C’era una volta il rito del “fare serata”. Ci si teneva svegli a suon di shot
fino a mezzanotte, si entrava nei locali dopo code infinite (spesso senza
giacca, per non pagare il guardaroba) e si rientrava a casa solo all’alba, dopo
mix improbabili di cocktail e un’obbligatoria sosta colazione, che variava dal
cornetto con la cioccolata all’hamburger del fast food. Finché, a un certo
punto, si ammetteva di “non avere più l’età” per ridursi così e si accettava
serenamente il pigiama alle dieci. Contrordine: nell’epoca del wellness e della
sobrietà, la cultura dei club resiste, ma sotto la luce del sole. Benvenuti
nell’era del soft clubbing, dove si balla sotto cassa alle dieci del mattino.
COS’È IL SOFT CLUBBING
Il tradizionale mondo delle discoteche e della musica elettronica è
drasticamente cambiato negli ultimi trent’anni e si è dovuto reinventare. Così,
da qualche anno, si parla di “brunch rave”, “day party” o “morning rave” e, più
in generale, di “soft clubbing”. Il cambiamento più evidente è nella fascia
oraria: domenica mattina anziché sabato sera. O nel pomeriggio, ma con la
certezza di essere a letto presto. Ma non è l’unica differenza: l’atmosfera è la
stessa, lo spirito no. Si balla, certo, tra musica house, techno e dj set, ma
senza i lati distruttivi, cioè la presenza di alcol e droghe, specialmente nel
caso dei rave.
FARE SERATA SENZA HANGOVER
Il carburante dei millennial – gli shot di vodka alla pesca e l’Angelo Azzurro –
sono stati sostituiti dal kombucha, dai mocktail (cioè dai cocktail senza alcol)
dagli estratti e da speciali varietà di caffè. Si parla infatti di “Coffee
Clubbing”, perfetta intersezione tra il brunch domenicale e la musica dance.
Molti eventi di questo tipo offrono una vera colazione: in Italia si balla con
cornetto e cappuccino. La sobrietà è un punto importante: vi avevamo anticipato
che la GenZ ha imparato la lezione dei fratelli maggiori ed è sempre meno
interessata a ubriacarsi. Insomma, il soft clubbing è una discoteca senza
hangover, insomma, e senza postumi della sbornia.
LA CULTURA DEL WELLNESS INCONTRA LA TECHNO
Questo cambiamento è in linea con la crescente cultura del wellness, tutto quel
mondo fatto di pilates, frullati detox e skincare che è parte dell’identità
della GenZ. Sui social circola una famosa definizione dello scatto
generazionale: la GenZ si sveglia per andare a fare yoga all’ora in cui i
millennial tornavano a casa dalla discoteca, distrutti e con il trucco colato.
Spesso il soft clubbing è associato ad attività come lo yoga, la sauna o la
meditazione: l’obiettivo è tornare a casa sentendosi rigenerati anziché
distrutti. Ma non è un fenomeno che interessa solo i ventenni: il soft clubbing
piace soprattutto agli adulti che tra carriera e figli e non possono più fare le
ore piccole. In questo modo possono vivere la passione per la musica elettronica
senza star fuori tutta la notte.
L’Italia lo ha scoperto relativamente di recente, ma nel resto d’Europa ha
iniziato a prendere piede già dieci anni fa. Pioniere sono state le capitali del
clubbing, Londra e Berlino, che all’interno di spazi ibridi tra club, café e
coworking culturali avevano replicato il modello dei “morning raves”,
ispirandosi al Morning Gloryville, al Wonderfruit in Thailandia o al Boom
Festival in Portogallo. Il cambiamento è stato evidente soprattutto dopo la
pandemia, che ha dato l’ultima spallata al mondo delle discoteche come lo
abbiamo conosciuto. In Italia l’evento di soft clubbing più famoso è l’m2o
Morning Club di Albertino a Milano, che ha riempito la Fabbrica del Vapore di
domenica mattina, dalle 10 alle 15, con musica elettronica e ospiti (l’ultimo è
stato Jovanotti). Esistono eventi simili anche a Roma e altre città.
LE PREOCCUPAZIONI DEI SINDACATI
Il modello del soft clubbing si è diffuso anche in luoghi inusuali, come
caffetterie, centri culturali, spazi industriali e bistrò. Come fa notare
Silb-Fipe, il Sindacato italiano locali da ballo aderente a Confcommercio,
quando si organizzano feste di questo tipo in spazi alternativi, ci sono regole
da seguire: “Il punto non è l’orario, non è il fatto che si balli di mattina
anziché di notte. Il punto è che il ballo è un’attività regolamentata – ha detto
il presidente Maurizio Pasca, intervistato da MixerPlanet – Esistono norme
precise, autorizzazioni, verifiche tecniche, limiti di capienza, requisiti
strutturali e professionali che i locali da ballo rispettano scrupolosamente”.
La preoccupazione del sindacato è che specialmente nelle realtà decentrate, si
crei una zona grigia normativa: “Ballare, creare affollamento, organizzare dj
set con persone che si muovono e stazionano in spazi non progettati né
autorizzati per questo tipo di eventi significa esporre il pubblico a rischi
concreti”.
È FINITA L’ERA DELLA TRASGRESSIONE?
Nella prospettiva di chi ha vissuto l’epoca d’oro delle discoteche può sembrare
“triste”, ma in realtà è un modo di tornare a connessioni più autentiche:
sentirsi lucidi anziché esausti e nauseati, conoscere persone da sobri e
ricordarsene il giorno dopo, ballare per divertimento senza la spinta
dell’alcol, uscire carichi di endorfine e riposati, e non stremati
dall’hangover. C’è anche chi fa notare che questo modo di fare festa segue delle
logiche molto controllate e “produttive”: ottimizzare il divertimento ed essere
comunque efficienti in ufficio. In tutto questo, forse, si è perso l’elemento
della trasgressione: andare a ballare, per decenni, è stato un modo per fuggire
dalla realtà, dimenticarsi del mondo e perdersi nella musica. Magari scopriremo
che non è mai servito distruggersi il fegato per sentirci liberi, felici, vivi:
bastavano buona musica e buoni amici.
L'articolo Ballare sotto cassa alle dieci del mattino (con cornetto e
cappuccino): è l’era del soft clubbing, ecco cos’è il nuovo trend che spopola
tra la Gen Z proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sui social è partita una moda che sa di contro-tendenza: altro che filtri
perfetti e video 4K. A spopolare, in queste settimane, sono le vecchie Vhs
digitalizzate, i filmati sgranati degli anni ’80 e ’90, l’albero storto, lo zio
che sbaglia inquadratura e i bambini che cantano stonati davanti a Babbo Natale.
La Gen Z li guarda come fossero reperti preziosi. E la ragione non è soltanto
estetica: è nostalgia. Quella che la scienza oggi definisce non più come
malinconia triste, ma come un’emozione complessa e rigenerante, capace di dare
continuità tra chi eravamo e chi siamo adesso, rafforzando legami e identità.
Proprio mentre tanti parlano di “Christmas Blues” – la tristezza stagionale che
durante le feste può portare umore basso, ansia e voglia di isolarsi – questi
frammenti imperfetti del passato sembrano fare il lavoro opposto: unire,
scaldare, rimettere insieme i pezzi. In altre parole: la nostalgia non ti tira
giù, ti rimette in piedi.
L’ESPERTA: “SI PUÒ ESSERE FELICI ANCHE NELL’IMPERFEZIONE”
“Il successo dei vecchi video è una reazione legata principalmente alla
pressione del mondo moderno e alla saturazione da richieste di omologazione e
perfezione che scaturiscono dai social – spiega al FattoQuotidiano.it la
dottoressa Elisa Caponetti, psicologa clinica e forense, e psicoterapeuta -. Le
persone cominciano a ricercare di più l’autenticità, l’antitesi della messa in
scena curata, l’errore umano che era parte della vita e che oggi non è in alcun
modo consentito.
Questo bisogno è acuito da un crescente malessere giovanile, poiché
l’esposizione costante a vite perfette alimenta un ‘falso Sé’ e la ricerca di un
‘Io ideale’ irraggiungibile. A questo si aggiungono le incognite del nostro
tempo (incertezze economiche e climatiche) che erodono il senso di sicurezza.
I video offrono quindi un conforto emotivo profondo. Catturano l’emozione grezza
e la sostanza della vita vissuta generando un senso di connessione con l’umanità
e la prova che, anche nell’imperfezione, si può costruire felicità”.
Gli studi più recenti spiegano che la nostalgia è una risorsa psicologica
positiva: in che modo può aiutarci a non scivolare nel Christmas Blues e a
vivere le feste con più stabilità emotiva?
“La nostalgia non è più vista come uno stato malinconico passivo o un lamento
sul passato che genera pensieri depressivi, ma al contrario, un’emozione
complessa capace di innescare risorse. Contro il Christmas Blues (tristezza,
ansia, isolamento) – spesso causato dalla discrepanza tra l’ideale natalizio e
la realtà – la nostalgia funge da regolatore emotivo. Richiamando momenti
passati, il ricordo svolge il ruolo di sistema di supporto interno generando un
senso di appartenenza, elaborando serenamente il tempo trascorso, estraendone
l’essenza positiva. In altre parole, la nostalgia stabilizza la nostra identità
emotiva e ci rende più resilienti”.
“È COME UN COLLANTE RELAZIONALE”
Guardare insieme vecchi filmati può davvero rafforzare i legami sociali e
familiari? Come si spiega questa capacità della nostalgia di “ricucire” le
relazioni?
“Di fatto, la nostalgia è una potente pratica sociale. La sua forza sta nella
memoria condivisa e nella validazione affettiva. Quando si guardano insieme
filmati, si attiva la co-costruzione della narrazione familiare. Si attinge alla
stessa memoria collettiva, creando una forte identità di gruppo che supera i
conflitti attuali. Richiamare momenti di calore rafforza la fiducia e riconferma
il valore emotivo del legame, focalizzando sull’amore provato. Facilita la
trasmissione di valori e la coesione tra le generazioni, fornendo ai giovani una
storia tangibile e agli anziani un ruolo attivo. Accresce la percezione di
connessione sociale, rendendo le persone più propense a cercare e offrire
supporto reciproco. Funge da ‘collante’ relazionale, fornendo la prova emotiva
che i legami sono duraturi”.
“CELEBRATE I LEGAMI, NON LE PERDITE”
Come si coltiva una nostalgia che fa bene, evitando che diventi rimpianto o fuga
dal presente? Quali consigli può dare durante il periodo natalizio?
“Per evitare che la nostalgia diventi rimpianto (il lamento su ciò che non
torna) o fuga (il rifiuto del presente), la chiave è l’intenzionalità e la
trasformazione del ricordo in azione presente. È importante quindi non limitarsi
a pensare al passato soffermandosi sulle perdite di alcune persone care o sugli
anni che passano, ma creare un momento sociale per rivedere ricordi (video,
foto) con l’intenzione di celebrare i legami e le risorse acquisite, non di
lamentare la perdita. Occorre dare valore ai ricordi in modo tale da trasmettere
un’eredità alle generazioni più giovani. L’obiettivo finale è utilizzare la
nostalgia come benzina emotiva che, ricordandoci le nostre radici, ci dà la
forza di costruire un presente autentico e fiducioso”.
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perché la nostalgia ci fa bene”: i consigli della psicologa per affrontare il
Christmas Blues proviene da Il Fatto Quotidiano.