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Chiude gli animali domestici nel bagno di casa sua: la polizia denuncia l’uomo e salva i cuccioli dal degrado
A Trieste un uomo è stato denunciato dalla polizia per aver chiuso due cani e un gatto all’interno del bagno del suo appartamento per due settimane. Secondo quanto riportato da Trieste News, l’episodio si è verificato lo scorso 14 gennaio. A lanciare l’allarme sono stati i vicini di casa del giovane proprietario, che hanno avvisato la polizia dopo aver udito per giorni i lamenti degli animali domestici. Gli agenti hanno segnalato di aver trovato all’interno dell’appartamento, situato in viale Campi Elisi, una situazione di degrado e di scarse condizioni igienico sanitarie. La polizia ha aperto la porta del bagno e ha liberato i cuccioli, apparsi denutriti e disidratati. L’inquilino è stato identificato dagli agenti. L’uomo ha dichiarato alla polizia di aver ricevuto gli animali da una coppia di amici e di aver chiuso i due cani e il gatto nel bagno a causa di un impegno fuori città. I cuccioli sono stati trasferiti al canile sanitario del Comune di Trieste, dove hanno ricevuto cure. L'articolo Chiude gli animali domestici nel bagno di casa sua: la polizia denuncia l’uomo e salva i cuccioli dal degrado proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Migranti, a Trieste ennesimo sgombero e trasferimento per un centinaio di persone. Le altre resteranno in strada
Alle 7 del mattino è iniziata l’ennesima operazione di sgombero degli ex magazzini del Porto Vecchio di Trieste, edifici fatiscenti in cui trovano riparo i richiedenti asilo che non riescono ad avere accesso all’accoglienza. Da quell’ora è in corso lo screening per verificare la posizione amministrativa delle persone per inserirle “nel sistema dell’accoglienza e trasferirli in altri centri del territorio nazionale”, come riporta una nota diffusa dalla Questura, che coordina le operazioni alle quali prendono parte Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Locale con il supporto di contingenti di rinforzo. A quanto riferito al Fatto da fonti informate, però, i trasferiti dovrebbero essere solo cento, cifra che secondo operatori e volontari delle associazioni attive in città lascia scoperte almeno altrettante persone attualmente senza accoglienza nonostante la manifesta volontà di richiedere asilo e il diritto che immediatamente ne consegue. Tanto che i volontari presenti stamattina per monitorare la situazione si domandano se la logica risponda all’esigenza di ripristinare la legalità nel rispetto dei diritti dei richiedenti o più semplicemente all’esigenza di sgomberare gli edifici più immediatamente interessati dai cantieri che la trasformazione dell’area vicina al centro cittadino. L’operazione di sgombero, hanno riferito le autorità, è stata decisa sulla base delle determinazioni assunte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e ha per oggetto un edificio in particolare, il n.4. Gli altri, compreso quello dove si è sentito male Sunil Tamang, il 43enne nepalese morto il 13 gennaio all’ospedale di Cattinara. Al termine delle attività, è stato annunciato che l’edificio sarà bonificato e sigillato al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza e igienico-sanitarie, anche in considerazione delle temperature rigide invernali per ripararsi dalle quali vengono spesso accesi piccoli falò che in alcuni casi hanno causato incendi. “Ci sono anche alcune donne sole dal Nepal e persone che dormivano nei dormitori: hanno chiamato anche loro dicendo di raggiungere l’area dello screening”, riferisce al Fatto un operatore del Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (Ics). “Molte persone vengono dal Nepal, altre dal Bangladesh e poi ci sono afghani e pakistani. Ci sono anche famiglie: una pakistana, una famiglia mista russo irachena”. Nel corso della giornata si saprà quante e quali persone sono riuscite a salire sui pullman e quante avranno semplicemente fatto ritorno agli edifici non sgomberati dove le condizioni igienico sanitarie sono disumane. Difficile infatti comprendere la disponibilità limitata del trasferimento per l’inserimento in accoglienza in un periodo come quello invernale dove gli sbarchi dal Mediterraneo sono al minimo. Né risulta che l’amministrazione regionale e cittadina di centrodestra abbiano mai chiesto conto di operazioni a singhiozzo che non risolvono il problema, come delle lungaggini sulle procedure d’asilo alla Questura di Trieste che di fatto impediscono l’accesso all’accoglienza anche quando i posti ci sarebbero, con persone che arrivano ad aspettare mesi per un pezzo di carta che andrebbe rilasciato in pochi giorni e si rivolgono alla Questura di Gorizia e intanto restano all’addiaccio. Difficile ormai credere che a Trieste esista davvero la volontà di superare una situazione che viene denunciata come “degrado”. L'articolo Migranti, a Trieste ennesimo sgombero e trasferimento per un centinaio di persone. Le altre resteranno in strada proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Migranti
Trieste
Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste. Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto
Trieste uccide, di nuovo. Non ce l’ha fatta il richiedente asilo nepalese di 43 anni che sabato scorso era stato ricoverato al locale ospedale di Cattinara per un arresto cardiaco. In attesa di formalizzare la sua richiesta, l’uomo viveva nei magazzini dismessi del Porto Vecchio (nella gallery le foto di ), area abbandonata e fatiscente dove, mancando un’alternativa, i migranti trovano riparo rimanendo esposti alle temperature invernali, che nei giorni scorsi sono scese sotto lo zero portando neve e vento di Bora. Da uno di quei magazzini era corsi fuori alcuni connazionali in cerca di aiuto per soccorrere il 43enne colto da malore. Le condizioni erano apparse subito gravi e in breve tempo sono precipitate. A generare l’arresto cardiaco era stata un’embolia polmonare la cui causa, riferisce la stampa locale, non è stata ancora chiarita. Ricoverato nel reparto di cardiochirurgia, lunedì ne era stata dichiarata la morte celebrale e l’indomani il decesso. L’episodio segue le morti di altri migranti in Friuli Venezia Giulia. Ai primi di dicembre, dopo l’ennesimo sgombero del Porto Vecchio, era stato trovato il cadavere del 32enne algerino Hichem Billal Magoura, morto di freddo in quegli stessi magazzini. ‹ › 1 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 2 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 3 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 4 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 5 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 6 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 7 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 8 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 9 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste Il ricovero del richiedente nepalese è stato oggetto di accuse da parte delle associazioni locali e in particolare del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati onlus (Ics) che in città si occupa anche di accoglienza. “L’uomo che accusava da giorni forti dolori al petto aveva ricevuto una prima visita medica nel centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la procedura di asilo”, aveva scritto Isc in una nota sabato scorso. “Ieri aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata”. Quanto accaduto, concludeva la nota, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile: chiediamo che cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali”. Una denuncia già circostanziata nel recente rapporto “Accesso negato“, che racconta il percorso a ostacoli al quale sono sottoposti i richiedenti a Trieste, in palese violazione della legge. La registrazione delle domande, che dovrebbe avvenire in pochi giorni, richiede fino a due mesi e di fatto blocca l’ingresso nell’accoglienza che è invece un diritto della persona dal momento in cui manifesta la volontà di chiedere asilo. Il rapporto denuncia pratiche vessatorie presso la Questura di Trieste, l’assenza di tutela e accesso prioritario per i casi di vulnerabilità. Spesso “lasciando le persone in attesa per ore o costringendole ad allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di salute. Esattamente come accaduto al richiedente nepalese. Eppure il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha dedicato un Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Nel 2025 le associazioni che hanno curato il report hanno inviato 34 segnalazioni collettive e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, compresi i casi di vulnerabilità. Mai una sola risposta. Dopo il ricovero, invece, l’assessore regionale alla Sicurezza, Roberto Roberti, ha attaccato il Consorzio Ics. “Ricondurre il malore di un richiedente asilo nepalese a responsabilità delle forze dell’ordine equivale a un’operazione di sciacallaggio politico”, ha tuonato l’assessore leghista. “Se ha così poca fiducia nelle istituzioni, Ics rifiuti le cospicue remunerazioni mensili ed esponga le proprie tesi indegne in un’arena elettorale”. Ics o no, il diritto all’accoglienza dei richiedenti resta sancito dalla legge e la situazione rimane identica da molti anni nonostante in città come in Regione governi il centrodestra. Per la consigliera comunale Alessandra Richetti (M5s) le “condizioni” in cui viveva il 43enne “erano già di per sé disumane e pericolose”: il fenomeno migratorio “va gestito”. Quanto alle risorse, il segretario generale del Siulp Fvg, Fabrizio Maniago, scrive oggi in una nota che a Trieste si è “passati dai 100/150 richiedenti asilo annui di vent’anni fa, alle – nei grandi eventi di rintraccio – 120 persone in un solo giorno”, mentre “il numero di poliziotti della sola Questura di Trieste è passato da 600 unità a 400 nello stesso intercorso temporale”. Tornando alla politica, per la destra la soluzione è una sola: limitare gli arrivi. “E se non si riuscisse a limitare i flussi?”, domandava allo stesso Roberti il quotidiano Il Piccolo in un’intervista del 27 dicembre. “In tal caso chi arriva deve sapere che non troverà quell’Occidente scintillante visto sullo smartphone e dovrà affrontare un inverno senza documenti, senza lavoro, senza un tetto”. E perché no, la morte. L'articolo Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste. Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Liliana Resinovich, ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso del marito indagato per l’omicidio
È “inammissibile” il ricorso presentato dalla difesa di Sebastiano Visintin, marito di Liliana Resinovich, che chiedeva di disporre un incidente probatorio per una nuova perizia medico-legale sulla morte della donna. La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi, nelle motivazioni della sentenza depositata e relative alla decisione assunta il 18 novembre 2025, ha condannato Visintin al pagamento delle spese processuali e, “valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso”, anche al versamento di 3mila euro alla Cassa delle Ammende. Le motivazioni confermano così le indiscrezioni che già nelle settimane scorse avevano anticipato l’orientamento della Corte suprema. Secondo la Cassazione, la doglianza sollevata dalla difesa è “manifestamente infondata”. I giudici escludono in particolare che l’ordinanza del gip di Trieste possa essere considerata “abnorme” o “posta al di fuori del sistema”. L’atto contestato, firmato il 30 giugno 2025 dalla giudice per le indagini preliminari Flavia Mangiante, aveva accolto la richiesta della Procura disponendo un incidente probatorio limitato ad accertamenti genetici, merceologici e dattiloscopici, rigettando invece l’istanza della difesa di procedere anche a una nuova perizia medico-legale. Nel ricorso, l’avvocato Paolo Bevilacqua sosteneva che la decisione del gip fosse illegittima perché non teneva conto delle profonde divergenze tra le consulenze medico-legali già acquisite nel corso delle indagini preliminari. Secondo la difesa, proprio l’esistenza di esiti scientifici opposti avrebbe imposto di anticipare il confronto tra periti attraverso l’incidente probatorio, al fine di chiarire cause, modalità, data della morte e il periodo di permanenza del corpo di Liliana Resinovich. Una tesi che la Suprema Corte ha però respinto, ritenendo che la scelta del gip rientrasse pienamente nei poteri discrezionali del giudice e non presentasse profili di anomalia tali da giustificare l’intervento della Cassazione. La decisione arriva al termine di un percorso giudiziario complesso e ancora segnato da forti contrapposizioni scientifiche. La prima perizia medico-legale, firmata da Fulvio Costantinides e Fabio Cavalli, aveva concluso per una morte asfittica da “spazio confinato”, una cosiddetta plastic bag suffocation, senza chiari segni di intervento di terzi. Di segno opposto la seconda consulenza, coordinata da Cristina Cattaneo, secondo cui Liliana Resinovich sarebbe stata uccisa e soffocata. Consulenza che aveva portato al totale ripensamento dell’inchiesta per cui all’inizio la procura di Trieste aveva chiesto l’archiviazione. Proprio su queste “evidenti discrasie scientifiche”, come le aveva definite la difesa, si era concentrata la richiesta di una nuova perizia collegiale. “Abbiamo due consulenze completamente opposte, ecco perché serve un nuovo esame”, aveva dichiarato Visintin nei giorni precedenti alla pronuncia della Cassazione. “Sono passati quasi quattro anni e ancora oggi non sappiamo se Lilly si è suicidata o è stata uccisa”, aveva aggiunto, sostenendo che, in caso di rigetto, la difesa avrebbe cercato “altre forme” per ottenere un approfondimento medico-legale. Liliana Resinovich era stata trovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Nel gennaio del 2024 era stata decisa la riesumazione del cadavere e dall’ipotesi di suicidio si è passati a quella di omicidio volontario. L'articolo Liliana Resinovich, ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso del marito indagato per l’omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle sospensioni di fatto dei diritti”
“La sospensione dei diritti” dei richiedenti asilo a Trieste “mette a rischio la vita”. Lo denuncia in una nota il Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus, spiegando che “oggi (sabato 10 gennaio, ndr) un cittadino nepalese 43enne, richiedente asilo, è stato soccorso per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste”, area in cui i migranti trovano rifugi di fortuna. L’uomo accusava da giorni forti dolori al petto, ricostruisce il Consorzio e “aveva ricevuto una prima visita medica in centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la procedura di asilo. Ieri aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata. Di fronte a dolori sempre più intensi, alcuni connazionali hanno chiamato i soccorsi“. L’uomo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cattinara in prognosi riservata, le sue condizioni sono disperate. Quanto accaduto, secondo il Consorzio, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile. Chiediamo – conclude quindi la nota – che cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali”. L'articolo Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle sospensioni di fatto dei diritti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci”
Un fotomontaggio con Elly Schlein travestuta da Befana e il commento irridente “Tanti auguri Befana“. Il post pubblicato per l’Epifania dal sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza di Forza Italia, scatena reazioni indignate dal Pd, i cui esponenti intervengono in massa in difesa della segretaria. I capigruppo di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione al Parlamento europeo Nicola Zingaretti definiscono il gesto “davvero grave“: “Un sindaco, che rappresenta le istituzioni, in un giorno come questo, con le salme dei ragazzi morti a Crans Montana appena arrivate in Italia, non trova di meglio che insultare e offendere la segretaria del Pd. Un sindaco non nuovo a comportamenti sessisti e offensivi nei riguardi delle donne e che con questo gesto, fatto con la convinzione di risultare simpatico, mostra tutta la grettezza, la volgarità e la miseria di una cultura di destra in cui la denigrazione dell’avversario politico è abituale”, denunciano in una nota. “Ci auguriamo”, concludono, “che il sindaco di Trieste al più presto chieda scusa alla comunità del Pd e alla sua segretaria. E ci aspettiamo che dai partiti che sostengono Dipiazza, anche a livello nazionale, a partire da Giorgia Meloni, ci sia una pronta presa di distanza“. “Il sindaco Dipiazza dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre”, commenta invece l’ex governatrice del Friuli-Venezia Giulia, la deputata e responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani. “A distanza di pochi giorni conferma il suo pensiero volgare e insultante sulle donne”, aggiunge, in riferimento a un’altra recente uscita del primo cittadino, che ha detto a una consigliera comunale: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna”. “Viviamo tempi in cui la politica ha perso ogni senso delle istituzioni e ogni freno”, conclude Serracchiani. Per la segretaria regionale dem, Caterina Conti, il post “incarna la cultura di destra: non è satira né spirito goliardico, solo mancanza di rispetto. Un gesto sessista, volgare e indegno di chi ricopre un incarico pubblico, che usa il body shaming come arma politica Non è l’ennesimo scivolone di un Dipiazza alla fine della sua parabola politica, ma è la cultura prevalente della destra che ci governa a tutti i livelli. Vedremo chi si dissocia”, incalza. L'articolo “Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La piazza è quella di Mussolini, imperiale e tragica. A poche centinaia di metri, quella dei rifugiati
La piazza è la stessa di 87 anni fa. Era il 18 settembre del 1938. Giorno nel quale Benito Mussolini, all’apogeo della sua effimera gloria, annunciava la necessità del razzismo e il varo delle misure legislative antisemite. Si chiamava Piazza dell’Unità prima di essere ribattezzata Piazza d’Unità D’Italia nel 1955. Una piazza ‘imperiale’ dove risuonarono parole indegne che avrebbero provocato sofferenze, discriminazioni e deportazioni. Dare al dolore la parola dovrebbe essere il compito di tutta politica. Missione delicata, forse impossibile perché solo chi abita il dolore o allora forse solo il silenzio perché il dolore non parla, tace in attesa delle parole smarrite o quelle da creare per la circostanza. A questo dovrebbe servire una piazza degna di questo nome e luogo per antonomasia della politica intesa come partecipazione e possibile cura del dolore collettivo e personale, cioè unico. Dare al dolore la parole sapendo che il dolore non parla. In questa tragica dicotomia si gioca la credibilità di ogni politica che non sia una tragica e aggiornata continuazione di leggi razziali. Il dolore sussurra al cuore oppresso perché il dolore, ogni dolore, è inedito e non riproducibile. Il cuore degli ebrei che avevano convissuto per decenni tra mille difficoltà. Un cuore è oppresso dal dolore perché a poche centinaia di metri da questa piazza ce n’è un’altra. L’hanno chiamata con un nome che avrebbe dovuto accogliere coloro arrivano per salvarci. Si chiama Piazza della libertà per chi sfida il tempo, le frontiere, la geografia, la storia e la libertà che si traduce in giustizia, ascolto e condivisione. Tra Piazza dell’Unità d’Italia e i magazzini abbandonati dove a stento sopravvivono i rifugiati, in linea d’aria sono poche centinaia di metri. Si tratta nondimeno di due mondi paralleli, uno imperiale e l’altro marcato dal dolore che cerca senza fine le parole per essere udibile. Finché il dolore diventa silenzio, quello della morte, così come accaduto qualche settimana or sono. Uno dei mondi è finto e l’altro tace perché pochi sanno raccoglierne l’eredità. E gli dice di spezzarsi che poi sarebbe l’unica risposta degna per chi rischia di permettere al dolore di creare, appunto, parole spezzate. Sono le frontiere delle storie crocifisse e cioè spezzate da un dolore che arriva senza annunciarsi. Parole che avrebbero potuto evitare di tradire chi scompare nei deserti, nel mare e sulle mille rotte della libertà. Nel Sahel, a Gaza, nel Sudan e nel Congo e nelle altre guerre dimenticate solo dolori senza parole, mutilate per sete di potere e il dio denaro, necrofilo. Date al dolore la parola, il dolore non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi (William Shakesperare, Macbeth, IV, 3) La Piazza d’Italia imperiale, dell’Unità d’Italia a Trieste, in un giorno annuvolato, avvolge turisti e passanti con una musica da valzer, come fosse già la festa di capodanno a Vienna. Una coppia di sposi novelli profitta per esibire gli abiti di cerimonia con qualche foto ricordo. Poco lontano, alcuni amici africani propongono improbabili libri da vendere alla distratta platea di mattina. Accanto al molo passa un giovane con la famiglia e il capo rivestito di alloro. Certamente un neolaureato fiero del suo percorso accademico. Rimane la bella piazza imperiale che, il 18 settembre del 1938, era gremita di persone che a migliaia acclamavano le parole, senza dolore, di Mussolini. Trieste, 18 dicembre 2025 L'articolo La piazza è quella di Mussolini, imperiale e tragica. A poche centinaia di metri, quella dei rifugiati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gioielliere freddato in casa a Trieste con un colpo di pistola alla nuca. Ipotesi rapina
Nicola Granieri, gioielliere 73enne, è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco sparato alla nuca, presumibilmente mercoledì scorso. Il corpo senza vita è stato ritrovato da un amico in via Machlig a Trieste, dove la vittima viveva, nella giornata di giovedì. Nell’abitazione del gioielliere, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Piccolo, ci sarebbero stati soldi in contanti, oro e diversi Rolex Daytona (una trentina). Una parte di questi oggetti è stata rubata, ma la maggior parte dei valori è rimasto nell’appartamento. Sul corrimano, lungo le scale, sul muro e sulla porta del penultimo piano sono state rinvenute delle tracce, sequestrati anche due dispositivi. Si spera nell’aiuto di alcune telecamere. La casa era infatti protetta da dei sensori di allarme e da alcune telecamere collegate a un cellulare: “sapevamo molto bene cosa teneva in casa Nicola” – racconta un suo amico – “ce lo aveva raccontato lui e ci aveva mostrato i Rolex”. Secondo alcune fonti, Granieri avrebbe avuto un giro d’affari molto importante che comprendeva clienti a Trieste, fuori Trieste e commerci con stranieri. Numerosi erano soprattutto i suoi clienti stranieri. L’allarme è stato lanciato nel primo pomeriggio di giovedì, quando un amico in possesso delle chiavi di casa dell’anziano è entrato nel suo appartamento – preoccupato dalle mancate risposte dell’uomo – e ha scoperto il cadavere. L’abitazione era a soqquadro: cassetti aperti, armadi svuotati e una scatola scoperchiata. Il teatro tipico di un furto. Dei conoscenti riferiscono al quotidiano triestino chiedendo l’anonimato: “Compravano spesso gioielli e oro da lui. E talvolta eravamo noi a venderglieli. Lui a sua volta li rivendeva. Con noi è sempre stato molto corretto e gli volevamo bene. Lui era consapevole del pericolo che comportava alla sua persona tenere tutti quei valori in casa, ma si fidava delle persone che erano in affari con lui. Chi l’ha ucciso lo conosceva bene”. L'articolo Gioielliere freddato in casa a Trieste con un colpo di pistola alla nuca. Ipotesi rapina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Filmava le figlie minorenni della convivente con microtelecamere nascoste in casa: arrestato installatore di sistemi di sicurezza
Filmava le figlie della convivente, anche minorenni, attraverso microtelecamere nascoste in casa, durante momenti di vita quotidiana, e acquisiva filmati dalle videocamere di case altrui che lui stesso aveva installato. Per questa ragione un installatore di sistemi di sicurezza è stato arrestato in flagranza per il reato di interferenze illecite nella vita privata dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando di Trieste. All’uomo è stato contestato anche il reato di detenzione di materiale pedopornografico e per questo l’autorità giudiziaria ne ha disposto l’allontanamento da casa. L’uomo ha frantumato in più parti il proprio telefono cellulare per evitare che finisse nelle mani dei Carabinieri ma gli specialisti dell’Arma sono riusciti a recuperare integralmente il contenuto del dispositivo. Il telefono cellulare era stato infatti sequestrato insieme con un hard disk e altri supporti informatici nel corso di una perquisizione in casa disposta dall’autorità giudiziaria. Le analisi forensi hanno rinvenuto numerose fotografie, accuratamente archiviate e catalogate, riferite alle figlie della convivente, minorenni. Le foto erano classificate per anno e nominativo. E’ emerso, inoltre, che l’uomo, elettricista e installatore di sistemi di videosorveglianza, aveva scaricato sul proprio smartphone diverse applicazioni che gli permettevano di accedere da remoto, e senza consenso, ai sistemi di videosorveglianza che lui stesso aveva installato nelle abitazioni dei clienti, visualizzando e scaricando immagini in tempo reale. Le vittime sono state informate immediatamente e hanno presentato denuncia. Le indagini sono scattate dopo che, nel mese di settembre, una donna, residente in provincia di Udine, si era rivolta ai Carabinieri dopo aver rinvenuto, sul telefono cellulare del proprio convivente, alcune fotografie che ritraevano le sue figlie senza abiti. La segnalazione ha attivato un’attività investigativa da parte dei militari della Sezione “Cyber” del Nucleo Investigativo di Trieste. Le indagini proseguono per accertare eventuali ulteriori responsabilità e verificare l’eventuale coinvolgimento di altre vittime. L'articolo Filmava le figlie minorenni della convivente con microtelecamere nascoste in casa: arrestato installatore di sistemi di sicurezza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Trieste
“Pratiche illegali alla Questura di Trieste”. Quando ad alimentare il “degrado” dei migranti è il Viminale
Alla Questura di Trieste i tempi delle richieste d’asilo si allungano tra discrezionalità e pratiche che violano la legge. A sostenerlo sono diverse realtà e associazioni che assistono i richiedenti della rotta balcanica, raccogliendo testimonianze ma soprattutto evidenze. Tante da farci un rapporto intitolato “Accesso negato” e appena presentato alla stampa per descrivere il sistema che comprimendo i diritti condanna le persone a quel “degrado” che l’amministrazione di centrodestra lamenta e il Viminale dice di combattere. E invece sembra alimentare. Altro che “accogliere in maniera dignitosa chi arriva”, come ha rivendicato ieri la responsabile Immigrazione di Fratelli d’Italia, Sara Kelany, parlando di Lampedusa. “Per noi è un orgoglio aver accudito migranti in arrivo e abbiamo velocizzato le procedure di trasferimento, che avvengono in 24/48 ore e abbiamo raddoppiato i posti nel centro, da 300 a 600”. A Trieste basterebbe molto, molto meno. Il diritto di chiedere asilo è un diritto umano fondamentale sancito dalla Dichiarazione universale dei Diritti umani, disciplinato dalla Convenzione ONU sui Rifugiati del 1951 e garantito dalla Costituzione italiana come dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea. E’ la premessa del rapporto alla denuncia di una serie di pratiche che, solo nel 2025, hanno riguardato oltre 1.400 persone e allungato una procedura, quella della registrazione delle domande d’asilo, che per legge va risolta in pochi giorni e invece richiede fino a due mesi, impedendo di fatto l’accesso all’accoglienza. Pratiche che contrastano con la normativa vigente ma anche con l’ormai noto Patto Ue su migrazione e asilo, quello che dovrebbe risolvere la questione dei centri in Albania. Talmente atteso dal governo Meloni che l’Italia riesce a violarlo prima ancora che sia operativo. Contrariamente alla normativa, si legge infatti nel rapporto, i funzionari della Questura condizionerebbero la registrazione delle domande d’asilo al possesso di documenti o addirittura del cellulare. “Ho mostrato il telefono che la polizia serba mi aveva rotto durante il viaggio: mi hanno detto di ripararlo e di tornare col cellulare funzionante”, racconta una delle testimonianze raccolte in un video. “Ho provato a farlo riparare, ma non era possibile. La riposta? O porti il telefono o vai via”. Altri vengono rinviati ad altre questure o invitati a raggiungere altri Paesi, il tutto in modo informale, senza mettere nulla per iscritto e senza avviare la procedura per individuare lo Stato Ue eventualmente competente a esaminare la domanda d’asilo. Una palese violazione della normativa europea, ribadita anche nel nuovo regolamento Ue sulla gestione dell’asilo (2024/1351). C’è addirittura chi entra in Questura per registrare la sua domanda e se ne esce con l’ordine di lasciare l’Italia. Pratica che lo scorso 20 novembre il Tribunale di Trieste ha censurato perché “non emerge una chiara giustificazione giuridica per la decisione assunta dalla Questura”, ordinando l’immediata registrazione della richiesta d’asilo. Così, delle decine di persone richiedenti (tra le 70 e le 140 al giorno) che si presentano nelle primissime ore del mattino, “solo una dozzina al giorno riescono ad accedere fisicamente all’Ufficio; tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso”, si legge nel rapporto. Chi è costretto a tornare l’indomani e rimettersi in fila non matura alcuna priorità. E’ così i tempi si allungano, fino a 60 giorni. Scritto da International Rescue Committee Italia, No Name Kitchen, Consorzio Italiano di Solidarietà, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ApS e Diaconia Valdese (col supporto di GOAP e Linea d’Ombra), il rapporto denuncia anche l’assenza di tutela e accesso prioritario per i casi di vulnerabilità. Spesso “lasciando le persone in attesa per ore o costringendole ad allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di salute. Paradossale, visto che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha dedicato un Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Del resto, prima ancora di denunciare, nel 2025 le associazioni hanno inviato 34 segnalazioni collettive e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, compresi i casi di vulnerabilità. Il risultato? “Non vengono prese in considerazione dalla Questura”. Così anche i più fragili rimangono all’addiaccio, accampati nei magazzini abbandonati del Porto Vecchio, tra condizioni igienico sanitarie al limite e il freddo che a inizio dicembre ha ucciso Hichem Billal Magoura, un algerino di 32 anni. Meglio gli sgomberi del Porto Vecchio. L’ultimo ai primi di dicembre, col trasferimento di una parte delle persone verso altre regioni, ma solo una parte. Complice l’imbuto in Questura, due settimane è tutto come prima. Secondo le associazioni che hanno firmato il rapporto, ad oggi sono almeno 200 le persone che dormono in strada, che si vedono rinviare l’appuntamento in Questura per formalizzare la domanda, ancora e ancora. Che provano a rivolgersi agli uffici di Gorizia o al commissariato di Monfalcone. Senza per questo riuscire a togliersi dalla strada. Oltre a chiedere la cessazione immediata delle pratiche illegittime, il report raccomanda di potenziare la registrazione delle domande di asilo, rafforzare la presa in carico delle persone vulnerabili, applicare correttamente le procedure su tratta e minori non accompagnati, spesso “allontanati senza nemmeno attivare le procedure formali di accertamento socio-sanitario previste dalla legge”, migliorare la trasparenza informativa e istituire un tavolo tecnico permanente. Sempre che i problemi si vogliano risolvere. Il Fatto ha provato a chiederlo al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che però al momento non rilascia dichiarazioni sulla situazione triestina. Quanto al Questore, per ora non intende commentare. L'articolo “Pratiche illegali alla Questura di Trieste”. Quando ad alimentare il “degrado” dei migranti è il Viminale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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