervenire su un’immagine con un breve testo e i meme editor online rendono questo compito ancora più elementare. L’ultimo tassello sono stati i social network che hanno in parte alterato il primo ecosistema memetico fondato su imageboard e forum che permettevano una circolazione centrifuga e anonima: da un lato rendendoli un fenomeno veramente di massa, dall’altro introducendo le prime autorialità parziali: utenti e pagine che “firmano” le loro singole iterazioni di un meme. > I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e > non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e > diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare > mezza giornata. TikTok e i reel hanno condotto la stessa rivoluzione tecnologica sostituendo i video brevi alle immagini come contenuto egemone di Internet. Trovando un ecosistema socialmediatico già sviluppato, la rivoluzione video si è dipanata su due vettori, uno pratico e uno più teorico. In primo luogo, proprio come accadde per le immagini con le scritte, sono stati resi disponibili rudimentali strumenti di video editing ‒ interni alle piattaforme come TikTok e Instagram ‒ che hanno reso l’intervento su video semplice quasi come quello sulle immagini. Ma l’intuizione fondamentale è stata forse quella teorica, ovverosia iscrivere i video nello stesso campionato delle immagini. Se YouTube, che esisteva già da quindici anni, va in competizione con la televisione, i video brevissimi occupano lo stesso spazio/tempo di fruizione delle immagini, giocano nel campionato dello scrolling e lì stravincono contro i loro antenati fermi sulle gambe. Che abbiano stravinto è un dato di fatto e non è difficile capire il perché. È in fondo già successo un secolo fa quando milioni di persone in tutto il mondo si riversavano nei cinema piuttosto che nei musei o alle mostre fotografiche, un’altra invenzione tutto sommato recente. La potenza dell’immagine in movimento travolge quelle statiche, se parliamo di mera capacità di intrattenimento. Non voglio infatti affermare un qualche primato estetico del cinema sulle arti figurative: Kubrick e Turner hanno pari dignità, ma chi dubiterebbe mai che i biglietti venduti nei cinema di tutto il mondo per il solo Shining superano la somma degli ingressi alle mostre dedicate al pittore inglese tenutesi nell’arco degli ultimi due secoli? Gli effetti di questa maggiore potenza si evincono anche da un proporzionale impoverimento della scrittura che si accompagna ai nuovi content in movimento. Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Meme che combinavano più template, meme che tradivano le aspettative intrinseche di una determinata cornice, meme completamente surreali che si facevano beffe di ogni possibile aspettativa interna alla forma espressiva, insomma dei metameme, meme “consapevoli” di essere tali che incrementavano la complessità del gioco stesso, spingendo al massimo la ricorsività. Sebbene il tipo semplice di meme, battutine illustrate da un’immagine già nota, restassero la forma più diffusa e riconoscibile, questi meme avanguardisti erano riusciti a guadagnarsi uno spazio importante nella cultura di Internet, accompagnati da una sottocultura che ne difendeva il valore artistico e stroncava le opere troppo banali, e finendo persino adottati da attori più istituzionali, come brand, politici e personaggi pubblici, che azzardavano occasionalmente l’uso di queste creature più sofisticate. Oggi, io, che facevo parte di quella sottocultura snob che schifava l’ennesimo faccione di Messi stupito usato per raccontare qualche dinamica di coppia, mi ritrovo a ridere dell’ennesimo montaggio di Mourinho che esulta in faccia alla telecamera di bordo campo con sopra scritto “Quando rispondi male alla cameriera goth per farti sputare nel caffè”. Tra Messi e Mourinho la differenza salta agli occhi, il primo ha la strada segnata… Per quanto possa essere buffa l’espressione che uscì a Messi in quel frangente, con la mano “da italiano” a completare il disegno di disappunto, smette di farti ridere la terza volta che la incontri. Discorso diverso per Mourinho, ma anche per Magnum P.I. che rompe di continuo la quarta parete, per l’antagonista di Dexter che ti sospetta, o per Matthew McConaughey che piange di fronte a qualsiasi video fuori luogo che ha sostituito il vlog di sua figlia in Interstellar. Sul lungo termine, anche questa roba annoia, come tutto, ma basta una breve disintossicazione seguita da una battuta azzeccata e ritorna “la magia del cinema” a ripristinare almeno parte dell’efficacia perduta. > Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del > cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura > dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in > modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Ai più attenti di voi, non sarà sfuggito che, dopo aver annunciato che avrei parlato della vittoria dei reel sui meme, ho citato solo meme puri in formato reel. Il solo fatto che ho potuto evocarli nella vostra mente semplicemente descrivendoli, significa che sono dei montaggi altamente codificati, delle cornici memetiche in movimento. Come mai, allora, suggerisco che i meme siano morti? I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre. La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. Infatti, accanto ai montaggi più codificati che possiamo senza dubbio identificare come meme, il bro vi manda tutta un’altra serie di reel in DM: sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che “reactano” l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop, l’elefante nella stanza che non abbiamo tempo di affrontare come si deve. È stato importante identificare con precisione i meme propriamente detti e distinguerli da tutti gli altri content virali altrimenti non coglieremmo la differenza tra Mourinho che esulta sempre allo stesso modo per permetterti di fare una battuta e un’intervista semidimenticata del giovane allenatore che per la prima volta dà di matto in conferenza stampa e circola accanto al montaggio di prima ma perché il bro vuole che tu riveda proprio quel momento lì. Per non parlare della definizione ancora più ampia di Dawkins che non solo non troverebbe differenze tra tutti questi contenuti, ma chiamerebbe meme anche la mia caffettiera perché dialoga col design di tutte le caffettiere che l’hanno preceduta e la seguiranno, nonché questo stesso articolo perché usa l’alfabeto e le convenzioni del linguaggio umano. > I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come > parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre. > La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. E proprio qui cogliamo l’inversione storica che si è verificata sotto i nostri occhi. Se fino a qualche anno fa si chiamava “meme” ogni tipo di contenuto che circolava su Internet, oggi non vengono isolati come tali neppure i meme propriamente detti. I termini brandizzati reel e TikTok sembrano, per ora, avere assolto questa funzione nel linguaggio quotidiano; laddove, salendo di registro verso una terminologia più tecnica, si è già imposto l’asso pigliatutto del content, per un’analisi del quale rimando a questo brillante video di Patrick Willems. Riassumendo, la detronizzazione dei meme si è svolta in tre fasi: 1. Shift della cultura internet dalle immagini ai video; 2. Diluizione dei meme formato video in un mare magnum di content parimenti brevi e parimenti interessanti; 3. Sostituzione terminologica. Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Abbiamo costeggiato più volte il tema dell’autorialità memetica senza affrontarlo come si deve. L’autorialità memetica si dà quando un soggetto, sia esso un singolo o un collettivo dietro una pagina, firma delle singole iterazioni di meme: non il template in sé, che non può avere autore, ma l’unione del template con una battuta o un altro contenuto originale. E però si nota qualcosa di singolare nella carriera di tutti i più grandi memer che hanno calcato il palcoscenico digitale negli ultimi quindici anni. Più crescono come memer… e più smettono di essere memer. Il ricorso a template affermati si fa mano mano più sporadico, e in molti casi scompare del tutto. Il memer crea una sua poetica, un suo universo di segni ricorrenti, una memetica privata che fa tutt’uno con ciò che abbiamo sempre chiamato cifra autoriale. Guardiamo le pagine che hanno firmato i racconti di Divertenzio puro, raccolta uscita a inizio 2025 che raduna i più grandi memer italiani della nostra era per farli cimentare con la forma racconto. Già il fatto che tutti loro si siano dimostrati all’altezza della pura parola scritta dovrebbe suggerirci qualcosa. E quel qualcosa viene confermato se andiamo a vedere la loro produzione digitale: quasi nessuno di loro usa meme propriamente detti se non occasionalmente. > Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla > sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Prendiamo due nomi agli antipodi: Giulio Armeni (Filosofia coatta) e Filippo Marazzi (Piastrelle Sexy). Il primo è semplicemente uno dei più grandi vignettisti satirici italiani di tutti i tempi, al pari del miglior Altan e di Pazienza quando calcava il genere. Genere tanto facile da improvvisare quanto difficile da trasformare in arte. Quello che riusciva a Pazienza e Altan e riesce ad Armeni oggi è proprio elevare la satira sopra l’attualità, oltre il dibattito politico e la polemica del giorno, senza snaturarla del tutto. La conferenza stampa di Giorgia Meloni risottotitolata continua a commentare la sua azione di governo ma attraverso categorie filosofiche di più ampio respiro, oppure è il dibattito sulla natura umana tra Chomsky e Foucault a trasformarsi in una lettura obliqua dei temi a noi contemporanei. Niente a che vedere con ciò che fa Marazzi, autore di brevissime prose poetiche che sono, spesso ma non sempre, accompagnate da un’immagine distonica. Amare riflessioni sul quotidiano, sui momenti morti dell’esistenza, illuminazioni che ti colgono mentre fai la lavatrice vengono illustrate da miniature medievali e dipinti ad olio. Armeni e Marazzi non condividono quasi niente né con i meme propriamente detti, né tra di loro. E il discorso si può estendere al fiabesco relatabile di Monica Magnani (Vabe RagaA), alla Roma mostruosa di Federico Gemma (0ni_giri) o a quella soffocata dai luoghi comuni di Marzio Persiani (Relatable Roma Memes), curatore della raccolta. Dove sono i meme qui? Forse in uno sguardo sul mondo che i meme hanno insegnato loro, una delle vie maestre per l’ironia, lo straniamento, la messa tra parentesi del mondo per un paio di generazioni. La cultura memetica lavora qui come background condiviso, come l’arte marziale originale di un MMA fighter che non tirerà mai più un calcio stilisticamente perfetto come il suo taekwondo vorrebbe ma nei suoi calci senti che c’è qualcosa in più. L’autorialità non è quindi il terreno in cui sopravviveranno i meme, sono piuttosto questi nuovi autori a essere il frutto di una stagione ormai conclusa. Per un po’ continueremo a chiamarli impropriamente memer, per renderli leggibili al grande pubblico, un’etichetta di marketing che garantisce agibilità a festival come la Memissima di Torino e kermesse analoghe. Piano piano ci renderemo conto che l’etichetta sta stretta a quasi tutti loro e che personalità che non abbiamo mai identificato come memer portano addosso i segni di quella stagione tanto quanto i primi. Stand-up comedian, youtuber, scrittori, fumettisti: scopriremo che generazioni di artisti sono stati influenzati da quella sottocultura senza mai fare meme per davvero, semplicemente respirandoli. I meme invece sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci della ribalta per un, tutto sommato, breve lasso di tempo. In un periodo in cui la creazione di contenuti originali era troppo costosa in termini di risorse, tempo e competenze, i meme hanno assolto il loro mandato storico, imponendosi come forma espressiva più efficace, più fit, per tornare a Darwin. Oggi persino l’umorismo più tipicamente memetico viene insidiato da tutti i lati dalla cultura dei creator: se mi viene in mente una battuta che potrebbe essere perfettamente illustrata da Di Caprio che si illumina di fronte alla TV in C’era una volta a Hollywood, piuttosto che usare quello screenshot, mi punto una telecamera in faccia e la recito io la scenetta di quello sbalordito che magari ci svolto pure una carriera. > I meme sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di > artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e > contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le > luci della ribalta. Certo, ci sarà sempre chi, sordo alle sirene della fama, userà la scena di Di Caprio, questa volta sotto forma di breve clip, magari montata insieme ad altre scene dello stesso tenore e perché no, con una bella soundtrack emotivamente dissonante in sottofondo. Chi insomma farà meme all’altezza delle possibilità tecniche del presente. Eppure cos’è che ti ha appena mandato il bro in DM? Ah già… un reel. L'articolo I meme sono morti? proviene da Il Tascabile.
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Millenarismo Millennial
Q uando si guarda Internet negli occhi, la si ammira, si cerca di trovare un modo di renderla comprensibile, è inevitabile desiderare l’apocalisse. Questo sentimento nasce dalla consapevolezza della crudeltà e della miseria umana messa elegantemente in quadrati o rettangoli digitali o dall’apertura forzata a una serie interminabile di notizie circa il diradarsi di un mondo che abbia qualcosa di simile a quello in cui era possibile il conforto. Tony Tulathimutte ha provato a mettersi sulla baleniera in cerca della Balena bianca, che in questo caso è più simile a un plancton radioattivo che rende l’acqua fosforescente, nel suo nuovo libro, Rifiuto (2025). L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni, mostrandoci un mondo denso, pervertito e depresso e mandando indietro delle analisi che non possono che dire che siamo malati, finiti, incapaci anche dell’essenza basilare dell’esperienza umana: stare uno con l’altro. Tulathimutte vuole creare uno specchio del nostro tempo, lanciando il sasso e non nascondendo la mano; un’epoca che l’autore rappresenta come governata da due comandamenti: Joker quando dice “Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta” e la profezia di Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Perché i personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. Orchi, ma invece di essere creati da Morgoth, sono plasmati da una serie di 1 e 0 digitati per il “bene di tutta l’umanità” da un manipolo di nerd, che fanno microdosing della Silicon Valley. Il primo della lista è “Il femminista”, e qui l’autore arriva prima dei tempi perché il racconto è dell’autunno del 2019 pubblicato sulla rivista n+1; mentre ancora oggi, com’è giusto dopo una delle rivoluzioni sociali più importanti di sempre, discutiamo di maschi performativi, l’assunto del racconto è un trick assurdista classico, ossia come sarebbe se qualche uomo prendesse il femminismo non come forza liberatrice ma come dogma religioso penitente. Il risultato è un disastro, questa la bio in un’app di incontri del protagonista: > He/him (ma vanno bene i pronomi che ti mettono più a tuo agio). Il consenso > prima di tutto. Fan #1 dell’aborto. Amo i libri, il cibo thai, un bicchiere di > vinho verde in balcone, chiacchierare per ore… i libri li ho già detti? (Emoji > della lingua di fuori) Il mio habitat naturale sono le librerie indipendenti e > le botteghe artigianali di quartiere, quando non sono impegnato a smantellare > l’imperialismo eteropatriarcale. Ma non chiedo di meglio che chillare > accoccolati sul divano per una maratona di Agnès Varda con seguito di > discussione e… timida slinguazzata? (Faccina occhiolino) Cucino *sempre* > (grazie Mamma!) quindi preparati ai miei brunch! Le donne trans, ovviamente, > sono donne. Ogni razza etnia e tipo di corpo + il benvenuto ‒ ma NON ogni età. > Il piacere è reciproco o non è piacere. La ricerca di una donna con cui fare sesso di quest’uomo diventa sempre più disperata e barocca, seguiamo la sua giovinezza come un incidente mortale in autostrada, mentre Tulathimutte fa passare a questa caricatura d’uomo le peggiori pene dell’inferno, finché non si arriva al momento “Travis Bickle”: “Sulla scia di questo episodio [la prima scopata] cominciano le ideazioni suicidarie, acuite dalla consapevolezza che i rifiuti, la solitudine e la frustrazione sessuale non sono niente rispetto a secoli di oppressione sistemica. La tristezza, ne è ben conscio, è sintomo di arroganza e privilegio; non si merita neanche di soffrire”. > L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca > di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro > mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi > vent’anni. Da qui in poi, la strada per l’inferno non è solo lastricata di buone intenzioni, ma anche di forum, post e shitstorm, passa dal trenbolone e dalla palestra per tentare di non far vedere che ha le spalle strette, a staccarsi le unghie fino a, errore peggiore di tutti, entrare nei subreddit e forum incel (involuntary celibate). E qui l’autore decide di chiudere il racconto con quello che è a tutti gli effetti “le memorie dal sottosuolo” di un maschio che si sta convertendo all’inceldom; in questo caso è la risposta a un malcapitato capitato in uno di questi luoghi refrattari. La critica di Tulathimutte al marxismo culturale americano dalla prospettiva del suo nemico numero uno, ossia il maschio in preda al suo “nucleo reazionario […] eccitato, sopraffatto, indignato” per usare le parole dell’ultimo libro di Francesco Pacifico, La voce del padrone (2025), è ficcante e precisa: > Lungi da me aspettarmi che il mio femminismo profondo e privo di secondi fini > mi valga un qualche trattamento speciale, e certo, nessuna donna in > particolare ha il dovere di essere attratta da noi… ma il fatto che non lo sia > neanche una, su miliardi, è sintomatico di un fallimento categorico, di una > violazione di massa del contratto sociale perpetrata da schiere di perfide > fighe di legno, coi loro tradimenti, coi loro silenzi, con le loro risatine, > posta. Il mondo in cui si muovono tutti i personaggi è lo stesso; infatti il secondo racconto è dalla prospettiva di una donna che appare anche nel primo, Alison, che è alle prese con una situazione, se è possibile, ancora più lancinante e simile a una festa della crudeltà nietzschiana. Qui il palco è un gruppo whatsapp di donne sui trent’anni estremamente woke, dove Alison vive a pezzi le sue paturnie sentimentali. Da quelli che sembrano a tratti screen da quelle pagine che andavano di moda nel 2015 tipo “Ed è subito ex”, Tulathimutte è bravo a creare, come Kristoffer Borgli in Sick of Myself (2022), un quadretto innocuo che si trasformerà in un incubo dalle tinte gotiche con un corvo che assalta un bambino. > I personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di > casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che > navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. L’autore raggiunge i suoi picchi quando decide di descrivere i birignao depressivi della sua protagonista in preda alla sua sorte sciagurata: > Una noiosa, piatta angoscia senza amore e senza fine: neanche paura della > morte, solo di invecchiare e ridurre le sue già esigue speranze. Anche se ha > la vaga intenzione di rimettersi in salute prima o poi, come quando era stata > pescetariana qualche anno fa, a pranzo mangia sempre lo stesso panino floscio > dal kebabbaro sotto l’ufficio invece di andare all’insalateria due isolati più > in là, e a cena riempie una piadina ancora fredda di fesa di tacchino e > mozzarella e uno spruzzo di maionese, la arrotola in un mesto dildo che > peraltro è esattamente del colore della sua pelle, e se lo caccia in bocca > quasi senza masticare. […] Quindi molla anche i podcast, e non le resta altro > da fare che riguardarsi in streaming tutte le nove stagioni della versione > americana di The Office, e di nuovo tutte e nove, e di nuovo, e di nuovo, ogni > volta con quella cazzo di canzoncina che le fa crepitare gli speaker del > laptop sino a quando sente che la retroilluminazione dello schermo le ha > candeggiato il cervello. Finalmente qualcuno si è reso conto che The Office era un dispositivo di controllo di massa. Con ogni racconto, Tulathimutte vuole alzare la posta, così dopo aver parlato più che di due persone fallimentari di due fallimenti antropomorfi, si passa al racconto “Ahegao” che parla di Kant, un ragazzo terminally online americano di origine thailandese, e dell’ingloriosa vicenda associata al cercare di esplorare la propria sessualità in un mondo che assomiglia sempre di più a un panopticon psicosessuale. Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione antropologica. La vicenda è deprimente dall’inizio e lo rimane per tutta la durata, dal coming out via email fino alla ricerca di un partner che possa capirlo nelle sue più recondite fantasie, fino a arrivare a quello che è uno dei passaggi più assurdi, incredibili e convinti dell’opera: Kant, ormai disilluso, decide di ordinare un video porno “su misura” da un creator digitale e così gli scrive quello che a tutti gli effetti è una sceneggiatura che ha passaggi tipo questo, un po’ Monty Python un po’ Marquis De Sade: > Lo spettacolo del mio cazzo fa brillare una mina antiuomo dentro di te. Non è > che ti piaccia essere umiliato in pubblico, e neanche la prospettiva di farti > squartare il culo, sei solo così pateticamente soggiogato, smarrito in un > nadir di degradazione e desiderio, che di colpo sei disposto a sacrificare > ogni cosa: l’unica speranza rimasta nella tua vita è prendermi il cazzo in > gola e ingoiare litri e litri del mio sperma immondo. La tua espressione > dovrebbe trasmettere questo. Dopo questa montagna russa, ci si para davanti l’unico personaggio che nasce come vero e proprio comic relief, ossia un fuffa guru anarco-capitalista che cerca di avere una relazione con la nostra Alison di prima, testimoniando tutto sui social. Il risultato è il racconto più divertente della raccolta, e anche il più breve, in cui veniamo anche ricompensati per aver subito la compagnia di questo personaggio terribile con le ultime pagine, in cui il protagonista deve fare i conti con i membri del subreddit dove ha pubblicato la sua storia che gli si rivoltano contro: > Ah ah ah ah ah, congratulazioni a tutti i fulmini di guerra che hanno postato > il mio LinkedIn ‒ sì, mi chiamo Maximus Aurelius Horney, che mi sembra uno > splendido omaggio a uno dei pensatori più da sballo dell’intera storia > dell’umanità. […] Solo perché non mi vergogno di essere un ragazzo bianco NON > VUOL DIRE che vedo le donne come “vacche da allevamento” né credo > nell’“espulsione semitica” o nel “millenario impero anglo-scandinavo”. […] > Tutto questo patatrac mi ha aiutato a mettere a fuoco che in questo Paese non > c’è posto per una visione avveniristica come la mia. Quindi sparisco, come > Tron, ditelo alla mamma, ditelo all’avvocato. [qui easter egg di Latronico in > traduzione, ce ne sono degli altri] […] E quindi al momento i miei investibro > stanno facendo rotta verso di me a bordo dei loro pod che si collegheranno > formando una “Freedom Fleet” che fungerà da base operativa; mi sto accordando > con dei contatti in un Paese in via di sviluppo perché ci fornisca pupe > ambiziose e fighe che siano incentivate a mettere in atto il mio piano > familiare con massima priorità […]. Scrivo da una torrida e minuscola sala > d’attesa nell’ambasciata statunitense a Bangkok. Grazie alle competenze di > geolocalizzazione di un intero pianeta di hater, gufi, sfigati e musoni la > Reale marina militare statunitense ha scoperto e confiscato i nostri natanti, > e siamo stati sequestrati contro la nostra volontà. L’ultimo racconto vero, “Main Character”, è il più lungo e il più ambizioso per l’utilizzo delle cornici che internet “naturalmente” dà; tutto avviene sulla pagina di un forum in cui viene spiegato un “botgate”. La protagonista di questa avventura, che ha i suoi colpi di scena principali proprio nell’etere, è, sempre per mantenere la continuità dei personaggi nella raccolta, la sorella di Kant, Bee. Il Post, che è la parte più corposa del racconto, scritto proprio da Bee, delinea tutta la sua vita e le motivazioni che l’hanno portata a dirottare il discorso pubblico americano su Twitter attraverso dei bot, bot che sono già apparsi nel libro interagendo coi personaggi. > Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica, > la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle > relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione > antropologica. È il primo vero tentativo di Tulathimutte di creare un personaggio che possa durare un romanzo, infatti le pagine migliori della raccolta sono quelle che raccontano l’esperienza di essere di origine asiatica negli Stati Uniti: > A volte penso che i ragazzi asiatici abbiano a disposizione tre strategie di > sopravvivenza fra cui scegliere, come gli starter dei Pokemon: la prima, la > più semplice, è assimilarsi e basta, accettando una cittadinanza di seconda > classe in cambio dello scarno mantello di una bianchezza condizionata, > vincolandosi a vivere come suore al cubo; questa è l’impostazione di default > per i piccoloborghesi in ascesa che parlano come i bianchi e i cui genitori > potevano essere immigrati già ricchi o arrivati a stare bene dopo decenni di > duro lavoro, destinati ad andare avanti leccando il culo ai bianchi e > riducendosi l’anima a un mozzicone a forza di lavori di merda, 20-40 anni a 12 > ore al giorno prima di rendersi conto che Cazzo che schifo, mai protagonisti, > sempre comprimari, sempre a mangiar merda. In alternativa all’assimilazione > c’era l’appropriazione: rintanarsi come un paguro in una cultura minoritaria > ma popolare, a volte black, oppure gay o conservatrice, con esiti più o meno > analoghi all’assimilazione ma se non altro col bonus di solidarietà senza > alcuna base reale. E l’opzione tre è fare il cosplay del proprio background, > consumandone ogni prodotto d’esportazione ‒ ramen e roti, boba e bhangra, > mochi e manga ‒ un auto-orientalismo che nonostante la sincerità, non fa che > affermare l’idea che esistano tratti razzialmente determinati, e che ogni > tanto marcisce in una nostalgia falsa e reazionaria. L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi limiti, che Tulathimutte decide di far esplodere creando un personaggio contrarian anarchico, disinteressato alle etichette e all’ubriacatura linguistica che ha pervaso gli anni Dieci: > «Io ho detto che non mi stavano ascoltando, tutte le categorie erano > ipersemplificanti, anche “no-label” è un label, era quello che stavo cercando > di dire, e sì lo so che le categorie sono importanti, lo so che le etichette e > le bandiere e gli slogan sono utili come strumenti pedagogici e come > catalizzatori motivazionali, che fa sentire meno solx conoscere altre persone > che hanno subito più o meno quello che hai subito tu, e che senza la volontà > politica collettiva di una classe definita da una lotta comune non avremmo > diritti né forza negoziale eccetera, e che come se non bastasse > l’individualismo è un mito che spaccia per libertà una fantasia di autonomia > fatta di atomizzazione sociale e perdita di diritti – anche se minchia ci sta > aiutando alla grande, tutta la solidarietà che stiamo sviluppando, quando poi > alla fine ci si trova sempre paralizzati dalle lotte intestine, ottima mossa > lottare contro il patriarcato bianco quando in ogni interazione delle culture > wars il panico morale contro il politicamente corretto si è dimostrato lo > strumento propagandistico più efficace contro la sinistra, l’eterno > babauantijazz-hippie-figlideifiori-rucola-Prius-lattedisoia, efficace proprio > perché va ad allargare tutte le crepe che è stato proprio l’identitarismo a > creare. La vicenda dal reale poi passa al virtuale e lì il mondo collassa, ci si destreggia tra le piattaforme, per poi arrivare a un finale à la Borges o Pendolo di Foucault; la fine del racconto è un’indagine in cui lo stesso autore viene coinvolto e questo tono da metaletteratura/rottura della quarta parete rimane per tutta la fine, anche con un capitolo che si chiama ‒ ed è letteralmente ‒ “Sedici metafore”, una prova non eccezionale di letteratura computazionale, e poi il racconto più deludente ossia “Re: rifiuto” in cui una finta casa editrice rifiuta il libro che si tiene per le mani e l’autore mette le proverbiali mani avanti rispetto a ogni critica che si potesse fare sia al libro ma anche allo stesso racconto, per formare quello che è il rifiuto di un rifiuto in “Rifiuto”, un finale un po’ cervellotico e non necessario per un libro che fino a quel momento aveva mostrato, sopra tutto, un grande coraggio. Un coraggio che è stato proprio quello di infilarsi nella cultura di Internet e nei suoi protagonisti più atroci e umiliati per creare una raccolta che assomiglia molto a un racconto morale; il risultato è caotico e apocalittico come la materia che cerca di tradurre e ci vuole una forza d’animo importante per reggere il trauma di guardare negli occhi il dio dei nostri tempi, o se volete una distorta mente alveare. Ci sono tantissime intuizioni geniali, principalmente quelle che nel testo si trovano sotto forma di un trattato di sociologia, che rivelano una comprensione approfondita e lontana da stereotipi per la materia umana, come la capacità di mostrare lo split cognitivo degli uomini causato dalla rivoluzione femminista, l’oscurità e il Newspeak dei gruppi whatsapp, l’impatto sulla psiche della massima di Andy Warhol rovesciata, per usare i termini che usa Alessandro Lolli nel suo ultimo saggio, “Non più famoso per 15 minuti globalmente, ma famoso per 15 persone per sempre” e come usare la propria voce su Internet sia un gioco fallace, di specchi, di riconoscimenti e di problemi inflazionati che inquinano e divertono. > L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta > sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli > dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli > studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi > limiti. Questo libro funziona benissimo come sintesi dell’esperienza della sua generazione con Internet, di come questa rivoluzione tecnologica abbia impattato un gruppo di persone già esausto, in cui non c’è speranza per niente e ‒ per comparare un altro libro salutato come bibbia millennial ‒, mentre Vincenzo Latronico, che qui oltre che traduttore è anche autore della postfazione, in Le perfezioni (2022), ovvero il romanzo più venduto da Fitzcarraldo, cerca di fare una satira dei millennials, che poi però diventa celebrazione rovesciata, Tulathimutte cerca di raccontare l’esperienza della sua generazione trasformando la realtà in un vicolo cieco, facendo esplodere le caricature, ma appiattendo le complessità. Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, come le padelle Le Creuset e un profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”, per usare le parole di un altro profeta nato negli anni Ottanta, ossia Cosmo. Per questo, quando Latronico cita nella sua postfazione Jonathan Franzen e David Foster Wallace per parlare di realismo, quasi a suggerire che lui e Tulathimutte siano gli eredi dell’uno e dell’altro, giustapponendo ha evidenziato, secondo me, una differenza profonda tra il “realismo per assurdo” wallaciano e quello tulathimuttiano: Wallace crea dei personaggi folli, pervertiti, assurdi, atroci (ci ha scritto un intero libro), ma eleganti nella loro assurdità e quando ne scriveva sembrava ci tenesse, anche se schifosi gli voleva bene; per Tulathimutte i suoi personaggi sono carne da cannone, poi sono anche contento che non ci sia quel sottotesto “volemose bene” all’americana su cui Wallace indugia, ma a volte mi sembrava di leggere delle maledizioni contro delle bambole voodoo. > Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di > oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, e un > profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”. Perché l’essere naïf sul finale di Wallace lo salvava proprio da questo aspetto nichilista di morte e disperazione che, immagino, seduca tutti gli scrittori. In questo caso l’autore si è fatto conquistare: nel primo racconto questo è il finale: “Nonostante la sua determinazione ricambia il sorriso e accoglie con un cenno del capo questa vendicazione finale; poi si calca in testa il passamontagna, sfila lo zaino dalle spalle strette, la segue all’interno”; questo quello del secondo, quasi Cioran: “Dopo molti anni vedrà in tutta questa saga non una tragedia ma l’inizio di un raccapricciante percorso di scoperta di sé, al termine del quale accetterà che, volontariamente o meno, solo la scelta di essere niente e di non provare niente le avrà permesso di vivere”; e infine un passaggio dall’ultimo, qui invece ancora “Travis Bickle”: > Dopo la morte di mia madre mi sono trasferitx a NYC, e non mi viene in mente > neanche una ragione per cui dovrei uscire di casa in quest’isoletta fetida e > afosa, coi tornelli unti di sudore genitale e sborra di topo; piena di > tagliagole, di voragini che si spalancano all’improvviso per le strade, di > metallo urlante, di insulti chimici, di notizie locali, di meteo, di sport. Mi > sembrerebbe così statico, una specie di atavismo, costringere il mio involucro > protoplasmatico ad aspettare in coda per un bagel, o a bere ghiaccio sciolto > da un bicchiere sbeccato al bar. La rete è chiaramente meglio, senza > lungaggini, retta dalla democrazia dell’umiliazione, tutti acquattati a > sbirciare da una serratura o gloryhole che sia. Il già citato regista Kristoffer Borgli, classe anche lui 1985, arriva alle stesse conclusioni, i suoi film, in particolare proprio Sick of Myself, vogliono la distruzione dei loro protagonisti, ci può essere salvezza dell’esperienza umana di vivere alla fine dei tempi (come li conosciamo) solo attraverso il fuoco purificatore. Il millenarismo è divertente, ci fa godere (Zizek direbbe sessualmente), crea personaggi incredibili come Kant e Bee di questo libro, ma credo che per una generazione, anche la mia, sia la risposta a una sindrome del sopravvissuto, a un silenzio traumatico che segue le domande “Per quanto ancora dobbiamo vivere così?”, “Perché sopravviviamo sempre noi?” e “Qual è la prossima catastrofe?”. Però rende le narrazioni pesanti e soprattutto in un contesto come Internet si è sopraffatti sempre, anche se mediati dalla letteratura. Per questo, quando leggevo dei college americani, di Twitter e di faide assurde tornavo sempre con la mente a questo pezzo uscito su Gawker, “I Should Be Able to Mute America” in cui l’autore, Patrick Marlborough scrive questo: “we need a way to mute America. Why? Because America has no chill. America is exhausting. America is incapable of letting something be simply funny instead of a dread portent of their apocalyptic present. America is ruining the internet. America is the internet. […] The greatest trick America’s ever pulled on the subjects of its various vassal states is making us feel like a participant in its grand experiment”. L'articolo Millenarismo Millennial proviene da Il Tascabile.
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Miti d’oggi: Edoardo Prati
T ra gli ultimi anni dell’Ottocento e il primo ventennio del secolo scorso, nell’allora Congo Belga vennero rinvenuti diversi cadaveri apparentemente divorati da una bestia feroce, forse un leopardo. Solo più tardi si scoprì che le ferite non erano opera di animali, ma di uomini: appartenenti alla confraternita segreta Anyoto, questi adepti si travestivano da leopardi ‒ con artigli, rampini, pelli maculate ‒ per simulare l’attacco di una divinità. L’assassinio rituale diventava così un gesto iniziatico: attraverso il travestimento, l’uomo si faceva belva, incarnava un potere più antico, destabilizzava il dominio coloniale con la maschera della bestia. Indossare la pelle di una bestia feroce è forse il gesto più antico del genere umano. Ma ciò che colpisce, oggi, è come questo gesto sia sopravvissuto nel cuore della modernità, non più per evocare animali sacri ma per dare corpo ai fantasmi della nostra infanzia o ai ruoli che quotidianamente recitiamo. L’umano contemporaneo, invece di imitare la natura, imita sé stesso: si traveste da ciò che sogna, da ciò che consuma, da ciò che rappresenta. Nel suo modo impacciato, ambiguo, tragicamente sincero di performare un ruolo intellettuale, Edoardo Prati non è altro che l’erede di questa logica. Si veste, parla e si atteggia come colui che ha ancora accesso alla scena perduta del sapere e della guida spirituale, quando in realtà il suo gesto ripete una liturgia vuota: il filosofo come cosplay del filosofo, il politico come avatar del potere. Eppure, come i membri della setta Anyoto, anche lui è posseduto da ciò che evoca. Quello che indossa non è solo un abito, ma un personaggio: un costume che lo trasforma e lo condanna a incarnare un ruolo il cui contenuto è ormai spettro. > L’umano contemporaneo, invece di imitare la natura, imita sé stesso: si > traveste da ciò che sogna, da ciò che consuma, da ciò che rappresenta. Contrariamente a quanto possa sembrare, indossare la pelle di un altro essere vivente non voleva dire ribadire una supremazia rispetto all’animale – pacchianerie riscontrabili nei trofei di caccia dell’uomo bianco – ma era segno dell’enunciato ancestrale con cui veniva dichiarata l’origine della dualità nell’unità, dell’ascendenza della preda e del cacciatore da un unico essere: il dio selvaggio, che mangia e viene mangiato, che scappa e rincorre, dalle agili membra o dai possenti artigli. Per gli scandinavi e le devote ancelle di Artemide, indossare la pelle di un orso significava diventare l’orso, così come per le menadi di Dioniso ricoprirsi del manto della pantera voleva dire diventare il dio. Nella caccia, il primo rituale di proporzioni cosmogoniche, gli antichi cercavano di riunire la separazione originaria, espiando il peccato dell’omicidio dell’innocente attraverso l’uccisione di altri predatori. Il senso primigenio dell’abito non era quello di proteggere il corpo dagli agenti atmosferici ma piuttosto si trattava di una funzione sacrale atta a garantire il fluire della metamorfosi. Solamente con la nascita della urbanità il vestiario diventò un lontano ricordo delle pelli ancora sporche di sangue che aderivano ai muscoli di uomini invasati da eccitanti e fermentati alcolici. Ma questa logica ancora attuale ‒ dove il corpo si fa scena e il gesto invoca una potenza assente, il ruolo che travolge chi lo interpreta ‒ non si limita agli intellettuali smarriti o ai politici-attori del nostro presente. Anzi, trova la sua forma più esplicita e spettacolare nel mondo del cosplaying, dove il travestimento non serve a mascherare, ma a rivelare: ciò che l’individuo sente di essere davvero, ciò che ha abitato i suoi sogni d’infanzia, ciò che la vita adulta tende a reprimere. Nel cosplay, l’abito non è un accessorio ma un varco, un medium che permette di incarnare modelli formativi, spesso assorbiti in età precoce, legati al mondo degli anime, dei videogiochi, delle fiabe contemporanee. Come nel rito degli Anyoto, o nelle performance di Edoardo Prati, anche qui si tratta di un passaggio: ma non verso un’alterità animale, bensì verso un sé idealizzato, formato dalla cultura visiva, consumistica e affettiva di un’intera generazione. Il cosplayer non recita un personaggio: lo riattualizza nel mondo reale, ne fa carne viva. > Nel cosplay, l’abito non è un accessorio ma un varco, un medium che permette > di incarnare modelli formativi, spesso assorbiti in età precoce, legati al > mondo degli anime, dei videogiochi, delle fiabe contemporanee. Nel cosplaying ritorna la funzione metamorfica dell’abito. I vestiti abbandonano la funzione di comfort donata loro dalla moda contemporanea e si fanno scomodi, artificiali, ostili. Non è più l’abito ad adattarsi al corpo, ma il corpo a piegarsi all’abito, a torcersi per diventare forma, silhouette, gesto riconoscibile. Basta entrare in un gruppo Facebook dedicato al cosplay per incontrare questa umanità gentile, fatta di millennial, di donne soprattutto, ma anche di ragazzi semplici, con la passione negli occhi e la colla a caldo nelle mani. Il cosplayer incarna, il cosmaker costruisce. Ma nella pratica, le due figure si confondono: cucire a mano, incollare con il Vinavil, indossare il travestimento anche se incompleto, imperfetto, sbagliato, e ricevere comunque lo sguardo incantato di una bambina. È il riconoscimento che conta, il momento magico. Dietro questa dolcezza si intravede però l’ombra di un’ingiustizia: “I fotografi scelgono solo chi ha i cosplay più costosi”, scrive qualcuno. “Molti ti guardano dall’alto in basso”, nota un’altra. Anche in questo mondo fragile e accogliente si insinua la legge crudele della spettacolarizzazione. Le sfilate dei Comicon, con i cosplayer che incarnano i propri idoli fino a diventarne proiezioni viventi – camminata, voce, espressione, costume – ricordano i riti collettivi dei predicatori evangelici americani: eventi di possessione estetica, di guarigione spettacolare. L’immaginario pop si appropria della regia liturgica: la devozione diventa spettacolo, la trasfigurazione si fa cosplay. E ogni liturgia ha il suo pantheon. Oltre la piazza delle fiere, oltre gli stand pieni di PVC e piume sintetiche, si estende l’Olimpo del cosplay: territorio rarefatto dove dimorano semidivinità digitali, dee dai nomi angelici o ispirati ai JRPG (Japanese Role-Playing Game), avatar viventi del desiderio geek. Qui il cosplay non è più travestimento, ma reincarnazione. I corpi non interpretano: riflettono un ideale sintetico fatto carne. Glass skin, cosce lucide come silicone, seni monumentali, vita da postproduzione. La sessualizzazione non è effetto collaterale: è principio generativo. Non è una strategia, è una liturgia. È il modo in cui il corpo viene offerto, consumato, adorato. Il cosplay non è soft porn, dicono. È arte. È sorellanza. È self-expression. Ma intorno a questa narrazione si condensa un’erotica sacrale, una forma di culto. Le wishlist su Amazon diventano confessionali. Le dirette Instagram, simulacri di intimità. I follower non amano solo il personaggio: amano l’accessibilità simulata, la promessa remota di una camgirl elegante. È qui che il corpo del personaggio e quello della performer si fondono: si cerca la waifu, ma si consuma la cosplayer. E non è un caso che i tratti parareligiosi del culto otaku rimandino ad antiche forme di adorazione delle immagini. Le Veneri paleolitiche, ridotte a ventre e seno, come i corpi anime, ipersessualizzati, sintetici. Le statue greche e romane, levigate, perfette, soggette a pratiche sessuali rituali o a violenze nascoste dietro la maschera della venerazione. Uomini e donne che penetravano i simulacri divini, i falli delle statue di Priapo, gli altari che diventavano teatro del desiderio. Forse si tratta di propaganda cristiana, ma il punto è che il sacro e l’erotico, nell’immagine femminile idealizzata, sono sempre stati vicini. Le waifu, come le divinità antiche, sono oggetti di desiderio e di culto, proiezioni dell’immaginario maschile che si riversano oggi sul corpo reale della performer. > Il sacro e l’erotico, nell’immagine femminile idealizzata, sono sempre stati > vicini. Le waifu, come le divinità antiche, sono oggetti di desiderio e di > culto, proiezioni dell’immaginario maschile che si riversano oggi sul corpo > reale della performer. Ma c’è di più, un rimosso più profondo che affiora nella scelta ossessiva di questi corpi stilizzati: l’estetica delle waifu ricorda, inconsciamente, proprio le Veneri paleolitiche. Non perché riproduca l’arte arcaica, ma perché eredita da essa la stessa funzione di conforto simbolico. Quelle statuette ‒ di cui ignoriamo la funzione precisa ‒ sembrano condensare il mistero della donna, ridotta a grembo e a seno, non come oggetto sessuale ma come divinità facitrice di vita. In una condizione di precarietà e angoscia assoluta, come quella dell’uomo paleolitico, il corpo femminile si fa sineddoche del sacro: l’unica speranza contro la morte. Oggi gli otaku fanno la stessa cosa, ma in un contesto rovesciato. Non più sopravvivere al gelo e alla fame, ma sopravvivere al vuoto della soggettività. Nella possibilità di penetrare sessualmente i personaggi femminili della loro infanzia ‒ la nurse anime, la maga bambina, la principessa guerriera ‒ non si consuma solo un desiderio erotico: si mette in scena il tentativo di possedere l’infanzia stessa. Di penetrarla come si vorrebbe penetrare la madre. È un’operazione incestuosa, feticistica, regressiva, che tenta di reincantare un tempo perduto erotizzandolo. Non è la pornografia dell’età adulta, ma il culto della fragilità, dell’inespresso, dell’origine che si fa corpo. Ed è qui che il cosplay, da gesto eccezionale, diventa regime quotidiano. Perché se è vero che il soggetto contemporaneo non agisce più, ma si traveste ‒ allora l’esistenza intera si dà solo nella forma della maschera. La contemporaneità non ha superato il primitivo: lo ha restaurato. L’individuo non si traveste per evadere, ma per ricomporre un’unità perduta. Come la caccia rituale ristabiliva il legame con l’origine del clan, così il cosplay tenta di recuperare l’infanzia – ultimo orizzonte credibile di autenticità. Ma questo ritorno è selettivo. Vi accede solo chi possiede un capitale corporeo, tecnico, economico. La fedeltà al modello esclude la spontaneità. Si diventa ciò che si desiderava essere solo al prezzo di non essere più sé stessi. La preistoria, in questo senso, non è alle nostre spalle, ma ci avvolge da ogni lato. L’uomo leopardo degli Anyoto e il berserker norreno: sono tutti nostri contemporanei, perché la storia ‒ come processo ‒ si è interrotta, e ciò che resta è il suo cosplay perpetuo. Il cosplay non si limita a manga e cultura pop: ogni performance in cui si indossa un ruolo svuotato di funzione è, in fondo, una forma di costume playing. Le rievocazioni storiche, i cortei religiosi, gli abiti tradizionali, ma anche la vita quotidiana stessa ‒ con i suoi mestieri residuali e i suoi ruoli sociali disattivati ‒ sono tutti atti di cosplay inconsapevole. Continuiamo a recitare parti come il libraio, l’artigiano, l’insegnante, il padre, non perché siano necessarie, ma per sostenere l’illusione della normalità in un mondo che ne ha già cancellato la funzione. In questo paesaggio dominato dal cosplay come forma di relazione col tempo, le feste medievali costituiscono il punto di fusione tra folklore, turismo esperienziale e consumo simbolico. Sono eventi in cui la nostalgia è accuratamente amministrata, curata, coreografata. Non si tratta di evocare realmente il Medioevo, con le sue gerarchie brutali, le sue epidemie, le sue punizioni pubbliche o la sua fame strutturale, ma di riprodurne un simulacro rassicurante, giocoso, digeribile. Un Medioevo “disneyfied”, dove il sangue è sostituito dal vino speziato e i ceppi diventano photo opportunity. Ma questo dispositivo, come già anticipato si estende ben oltre le piazze e i manieri in affitto: arriva fino al cuore stesso del Novecento, là dove i ruoli di genere, lavoro e famiglia sono stati costruiti come caratteri ideali, veri e propri costumi mitologici. > Continuiamo a recitare parti come il libraio, l’artigiano, l’insegnante, il > padre, non perché siano necessarie, ma per sostenere l’illusione della > normalità in un mondo che ne ha già cancellato la funzione. Ogni ruolo è una maschera performativa, un abito che viene prima della persona; il medico non è solo colui che cura, o colui che incarna un certo carisma sociale, una postura, un’intonazione di voce, egli è soprattutto uno specifico vestiario: il camice. L’operaio non è solo chi lavora in fabbrica, l’icona dell’industria o della disciplina ma un “colletto blu”, che ne definisce la classe in opposizione ai “colletti bianchi”, magistrati, insegnanti, impiegati, dirigenti e funzionari pubblici, tutte figure caratterizzate non solo da una funzione e da un ruolo ma soprattutto da un vestiario specifico, un costume. Il fabbro medievale o la contadina celtica alle sagre non sono che versioni tematizzate di ciò che facciamo ogni giorno: interpretare ruoli estinti, ridotti a gusci estetici. Il capitale li riconfeziona come identità temporanee, pronte per sagre, TikTok, reality. È il folklore postumano: un collage di epoche disattivate da indossare come una seconda pelle. Il cosplay diventa così l’ultima fase dell’espropriazione: non solo si cancella un mondo, ma lo si riusa come contenuto per l’intrattenimento. Con l’accelerazione tecnologica, questo meccanismo si amplifica: il tempo si liquefa e ogni epoca diventa costume disponibile. È l’effetto Disneyland applicato alla storia: si può essere vichingo, samurai o elfo con la stessa facilità con cui si scrolla un feed. Il presente diventa un palcoscenico di maschere storiche. In assenza di un orizzonte collettivo, moda e cultura mediatica si rincorrono nei loop temporali, e ciò che sembrava definitivamente tramontato torna in scena in forma di revival: il ritorno della moda Y2K (Year 2 Kilo, anno 2000), l’estetica VHS, il giornalismo d’opinione in forma di opinionismo da talk show, le divise della scuola anni Novanta nei drammi adolescenziali, le clip di repertorio nelle campagne sociali. I ruoli del Novecento vengono rispolverati e reincarnati, prima come memi, poi come identità: si gioca a fare il “padre di famiglia”, il “prof”, l’“intellettuale”, ma sono ruoli in disarmo, svuotati, imitati nel vuoto, si tratta di ormai di personaggi interpretati da performer. > Più che sapere, Edoardo Prati “sembra sapere”. Il suo è un cosplay > dell’intelligenza. In lui si incarna la parabola dell’intellettuale pubblico > nell’epoca della piattaformizzazione. Non contesta il mezzo: è il mezzo. Un > cosplay levigato dell’intellettuale organico, ma privo di corpo politico. Ed ecco allora figure come Edoardo Prati. Prati è un personaggio nativamente inscritto nel paesaggio della “piattaformizzazione”: il suo cosplaying dell’intellettuale non è contenutistico, ma formale. Voce calda, tono sicuro, citazionismo da prima pagina culturale, occhiali “giusti”, gestualità da divulgatore colto ‒ tutto costruito per performare una sapienza indistinta, che non dice nulla di nuovo ma sembra sapere tutto. Più che sapere, Prati “sembra sapere”. Il suo è un cosplay dell’intelligenza. In lui si incarna la parabola dell’intellettuale pubblico nell’epoca della piattaformizzazione. Rispetto all’intellettuale novecentesco che cercava di conquistare lo spazio televisivo per portare la critica dentro i media ‒ pensiamo a Pier Paolo Pasolini, che si esponeva come opinionista proprio per sabotare il formato dell’opinione ‒, Prati rappresenta una mutazione compiuta. Non contesta il mezzo: è il mezzo. Un cosplay levigato dell’intellettuale organico, ma privo di corpo politico. In questo, Prati si innesta in una linea di transito simbolico che da Gianni Vattimo ‒ il “professore filosofo” presentatore RAI ‒ e Maurizio Ferraris, anche lui in prima linea per il servizio pubblico, conduce a Vittorio Sgarbi e Massimo Cacciari, portatori televisivi di una versione caricaturale e affettata dell’intelligenza. Con la differenza che, mentre Sgarbi esibiva in forma caricaturale un’intelligenza carnevalesca, distruttiva, che richiamava quasi a Carmelo Bene nella sua teatralità situazionista, Prati non recita più nemmeno un conflitto: è un vestito parlante. Se Sgarbi era la mutazione berlusconiana e godereccia dell’intellettuale impolitico, Prati è l’intellettuale cosplay: indossa il ruolo come una pelle di leopardo, simulando una possessione culturale, ma senza alcun legame con la comunità o con un progetto trasformativo. Parla per sé stesso ma finge di essere un megafono di una cultura che non esiste più. Come gli Anyoto del prologo, anche lui si traveste: ma non per incarnare il potere sacro del felino, quanto per fingere di abitare ancora un tempo in cui “sapere” e “dominio” potevano essere immaginati in opposizione. Il suo arsenale ‒ citazioni eleganti, dizione impeccabile, riferimenti colti ‒ è come la collezione di artigli rituali degli Anyoto conservata nel museo di Storia naturale di Parma: reliquie musealizzate, svuotate del loro uso, ormai pure scenografie di una possessione estetica. Ma Prati non è che la punta dell’iceberg. La sua è solo la forma più innocua ‒ quasi tenera ‒ del cosplaying dell’autorità. Il vero cuore oscuro di questa metamorfosi è altrove: nella maschera del Dittatore, che si mette in posa come un villain da shōnen manga; nell’incel terrorista che cita Pain mentre compie una strage; nei capi di Stato che emulano l’iconografia da imperatori tardorepubblicani tra TikTok e colonne doriche in PVC; nelle organizzazioni criminali che imitano lo Stato, parodiandone i codici, le insegne, le liturgie amministrative. Queste impersonificazioni terminali non sono più solo spettacolo: sono strategie di potere reale, costruite sull’imitazione dei simboli svuotati che un tempo rappresentavano l’ordine. E più questi ruoli sono privi di fondamento, più devono essere esibiti come costumi, con una teatralità forzata e bulimica che non rassicura, ma inquieta. Così, mentre il capitalismo entra nella sua fase di esaurimento semiotico, e non produce più ruoli nuovi ma solo revival di quelli vecchi, l’intera società si affida al guardaroba per sopravvivere al vuoto. Il futuro è stato ritirato dal mercato. Al suo posto, ci restano solo le maschere ‒ e chi ha il potere di indossarle più credibilmente. L'articolo Miti d’oggi: Edoardo Prati proviene da Il Tascabile.
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