A otto mesi dalla morte in Svizzera della triestina Martina Oppelli, affetta da
sclerosi multipla da oltre 20 anni, Marco Cappato e le altre tre persone che
hanno aiutato la donna ad andare all’estero per ricorrere al suicidio assistito
hanno deciso di autodenunciarsi a Trieste.
Martina Oppelli – ricorda l’Associazione Coscioni – aveva deciso di andare in
Svizzera dopo 2 anni di battaglie legali e tre dinieghi ricevuti dall’azienda
sanitaria Asugi nonostante la completa dipendenza dall’assistenza continuativa
dei caregivers e da presidi medici (farmaci, catetere e macchina della tosse),
secondo l’azienda sanitaria non era sottoposta ad alcun trattamento di sostegno
vitale (1 dei 4 requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale sul
caso Dj Fabo\Cappato per poter accedere alla morte volontaria assistita in
Italia). Oppelli aveva anche denunciata l’azienda sanitaria per tortura.
“Non avrei mai voluto prendere questa decisione, determinata da anni di
sofferenza e da una patologia che non può essere curata e che per me è come una
spada di Damocle – disse la donna in un video appello – Convivo con questi
sintomi da un quarto di secolo e l’ho sempre fatto con dignità, con speranza,
perché amo la vita, che è stupenda e va rispettata. Ma sono arrivata a un punto
in cui il dolore è devastante: io ormai muovo solo la testa, riesco ancora a
lavorare tramite i comandi vocali, ma la fatica è tanta e non ce la faccio più.
La mia non è una scelta di disperazione, ma una scelta d’amore verso la vita che
ho avuto”.
Cappato e gli attivisti andranno giovedì alle 9.30 presso la questura di
Trieste. A seguire alle 11 si terrà una conferenza stampa presso il Caffè San
Marco. Saranno presenti Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione
Soccorso Civile e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni; Filomena Gallo,
avvocata, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e legale di
Martina Oppelli; Claudio Stellari e Matteo D’angelo, attivisti dell’Associazione
Soccorso Civile che hanno accompagnato Martina Oppelli in Svizzera; Felicetta
Maltese, attivista di Soccorso Civile che ha fornito aiuto logistico al viaggio
L'articolo Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato
Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Trieste
Un nuovo elemento emerge nell’inchiesta sulla morte di Liliana Resinovich, la
63enne scomparsa a Trieste la mattina del 14 dicembre 2021 e ritrovata senza
vita il 5 gennaio successivo nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico
provinciale. Secondo quanto emerso dalle analisi tecniche, sulle scarpe della
donna sarebbe stata individuata una traccia di zirconio, una sostanza abrasiva
particolarmente resistente utilizzata in vari processi industriali e anche nelle
operazioni di affilatura delle lame. Un dettaglio che, secondo il genetista
forense Paolo Fattorini, risulta “meritevole di approfondimento”. Proprio per
consentire ulteriori verifiche, la giudice per le indagini preliminari del
tribunale di Trieste Flavia Mangiante ha concesso una proroga di trenta giorni
per il deposito della perizia affidata al pool di esperti composto, oltre che da
Fattorini, da Chiara Turchi ed Eva Sacchi.
Gli specialisti sono stati incaricati di individuare eventuali tracce di Dna o
altri elementi utili sulle corde trovate sul corpo della donna: il cordino
stretto attorno al collo che teneva chiusi i due sacchi di plastica in cui era
infilata la testa e quello utilizzato per legare le chiavi. Si tratta della
seconda proroga concessa agli esperti, dopo una precedente estensione di due
mesi. L’udienza per l’esame degli esiti tecnici, inizialmente prevista a fine
mese, è stata quindi rinviata al 26 giugno.
Il ritrovamento della sostanza sulle scarpe potrebbe assumere un rilievo
investigativo anche per via delle attività lavorative del marito della donna,
Sebastiano Visintin, che al momento è l’unico indagato nell’inchiesta. Tra i
suoi lavori, Visintin svolge infatti anche quello di arrotino per alcuni
esercizi commerciali del centro di Trieste, tra cui una pescheria. Ogni martedì
si occupava di ritirare i coltelli utilizzati nei negozi per affilarli e
restituirli successivamente. Sarebbe stata proprio questa l’attività che stava
svolgendo la mattina della scomparsa della moglie.
Nel corso delle indagini, nell’aprile 2025, la polizia ha sequestrato circa 700
tra coltelli e forbici riconducibili a Visintin. Su questi oggetti sono in corso
accertamenti e comparazioni tecniche. Nel frattempo, sul piano scientifico, si
sta cercando di chiarire anche uno dei punti più controversi dell’intera
vicenda: il momento della morte. Negli Stati Uniti un gruppo di ricercatori
provenienti dal Michigan State University e da istituti di ricerca del Colorado
sta conducendo un esperimento su quattro cadaveri per confrontare le
trasformazioni di un corpo congelato con quelle di un corpo esposto a condizioni
ambientali simili a quelle del luogo in cui fu trovato il cadavere di
Resinovich.
L’esperimento è stato promosso dalla difesa di Visintin, dopo che le due
principali perizie medico-legali svolte finora hanno fornito conclusioni
opposte. La prima, firmata dal medico legale Fulvio Costantinides e dal
radiologo forense Fabio Cavalli, indicava che la morte sarebbe avvenuta circa 48
ore prima del ritrovamento del corpo. La seconda, condotta dal team di
consulenti della Procura guidato dall’antropologa forense Cristina Cattaneo,
sosteneva invece che la donna fosse morta la stessa mattina della scomparsa.
L'articolo Traccia di Zirconio sulle scarpe di Liliana Resinovich, cosa
significa per le nuove indagini per omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Venerdì sarò ai funerali di Claudio ma non ci andrò da solo”. È la
dichiarazione di Sebastiano Visintin durante il programma “Dentro la notizia“,
condotto da Gianluigi Nuzzi su Canale 5. Secondo quanto riporta l’Ansa, la
dichiarazione dell’86enne si riferisce alle esequie di Claudio Sterpin, l’amico
di sua moglie Liliana Resinovich, morto lo scorso 14 febbraio. La donna,
scomparsa nel dicembre del 2021, è stata ritrovata senza vita in un bosco di
Trieste il 5 gennaio 2022.
I due uomini non hanno avuto rapporti sereni. Sterpin, 86 anni, sosteneva che
Liliana volesse lasciare il marito Sebastiano per iniziare una nuova vita con
lui. Nella serata di ieri, 17 febbraio, durante la puntata di “Dentro la
notizia“, Visintin ha dichiarato: “Ci sono tantissime cose che sa solo lui
(Serpin ndr) e purtroppo ora non c’è più e si è portato con lui questi segreti“.
Ha aggiunto: “Gli ho chiesto spiegazioni su alcune cose ma non me le ha mai
date. Penso però che lui non c’entri con la scomparsa di Liliana”.
Secondo quanto riportato da Fanpage, Claudio Sterpin portava avanti una
battaglia dal 2021 per la verità sulla morte di Liliana. L’85enne sosteneva che
Resinovich fosse stata uccisa. Nel registro degli indagati c’era anche il nome
del marito della vittima, Claudio Visintin. Secondo Sterpin, il vedovo avrebbe
avuto informazioni mai condivise con gli inquirenti. I due hanno discusso in
diverse trasmissioni televisive, accusandosi a vicenda. Lo scorso 14 febbraio,
la famiglia di Sterpin ha comunicato la morte dell’86enne, ricoverato
all’Ospedale Cattinara di Trieste. Il fratello di Liliana, Sergio Resinovich, lo
ha ricordato con affetto. In un’intervista telefonica a Fanpage ha detto: “La
vicenda di Lilly (Liliana ndr) ci aveva avvicinati, sono molto addolorato. Mi
spiace che non vedrà l’epilogo di questa brutta vicenda giudiziaria e che non
potrà assistere al momento in cui Lilly avrà giustizia“.
“AVREI VOLUTO SAPERE I SEGRETI CHE CONSERVAVA”
Claudio Sterpin e Sebastiano Visintin si conoscevano da molto tempo. “L’amico
speciale” ha sempre accusato il marito della donna poiché quest’ultimo
concordava con gli inquirenti sull’ipotesi del suicidio di Liliana. A poche ore
dalla morte di Serpin, Visintin ha rilasciato un’intervista a Il Piccolo di
Trieste parlando della loro diatriba. L’uomoha dichiarato: “Sono dispiaciuto del
fatto che non siamo riusciti a parlare senza le telecamere puntate addosso, a
vederci anche da soli per cercare di capire cosa possa essere successo a
Liliana”. E ancora: “Avrei voluto sapere i segreti che magari lui conservava
dentro di sé, che ora si è portato dietro”.
L'articolo “Claudio Sterpin si è portato nella tomba tanti segreti. Sarò ai suoi
funerali ma non ci andrò da solo”: caso Liliana Resinovich, parla Sebastiano
Visintin proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto a 86 anni, a Trieste, Claudio Sterpin, l’uomo che negli ultimi quattro
anni è stato una delle figure più esposte nel caso di Liliana Resinovich, la
donna scomparsa il 14 dicembre 2021 e ritrovata morta il 5 gennaio 2022 nel
boschetto dell’ex Opp. La notizia della sua scomparsa è stata resa nota nella
serata di ieri dalla trasmissione Quarto Grado e si è diffusa rapidamente in
città, rimbalzando sui social tra amici, conoscenti e protagonisti della lunga
vicenda giudiziaria. Sterpin, ex maratoneta molto noto nell’ambiente sportivo
triestino, è stato l’ultimo a sentire Liliana al telefono la mattina della sua
scomparsa. Da allora aveva sempre sostenuto pubblicamente che tra loro esistesse
un legame affettivo profondo, destinato – secondo la sua versione – a
trasformarsi in una convivenza. Una ricostruzione costantemente smentita dal
marito della donna, Sebastiano Visintin, che non ha mai creduto a una relazione
tra i due ed è indagato dall’aprile del 2025 per omicidio. È noto tuttavia che
Liliana e Sterpin avessero avuto una liaison in gioventù.
Quella di Sterpin è stata una battaglia mediatica e giudiziaria iniziata subito
dopo la scomparsa di Liliana. Interviste televisive, dichiarazioni alla stampa,
appelli pubblici: per anni ha ribadito la propria versione dei fatti, parlando
di un sentimento autentico che li univa. Negli ultimi tempi le tensioni tra lui
e Visintin si erano trasformate in scontri sempre più accesi, con accuse
reciproche e strascichi legali. Solo poche settimane fa Sterpin aveva
dichiarato: “Sono in ebollizione da anni. Non credo che l’artefice sia stato
Sebastiano, ma lui sa benissimo chi è stato”. Parole ripetute anche in
tribunale, a Trieste, durante il recente incidente probatorio disposto dalla pm
Ilaria Iozzi per cristallizzare la sua testimonianza. All’uscita dall’aula aveva
spiegato ai giornalisti di aver ribadito “sempre la stessa versione, perché la
versione è una”. Gli accertamenti tecnici disposti dalla Procura sono attesi
nelle prossime settimane, in un’indagine che resta ancora aperta. Tra le sue
ultime apparizioni pubbliche, un sit-in davanti al Tribunale di Trieste lo
scorso dicembre, insieme ad amici e parenti di Liliana: tra le mani una grande
foto della donna e l’appello a “arrivare presto alla verità”.
“Mi ha sempre detto: devi cercare la verità”, ha ricordato il suo avvocato,
Giuseppe Squitieri. “È quello a cui ora tengo in modo particolare, in memoria
delle sue intenzioni”. Il legale ha spiegato che l’ultima volta si erano sentiti
pochi giorni fa, prima del ricovero in ospedale e del rapido peggioramento delle
condizioni di salute. “Con lui si era instaurato un rapporto, di cui ero grato”,
ha aggiunto, assicurando la volontà di non abbandonare il percorso intrapreso,
qualora la famiglia lo desideri. Anche Nicodemo Gentile, presidente
dell’associazione Penelope e legale del fratello di Liliana, ha affidato ai
social un messaggio di cordoglio: “Ciao, uomo coraggioso. Uomo profondamente
onesto, che ha avuto fin dall’inizio l’audacia di non piegarsi all’opinione
dominante”. Tra i tanti messaggi comparsi in queste ore, qualcuno ha
sottolineato la coincidenza simbolica della data: “Nel giorno di San Valentino
si è ricongiunto con la sua Lilly”.
L'articolo Caso Liliana Resinovich, è morto Claudio Sterpin. Il legale: “Mi ha
sempre detto: devi cercare la verità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Trieste un uomo è stato denunciato dalla polizia per aver chiuso due cani e un
gatto all’interno del bagno del suo appartamento per due settimane. Secondo
quanto riportato da Trieste News, l’episodio si è verificato lo scorso 14
gennaio. A lanciare l’allarme sono stati i vicini di casa del giovane
proprietario, che hanno avvisato la polizia dopo aver udito per giorni i lamenti
degli animali domestici.
Gli agenti hanno segnalato di aver trovato all’interno dell’appartamento,
situato in viale Campi Elisi, una situazione di degrado e di scarse condizioni
igienico sanitarie.
La polizia ha aperto la porta del bagno e ha liberato i cuccioli, apparsi
denutriti e disidratati. L’inquilino è stato identificato dagli agenti. L’uomo
ha dichiarato alla polizia di aver ricevuto gli animali da una coppia di amici e
di aver chiuso i due cani e il gatto nel bagno a causa di un impegno fuori
città.
I cuccioli sono stati trasferiti al canile sanitario del Comune di Trieste, dove
hanno ricevuto cure.
L'articolo Chiude gli animali domestici nel bagno di casa sua: la polizia
denuncia l’uomo e salva i cuccioli dal degrado proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alle 7 del mattino è iniziata l’ennesima operazione di sgombero degli ex
magazzini del Porto Vecchio di Trieste, edifici fatiscenti in cui trovano riparo
i richiedenti asilo che non riescono ad avere accesso all’accoglienza. Da
quell’ora è in corso lo screening per verificare la posizione amministrativa
delle persone per inserirle “nel sistema dell’accoglienza e trasferirli in altri
centri del territorio nazionale”, come riporta una nota diffusa dalla Questura,
che coordina le operazioni alle quali prendono parte Polizia di Stato, Arma dei
Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Locale con il
supporto di contingenti di rinforzo. A quanto riferito al Fatto da fonti
informate, però, i trasferiti dovrebbero essere solo cento, cifra che secondo
operatori e volontari delle associazioni attive in città lascia scoperte almeno
altrettante persone attualmente senza accoglienza nonostante la manifesta
volontà di richiedere asilo e il diritto che immediatamente ne consegue.
Tanto che i volontari presenti stamattina per monitorare la situazione si
domandano se la logica risponda all’esigenza di ripristinare la legalità nel
rispetto dei diritti dei richiedenti o più semplicemente all’esigenza di
sgomberare gli edifici più immediatamente interessati dai cantieri che la
trasformazione dell’area vicina al centro cittadino. L’operazione di sgombero,
hanno riferito le autorità, è stata decisa sulla base delle determinazioni
assunte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e ha per
oggetto un edificio in particolare, il n.4. Gli altri, compreso quello dove si è
sentito male Sunil Tamang, il 43enne nepalese morto il 13 gennaio all’ospedale
di Cattinara. Al termine delle attività, è stato annunciato che l’edificio sarà
bonificato e sigillato al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza e
igienico-sanitarie, anche in considerazione delle temperature rigide invernali
per ripararsi dalle quali vengono spesso accesi piccoli falò che in alcuni casi
hanno causato incendi.
“Ci sono anche alcune donne sole dal Nepal e persone che dormivano nei
dormitori: hanno chiamato anche loro dicendo di raggiungere l’area dello
screening”, riferisce al Fatto un operatore del Consorzio Italiano di
Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (Ics). “Molte persone vengono dal Nepal,
altre dal Bangladesh e poi ci sono afghani e pakistani. Ci sono anche famiglie:
una pakistana, una famiglia mista russo irachena”. Nel corso della giornata si
saprà quante e quali persone sono riuscite a salire sui pullman e quante avranno
semplicemente fatto ritorno agli edifici non sgomberati dove le condizioni
igienico sanitarie sono disumane. Difficile infatti comprendere la disponibilità
limitata del trasferimento per l’inserimento in accoglienza in un periodo come
quello invernale dove gli sbarchi dal Mediterraneo sono al minimo. Né risulta
che l’amministrazione regionale e cittadina di centrodestra abbiano mai chiesto
conto di operazioni a singhiozzo che non risolvono il problema, come delle
lungaggini sulle procedure d’asilo alla Questura di Trieste che di fatto
impediscono l’accesso all’accoglienza anche quando i posti ci sarebbero, con
persone che arrivano ad aspettare mesi per un pezzo di carta che andrebbe
rilasciato in pochi giorni e si rivolgono alla Questura di Gorizia e intanto
restano all’addiaccio. Difficile ormai credere che a Trieste esista davvero la
volontà di superare una situazione che viene denunciata come “degrado”.
L'articolo Migranti, a Trieste ennesimo sgombero e trasferimento per un
centinaio di persone. Le altre resteranno in strada proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Trieste uccide, di nuovo. Non ce l’ha fatta il richiedente asilo nepalese di 43
anni che sabato scorso era stato ricoverato al locale ospedale di Cattinara per
un arresto cardiaco. In attesa di formalizzare la sua richiesta, l’uomo viveva
nei magazzini dismessi del Porto Vecchio (nella gallery le foto di ), area
abbandonata e fatiscente dove, mancando un’alternativa, i migranti trovano
riparo rimanendo esposti alle temperature invernali, che nei giorni scorsi sono
scese sotto lo zero portando neve e vento di Bora. Da uno di quei magazzini era
corsi fuori alcuni connazionali in cerca di aiuto per soccorrere il 43enne colto
da malore. Le condizioni erano apparse subito gravi e in breve tempo sono
precipitate. A generare l’arresto cardiaco era stata un’embolia polmonare la cui
causa, riferisce la stampa locale, non è stata ancora chiarita. Ricoverato nel
reparto di cardiochirurgia, lunedì ne era stata dichiarata la morte celebrale e
l’indomani il decesso. L’episodio segue le morti di altri migranti in Friuli
Venezia Giulia. Ai primi di dicembre, dopo l’ennesimo sgombero del Porto
Vecchio, era stato trovato il cadavere del 32enne algerino Hichem Billal
Magoura, morto di freddo in quegli stessi magazzini.
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FOTO DI FIORELLA COSTANTINI
Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del
Porto Vecchio a Trieste
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Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del
Porto Vecchio a Trieste
Il ricovero del richiedente nepalese è stato oggetto di accuse da parte delle
associazioni locali e in particolare del Consorzio italiano di solidarietà –
Ufficio rifugiati onlus (Ics) che in città si occupa anche di accoglienza.
“L’uomo che accusava da giorni forti dolori al petto aveva ricevuto una prima
visita medica nel centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la
procedura di asilo”, aveva scritto Isc in una nota sabato scorso. “Ieri aveva
tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con
condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto
Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata”. Quanto accaduto, concludeva la
nota, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile: chiediamo che
cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla
legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma
riconducibili a precise responsabilità istituzionali”.
Una denuncia già circostanziata nel recente rapporto “Accesso negato“, che
racconta il percorso a ostacoli al quale sono sottoposti i richiedenti a
Trieste, in palese violazione della legge. La registrazione delle domande, che
dovrebbe avvenire in pochi giorni, richiede fino a due mesi e di fatto blocca
l’ingresso nell’accoglienza che è invece un diritto della persona dal momento in
cui manifesta la volontà di chiedere asilo. Il rapporto denuncia pratiche
vessatorie presso la Questura di Trieste, l’assenza di tutela e accesso
prioritario per i casi di vulnerabilità. Spesso “lasciando le persone in attesa
per ore o costringendole ad allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di
salute. Esattamente come accaduto al richiedente nepalese. Eppure il
Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha dedicato un
Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Nel 2025 le
associazioni che hanno curato il report hanno inviato 34 segnalazioni collettive
e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, compresi i casi
di vulnerabilità. Mai una sola risposta.
Dopo il ricovero, invece, l’assessore regionale alla Sicurezza, Roberto Roberti,
ha attaccato il Consorzio Ics. “Ricondurre il malore di un richiedente asilo
nepalese a responsabilità delle forze dell’ordine equivale a un’operazione di
sciacallaggio politico”, ha tuonato l’assessore leghista. “Se ha così poca
fiducia nelle istituzioni, Ics rifiuti le cospicue remunerazioni mensili ed
esponga le proprie tesi indegne in un’arena elettorale”. Ics o no, il diritto
all’accoglienza dei richiedenti resta sancito dalla legge e la situazione rimane
identica da molti anni nonostante in città come in Regione governi il
centrodestra. Per la consigliera comunale Alessandra Richetti (M5s) le
“condizioni” in cui viveva il 43enne “erano già di per sé disumane e
pericolose”: il fenomeno migratorio “va gestito”. Quanto alle risorse, il
segretario generale del Siulp Fvg, Fabrizio Maniago, scrive oggi in una nota che
a Trieste si è “passati dai 100/150 richiedenti asilo annui di vent’anni fa,
alle – nei grandi eventi di rintraccio – 120 persone in un solo giorno”, mentre
“il numero di poliziotti della sola Questura di Trieste è passato da 600 unità a
400 nello stesso intercorso temporale”. Tornando alla politica, per la destra la
soluzione è una sola: limitare gli arrivi. “E se non si riuscisse a limitare i
flussi?”, domandava allo stesso Roberti il quotidiano Il Piccolo in
un’intervista del 27 dicembre. “In tal caso chi arriva deve sapere che non
troverà quell’Occidente scintillante visto sullo smartphone e dovrà affrontare
un inverno senza documenti, senza lavoro, senza un tetto”. E perché no, la
morte.
L'articolo Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste.
Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È “inammissibile” il ricorso presentato dalla difesa di Sebastiano Visintin,
marito di Liliana Resinovich, che chiedeva di disporre un incidente probatorio
per una nuova perizia medico-legale sulla morte della donna. La prima sezione
penale della Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi, nelle motivazioni della
sentenza depositata e relative alla decisione assunta il 18 novembre 2025, ha
condannato Visintin al pagamento delle spese processuali e, “valutati i profili
di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal
ricorso”, anche al versamento di 3mila euro alla Cassa delle Ammende. Le
motivazioni confermano così le indiscrezioni che già nelle settimane scorse
avevano anticipato l’orientamento della Corte suprema.
Secondo la Cassazione, la doglianza sollevata dalla difesa è “manifestamente
infondata”. I giudici escludono in particolare che l’ordinanza del gip di
Trieste possa essere considerata “abnorme” o “posta al di fuori del sistema”.
L’atto contestato, firmato il 30 giugno 2025 dalla giudice per le indagini
preliminari Flavia Mangiante, aveva accolto la richiesta della Procura
disponendo un incidente probatorio limitato ad accertamenti genetici,
merceologici e dattiloscopici, rigettando invece l’istanza della difesa di
procedere anche a una nuova perizia medico-legale.
Nel ricorso, l’avvocato Paolo Bevilacqua sosteneva che la decisione del gip
fosse illegittima perché non teneva conto delle profonde divergenze tra le
consulenze medico-legali già acquisite nel corso delle indagini preliminari.
Secondo la difesa, proprio l’esistenza di esiti scientifici opposti avrebbe
imposto di anticipare il confronto tra periti attraverso l’incidente probatorio,
al fine di chiarire cause, modalità, data della morte e il periodo di permanenza
del corpo di Liliana Resinovich. Una tesi che la Suprema Corte ha però respinto,
ritenendo che la scelta del gip rientrasse pienamente nei poteri discrezionali
del giudice e non presentasse profili di anomalia tali da giustificare
l’intervento della Cassazione.
La decisione arriva al termine di un percorso giudiziario complesso e ancora
segnato da forti contrapposizioni scientifiche. La prima perizia medico-legale,
firmata da Fulvio Costantinides e Fabio Cavalli, aveva concluso per una morte
asfittica da “spazio confinato”, una cosiddetta plastic bag suffocation, senza
chiari segni di intervento di terzi. Di segno opposto la seconda consulenza,
coordinata da Cristina Cattaneo, secondo cui Liliana Resinovich sarebbe stata
uccisa e soffocata. Consulenza che aveva portato al totale ripensamento
dell’inchiesta per cui all’inizio la procura di Trieste aveva chiesto
l’archiviazione.
Proprio su queste “evidenti discrasie scientifiche”, come le aveva definite la
difesa, si era concentrata la richiesta di una nuova perizia collegiale.
“Abbiamo due consulenze completamente opposte, ecco perché serve un nuovo
esame”, aveva dichiarato Visintin nei giorni precedenti alla pronuncia della
Cassazione. “Sono passati quasi quattro anni e ancora oggi non sappiamo se Lilly
si è suicidata o è stata uccisa”, aveva aggiunto, sostenendo che, in caso di
rigetto, la difesa avrebbe cercato “altre forme” per ottenere un approfondimento
medico-legale.
Liliana Resinovich era stata trovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto
dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Nel gennaio del 2024 era stata decisa
la riesumazione del cadavere e dall’ipotesi di suicidio si è passati a quella di
omicidio volontario.
L'articolo Liliana Resinovich, ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso
del marito indagato per l’omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La sospensione dei diritti” dei richiedenti asilo a Trieste “mette a rischio la
vita”. Lo denuncia in una nota il Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio
rifugiati onlus, spiegando che “oggi (sabato 10 gennaio, ndr) un cittadino
nepalese 43enne, richiedente asilo, è stato soccorso per arresto cardiaco
all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste”, area in cui i migranti
trovano rifugi di fortuna.
L’uomo accusava da giorni forti dolori al petto, ricostruisce il Consorzio e
“aveva ricevuto una prima visita medica in centro diurno e stava tentando, senza
successo, di avviare la procedura di asilo. Ieri aveva tentato di presentarsi in
Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute
ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la
situazione è precipitata. Di fronte a dolori sempre più intensi, alcuni
connazionali hanno chiamato i soccorsi“.
L’uomo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cattinara in prognosi
riservata, le sue condizioni sono disperate. Quanto accaduto, secondo il
Consorzio, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile. Chiediamo –
conclude quindi la nota – che cessino immediatamente le prassi che negano nei
fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come
questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità
istituzionali”.
L'articolo Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle
sospensioni di fatto dei diritti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un fotomontaggio con Elly Schlein travestuta da Befana e il commento irridente
“Tanti auguri Befana“. Il post pubblicato per l’Epifania dal sindaco di Trieste,
Roberto Dipiazza di Forza Italia, scatena reazioni indignate dal Pd, i cui
esponenti intervengono in massa in difesa della segretaria. I capigruppo di
Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione al
Parlamento europeo Nicola Zingaretti definiscono il gesto “davvero grave“: “Un
sindaco, che rappresenta le istituzioni, in un giorno come questo, con le salme
dei ragazzi morti a Crans Montana appena arrivate in Italia, non trova di meglio
che insultare e offendere la segretaria del Pd. Un sindaco non nuovo a
comportamenti sessisti e offensivi nei riguardi delle donne e che con questo
gesto, fatto con la convinzione di risultare simpatico, mostra tutta la
grettezza, la volgarità e la miseria di una cultura di destra in cui la
denigrazione dell’avversario politico è abituale”, denunciano in una nota. “Ci
auguriamo”, concludono, “che il sindaco di Trieste al più presto chieda scusa
alla comunità del Pd e alla sua segretaria. E ci aspettiamo che dai partiti che
sostengono Dipiazza, anche a livello nazionale, a partire da Giorgia Meloni, ci
sia una pronta presa di distanza“.
“Il sindaco Dipiazza dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre”, commenta invece
l’ex governatrice del Friuli-Venezia Giulia, la deputata e responsabile
Giustizia del Pd Debora Serracchiani. “A distanza di pochi giorni conferma il
suo pensiero volgare e insultante sulle donne”, aggiunge, in riferimento a
un’altra recente uscita del primo cittadino, che ha detto a una consigliera
comunale: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna”. “Viviamo tempi in cui
la politica ha perso ogni senso delle istituzioni e ogni freno”, conclude
Serracchiani. Per la segretaria regionale dem, Caterina Conti, il post “incarna
la cultura di destra: non è satira né spirito goliardico, solo mancanza di
rispetto. Un gesto sessista, volgare e indegno di chi ricopre un incarico
pubblico, che usa il body shaming come arma politica Non è l’ennesimo scivolone
di un Dipiazza alla fine della sua parabola politica, ma è la cultura prevalente
della destra che ci governa a tutti i livelli. Vedremo chi si dissocia”,
incalza.
L'articolo “Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio
di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci” proviene da Il Fatto
Quotidiano.