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“I Cesaroni? Ricordo bellissimo, ma dopo anni ho la necessità di lasciare tutte le serie. Ero stata programmata per odiare mio padre poi con la psicoterapia, ho capito che forse non era un mostro”: così Elena Sofia Ricci
Elena Sofia Ricci è impegnata a teatro con la commedia “Le false confidenze” di Marivaux per la regia di Arturo Cirillo, in scena dal 14 aprile al 3 maggio al Teatro Argentina di Roma. Per l’occasione l’attrice ha rilasciato una intervista a La Repubblica dove ha anche raccontato di alcuni aspetti privati della sua vita. “Ero stata programmata per odiarlo e l’ho fatto a lungo. – ha rivelato l’attrice – Poi, a trent’anni, dopo una serie di insuccessi sentimentali, ho iniziato il mio percorso di psicoterapia e ho capito che forse mio padre non era il mostro che mi era stato raccontato, ma semplicemente un uomo, anche fragile, come tutti”. E ancora: “Sono cresciuta a Firenze fino a sette anni, più con mia nonna che con mia mamma, mia madre si era separata poco dopo la mia nascita da mio padre, e così si trasferì a Roma perché le capitò un’occasione straordinaria: diventò la prima scenografa donna del cinema italiano. Guadagnava pochissimo e non poteva permettersi di portarmi con sé. Così rimasi a Firenze con mia nonna Angela, che per prima capì che il mio posto era il palcoscenico. Mi iscrissero a danza perché avevo i piedi un po’ storti, e così mi innamorai di questa arte. Cominciai presto a esibirmi, costringendo i miei cugini a fare spettacolini a casa. Mia nonna purtroppo se ne andò molto giovane, quando io avevo quattordici anni. E il nome che ho scelto per Suor Angela nella serie Che Dio ci aiuti è proprio in suo omaggio”. E a proposito di ruoli televisivi non si può non citare “I Cesaroni” che prossimamente tornano su Canale 5, ma Elena Sofia Ricci non fa parte del cast. “Ho un ricordo bellissimo. – ha spiegato – Però in generale, dopo un certo numero di anni, ho la necessità di lasciare tutte le serie, perché ho bisogno di fare altro, è stato così anche per Che Dio ci aiuti. Però I Cesaroni sono stati una parte importante e felice della mia vita. Trovo che il ritorno sia una scelta coraggiosa, perché magari la gente non si rende conto di una cosa: forse vorrebbe ritrovare quelli di vent’anni fa, e noi non siamo più quelli. Alcuni non ci sono più, e mi piace ricordare Antonello Fassari, che è stato un compagno di lavoro meraviglioso. I ragazzini sono diventati uomini, tutti siamo cresciuti, sono arrivati i capelli bianchi. La sfida deve essere proprio questa, forse”. L'articolo “I Cesaroni? Ricordo bellissimo, ma dopo anni ho la necessità di lasciare tutte le serie. Ero stata programmata per odiare mio padre poi con la psicoterapia, ho capito che forse non era un mostro”: così Elena Sofia Ricci proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il complesso di superiorità è una maschera che nasconde altro: attenzione ai ‘maschi alfa’ tra chi ha potere
Chi di pene ferisce… di pene perisce. Potremmo utilizzare questa frase per ridere un poco sulle esternazioni di un noto politico e le polemiche innescate dalla frase di un’influencer sulle dimensioni degli organi sessuali. In realtà non c’è nulla da ridere in quanto i riferimenti alla virilità come metafora della forza e della superiorità dell’uomo “normale” rispetto agli omosessuali che devono farsi una ragione del loro essere “anomali” imperversa nell’immaginario collettivo. Speravamo di non dover più parlare, dopo la terribile parentesi del Novecento, della psicologia del leader autoritario e della presa che ha a livello mediatico sul popolo. Invece eccomi qua a dover, come in un eterno ritorno del male, riscrivere su un numero elevato di politici che assurgono nelle democrazie a ruoli direttivi. Recentemente ho avuto in cura una ragazza affetta dalla nascita da un evidente piccolo difetto fisico. Il deficit è piccolo nel senso che non pregiudica la sua vita e le sue capacità, ma grande in quanto è molto evidente e si impone appena la conosci. Lei ha sviluppato come reazione quello che Alfred Adler descriveva come complesso di superiorità. Si tratta di un atteggiamento, non una patologia, per cui una persona si sente e soprattutto si mostra superiore agli altri, più intelligente, furba, capace e importante. In molti politici del nostro tempo, alcuni in modo esasperato altri in modo più subdolo, notiamo questo modo di rapportarsi agli altri. Adler affermava che l’atteggiamento di superiorità è una maschera che nasconde un senso di inferiorità vissuto nell’infanzia. Quindi più, interiormente, vi è stata in infanzia insicurezza e paura più, esteriormente, in età adulta compare arroganza, ostentazione e presunzione. Assistiamo tutti i giorni con sgomento alle esternazioni per cui essere “machi” o “maschi alfa” diviene un atteggiamento culturale fra i principali premier e capi del nostro sventurato pianeta. Le donne leader o premier devono abbozzare e atteggiarsi a soubrette che solleticano la vanità del potente di turno. L’aspetto terribile è che c’è sempre qualcuno che sposta l’asticella verso ulteriori forme di suprematismo verso il diverso, il povero, il nero e la donna. Ho timore che i sistemi elettorali maggioritari invece di favorire il dialogo, il confronto e la discussione proficua tendano a creare delle tifoserie accanite che giustificano tutto se proviene dalla propria parte. In questo contesto colui che la spara più grossa, che è più estremista, lungi dall’essere emarginato, diviene un leader ammirato perché contrasta l’altra fazione. L’imbarbarimento e la spinta a assumere posizioni sempre più estreme è dietro l’angolo. Consoliamoci quindi sorridendo sulle disquisizioni sulla lunghezza del pene di grandi dittatori del passato e dei politici moderni. Questo argomento testimonia i timori ancestrali di essere “minore” degli altri, che alberga in ognuno di noi. L'articolo Il complesso di superiorità è una maschera che nasconde altro: attenzione ai ‘maschi alfa’ tra chi ha potere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La “Teoria dei taxi” di “Sex and the City” e la verità sull’amore, come si supera una relazione finita e quando si è davvero pronti per una nuova storia? I consigli della psicologa
C’è una scena di Sex and the City che, a distanza di anni, continua a tornare come una spiegazione pronta all’uso delle delusioni sentimentali: la cosiddetta “teoria del taxi”. Secondo questa metafora, le persone sarebbero come taxi che girano a vuoto finché, a un certo punto, si accende la “luce”: quando sono pronte a impegnarsi davvero, lo fanno con chi capita in quel momento, non necessariamente con chi hanno amato di più o più a lungo. Una narrazione semplice, quasi consolatoria, che oggi circola tra social e articoli di lifestyle per spiegare un’esperienza comune e dolorosa: quella di vedere un ex partner, con cui una relazione non è mai “decollata”, costruire rapidamente una nuova storia stabile. Ma se da un lato questa teoria sembra alleviare il senso di rifiuto, dall’altro rischia di diventare una scorciatoia emotiva che semplifica troppo dinamiche psicologiche complesse. Quanto ci aiuta davvero a capire cosa è successo? E soprattutto: come si può trasformare una fine che brucia in un passaggio di crescita personale, invece che in una ferita che continua a sanguinare? “Questa narrazione è un meccanismo di razionalizzazione che sposta il focus dal piano dell’identità (‘non valgo’) a quello degli eventi (‘non era il momento’) placando la nostra centrale d’allarme emotiva, che dopo un rifiuto emette segnali di pericolo costante proteggendoci dal trauma del rifiuto – spiega al FattoQuotidiano.it Elisa Caponetti, psicologa -. È utile come ‘primo soccorso’ per frenare la ruminazione, ma diventa disfunzionale se alimenta l’evitamento e la non consapevolezza: se è solo colpa del tempismo, smetto di interrogarmi sulla mia quota di responsabilità nella scelta di partner indisponibili”. LA PSICOLOGA: “IDEALIZZARE IL PASSATO È UN SEGNALE DI ALLARME” Nella fase immediatamente successiva alla fine di una relazione, quali segnali indicano che una persona sta evitando l’elaborazione emotiva del distacco? E quali passi concreti possono favorire un attraversamento più sano del lutto relazionale? “L’evitamento si manifesta con l’iperattività o il ‘chiodo schiaccia chiodo’. Un segnale d’allarme è l’idealizzazione del passato, filtrando solo i ricordi positivi. Per un lutto sano, non serve dimenticare ma accettare che la storia è finita e smettere di sperare in un finale diverso. È utile staccare dai social per interrompere la tendenza a controllare l’altro e lasciare che il dolore faccia il suo corso”. La domanda che molti si fanno è sempre la stessa: “Perché con me non era pronto e con l’altra sì?” “Questa domanda nasce da un confronto che ferisce l’autostima. Dobbiamo distinguere tra disponibilità (essere pronti) e compatibilità (essere giusti). Spesso l’ex non è ‘cambiato’, ha solo trovato un incastro che richiede meno sforzo o che si adatta meglio ai suoi limiti. La domanda utile non è cos’ha lei più di me? ma perché ero disposta ad aspettare chi non c’era? O, più semplicemente, accettare che non eravamo realmente adatti l’uno per l’altra”. EVITATE DI MISURATE IL VOSTRO VALORE CON LE SCELTE DELL’ALTRO Il confronto con l’ex che “riparte” subito può colpire duramente l’autostima. Come aiutarsi a non misurare il proprio valore attraverso la scelta – o la mancata scelta – dell’altro? “Bisogna smettere di considerare l’altro come il giudice del nostro valore. Una strategia pratica è la ‘differenziazione del Sé’: investire energie in ambiti (lavoro, passioni, amicizie) dove l’ex non ha potere. È importante separare il fallimento del ‘progetto coppia’ dal valore intrinseco della propria persona”. NON ABBIATE FRETTA DI RIEMPIRE LA VOSTRA SOLITUDINE Guardando alla fase successiva alla rottura, quali sono i segnali che indicano una vera crescita post-relazionale? “La vera maturazione si vede dalla capacità di stare nella solitudine senza l’urgenza di riempirla. Chi cresce cambia i criteri di scelta futuri e riconosce i propri schemi ripetitivi. Chi invece si tuffa subito in una nuova storia sta solo cambiando passeggero: senza un’elaborazione autentica, i nodi irrisolti si ripresenteranno identici al prossimo incrocio. La presenza dell’altro deve rappresentare un valore aggiunto, non una colla per i propri pezzi infranti”. L'articolo La “Teoria dei taxi” di “Sex and the City” e la verità sull’amore, come si supera una relazione finita e quando si è davvero pronti per una nuova storia? I consigli della psicologa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Smascherare un narcisista patologico in 13 mosse. “Il potere della psicologia nera” svela come proteggersi da soprusi, raggiri, trame e violenze
“Se vi è capitato di sentirvi a disagio di fronte a un atteggiamento o a una richiesta – nelle relazioni, sul lavoro, ovunque – senza capirne davvero la ragione, è piuttosto probabile che vi siate trovati ad affrontare una tecnica di manipolazione”. Esperta di fama internazionale di linguaggio del corpo, comunicazione non verbale e psicologia della leadership, con consulenze del più alto livello in tutto il mondo, Lena Sisco spiega che è più comune di quanto si pensi imbattersi in quella branca della manipolazione mentale che gli studiosi definiscono psicologia nera. “Si tratta dell’uso strategico di tattiche psicologiche per sfruttare, controllare e danneggiare gli altri. Potrebbe sembrarvi un po’ esagerato, ma è presumibile che l’abbiate già incontrata. Magari è seduta accanto a voi al lavoro, vi sorride dall’altra parte di un tavolo a cena, oppure si annida nei messaggi della vostra app di incontri. Coloro che la usano come arma, più o meno consapevolmente, sono spesso discreti, se non addirittura affascinanti, ed è questo uno degli aspetti insidiosi: abbiamo la tendenza a fidarci delle persone che sembrano sicure di sé, ma non sempre quella sicurezza è segno di buone intenzioni”. Condensato di due decenni di studi e considerato “un salvavita per il nostro quotidiano”, Il potere della psicologia nera, il bestseller di Sisco che esce ora in Italia per Libreria Pienogiorno, illustra, con ricchezza di esempi pratici, il suo metodo per smascherare bugiardi e manipolatori (e al tempo stesso per utilizzare al meglio e a proprio vantaggio le armi della persuasione). “Avere a che fare con la psicologia nera non significa necessariamente ritrovarsi invischiati in uno scenario drammatico che ci stravolge l’esistenza. Può iniziare o anche continuare su una scala minore. Magari avete già notato degli impercettibili campanelli d’allarme: un partner che vi accusa di continuo, un amico che vi manipola facendo leva sul senso di colpa, un capo che pretende troppo in cambio di troppo poco. Se qualcuna di queste situazioni vi suona familiare, sappiate che non siete soli”. Riconoscere e smascherare questi comportamenti, prestando particolare attenzione a gesti, parole e specifiche modalità espressive che possono essere particolarmente rivelatori di una menzogna o di un tentativo di condizionamento, è il primo passo per proteggersi da soprusi, raggiri, trame, a volte addirittura violenze, conclude Sisco, e al tempo stesso evitare che ansia, dubbio, sfiducia e insicurezza avvelenino le nostre esistenze e creino malessere e infelicità. “Lo scopo del mio libro è fornire gli strumenti per individuare le manovre oscure di manipolatori, bugiardi, ingannatori in incognito, di ogni tipo e in qualsiasi contesto: per comprendere di chi potersi davvero fidare, per ridimensionare richieste colpevolizzanti, o per gestire il lavoro e gli affari stando alla larga da chi vorrebbe farci prendere cattive decisioni. Insomma, divulgare le strategie per proteggersi, per reagire quando è necessario e per riprendere in ogni occasione il controllo della propria vita, intavolando relazioni e discussioni chiare ed efficaci”. LE TREDICI MOSSE Per gentile concessione, pubblichiamo di seguito un condensato delle tredici mosse strategiche per difendersi da bugiardi e manipolatori, tratte da Il potere della psicologia nera: 1. Fidatevi dell’istinto: rafforzate la consapevolezza dei comportamenti ingannevoli, subdoli e manipolatori ascoltando e fidandovi delle vostre intuizioni. Tutti noi cogliamo sottili segnali d’allarme o indicatori comportamentali, come per esempio la microespressione facciale (dalle labbra strette, agli occhi socchiusi, a un angolo della bocca che si solleva) di un’emozione o una scrollata di spalle incongrua. Il trucco consiste nel non ignorarli ma scoprire dove portano. 2. Indagate: fate attenzione a espressioni che significano che c’è più di quanto ci stanno dicendo (ad esempio, “in realtà” o “in sostanza”) e ponete domande specifiche per acquisire le informazioni che vi servono a individuare un bugiardo. Domande a risposta chiusa oppure un diretto “Perché dovrei crederti?” sono solo alcuni degli strumenti efficaci per smascherare le bugie: usateli. 3. Chiedete conto del comportamento: chi vuole danneggiarvi deve assumersi la responsabilità delle sue parole e dei suoi comportamenti. Uno dei trucchi più efficaci per far confessare un bugiardo è convincerlo che in realtà lui vuole essere sincero. 4. Evitate le trappole: i manipolatori cercheranno di prendervi all’amo; quindi, dovrete capire cosa usano come esca (ed evitare di abboccare). Se qualcosa sembra troppo bello per essere vero, probabilmente è una trappola. 5. Influenzate i manipolatori senza farvi accorgere: la persuasione consiste nel riuscire a suscitare abbastanza interesse e fiducia perché l’altro creda in ciò che diciamo e si lasci guidare a fare la cosa giusta. 6. Controllate la narrazione: per poter guidare una conversazione e mantenerne il controllo, convincendo l’altro a essere sincero o a prendere in considerazione il nostro punto di vista, è possibile usare comandi nascosti e tecniche di elicitazione, cioè l’uso di frasi strategiche anziché domande dirette (ad esempio: “Aiutami a chiarire la situazione”). 7. Riappropriatevi del vostro potere: Se avete una relazione lavorativa, romantica o famigliare con qualcuno che mina la vostra autostima, la vostra felicità o la vostra sicurezza, è venuto il momento di ribellarvi e riprendere in mano la vostra vita. Smettete di dubitare di voi stessi e ribadite la vostra forza ogni giorno. 8. Cambiate le carte in tavola: dite e fate l’inaspettato. Una volta capito ciò che per il manipolatore conta più di tutto, portateglielo via. 9. Stabilite dei confini: costruite confini robusti e attenetevi a essi. Definite in maniera esplicita i comportamenti inaccettabili e, se l’altro li viola, prendete delle contromisure. 10. Create distanza: i manipolatori sanno essere subdoli. A volte cercano di attirarci in una discussione usando la confusione per esasperarci e poi darci la colpa. Smettete di interagire con loro per evitare di farvi attirare ancora più a fondo nella sua trappola. 11. Andatevene: abbandonate la persona o la situazione per sempre. Tagliate i ponti e imparate a concentrarvi sul futuro, non sul passato. 12. Procuratevi sostegno: ci sono sempre risorse cui attingere per ottenere aiuto a porre termine a una relazione che ostacola la nostra felicità o la sicurezza in noi stessi e la crescita. Crearsi una rete di supporter, coach e mentori è fondamentale. Sappiate che se volete davvero una vita migliore, soprattutto se siete in una relazione tossica in cui l’altro vi sminuisce o vi manipola, potete averla. 13. Siate resilienti: munitevi di strumenti efficaci per “ripartire con slancio” (e non tornare indietro) dopo essere stati vittime della psicologia nera. Meritate il meglio che la vita ha da offrire. Non dimenticatelo mai. L'articolo Smascherare un narcisista patologico in 13 mosse. “Il potere della psicologia nera” svela come proteggersi da soprusi, raggiri, trame e violenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Addio a Maria Rita Parsi, morta la psicologa che ha dedicato la vita ai diritti dei bambini
È morta all’età di 78 anni Maria Rita Parsi, psicologa, psicoterapeuta e intellettuale di fama internazionale, da sempre punto di riferimento nella tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. La sua scomparsa lascia un vuoto profondo nel mondo della psicologia, delle istituzioni e dell’impegno civile, ambiti che ha attraversato con passione e rigore per oltre cinquant’anni. Nata a Roma il 5 agosto 1947, l’esperta ha dedicato l’intera esistenza allo studio, all’ascolto e alla difesa dei più piccoli. Docente, psicopedagogista e psicoterapeuta, ha saputo intrecciare l’attività clinica con quella istituzionale, la ricerca scientifica con la divulgazione, la formazione con la sensibilizzazione sociale. Un impegno instancabile, guidato da una visione chiara: garantire ai bambini e agli adolescenti protezione, diritti e strumenti per uno sviluppo armonico. Molte volte Parsi è stata ospite di programmi televisivi per offrire le sue riflessioni e le sue competenze sui casi di cronaca con minori coinvolti. Tra i contributi più originali lasciati dalla studiosa spicca la psicoanimazione, metodologia da lei ideata e applicata in ambito psicologico, pedagogico e terapeutico. Un approccio umanistico allo sviluppo del potenziale umano, capace di tradurre concetti teorici in strumenti concreti di crescita e aiuto. Su queste basi fondò la Scuola Italiana di Psicoanimazione (Sipa), divenuta negli anni un punto di riferimento per operatori e formatori. Nel 1992 diede vita all’Associazione Onlus Movimento per, con e dei bambini, trasformata nel 2005 nella Fondazione Movimento Bambino Onlus, che sotto la sua guida si è affermata come centro di diffusione della Cultura dell’Infanzia e dell’Adolescenza, impegnata nella lotta contro abusi e maltrattamenti e nella promozione della tutela giuridica e sociale dei minori. Accanto al lavoro scientifico e istituzionale, Maria Rita Parsi ha avuto un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Dal 1995 era iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come pubblicista e ha collaborato con numerose testate, tra cui Il Messaggero, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione, Oggi, Donna Moderna, Starbene e Riza Psicosomatica. Ha partecipato a programmi televisivi come esperta e ha condotto trasmissioni, tra cui Junior Tv, riuscendo a coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa e a raggiungere un pubblico ampio e diversificato. Il suo impegno istituzionale è stato altrettanto rilevante. A livello internazionale, nel 2012 fu eletta al Comitato Onu per i Diritti del Fanciullo, con sede a Ginevra, contribuendo alla vigilanza sull’applicazione della Convenzione internazionale sui diritti dei minori. In Italia, dal 2021 faceva parte del gruppo di lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla Child Guarantee, mentre dal 2020 era esperta dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza presso il Dipartimento per le politiche della famiglia. Ha inoltre ricoperto numerosi incarichi: consulente tecnico del Tribunale Civile di Roma, membro del Comitato di coordinamento contro l’abuso sessuale dei minori, consulente della Commissione parlamentare per l’infanzia, componente di comitati di autoregolamentazione pubblicitaria e televisiva e commissario della sezione Olaf della Siae. Autrice prolifica, Maria Rita Parsi ha pubblicato oltre cento opere tra saggi scientifici, testi divulgativi e narrativa. Tra i titoli più noti figurano Animazione in borgata, Le mani sui bambini, S.O.S. Pedofilia, Maladolescenza. Quello che i figli non dicono e Manifesto contro il potere distruttivo, lavori che testimoniano una carriera segnata da coerenza, coraggio e attenzione costante verso i più fragili. Il suo impegno è stato riconosciuto da numerosi premi e onorificenze, tra cui il titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica, il Premio Paolo Borsellino, il Premio Hemingway, il Premio Eccellenza Donna e il Premio Edela. L'articolo Addio a Maria Rita Parsi, morta la psicologa che ha dedicato la vita ai diritti dei bambini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia
Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva: Daniela Perani le ripercorre
Quando Charles Darwin ebbe il primo figlio, William, passava ore ad osservare la meraviglia di come quel piccolo essere umano scopriva il mondo. Si accorse così che le sue espressioni facciali, che descrivevano stati d’animo come la rabbia, la frustrazione o il sorriso di quando vedeva la madre, rappresentavano qualcosa di innato, che era arrivato molto prima del linguaggio e anche della consapevolezza del mondo. Erano le emozioni, nel loro stato più naturale. Con il tempo la scienza ha dimostrato che non solo le emozioni sono importanti, ma modellano i nostri circuiti neuronali fin dalla prima infanzia. Il cervello dell’adulto insomma si forma in base alle emozioni che ha vissuto da bambino, non solo a livello psicologico, ma anche fisiologico. Ricevere affetto o subire dei traumi nei primi anni di vita produce altera il funzionamento dei neuroni per sempre. Nel libro Quando il cervello si emoziona. Viaggio nelle età della nostra vita emotiva (Rizzoli) Daniela Perani, docente di Neuroscienze all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ripercorre i passaggi neurali del cervello nelle varie fasi dello sviluppo e dell’invecchiamento. Il cervello infatti non ferma il suo sviluppo nell’infanzia, continua a mutare per tutta la nostra vita, adattandosi all’età biologica e agli stimoli ricevuti. Le emozioni cambiano insieme a noi, seguono il ritmo dello sviluppo e dell’invecchiamento cerebrale. Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva, determinata dal modo in cui diverse aree del cervello maturano, si coordinano o lentamente si trasformano. Durante l’adolescenza il sistema emotivo è molto attivo, ma le aree di controllo (corteccia prefrontale) sono ancora immature. Questo spiega l’impulsività, la ricerca del rischio e l’intensità emotiva caratteristica di questa età. Non è “sregolatezza”, ma uno squilibrio temporaneo nello sviluppo cerebrale che si trova con parti già sviluppate e altre non ancora completamente attrezzate. Con l’età adulta, il cervello raggiunge un maggiore equilibrio. Emozione e razionalità smettono di essere in conflitto e iniziano a collaborare. L’esperienza accumulata permette di riconoscere, modulare e utilizzare le emozioni come strumenti di orientamento nelle scelte quotidiane. In questa fase della vita, le emozioni diventano una forma di competenza: aiutano a valutare le situazioni, a prendere decisioni complesse, a costruire relazioni stabili e significative. Contrariamente ai luoghi comuni, la vecchiaia non coincide con un impoverimento emotivo. Anzi, con l’invecchiamento, spesso diminuiscano le emozioni negative più intense, come rabbia e ansia, mentre cresce la capacità di regolazione emotiva. Il cervello anziano tende a selezionare ciò che conta davvero, privilegiando relazioni profonde e stati emotivi più stabili. Le emozioni diventano meno tempestose, ma non meno importanti. C’è un legame stretto tra emozione, memoria e identità. Le emozioni danno peso ai ricordi, li rendono vivi e significativi. Senza di esse, la memoria perde colore e il senso di continuità del sé si indebolisce. È attraverso le emozioni che la nostra storia personale acquista coerenza e valore. Attraverso studi neuroscientifici, tecniche di neuroimaging e casi clinici, Perani dimostra che le emozioni hanno basi biologiche precise, distribuite in reti cerebrali complesse. Non esiste un “centro delle emozioni” (come nel film di animazione Inside Out per intenderci), ma un dialogo continuo tra diverse parti del cervello. Comprendere le emozioni significa comprendere il funzionamento più autentico del cervello e, quindi, di noi stessi. Le emozioni non sono un limite da controllare, ma una risorsa fondamentale che accompagna l’essere umano dall’infanzia alla vecchiaia, dando senso all’esperienza del vivere. L'articolo Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva: Daniela Perani le ripercorre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Supporto psicologico per i pazienti oncologici, in Italia solo il 20% delle strutture ha personale formato. E le Regioni vanno in ordine sparso
Quando è nata, appena 50 anni fa, la psiconcologia si occupava principalmente di affrontare con il paziente la fine della vita. Di fronte al cancro, il “male” di cui non si poteva neanche pronunciare il nome, il lavoro dello psicologo specializzato nell’assistenza a chi è affetto da malattie oncologiche era strettamente correlato all’idea della morte. Negli ultimi decenni, però, la ricerca ha decisamente migliorato la prognosi di molti tumori. Ora lo psiconcologo affianca il paziente – ma anche i suoi cari e persino gli operatori sanitari che lo hanno in cura – in tutte le fasi. Dalla prevenzione alla diagnosi, passando per la fatica delle terapie o la preoccupazione di dover subire un intervento, fino alla cronicizzazione della malattia. Ma la coperta della sanità pubblica italiana, affetta da anni di sottofinanziamento, è corta, ed è difficile arrivare ovunque con questo tipo di assistenza psicologica. Nonostante alcuni passi avanti fatti in ordine sparso dalle Regioni, lo psiconcologo è considerato ancora una figura accessoria. Solo il 20% delle strutture – principalmente i grandi centri specialistici – dispone di professionisti formati per affrontare il disagio mentale determinato dal cancro. “Si stima che più del 50% dei pazienti oncologici manifesti livelli clinicamente significativi di distress emozionale. Ansia, depressione, insonnia e paura costante della recidiva hanno un impatto negativo sul sistema immunitario, sulla qualità di vita e sull’adesione ai trattamenti. E ciò incide direttamente sull’andamento della malattia”, spiega a ilfattoquotidiano.it Gabriella Pravettoni, direttrice della divisione di psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e professoressa di psicologia delle decisioni all’Università degli Studi di Milano. Ma la psiconcologia non riguarda più soltanto il rapporto tra paziente e malattia, investe l’intero sistema di relazioni che ruota attorno alla persona che ha avuto la diagnosi. “Il tumore non è la malattia di una persona sola, ma di una famiglia, di un sistema – sottolinea Pravettoni -. I professionisti specializzati lavorano con i familiari, con i caregiver, con le coppie che entrano in crisi durante il percorso di cura, con i genitori che devono trovare le parole giuste per spiegare la malattia ai figli”. Il miglioramento delle terapie ha aperto inoltre un fronte nuovo: quello della cronicità. In Italia sono centinaia di migliaia le persone che convivono a lungo con una diagnosi oncologica. Vivere di più, però, non significa automaticamente vivere meglio. “Nella cronicizzazione il bisogno di lavorare sulla psiche è ancora più forte”, spiega Pravettoni. Senza un supporto adeguato, il rischio è quello di restare intrappolati in una condizione di allarme permanente, “con la spada di Damocle sulla testa”, anche quando davanti ci sono molti anni di vita, anche di buona qualità. La psiconcologia lavora proprio su questo scarto: aiutare le persone non solo ad allungare la vita, ma ad “allargare l’esistenza”, a vivere pienamente il presente. “In generale, siamo sempre focalizzati su quanto tempo vivremo – osserva la dottoressa – mentre la domanda centrale dovrebbe essere come viviamo il tempo che abbiamo”. Accanto ai pazienti e alle famiglie, c’è poi un altro gruppo spesso dimenticato: gli operatori sanitari. Oncologi, palliativisti e infermieri affrontano quotidianamente il dolore degli altri, visita dopo visita, ogni venti o trenta minuti. “È un’esposizione che non può essere sottovalutata”, avverte Pravettoni. Il burnout colpisce una quota crescente di professionisti, con effetti che possono ricadere anche sulla qualità delle cure. La psiconcologia, in questo senso, svolge una funzione di prevenzione sistemica: sostenere un singolo medico o infermiere significa, indirettamente, migliorare l’assistenza per decine, centinaia di pazienti. Nonostante questo quadro, l’accesso ai servizi resta diseguale. La presenza dello psiconcologo è prevista formalmente in molte strutture, ma nella pratica mancano figure stabilizzate e con una formazione specifica. Sono pochi i centri che hanno vere strutture di psiconcologia. E il ricorso a consulenze esterne o a contratti precari scoraggia anche i giovani professionisti dall’intraprendere questo percorso di specializzazione. “Se non ci sono sbocchi professionali, perché uno psicologo dovrebbe scegliere di formarsi in psiconcologia?”, denuncia Pravettoni. Negli ultimi anni, a macchia di leopardo alcune Regioni hanno provato a colmare questo vuoto. Nel Lazio, a fine 2025, è stato presentato il bonus psiconcologia: un sistema di voucher che consente a pazienti oncologici e familiari con Isee fino a 40mila euro di accedere a colloqui con professionisti qualificati, fino a 16 incontri, estendibili a 32. “È una risposta molto importante, positiva”, commenta Pravettoni, che vede in queste misure un primo riconoscimento istituzionale della centralità della salute mentale nel percorso oncologico. Anche la Puglia, nel 2024, si era mossa in tal senso, approvando una legge regionale sul sostegno psicologico in ambito oncologico. La norma è finita poi al centro di uno scontro politico con il governo, che l’ha impugnata, ma è stata salvata da una sentenza della Corte costituzionale dello scorso ottobre. In ogni caso, si tratta ancora di interventi frammentati, che rischiano di accentuare le disuguaglianze territoriali. Una cornice comune nazionale aiuterebbe non solo i pazienti e le famiglie, ma anche le strutture sanitarie, rendendo lo psiconcologo una figura strutturale del Servizio sanitario nazionale e non un lusso riservato a pochi grandi centri. “Speriamo che queste esperienze possano diventare una realtà nazionale – conclude Pravettoni -. La psiconcologia si è fatta largo lentamente anche a causa del pregiudizio culturale che soprattutto in passato avvolgeva il tema della salute mentale. Quando ho iniziato mi dicevano che dallo psicologo ci vanno i matti. Ora abbiamo fatto molti passi in avanti, ma ora dobbiamo fare un altro step”. Per dare a tutti i cittadini la possibilità di vivere meglio, e non solo più a lungo, con e dopo il cancro. L'articolo Supporto psicologico per i pazienti oncologici, in Italia solo il 20% delle strutture ha personale formato. E le Regioni vanno in ordine sparso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica
di Melania Scali* Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola. Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti. Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale. Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo? Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali. Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo. Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei. Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi. *
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Cos’è il boysober, il nuovo trend che spinge a prendersi una pausa dalle relazioni romantiche (e dalle app di dating)
Nell’epoca in cui le relazioni passano sempre più spesso da uno schermo, da profili sintetici e da pochi secondi per decidere se qualcuno “vale la pena”, una nuova parola ha iniziato a circolare sui social: boysober. Il riferimento è anche alle app di dating, piattaforme che promettono incontri e possibilità potenzialmente infinite ma che, nella pratica, hanno trasformato il legame affettivo in un’esperienza rapida, selettiva e spesso emotivamente dispendiosa. Il boysober indica la scelta consapevole di prendersi una pausa dalle relazioni romantiche – e dal dating in generale – per interrompere dinamiche percepite come frustranti, ripetitive o sbilanciate. Non è una rinuncia all’amore né una dichiarazione ideologica contro gli uomini, ma una sorta di “detox emotivo” per rimettere al centro sé stesse, il proprio benessere psicologico e relazioni vissute con maggiore autonomia e meno pressione. L’ESPERTA: “TRA ILLUSIONE E SPERSONALIZZAZIONI” Dal punto di vista psicologico, come spiega al FattoQuotidiano.it Elisa Balbi, psicologa e psicoterapeuta, docente internazionale, coautrice di varie pubblicazioni e saggi sugli adolescenti, il fenomeno coinvolge in particolare le Millennials (nate tra il 1981 e il 1996) e Native digitali (1997-2012), ma con modalità ed effetti diversi. “Le prime spesso vivono relazioni a due ‘illusorie’: rapporti portati avanti quasi da sole, con la speranza che evolvano, fino a sperimentare una frustrazione profonda quando l’altro si dilegua. Una sofferenza che può diventare devastante. Le native digitali, invece, cresciute in una comunicazione prevalentemente tecnologica, tendono a spersonalizzare le relazioni vissute online e, quando passano al contatto diretto, accettano spesso rapporti solo sessuali, nella speranza di essere scelte da chi, nel frattempo, gode dei vantaggi intimi e confidenziali di una relazione non esclusiva. In questo quadro, il boysober appare come una forma di autodifesa emotiva: rinunciare prima ancora di deludersi”. GLI EFFETTI DELLE APP DI INCONTRI Il ruolo delle app di dating è centrale. Nate con lo scopo di facilitare incontri anche sessuali senza legami formali, oggi convivono con altri spazi digitali usati soprattutto dalle più giovani -Instagram, Snapchat e WhatsApp per comunicare, YouTube e Tiktok per mostrarsi o informarsi -. “Ma, secondo l’esperta -, gli effetti più problematici del dating online ricadono proprio sulle Millennials. Non riuscendo a non affezionarsi, finiscono per mettere in discussione non tanto il contesto dell’incontro, che spesso non le rappresenta, quanto sé stesse: il proprio essere interessanti, affascinanti, intelligenti. Una dinamica che ha una ricaduta pesante sull’autostima”. LE DOMANDE DA PORSI La stanchezza emotiva che molte donne dichiarano – fatta di relazioni percepite come sbilanciate, di aspettative disattese e di una sequenza di micro-delusioni – è reale. “Però la responsabilità non è mai solo di una parte – sottolinea la psicologa -. Le relazioni sono spesso asimmetriche perché entrambe le persone contribuiscono a mantenerle tali. Uscirne richiede un cambio di prospettiva: tornare a focalizzarsi sui propri obiettivi e porsi domande chiare, tipo ‘cosa voglio per me?’; ‘l’altro mi dà ciò che mi piace e mi fa stare bene?’. Questo significa comprendere che non sta a noi cambiare l’altro, ma selezionare chi possa completarci: complementare, sì, ma con progettualità e obiettivi comuni e affini ai nostri”. CI VUOLE PIÙ “SANO EGOISMO” In questo senso, il boysober può essere letto anche come un segnale di un cambiamento più profondo nel modo in cui le nuove generazioni concepiscono amore, felicità e realizzazione personale. Balbi richiama una riflessione antica, attribuita a Epitteto: “Non è ciò che ti accade, ma come reagisci che conta”. Un’educazione all’amore e alla felicità passa dal rimettere ciascuno al centro della propria vita, coltivando quello che possiamo definire un ‘sano egoismo’. Affrontare le difficoltà, agire in autonomia costruendo sé stessi e la propria realtà, tollerare la frustrazione del non avere tutto e subito sono passaggi necessari per raggiungere i propri obiettivi. Essere il proprio centro – conclude Balbi – permette di scegliere consapevolmente chi si vuole accanto, farlo stare al meglio per ricevere il meglio, senza illusioni ma anche senza rinunce definitive”. L'articolo Cos’è il boysober, il nuovo trend che spinge a prendersi una pausa dalle relazioni romantiche (e dalle app di dating) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Divorce Day: ecco perché gennaio è davvero il mese in cui ci si lascia di più?
Probabilmente ve ne sarete accorti dai social, o parlando con i vostri amici. Gennaio è il periodo dell’anno in cui molte coppie si lasciano, o arrivano al capolinea. Sì, le stesse coppie che solo poche settimane fa condividevano sui social foto dei regali di Natale, romantiche cioccolate calde e baci sotto i fuochi d’artificio. Magari è colpa di un litigio di troppo dai suoceri, o di una brutta discussione in autostrada sulla strada di caso. Fatto sta che da qualche anno gennaio si è guadagnato la reputazione di “mese delle rotture” (in ogni possibile accezione del termine) o “mese del divorzio”. C’è addirittura chi ha individuato un vero e proprio “Divorce Day”: il primo lunedì pienamente lavorativo dopo le feste è il giorno in cui si registrano più richieste di divorzio. Le statistiche dimostrano un aumento in determinati periodi dell’anno – gennaio, fine agosto o i primi di settembre – ma il Divorce Day è una leggenda metropolitana, esattamente come il Blue Monday. Tuttavia riflette una tendenza più ampia: considerare gennaio come un mese di grandi cambiamenti, anche nella vita sentimentale. Ci sono vari motivi per cui, se una coppia deve “scoppiare”, è probabile che succeda in questi giorni. Le feste natalizie, innanzitutto: famiglie, spese, aspettative e obblighi sociali possono mettere molto stress su una coppia. Capita che si litighi su dove passare le feste, sulle rispettive famiglie, su eventuali vacanze e una volta tornati alla vita di tutti i giorni si decida di mettere un punto. Per le coppie sposate e con figli può essere vero l’opposto: spesso la decisione di separarsi o divorziare c’era già, ma si aspetta gennaio per renderla ufficiale, in modo da non “guastare” l’atmosfera per i figli e per i parenti. Se durante le feste si cerca di mantenere un sorriso di facciata, insomma, ora è il momento di smettere di fingere e vivere la separazione. Stare più tempo con amici e parenti, poi, può agire come la “spinta” finale per il partner più indeciso: il confronto con le persone più care può servire a dare il coraggio per uscire da una storia difficile o infelice. In qualche misura c’entrano anche i buoni propositi di inizio anno, o meglio: il desiderio di riprendere in mano la propria vita, guardarsi dentro e fare dei cambiamenti. Secondo un’indagine di Unobravo, famoso servizio di psicologia online, gennaio “si conferma come un mese ad alta spinta motivazionale”. “Questa energia è rivolta soprattutto alla sfera relazionale: secondo il 53% dei terapeuti, il proposito più frequente riguarda il miglioramento delle relazioni interpersonali o della gestione dei conflitti”. Gennaio non è il mese dei divorzi: con ogni probabilità è il mese in cui ci si guarda negli occhi e si sceglie di non trascorrere un altro anno infelice insieme. Ed è più facile farlo quando tutti sono nel pieno dell’euforia da “anno nuovo, vita nuova”. L'articolo Divorce Day: ecco perché gennaio è davvero il mese in cui ci si lascia di più? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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