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Smascherare un narcisista patologico in 13 mosse. “Il potere della psicologia nera” svela come proteggersi da soprusi, raggiri, trame e violenze
“Se vi è capitato di sentirvi a disagio di fronte a un atteggiamento o a una richiesta – nelle relazioni, sul lavoro, ovunque – senza capirne davvero la ragione, è piuttosto probabile che vi siate trovati ad affrontare una tecnica di manipolazione”. Esperta di fama internazionale di linguaggio del corpo, comunicazione non verbale e psicologia della leadership, con consulenze del più alto livello in tutto il mondo, Lena Sisco spiega che è più comune di quanto si pensi imbattersi in quella branca della manipolazione mentale che gli studiosi definiscono psicologia nera. “Si tratta dell’uso strategico di tattiche psicologiche per sfruttare, controllare e danneggiare gli altri. Potrebbe sembrarvi un po’ esagerato, ma è presumibile che l’abbiate già incontrata. Magari è seduta accanto a voi al lavoro, vi sorride dall’altra parte di un tavolo a cena, oppure si annida nei messaggi della vostra app di incontri. Coloro che la usano come arma, più o meno consapevolmente, sono spesso discreti, se non addirittura affascinanti, ed è questo uno degli aspetti insidiosi: abbiamo la tendenza a fidarci delle persone che sembrano sicure di sé, ma non sempre quella sicurezza è segno di buone intenzioni”. Condensato di due decenni di studi e considerato “un salvavita per il nostro quotidiano”, Il potere della psicologia nera, il bestseller di Sisco che esce ora in Italia per Libreria Pienogiorno, illustra, con ricchezza di esempi pratici, il suo metodo per smascherare bugiardi e manipolatori (e al tempo stesso per utilizzare al meglio e a proprio vantaggio le armi della persuasione). “Avere a che fare con la psicologia nera non significa necessariamente ritrovarsi invischiati in uno scenario drammatico che ci stravolge l’esistenza. Può iniziare o anche continuare su una scala minore. Magari avete già notato degli impercettibili campanelli d’allarme: un partner che vi accusa di continuo, un amico che vi manipola facendo leva sul senso di colpa, un capo che pretende troppo in cambio di troppo poco. Se qualcuna di queste situazioni vi suona familiare, sappiate che non siete soli”. Riconoscere e smascherare questi comportamenti, prestando particolare attenzione a gesti, parole e specifiche modalità espressive che possono essere particolarmente rivelatori di una menzogna o di un tentativo di condizionamento, è il primo passo per proteggersi da soprusi, raggiri, trame, a volte addirittura violenze, conclude Sisco, e al tempo stesso evitare che ansia, dubbio, sfiducia e insicurezza avvelenino le nostre esistenze e creino malessere e infelicità. “Lo scopo del mio libro è fornire gli strumenti per individuare le manovre oscure di manipolatori, bugiardi, ingannatori in incognito, di ogni tipo e in qualsiasi contesto: per comprendere di chi potersi davvero fidare, per ridimensionare richieste colpevolizzanti, o per gestire il lavoro e gli affari stando alla larga da chi vorrebbe farci prendere cattive decisioni. Insomma, divulgare le strategie per proteggersi, per reagire quando è necessario e per riprendere in ogni occasione il controllo della propria vita, intavolando relazioni e discussioni chiare ed efficaci”. LE TREDICI MOSSE Per gentile concessione, pubblichiamo di seguito un condensato delle tredici mosse strategiche per difendersi da bugiardi e manipolatori, tratte da Il potere della psicologia nera: 1. Fidatevi dell’istinto: rafforzate la consapevolezza dei comportamenti ingannevoli, subdoli e manipolatori ascoltando e fidandovi delle vostre intuizioni. Tutti noi cogliamo sottili segnali d’allarme o indicatori comportamentali, come per esempio la microespressione facciale (dalle labbra strette, agli occhi socchiusi, a un angolo della bocca che si solleva) di un’emozione o una scrollata di spalle incongrua. Il trucco consiste nel non ignorarli ma scoprire dove portano. 2. Indagate: fate attenzione a espressioni che significano che c’è più di quanto ci stanno dicendo (ad esempio, “in realtà” o “in sostanza”) e ponete domande specifiche per acquisire le informazioni che vi servono a individuare un bugiardo. Domande a risposta chiusa oppure un diretto “Perché dovrei crederti?” sono solo alcuni degli strumenti efficaci per smascherare le bugie: usateli. 3. Chiedete conto del comportamento: chi vuole danneggiarvi deve assumersi la responsabilità delle sue parole e dei suoi comportamenti. Uno dei trucchi più efficaci per far confessare un bugiardo è convincerlo che in realtà lui vuole essere sincero. 4. Evitate le trappole: i manipolatori cercheranno di prendervi all’amo; quindi, dovrete capire cosa usano come esca (ed evitare di abboccare). Se qualcosa sembra troppo bello per essere vero, probabilmente è una trappola. 5. Influenzate i manipolatori senza farvi accorgere: la persuasione consiste nel riuscire a suscitare abbastanza interesse e fiducia perché l’altro creda in ciò che diciamo e si lasci guidare a fare la cosa giusta. 6. Controllate la narrazione: per poter guidare una conversazione e mantenerne il controllo, convincendo l’altro a essere sincero o a prendere in considerazione il nostro punto di vista, è possibile usare comandi nascosti e tecniche di elicitazione, cioè l’uso di frasi strategiche anziché domande dirette (ad esempio: “Aiutami a chiarire la situazione”). 7. Riappropriatevi del vostro potere: Se avete una relazione lavorativa, romantica o famigliare con qualcuno che mina la vostra autostima, la vostra felicità o la vostra sicurezza, è venuto il momento di ribellarvi e riprendere in mano la vostra vita. Smettete di dubitare di voi stessi e ribadite la vostra forza ogni giorno. 8. Cambiate le carte in tavola: dite e fate l’inaspettato. Una volta capito ciò che per il manipolatore conta più di tutto, portateglielo via. 9. Stabilite dei confini: costruite confini robusti e attenetevi a essi. Definite in maniera esplicita i comportamenti inaccettabili e, se l’altro li viola, prendete delle contromisure. 10. Create distanza: i manipolatori sanno essere subdoli. A volte cercano di attirarci in una discussione usando la confusione per esasperarci e poi darci la colpa. Smettete di interagire con loro per evitare di farvi attirare ancora più a fondo nella sua trappola. 11. Andatevene: abbandonate la persona o la situazione per sempre. Tagliate i ponti e imparate a concentrarvi sul futuro, non sul passato. 12. Procuratevi sostegno: ci sono sempre risorse cui attingere per ottenere aiuto a porre termine a una relazione che ostacola la nostra felicità o la sicurezza in noi stessi e la crescita. Crearsi una rete di supporter, coach e mentori è fondamentale. Sappiate che se volete davvero una vita migliore, soprattutto se siete in una relazione tossica in cui l’altro vi sminuisce o vi manipola, potete averla. 13. Siate resilienti: munitevi di strumenti efficaci per “ripartire con slancio” (e non tornare indietro) dopo essere stati vittime della psicologia nera. Meritate il meglio che la vita ha da offrire. Non dimenticatelo mai. L'articolo Smascherare un narcisista patologico in 13 mosse. “Il potere della psicologia nera” svela come proteggersi da soprusi, raggiri, trame e violenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Psicologia
Addio a Maria Rita Parsi, morta la psicologa che ha dedicato la vita ai diritti dei bambini
È morta all’età di 78 anni Maria Rita Parsi, psicologa, psicoterapeuta e intellettuale di fama internazionale, da sempre punto di riferimento nella tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. La sua scomparsa lascia un vuoto profondo nel mondo della psicologia, delle istituzioni e dell’impegno civile, ambiti che ha attraversato con passione e rigore per oltre cinquant’anni. Nata a Roma il 5 agosto 1947, l’esperta ha dedicato l’intera esistenza allo studio, all’ascolto e alla difesa dei più piccoli. Docente, psicopedagogista e psicoterapeuta, ha saputo intrecciare l’attività clinica con quella istituzionale, la ricerca scientifica con la divulgazione, la formazione con la sensibilizzazione sociale. Un impegno instancabile, guidato da una visione chiara: garantire ai bambini e agli adolescenti protezione, diritti e strumenti per uno sviluppo armonico. Molte volte Parsi è stata ospite di programmi televisivi per offrire le sue riflessioni e le sue competenze sui casi di cronaca con minori coinvolti. Tra i contributi più originali lasciati dalla studiosa spicca la psicoanimazione, metodologia da lei ideata e applicata in ambito psicologico, pedagogico e terapeutico. Un approccio umanistico allo sviluppo del potenziale umano, capace di tradurre concetti teorici in strumenti concreti di crescita e aiuto. Su queste basi fondò la Scuola Italiana di Psicoanimazione (Sipa), divenuta negli anni un punto di riferimento per operatori e formatori. Nel 1992 diede vita all’Associazione Onlus Movimento per, con e dei bambini, trasformata nel 2005 nella Fondazione Movimento Bambino Onlus, che sotto la sua guida si è affermata come centro di diffusione della Cultura dell’Infanzia e dell’Adolescenza, impegnata nella lotta contro abusi e maltrattamenti e nella promozione della tutela giuridica e sociale dei minori. Accanto al lavoro scientifico e istituzionale, Maria Rita Parsi ha avuto un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Dal 1995 era iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come pubblicista e ha collaborato con numerose testate, tra cui Il Messaggero, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione, Oggi, Donna Moderna, Starbene e Riza Psicosomatica. Ha partecipato a programmi televisivi come esperta e ha condotto trasmissioni, tra cui Junior Tv, riuscendo a coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa e a raggiungere un pubblico ampio e diversificato. Il suo impegno istituzionale è stato altrettanto rilevante. A livello internazionale, nel 2012 fu eletta al Comitato Onu per i Diritti del Fanciullo, con sede a Ginevra, contribuendo alla vigilanza sull’applicazione della Convenzione internazionale sui diritti dei minori. In Italia, dal 2021 faceva parte del gruppo di lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla Child Guarantee, mentre dal 2020 era esperta dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza presso il Dipartimento per le politiche della famiglia. Ha inoltre ricoperto numerosi incarichi: consulente tecnico del Tribunale Civile di Roma, membro del Comitato di coordinamento contro l’abuso sessuale dei minori, consulente della Commissione parlamentare per l’infanzia, componente di comitati di autoregolamentazione pubblicitaria e televisiva e commissario della sezione Olaf della Siae. Autrice prolifica, Maria Rita Parsi ha pubblicato oltre cento opere tra saggi scientifici, testi divulgativi e narrativa. Tra i titoli più noti figurano Animazione in borgata, Le mani sui bambini, S.O.S. Pedofilia, Maladolescenza. Quello che i figli non dicono e Manifesto contro il potere distruttivo, lavori che testimoniano una carriera segnata da coerenza, coraggio e attenzione costante verso i più fragili. Il suo impegno è stato riconosciuto da numerosi premi e onorificenze, tra cui il titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica, il Premio Paolo Borsellino, il Premio Hemingway, il Premio Eccellenza Donna e il Premio Edela. L'articolo Addio a Maria Rita Parsi, morta la psicologa che ha dedicato la vita ai diritti dei bambini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Infanzia
Psicologia
Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia
Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva: Daniela Perani le ripercorre
Quando Charles Darwin ebbe il primo figlio, William, passava ore ad osservare la meraviglia di come quel piccolo essere umano scopriva il mondo. Si accorse così che le sue espressioni facciali, che descrivevano stati d’animo come la rabbia, la frustrazione o il sorriso di quando vedeva la madre, rappresentavano qualcosa di innato, che era arrivato molto prima del linguaggio e anche della consapevolezza del mondo. Erano le emozioni, nel loro stato più naturale. Con il tempo la scienza ha dimostrato che non solo le emozioni sono importanti, ma modellano i nostri circuiti neuronali fin dalla prima infanzia. Il cervello dell’adulto insomma si forma in base alle emozioni che ha vissuto da bambino, non solo a livello psicologico, ma anche fisiologico. Ricevere affetto o subire dei traumi nei primi anni di vita produce altera il funzionamento dei neuroni per sempre. Nel libro Quando il cervello si emoziona. Viaggio nelle età della nostra vita emotiva (Rizzoli) Daniela Perani, docente di Neuroscienze all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ripercorre i passaggi neurali del cervello nelle varie fasi dello sviluppo e dell’invecchiamento. Il cervello infatti non ferma il suo sviluppo nell’infanzia, continua a mutare per tutta la nostra vita, adattandosi all’età biologica e agli stimoli ricevuti. Le emozioni cambiano insieme a noi, seguono il ritmo dello sviluppo e dell’invecchiamento cerebrale. Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva, determinata dal modo in cui diverse aree del cervello maturano, si coordinano o lentamente si trasformano. Durante l’adolescenza il sistema emotivo è molto attivo, ma le aree di controllo (corteccia prefrontale) sono ancora immature. Questo spiega l’impulsività, la ricerca del rischio e l’intensità emotiva caratteristica di questa età. Non è “sregolatezza”, ma uno squilibrio temporaneo nello sviluppo cerebrale che si trova con parti già sviluppate e altre non ancora completamente attrezzate. Con l’età adulta, il cervello raggiunge un maggiore equilibrio. Emozione e razionalità smettono di essere in conflitto e iniziano a collaborare. L’esperienza accumulata permette di riconoscere, modulare e utilizzare le emozioni come strumenti di orientamento nelle scelte quotidiane. In questa fase della vita, le emozioni diventano una forma di competenza: aiutano a valutare le situazioni, a prendere decisioni complesse, a costruire relazioni stabili e significative. Contrariamente ai luoghi comuni, la vecchiaia non coincide con un impoverimento emotivo. Anzi, con l’invecchiamento, spesso diminuiscano le emozioni negative più intense, come rabbia e ansia, mentre cresce la capacità di regolazione emotiva. Il cervello anziano tende a selezionare ciò che conta davvero, privilegiando relazioni profonde e stati emotivi più stabili. Le emozioni diventano meno tempestose, ma non meno importanti. C’è un legame stretto tra emozione, memoria e identità. Le emozioni danno peso ai ricordi, li rendono vivi e significativi. Senza di esse, la memoria perde colore e il senso di continuità del sé si indebolisce. È attraverso le emozioni che la nostra storia personale acquista coerenza e valore. Attraverso studi neuroscientifici, tecniche di neuroimaging e casi clinici, Perani dimostra che le emozioni hanno basi biologiche precise, distribuite in reti cerebrali complesse. Non esiste un “centro delle emozioni” (come nel film di animazione Inside Out per intenderci), ma un dialogo continuo tra diverse parti del cervello. Comprendere le emozioni significa comprendere il funzionamento più autentico del cervello e, quindi, di noi stessi. Le emozioni non sono un limite da controllare, ma una risorsa fondamentale che accompagna l’essere umano dall’infanzia alla vecchiaia, dando senso all’esperienza del vivere. L'articolo Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva: Daniela Perani le ripercorre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Psicologia
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Supporto psicologico per i pazienti oncologici, in Italia solo il 20% delle strutture ha personale formato. E le Regioni vanno in ordine sparso
Quando è nata, appena 50 anni fa, la psiconcologia si occupava principalmente di affrontare con il paziente la fine della vita. Di fronte al cancro, il “male” di cui non si poteva neanche pronunciare il nome, il lavoro dello psicologo specializzato nell’assistenza a chi è affetto da malattie oncologiche era strettamente correlato all’idea della morte. Negli ultimi decenni, però, la ricerca ha decisamente migliorato la prognosi di molti tumori. Ora lo psiconcologo affianca il paziente – ma anche i suoi cari e persino gli operatori sanitari che lo hanno in cura – in tutte le fasi. Dalla prevenzione alla diagnosi, passando per la fatica delle terapie o la preoccupazione di dover subire un intervento, fino alla cronicizzazione della malattia. Ma la coperta della sanità pubblica italiana, affetta da anni di sottofinanziamento, è corta, ed è difficile arrivare ovunque con questo tipo di assistenza psicologica. Nonostante alcuni passi avanti fatti in ordine sparso dalle Regioni, lo psiconcologo è considerato ancora una figura accessoria. Solo il 20% delle strutture – principalmente i grandi centri specialistici – dispone di professionisti formati per affrontare il disagio mentale determinato dal cancro. “Si stima che più del 50% dei pazienti oncologici manifesti livelli clinicamente significativi di distress emozionale. Ansia, depressione, insonnia e paura costante della recidiva hanno un impatto negativo sul sistema immunitario, sulla qualità di vita e sull’adesione ai trattamenti. E ciò incide direttamente sull’andamento della malattia”, spiega a ilfattoquotidiano.it Gabriella Pravettoni, direttrice della divisione di psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e professoressa di psicologia delle decisioni all’Università degli Studi di Milano. Ma la psiconcologia non riguarda più soltanto il rapporto tra paziente e malattia, investe l’intero sistema di relazioni che ruota attorno alla persona che ha avuto la diagnosi. “Il tumore non è la malattia di una persona sola, ma di una famiglia, di un sistema – sottolinea Pravettoni -. I professionisti specializzati lavorano con i familiari, con i caregiver, con le coppie che entrano in crisi durante il percorso di cura, con i genitori che devono trovare le parole giuste per spiegare la malattia ai figli”. Il miglioramento delle terapie ha aperto inoltre un fronte nuovo: quello della cronicità. In Italia sono centinaia di migliaia le persone che convivono a lungo con una diagnosi oncologica. Vivere di più, però, non significa automaticamente vivere meglio. “Nella cronicizzazione il bisogno di lavorare sulla psiche è ancora più forte”, spiega Pravettoni. Senza un supporto adeguato, il rischio è quello di restare intrappolati in una condizione di allarme permanente, “con la spada di Damocle sulla testa”, anche quando davanti ci sono molti anni di vita, anche di buona qualità. La psiconcologia lavora proprio su questo scarto: aiutare le persone non solo ad allungare la vita, ma ad “allargare l’esistenza”, a vivere pienamente il presente. “In generale, siamo sempre focalizzati su quanto tempo vivremo – osserva la dottoressa – mentre la domanda centrale dovrebbe essere come viviamo il tempo che abbiamo”. Accanto ai pazienti e alle famiglie, c’è poi un altro gruppo spesso dimenticato: gli operatori sanitari. Oncologi, palliativisti e infermieri affrontano quotidianamente il dolore degli altri, visita dopo visita, ogni venti o trenta minuti. “È un’esposizione che non può essere sottovalutata”, avverte Pravettoni. Il burnout colpisce una quota crescente di professionisti, con effetti che possono ricadere anche sulla qualità delle cure. La psiconcologia, in questo senso, svolge una funzione di prevenzione sistemica: sostenere un singolo medico o infermiere significa, indirettamente, migliorare l’assistenza per decine, centinaia di pazienti. Nonostante questo quadro, l’accesso ai servizi resta diseguale. La presenza dello psiconcologo è prevista formalmente in molte strutture, ma nella pratica mancano figure stabilizzate e con una formazione specifica. Sono pochi i centri che hanno vere strutture di psiconcologia. E il ricorso a consulenze esterne o a contratti precari scoraggia anche i giovani professionisti dall’intraprendere questo percorso di specializzazione. “Se non ci sono sbocchi professionali, perché uno psicologo dovrebbe scegliere di formarsi in psiconcologia?”, denuncia Pravettoni. Negli ultimi anni, a macchia di leopardo alcune Regioni hanno provato a colmare questo vuoto. Nel Lazio, a fine 2025, è stato presentato il bonus psiconcologia: un sistema di voucher che consente a pazienti oncologici e familiari con Isee fino a 40mila euro di accedere a colloqui con professionisti qualificati, fino a 16 incontri, estendibili a 32. “È una risposta molto importante, positiva”, commenta Pravettoni, che vede in queste misure un primo riconoscimento istituzionale della centralità della salute mentale nel percorso oncologico. Anche la Puglia, nel 2024, si era mossa in tal senso, approvando una legge regionale sul sostegno psicologico in ambito oncologico. La norma è finita poi al centro di uno scontro politico con il governo, che l’ha impugnata, ma è stata salvata da una sentenza della Corte costituzionale dello scorso ottobre. In ogni caso, si tratta ancora di interventi frammentati, che rischiano di accentuare le disuguaglianze territoriali. Una cornice comune nazionale aiuterebbe non solo i pazienti e le famiglie, ma anche le strutture sanitarie, rendendo lo psiconcologo una figura strutturale del Servizio sanitario nazionale e non un lusso riservato a pochi grandi centri. “Speriamo che queste esperienze possano diventare una realtà nazionale – conclude Pravettoni -. La psiconcologia si è fatta largo lentamente anche a causa del pregiudizio culturale che soprattutto in passato avvolgeva il tema della salute mentale. Quando ho iniziato mi dicevano che dallo psicologo ci vanno i matti. Ora abbiamo fatto molti passi in avanti, ma ora dobbiamo fare un altro step”. Per dare a tutti i cittadini la possibilità di vivere meglio, e non solo più a lungo, con e dopo il cancro. L'articolo Supporto psicologico per i pazienti oncologici, in Italia solo il 20% delle strutture ha personale formato. E le Regioni vanno in ordine sparso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oncologia
Psicologia
Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica
di Melania Scali* Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola. Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti. Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale. Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo? Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali. Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo. Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei. Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi. *
Consigliera Ordine degli Psicologi del Lazio L'articolo Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cos’è il boysober, il nuovo trend che spinge a prendersi una pausa dalle relazioni romantiche (e dalle app di dating)
Nell’epoca in cui le relazioni passano sempre più spesso da uno schermo, da profili sintetici e da pochi secondi per decidere se qualcuno “vale la pena”, una nuova parola ha iniziato a circolare sui social: boysober. Il riferimento è anche alle app di dating, piattaforme che promettono incontri e possibilità potenzialmente infinite ma che, nella pratica, hanno trasformato il legame affettivo in un’esperienza rapida, selettiva e spesso emotivamente dispendiosa. Il boysober indica la scelta consapevole di prendersi una pausa dalle relazioni romantiche – e dal dating in generale – per interrompere dinamiche percepite come frustranti, ripetitive o sbilanciate. Non è una rinuncia all’amore né una dichiarazione ideologica contro gli uomini, ma una sorta di “detox emotivo” per rimettere al centro sé stesse, il proprio benessere psicologico e relazioni vissute con maggiore autonomia e meno pressione. L’ESPERTA: “TRA ILLUSIONE E SPERSONALIZZAZIONI” Dal punto di vista psicologico, come spiega al FattoQuotidiano.it Elisa Balbi, psicologa e psicoterapeuta, docente internazionale, coautrice di varie pubblicazioni e saggi sugli adolescenti, il fenomeno coinvolge in particolare le Millennials (nate tra il 1981 e il 1996) e Native digitali (1997-2012), ma con modalità ed effetti diversi. “Le prime spesso vivono relazioni a due ‘illusorie’: rapporti portati avanti quasi da sole, con la speranza che evolvano, fino a sperimentare una frustrazione profonda quando l’altro si dilegua. Una sofferenza che può diventare devastante. Le native digitali, invece, cresciute in una comunicazione prevalentemente tecnologica, tendono a spersonalizzare le relazioni vissute online e, quando passano al contatto diretto, accettano spesso rapporti solo sessuali, nella speranza di essere scelte da chi, nel frattempo, gode dei vantaggi intimi e confidenziali di una relazione non esclusiva. In questo quadro, il boysober appare come una forma di autodifesa emotiva: rinunciare prima ancora di deludersi”. GLI EFFETTI DELLE APP DI INCONTRI Il ruolo delle app di dating è centrale. Nate con lo scopo di facilitare incontri anche sessuali senza legami formali, oggi convivono con altri spazi digitali usati soprattutto dalle più giovani -Instagram, Snapchat e WhatsApp per comunicare, YouTube e Tiktok per mostrarsi o informarsi -. “Ma, secondo l’esperta -, gli effetti più problematici del dating online ricadono proprio sulle Millennials. Non riuscendo a non affezionarsi, finiscono per mettere in discussione non tanto il contesto dell’incontro, che spesso non le rappresenta, quanto sé stesse: il proprio essere interessanti, affascinanti, intelligenti. Una dinamica che ha una ricaduta pesante sull’autostima”. LE DOMANDE DA PORSI La stanchezza emotiva che molte donne dichiarano – fatta di relazioni percepite come sbilanciate, di aspettative disattese e di una sequenza di micro-delusioni – è reale. “Però la responsabilità non è mai solo di una parte – sottolinea la psicologa -. Le relazioni sono spesso asimmetriche perché entrambe le persone contribuiscono a mantenerle tali. Uscirne richiede un cambio di prospettiva: tornare a focalizzarsi sui propri obiettivi e porsi domande chiare, tipo ‘cosa voglio per me?’; ‘l’altro mi dà ciò che mi piace e mi fa stare bene?’. Questo significa comprendere che non sta a noi cambiare l’altro, ma selezionare chi possa completarci: complementare, sì, ma con progettualità e obiettivi comuni e affini ai nostri”. CI VUOLE PIÙ “SANO EGOISMO” In questo senso, il boysober può essere letto anche come un segnale di un cambiamento più profondo nel modo in cui le nuove generazioni concepiscono amore, felicità e realizzazione personale. Balbi richiama una riflessione antica, attribuita a Epitteto: “Non è ciò che ti accade, ma come reagisci che conta”. Un’educazione all’amore e alla felicità passa dal rimettere ciascuno al centro della propria vita, coltivando quello che possiamo definire un ‘sano egoismo’. Affrontare le difficoltà, agire in autonomia costruendo sé stessi e la propria realtà, tollerare la frustrazione del non avere tutto e subito sono passaggi necessari per raggiungere i propri obiettivi. Essere il proprio centro – conclude Balbi – permette di scegliere consapevolmente chi si vuole accanto, farlo stare al meglio per ricevere il meglio, senza illusioni ma anche senza rinunce definitive”. L'articolo Cos’è il boysober, il nuovo trend che spinge a prendersi una pausa dalle relazioni romantiche (e dalle app di dating) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Divorce Day: ecco perché gennaio è davvero il mese in cui ci si lascia di più?
Probabilmente ve ne sarete accorti dai social, o parlando con i vostri amici. Gennaio è il periodo dell’anno in cui molte coppie si lasciano, o arrivano al capolinea. Sì, le stesse coppie che solo poche settimane fa condividevano sui social foto dei regali di Natale, romantiche cioccolate calde e baci sotto i fuochi d’artificio. Magari è colpa di un litigio di troppo dai suoceri, o di una brutta discussione in autostrada sulla strada di caso. Fatto sta che da qualche anno gennaio si è guadagnato la reputazione di “mese delle rotture” (in ogni possibile accezione del termine) o “mese del divorzio”. C’è addirittura chi ha individuato un vero e proprio “Divorce Day”: il primo lunedì pienamente lavorativo dopo le feste è il giorno in cui si registrano più richieste di divorzio. Le statistiche dimostrano un aumento in determinati periodi dell’anno – gennaio, fine agosto o i primi di settembre – ma il Divorce Day è una leggenda metropolitana, esattamente come il Blue Monday. Tuttavia riflette una tendenza più ampia: considerare gennaio come un mese di grandi cambiamenti, anche nella vita sentimentale. Ci sono vari motivi per cui, se una coppia deve “scoppiare”, è probabile che succeda in questi giorni. Le feste natalizie, innanzitutto: famiglie, spese, aspettative e obblighi sociali possono mettere molto stress su una coppia. Capita che si litighi su dove passare le feste, sulle rispettive famiglie, su eventuali vacanze e una volta tornati alla vita di tutti i giorni si decida di mettere un punto. Per le coppie sposate e con figli può essere vero l’opposto: spesso la decisione di separarsi o divorziare c’era già, ma si aspetta gennaio per renderla ufficiale, in modo da non “guastare” l’atmosfera per i figli e per i parenti. Se durante le feste si cerca di mantenere un sorriso di facciata, insomma, ora è il momento di smettere di fingere e vivere la separazione. Stare più tempo con amici e parenti, poi, può agire come la “spinta” finale per il partner più indeciso: il confronto con le persone più care può servire a dare il coraggio per uscire da una storia difficile o infelice. In qualche misura c’entrano anche i buoni propositi di inizio anno, o meglio: il desiderio di riprendere in mano la propria vita, guardarsi dentro e fare dei cambiamenti. Secondo un’indagine di Unobravo, famoso servizio di psicologia online, gennaio “si conferma come un mese ad alta spinta motivazionale”. “Questa energia è rivolta soprattutto alla sfera relazionale: secondo il 53% dei terapeuti, il proposito più frequente riguarda il miglioramento delle relazioni interpersonali o della gestione dei conflitti”. Gennaio non è il mese dei divorzi: con ogni probabilità è il mese in cui ci si guarda negli occhi e si sceglie di non trascorrere un altro anno infelice insieme. Ed è più facile farlo quando tutti sono nel pieno dell’euforia da “anno nuovo, vita nuova”. L'articolo Divorce Day: ecco perché gennaio è davvero il mese in cui ci si lascia di più? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Psicologia
“Depressione di Natale? Guardate i vecchi filmati di famiglia, ecco perché la nostalgia ci fa bene”: i consigli della psicologa per affrontare il Christmas Blues
Sui social è partita una moda che sa di contro-tendenza: altro che filtri perfetti e video 4K. A spopolare, in queste settimane, sono le vecchie Vhs digitalizzate, i filmati sgranati degli anni ’80 e ’90, l’albero storto, lo zio che sbaglia inquadratura e i bambini che cantano stonati davanti a Babbo Natale. La Gen Z li guarda come fossero reperti preziosi. E la ragione non è soltanto estetica: è nostalgia. Quella che la scienza oggi definisce non più come malinconia triste, ma come un’emozione complessa e rigenerante, capace di dare continuità tra chi eravamo e chi siamo adesso, rafforzando legami e identità. Proprio mentre tanti parlano di “Christmas Blues” – la tristezza stagionale che durante le feste può portare umore basso, ansia e voglia di isolarsi – questi frammenti imperfetti del passato sembrano fare il lavoro opposto: unire, scaldare, rimettere insieme i pezzi. In altre parole: la nostalgia non ti tira giù, ti rimette in piedi. L’ESPERTA: “SI PUÒ ESSERE FELICI ANCHE NELL’IMPERFEZIONE” “Il successo dei vecchi video è una reazione legata principalmente alla pressione del mondo moderno e alla saturazione da richieste di omologazione e perfezione che scaturiscono dai social – spiega al FattoQuotidiano.it la dottoressa Elisa Caponetti, psicologa clinica e forense, e psicoterapeuta -. Le persone cominciano a ricercare di più l’autenticità, l’antitesi della messa in scena curata, l’errore umano che era parte della vita e che oggi non è in alcun modo consentito. Questo bisogno è acuito da un crescente malessere giovanile, poiché l’esposizione costante a vite perfette alimenta un ‘falso Sé’ e la ricerca di un ‘Io ideale’ irraggiungibile. A questo si aggiungono le incognite del nostro tempo (incertezze economiche e climatiche) che erodono il senso di sicurezza. I video offrono quindi un conforto emotivo profondo. Catturano l’emozione grezza e la sostanza della vita vissuta generando un senso di connessione con l’umanità e la prova che, anche nell’imperfezione, si può costruire felicità”. Gli studi più recenti spiegano che la nostalgia è una risorsa psicologica positiva: in che modo può aiutarci a non scivolare nel Christmas Blues e a vivere le feste con più stabilità emotiva? “La nostalgia non è più vista come uno stato malinconico passivo o un lamento sul passato che genera pensieri depressivi, ma al contrario, un’emozione complessa capace di innescare risorse. Contro il Christmas Blues (tristezza, ansia, isolamento) – spesso causato dalla discrepanza tra l’ideale natalizio e la realtà – la nostalgia funge da regolatore emotivo. Richiamando momenti passati, il ricordo svolge il ruolo di sistema di supporto interno generando un senso di appartenenza, elaborando serenamente il tempo trascorso, estraendone l’essenza positiva. In altre parole, la nostalgia stabilizza la nostra identità emotiva e ci rende più resilienti”. “È COME UN COLLANTE RELAZIONALE” Guardare insieme vecchi filmati può davvero rafforzare i legami sociali e familiari? Come si spiega questa capacità della nostalgia di “ricucire” le relazioni? “Di fatto, la nostalgia è una potente pratica sociale. La sua forza sta nella memoria condivisa e nella validazione affettiva. Quando si guardano insieme filmati, si attiva la co-costruzione della narrazione familiare. Si attinge alla stessa memoria collettiva, creando una forte identità di gruppo che supera i conflitti attuali. Richiamare momenti di calore rafforza la fiducia e riconferma il valore emotivo del legame, focalizzando sull’amore provato. Facilita la trasmissione di valori e la coesione tra le generazioni, fornendo ai giovani una storia tangibile e agli anziani un ruolo attivo. Accresce la percezione di connessione sociale, rendendo le persone più propense a cercare e offrire supporto reciproco. Funge da ‘collante’ relazionale, fornendo la prova emotiva che i legami sono duraturi”. “CELEBRATE I LEGAMI, NON LE PERDITE” Come si coltiva una nostalgia che fa bene, evitando che diventi rimpianto o fuga dal presente? Quali consigli può dare durante il periodo natalizio? “Per evitare che la nostalgia diventi rimpianto (il lamento su ciò che non torna) o fuga (il rifiuto del presente), la chiave è l’intenzionalità e la trasformazione del ricordo in azione presente. È importante quindi non limitarsi a pensare al passato soffermandosi sulle perdite di alcune persone care o sugli anni che passano, ma creare un momento sociale per rivedere ricordi (video, foto) con l’intenzione di celebrare i legami e le risorse acquisite, non di lamentare la perdita. Occorre dare valore ai ricordi in modo tale da trasmettere un’eredità alle generazioni più giovani. L’obiettivo finale è utilizzare la nostalgia come benzina emotiva che, ricordandoci le nostre radici, ci dà la forza di costruire un presente autentico e fiducioso”. L'articolo “Depressione di Natale? Guardate i vecchi filmati di famiglia, ecco perché la nostalgia ci fa bene”: i consigli della psicologa per affrontare il Christmas Blues proviene da Il Fatto Quotidiano.
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