Alla prossima plenaria di Strasburgo proporrà che i Paesi Ue tassino gli
extraprofitti delle aziende energetiche e dei produttori di armi e usino le
risorse per aiutare cittadini e piccole imprese che stanno pagando il conto
della guerra con l’Iran scatenata da Donald Trump. Con cui lo scorso anno Ursula
von der Leyen ha sottoscritto accordi “sciagurati, contro gli interessi
dell’Europa”. In parallelo, Pasquale Tridico continua a sostenere la necessità
di tassare Big Tech e grandi patrimoni per alleggerire il carico fiscale su
lavoro e classe media. L’economista, ex presidente Inps, oggi europarlamentare
M5s e presidente della sottocommissione fiscale del Parlamento europeo, è il
padrone di casa della quarta edizione dell’EU Tax Symposium in corso a
Bruxelles, dedicato al futuro della tassazione in un mondo che vede allargarsi
sempre di più le disuguaglianze.
Domanda. L’aumento dei prezzi dell’energia causato dall’offensiva di Usa e
Israele contro l’Iran si fa sentire nelle tasche dei cittadini europei. Ma molti
Paesi, a partire dall’Italia, non hanno risorse per intervenire con aiuti
corposi. Come uscirne?
Risposta. Anche in questo caso abbiamo non solo aumenti dei prezzi dovuti ai
maggiori costi, ma anche alla speculazione. Qualcuno la definisce inflazione “da
scusa”: in un clima in cui sembra che i costi aumentino per tutti, alcune
imprese aumentano i prezzi in modo ingiustificato e così aumentano i propri
margini. Questo porta a un impoverimento della classe media, dei lavoratori, dei
pensionati e di chi vive di reddito da lavoro. La nostra proposta è quella di
una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, petrolifere e anche
delle aziende legate alla produzione di armi. Poi queste risorse andrebbero
redistribuite a cittadini e imprese che si trovano a fronteggiare aumenti di
spesa per gas, luce, benzina o diesel.
D. Dovrebbe essere una misura europea? In Italia il governo Draghi aveva provato
a introdurne una nel 2022, ma non ha funzionato granché: il gettito è stato
molto inferiore al previsto.
R. Non ha funzionato perché non c’era una vera volontà politica. Era scritta
male, ma non perché chi l’ha scritta non fosse capace: alla base c’era
un’ambiguità. Noi come M5s presenteremo una proposta al Parlamento europeo,
nella prossima plenaria a Strasburgo. E domani ne discuterò durante il Tax
Symposium con il Nobel Joseph Stiglitz. Poi saranno ovviamente i Paesi membri a
dover legiferare. Ma se l’idea sarà sostenuta da una maggioranza forte
all’Europarlamento questo conterà. Così come, in negativo, contano le mozioni
approvate dal Parlamento su invio di armi e finanziamento della guerra.
D. Ma come si misurano concretamente gli extraprofitti?
R. Bisogna guardare a un periodo storico, ad esempio gli ultimi cinque anni, e
analizzare l’andamento dei profitti delle aziende. Poi si confrontano gli
aumenti di prezzo recenti con i profitti realizzati. Se i profitti crescono in
modo proporzionale ai costi può essere giustificato. Ma se i profitti aumentano
molto più dei costi, allora siamo di fronte a extraprofitti. Ci sono analisi
della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale che mostrano
come negli ultimi anni l’inflazione sia stata in gran parte determinata
dall’offerta. Ovvero dai gruppi che offrono prodotti sul mercato in settori
molto concentrati o quasi monopolistici, come l’energia o l’industria degli
armamenti.
D. Passiamo alla fiscalità internazionale. L’Ocse ha formalizzato l’accordo
“side by side” che di fatto esonera le multinazionali Usa gli Stati Uniti dalla
tassa minima globale del 15%. La Commissione Ue sostiene che è un compromesso
equilibrato perché resta in vigore la minimum tax domestica. Ma le ong per la
giustizia fiscale ed economisti come Gabriel Zucman parlano di una resa. Lei
come lo interpreta?
R. Tutti gli accordi che la Commissione europea ha concluso con gli Stati Uniti
nel 2025 sono stati contro gli interessi dell’Europa. Lo abbiamo visto con
l’accordo di luglio sui dazi al 15% sui prodotti europei, con il fallimento del
Pillar 1 sulla tassazione dei servizi digitali e ora con la Global Minimum Tax.
Gli Stati Uniti sostengono di avere già una loro minimum tax nazionale intorno
al 14%, che però non considera molti crediti d’imposta. Di fatto la tassazione
effettiva può scendere anche al 10-12%. Questo crea uno squilibrio tra le
imprese europee e quelle americane. L’accordo su misura permette agli Stati
Uniti di restare fuori dal Pillar 2: è stato accettato dalla Commissione in modo
sciagurato.
D. Von der Leyen aveva leve negoziali per ottenere qualcosa di meglio?
R. Io penso di sì. L’Europa ha un grande vantaggio: un mercato unico di 450
milioni di consumatori. È il mercato maturo più grande al mondo, il mercato più
grande anche per gli Stati Uniti per quanto riguarda i servizi digitali: lo
dovremmo far valere. Ad esempio, noi avevamo proposto una Digital Service Tax
europea sulle grandi piattaforme digitali. I settori tradizionali, quelli con
molti lavoratori, sono già molto tassati. Pensiamo all’industria manifatturiera:
con un salario lordo di 40mila euro, tra imposte e contributi il lavoratore
porta a casa meno della metà. I grandi gruppi digitali che sostituiscono lavoro
con tecnologia invece hanno costi marginali molto bassi e grandi fatturati.
D. La Ue discute da tempo dell’introduzione di nuove “risorse proprie”, cioè
tasse che contribuiscano al bilancio comune e in prospettiva a ripagare i
prestiti contratti per il Next generation Eu. Si era parlato anche di una
Digital service tax ad hoc, ma non se n’è fatto nulla. L’anno scorso la
presidenza polacca del Consiglio Ue, riprendendole proposte dell’economista
Gabriel Zucman, ha ipotizzato una tassa sugli ultra-ricchi: come funzionerebbe?
R. Sarebbe una tassa minima del 2-3% sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro.
In Europa parliamo di poche centinaia di persone, circa 521 individui, 76 dei
quali in Italia. Gli studi mostrano che il top 1% della distribuzione del
reddito paga in proporzione meno tasse di un lavoratore medio, quindi si tratta
di una misura di equità. Una misura di questo tipo potrebbe generare fino a 120
miliardi di euro a livello europeo. E servirebbe anche per ristabilire fiducia
tra cittadini e istituzioni: se vogliamo mantenere il welfare europeo dobbiamo
ridurre la pressione fiscale su lavoratori e piccole imprese e aumentarla sulle
grandi corporation e sui patrimoni più elevati.
D. Tra le proposte della Commissione c’era anche quella di incamerare una parte
dei proventi delle aste delle quote di emissione nell’ambito del sistema Ets.
Che ora il governo italiano vorrebbe eliminare.
R. La transizione ecologica non va fermata: se noi continuiamo a rinviare il
raggiungimento degli obiettivi, paesi che stanno facendo grandi investimenti in
questo settore, per esempio la Cina, ci lasceranno indietro. In ogni caso la
richiesta di Giorgia Meloni è già stata bocciata da otto Paesi secondo cui non
va nella giusta direzione. Non c’è consenso, al Consiglio Ue non passerà. Anche
il governo Merz, di solito abbastanza in linea con le proposte della Meloni, si
è chiamato fuori.
L'articolo Tridico (Parlamento Ue): “Tassare gli extraprofitti di aziende
energetiche e produttori di armi per aiutare chi è danneggiato dai rincari”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Altro che governo sovranista. Secondo le aziende tecnologiche italiane il
decreto del ministero della Cultura con la tassa sul cloud “rischia di
penalizzare” le imprese locali, “a vantaggio di grandi piattaforme
internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e
prelievo”. Ovvero, un possibile assist a Big Tech a danno delle aziende patrie.
Che valutano un ricorso in tribunale contro il provvedimento, firmato dal
meloniano Alessandro Giuli il 23 febbraio. A lanciare l’allarme è il comunicato
congiunto firmato da Assintel e Aiip: la prima è l’Associazione nazionale delle
imprese ict di Confcommercio; la seconda raduna i piccoli e medi internet
service provider (i fornitori di connessioni internet).
La tassa si applica alle aziende che producono dispositivi digitali con una
memoria integrata: smartphone, computer, penne Usb, hard disk e ogni dispositivo
per archiviare file digitali. Il motivo del tributo? Questi strumenti potrebbero
ospitare contenuti illegali protetti dal diritto d’autore. Per l’esecutivo, ne
discende l’obbligo dell’obolo (la tassa per la copia privata) da versare alle
società che tutelano il copyright (come la Siae) per compensare le perdite
dovute alla pirateria. Il cloud è lo spazio di memorizzazione digitale dove le
persone conservano sovente la loro vita privata: foto, documenti, conversazioni
in chat. Ma il tributo si paga anche senza conservare film o canzoni “rubate”.
Oltre alle imprese, la tassa penalizza anche le tasche dei consumatori, perché
salirà il costo degli strumenti tecnologici.
LE AZIENDE ITALIANE: “PREZZI SU DEL 20%. LE AZIENDE ESTERE NON È DETTO CHE
PAGHINO”
Anitec-Assinform, l’associazione di Confindustria che raggruppa le imprese Ict e
dell’elettronica di consumo, stima un “aumento dei costi intorno al 20 per
cento”. La sigla esprime “forte preoccupazione” per il provvedimento, ricordando
“le ripetute richieste di confronto” prive di “riscontro, lasciando fuori dal
processo decisionale le imprese chiamate a sostenere il compenso”. Il presidente
Aiip (Associazione internet service provider) Giuliano Claudio Peritore è della
stessa idea. Ma a ilfattoquotidiano.it sottolinea un altro paradosso: i dati
archiviati sui cloud aziendali “nella stragrande maggioranza dei casi, nulla
hanno a che fare con contenuti tutelati dal diritto d’autore. Basti pensare, ad
esempio, ai sistemi di videosorveglianza, alla sensoristica aziendale, all’IoT
(Internet of things, ndr)”.
La presidente di Assintel Paola Generali rincara la dose contro la tassa: “A
pagarne il prezzo più alto saranno le micro, piccole e medie imprese italiane,
danneggiando chi ha scelto di investire nel nostro Paese, di occupare lavoratori
italiani e di pagare le tasse in Italia”. E i giganti esteri? “Soggetti operanti
da altre giurisdizioni potrebbero non dover affrontare nella stessa misura il
costo aggiuntivo”. Dunque non è detto che Big Tech pagherà la tassa. Il
provvedimento non piace neppure ai colossi americani, con i muscoli per reggere
l’urto, al contrario delle imprese locali. “Il risultato sarebbe di fatto una
situazione di svantaggio proprio per chi rappresenta la spina dorsale
dell’economia digitale italiana”, avvisa la presidente Assintel.
LA BEFFA PER L’UTENTE: DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA PER LA COPIA PRIVATA
Con la tassa sul cloud, il governo Meloni si è aggiudicato un primato globale,
secondo il manager di Google Diego Ciulli: “L’Italia è il primo paese al mondo a
fare questa scelta”, ha scritto su linkedin il capo degli Affari governativi e
politiche pubbliche per Italia, Grecia e Cipro. “Sembrava una proposta senza
alcuna base, invece l’hanno approvata davvero: i cittadini italiani dovranno
pagare la cosiddetta ‘copia privata’ anche sullo spazio Cloud. Anche quando
quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo
perché esiste, e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una
canzone piratata”. Tecnicamente il contributo lo pagano le aziende, ma il dubbio
che venga scaricato sul prezzo finale pagato dal consumatore è quasi una
certezza. Così l’utente è gabbato due volte: prima paga la tassa sulla copia
privata quando compra il pc o lo smartphone, poi fa il bis abbonandosi al
servizio cloud. Eppure, secondo Ciulli, quasi mai gli utenti usano la nuvola per
conservare contenuti illegali protetti da copyright.
LA DIPENDENZA TECNOLOGICA DAGLI USA E I RISCHI PER LA SICUREZZA
La tassa sul cloud non è solo un problema di spesa per gli utenti, ma un
ostacolo alla crescita delle aziende italiane in un settore strategico per la
sicurezza nazionale. I dati sensibili della pubblica amministrazione finiscono
anche nella nuvola digitale, un mercato dominato da Big tech. Ma con i dissapori
e le tensioni tra l’Europa e Donald Trump, la fiducia nei colossi tecnologici
americani è ai minimi storici. Anche per solidi motivi legali: in virtù del
Cloud act (voluto da Trump nel 2016 e mai abolito da Biden) il governo Usa può
accedere ai dati sui server di aziende americane, ovunque si trovino, per motivi
di sicurezza nazionale. Ecco perché in tutta Europa si parla di “cloud sovrano”,
gestito da aziende locali senza rischi di intrusioni da parte del “grande
fratello” Usa. Oltre 100 aziende europee (incluso il colosso francese Airbus)
hanno rivolto un appello ai governi Ue per affidare i servizi ad imprese del
Vecchio continente: l’unica via per sostenere l’industria tecnologica europea e
superare la dipendenza dagli Stati Uniti e Big tech.
Ma l’Italia sembra non avere fretta di sganciarsi da Donald Trump, puntando
tutto sui colossi americani. Alla conferenza di Monaco sulla cybersicurezza
tenutasi a febbraio, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato i
rappresentanti di Amazon, Google e Oracle. Sulla “nuvola” il governo Meloni ha
già scelto: a gennaio 2025 è stato siglato l’ingresso di Amazon nel Polo
Strategico Nazionale, per i servizi destinati alla pubblica amministrazione. Big
tech apprezza anche lo stop al disegno di legge per il divieto di social ai
minori di 15 anni, fermo in commissione da ottobre 2025.
L'articolo Il governo Meloni lancia la tassa sul cloud. Le proteste: “Danneggia
le aziende italiane e avvantaggia Big tech” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per la proposta di tassa del 5% una tantum a carico dei miliardari residenti in
California scende in campo anche Bernie Sanders. Il senatore del Vermont ha
lanciato mercoledì sera da Los Angeles la sua campagna a favore della
“Billionaires Tax”, su cui i californiani saranno chiamati a esprimersi a
novembre nel caso il sindacato dei lavoratori dei servizi e della sanità che
l’ha promossa riesca a raccogliere almeno 875mila firme. “Quando e troppo è
troppo. Non possono avere tutto. Questi miliardari impareranno che viviamo
ancora in una società democratica dove il popolo ha un po’ di potere”, ha detto,
presentando la misura come parte di una battaglia più ampia contro la
disuguaglianza economica.
Il 90% dei proventi della tassa a carico degli oltre 200 californiani che
possiedono oltre 1 miliardo di dollari – 100 miliardi secondo i proponenti –
sarebbe destinata al sistema sanitario statale, colpito dai tagli federali alla
spesa pubblica sanciti dal “Big, Beautiful Bill Act” firmato da Donald Trump lo
scorso luglio, che rischiano di privare fino a 3,4 milioni di californiani della
copertura sanitaria. Il resto dei fondi andrebbe a istruzione pubblica e
programmi di assistenza alimentare statali.
La proposta ha suscitato l’opposizione di molti super ricchi californiani,
alcuni dei quali hanno annunciato l’intenzione di trasferirsi in Florida. Un
comitato di opposizione ha già raccolto 35 milioni di dollari, con il sostegno
di Sergey Brin, cofondatore di Google, che ha nel frattempo comprato due tenute
fronte mare a Miami, e altri magnati della tecnologia. Tra gli oppositori più
vocali c’è il governatore democratico Gavin Newsom, che ha espresso
preoccupazione per un possibile esodo dei miliardari e delle aziende
tecnologiche dalla California, con la conseguente perdita di entrate fiscali
vitali per l’economia statale. Ma altri, come Jensen Huang, nona persona più
ricca al mondo e ad di Nvidia, si sono detti a favore: “Qualunque tassa vogliano
applicare, così sia. Mi va benissimo”.
“Quando Mamdani si è candidato a New York, i miliardari non sono scappati, e
dubito che fuggiranno dallo stato della California”, ha replicato Sanders
citando il sindaco di New York, che nei giorni scorsi ha messo la governatrice
democratica Kathy Hochul davanti a un bivio: dare via libera a un aumento delle
tasse sui super ricchi della metropoli (il 2% per chi guadagna oltre un milione
di dollari) oppure, “ultima spiaggia”, inasprire la pressione fiscale sulla casa
aumentando le imposte di quasi il 10%.
I dati della Federal Reserve mostrano che negli Stati Uniti oggi si registra una
concentrazione di ricchezza senza precedenti: l’1% più ricco delle famiglie
possiede il 31,7% della ricchezza del paese, il 50% più povero detiene solo il
2,5%.
Sanders ha accusato i miliardari di essere “dedicati ad accumulare sempre più
ricchezza e potere, a qualsiasi costo”, e ha messo in guardia contro le
conseguenze della crescente disuguaglianza: “Per queste persone, non è mai
abbastanza”. Nel suo intervento, il senatore che si definisce un socialista
democ ha ricordato le proteste in Minnesota contro le incursioni dell’ICE e le
morti di Renee Nicole Good e Alex Pretti, dicendo: “Quando le persone si
organizzano e hanno coraggio, possono vincere. Ora la palla è nel campo della
California. Quando stiamo insieme, possiamo affrontare gli oligarchi e i
miliardari”.
L'articolo Per la tassa californiana sui miliardari scende in campo Sanders:
“Impareranno che viviamo in una società democratica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Anche il Wall Street Journal scopre che le disuguaglianze crescenti e
l‘ingiustizia fiscale sono un problema urgente. Mercoledì il quotidiano
finanziario ha pubblicato un articolo intitolato “La bassa tassazione dei
miliardari sta diventando un problema per l’economia“. Catenaccio: L’elusione
fiscale dei super-ricchi è un problema economico oltre che politico. L’analisi
ha come spunto la raccolta firme in corso in California con l’obiettivo di
chiamare i cittadini alle urne per un referendum sulla tassa una tantum del 5%
per i miliardari proposta da un sindacato che rappresenta principalmente
lavoratori nel settore della sanità. Comparto che i tagli a Medicaid voluti da
Donald Trump lasciano in grave difficoltà. Quell’idea sarà difficile da mettere
in pratica, prevede il Wsj, ma “uno sguardo a chi paga il conto quando i
miliardari lesinano sulle tasse, e a come la concentrazione della ricchezza sta
influenzando l’economia in generale, mostra perché il problema non sembra
destinato a risolversi”.
“Il dibattito è destinato a montare con il deterioramento della situazione
fiscale americana e l’ampliamento del divario di ricchezza”, riconosce l’autrice
Carol Ryan. Segue qualche dato non nuovo ma istruttivo: dal 1990 negli Usa solo
l’1% più ricco ha aumentato la propria quota di ricchezza complessiva, che ha
raggiunto un valore record del 32% nel terzo trimestre del 2025. Si parla di
54,8 trilioni di dollari. Non solo: i guadagni realizzati dai miliardari – lo
0,1% delle famiglie più ricche – hanno eclissato quelli dei super ricchi. La
quota di ricchezza netta di quel gruppo “è aumentata negli Usa di quasi 6 punti
percentuali, raggiungendo il 14,4% dal 1990”. Nel frattempo, la metà più povera
delle famiglie americane ha perso terreno. Nel 1990 avevano il 3,5% della
ricchezza, oggi solo il 2,5%. E pure la quota detenuta dal decile di famiglie
benestanti che si colloca appena al di sotto dell’1% più ricco “si è leggermente
ridotta”
Il motivo di queste performance stellari? “Il sistema fiscale potrebbe essere
uno dei motivi per cui le famiglie miliardarie hanno avuto un vantaggio così
grande rispetto ai semplici milionari”, si legge. I super-ricchi – a differenza
dei comuni cittadini – hanno infatti infiniti modi per evitare le tasse: per
esempio, ricorda l’articolo, evitano di percepire redditi e preferiscono invece
i compensi in azioni, in modo da vedersi tassare le plusvalenze solo nel caso le
vendano. E per finanziare il loro stile di vita utilizzano denaro preso in
prestito usando azioni o altri beni come garanzia: gli interessi sul debito sono
niente in confronto a una tassa sulle plusvalenze e i loro portafogli azionari
possono così continuare ad accumulare guadagni. Non solo: “Un terzo dei
miliardari americani ha ereditato il proprio patrimonio. Gli ultra-ricchi
possono utilizzare strutture come i trust per proteggere i propri beni dalle
imposte di successione per generazioni”. Risultato: i miliardari versano meno
tasse in percentuale rispetto ai lavoratori dipendenti. Uno studio del National
Bureau of Economic Research ha rilevato che l’aliquota fiscale effettiva per i
400 individui più ricchi degli Stati Uniti è del 24%, rispetto al 45% per i
redditi da lavoro più elevati.
La concentrazione della ricchezza ha effetti visibili anche sui consumi, con i
marchi di lusso destinati ai super-ricchi che registrano impennate di vendite
mentre quelli destinati alla classe media perdono terreno. Con il rischio che
“l’economia statunitense diventi sempre più dipendente da un ristretto gruppo di
famiglie molto ricche, la cui spesa è legata all’andamento del mercato
azionario”. Che può sempre riservare sorprese negative.
L'articolo Ora lo scrive anche il Wall Street Journal: “Le poche tasse pagate
dai miliardari sono un problema per l’economia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il governo spagnolo valuta l’introduzione di un’imposta sui grandi patrimoni sul
modello della “tassa Zucman“: un’aliquota del 2% annuo sui patrimoni superiori
ai 100 milioni di euro. Che potrebbe garantire fino a 5,2 miliardi di euro di
entrate annue da utilizzare per il rafforzamento dello Stato sociale. Per
esempio la povertà infantile potrebbe essere eradicata finanziando un assegno
universale per l’assistenza all’infanzia, ha spiegato il ministro spagnolo del
Consumo, dei diritti sociali e dell’agenda 2030, Pablo Bustinduy, alla fine di
una visita ufficiale a Parigi durante la quale ha incontrato l’economista
Gabriel Zucman. Che teorizza la necessità di tassare i super ricchi per superare
l’attuale regressività dei sistemi dei paesi ricchi per cui la fascia più
benestante paga un’aliquota media inferiore a quella applicata a chi sta nelle
fasce più basse della piramide: una proposta discussa anche al G20. “Zucman e il
suo team hanno il nostro Paese come alleato e faremo sicuramente tutto il
possibile per far progredire questo dibattito “, ha detto.
“Da parte nostra, abbiamo sottolineato come iniziative come l’Assegno Universale
per i Figli richiedano, appunto, di essere accompagnate da una tassazione equa
che superi i limiti dell’attuale modello fiscale, che fa sì che i ricchi paghino
meno del cittadino medio”, si legge nella nota di Bustinduy. Che ha incontrato
anche Mary Beth Goodman, Vice Segretario Generale dell’Ocse, per discutere
“diversi ambiti di cooperazione e sostegno con il governo spagnolo”. Bustinduy
ha proposto poi di collaborare alla regolamentazione dello sviluppo di algoritmi
per la definizione di prezzi dinamici o personalizzati, nonché alla tutela dei
consumatori vulnerabili nell’ambiente digitale: “Crediamo che la Spagna possa
essere un leader, che questo lavoro svolto in Spagna attraverso la cooperazione
e la collaborazione internazionale possa essere esteso per garantire che nelle
nostre democrazie riprendiamo il controllo sugli algoritmi che determinano gran
parte della vita pubblica, economica e sociale. E vogliamo che la Spagna sia un
leader nella difesa della governance democratica degli spazi digitali”.
L'articolo La Spagna valuta un’imposta minima del 2% sui grandi patrimoni sul
modello della tassa Zucman: “Oltre 5 miliardi di gettito” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La tassa di 2 euro sui piccoli pacchi fino a 150 euro, che entrerà in vigore a
livello Ue dalla prossima estate ma il governo Meloni ha deciso di anticipare
inserendola in manovra per ricavare gettito aggiuntivo, si è trasformata in un
boomerang per l’Italia. L’allarme è arrivato da Confetra, la Confederazione
generale italiana dei trasporti e della logistica, il cui direttore generale
Andrea Cappa ha spiegato di aver fatto presente al viceministro delle
Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, che la misura “introdotta con
l’obiettivo di tutelare la moda italiana dalla concorrenza del fast fashion
cinese che, nei fatti, si è dimostrata un flop totale”.
Secondo Confetra, i produttori cinesi hanno reagito rapidamente dirottando i
flussi logistici verso aeroporti di altri Paesi europei che non hanno introdotto
la tassa. “Il risultato – sottolinea Cappa – è che le merci entrano comunque in
Italia via camion, senza pagare il contributo previsto, con un aumento
dell’inquinamento e con lo spostamento dei traffici verso altri Paesi. Traffici
che poi diventa molto difficile recuperare. Misure di questo tipo, al di là di
qualsiasi valutazione di merito su cui non entriamo, se non vengono coordinate a
livello europeo non solo sono inefficaci, ma finiscono per penalizzare il nostro
sistema logistico e produttivo, favorendo altri hub continentali”.
Per questo la confederazione ha proposto un emendamento al decreto Milleproroghe
per rinviare l’entrata in vigore della misura a luglio, ”così da avere il tempo
necessario per costruire un coordinamento a livello europeo, unica strada per
rendere davvero efficace qualsiasi intervento”. Secondo Cappa “i primi effetti
sul sistema aeroportuale nazionale sono già evidenti: “Dall’inizio di gennaio
l’aeroporto di Malpensa ha perso oltre trenta voli e il calo dei traffici legati
a questo tipo di spedizioni è enorme. Si sta assistendo a un forte spostamento
delle merci su gomma attraverso i valichi alpini, con un ulteriore aggravio
sulla viabilità e sull’ambiente”.
La direttrice generale di Assaeroporti, Valentina Menin, si è unita alla
richiesta: “La scelta del legislatore italiano di procedere in modo autonomo,
anticipando l’introduzione della tassa già dal primo gennaio, rende la misura
non solo inefficace nel contrasto ai fenomeni di concorrenza sleale, ma
addirittura dannosa per le imprese della logistica operanti in Italia e per il
sistema aeroportuale nazionale. Le merci che si intendeva tassare continueranno
infatti a raggiungere il mercato nazionale, transitando attraverso hub europei
anziché italiani. È quindi fondamentale che si affronti il tema facendo squadra,
con regole comuni e strategie condivise a livello europeo”.
L'articolo La beffa della tassa da 2 euro sui piccoli pacchi: “Boomerang per
l’Italia. Merci cinesi dirottate verso i Paesi che non l’hanno introdotta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pochi giorni fa Bill Ackman, miliardario e gestore di un importante fondo
speculativo, aveva definito la proposta di una tassa una tantum del 5% per i
miliardari residenti in California un “esproprio di proprietà privata”. Ha
probabilmente espresso il punto di vista di moltissimi super ricchi, ma non di
tutti. Jensen Huang, nona persona più ricca al mondo e ad di Nvidia, primo
gruppo ad aver superato i 5000 miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa,
in un’intervista a Bloomberg Television ha detto di non essere affatto
preoccupato dall’eventualità. “Non ci ho pensato nemmeno una volta – ha detto il
cofondatore del gruppo dei semiconduttori – abbiamo scelto di vivere nella
Silicon Valley, e qualunque tassa vogliano applicare, così sia. Mi va
benissimo“.
Va detto che l’effettiva entrata in vigore della tassa è tutt’altro che sicura.
A proporla è stata un sindacato californiano, ma affinché diventi effettiva
mancano diversi passaggi. Il Billionaire Tax Act, che la prevede, dovrebbe prima
ottenere l’approvazione della maggioranza degli abitanti dello Stato Usa. E la
consultazione si terrà solo nel caso vengano raccolte entro giugno quasi 900mila
firme. Se passasse, secondo i calcoli della rivista Forbes Huang dovrebbe pagare
al momento circa 8 miliardi di dollari.
Altri big della Silicon Valley sono di ben altro avviso. David Sacks e Peter
Thiel hanno già annunciato l’apertura di due uffici fuori dai confini
californiani: il primo – sudafricano e uomo di punta dell’amministrazione Trump
sull’IA – ha inaugurato una sede ad Austin, in Texas. Thiel, cofondatore di
PayPal, ha scelto invece Miami.
A commentare la proposta e le dichiarazioni di Huang Gabriel Zucman, docente a
Berkeley e alla Paris School of Economics e premiato economista noto per le
ricerche sui paradisi fiscali e la mancata tassazione dei grandi patrimoni. In
un post su X, ha scritto che Huang “dice le cose come stanno: va benissimo!”.
L’economista ha poi ricordato che la legge “imporrebbe un’imposta una tantum del
5% su tutti i beni (al netto dei debiti) posseduti da individui con un
patrimonio superiore a 1 miliardo di dollari. Ci sono circa 200 persone di
questo tipo in California. L’imposta genererebbe circa 100 miliardi di dollari”.
Zucman ha ricordato come la ricchezza dei miliardari sia esplosa – “come
ovunque” – anche in California, con “+7,5% in media all’anno negli ultimi 40
anni, al netto dell’inflazione”. In generale, si legge, negli Stati Uniti la
ricchezza delle 400 famiglie più ricche è passata dal 1982 dal 2% al 20% del
PIL. In chiusura, il professore universitario ha messo in parallelo la rivolta
anti-tasse del 1978 esplosa in California con la Proposta 13, “che pose un tetto
massimo alle imposte sulla proprietà e diede il via all’ondata conservatrice che
travolse la nazione negli anni ’80”, facendo notare come questa volta invece
“potrebbe guidare un movimento globale per la giustizia fiscale“.
L'articolo La California studia una tassa del 5% sui miliardari. E l’ad di
Nvidia, nono più ricco al mondo, fa sapere che “va benissimo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La tempistica è del tutto casuale, perché il piano era in discussione da mesi.
Ma di certo colpisce che l’Ocse abbia annunciato l’atteso via libera all’accordo
che concretizza l’esenzione delle multinazionali statunitensi dalla tassa minima
globale del 15% lunedì 5 gennaio, subito dopo l’incredibile fine settimana del
blitz delle forze Usa in Venezuela e dell’ufficializzazione delle mire
dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia. L’organizzazione parigina ha
cercato di presentarlo come un successo: il segretario generale Mathias Cormann
– ex ministro delle Finanze australiano di area conservatrice il cui mandato la
scorsa estate è stato rinnovato per altri cinque anni con il sostegno di
Washington – ha parlato di “decisione storica nella cooperazione fiscale
internazionale” sostenendo che “rafforza la certezza del diritto, riduce la
complessità e tutela le basi imponibili”. Per l’economista Gabriel Zucman,
direttore dell’Eu Tax Observatory, si tratta al contrario di una “resa
patetica“, che dimostra come “i nostri leader non abbiano alcun impegno nei
confronti del principio di una tassa minima comune” e “preferiscono giocare al
gioco di Trump e piegarsi agli interessi dei grandi capitali, di cui lui è un
difensore così efficace”.
FINE DEL SOGNO DI LIMITARE L’ELUSIONE FISCALE DEI BIG
L’intesa di compromesso sulla global minimum tax raggiunta a livello Ocse nel
2021, ha ricordato Zucman su X, al netto dell’aliquota estremamente bassa aveva
alimentato la speranza che si potesse limitare la corsa al ribasso nella
tassazione delle grandi imprese e “mettere fine all’elusione fiscale delle
multinazionali, grazie alla quale ogni anno 1.000 miliardi di dollari di
profitti vengono spostati nei paradisi fiscali“. Fin dall’inizio il sistema era
stato progettato per funzionare anche nel caso alcuni Paesi avessero deciso di
non aderire o non recepire la tassa, come nel caso degli Usa: gli Stati aderenti
ne avrebbero comunque garantito l’applicazione recuperando l’imposta mancante
grazie alla cosiddetta Undertaxed Profits Rule. Prendiamo una multinazionale
americana soggetta a un’aliquota fiscale effettiva del 10% e con filiali in
Francia, Germania e Giappone: Parigi, Berlino e Tokyo avrebbero potuto tassare
ognuno una parte dei suoi profitti, in proporzione all’effettiva presenza
economica del gruppo nel Paese, fino a portare l’aliquota globale effettiva al
15%. Ora quell’opzione scompare dal tavolo, come da promessa degli altri leader
del G7 a Trump durante il summit canadese del giugno scorso. Tra loro anche
Giorgia Meloni, che dall’opposizione ha sempre attaccato i governi colpevoli di
non tassare abbastanza i “giganti del web“. Arrivata a Palazzo Chigi ha
evidentemente cambiato idea, complici le minacce dell’amico Donald che era
arrivato a ventilare una “revenge tax” con cui punire cittadini, aziende, ed
enti governativi di Stati rei di danneggiare le multinazionali statunitensi.
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L’ESENZIONE PERMANENTE CONCESSA A TRUMP
L’impegno politico preso dal G7 richiedeva una formalizzazione con il via libera
di tutti i 147 Paesi che avevano partecipato al tavolo negoziale sull’erosione
della base imponibile e lo spostamento dei profitti. Dopo sei mesi di negoziati,
la prima settimana di gennaio è stata quella decisiva e lunedì è stato appunto
annunciato l’accordo su un pacchetto battezzato “side-by-side“, traducibile come
“regime parallelo”. In breve, l’Ocse garantisce un’esenzione permanente dalle
regole per la tassazione minima alle multinazionali che abbiano la sede
principale in un Paese dotato di un regime di tassazione minima dei profitti
domestici e di quelli realizzati all’esterno che garantisca che l’aliquota
effettiva globale per i suoi grandi gruppi non scenda sotto il 15%. Gli Usa sono
l’unica giurisdizione che ottiene da subito quello status, nonostante la minimum
tax interna di Washington sui profitti esteri – la Gilti (Global Intangible
Low-Taxed Income), introdotta nel 2017 dalla riforma fiscale della prima
presidenza Trump – e la tassa minima del 15% sui profitti prodotti negli Usa –
la Camt, Corporate alternative minimum tax – finora non siano state considerate
equivalenti alla tassa minima globale, perché rispondono solo a interessi
nazionali e le aliquote effettive applicate risultano in molti casi inferiori.
L’accordo, insomma, è una palese concessione politica a Trump. E una grande
vittoria per Big tech.
Non basta: la seconda parte dell’accordo riguarda il trattamento degli incentivi
fiscali. Diversi Paesi, Usa in testa, avevano criticato l’architettura della
tassa minima perché penalizzava alcuni sgravi come quelli per la ricerca e
sviluppo: riducendo l’imposta pagata, facevano scendere l’aliquota effettiva
sotto il 15% e scattare la tassa integrativa. Di fatto, insomma, i Paesi che
usavano incentivi fiscali per attrarre investimenti rischiavano di vederne
neutralizzati i benefici. Ora anche su questo fronte arriva una concessione:
entro certi limiti legati all’effettiva presenza produttiva della multinazionale
in un Paese, quei crediti di imposta godranno di un trattamento di favore.
TAX JUSTICE NETWORK: “DITE AI CITTADINI A QUANTO GETTITO STATE RINUNCIANDO”
L’impatto sul gettito sarà rilevante, visto che i gruppi Usa producono almeno un
terzo dei profitti globali e oltre un terzo di quegli utili è generato dalle
controllate estere. Ma cifre precise non ce ne sono. Come ha notato Alex Cobham,
numero uno di Tax Justice Network, rete internazionale che da anni analizza
l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, “è significativo che l’Ocse, che ha
partorito questo risultato vergognoso, e i membri dell’Ocse non abbiano
quantificato l’entità delle perdite fiscali che ne deriveranno”. Due le
possibili spiegazioni: “O non sono disposti a dire ai cittadini contribuenti dei
Paesi quanto costa loro l'”accordo”, o semplicemente non si sono preoccupati di
calcolarlo. In entrambi i casi, si tratta di una totale negligenza dei doveri
dell’organizzazione”. Di qui la provocazione dell’economista: “Ogni governo che
oggi si inginocchia davanti a Trump deve rispondere alla domanda: a quanto
gettito fiscale vi hanno costretto a rinunciare?”. A questa “preoccupante
sottomissione della sovranità statale“, conclude Cobham, fanno per fortuna da
contraltare i progressi fatti in sede Onu durante l’ultimo ciclo di negoziati
per una convenzione quadro per riformare il sistema fiscale globale promossa dal
Sud del mondo. “I colloqui di novembre hanno chiarito che all’Onu esiste un
ampio sostegno per andare ben oltre quanto l’Ocse avrebbe mai potuto fare in
questo campo. La poca opposizione rimasta proveniva principalmente dai paesi
Ocse che oggi hanno rinunciato ai loro diritti fiscali a favore di Trump”.
L'articolo Trump ottiene l’esenzione dalla tassa minima del 15% per le
multinazionali Usa. E l’Ocse non dice quanto gettito si perderà. Zucman: “Resa
patetica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cosa resta della tassa minima del 15% sulle multinazionali? Quelle basate negli
Usa hanno ottenuto l’esenzione promessa l’estate scorsa dai Paesi del G7 a
Donald Trump? A quattro anni dall’accordo di compromesso firmato da 139 Paesi
per contrastare lo spostamento di profitti nei paradisi fiscali e le altre
pratiche con cui i grandi gruppi sottraggono decine di miliardi di gettito ai
governi, vale la pena di fare il punto sullo stato dell’arte. Decisamente
deludente per chi aveva sperato che il cosiddetto “secondo pilastro” della nuova
architettura globale segnasse una rivoluzione nel senso di una maggiore
giustizia fiscale. Ma anche per l’amministrazione Usa, che non ha ancora visto
concretizzarsi in una decisione formale le modifiche offerte da Canada, Francia,
Germania, Giappone, Italia e Regno Unito.
CHI APPLICA LA GLOBAL MINIMUM TAX
L’Unione europea ha recepito la tassa minima con una direttiva vincolante
entrata in vigore dal 1° gennaio 2024. I 27 Stati membri devono quindi applicare
a livello domestico l’aliquota del 15% ai grandi gruppi multinazionali,
affiancata da una tassa integrativa (Undertaxed Profits Rule) sui profitti delle
multinazionali con sede in Paesi che non la applicano. Anche Regno Unito,
Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud hanno avviato l’applicazione.
Crediti d’imposta e incentivi consentono comunque in molti casi di ridurre
l’impatto reale del prelievo. Al momento il gettito complessivo per l’Ue è molto
inferiore alle stime iniziali, anche se una recente analisi del Joint Research
Centre della Commissione Europea stima che in caso di piena applicazione possa
arrivare nel lungo periodo a circa 26 miliardi di euro l’anno di cui 6,6 per la
Germania e 5,2 per la Francia. Il governo italiano, recependo la direttiva Ue,
ha previsto di ricavare dalla riforma solo 400 milioni l’anno.
LA PROMESSA DEL G7 A TRUMP
Washington non ha mai implementato la tassa minima globale (anche sotto Joe
Biden mancava la maggioranza necessaria al Congresso) e dunque non applica la
regola in base alla quale lo Stato della capogruppo dovrebbe tassare gli utili
esteri fino al raggiungimento dell’aliquota minima del 15%. Trump fin dal suo
insediamento alla Casa Bianca per il secondo mandato si è apertamente opposto
anche all’assoggettamento delle aziende Usa alla Undertaxed Profits Rule, che
consente ai Paesi che ospitano una filiale della multinazionale di tassare parte
dei profitti se la casa madre ha sede in una giurisdizione che non applica la
minimum tax. A giugno il G7 riunito in Canada gliel’ha data vinta, garantendo
un’esenzione a Big tech e a tutte le aziende Usa.
L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che fino a quel momento circa il
14% dei profitti esteri delle multinazionali statunitensi era potenzialmente
intercettabile attraverso la Undertaxed Profits Rule. Poiché le multinazionali
Usa concentrano circa un terzo dei profitti globali, l’esenzione ridurrebbe in
modo significativo la base imponibile coperta dal meccanismo multilaterale.
NIENTE ACCORDO IN OCSE SULL’ESENZIONE USA
Ma per tradurre in pratica la promessa serve un accordo in sede Ocse, tra tutti
i Paesi firmatari del secondo pilastro. Il Tesoro statunitense aveva chiesto
all’organizzazione parigina di chiudere entro fine anno. Al 31 dicembre non c’è
ancora nulla di fatto: manca il consenso necessario per formalizzare l’esenzione
all’interno dell’Inclusive Framework che riunisce oltre 130 giurisdizioni. A
rallentare l’iter le obiezioni di diversi Paesi. Cina, Estonia, Repubblica Ceca
e Polonia hanno contestato il pacchetto che formalizza l’esenzione Usa. Pechino
in particolare ha chiesto di poter accedere a un trattamento analogo. E Tallinn,
che comunque applicherà il secondo pilastro solo dal 2030, lo critica alla
radice perché teme che i costi amministrativi e burocratici saranno superiori ai
vantaggi, tanto più se passerà la deroga ad hoc.
LA MINACCIA DELLA REVENGE TAX
Sul tavolo resta quindi la minaccia statunitense di riesumare la cosiddetta
revenge tax, che consentirebbe agli Stati Uniti di colpire imprese e investitori
provenienti da Paesi che applicano pienamente la minimum tax con balzelli fino
al 20% sui redditi esteri. Quella misura, che avrebbe conseguenze pesantissime
sugli investimenti stranieri, non è entrata nella versione definitiva del One
Big Beautiful Bill Act, ma potrebbe essere riproposta nel caso le resistenze in
sede Ocse innervosiscano l’amministrazione Trump.
L'articolo Cosa resta della tassa minima sulle multinazionali? Chi la applica
oggi e perché l’esenzione per gli Usa non è ancora realtà proviene da Il Fatto
Quotidiano.