“Questa amarezza a volte si fa strada anche tra di noi quando, magari dopo tanti
anni spesi al servizio della Curia, notiamo con delusione che alcune dinamiche
legate all’esercizio del potere, alla smania del primeggiare, alla cura dei
propri interessi, non stentano a cambiare. E ci si chiede: è possibile essere
amici nella Curia romana? Avere rapporti di amichevole fraternità? Nella fatica
quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono
maschere e sotterfugi, quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando
ci si aiuta a vicenda, quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e la
propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori”. È il
passaggio chiave del primo discorso natalizio di Leone XIV alla Curia romana,
ricevuta nell’Aula della Benedizione, nella prima loggia del Palazzo Apostolico.
Un testo in perfetto stile bergogliano. Francesco, infatti, proprio in questa
occasione, nel 2014, pronunciò un durissimo e indimenticabile discorso sulle
quindici malattie curiali. Mentre Prevost, pochi giorni dopo la sua elezione,
aveva detto: “I papi passano, la Curia rimane”. Un’affermazione che sembrava
aver ribaltato completamente la visione anticuriale di Bergoglio.
Chiusa la Porta Santa di San Pietro, il 6 gennaio 2026, Leone XIV terrà il primo
concistoro straordinario del suo pontificato, il 7 e l’8 gennaio, per discutere
in modo collegiale del governo della Chiesa. Una richiesta emersa con forza
nelle dodici congregazioni generali dei cardinali che hanno preceduto il
conclave che ha eletto Prevost. Diversi i temi indicati dal Papa nella lettera
di convocazione inviata ai porporati di tutto il mondo. Tra essi spiccano in
particolare quello della riforma della Curia romana, promulgata da Francesco, il
19 marzo 2022, con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium, e quello
della liturgia, in una perenne lotta tra conservatori, legati alla messa
tridentina, e progressisti, sostenitori della riforma liturgica del Concilio
Ecumenico Vaticano II.
Non a caso Leone XIV ha sottolineato che “la comunione nella Chiesa rimane
sempre una sfida che ci chiama alla conversione. Talvolta, dietro un’apparente
tranquillità, si agitano i fantasmi della divisione. E questi ci fanno cadere
nella tentazione di oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza
valorizzare le differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di
vista piuttosto che cercare la comunione. Così, nelle relazioni interpersonali,
nelle dinamiche interne agli uffici e ai ruoli, o trattando le tematiche che
riguardano la fede, la liturgia, la morale e altro ancora, si rischia di cadere
vittime della rigidità o dell’ideologia, con le contrapposizioni che ne
conseguono. Noi, però, siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo
corpo. Siamo fratelli e sorelle in lui. E in Cristo, pur essendo molti e
differenti, siamo una cosa sola: ‘In Illo uno unum’. Siamo chiamati, anche e
soprattutto qui nella Curia, ad essere costruttori della comunione di Cristo,
che chiede di prendere forma in una Chiesa sinodale, dove tutti collaborano e
cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il ruolo
ricevuto. Ma questo si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante
gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano,
anche nell’ambito lavorativo”.
Il Papa, inoltre, ha spiegato che “la missione di Gesù sulla terra, prolungata
nello Spirito Santo in quella della Chiesa, diventa criterio di discernimento
per la nostra vita, per il nostro cammino di fede, per le prassi ecclesiali,
come pure per il servizio che svolgiamo nella Curia romana. Le strutture,
infatti, non devono appesantire, rallentare la corsa del Vangelo o impedire il
dinamismo dell’evangelizzazione; al contrario, dobbiamo fare in modo che esse
diventino tutte più missionarie. Nello spirito della corresponsabilità
battesimale, perciò, tutti siamo chiamati a partecipare alla missione di Cristo.
Anche il lavoro della Curia dev’essere animato da questo spirito e promuovere la
sollecitudine pastorale al servizio delle Chiese particolari e dei loro pastori.
Abbiamo bisogno di una Curia romana sempre più missionaria, dove le istituzioni,
gli uffici e le mansioni siano pensati guardando alle grandi sfide ecclesiali,
pastorali e sociali di oggi e non solo per garantire l’ordinaria
amministrazione”.
Alla Curia romana Leone XIV ha regalato il libro La pratica della presenza di
Dio di Fra Lorenzo della Risurrezione, a cura di Maria Rosaria Del Genio,
ripubblicato recentemente dalla Libreria Editrice Vaticana con la prefazione del
Papa. Nel volo di ritorno dal suo primo viaggio apostolico, che si è svolto in
Turchia e Libano, Leone XIV aveva indicato proprio questo volume a un
giornalista che gli chiedeva quale testo leggere, oltre ovviamente a quelli
scritti da sant’Agostino, per capire chi è Prevost. “È un libro molto semplice,
– disse in quell’occasione il Papa – scritto da qualcuno che non scrive nemmeno
il suo cognome, frate Lawrence. L’ho letto molti anni fa. Ma descrive, se
vogliamo, un tipo di preghiera e di spiritualità in cui si offre semplicemente
la propria vita al Signore e si lascia al Signore la guida. Se vuole sapere
qualcosa su di me, quella è stata la mia spiritualità per molti anni”.
Se l’omaggio al suo immediato predecessore era a dir poco scontato, Leone XIV,
parlando alla Curia romana, non ha usato parole formali per farlo: “La sua voce
profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il
cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al
centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad
essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri”.
Infine, Prevost non ha mancato di ricordare lo scenario attuale: “Un mondo
ferito da discordie, violenze e conflitti, in cui assistiamo anche a una
crescita di aggressività e di rabbia, non di rado strumentalizzate dal mondo
digitale come dalla politica. Il Natale del Signore reca con sé il dono della
pace e ci invita a diventarne segno profetico in un contesto umano e culturale
troppo frammentato. Il lavoro della Curia e quello della Chiesa in generale – ha
concluso il Papa – va pensato anche in questo orizzonte ampio: non siamo piccoli
giardinieri intenti a curare il proprio orto, ma siamo discepoli e testimoni del
Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale,
tra popoli diversi, religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua
e cultura. E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo
brillare nel mondo la luce della comunione”.
L'articolo Il monito di Papa Leone XIV alla Curia romana: “Basta smanie di
primeggiare e sotterfugi, evitare rancori” proviene da Il Fatto Quotidiano.