Tag - Trieste

Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito
A otto mesi dalla morte in Svizzera della triestina Martina Oppelli, affetta da sclerosi multipla da oltre 20 anni, Marco Cappato e le altre tre persone che hanno aiutato la donna ad andare all’estero per ricorrere al suicidio assistito hanno deciso di autodenunciarsi a Trieste. Martina Oppelli – ricorda l’Associazione Coscioni – aveva deciso di andare in Svizzera dopo 2 anni di battaglie legali e tre dinieghi ricevuti dall’azienda sanitaria Asugi nonostante la completa dipendenza dall’assistenza continuativa dei caregivers e da presidi medici (farmaci, catetere e macchina della tosse), secondo l’azienda sanitaria non era sottoposta ad alcun trattamento di sostegno vitale (1 dei 4 requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso Dj Fabo\Cappato per poter accedere alla morte volontaria assistita in Italia). Oppelli aveva anche denunciata l’azienda sanitaria per tortura. “Non avrei mai voluto prendere questa decisione, determinata da anni di sofferenza e da una patologia che non può essere curata e che per me è come una spada di Damocle – disse la donna in un video appello – Convivo con questi sintomi da un quarto di secolo e l’ho sempre fatto con dignità, con speranza, perché amo la vita, che è stupenda e va rispettata. Ma sono arrivata a un punto in cui il dolore è devastante: io ormai muovo solo la testa, riesco ancora a lavorare tramite i comandi vocali, ma la fatica è tanta e non ce la faccio più. La mia non è una scelta di disperazione, ma una scelta d’amore verso la vita che ho avuto”. Cappato e gli attivisti andranno giovedì alle 9.30 presso la questura di Trieste. A seguire alle 11 si terrà una conferenza stampa presso il Caffè San Marco. Saranno presenti Marco Cappato, rappresentante legale dell’Associazione Soccorso Civile e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni; Filomena Gallo, avvocata, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e legale di Martina Oppelli; Claudio Stellari e Matteo D’angelo, attivisti dell’Associazione Soccorso Civile che hanno accompagnato Martina Oppelli in Svizzera; Felicetta Maltese, attivista di Soccorso Civile che ha fornito aiuto logistico al viaggio L'articolo Cappato e altri tre attivisti si autodenunciano per aver aiutato Martina Oppelli ad andare in Svizzera per il suicidio assistito proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Trieste
Suicidio Assistito
Diritti Civili
Traccia di Zirconio sulle scarpe di Liliana Resinovich, cosa significa per le nuove indagini per omicidio
Un nuovo elemento emerge nell’inchiesta sulla morte di Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa a Trieste la mattina del 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio successivo nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico provinciale. Secondo quanto emerso dalle analisi tecniche, sulle scarpe della donna sarebbe stata individuata una traccia di zirconio, una sostanza abrasiva particolarmente resistente utilizzata in vari processi industriali e anche nelle operazioni di affilatura delle lame. Un dettaglio che, secondo il genetista forense Paolo Fattorini, risulta “meritevole di approfondimento”. Proprio per consentire ulteriori verifiche, la giudice per le indagini preliminari del tribunale di Trieste Flavia Mangiante ha concesso una proroga di trenta giorni per il deposito della perizia affidata al pool di esperti composto, oltre che da Fattorini, da Chiara Turchi ed Eva Sacchi. Gli specialisti sono stati incaricati di individuare eventuali tracce di Dna o altri elementi utili sulle corde trovate sul corpo della donna: il cordino stretto attorno al collo che teneva chiusi i due sacchi di plastica in cui era infilata la testa e quello utilizzato per legare le chiavi. Si tratta della seconda proroga concessa agli esperti, dopo una precedente estensione di due mesi. L’udienza per l’esame degli esiti tecnici, inizialmente prevista a fine mese, è stata quindi rinviata al 26 giugno. Il ritrovamento della sostanza sulle scarpe potrebbe assumere un rilievo investigativo anche per via delle attività lavorative del marito della donna, Sebastiano Visintin, che al momento è l’unico indagato nell’inchiesta. Tra i suoi lavori, Visintin svolge infatti anche quello di arrotino per alcuni esercizi commerciali del centro di Trieste, tra cui una pescheria. Ogni martedì si occupava di ritirare i coltelli utilizzati nei negozi per affilarli e restituirli successivamente. Sarebbe stata proprio questa l’attività che stava svolgendo la mattina della scomparsa della moglie. Nel corso delle indagini, nell’aprile 2025, la polizia ha sequestrato circa 700 tra coltelli e forbici riconducibili a Visintin. Su questi oggetti sono in corso accertamenti e comparazioni tecniche. Nel frattempo, sul piano scientifico, si sta cercando di chiarire anche uno dei punti più controversi dell’intera vicenda: il momento della morte. Negli Stati Uniti un gruppo di ricercatori provenienti dal Michigan State University e da istituti di ricerca del Colorado sta conducendo un esperimento su quattro cadaveri per confrontare le trasformazioni di un corpo congelato con quelle di un corpo esposto a condizioni ambientali simili a quelle del luogo in cui fu trovato il cadavere di Resinovich. L’esperimento è stato promosso dalla difesa di Visintin, dopo che le due principali perizie medico-legali svolte finora hanno fornito conclusioni opposte. La prima, firmata dal medico legale Fulvio Costantinides e dal radiologo forense Fabio Cavalli, indicava che la morte sarebbe avvenuta circa 48 ore prima del ritrovamento del corpo. La seconda, condotta dal team di consulenti della Procura guidato dall’antropologa forense Cristina Cattaneo, sosteneva invece che la donna fosse morta la stessa mattina della scomparsa. L'articolo Traccia di Zirconio sulle scarpe di Liliana Resinovich, cosa significa per le nuove indagini per omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Omicidio
Trieste
Liliana Resinovich
“Claudio Sterpin si è portato nella tomba tanti segreti. Sarò ai suoi funerali ma non ci andrò da solo”: caso Liliana Resinovich, parla Sebastiano Visintin
“Venerdì sarò ai funerali di Claudio ma non ci andrò da solo”. È la dichiarazione di Sebastiano Visintin durante il programma “Dentro la notizia“, condotto da Gianluigi Nuzzi su Canale 5. Secondo quanto riporta l’Ansa, la dichiarazione dell’86enne si riferisce alle esequie di Claudio Sterpin, l’amico di sua moglie Liliana Resinovich, morto lo scorso 14 febbraio. La donna, scomparsa nel dicembre del 2021, è stata ritrovata senza vita in un bosco di Trieste il 5 gennaio 2022. I due uomini non hanno avuto rapporti sereni. Sterpin, 86 anni, sosteneva che Liliana volesse lasciare il marito Sebastiano per iniziare una nuova vita con lui. Nella serata di ieri, 17 febbraio, durante la puntata di “Dentro la notizia“, Visintin ha dichiarato: “Ci sono tantissime cose che sa solo lui (Serpin ndr) e purtroppo ora non c’è più e si è portato con lui questi segreti“. Ha aggiunto: “Gli ho chiesto spiegazioni su alcune cose ma non me le ha mai date. Penso però che lui non c’entri con la scomparsa di Liliana”. Secondo quanto riportato da Fanpage, Claudio Sterpin portava avanti una battaglia dal 2021 per la verità sulla morte di Liliana. L’85enne sosteneva che Resinovich fosse stata uccisa. Nel registro degli indagati c’era anche il nome del marito della vittima, Claudio Visintin. Secondo Sterpin, il vedovo avrebbe avuto informazioni mai condivise con gli inquirenti. I due hanno discusso in diverse trasmissioni televisive, accusandosi a vicenda. Lo scorso 14 febbraio, la famiglia di Sterpin ha comunicato la morte dell’86enne, ricoverato all’Ospedale Cattinara di Trieste. Il fratello di Liliana, Sergio Resinovich, lo ha ricordato con affetto. In un’intervista telefonica a Fanpage ha detto: “La vicenda di Lilly (Liliana ndr) ci aveva avvicinati, sono molto addolorato. Mi spiace che non vedrà l’epilogo di questa brutta vicenda giudiziaria e che non potrà assistere al momento in cui Lilly avrà giustizia“. “AVREI VOLUTO SAPERE I SEGRETI CHE CONSERVAVA” Claudio Sterpin e Sebastiano Visintin si conoscevano da molto tempo. “L’amico speciale” ha sempre accusato il marito della donna poiché quest’ultimo concordava con gli inquirenti sull’ipotesi del suicidio di Liliana. A poche ore dalla morte di Serpin, Visintin ha rilasciato un’intervista a Il Piccolo di Trieste parlando della loro diatriba. L’uomoha dichiarato: “Sono dispiaciuto del fatto che non siamo riusciti a parlare senza le telecamere puntate addosso, a vederci anche da soli per cercare di capire cosa possa essere successo a Liliana”. E ancora: “Avrei voluto sapere i segreti che magari lui conservava dentro di sé, che ora si è portato dietro”. L'articolo “Claudio Sterpin si è portato nella tomba tanti segreti. Sarò ai suoi funerali ma non ci andrò da solo”: caso Liliana Resinovich, parla Sebastiano Visintin proviene da Il Fatto Quotidiano.
Crime
Trieste
Tv Pubblica
Liliana Resinovich
Caso Liliana Resinovich, è morto Claudio Sterpin. Il legale: “Mi ha sempre detto: devi cercare la verità”
È morto a 86 anni, a Trieste, Claudio Sterpin, l’uomo che negli ultimi quattro anni è stato una delle figure più esposte nel caso di Liliana Resinovich, la donna scomparsa il 14 dicembre 2021 e ritrovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex Opp. La notizia della sua scomparsa è stata resa nota nella serata di ieri dalla trasmissione Quarto Grado e si è diffusa rapidamente in città, rimbalzando sui social tra amici, conoscenti e protagonisti della lunga vicenda giudiziaria. Sterpin, ex maratoneta molto noto nell’ambiente sportivo triestino, è stato l’ultimo a sentire Liliana al telefono la mattina della sua scomparsa. Da allora aveva sempre sostenuto pubblicamente che tra loro esistesse un legame affettivo profondo, destinato – secondo la sua versione – a trasformarsi in una convivenza. Una ricostruzione costantemente smentita dal marito della donna, Sebastiano Visintin, che non ha mai creduto a una relazione tra i due ed è indagato dall’aprile del 2025 per omicidio. È noto tuttavia che Liliana e Sterpin avessero avuto una liaison in gioventù. Quella di Sterpin è stata una battaglia mediatica e giudiziaria iniziata subito dopo la scomparsa di Liliana. Interviste televisive, dichiarazioni alla stampa, appelli pubblici: per anni ha ribadito la propria versione dei fatti, parlando di un sentimento autentico che li univa. Negli ultimi tempi le tensioni tra lui e Visintin si erano trasformate in scontri sempre più accesi, con accuse reciproche e strascichi legali. Solo poche settimane fa Sterpin aveva dichiarato: “Sono in ebollizione da anni. Non credo che l’artefice sia stato Sebastiano, ma lui sa benissimo chi è stato”. Parole ripetute anche in tribunale, a Trieste, durante il recente incidente probatorio disposto dalla pm Ilaria Iozzi per cristallizzare la sua testimonianza. All’uscita dall’aula aveva spiegato ai giornalisti di aver ribadito “sempre la stessa versione, perché la versione è una”. Gli accertamenti tecnici disposti dalla Procura sono attesi nelle prossime settimane, in un’indagine che resta ancora aperta. Tra le sue ultime apparizioni pubbliche, un sit-in davanti al Tribunale di Trieste lo scorso dicembre, insieme ad amici e parenti di Liliana: tra le mani una grande foto della donna e l’appello a “arrivare presto alla verità”. “Mi ha sempre detto: devi cercare la verità”, ha ricordato il suo avvocato, Giuseppe Squitieri. “È quello a cui ora tengo in modo particolare, in memoria delle sue intenzioni”. Il legale ha spiegato che l’ultima volta si erano sentiti pochi giorni fa, prima del ricovero in ospedale e del rapido peggioramento delle condizioni di salute. “Con lui si era instaurato un rapporto, di cui ero grato”, ha aggiunto, assicurando la volontà di non abbandonare il percorso intrapreso, qualora la famiglia lo desideri. Anche Nicodemo Gentile, presidente dell’associazione Penelope e legale del fratello di Liliana, ha affidato ai social un messaggio di cordoglio: “Ciao, uomo coraggioso. Uomo profondamente onesto, che ha avuto fin dall’inizio l’audacia di non piegarsi all’opinione dominante”. Tra i tanti messaggi comparsi in queste ore, qualcuno ha sottolineato la coincidenza simbolica della data: “Nel giorno di San Valentino si è ricongiunto con la sua Lilly”. L'articolo Caso Liliana Resinovich, è morto Claudio Sterpin. Il legale: “Mi ha sempre detto: devi cercare la verità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Trieste
Liliana Resinovich
Chiude gli animali domestici nel bagno di casa sua: la polizia denuncia l’uomo e salva i cuccioli dal degrado
A Trieste un uomo è stato denunciato dalla polizia per aver chiuso due cani e un gatto all’interno del bagno del suo appartamento per due settimane. Secondo quanto riportato da Trieste News, l’episodio si è verificato lo scorso 14 gennaio. A lanciare l’allarme sono stati i vicini di casa del giovane proprietario, che hanno avvisato la polizia dopo aver udito per giorni i lamenti degli animali domestici. Gli agenti hanno segnalato di aver trovato all’interno dell’appartamento, situato in viale Campi Elisi, una situazione di degrado e di scarse condizioni igienico sanitarie. La polizia ha aperto la porta del bagno e ha liberato i cuccioli, apparsi denutriti e disidratati. L’inquilino è stato identificato dagli agenti. L’uomo ha dichiarato alla polizia di aver ricevuto gli animali da una coppia di amici e di aver chiuso i due cani e il gatto nel bagno a causa di un impegno fuori città. I cuccioli sono stati trasferiti al canile sanitario del Comune di Trieste, dove hanno ricevuto cure. L'articolo Chiude gli animali domestici nel bagno di casa sua: la polizia denuncia l’uomo e salva i cuccioli dal degrado proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trieste
Animali
Cani
Animal House
Gatti
Migranti, a Trieste ennesimo sgombero e trasferimento per un centinaio di persone. Le altre resteranno in strada
Alle 7 del mattino è iniziata l’ennesima operazione di sgombero degli ex magazzini del Porto Vecchio di Trieste, edifici fatiscenti in cui trovano riparo i richiedenti asilo che non riescono ad avere accesso all’accoglienza. Da quell’ora è in corso lo screening per verificare la posizione amministrativa delle persone per inserirle “nel sistema dell’accoglienza e trasferirli in altri centri del territorio nazionale”, come riporta una nota diffusa dalla Questura, che coordina le operazioni alle quali prendono parte Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Locale con il supporto di contingenti di rinforzo. A quanto riferito al Fatto da fonti informate, però, i trasferiti dovrebbero essere solo cento, cifra che secondo operatori e volontari delle associazioni attive in città lascia scoperte almeno altrettante persone attualmente senza accoglienza nonostante la manifesta volontà di richiedere asilo e il diritto che immediatamente ne consegue. Tanto che i volontari presenti stamattina per monitorare la situazione si domandano se la logica risponda all’esigenza di ripristinare la legalità nel rispetto dei diritti dei richiedenti o più semplicemente all’esigenza di sgomberare gli edifici più immediatamente interessati dai cantieri che la trasformazione dell’area vicina al centro cittadino. L’operazione di sgombero, hanno riferito le autorità, è stata decisa sulla base delle determinazioni assunte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e ha per oggetto un edificio in particolare, il n.4. Gli altri, compreso quello dove si è sentito male Sunil Tamang, il 43enne nepalese morto il 13 gennaio all’ospedale di Cattinara. Al termine delle attività, è stato annunciato che l’edificio sarà bonificato e sigillato al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza e igienico-sanitarie, anche in considerazione delle temperature rigide invernali per ripararsi dalle quali vengono spesso accesi piccoli falò che in alcuni casi hanno causato incendi. “Ci sono anche alcune donne sole dal Nepal e persone che dormivano nei dormitori: hanno chiamato anche loro dicendo di raggiungere l’area dello screening”, riferisce al Fatto un operatore del Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (Ics). “Molte persone vengono dal Nepal, altre dal Bangladesh e poi ci sono afghani e pakistani. Ci sono anche famiglie: una pakistana, una famiglia mista russo irachena”. Nel corso della giornata si saprà quante e quali persone sono riuscite a salire sui pullman e quante avranno semplicemente fatto ritorno agli edifici non sgomberati dove le condizioni igienico sanitarie sono disumane. Difficile infatti comprendere la disponibilità limitata del trasferimento per l’inserimento in accoglienza in un periodo come quello invernale dove gli sbarchi dal Mediterraneo sono al minimo. Né risulta che l’amministrazione regionale e cittadina di centrodestra abbiano mai chiesto conto di operazioni a singhiozzo che non risolvono il problema, come delle lungaggini sulle procedure d’asilo alla Questura di Trieste che di fatto impediscono l’accesso all’accoglienza anche quando i posti ci sarebbero, con persone che arrivano ad aspettare mesi per un pezzo di carta che andrebbe rilasciato in pochi giorni e si rivolgono alla Questura di Gorizia e intanto restano all’addiaccio. Difficile ormai credere che a Trieste esista davvero la volontà di superare una situazione che viene denunciata come “degrado”. L'articolo Migranti, a Trieste ennesimo sgombero e trasferimento per un centinaio di persone. Le altre resteranno in strada proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Migranti
Trieste
Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste. Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto
Trieste uccide, di nuovo. Non ce l’ha fatta il richiedente asilo nepalese di 43 anni che sabato scorso era stato ricoverato al locale ospedale di Cattinara per un arresto cardiaco. In attesa di formalizzare la sua richiesta, l’uomo viveva nei magazzini dismessi del Porto Vecchio (nella gallery le foto di ), area abbandonata e fatiscente dove, mancando un’alternativa, i migranti trovano riparo rimanendo esposti alle temperature invernali, che nei giorni scorsi sono scese sotto lo zero portando neve e vento di Bora. Da uno di quei magazzini era corsi fuori alcuni connazionali in cerca di aiuto per soccorrere il 43enne colto da malore. Le condizioni erano apparse subito gravi e in breve tempo sono precipitate. A generare l’arresto cardiaco era stata un’embolia polmonare la cui causa, riferisce la stampa locale, non è stata ancora chiarita. Ricoverato nel reparto di cardiochirurgia, lunedì ne era stata dichiarata la morte celebrale e l’indomani il decesso. L’episodio segue le morti di altri migranti in Friuli Venezia Giulia. Ai primi di dicembre, dopo l’ennesimo sgombero del Porto Vecchio, era stato trovato il cadavere del 32enne algerino Hichem Billal Magoura, morto di freddo in quegli stessi magazzini. ‹ › 1 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 2 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 3 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 4 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 5 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 6 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 7 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 8 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste ‹ › 9 / 9 FOTO DI FIORELLA COSTANTINI Condizioni di vita dei richiedenti asilo all'interno dei magazzini dismessi del Porto Vecchio a Trieste Il ricovero del richiedente nepalese è stato oggetto di accuse da parte delle associazioni locali e in particolare del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati onlus (Ics) che in città si occupa anche di accoglienza. “L’uomo che accusava da giorni forti dolori al petto aveva ricevuto una prima visita medica nel centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la procedura di asilo”, aveva scritto Isc in una nota sabato scorso. “Ieri aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata”. Quanto accaduto, concludeva la nota, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile: chiediamo che cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali”. Una denuncia già circostanziata nel recente rapporto “Accesso negato“, che racconta il percorso a ostacoli al quale sono sottoposti i richiedenti a Trieste, in palese violazione della legge. La registrazione delle domande, che dovrebbe avvenire in pochi giorni, richiede fino a due mesi e di fatto blocca l’ingresso nell’accoglienza che è invece un diritto della persona dal momento in cui manifesta la volontà di chiedere asilo. Il rapporto denuncia pratiche vessatorie presso la Questura di Trieste, l’assenza di tutela e accesso prioritario per i casi di vulnerabilità. Spesso “lasciando le persone in attesa per ore o costringendole ad allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di salute. Esattamente come accaduto al richiedente nepalese. Eppure il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha dedicato un Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Nel 2025 le associazioni che hanno curato il report hanno inviato 34 segnalazioni collettive e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, compresi i casi di vulnerabilità. Mai una sola risposta. Dopo il ricovero, invece, l’assessore regionale alla Sicurezza, Roberto Roberti, ha attaccato il Consorzio Ics. “Ricondurre il malore di un richiedente asilo nepalese a responsabilità delle forze dell’ordine equivale a un’operazione di sciacallaggio politico”, ha tuonato l’assessore leghista. “Se ha così poca fiducia nelle istituzioni, Ics rifiuti le cospicue remunerazioni mensili ed esponga le proprie tesi indegne in un’arena elettorale”. Ics o no, il diritto all’accoglienza dei richiedenti resta sancito dalla legge e la situazione rimane identica da molti anni nonostante in città come in Regione governi il centrodestra. Per la consigliera comunale Alessandra Richetti (M5s) le “condizioni” in cui viveva il 43enne “erano già di per sé disumane e pericolose”: il fenomeno migratorio “va gestito”. Quanto alle risorse, il segretario generale del Siulp Fvg, Fabrizio Maniago, scrive oggi in una nota che a Trieste si è “passati dai 100/150 richiedenti asilo annui di vent’anni fa, alle – nei grandi eventi di rintraccio – 120 persone in un solo giorno”, mentre “il numero di poliziotti della sola Questura di Trieste è passato da 600 unità a 400 nello stesso intercorso temporale”. Tornando alla politica, per la destra la soluzione è una sola: limitare gli arrivi. “E se non si riuscisse a limitare i flussi?”, domandava allo stesso Roberti il quotidiano Il Piccolo in un’intervista del 27 dicembre. “In tal caso chi arriva deve sapere che non troverà quell’Occidente scintillante visto sullo smartphone e dovrà affrontare un inverno senza documenti, senza lavoro, senza un tetto”. E perché no, la morte. L'articolo Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste. Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Migranti
Trieste
Matteo Piantedosi
Liliana Resinovich, ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso del marito indagato per l’omicidio
È “inammissibile” il ricorso presentato dalla difesa di Sebastiano Visintin, marito di Liliana Resinovich, che chiedeva di disporre un incidente probatorio per una nuova perizia medico-legale sulla morte della donna. La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi, nelle motivazioni della sentenza depositata e relative alla decisione assunta il 18 novembre 2025, ha condannato Visintin al pagamento delle spese processuali e, “valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso”, anche al versamento di 3mila euro alla Cassa delle Ammende. Le motivazioni confermano così le indiscrezioni che già nelle settimane scorse avevano anticipato l’orientamento della Corte suprema. Secondo la Cassazione, la doglianza sollevata dalla difesa è “manifestamente infondata”. I giudici escludono in particolare che l’ordinanza del gip di Trieste possa essere considerata “abnorme” o “posta al di fuori del sistema”. L’atto contestato, firmato il 30 giugno 2025 dalla giudice per le indagini preliminari Flavia Mangiante, aveva accolto la richiesta della Procura disponendo un incidente probatorio limitato ad accertamenti genetici, merceologici e dattiloscopici, rigettando invece l’istanza della difesa di procedere anche a una nuova perizia medico-legale. Nel ricorso, l’avvocato Paolo Bevilacqua sosteneva che la decisione del gip fosse illegittima perché non teneva conto delle profonde divergenze tra le consulenze medico-legali già acquisite nel corso delle indagini preliminari. Secondo la difesa, proprio l’esistenza di esiti scientifici opposti avrebbe imposto di anticipare il confronto tra periti attraverso l’incidente probatorio, al fine di chiarire cause, modalità, data della morte e il periodo di permanenza del corpo di Liliana Resinovich. Una tesi che la Suprema Corte ha però respinto, ritenendo che la scelta del gip rientrasse pienamente nei poteri discrezionali del giudice e non presentasse profili di anomalia tali da giustificare l’intervento della Cassazione. La decisione arriva al termine di un percorso giudiziario complesso e ancora segnato da forti contrapposizioni scientifiche. La prima perizia medico-legale, firmata da Fulvio Costantinides e Fabio Cavalli, aveva concluso per una morte asfittica da “spazio confinato”, una cosiddetta plastic bag suffocation, senza chiari segni di intervento di terzi. Di segno opposto la seconda consulenza, coordinata da Cristina Cattaneo, secondo cui Liliana Resinovich sarebbe stata uccisa e soffocata. Consulenza che aveva portato al totale ripensamento dell’inchiesta per cui all’inizio la procura di Trieste aveva chiesto l’archiviazione. Proprio su queste “evidenti discrasie scientifiche”, come le aveva definite la difesa, si era concentrata la richiesta di una nuova perizia collegiale. “Abbiamo due consulenze completamente opposte, ecco perché serve un nuovo esame”, aveva dichiarato Visintin nei giorni precedenti alla pronuncia della Cassazione. “Sono passati quasi quattro anni e ancora oggi non sappiamo se Lilly si è suicidata o è stata uccisa”, aveva aggiunto, sostenendo che, in caso di rigetto, la difesa avrebbe cercato “altre forme” per ottenere un approfondimento medico-legale. Liliana Resinovich era stata trovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Nel gennaio del 2024 era stata decisa la riesumazione del cadavere e dall’ipotesi di suicidio si è passati a quella di omicidio volontario. L'articolo Liliana Resinovich, ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso del marito indagato per l’omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Trieste
Cassazione
Liliana Resinovich
Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle sospensioni di fatto dei diritti”
“La sospensione dei diritti” dei richiedenti asilo a Trieste “mette a rischio la vita”. Lo denuncia in una nota il Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus, spiegando che “oggi (sabato 10 gennaio, ndr) un cittadino nepalese 43enne, richiedente asilo, è stato soccorso per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste”, area in cui i migranti trovano rifugi di fortuna. L’uomo accusava da giorni forti dolori al petto, ricostruisce il Consorzio e “aveva ricevuto una prima visita medica in centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la procedura di asilo. Ieri aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata. Di fronte a dolori sempre più intensi, alcuni connazionali hanno chiamato i soccorsi“. L’uomo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cattinara in prognosi riservata, le sue condizioni sono disperate. Quanto accaduto, secondo il Consorzio, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile. Chiediamo – conclude quindi la nota – che cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali”. L'articolo Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle sospensioni di fatto dei diritti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Migranti
Trieste
“Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci”
Un fotomontaggio con Elly Schlein travestuta da Befana e il commento irridente “Tanti auguri Befana“. Il post pubblicato per l’Epifania dal sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza di Forza Italia, scatena reazioni indignate dal Pd, i cui esponenti intervengono in massa in difesa della segretaria. I capigruppo di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione al Parlamento europeo Nicola Zingaretti definiscono il gesto “davvero grave“: “Un sindaco, che rappresenta le istituzioni, in un giorno come questo, con le salme dei ragazzi morti a Crans Montana appena arrivate in Italia, non trova di meglio che insultare e offendere la segretaria del Pd. Un sindaco non nuovo a comportamenti sessisti e offensivi nei riguardi delle donne e che con questo gesto, fatto con la convinzione di risultare simpatico, mostra tutta la grettezza, la volgarità e la miseria di una cultura di destra in cui la denigrazione dell’avversario politico è abituale”, denunciano in una nota. “Ci auguriamo”, concludono, “che il sindaco di Trieste al più presto chieda scusa alla comunità del Pd e alla sua segretaria. E ci aspettiamo che dai partiti che sostengono Dipiazza, anche a livello nazionale, a partire da Giorgia Meloni, ci sia una pronta presa di distanza“. “Il sindaco Dipiazza dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre”, commenta invece l’ex governatrice del Friuli-Venezia Giulia, la deputata e responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani. “A distanza di pochi giorni conferma il suo pensiero volgare e insultante sulle donne”, aggiunge, in riferimento a un’altra recente uscita del primo cittadino, che ha detto a una consigliera comunale: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna”. “Viviamo tempi in cui la politica ha perso ogni senso delle istituzioni e ogni freno”, conclude Serracchiani. Per la segretaria regionale dem, Caterina Conti, il post “incarna la cultura di destra: non è satira né spirito goliardico, solo mancanza di rispetto. Un gesto sessista, volgare e indegno di chi ricopre un incarico pubblico, che usa il body shaming come arma politica Non è l’ennesimo scivolone di un Dipiazza alla fine della sua parabola politica, ma è la cultura prevalente della destra che ci governa a tutti i livelli. Vedremo chi si dissocia”, incalza. L'articolo “Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Elly Schlein
Trieste
PD