Don Giovanni Gatto è il parroco della frazione aquilana di Tempera. Ha 51 anni
ed è originario del comune di Montebelluna, in provincia di Treviso. Ordinato
nel 2005, il prete ha vissuto in prima persona il terremoto dell’Aquila del 2009
e aveva denunciato le infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti per la
ricostruzione della chiesa. Dopo vent’anni di sacerdozio, Gatto ha deciso di
togliersi l’abito per cominciare una vita “normale”. Così, ha scritto una
lettera indirizzata a Papa Leone XIV per chiedere la dispensa dal ministero
sacerdotale. La missiva, inviata anche all’arcivescovo dell’Aquila, nasce da una
lunga riflessione interiore e dal desiderio di cambiare radicalmente la propria
esistenza.
Il sacerdote ha affidato a parole chiare il senso della sua scelta: “Non posso
rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia“. Per lui, il cammino
spirituale non si è mai tradotto in una perdita di fede, ma ha portato alla
consapevolezza che non poteva più conciliare i voti con la propria aspirazione
umana di avere relazioni e figli. Nella lettera, il sacerdote ha spiegato perché
ha deciso di compiere questo passo: “Per il diritto canonico è obbligatorio:
quando si chiede lo scioglimento dei voti si devono spiegare al pontefice le
motivazioni. Ma soprattutto l’ho fatto perché, dopo un lungo percorso umano,
spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non
riesco più a fare il prete e quindi a stare solo”.
Alla domanda su cosa intenda con ‘non riesco più’, don Giovanni ha risposto in
modo esplicito: “Se dovessi continuare a fare il prete dovrei avere una donna al
mio fianco. Io questo non posso farlo restando sacerdote”. Secondo il sacerdote,
il celibato, accettato in gioventù, “con gli anni è diventato un peso”.
Riferendosi alla sua vita affettiva, ha ammesso: “Sì, lo ammetto senza filtri.
Ho avuto più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute
anche mentre ero prete”, ricordando una relazione iniziata nel 2006 con una
donna della parrocchia che si è “protratta a lungo”. “E comunque non sono
l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o
con uomini“, ha aggiunto.
L'articolo “Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti
intrattengono rapporti con donne e uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può
professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”.
Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One
Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non
parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un
intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre
settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando
apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per
l’aborto”.
A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più
equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero
permettersi solo le benestanti.
Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle
donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di
gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne
all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a
una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle
donne che abortiscono.
La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto
storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo
femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato.
Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e
giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle
scelte, dalla piena cittadinanza.
Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e
femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
“Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha
chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’,
‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza
della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie
maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio,
Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su
di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la
capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica
ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa
a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.
Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli
uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza
delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione
di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.
Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il
momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle
donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni
autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.
Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per
l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando
la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.
C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello
che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito,
facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di
Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni,
i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.
Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non
vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla
contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e
alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali
Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria
degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a
sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie
sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al
massimo, qualche prudente e blando monito.
Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro
le donne secoli fa e mai interrotta.
Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il
disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale,
arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola
“consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e
autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.
Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la
legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere
maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro
e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto
camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle
donne.
La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco
della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la
Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non
si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse,
i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.
Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno
più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli
nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli
inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di
esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il
diritto di decidere se essere madri o non esserlo.
Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto
clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.
L'articolo Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra
contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV invoca la tregua olimpica in occasione dei Giochi olimpici di
Milano e Cortina, la cui cerimonia d’apertura sarà venerdì. “Queste grandi
manifestazioni sportive – ha detto il pontefice durante l’Angelus –
costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza di un
mondo in pace, è questo anche il senso della tregua olimpica. Auspico che quanti
hanno a cuore” la pace “e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa
occasione gesti concreti di distensione e di dialogo”. Ancora una settimana fa,
nell’Angelus di domenica scorsa, il Papa aveva battuto di nuovo sulla guerra in
Ucraina. “Il protrarsi delle ostilità – aveva detto -, con conseguenze sempre
più gravi per i civili, allarga la frattura dei popoli e allontana una pace
giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine
a questa guerra”. Come raccontato in questi giorni la Casa Bianca aveva chiesto
una tregua a Mosca almeno per superare il periodo più freddo. Il Cremlino aveva
poi risposto che avrebbe limitato gli attacchi ma solo fino a oggi e
limitatamente alla capitale Kiev. Papa Prevost ha ricordato tra l’altro che oggi
in Italia si celebra la Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e
dei conflitti nel mondo: “Questa iniziativa – ha detto da piazza San Pietro – è
purtroppo tragicamente attuale, ogni giorno infatti si registrano vittime civili
di azioni armate che che violano apertamente la morale e il diritto, i morti e i
feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a
questa intollerabile ingiustizia“.
Notizia in aggiornamento
L'articolo Papa Leone invoca una tregua in occasione delle Olimpiadi: “Chi ha a
cuore la pace compia gesti concreti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV ha scelto la sua abitazione. E non sarà il piano nobile
l’appartamento pontificio. Robert Prevost prenderà spazio nei locali che si
trovano tra la terza loggia (quella dell’Angelus) e il tetto del palazzo
apostolico. Qui il suo rientro è ormai questione di settimane, e la sua scelta
abitativa rispecchierebbe il suo carattere definito schivo e pragmatico.
Il piano è infatti poco visibile dall’esterno, e ha appena qualche finestrella
che spunta sopra le cornici delle finestre – queste note e molto più grosse –
del palazzo. Sarebbe una mansarda, ma in Vaticano li chiamano “soffittoni”. Come
riporta La Repubblica la questione del trasloco di Papa Leone era molto
attenzionata dai fedeli. Francesco scelse di rimanere a Casa Santa Marta, diviso
e in comunità con decine di vescovi, sacerdoti, fedeli e alle volte anche laici
di passaggio. Per molti, la sua scelta – fuori da ogni tradizione – fu un trauma
e la speranza di alcuni era quella di un ritorno alla tradizione. La volontà di
Prevost è però dettata da più fattori. Oltre al lato caratteriale e al suo
definito “pragmatismo americano” ci sarebbe anche la sua routine sportiva. Nel
sottotetto, Leone avrà a disposizione una palestra – c’è da dire piuttosto ampia
– che si affaccia sullo Ior. La camera da letto sarà da un altro lato, ma non
affaccerà su San Pietro anche per motivi di sicurezza.
Nelle stanze del nuovo appartamento, invece, a regnare è la sobrietà. In camera
c’è solo l’essenziale, e il bagno è nel corridoio. Realizzata anche una cucina,
molto austera e priva di qualsiasi componente artigianale. In alcuni locali,
tramezzi per ospitare i collaboratori e (di sicuro) i due segretari don Edgard
Iván Rimaycuna e don Marco Billeri. Vicino, ovviamente, spazio alle preghiere.
Presente e fondamentale una piccola cappella.
L'articolo Papa Leone va a vivere in mansarda: pragmatismo ma anche la sua
routine sportiva, i motivi della scelta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sin dalle prime note la domanda è “cosa diavolo hai combinato Harry?”, poi il
sound squisitamente techno pop degli anni 2000 (riascoltatevi per citarne una, i
Vampire Weekend) arriva come un sberla da cinque minuti e undici secondi per
l’esattezza. Un tempo enorme in barba a tutte le regole dei mainstream. Così
Harry Styles è tornato con “Aperture”, che anticipa l’uscita il 6 marzo del
nuovo e quarto album “Kiss All the Time. Disco, Occasionally.” (il produttore
esecutivo sarà Kid Harpoon con 12 brani inediti) con l’immagine di copertina che
ritrae Styles con enormi occhiali Anni 70 sotto una palla da discoteca sospesa.
Una dichiarazione di intenti.
“La canzone è stata l’ultima composta per l’album. – ha dichiarato in una
intervista alla BBC Radio 2 – Quindi è finita per essere una anticipazione
perfetta di ciò di cui parlava gran parte dell’album. Credo che l’apertura e il
fatto di permettere a più cose e, di conseguenza, di permettere a cose più
positive di entrare nella propria vita, abbiano avuto un ruolo importante in
questa canzone e in questo album nel suo complesso. E anche il tipo di apertura
nell’accettare le transizioni, i difetti e i propri errori, ed essere in grado
di guardare a queste cose e dire ‘ho sbagliato’ o ‘non mi sono comportato in
modo coerente con chi voglio essere’. Ed essere in grado di riconoscere queste
cose e quindi affrontare un cambiamento e apportare i cambiamenti che si
desidera apportare è più potente che negarle o rifiutarsi di cambiare del
tutto”.
E ancora: “Penso che per me, e gran parte di ciò che riguarda questo album, gli
ultimi due anni mi hanno permesso di tornare dall’altra parte dell’esperienza
con il pubblico. Penso che passare così tanto tempo in quella dinamica su un
palco sia facile dimenticare quali siano le sensazioni delle persone tra il
pubblico. E credo che la mia esperienza negli ultimi due anni sia stata quella
di essere parte del pubblico, ricordandomi quanto sia importante per le persone
stare in una stanza con degli sconosciuti, ballare, sudare e cantare e quanto
sia magica quell’esperienza. E penso che, quando non lo fai da molto tempo, è
facile pensare: ‘Sono qui per fare uno spettacolo e te lo mostrerò e tu lo
guarderai’. Mentre in realtà, penso che sia stato un buon promemoria del fatto
che stiamo facendo questo spettacolo e io potrei essere sul palco e tu potresti
essere lì, ma siamo tutti qui per la stessa cosa”.
Harry Styles ha annunciato le date del suo tour “Together, Together”: 50
concerti in sette città, tra cui sei date allo stadio di Wembley a Londra e 30
al Madison Square Garden di New York. Il “Together, Together Tour” toccherà
anche Amsterdam, San Paolo, Città del Messico, Melbourne e Sydney, tra maggio e
dicembre. L’Italia a bocca asciutta.
Tra gli ospiti speciali in date selezionate ci saranno: Robyn, Shania Twain,
Fcukers, Jorja Smith, Jamie xx, Fousheé e Skye Newman. “Sono onorato e molto
stupito che Shania Twain venga con noi. – ha detto Harry – È una persona che
musicalmente è nella mia vita da tantissimo tempo. Ricordo alcuni dei miei primi
ricordi di quando imparavo canzoni e cantavo in macchina con mia madre
ascoltando Shania Twain. Quindi per me è come un cerchio che si chiude. È
incredibile”.
“Come sarà il tour? Penso che si tratti semplicemente di divertirsi insieme – ha
dichiarato a Hits Radio – di stare con chi verrà ad ascoltarmi. Voglio che tu
viva le tue esperienze. Non si tratta tanto di ascoltarmi vivere le mie
esperienze. Sono qui anche a ballare con te”.
Durante il giro promozionale radiofonico sono emersi anche alcuni aspetti
privati di Harry, come ad esempio il suo legame profondo con la sorella Gemma,
che ha 35 anni: “Le voglio bene nel modo più bello. – ha detto a BBC Radio 2 –
Nel modo in cui mi fa sentire così meraviglioso e amato da lei. In un certo
senso che mi riempie così tanto. È come una delle mie migliori amiche perché mi
conosce meglio di chiunque altro”.
Non è un mistero che Harry Styles ami molto il nostro Paese e, infatti, è spesso
stato paparazzato a Roma. L’artista è stato visto in Piazza San Pietro durante
la proclamazione di Papa Leone XIV e ha spiegato come mai fosse lì: “Mi stavo
tagliando i capelli a Roma quando, all’improvviso, ho sentito tutta quella gente
iniziare a gridare: “Habemus Papam, Habemus Papam!” e anche il parrucchiere si è
fermato! Correvano all’impazzata per strada. Mi sono unito. È stato pazzesco!”.
L'articolo Harry Styles dà una sberla di cinque minuti con “Aperture” e ricorda
quando Papa Leone è stato eletto: “Mi stavo tagliando i capelli e sono corso in
Vaticano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il pontificato di Prevost comincia adesso. Chiusa la Porta Santa, e senza più la
pletora degli appuntamenti giubilari, Leone XIV può dedicarsi ai grandi
obiettivi del suo governo: il rilancio della curia nel suo ruolo di
istituzione-guida di una realtà molto variegata comprendente un miliardo e
quattrocento milioni di fedeli, la razionalizzazione delle riforme di papa
Francesco, la ricucitura delle spaccature prodottesi durante la lunga guerra
civile scatenata dagli ultraconservatori anti-Bergoglio, l’impegno a far sì che
il cattolicesimo mantenga una capacità “attrattiva” (copyright Benedetto XIV) in
un mondo in rapidissima trasformazione tecnologica, sociale e culturale.
Nei mesi passati Leone ha preso alcune decisioni importanti. Ha nominato a capo
della commissione vaticana sugli abusi una personalità rigorosa come il vescovo
Thibault Verny, già responsabile del medesimo organismo in Francia. Ha scelto
come prefetto del dicastero dei Vescovi l’arcivescovo Filippo Iannone con una
solida esperienza giuridica e gestionale: esprimendo la volontà di procedere con
grande cura alla nomina dei futuri vescovi. Infine Prevost ha nominato suor
Tiziana Merletti segretario del dicastero per i Religiosi (Istituti di vita
consacrata), proseguendo la linea di Francesco: donne in funzioni apicali nella
curia romana.
Non c’è dubbio che ora inizia la fase in cui Prevost comincerà gradualmente a
scegliere la sua squadra ai vertici della curia. In cima ai suoi pensieri sta
tuttavia l’urgenza di modellare una comunità ecclesiale capace di muoversi con
convinzione e senza estreme divisioni nell’epoca attuale.
Il 6 gennaio è terminato il Giubileo, il 7 e l’8 gennaio Leone XIV ha riunito i
cardinali di tutto il mondo in un concistoro straordinario, una “riunione di
lavoro” che d’ora in poi avrà carattere annuale potendo anche durare tre-quattro
giorni. L’iniziativa nasce da una precisa richiesta emersa durante le riunioni
precedenti il conclave del maggio scorso. Proprio perché Francesco aveva
ampliato in maniera considerevole il ventaglio dei paesi da cui provengono i
porporati, costoro avevano domandato di partecipare di più alle scelte dei
pontefici rimediando alla conduzione verticistica di Bergoglio.
La cosa notevole è che i temi scelti direttamente dai 170 cardinali presenti
sono stati “Evangelizzazione e missionarietà della Chiesa” e “Sinodo e
sinodalità”. In altre parole due temi fondamentali del pontificato bergogliano
con un esplicito e insistito riferimento (sia da parte dei porporati sia da
parte di Leone) al primo documento di indirizzo del governo di Francesco:
l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Mai era accaduto nei pontificati del
passato che un nuovo papa ponesse in maniera così esplicita come base
programmatica del suo governo un documento del predecessore. Segno che il
progetto di una “Chiesa in uscita”, inclusiva, non clericale e fortemente
partecipativa – quale è stato posto sul tavolo da Francesco – corrispondeva e
corrisponde alle esigenze dei tempi.
Lo stesso vale per le tematiche relative a “Sinodo e sinodalità”, termini
certamente ostici per l’uomo della strada ma che esprimono l’esigenza di
trasformare la Chiesa cattolica da organismo centralizzato di tipo autoritario,
quasi militaresco, in una comunità in cui decisioni e indirizzi e governo non
vengono affidati esclusivamente a papi-monarchi e vescovi-principi ma sono
frutto di un impegno comunitario a cui partecipano tutte le componenti del
“popolo di Dio”: sacerdoti e religiosi, diaconi e laici, uomini e donne.
Che papa Leone imposti il suo pontificato su questo progetto, destinato a
culminare nel 2028 (come auspicava Francesco) in una Assemblea ecclesiale
mondiale è il segno più evidente della sconfitta in conclave delle forze
conservatrici, che oggi annaspano in mancanza di valide idee-guida e di
“rimproveri” da poter scagliare contro Leone, che nel suo agire rivela una forte
spiritualità, un forte senso delle istituzioni, un forte desiderio di lavoro
collegiale superando polarizzazioni. “Sono qui per ascoltare e per imparare a
lavorare insieme”, ha detto Prevost aprendo il concistoro straordinario.
Difficile quindi accusare il papa (come accadeva ai tempi di Bergoglio) di
procedere “per strappi” e prendendo decisioni solitarie.
Una nuova riunione generale dei cardinali di tutto il mondo è già stata
programmata per il 27-28 giugno. Probabilmente lo strumento andrà affinato.
Questa volta è stato seguito il metodo degli ultimi sinodi. Venti tavoli a cui
erano seduti i porporati (11 tavoli di cardinali non elettori, 9 tavoli di
cardinali elettori). Tre minuti concessi ad ognuno per un intervento iniziale e
altri tre minuti per un intervento di ritorno. Un’ottima maniera per conoscersi
e per esprimersi tutti quanti, un metodo valido per setacciare i problemi ed
arrivare ad una prima cernita, ma che non può sostituire la dinamica
assembleare. La parola Chiesa viene dal greco “ekklesia”, l’assemblea, e sinodi
e i grandi concili – a partire da quello di Nicea – sono stati il frutto di un
dibattito, anche rovente, di fronte alla platea riunita dei votanti.
E’ una prima critica emersa nel mondo cattolico. Insieme alla richiesta che i
documenti dei gruppi di lavoro siano resi pubblici. “Sinodo” è un’altra parola
greca, significa camminare insieme e sempre più nel laicato cattolico è diffusa
la richiesta di “conoscere insieme” ciò di cui si discute agli alti livelli.
L'articolo Il pontificato di Prevost comincia adesso, finito il Giubileo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Maria Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana e vincitrice del premio Nobel per la pace 2025. Un
incontro a sorpresa, che è stato reso noto nel bollettino ufficiale diffuso
dalla sala stampa della Santa Sede che citava Machado tra le persone ricevute
dal pontefice. È avvenuto nella mattinata del 12 gennaio e si è svolto nel
Palazzo Apostolico del Vaticano. Al momento non sono stati diffusi dalla Santa
Sede ulteriori dettagli sull’incontro ma solo alcune fotografie dell’evento.
Machado, vestita di nero e con un rosario al collo, si è intrattenuta in un
colloquio col Pontefice tra sorrisi e stratta di mano. Da quanto si evince dagli
scatti, il faccia a faccia tra il Pontefice e Machado è avvenuto nella
Biblioteca privata. L’incontro si è svolto al termine di una giornata per Leone
ricca di udienze private. Tra gli altri ricevuti dal Papa, figurano anche i
capitani reggenti della Repubblica di San Marino, il cardinale Rolandas
Makrickas e Davide Prosperi, il presidente di Comunione e Liberazione, oltre ad
altri rappresentanti ecclesiastici e internazionali.
In merito alla crisi venezuelana, nell’Angelus del 4 gennaio scorso Prevost
aveva dichiarato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra
ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere
cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese”. Un appello
rinnovato il 9 gennaio, quando in occasione dell’udienza ai membri del Corpo
diplomatico aveva invitato la comunità internazionale a “rispettare la volontà
del popolo venezuelano” per “costruire una società fondata sulla giustizia,
sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave
crisi che affligge il Paese da molti anni”.
Machado, ex deputata dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione all’ex
presidente Nicolás Maduro, è stata insignita del Nobel a ottobre del 2025:
assente durante la cerimonia di premiazione, era apparsa a Oslo il giorno
successivo dopo undici mesi di clandestinità. Dopo i raid statunitensi e la
cattura di Maduro, Machado non ha comumque trovato spazio politico: il Paese è
infatti passato alla guida di Delcy Rodríguez, vice di Maduro. Nei prossimi
giorni, la politica venezuelana incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca e per
l’occasione ha dichiarato di voler offrire il suo Nobel al presidente Usa, ma è
stata frenata dal Comitato del premio. “La stimo, ma non ha abbastanza sostegno
nel Paese per poterlo guidare”, avevo detto Trump parlando di Machado dopo
l’attacco in Venezuela.
L'articolo Papa Leone ha ricevuto in Vaticano la leader dell’opposizione
venezuelana Maria Corina Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come suono di sirena nella nebbia le parole di papa Leone hanno lanciato
l’allarme sul punto cruciale della vicenda venezuelana. Che non consiste nella
ripulsa della dittatura di Maduro ma nella forma del tutto inedita e inaspettata
con cui è stato aggredito il Paese. Diversamente dal balbettio della maggioranza
degli Stati europei, il pontefice ha messo al primo posto la salvaguardia della
“sovranità” del Venezuela. Bisogna intraprendere cammini di giustizia e di pace,
ha detto il pontefice, “garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato
di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di
ognuno e di tutti”.
L’Osservatore Romano ha ripreso il concetto in prima pagina a lettere cubitali:
“Garantire la sovranità e superare la violenza”. Un ulteriore articolo è stato
titolato “Trump rivendica il controllo del Venezuela e minaccia altri Paesi”. Un
esplicito segnale a non sottovalutare la gravità della linea seguita dalla
presidenza statunitense. Con una netta differenza rispetto all’equilibrismo
scelto dalla presidente Meloni e da molti governi europei dinanzi al sequestro
di Maduro (tranne la secca condanna espressa dalla Spagna). Ponendo in primo
piano la questione del rispetto della sovranità del Venezuela, la Santa Sede
spinge a focalizzare l’attenzione sul mutamento dello scenario geopolitico, che
si evidenzia nell’azione di Donald Trump.
Diceva papa Francesco – primo a suo tempo nel denunciare il pericolo
rappresentato dai movimenti populisti sovranisti intrinsecamente di stampo
autoritario – che non stiamo vivendo un’epoca di cambiamento ma un “cambio di
epoca”. Una fase storica dai paradigmi completamente nuovi. Ed è quello che sta
esattamente avvenendo sulla scena internazionale con l’avvento di un
unilateralismo senza regole.
Tre segni caratterizzano l’operazione lanciata da Trump.
1. Non c’è nessun richiamo (nemmeno fittizio) ad un presunto interesse generale:
l’esportazione della democrazia, per dire. Il presidente americano parla invece
del “petrolio che ci hanno rubato” oltre ad affibbiare a Maduro l’epiteto
fantasioso di narcoterrorista.
2. Non c’è stato alcun tentativo di assicurarsi una legittimazione
internazionale da parte delle Nazioni Unite (come Bush jr. e Blair tentarono di
fare – invano – alla vigilia dell’invasione dell’Iraq).
3. Non c’è alcun rispetto per il protagonismo del popolo dello Stato attaccato.
(In Afghanistan e in Iraq si tentava di inventare una nuova classe dirigente).
Qui Trump annuncia a chiare lettere che gli Stati Uniti “gestiranno” (to run) il
Paese in attesa di una nebulosa transizione democratica, di cui si riserva di
decidere i tempi. E’ lo stesso metodo proprietario inaugurato con il cosiddetto
piano di pace per Gaza dove la guida è affidata ad un comitato direttivo
presieduto dallo stesso Trump: in maniera totalmente personalistica, lasciando
volutamente in secondo, terzo, quarto piano la possibilità di una rappresentanza
palestinese.
In altre parole sono saltati i parametri (magari ipocriti) di un sistema di
regole multilaterale. Si fa avanti invece, secondo l’indovinata espressione di
Le Monde, un “imperialismo predatorio”. Il documento sulla Strategia di
sicurezza nazionale Usa è più che eloquente. Suonano profetiche allora, e
lungimiranti, le parole di papa Bergoglio, che auspicava una nuova Conferenza di
Helsinki formato 2000 per portare ad un tavolo vecchi e nuovi protagonisti (il
Sud Globale) della scena internazionale per concordare nuove regole di
convivenza e cooperazione planetaria.
L’alternativa è il sistema che ha in mente Trump: un mondo, in cui un gruppo
ristretto di capibastone si spartiscono sfere di dominio mentre gli Stati minori
sono schiacciati e costretti all’ubbidienza dalla potenza militare ed economica
dei Grandi Boss.
La domanda è quale destino sarà riservato in questo nuovo sistema mondiale
all’Europa. L’enfasi con cui il Vaticano nella vicenda venezuelana sottolinea
l’importanza del concetto di “sovranità” dovrebbe suonare come un campanello
d’allarme per l’Unione Europea, che finge di non capire, che fatica a respingere
duramente e compattamente – al di là della parziale risposta da parte dei
“volonterosi” di Parigi –l’esplicita volontà di Trump di annettersi la
Groenlandia. L’ora attuale vede un’Europa che non riesce a programmare il
proprio futuro, limitandosi al ridicolo piano Von der Leyen sul riarmo
frammentato e disordinato degli stati membri.
“Il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo o eliminando i
fratelli”, ha ricordato Leone nella prima messa del nuovo anno. Per l’Europa il
futuro può consistere solo nel divenire adulta, proiettandosi verso un sistema
federale, segnato da una forte accelerazione nello sviluppo comune delle nuove
tecnologie e dotato di una comune deterrenza, incluso un esercito integrato.
E’ la premessa per poter trattare pragmaticamente con Stati Uniti, Russia e
Cina, provando a ricostruire un nuovo sistema internazionale multilaterale.
L’umiliante esito della vicenda dei dazi imposti da Trump dovrebbe avere
insegnato qualcosa.
Perché un fatto è certo: il sovranismo in dimensione nazionale non porta da
nessuna parte e semmai – come dimostra il comunicato azzeccagarbugli del governo
Meloni sull’attacco al Venezuela – maschera la subalternità ad altri sovrani.
L'articolo L’insistenza di Papa Leone sulla ‘sovranità’ del Venezuela dev’essere
un campanello d’allarme per l’Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
Leone XIV ha chiuso il Giubileo della speranza indetto e aperto da Papa
Francesco. Prevost, come aveva stabilito Bergoglio nella bolla di indizione
dell’Anno Santo del 2025, Spes non confundit, ha chiuso l’ultima Porta Santa,
quella della Basilica Vaticana. Un Giubileo ordinario che rimane nella storia
soprattutto per il cambio di pontificato avvenuto durante questi mesi. Prima del
2025, infatti, solo nel 1700 si era verificata una Sede Vacante durante l’Anno
Santo. Il Giubileo fu aperto da Innocenzo XII, che poi morì, e venne chiuso da
Clemente XI. Oltre 33 milioni i pellegrini provenienti da 185 Paesi che sono
arrivati a Roma dal 24 dicembre 2024, giorno di apertura del Giubileo, al 6
gennaio 2026. Numeri più alti delle previsioni che ipotizzavano 31 milioni di
fedeli. La stragrande maggioranza dei pellegrini, ovviamente, è arrivata
dall’Italia, il 36%. Al secondo posto, con il 12%, si sono classificati i fedeli
degli Stati Uniti d’America, Paese natale di Prevost. Sono stati 35 i grandi
eventi dell’Anno Santo. Il culmine è stato sicuramente il Giubileo dei giovani
con un milione di ragazzi a Tor Vergata che hanno simbolicamente abbracciato il
nuovo Papa.
Alla cerimonia di chiusura della Porta Santa di San Pietro l’Italia era
rappresentata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accompagnato
dalla figlia Laura. Subito dopo aver chiuso il Giubileo, Leone XIV, nella
Basilica Vaticana, ha presieduto la messa della solennità dell’Epifania. Nella
sua omelia, Prevost ha tracciato un bilancio dell’Anno Santo, pensando
soprattutto “a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino
colpire il nuovo che Dio ha in serbo per tutti. Amare la pace, cercare la pace,
significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo,
delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a
trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la
sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato
il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e
l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere
nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un
vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”.
Interrogativi che Leone XIV ha rivolto innanzitutto alla Chiesa. “La Porta Santa
di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, – ha affermato il Papa –
ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza,
in cammino verso la città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova. Chi
erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine
dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più
ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la
soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione,
quale corrispondenza? Sì, i magi esistono ancora. Sono persone che accettano la
sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come
il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di
andare, di cercare”.
Prevost ha ricordato che “siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a
non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo
suscita. È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani
come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel
Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i magi adorarono. Luoghi santi come
le cattedrali, le basiliche, i santuari, divenuti meta di pellegrinaggio
giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile
che un altro mondo è iniziato”.
Parole cariche di speranza, come è stato il tema scelto da Francesco per il
Giubileo. Ma Leone XIV ha guardato soprattutto al futuro, consapevole che, con
la chiusura dell’Anno Santo, termina anche l’agenda del pontificato del suo
immediato predecessore, da lui totalmente ereditata, e iniziano finalmente le
pagine bianche che dovrà scrivere nei prossimi anni di governo. Non a caso il
Papa terrà il primo concistoro straordinario del suo pontificato subito dopo la
chiusura del Giubileo, il 7 e l’8 gennaio 2026, per discutere in modo collegiale
del governo della Chiesa. Una richiesta emersa con forza nelle dodici
congregazioni generali dei cardinali che hanno preceduto il conclave che ha
eletto Prevost. Diversi i temi indicati dal Papa nella lettera di convocazione
inviata ai porporati di tutto il mondo. Tra essi spiccano in particolare quello
della riforma della Curia romana, promulgata da Francesco, il 19 marzo 2022, con
la costituzione apostolica Praedicate Evangelium, quello della sinodalità e
quello della liturgia, in una perenne lotta tra conservatori, legati alla messa
tridentina, e progressisti, sostenitori della riforma liturgica del Concilio
Ecumenico Vaticano II.
Molto indicative sono state in questo senso le parole che Leone XIV ha
pronunciato durante l’omelia della messa conclusiva del Giubileo: “Chiediamoci:
c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e
annunciamo un Dio che rimette in cammino? Nel racconto, Erode teme per il suo
trono, si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo. Prova ad approfittare
del desiderio dei magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio.
È pronto a mentire, è disposto a tutto; la paura, infatti, accieca. La gioia
del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e
creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse”. Per questo, ha
sottolineato ancora Prevost, “quanto è importante che chi varca la porta della
Chiesa avverta che il Messia vi è appena nato, che lì si raduna una comunità
in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita! Il Giubileo
è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli
inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol essere il Dio-con-noi.
Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi
ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù;
coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori
nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa
rumore, ma il suo regno germoglia già ovunque nel mondo”.
Dal Papa, infine, un appello per il cammino futuro: “È bello diventare
pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà
di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se
saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti,
allora saremo la generazione dell’aurora. Maria, Stella del mattino, camminerà
sempre davanti a noi! Nel suo Figlio contempleremo e serviremo una magnifica
umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si
è fatto carne”.
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nell’omelia del Papa che interroga Chiesa e fedeli proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un appello a “non affilare le spade” e a tentare ogni strada che non sia quella
della guerra. Nella prima messa celebrata nel 2026 Papa Leone XIV è tornato a
ricordare al mondo la necessità della pace. “In questa festa solenne, all’inizio
del nuovo anno – ha detto il pontefice presiedendo la celebrazione della messa
nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio -, in prossimità della
conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede,
come al luogo della pace ‘disarmata e disarmante’ per eccellenza, luogo della
benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella
storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli
umili testimoni della grotta, glorificando e lodando Dio per tutto ciò che
abbiamo visto e udito”.
“Sia questo – ha proseguito Leone nella liturgia celebrata per la 59ª Giornata
Mondiale della Pace sul tema “La pace sia con tutti voi. Verso una pace
disarmata e disarmante” – il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a
venire, e sempre per la nostra vita cristiana”. Il Papa ha spiegato che ”nella
Maternità Divina di Maria vediamo l’incontro di due immense realtà ‘disarmate’:
quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere
secondo la carne e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente
il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza
più grande: la libertà”. Perché “il mondo non si salva affilando le spade,
giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi
instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza
calcoli e senza paura”.
Ieri il Pontefice, nell’omelia al Te Deum di fine anno aveva denunciato le
“strategie che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza.
Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di
falsi motivi religiosi”. “Ma la Santa Madre di Dio, la più piccola e la più alta
tra le creature, – aveva osservato- vede le cose con lo sguardo di Dio: vede che
con la potenza del suo braccio l’Altissimo disperde le trame dei superbi,
rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, riempie di beni le mani degli
affamati e svuota quelle dei ricchi”.
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“Il mondo non si salva affilando le spade” proviene da Il Fatto Quotidiano.