Ieri, nel sud del Libano, nel villaggio di Qlayaa, il prete maronita-cattolico
Pierre Al-Rahi è stato barbaramente assassinato da Israele subito dopo i suoi
ultimi due discorsi pubblici. Parole di sfida pura, pronunciate da un uomo
legato visceralmente alla sua terra come tutto il popolo del Libano meridionale:
“Io sono disposto a morire in casa mia perché questa è casa mia. Noi siamo
costretti a stare sotto al pericolo perché queste sono le nostre case. Non le
lasceremo come un teatro per chi vuole cacciarci per usarle a suo piacimento e
occuparle, come abbiamo fatto nel 2024, che siamo stati assediati da Israele ed
eravamo solo quattro persone”.
“Non importa quante minacce riceveremo, noi non lasceremo il nostro villaggio
Qlayaa. Resteremo, resteremo, resteremo fino alla morte”.
Al Rahi non era solo un prete: rappresentava l’unione dei libanesi al di là
della religione e l’attaccamento indissolubile dei libanesi di Qlayaa alla loro
patria, quella terra continuamente devastata da Israele e ogni giorno sorvolata
dai suoi droni che controllano, minacciano e disturbano con i loro suoni. Nato e
cresciuto lì, aveva rifiutato ogni ordine israeliano di evacuazione, incarnando
la resistenza quotidiana di una comunità che non abbandona le proprie radici
sotto le minacce. In un Libano devastato dalla connivenza della comunità
internazionale, i morti per mano israeliana sono già 486, di cui almeno 83
bambini, secondo il ministero della salute libanese; 1313 sono i feriti e quasi
700mila gli sfollati.
Il suo villaggio è stato teatro di un ennesimo massacro che colpisce cristiani,
musulmani e persone di ogni credo senza distinzioni. La sua uccisione è il
simbolo di una pulizia etnica in corso, imposta da Israele con ordini di
evacuazione forzati. Un ordine che i libanesi sanno, per esperienza diretta e
assistendo a ciò che è accaduto ai palestinesi, che prevede l’impedimento del
ritorno nella propria terra una volta ottenuto un cessate il fuoco. Sanno bene
che non è un allontanamento momentaneo.
Per me, la banale frase di circostanza pronunciata da Papa Leone XIV riguardo
all’assassinio di Al-Rahi è un endorsement politico a Israele. Si è limitato a
una frase generica, senza condannare Israele. Ma in realtà la posizione l’ha già
presa, stringendo la mano al presidente israeliano Isaac Herzog in Vaticano a
settembre 2025. In quel frangente, con i libanesi e palestinesi – tra cui
numerosi cristiani – sotto sterminio in diretta, quel gesto ha significato un
via libera quasi esplicito ai responsabili di queste atrocità. Proprio come ha
ignorato le sofferenze dei cristiani palestinesi, oggi abdica al suo ruolo,
preferendo una frase di circostanza davanti all’assassinio di un prete.
La foto di Al-Rahi, con il volto deciso, ci ricorda che la vera resistenza è
quella di chi difende la propria casa contro l’invasore. Israele prosegue la sua
opera di distruzione, mentre Roma stringe mani sporche di sangue. Ma a Qlayaa
resteranno fino alla morte, una sfida al papa e all’intero occidente.
L'articolo Israele assassina padre Pierre Al-Rahi in Libano: mi è sembrata
troppo generica la frase di cordoglio del Papa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Da che parte stava Dio…?”. L’annosa questione posta dal padre gesuita
Bartolomeo Sorge sulla rivista “Aggiornamenti sociali” in riferimento alla
guerra di George W. Bush in Iraq, torna a galla due decenni dopo, mentre il
mondo conta le prime 1.400 vittime (200 donne e 200 bambini) della guerra
“preventiva” – cioè, illegale – voluta dall’asse Trump-Netanyahu in Iran. Da
Baghdad (2003-2011) a Teheran i potenti “hanno tirato in ballo Dio, quasi ad
‘arruolarlo’, ciascuno nelle proprie armate”. E il problema riguarda non tanto
l’Islam, spesso sul banco degli imputati (causa fondamentalismi e la ferita del
terrorismo), ma il cristianesimo, che in questa parte di mondo è chiamato a fare
i conti con le proprie divisioni e contraddizioni: alla mitezza di Leone XIV,
che prega affinché “cessi il fragore delle bombe” e si ascolti “la voce dei
popoli”, si contrappone il sermone di telepredicatori statunitensi come John
Hagee, fondatore di Christians United for Israel, per il quale l’operazione
“Epic Fury” è una “favolosa vittoria militare“, “voluta da Dio”, che ci avvicina
alla “fine dei tempi”. Ma non solo. Hagee – che vanta un patrimonio di circa 5
milioni di dollari – azzarda anche la profezia su una futura “operazione Epic
Fury verso la Russia”.
La stessa linea di discorso viene adottata dal pastore battista Jack Graham, che
ha ringraziato Trump per la sua “coraggiosa leadership“, poiché “attaccando
l’Iran elimina una minaccia contro Israele, Stati Uniti e il mondo intero“. I
pastori della guerra puntano il dito contro Iran e Russia basandosi su
interpretazioni discutibili dell’Antico testamento, in particolare del Libro di
Ezechiele (capitolo 38), considerandolo un “copione letterale della Terza guerra
mondiale“. Nasce così la spinta al “sostegno incondizionato degli Usa” a Israele
e, su questa scia, il recente momento di preghiera con decine di pastori
evangelici che allo Studio Ovale hanno imposto le mani al presidente Usa Donald
Trump, implorando per la sua “protezione“. C’è anche un profondo legame tra
l’amministrazione Usa e i pastori vincolati al Christian nationalism, che vanta
l’adesione del 30% degli americani. Già durante la campagna presidenziale Usa la
Faith & Freedom Coalition ha stanziato 62 milioni di dollari per mobilitare il
voto evangelico verso Trump. Inoltre le chiese evangeliche Usa vantano
importanti esenzioni, considerate una sorta di “sussidio invisibile” che ammonta
a 71 miliardi di dollari annui.
Ma non tutte le Chiese evangeliche sono dalla parte del Tycoon. “Questa
pericolosa spirale di violenza mette milioni di civili in pericolo immediato,
mina la sicurezza regionale e minaccia la fragile stabilità economica e sociale
del Medioriente“, ha detto il segretario generale del Consiglio mondiale delle
Chiese, Jerry Pillay, che riunisce 350 denominazioni, subito dopo l’inizio del
conflitto. Nel frattempo la retorica della fine dei tempi va oltre i
telepredicatori e viene adottata dallo stesso segretario di Guerra, Pete
Hegseth, per il quale la guerra in Iran “è parte del piano divino di Dio”. Il
messaggio è giunto ai soldati Usa e, secondo il Guardian, è stato oggetto di
oltre 200 denunce giunte alla Military Religious Freedom Foundation. “Ci è stato
detto ‘Trump è stato unto (come i re, nell’antichità, ndr) da Gesù per accendere
la fiamma in Iran con la finalità di provocare l’Armageddon e facilitare il suo
ritorno sulla Terra‘”, denunciano alcuni soldati.
La versione di un “Trump che fa la volontà di Dio” non convince le Conferenze
episcopali cattoliche, là dove i vescovi Usa hanno chiesto a Washington di
“scongiurare una guerra regionale” e i presuli europei hanno esortato Bruxelles
a riscoprire la sua “vocazione originale di pace”. Inoltre i vescovi italiani
hanno convocato una Giornata di preghiera e digiuno per il prossimo venerdì 13
marzo, perché “si apra presto un cammino di pace stabile e duratura”. “La guerra
non è e non può essere la risposta”, si legge nella nota, a firma del cardinale
Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei. E ancora: “Il rumore assordante delle
armi non può soffocare la dignità e le aspirazioni dei popoli”. Altre voci
giustificano l’attacco Usa con il contrasto alla persecuzione dei cristiani a
Teheran. “Dio è all’offensiva, lottando e attirando molte persone verso sé
stesso”, è una frase attribuita da Charisma News a Lana Silk, presidente
dell’Ong Transform Iran, che parla addirittura di un “ravvivamento” cristiano
nella regione. Però i cristiani in Medioriente, pur essendo abituati alle
guerre, temono di “scomparire” in mezzo all’escalation. “Quelli rimasti qui non
hanno molta speranza”, denuncia Dilan Adamat, dell’associazione “The Return”,
che in riferimento al Kurdistan iracheno spiega a Vatican News: “Negli ultimi 25
anni abbiamo perso il 25% della popolazione”. In fondo la vecchia teoria della
“guerra preventiva”, elaborata dopo l’attentato dell’11 settembre 2001
dall’allora sottosegretario della Difesa Usa Paul D. Wolfowitz – recentemente
contestata dal segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin – era già
all’epoca ritenuta “moralmente inaccettabile”, “giuridicamente insostenibile” e
“politicamente sbagliata” dai vescovi degli Stati Uniti e d’Inghilterra e
Galles.
L'articolo Guerra in Iran, da che parte sta Dio? Cristianesimi a confronto: dal
“tacciano le armi” del Papa alle bombe su Teheran “progetto divino” dei pastori
Maga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 25 febbraio 2022 papa Francesco lasciò il Vaticano per recarsi all’ambasciata
russa. Intendeva aprire – confessò – una “finestra di dialogo” con Putin, forse
nella speranza che si ripetesse quanto Giovanni XXIII aveva reso possibile nella
crisi di Cuba del 1962: portare Usa e Urss ad un accordo in extremis.
Il miracolo non si realizzò.
Terminato il quarto anno di guerra, a Mosca circola una battuta feroce: “In tre
anni Stalin arrivò a Berlino, mentre Putin è a Pokrovsk”. La Russia ha fallito
gli obiettivi della cosiddetta “Operazione speciale”: Zelensky non è stato
rovesciato, Kyiv non è stata conquistata, l’Ucraina non è stata sottomessa e non
lo sarà mai. In questi anni la popolazione ha mostrato una resilienza
straordinaria, i militari hanno dimostrato un’efficienza, un coraggio e una
determinazione eccezionali ed è nata un’industria militare all’avanguardia nella
nuova guerra dei droni e in altri settori.
Tutto questo rende peraltro improbabili gli annunci allarmistici su ulteriori
invasioni russe. Nessuna delle parti in campo è tuttavia stata capace di vincere
quella che il politologo statunitense Ian Bremmer ha lucidamente definito una
“guerra ibrida tra Nato e Russia”.
Resterà nella storia il pesante interrogativo se non era meglio che Washington e
Londra appoggiassero i negoziati tenuti a febbraio-marzo 2022 tra russi e
ucraini, che stavano portando ad una soluzione. (No all’ingresso di Kyiv nella
Nato, nessun ostacolo per l’adesione all’Unione europea, riduzione dell’esercito
ucraino, situazione della Crimea congelata per 15 anni). Restavano aperti i
capitoli dedicati alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e i meccanismi di
difesa in caso di aggressione. Ci voleva un supplemento di pazienza e tenacia.
Invece da Londra arrivò a Kyiv il premier Boris Johnson che esortò a lasciar
perdere e combattere per mettere la Russia in ginocchio.
Lo stesso anno un progetto di pace, elaborato dall’Accademia pontificia delle
scienze sociali, fu accolto gelidamente dai governi europei e dalla Nato come un
inutile disturbo. Eppure quelle proposte erano in parte migliori di quelle sul
tavolo oggi. Fermo restando lo stop all’ingresso nella Nato e il sì all’adesione
all’Ue, l’Ucraina rimaneva in possesso del Donbass (cui dare un’autonomia
finanziaria, amministrativa e culturale tipo Alto Adige).
Il bilancio è sotto gli occhi di tutti: due milioni tra morti, feriti, dispersi.
Se Francesco aveva collocato la Santa Sede in una posizione di equidistanza,
accompagnata da un forte impegno per aiuti umanitari all’Ucraina, papa Leone si
è silenziosamente posizionato su una linea più vicina a Kyiv. In Vaticano
contano sempre le sfumature. Domenica scorsa all’Angelus Leone ha evocato la
guerra “contro l’Ucraina” e ha invitato a pregare “per il martoriato popolo
ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra” (laddove
Bergoglio citava sempre il dolore delle “mamme ucraine e delle mamme russe”.
Un’altra volta il pontefice ha tenuto a sottolineare che la “Nato non ha
cominciato nessuna guerra”. Soprattutto sul tema del cessate il fuoco Leone XIV
si è collocato vicino a Kyiv e al gruppo dei volonterosi guidati da Macron e da
Starmer. “Si giunga senza indugio a un cessate il fuoco – ha esclamato domenica
– e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.
A dire il vero in nessuna delle guerre svoltesi negli ultimi ottant’anni si è
mai avuto un cessate il fuoco di trenta o addirittura sessanta giorni prima
dell’inizio delle trattative. Al contrario, spesso si è negoziato segretamente
nel perdurare delle ostilità. Ma i governi europei si sono impuntati su questa
richiesta, anche per frenare Trump intenzionato ad affrettare un accordo di
pace.
Trump in campagna elettorale sosteneva di poter risolvere il conflitto in 48
ore. Una sbruffonata. Diceva anche che se fosse stato presidente nel 2022, la
guerra non sarebbe mai scoppiata. E ha ragione. Negli ambienti della diplomazia
vaticana – dove nulla si dimentica – si ha ben chiaro il rifiuto di Washington
nell’autunno 2021 di garantire nero su bianco a Putin che l’Ucraina non sarebbe
entrata nella Nato. Trump lo avrebbe fatto.
D’altronde non esiste il diritto astratto di una nazione ad aderire a blocchi
militari. Esistono sempre sulla scena internazionale interessi da soppesare. Per
molto meno gli Stati Uniti hanno preteso dal governo italiano (premier Meloni)
di sciogliere l’accordo commerciale “Via della seta”, stretto con la Cina.
Su un punto Francesco continua ad essere profetico: nel definire “pazzia!” la
cieca corsa agli armamenti. Non si tratta di far “vedere i denti”, disse già nel
2022, la vera risposta “non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze
politico-militari…ma un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato…
un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”. Concetto più valido
che mai nell’era della de-strutturazione trumpiana delle relazioni
internazionali.
Dal Vaticano si vede spesso lontano. Anche per Leone XIV è necessario “fare
tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. Deve
affermarsi, ha scandito recentemente, un’ “etica condivisa… capace di rendere la
pace un patrimonio custodito da tutti”.
Si riaffaccia qui un’intuizione bergogliana. Impegnarsi per un nuovo Accordo di
Helsinki globale per garantire convivenza e cooperazione tra gli stati nel XXI
secolo.
L'articolo Leone XIV è più vicino all’Ucraina ma su un punto Papa Francesco
continua ad essere profetico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Don Giovanni Gatto è il parroco della frazione aquilana di Tempera. Ha 51 anni
ed è originario del comune di Montebelluna, in provincia di Treviso. Ordinato
nel 2005, il prete ha vissuto in prima persona il terremoto dell’Aquila del 2009
e aveva denunciato le infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti per la
ricostruzione della chiesa. Dopo vent’anni di sacerdozio, Gatto ha deciso di
togliersi l’abito per cominciare una vita “normale”. Così, ha scritto una
lettera indirizzata a Papa Leone XIV per chiedere la dispensa dal ministero
sacerdotale. La missiva, inviata anche all’arcivescovo dell’Aquila, nasce da una
lunga riflessione interiore e dal desiderio di cambiare radicalmente la propria
esistenza.
Il sacerdote ha affidato a parole chiare il senso della sua scelta: “Non posso
rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia“. Per lui, il cammino
spirituale non si è mai tradotto in una perdita di fede, ma ha portato alla
consapevolezza che non poteva più conciliare i voti con la propria aspirazione
umana di avere relazioni e figli. Nella lettera, il sacerdote ha spiegato perché
ha deciso di compiere questo passo: “Per il diritto canonico è obbligatorio:
quando si chiede lo scioglimento dei voti si devono spiegare al pontefice le
motivazioni. Ma soprattutto l’ho fatto perché, dopo un lungo percorso umano,
spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non
riesco più a fare il prete e quindi a stare solo”.
Alla domanda su cosa intenda con ‘non riesco più’, don Giovanni ha risposto in
modo esplicito: “Se dovessi continuare a fare il prete dovrei avere una donna al
mio fianco. Io questo non posso farlo restando sacerdote”. Secondo il sacerdote,
il celibato, accettato in gioventù, “con gli anni è diventato un peso”.
Riferendosi alla sua vita affettiva, ha ammesso: “Sì, lo ammetto senza filtri.
Ho avuto più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute
anche mentre ero prete”, ricordando una relazione iniziata nel 2006 con una
donna della parrocchia che si è “protratta a lungo”. “E comunque non sono
l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o
con uomini“, ha aggiunto.
L'articolo “Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti
intrattengono rapporti con donne e uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può
professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”.
Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One
Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non
parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un
intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre
settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando
apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per
l’aborto”.
A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più
equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero
permettersi solo le benestanti.
Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle
donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di
gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne
all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a
una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle
donne che abortiscono.
La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto
storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo
femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato.
Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e
giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle
scelte, dalla piena cittadinanza.
Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e
femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
“Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha
chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’,
‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza
della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie
maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio,
Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su
di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la
capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica
ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa
a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.
Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli
uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza
delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione
di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.
Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il
momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle
donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni
autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.
Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per
l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando
la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.
C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello
che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito,
facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di
Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni,
i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.
Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non
vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla
contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e
alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali
Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria
degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a
sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie
sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al
massimo, qualche prudente e blando monito.
Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro
le donne secoli fa e mai interrotta.
Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il
disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale,
arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola
“consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e
autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.
Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la
legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere
maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro
e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto
camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle
donne.
La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco
della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la
Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non
si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse,
i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.
Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno
più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli
nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli
inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di
esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il
diritto di decidere se essere madri o non esserlo.
Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto
clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.
L'articolo Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra
contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV invoca la tregua olimpica in occasione dei Giochi olimpici di
Milano e Cortina, la cui cerimonia d’apertura sarà venerdì. “Queste grandi
manifestazioni sportive – ha detto il pontefice durante l’Angelus –
costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza di un
mondo in pace, è questo anche il senso della tregua olimpica. Auspico che quanti
hanno a cuore” la pace “e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa
occasione gesti concreti di distensione e di dialogo”. Ancora una settimana fa,
nell’Angelus di domenica scorsa, il Papa aveva battuto di nuovo sulla guerra in
Ucraina. “Il protrarsi delle ostilità – aveva detto -, con conseguenze sempre
più gravi per i civili, allarga la frattura dei popoli e allontana una pace
giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine
a questa guerra”. Come raccontato in questi giorni la Casa Bianca aveva chiesto
una tregua a Mosca almeno per superare il periodo più freddo. Il Cremlino aveva
poi risposto che avrebbe limitato gli attacchi ma solo fino a oggi e
limitatamente alla capitale Kiev. Papa Prevost ha ricordato tra l’altro che oggi
in Italia si celebra la Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e
dei conflitti nel mondo: “Questa iniziativa – ha detto da piazza San Pietro – è
purtroppo tragicamente attuale, ogni giorno infatti si registrano vittime civili
di azioni armate che che violano apertamente la morale e il diritto, i morti e i
feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a
questa intollerabile ingiustizia“.
Notizia in aggiornamento
L'articolo Papa Leone invoca una tregua in occasione delle Olimpiadi: “Chi ha a
cuore la pace compia gesti concreti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV ha scelto la sua abitazione. E non sarà il piano nobile
l’appartamento pontificio. Robert Prevost prenderà spazio nei locali che si
trovano tra la terza loggia (quella dell’Angelus) e il tetto del palazzo
apostolico. Qui il suo rientro è ormai questione di settimane, e la sua scelta
abitativa rispecchierebbe il suo carattere definito schivo e pragmatico.
Il piano è infatti poco visibile dall’esterno, e ha appena qualche finestrella
che spunta sopra le cornici delle finestre – queste note e molto più grosse –
del palazzo. Sarebbe una mansarda, ma in Vaticano li chiamano “soffittoni”. Come
riporta La Repubblica la questione del trasloco di Papa Leone era molto
attenzionata dai fedeli. Francesco scelse di rimanere a Casa Santa Marta, diviso
e in comunità con decine di vescovi, sacerdoti, fedeli e alle volte anche laici
di passaggio. Per molti, la sua scelta – fuori da ogni tradizione – fu un trauma
e la speranza di alcuni era quella di un ritorno alla tradizione. La volontà di
Prevost è però dettata da più fattori. Oltre al lato caratteriale e al suo
definito “pragmatismo americano” ci sarebbe anche la sua routine sportiva. Nel
sottotetto, Leone avrà a disposizione una palestra – c’è da dire piuttosto ampia
– che si affaccia sullo Ior. La camera da letto sarà da un altro lato, ma non
affaccerà su San Pietro anche per motivi di sicurezza.
Nelle stanze del nuovo appartamento, invece, a regnare è la sobrietà. In camera
c’è solo l’essenziale, e il bagno è nel corridoio. Realizzata anche una cucina,
molto austera e priva di qualsiasi componente artigianale. In alcuni locali,
tramezzi per ospitare i collaboratori e (di sicuro) i due segretari don Edgard
Iván Rimaycuna e don Marco Billeri. Vicino, ovviamente, spazio alle preghiere.
Presente e fondamentale una piccola cappella.
L'articolo Papa Leone va a vivere in mansarda: pragmatismo ma anche la sua
routine sportiva, i motivi della scelta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sin dalle prime note la domanda è “cosa diavolo hai combinato Harry?”, poi il
sound squisitamente techno pop degli anni 2000 (riascoltatevi per citarne una, i
Vampire Weekend) arriva come un sberla da cinque minuti e undici secondi per
l’esattezza. Un tempo enorme in barba a tutte le regole dei mainstream. Così
Harry Styles è tornato con “Aperture”, che anticipa l’uscita il 6 marzo del
nuovo e quarto album “Kiss All the Time. Disco, Occasionally.” (il produttore
esecutivo sarà Kid Harpoon con 12 brani inediti) con l’immagine di copertina che
ritrae Styles con enormi occhiali Anni 70 sotto una palla da discoteca sospesa.
Una dichiarazione di intenti.
“La canzone è stata l’ultima composta per l’album. – ha dichiarato in una
intervista alla BBC Radio 2 – Quindi è finita per essere una anticipazione
perfetta di ciò di cui parlava gran parte dell’album. Credo che l’apertura e il
fatto di permettere a più cose e, di conseguenza, di permettere a cose più
positive di entrare nella propria vita, abbiano avuto un ruolo importante in
questa canzone e in questo album nel suo complesso. E anche il tipo di apertura
nell’accettare le transizioni, i difetti e i propri errori, ed essere in grado
di guardare a queste cose e dire ‘ho sbagliato’ o ‘non mi sono comportato in
modo coerente con chi voglio essere’. Ed essere in grado di riconoscere queste
cose e quindi affrontare un cambiamento e apportare i cambiamenti che si
desidera apportare è più potente che negarle o rifiutarsi di cambiare del
tutto”.
E ancora: “Penso che per me, e gran parte di ciò che riguarda questo album, gli
ultimi due anni mi hanno permesso di tornare dall’altra parte dell’esperienza
con il pubblico. Penso che passare così tanto tempo in quella dinamica su un
palco sia facile dimenticare quali siano le sensazioni delle persone tra il
pubblico. E credo che la mia esperienza negli ultimi due anni sia stata quella
di essere parte del pubblico, ricordandomi quanto sia importante per le persone
stare in una stanza con degli sconosciuti, ballare, sudare e cantare e quanto
sia magica quell’esperienza. E penso che, quando non lo fai da molto tempo, è
facile pensare: ‘Sono qui per fare uno spettacolo e te lo mostrerò e tu lo
guarderai’. Mentre in realtà, penso che sia stato un buon promemoria del fatto
che stiamo facendo questo spettacolo e io potrei essere sul palco e tu potresti
essere lì, ma siamo tutti qui per la stessa cosa”.
Harry Styles ha annunciato le date del suo tour “Together, Together”: 50
concerti in sette città, tra cui sei date allo stadio di Wembley a Londra e 30
al Madison Square Garden di New York. Il “Together, Together Tour” toccherà
anche Amsterdam, San Paolo, Città del Messico, Melbourne e Sydney, tra maggio e
dicembre. L’Italia a bocca asciutta.
Tra gli ospiti speciali in date selezionate ci saranno: Robyn, Shania Twain,
Fcukers, Jorja Smith, Jamie xx, Fousheé e Skye Newman. “Sono onorato e molto
stupito che Shania Twain venga con noi. – ha detto Harry – È una persona che
musicalmente è nella mia vita da tantissimo tempo. Ricordo alcuni dei miei primi
ricordi di quando imparavo canzoni e cantavo in macchina con mia madre
ascoltando Shania Twain. Quindi per me è come un cerchio che si chiude. È
incredibile”.
“Come sarà il tour? Penso che si tratti semplicemente di divertirsi insieme – ha
dichiarato a Hits Radio – di stare con chi verrà ad ascoltarmi. Voglio che tu
viva le tue esperienze. Non si tratta tanto di ascoltarmi vivere le mie
esperienze. Sono qui anche a ballare con te”.
Durante il giro promozionale radiofonico sono emersi anche alcuni aspetti
privati di Harry, come ad esempio il suo legame profondo con la sorella Gemma,
che ha 35 anni: “Le voglio bene nel modo più bello. – ha detto a BBC Radio 2 –
Nel modo in cui mi fa sentire così meraviglioso e amato da lei. In un certo
senso che mi riempie così tanto. È come una delle mie migliori amiche perché mi
conosce meglio di chiunque altro”.
Non è un mistero che Harry Styles ami molto il nostro Paese e, infatti, è spesso
stato paparazzato a Roma. L’artista è stato visto in Piazza San Pietro durante
la proclamazione di Papa Leone XIV e ha spiegato come mai fosse lì: “Mi stavo
tagliando i capelli a Roma quando, all’improvviso, ho sentito tutta quella gente
iniziare a gridare: “Habemus Papam, Habemus Papam!” e anche il parrucchiere si è
fermato! Correvano all’impazzata per strada. Mi sono unito. È stato pazzesco!”.
L'articolo Harry Styles dà una sberla di cinque minuti con “Aperture” e ricorda
quando Papa Leone è stato eletto: “Mi stavo tagliando i capelli e sono corso in
Vaticano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il pontificato di Prevost comincia adesso. Chiusa la Porta Santa, e senza più la
pletora degli appuntamenti giubilari, Leone XIV può dedicarsi ai grandi
obiettivi del suo governo: il rilancio della curia nel suo ruolo di
istituzione-guida di una realtà molto variegata comprendente un miliardo e
quattrocento milioni di fedeli, la razionalizzazione delle riforme di papa
Francesco, la ricucitura delle spaccature prodottesi durante la lunga guerra
civile scatenata dagli ultraconservatori anti-Bergoglio, l’impegno a far sì che
il cattolicesimo mantenga una capacità “attrattiva” (copyright Benedetto XIV) in
un mondo in rapidissima trasformazione tecnologica, sociale e culturale.
Nei mesi passati Leone ha preso alcune decisioni importanti. Ha nominato a capo
della commissione vaticana sugli abusi una personalità rigorosa come il vescovo
Thibault Verny, già responsabile del medesimo organismo in Francia. Ha scelto
come prefetto del dicastero dei Vescovi l’arcivescovo Filippo Iannone con una
solida esperienza giuridica e gestionale: esprimendo la volontà di procedere con
grande cura alla nomina dei futuri vescovi. Infine Prevost ha nominato suor
Tiziana Merletti segretario del dicastero per i Religiosi (Istituti di vita
consacrata), proseguendo la linea di Francesco: donne in funzioni apicali nella
curia romana.
Non c’è dubbio che ora inizia la fase in cui Prevost comincerà gradualmente a
scegliere la sua squadra ai vertici della curia. In cima ai suoi pensieri sta
tuttavia l’urgenza di modellare una comunità ecclesiale capace di muoversi con
convinzione e senza estreme divisioni nell’epoca attuale.
Il 6 gennaio è terminato il Giubileo, il 7 e l’8 gennaio Leone XIV ha riunito i
cardinali di tutto il mondo in un concistoro straordinario, una “riunione di
lavoro” che d’ora in poi avrà carattere annuale potendo anche durare tre-quattro
giorni. L’iniziativa nasce da una precisa richiesta emersa durante le riunioni
precedenti il conclave del maggio scorso. Proprio perché Francesco aveva
ampliato in maniera considerevole il ventaglio dei paesi da cui provengono i
porporati, costoro avevano domandato di partecipare di più alle scelte dei
pontefici rimediando alla conduzione verticistica di Bergoglio.
La cosa notevole è che i temi scelti direttamente dai 170 cardinali presenti
sono stati “Evangelizzazione e missionarietà della Chiesa” e “Sinodo e
sinodalità”. In altre parole due temi fondamentali del pontificato bergogliano
con un esplicito e insistito riferimento (sia da parte dei porporati sia da
parte di Leone) al primo documento di indirizzo del governo di Francesco:
l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Mai era accaduto nei pontificati del
passato che un nuovo papa ponesse in maniera così esplicita come base
programmatica del suo governo un documento del predecessore. Segno che il
progetto di una “Chiesa in uscita”, inclusiva, non clericale e fortemente
partecipativa – quale è stato posto sul tavolo da Francesco – corrispondeva e
corrisponde alle esigenze dei tempi.
Lo stesso vale per le tematiche relative a “Sinodo e sinodalità”, termini
certamente ostici per l’uomo della strada ma che esprimono l’esigenza di
trasformare la Chiesa cattolica da organismo centralizzato di tipo autoritario,
quasi militaresco, in una comunità in cui decisioni e indirizzi e governo non
vengono affidati esclusivamente a papi-monarchi e vescovi-principi ma sono
frutto di un impegno comunitario a cui partecipano tutte le componenti del
“popolo di Dio”: sacerdoti e religiosi, diaconi e laici, uomini e donne.
Che papa Leone imposti il suo pontificato su questo progetto, destinato a
culminare nel 2028 (come auspicava Francesco) in una Assemblea ecclesiale
mondiale è il segno più evidente della sconfitta in conclave delle forze
conservatrici, che oggi annaspano in mancanza di valide idee-guida e di
“rimproveri” da poter scagliare contro Leone, che nel suo agire rivela una forte
spiritualità, un forte senso delle istituzioni, un forte desiderio di lavoro
collegiale superando polarizzazioni. “Sono qui per ascoltare e per imparare a
lavorare insieme”, ha detto Prevost aprendo il concistoro straordinario.
Difficile quindi accusare il papa (come accadeva ai tempi di Bergoglio) di
procedere “per strappi” e prendendo decisioni solitarie.
Una nuova riunione generale dei cardinali di tutto il mondo è già stata
programmata per il 27-28 giugno. Probabilmente lo strumento andrà affinato.
Questa volta è stato seguito il metodo degli ultimi sinodi. Venti tavoli a cui
erano seduti i porporati (11 tavoli di cardinali non elettori, 9 tavoli di
cardinali elettori). Tre minuti concessi ad ognuno per un intervento iniziale e
altri tre minuti per un intervento di ritorno. Un’ottima maniera per conoscersi
e per esprimersi tutti quanti, un metodo valido per setacciare i problemi ed
arrivare ad una prima cernita, ma che non può sostituire la dinamica
assembleare. La parola Chiesa viene dal greco “ekklesia”, l’assemblea, e sinodi
e i grandi concili – a partire da quello di Nicea – sono stati il frutto di un
dibattito, anche rovente, di fronte alla platea riunita dei votanti.
E’ una prima critica emersa nel mondo cattolico. Insieme alla richiesta che i
documenti dei gruppi di lavoro siano resi pubblici. “Sinodo” è un’altra parola
greca, significa camminare insieme e sempre più nel laicato cattolico è diffusa
la richiesta di “conoscere insieme” ciò di cui si discute agli alti livelli.
L'articolo Il pontificato di Prevost comincia adesso, finito il Giubileo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Maria Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana e vincitrice del premio Nobel per la pace 2025. Un
incontro a sorpresa, che è stato reso noto nel bollettino ufficiale diffuso
dalla sala stampa della Santa Sede che citava Machado tra le persone ricevute
dal pontefice. È avvenuto nella mattinata del 12 gennaio e si è svolto nel
Palazzo Apostolico del Vaticano. Al momento non sono stati diffusi dalla Santa
Sede ulteriori dettagli sull’incontro ma solo alcune fotografie dell’evento.
Machado, vestita di nero e con un rosario al collo, si è intrattenuta in un
colloquio col Pontefice tra sorrisi e stratta di mano. Da quanto si evince dagli
scatti, il faccia a faccia tra il Pontefice e Machado è avvenuto nella
Biblioteca privata. L’incontro si è svolto al termine di una giornata per Leone
ricca di udienze private. Tra gli altri ricevuti dal Papa, figurano anche i
capitani reggenti della Repubblica di San Marino, il cardinale Rolandas
Makrickas e Davide Prosperi, il presidente di Comunione e Liberazione, oltre ad
altri rappresentanti ecclesiastici e internazionali.
In merito alla crisi venezuelana, nell’Angelus del 4 gennaio scorso Prevost
aveva dichiarato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra
ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere
cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese”. Un appello
rinnovato il 9 gennaio, quando in occasione dell’udienza ai membri del Corpo
diplomatico aveva invitato la comunità internazionale a “rispettare la volontà
del popolo venezuelano” per “costruire una società fondata sulla giustizia,
sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave
crisi che affligge il Paese da molti anni”.
Machado, ex deputata dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione all’ex
presidente Nicolás Maduro, è stata insignita del Nobel a ottobre del 2025:
assente durante la cerimonia di premiazione, era apparsa a Oslo il giorno
successivo dopo undici mesi di clandestinità. Dopo i raid statunitensi e la
cattura di Maduro, Machado non ha comumque trovato spazio politico: il Paese è
infatti passato alla guida di Delcy Rodríguez, vice di Maduro. Nei prossimi
giorni, la politica venezuelana incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca e per
l’occasione ha dichiarato di voler offrire il suo Nobel al presidente Usa, ma è
stata frenata dal Comitato del premio. “La stimo, ma non ha abbastanza sostegno
nel Paese per poterlo guidare”, avevo detto Trump parlando di Machado dopo
l’attacco in Venezuela.
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venezuelana Maria Corina Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.