A Trieste un uomo è stato denunciato dalla polizia per aver chiuso due cani e un
gatto all’interno del bagno del suo appartamento per due settimane. Secondo
quanto riportato da Trieste News, l’episodio si è verificato lo scorso 14
gennaio. A lanciare l’allarme sono stati i vicini di casa del giovane
proprietario, che hanno avvisato la polizia dopo aver udito per giorni i lamenti
degli animali domestici.
Gli agenti hanno segnalato di aver trovato all’interno dell’appartamento,
situato in viale Campi Elisi, una situazione di degrado e di scarse condizioni
igienico sanitarie.
La polizia ha aperto la porta del bagno e ha liberato i cuccioli, apparsi
denutriti e disidratati. L’inquilino è stato identificato dagli agenti. L’uomo
ha dichiarato alla polizia di aver ricevuto gli animali da una coppia di amici e
di aver chiuso i due cani e il gatto nel bagno a causa di un impegno fuori
città.
I cuccioli sono stati trasferiti al canile sanitario del Comune di Trieste, dove
hanno ricevuto cure.
L'articolo Chiude gli animali domestici nel bagno di casa sua: la polizia
denuncia l’uomo e salva i cuccioli dal degrado proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alle 7 del mattino è iniziata l’ennesima operazione di sgombero degli ex
magazzini del Porto Vecchio di Trieste, edifici fatiscenti in cui trovano riparo
i richiedenti asilo che non riescono ad avere accesso all’accoglienza. Da
quell’ora è in corso lo screening per verificare la posizione amministrativa
delle persone per inserirle “nel sistema dell’accoglienza e trasferirli in altri
centri del territorio nazionale”, come riporta una nota diffusa dalla Questura,
che coordina le operazioni alle quali prendono parte Polizia di Stato, Arma dei
Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Locale con il
supporto di contingenti di rinforzo. A quanto riferito al Fatto da fonti
informate, però, i trasferiti dovrebbero essere solo cento, cifra che secondo
operatori e volontari delle associazioni attive in città lascia scoperte almeno
altrettante persone attualmente senza accoglienza nonostante la manifesta
volontà di richiedere asilo e il diritto che immediatamente ne consegue.
Tanto che i volontari presenti stamattina per monitorare la situazione si
domandano se la logica risponda all’esigenza di ripristinare la legalità nel
rispetto dei diritti dei richiedenti o più semplicemente all’esigenza di
sgomberare gli edifici più immediatamente interessati dai cantieri che la
trasformazione dell’area vicina al centro cittadino. L’operazione di sgombero,
hanno riferito le autorità, è stata decisa sulla base delle determinazioni
assunte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e ha per
oggetto un edificio in particolare, il n.4. Gli altri, compreso quello dove si è
sentito male Sunil Tamang, il 43enne nepalese morto il 13 gennaio all’ospedale
di Cattinara. Al termine delle attività, è stato annunciato che l’edificio sarà
bonificato e sigillato al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza e
igienico-sanitarie, anche in considerazione delle temperature rigide invernali
per ripararsi dalle quali vengono spesso accesi piccoli falò che in alcuni casi
hanno causato incendi.
“Ci sono anche alcune donne sole dal Nepal e persone che dormivano nei
dormitori: hanno chiamato anche loro dicendo di raggiungere l’area dello
screening”, riferisce al Fatto un operatore del Consorzio Italiano di
Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (Ics). “Molte persone vengono dal Nepal,
altre dal Bangladesh e poi ci sono afghani e pakistani. Ci sono anche famiglie:
una pakistana, una famiglia mista russo irachena”. Nel corso della giornata si
saprà quante e quali persone sono riuscite a salire sui pullman e quante avranno
semplicemente fatto ritorno agli edifici non sgomberati dove le condizioni
igienico sanitarie sono disumane. Difficile infatti comprendere la disponibilità
limitata del trasferimento per l’inserimento in accoglienza in un periodo come
quello invernale dove gli sbarchi dal Mediterraneo sono al minimo. Né risulta
che l’amministrazione regionale e cittadina di centrodestra abbiano mai chiesto
conto di operazioni a singhiozzo che non risolvono il problema, come delle
lungaggini sulle procedure d’asilo alla Questura di Trieste che di fatto
impediscono l’accesso all’accoglienza anche quando i posti ci sarebbero, con
persone che arrivano ad aspettare mesi per un pezzo di carta che andrebbe
rilasciato in pochi giorni e si rivolgono alla Questura di Gorizia e intanto
restano all’addiaccio. Difficile ormai credere che a Trieste esista davvero la
volontà di superare una situazione che viene denunciata come “degrado”.
L'articolo Migranti, a Trieste ennesimo sgombero e trasferimento per un
centinaio di persone. Le altre resteranno in strada proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Trieste uccide, di nuovo. Non ce l’ha fatta il richiedente asilo nepalese di 43
anni che sabato scorso era stato ricoverato al locale ospedale di Cattinara per
un arresto cardiaco. In attesa di formalizzare la sua richiesta, l’uomo viveva
nei magazzini dismessi del Porto Vecchio (nella gallery le foto di ), area
abbandonata e fatiscente dove, mancando un’alternativa, i migranti trovano
riparo rimanendo esposti alle temperature invernali, che nei giorni scorsi sono
scese sotto lo zero portando neve e vento di Bora. Da uno di quei magazzini era
corsi fuori alcuni connazionali in cerca di aiuto per soccorrere il 43enne colto
da malore. Le condizioni erano apparse subito gravi e in breve tempo sono
precipitate. A generare l’arresto cardiaco era stata un’embolia polmonare la cui
causa, riferisce la stampa locale, non è stata ancora chiarita. Ricoverato nel
reparto di cardiochirurgia, lunedì ne era stata dichiarata la morte celebrale e
l’indomani il decesso. L’episodio segue le morti di altri migranti in Friuli
Venezia Giulia. Ai primi di dicembre, dopo l’ennesimo sgombero del Porto
Vecchio, era stato trovato il cadavere del 32enne algerino Hichem Billal
Magoura, morto di freddo in quegli stessi magazzini.
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FOTO DI FIORELLA COSTANTINI
Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del
Porto Vecchio a Trieste
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Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del
Porto Vecchio a Trieste
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Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del
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Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del
Porto Vecchio a Trieste
Il ricovero del richiedente nepalese è stato oggetto di accuse da parte delle
associazioni locali e in particolare del Consorzio italiano di solidarietà –
Ufficio rifugiati onlus (Ics) che in città si occupa anche di accoglienza.
“L’uomo che accusava da giorni forti dolori al petto aveva ricevuto una prima
visita medica nel centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la
procedura di asilo”, aveva scritto Isc in una nota sabato scorso. “Ieri aveva
tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con
condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto
Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata”. Quanto accaduto, concludeva la
nota, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile: chiediamo che
cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla
legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma
riconducibili a precise responsabilità istituzionali”.
Una denuncia già circostanziata nel recente rapporto “Accesso negato“, che
racconta il percorso a ostacoli al quale sono sottoposti i richiedenti a
Trieste, in palese violazione della legge. La registrazione delle domande, che
dovrebbe avvenire in pochi giorni, richiede fino a due mesi e di fatto blocca
l’ingresso nell’accoglienza che è invece un diritto della persona dal momento in
cui manifesta la volontà di chiedere asilo. Il rapporto denuncia pratiche
vessatorie presso la Questura di Trieste, l’assenza di tutela e accesso
prioritario per i casi di vulnerabilità. Spesso “lasciando le persone in attesa
per ore o costringendole ad allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di
salute. Esattamente come accaduto al richiedente nepalese. Eppure il
Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha dedicato un
Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Nel 2025 le
associazioni che hanno curato il report hanno inviato 34 segnalazioni collettive
e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, compresi i casi
di vulnerabilità. Mai una sola risposta.
Dopo il ricovero, invece, l’assessore regionale alla Sicurezza, Roberto Roberti,
ha attaccato il Consorzio Ics. “Ricondurre il malore di un richiedente asilo
nepalese a responsabilità delle forze dell’ordine equivale a un’operazione di
sciacallaggio politico”, ha tuonato l’assessore leghista. “Se ha così poca
fiducia nelle istituzioni, Ics rifiuti le cospicue remunerazioni mensili ed
esponga le proprie tesi indegne in un’arena elettorale”. Ics o no, il diritto
all’accoglienza dei richiedenti resta sancito dalla legge e la situazione rimane
identica da molti anni nonostante in città come in Regione governi il
centrodestra. Per la consigliera comunale Alessandra Richetti (M5s) le
“condizioni” in cui viveva il 43enne “erano già di per sé disumane e
pericolose”: il fenomeno migratorio “va gestito”. Quanto alle risorse, il
segretario generale del Siulp Fvg, Fabrizio Maniago, scrive oggi in una nota che
a Trieste si è “passati dai 100/150 richiedenti asilo annui di vent’anni fa,
alle – nei grandi eventi di rintraccio – 120 persone in un solo giorno”, mentre
“il numero di poliziotti della sola Questura di Trieste è passato da 600 unità a
400 nello stesso intercorso temporale”. Tornando alla politica, per la destra la
soluzione è una sola: limitare gli arrivi. “E se non si riuscisse a limitare i
flussi?”, domandava allo stesso Roberti il quotidiano Il Piccolo in
un’intervista del 27 dicembre. “In tal caso chi arriva deve sapere che non
troverà quell’Occidente scintillante visto sullo smartphone e dovrà affrontare
un inverno senza documenti, senza lavoro, senza un tetto”. E perché no, la
morte.
L'articolo Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste.
Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È “inammissibile” il ricorso presentato dalla difesa di Sebastiano Visintin,
marito di Liliana Resinovich, che chiedeva di disporre un incidente probatorio
per una nuova perizia medico-legale sulla morte della donna. La prima sezione
penale della Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi, nelle motivazioni della
sentenza depositata e relative alla decisione assunta il 18 novembre 2025, ha
condannato Visintin al pagamento delle spese processuali e, “valutati i profili
di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal
ricorso”, anche al versamento di 3mila euro alla Cassa delle Ammende. Le
motivazioni confermano così le indiscrezioni che già nelle settimane scorse
avevano anticipato l’orientamento della Corte suprema.
Secondo la Cassazione, la doglianza sollevata dalla difesa è “manifestamente
infondata”. I giudici escludono in particolare che l’ordinanza del gip di
Trieste possa essere considerata “abnorme” o “posta al di fuori del sistema”.
L’atto contestato, firmato il 30 giugno 2025 dalla giudice per le indagini
preliminari Flavia Mangiante, aveva accolto la richiesta della Procura
disponendo un incidente probatorio limitato ad accertamenti genetici,
merceologici e dattiloscopici, rigettando invece l’istanza della difesa di
procedere anche a una nuova perizia medico-legale.
Nel ricorso, l’avvocato Paolo Bevilacqua sosteneva che la decisione del gip
fosse illegittima perché non teneva conto delle profonde divergenze tra le
consulenze medico-legali già acquisite nel corso delle indagini preliminari.
Secondo la difesa, proprio l’esistenza di esiti scientifici opposti avrebbe
imposto di anticipare il confronto tra periti attraverso l’incidente probatorio,
al fine di chiarire cause, modalità, data della morte e il periodo di permanenza
del corpo di Liliana Resinovich. Una tesi che la Suprema Corte ha però respinto,
ritenendo che la scelta del gip rientrasse pienamente nei poteri discrezionali
del giudice e non presentasse profili di anomalia tali da giustificare
l’intervento della Cassazione.
La decisione arriva al termine di un percorso giudiziario complesso e ancora
segnato da forti contrapposizioni scientifiche. La prima perizia medico-legale,
firmata da Fulvio Costantinides e Fabio Cavalli, aveva concluso per una morte
asfittica da “spazio confinato”, una cosiddetta plastic bag suffocation, senza
chiari segni di intervento di terzi. Di segno opposto la seconda consulenza,
coordinata da Cristina Cattaneo, secondo cui Liliana Resinovich sarebbe stata
uccisa e soffocata. Consulenza che aveva portato al totale ripensamento
dell’inchiesta per cui all’inizio la procura di Trieste aveva chiesto
l’archiviazione.
Proprio su queste “evidenti discrasie scientifiche”, come le aveva definite la
difesa, si era concentrata la richiesta di una nuova perizia collegiale.
“Abbiamo due consulenze completamente opposte, ecco perché serve un nuovo
esame”, aveva dichiarato Visintin nei giorni precedenti alla pronuncia della
Cassazione. “Sono passati quasi quattro anni e ancora oggi non sappiamo se Lilly
si è suicidata o è stata uccisa”, aveva aggiunto, sostenendo che, in caso di
rigetto, la difesa avrebbe cercato “altre forme” per ottenere un approfondimento
medico-legale.
Liliana Resinovich era stata trovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto
dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Nel gennaio del 2024 era stata decisa
la riesumazione del cadavere e dall’ipotesi di suicidio si è passati a quella di
omicidio volontario.
L'articolo Liliana Resinovich, ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso
del marito indagato per l’omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La sospensione dei diritti” dei richiedenti asilo a Trieste “mette a rischio la
vita”. Lo denuncia in una nota il Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio
rifugiati onlus, spiegando che “oggi (sabato 10 gennaio, ndr) un cittadino
nepalese 43enne, richiedente asilo, è stato soccorso per arresto cardiaco
all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste”, area in cui i migranti
trovano rifugi di fortuna.
L’uomo accusava da giorni forti dolori al petto, ricostruisce il Consorzio e
“aveva ricevuto una prima visita medica in centro diurno e stava tentando, senza
successo, di avviare la procedura di asilo. Ieri aveva tentato di presentarsi in
Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute
ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la
situazione è precipitata. Di fronte a dolori sempre più intensi, alcuni
connazionali hanno chiamato i soccorsi“.
L’uomo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cattinara in prognosi
riservata, le sue condizioni sono disperate. Quanto accaduto, secondo il
Consorzio, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile. Chiediamo –
conclude quindi la nota – che cessino immediatamente le prassi che negano nei
fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come
questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità
istituzionali”.
L'articolo Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle
sospensioni di fatto dei diritti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un fotomontaggio con Elly Schlein travestuta da Befana e il commento irridente
“Tanti auguri Befana“. Il post pubblicato per l’Epifania dal sindaco di Trieste,
Roberto Dipiazza di Forza Italia, scatena reazioni indignate dal Pd, i cui
esponenti intervengono in massa in difesa della segretaria. I capigruppo di
Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione al
Parlamento europeo Nicola Zingaretti definiscono il gesto “davvero grave“: “Un
sindaco, che rappresenta le istituzioni, in un giorno come questo, con le salme
dei ragazzi morti a Crans Montana appena arrivate in Italia, non trova di meglio
che insultare e offendere la segretaria del Pd. Un sindaco non nuovo a
comportamenti sessisti e offensivi nei riguardi delle donne e che con questo
gesto, fatto con la convinzione di risultare simpatico, mostra tutta la
grettezza, la volgarità e la miseria di una cultura di destra in cui la
denigrazione dell’avversario politico è abituale”, denunciano in una nota. “Ci
auguriamo”, concludono, “che il sindaco di Trieste al più presto chieda scusa
alla comunità del Pd e alla sua segretaria. E ci aspettiamo che dai partiti che
sostengono Dipiazza, anche a livello nazionale, a partire da Giorgia Meloni, ci
sia una pronta presa di distanza“.
“Il sindaco Dipiazza dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre”, commenta invece
l’ex governatrice del Friuli-Venezia Giulia, la deputata e responsabile
Giustizia del Pd Debora Serracchiani. “A distanza di pochi giorni conferma il
suo pensiero volgare e insultante sulle donne”, aggiunge, in riferimento a
un’altra recente uscita del primo cittadino, che ha detto a una consigliera
comunale: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna”. “Viviamo tempi in cui
la politica ha perso ogni senso delle istituzioni e ogni freno”, conclude
Serracchiani. Per la segretaria regionale dem, Caterina Conti, il post “incarna
la cultura di destra: non è satira né spirito goliardico, solo mancanza di
rispetto. Un gesto sessista, volgare e indegno di chi ricopre un incarico
pubblico, che usa il body shaming come arma politica Non è l’ennesimo scivolone
di un Dipiazza alla fine della sua parabola politica, ma è la cultura prevalente
della destra che ci governa a tutti i livelli. Vedremo chi si dissocia”,
incalza.
L'articolo “Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio
di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La piazza è la stessa di 87 anni fa. Era il 18 settembre del 1938. Giorno nel
quale Benito Mussolini, all’apogeo della sua effimera gloria, annunciava la
necessità del razzismo e il varo delle misure legislative antisemite. Si
chiamava Piazza dell’Unità prima di essere ribattezzata Piazza d’Unità D’Italia
nel 1955. Una piazza ‘imperiale’ dove risuonarono parole indegne che avrebbero
provocato sofferenze, discriminazioni e deportazioni. Dare al dolore la parola
dovrebbe essere il compito di tutta politica. Missione delicata, forse
impossibile perché solo chi abita il dolore o allora forse solo il silenzio
perché il dolore non parla, tace in attesa delle parole smarrite o quelle da
creare per la circostanza. A questo dovrebbe servire una piazza degna di questo
nome e luogo per antonomasia della politica intesa come partecipazione e
possibile cura del dolore collettivo e personale, cioè unico. Dare al dolore la
parole sapendo che il dolore non parla. In questa tragica dicotomia si gioca la
credibilità di ogni politica che non sia una tragica e aggiornata continuazione
di leggi razziali.
Il dolore sussurra al cuore oppresso perché il dolore, ogni dolore, è inedito e
non riproducibile. Il cuore degli ebrei che avevano convissuto per decenni tra
mille difficoltà. Un cuore è oppresso dal dolore perché a poche centinaia di
metri da questa piazza ce n’è un’altra. L’hanno chiamata con un nome che avrebbe
dovuto accogliere coloro arrivano per salvarci. Si chiama Piazza della libertà
per chi sfida il tempo, le frontiere, la geografia, la storia e la libertà che
si traduce in giustizia, ascolto e condivisione. Tra Piazza dell’Unità d’Italia
e i magazzini abbandonati dove a stento sopravvivono i rifugiati, in linea
d’aria sono poche centinaia di metri.
Si tratta nondimeno di due mondi paralleli, uno imperiale e l’altro marcato dal
dolore che cerca senza fine le parole per essere udibile. Finché il dolore
diventa silenzio, quello della morte, così come accaduto qualche settimana or
sono. Uno dei mondi è finto e l’altro tace perché pochi sanno raccoglierne
l’eredità.
E gli dice di spezzarsi che poi sarebbe l’unica risposta degna per chi rischia
di permettere al dolore di creare, appunto, parole spezzate. Sono le frontiere
delle storie crocifisse e cioè spezzate da un dolore che arriva senza
annunciarsi. Parole che avrebbero potuto evitare di tradire chi scompare nei
deserti, nel mare e sulle mille rotte della libertà. Nel Sahel, a Gaza, nel
Sudan e nel Congo e nelle altre guerre dimenticate solo dolori senza parole,
mutilate per sete di potere e il dio denaro, necrofilo.
Date al dolore la parola, il dolore non parla, sussurra al cuore oppresso e gli
dice di spezzarsi (William Shakesperare, Macbeth, IV, 3)
La Piazza d’Italia imperiale, dell’Unità d’Italia a Trieste, in un giorno
annuvolato, avvolge turisti e passanti con una musica da valzer, come fosse già
la festa di capodanno a Vienna. Una coppia di sposi novelli profitta per esibire
gli abiti di cerimonia con qualche foto ricordo. Poco lontano, alcuni amici
africani propongono improbabili libri da vendere alla distratta platea di
mattina. Accanto al molo passa un giovane con la famiglia e il capo rivestito di
alloro. Certamente un neolaureato fiero del suo percorso accademico.
Rimane la bella piazza imperiale che, il 18 settembre del 1938, era gremita di
persone che a migliaia acclamavano le parole, senza dolore, di Mussolini.
Trieste, 18 dicembre 2025
L'articolo La piazza è quella di Mussolini, imperiale e tragica. A poche
centinaia di metri, quella dei rifugiati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nicola Granieri, gioielliere 73enne, è stato ucciso con un colpo di arma da
fuoco sparato alla nuca, presumibilmente mercoledì scorso. Il corpo senza vita è
stato ritrovato da un amico in via Machlig a Trieste, dove la vittima viveva,
nella giornata di giovedì. Nell’abitazione del gioielliere, secondo quanto
riportato dal quotidiano Il Piccolo, ci sarebbero stati soldi in contanti, oro e
diversi Rolex Daytona (una trentina).
Una parte di questi oggetti è stata rubata, ma la maggior parte dei valori è
rimasto nell’appartamento. Sul corrimano, lungo le scale, sul muro e sulla porta
del penultimo piano sono state rinvenute delle tracce, sequestrati anche due
dispositivi. Si spera nell’aiuto di alcune telecamere. La casa era infatti
protetta da dei sensori di allarme e da alcune telecamere collegate a un
cellulare: “sapevamo molto bene cosa teneva in casa Nicola” – racconta un suo
amico – “ce lo aveva raccontato lui e ci aveva mostrato i Rolex”.
Secondo alcune fonti, Granieri avrebbe avuto un giro d’affari molto importante
che comprendeva clienti a Trieste, fuori Trieste e commerci con stranieri.
Numerosi erano soprattutto i suoi clienti stranieri. L’allarme è stato lanciato
nel primo pomeriggio di giovedì, quando un amico in possesso delle chiavi di
casa dell’anziano è entrato nel suo appartamento – preoccupato dalle mancate
risposte dell’uomo – e ha scoperto il cadavere. L’abitazione era a soqquadro:
cassetti aperti, armadi svuotati e una scatola scoperchiata. Il teatro tipico di
un furto.
Dei conoscenti riferiscono al quotidiano triestino chiedendo l’anonimato:
“Compravano spesso gioielli e oro da lui. E talvolta eravamo noi a venderglieli.
Lui a sua volta li rivendeva. Con noi è sempre stato molto corretto e gli
volevamo bene. Lui era consapevole del pericolo che comportava alla sua persona
tenere tutti quei valori in casa, ma si fidava delle persone che erano in affari
con lui. Chi l’ha ucciso lo conosceva bene”.
L'articolo Gioielliere freddato in casa a Trieste con un colpo di pistola alla
nuca. Ipotesi rapina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Filmava le figlie della convivente, anche minorenni, attraverso microtelecamere
nascoste in casa, durante momenti di vita quotidiana, e acquisiva filmati dalle
videocamere di case altrui che lui stesso aveva installato. Per questa ragione
un installatore di sistemi di sicurezza è stato arrestato in flagranza per il
reato di interferenze illecite nella vita privata dai Carabinieri del Nucleo
Investigativo del Comando di Trieste. All’uomo è stato contestato anche il reato
di detenzione di materiale pedopornografico e per questo l’autorità giudiziaria
ne ha disposto l’allontanamento da casa.
L’uomo ha frantumato in più parti il proprio telefono cellulare per evitare che
finisse nelle mani dei Carabinieri ma gli specialisti dell’Arma sono riusciti a
recuperare integralmente il contenuto del dispositivo. Il telefono cellulare era
stato infatti sequestrato insieme con un hard disk e altri supporti informatici
nel corso di una perquisizione in casa disposta dall’autorità giudiziaria. Le
analisi forensi hanno rinvenuto numerose fotografie, accuratamente archiviate e
catalogate, riferite alle figlie della convivente, minorenni. Le foto erano
classificate per anno e nominativo. E’ emerso, inoltre, che l’uomo, elettricista
e installatore di sistemi di videosorveglianza, aveva scaricato sul proprio
smartphone diverse applicazioni che gli permettevano di accedere da remoto, e
senza consenso, ai sistemi di videosorveglianza che lui stesso aveva installato
nelle abitazioni dei clienti, visualizzando e scaricando immagini in tempo
reale. Le vittime sono state informate immediatamente e hanno presentato
denuncia. Le indagini sono scattate dopo che, nel mese di settembre, una donna,
residente in provincia di Udine, si era rivolta ai Carabinieri dopo aver
rinvenuto, sul telefono cellulare del proprio convivente, alcune fotografie che
ritraevano le sue figlie senza abiti. La segnalazione ha attivato un’attività
investigativa da parte dei militari della Sezione “Cyber” del Nucleo
Investigativo di Trieste. Le indagini proseguono per accertare eventuali
ulteriori responsabilità e verificare l’eventuale coinvolgimento di altre
vittime.
L'articolo Filmava le figlie minorenni della convivente con microtelecamere
nascoste in casa: arrestato installatore di sistemi di sicurezza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Alla Questura di Trieste i tempi delle richieste d’asilo si allungano tra
discrezionalità e pratiche che violano la legge. A sostenerlo sono diverse
realtà e associazioni che assistono i richiedenti della rotta balcanica,
raccogliendo testimonianze ma soprattutto evidenze. Tante da farci un rapporto
intitolato “Accesso negato” e appena presentato alla stampa per descrivere il
sistema che comprimendo i diritti condanna le persone a quel “degrado” che
l’amministrazione di centrodestra lamenta e il Viminale dice di combattere. E
invece sembra alimentare. Altro che “accogliere in maniera dignitosa chi
arriva”, come ha rivendicato ieri la responsabile Immigrazione di Fratelli
d’Italia, Sara Kelany, parlando di Lampedusa. “Per noi è un orgoglio aver
accudito migranti in arrivo e abbiamo velocizzato le procedure di trasferimento,
che avvengono in 24/48 ore e abbiamo raddoppiato i posti nel centro, da 300 a
600”. A Trieste basterebbe molto, molto meno.
Il diritto di chiedere asilo è un diritto umano fondamentale sancito dalla
Dichiarazione universale dei Diritti umani, disciplinato dalla Convenzione ONU
sui Rifugiati del 1951 e garantito dalla Costituzione italiana come dalla Carta
dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea. E’ la premessa del rapporto alla
denuncia di una serie di pratiche che, solo nel 2025, hanno riguardato oltre
1.400 persone e allungato una procedura, quella della registrazione delle
domande d’asilo, che per legge va risolta in pochi giorni e invece richiede fino
a due mesi, impedendo di fatto l’accesso all’accoglienza. Pratiche che
contrastano con la normativa vigente ma anche con l’ormai noto Patto Ue su
migrazione e asilo, quello che dovrebbe risolvere la questione dei centri in
Albania. Talmente atteso dal governo Meloni che l’Italia riesce a violarlo prima
ancora che sia operativo. Contrariamente alla normativa, si legge infatti nel
rapporto, i funzionari della Questura condizionerebbero la registrazione delle
domande d’asilo al possesso di documenti o addirittura del cellulare. “Ho
mostrato il telefono che la polizia serba mi aveva rotto durante il viaggio: mi
hanno detto di ripararlo e di tornare col cellulare funzionante”, racconta una
delle testimonianze raccolte in un video. “Ho provato a farlo riparare, ma non
era possibile. La riposta? O porti il telefono o vai via”.
Altri vengono rinviati ad altre questure o invitati a raggiungere altri Paesi,
il tutto in modo informale, senza mettere nulla per iscritto e senza avviare la
procedura per individuare lo Stato Ue eventualmente competente a esaminare la
domanda d’asilo. Una palese violazione della normativa europea, ribadita anche
nel nuovo regolamento Ue sulla gestione dell’asilo (2024/1351). C’è addirittura
chi entra in Questura per registrare la sua domanda e se ne esce con l’ordine di
lasciare l’Italia. Pratica che lo scorso 20 novembre il Tribunale di Trieste ha
censurato perché “non emerge una chiara giustificazione giuridica per la
decisione assunta dalla Questura”, ordinando l’immediata registrazione della
richiesta d’asilo. Così, delle decine di persone richiedenti (tra le 70 e le 140
al giorno) che si presentano nelle primissime ore del mattino, “solo una dozzina
al giorno riescono ad accedere fisicamente all’Ufficio; tuttavia, spesso circa
la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso”,
si legge nel rapporto. Chi è costretto a tornare l’indomani e rimettersi in fila
non matura alcuna priorità. E’ così i tempi si allungano, fino a 60 giorni.
Scritto da International Rescue Committee Italia, No Name Kitchen, Consorzio
Italiano di Solidarietà, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ApS e
Diaconia Valdese (col supporto di GOAP e Linea d’Ombra), il rapporto denuncia
anche l’assenza di tutela e accesso prioritario per i casi di vulnerabilità.
Spesso “lasciando le persone in attesa per ore o costringendole ad
allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di salute. Paradossale, visto
che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha
dedicato un Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Del resto,
prima ancora di denunciare, nel 2025 le associazioni hanno inviato 34
segnalazioni collettive e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone
segnalate, compresi i casi di vulnerabilità. Il risultato? “Non vengono prese in
considerazione dalla Questura”. Così anche i più fragili rimangono
all’addiaccio, accampati nei magazzini abbandonati del Porto Vecchio, tra
condizioni igienico sanitarie al limite e il freddo che a inizio dicembre ha
ucciso Hichem Billal Magoura, un algerino di 32 anni.
Meglio gli sgomberi del Porto Vecchio. L’ultimo ai primi di dicembre, col
trasferimento di una parte delle persone verso altre regioni, ma solo una parte.
Complice l’imbuto in Questura, due settimane è tutto come prima. Secondo le
associazioni che hanno firmato il rapporto, ad oggi sono almeno 200 le persone
che dormono in strada, che si vedono rinviare l’appuntamento in Questura per
formalizzare la domanda, ancora e ancora. Che provano a rivolgersi agli uffici
di Gorizia o al commissariato di Monfalcone. Senza per questo riuscire a
togliersi dalla strada. Oltre a chiedere la cessazione immediata delle pratiche
illegittime, il report raccomanda di potenziare la registrazione delle domande
di asilo, rafforzare la presa in carico delle persone vulnerabili, applicare
correttamente le procedure su tratta e minori non accompagnati, spesso
“allontanati senza nemmeno attivare le procedure formali di accertamento
socio-sanitario previste dalla legge”, migliorare la trasparenza informativa e
istituire un tavolo tecnico permanente. Sempre che i problemi si vogliano
risolvere. Il Fatto ha provato a chiederlo al ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi, che però al momento non rilascia dichiarazioni sulla situazione
triestina. Quanto al Questore, per ora non intende commentare.
L'articolo “Pratiche illegali alla Questura di Trieste”. Quando ad alimentare il
“degrado” dei migranti è il Viminale proviene da Il Fatto Quotidiano.