La piazza è la stessa di 87 anni fa. Era il 18 settembre del 1938. Giorno nel
quale Benito Mussolini, all’apogeo della sua effimera gloria, annunciava la
necessità del razzismo e il varo delle misure legislative antisemite. Si
chiamava Piazza dell’Unità prima di essere ribattezzata Piazza d’Unità D’Italia
nel 1955. Una piazza ‘imperiale’ dove risuonarono parole indegne che avrebbero
provocato sofferenze, discriminazioni e deportazioni. Dare al dolore la parola
dovrebbe essere il compito di tutta politica. Missione delicata, forse
impossibile perché solo chi abita il dolore o allora forse solo il silenzio
perché il dolore non parla, tace in attesa delle parole smarrite o quelle da
creare per la circostanza. A questo dovrebbe servire una piazza degna di questo
nome e luogo per antonomasia della politica intesa come partecipazione e
possibile cura del dolore collettivo e personale, cioè unico. Dare al dolore la
parole sapendo che il dolore non parla. In questa tragica dicotomia si gioca la
credibilità di ogni politica che non sia una tragica e aggiornata continuazione
di leggi razziali.
Il dolore sussurra al cuore oppresso perché il dolore, ogni dolore, è inedito e
non riproducibile. Il cuore degli ebrei che avevano convissuto per decenni tra
mille difficoltà. Un cuore è oppresso dal dolore perché a poche centinaia di
metri da questa piazza ce n’è un’altra. L’hanno chiamata con un nome che avrebbe
dovuto accogliere coloro arrivano per salvarci. Si chiama Piazza della libertà
per chi sfida il tempo, le frontiere, la geografia, la storia e la libertà che
si traduce in giustizia, ascolto e condivisione. Tra Piazza dell’Unità d’Italia
e i magazzini abbandonati dove a stento sopravvivono i rifugiati, in linea
d’aria sono poche centinaia di metri.
Si tratta nondimeno di due mondi paralleli, uno imperiale e l’altro marcato dal
dolore che cerca senza fine le parole per essere udibile. Finché il dolore
diventa silenzio, quello della morte, così come accaduto qualche settimana or
sono. Uno dei mondi è finto e l’altro tace perché pochi sanno raccoglierne
l’eredità.
E gli dice di spezzarsi che poi sarebbe l’unica risposta degna per chi rischia
di permettere al dolore di creare, appunto, parole spezzate. Sono le frontiere
delle storie crocifisse e cioè spezzate da un dolore che arriva senza
annunciarsi. Parole che avrebbero potuto evitare di tradire chi scompare nei
deserti, nel mare e sulle mille rotte della libertà. Nel Sahel, a Gaza, nel
Sudan e nel Congo e nelle altre guerre dimenticate solo dolori senza parole,
mutilate per sete di potere e il dio denaro, necrofilo.
Date al dolore la parola, il dolore non parla, sussurra al cuore oppresso e gli
dice di spezzarsi (William Shakesperare, Macbeth, IV, 3)
La Piazza d’Italia imperiale, dell’Unità d’Italia a Trieste, in un giorno
annuvolato, avvolge turisti e passanti con una musica da valzer, come fosse già
la festa di capodanno a Vienna. Una coppia di sposi novelli profitta per esibire
gli abiti di cerimonia con qualche foto ricordo. Poco lontano, alcuni amici
africani propongono improbabili libri da vendere alla distratta platea di
mattina. Accanto al molo passa un giovane con la famiglia e il capo rivestito di
alloro. Certamente un neolaureato fiero del suo percorso accademico.
Rimane la bella piazza imperiale che, il 18 settembre del 1938, era gremita di
persone che a migliaia acclamavano le parole, senza dolore, di Mussolini.
Trieste, 18 dicembre 2025
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centinaia di metri, quella dei rifugiati proviene da Il Fatto Quotidiano.