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La beffa della tassa da 2 euro sui piccoli pacchi: “Boomerang per l’Italia. Merci cinesi dirottate verso i Paesi che non l’hanno introdotta”
La tassa di 2 euro sui piccoli pacchi fino a 150 euro, che entrerà in vigore a livello Ue dalla prossima estate ma il governo Meloni ha deciso di anticipare inserendola in manovra per ricavare gettito aggiuntivo, si è trasformata in un boomerang per l’Italia. L’allarme è arrivato da Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, il cui direttore generale Andrea Cappa ha spiegato di aver fatto presente al viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, che la misura “introdotta con l’obiettivo di tutelare la moda italiana dalla concorrenza del fast fashion cinese che, nei fatti, si è dimostrata un flop totale”. Secondo Confetra, i produttori cinesi hanno reagito rapidamente dirottando i flussi logistici verso aeroporti di altri Paesi europei che non hanno introdotto la tassa. “Il risultato – sottolinea Cappa – è che le merci entrano comunque in Italia via camion, senza pagare il contributo previsto, con un aumento dell’inquinamento e con lo spostamento dei traffici verso altri Paesi. Traffici che poi diventa molto difficile recuperare. Misure di questo tipo, al di là di qualsiasi valutazione di merito su cui non entriamo, se non vengono coordinate a livello europeo non solo sono inefficaci, ma finiscono per penalizzare il nostro sistema logistico e produttivo, favorendo altri hub continentali”. Per questo la confederazione ha proposto un emendamento al decreto Milleproroghe per rinviare l’entrata in vigore della misura a luglio, ”così da avere il tempo necessario per costruire un coordinamento a livello europeo, unica strada per rendere davvero efficace qualsiasi intervento”. Secondo Cappa “i primi effetti sul sistema aeroportuale nazionale sono già evidenti: “Dall’inizio di gennaio l’aeroporto di Malpensa ha perso oltre trenta voli e il calo dei traffici legati a questo tipo di spedizioni è enorme. Si sta assistendo a un forte spostamento delle merci su gomma attraverso i valichi alpini, con un ulteriore aggravio sulla viabilità e sull’ambiente”. La direttrice generale di Assaeroporti, Valentina Menin, si è unita alla richiesta: “La scelta del legislatore italiano di procedere in modo autonomo, anticipando l’introduzione della tassa già dal primo gennaio, rende la misura non solo inefficace nel contrasto ai fenomeni di concorrenza sleale, ma addirittura dannosa per le imprese della logistica operanti in Italia e per il sistema aeroportuale nazionale. Le merci che si intendeva tassare continueranno infatti a raggiungere il mercato nazionale, transitando attraverso hub europei anziché italiani. È quindi fondamentale che si affronti il tema facendo squadra, con regole comuni e strategie condivise a livello europeo”. L'articolo La beffa della tassa da 2 euro sui piccoli pacchi: “Boomerang per l’Italia. Merci cinesi dirottate verso i Paesi che non l’hanno introdotta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La California studia una tassa del 5% sui miliardari. E l’ad di Nvidia, nono più ricco al mondo, fa sapere che “va benissimo”
Pochi giorni fa Bill Ackman, miliardario e gestore di un importante fondo speculativo, aveva definito la proposta di una tassa una tantum del 5% per i miliardari residenti in California un “esproprio di proprietà privata”. Ha probabilmente espresso il punto di vista di moltissimi super ricchi, ma non di tutti. Jensen Huang, nona persona più ricca al mondo e ad di Nvidia, primo gruppo ad aver superato i 5000 miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa, in un’intervista a Bloomberg Television ha detto di non essere affatto preoccupato dall’eventualità. “Non ci ho pensato nemmeno una volta – ha detto il cofondatore del gruppo dei semiconduttori – abbiamo scelto di vivere nella Silicon Valley, e qualunque tassa vogliano applicare, così sia. Mi va benissimo“. Va detto che l’effettiva entrata in vigore della tassa è tutt’altro che sicura. A proporla è stata un sindacato californiano, ma affinché diventi effettiva mancano diversi passaggi. Il Billionaire Tax Act, che la prevede, dovrebbe prima ottenere l’approvazione della maggioranza degli abitanti dello Stato Usa. E la consultazione si terrà solo nel caso vengano raccolte entro giugno quasi 900mila firme. Se passasse, secondo i calcoli della rivista Forbes Huang dovrebbe pagare al momento circa 8 miliardi di dollari. Altri big della Silicon Valley sono di ben altro avviso. David Sacks e Peter Thiel hanno già annunciato l’apertura di due uffici fuori dai confini californiani: il primo – sudafricano e uomo di punta dell’amministrazione Trump sull’IA – ha inaugurato una sede ad Austin, in Texas. Thiel, cofondatore di PayPal, ha scelto invece Miami. A commentare la proposta e le dichiarazioni di Huang Gabriel Zucman, docente a Berkeley e alla Paris School of Economics e premiato economista noto per le ricerche sui paradisi fiscali e la mancata tassazione dei grandi patrimoni. In un post su X, ha scritto che Huang “dice le cose come stanno: va benissimo!”. L’economista ha poi ricordato che la legge “imporrebbe un’imposta una tantum del 5% su tutti i beni (al netto dei debiti) posseduti da individui con un patrimonio superiore a 1 miliardo di dollari. Ci sono circa 200 persone di questo tipo in California. L’imposta genererebbe circa 100 miliardi di dollari”. Zucman ha ricordato come la ricchezza dei miliardari sia esplosa – “come ovunque” – anche in California, con “+7,5% in media all’anno negli ultimi 40 anni, al netto dell’inflazione”. In generale, si legge, negli Stati Uniti la ricchezza delle 400 famiglie più ricche è passata dal 1982 dal 2% al 20% del PIL. In chiusura, il professore universitario ha messo in parallelo la rivolta anti-tasse del 1978 esplosa in California con la Proposta 13, “che pose un tetto massimo alle imposte sulla proprietà e diede il via all’ondata conservatrice che travolse la nazione negli anni ’80”, facendo notare come questa volta invece “potrebbe guidare un movimento globale per la giustizia fiscale“. L'articolo La California studia una tassa del 5% sui miliardari. E l’ad di Nvidia, nono più ricco al mondo, fa sapere che “va benissimo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump ottiene l’esenzione dalla tassa minima del 15% per le multinazionali Usa. E l’Ocse non dice quanto gettito si perderà. Zucman: “Resa patetica”
La tempistica è del tutto casuale, perché il piano era in discussione da mesi. Ma di certo colpisce che l’Ocse abbia annunciato l’atteso via libera all’accordo che concretizza l’esenzione delle multinazionali statunitensi dalla tassa minima globale del 15% lunedì 5 gennaio, subito dopo l’incredibile fine settimana del blitz delle forze Usa in Venezuela e dell’ufficializzazione delle mire dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia. L’organizzazione parigina ha cercato di presentarlo come un successo: il segretario generale Mathias Cormann – ex ministro delle Finanze australiano di area conservatrice il cui mandato la scorsa estate è stato rinnovato per altri cinque anni con il sostegno di Washington – ha parlato di “decisione storica nella cooperazione fiscale internazionale” sostenendo che “rafforza la certezza del diritto, riduce la complessità e tutela le basi imponibili”. Per l’economista Gabriel Zucman, direttore dell’Eu Tax Observatory, si tratta al contrario di una “resa patetica“, che dimostra come “i nostri leader non abbiano alcun impegno nei confronti del principio di una tassa minima comune” e “preferiscono giocare al gioco di Trump e piegarsi agli interessi dei grandi capitali, di cui lui è un difensore così efficace”. FINE DEL SOGNO DI LIMITARE L’ELUSIONE FISCALE DEI BIG L’intesa di compromesso sulla global minimum tax raggiunta a livello Ocse nel 2021, ha ricordato Zucman su X, al netto dell’aliquota estremamente bassa aveva alimentato la speranza che si potesse limitare la corsa al ribasso nella tassazione delle grandi imprese e “mettere fine all’elusione fiscale delle multinazionali, grazie alla quale ogni anno 1.000 miliardi di dollari di profitti vengono spostati nei paradisi fiscali“. Fin dall’inizio il sistema era stato progettato per funzionare anche nel caso alcuni Paesi avessero deciso di non aderire o non recepire la tassa, come nel caso degli Usa: gli Stati aderenti ne avrebbero comunque garantito l’applicazione recuperando l’imposta mancante grazie alla cosiddetta Undertaxed Profits Rule. Prendiamo una multinazionale americana soggetta a un’aliquota fiscale effettiva del 10% e con filiali in Francia, Germania e Giappone: Parigi, Berlino e Tokyo avrebbero potuto tassare ognuno una parte dei suoi profitti, in proporzione all’effettiva presenza economica del gruppo nel Paese, fino a portare l’aliquota globale effettiva al 15%. Ora quell’opzione scompare dal tavolo, come da promessa degli altri leader del G7 a Trump durante il summit canadese del giugno scorso. Tra loro anche Giorgia Meloni, che dall’opposizione ha sempre attaccato i governi colpevoli di non tassare abbastanza i “giganti del web“. Arrivata a Palazzo Chigi ha evidentemente cambiato idea, complici le minacce dell’amico Donald che era arrivato a ventilare una “revenge tax” con cui punire cittadini, aziende, ed enti governativi di Stati rei di danneggiare le multinazionali statunitensi. box_correlati id=”8183474″ id2=”7790486″ tipo=”doppio” ][/box_correlati] L’ESENZIONE PERMANENTE CONCESSA A TRUMP L’impegno politico preso dal G7 richiedeva una formalizzazione con il via libera di tutti i 147 Paesi che avevano partecipato al tavolo negoziale sull’erosione della base imponibile e lo spostamento dei profitti. Dopo sei mesi di negoziati, la prima settimana di gennaio è stata quella decisiva e lunedì è stato appunto annunciato l’accordo su un pacchetto battezzato “side-by-side“, traducibile come “regime parallelo”. In breve, l’Ocse garantisce un’esenzione permanente dalle regole per la tassazione minima alle multinazionali che abbiano la sede principale in un Paese dotato di un regime di tassazione minima dei profitti domestici e di quelli realizzati all’esterno che garantisca che l’aliquota effettiva globale per i suoi grandi gruppi non scenda sotto il 15%. Gli Usa sono l’unica giurisdizione che ottiene da subito quello status, nonostante la minimum tax interna di Washington sui profitti esteri – la Gilti (Global Intangible Low-Taxed Income), introdotta nel 2017 dalla riforma fiscale della prima presidenza Trump – e la tassa minima del 15% sui profitti prodotti negli Usa – la Camt, Corporate alternative minimum tax – finora non siano state considerate equivalenti alla tassa minima globale, perché rispondono solo a interessi nazionali e le aliquote effettive applicate risultano in molti casi inferiori. L’accordo, insomma, è una palese concessione politica a Trump. E una grande vittoria per Big tech. Non basta: la seconda parte dell’accordo riguarda il trattamento degli incentivi fiscali. Diversi Paesi, Usa in testa, avevano criticato l’architettura della tassa minima perché penalizzava alcuni sgravi come quelli per la ricerca e sviluppo: riducendo l’imposta pagata, facevano scendere l’aliquota effettiva sotto il 15% e scattare la tassa integrativa. Di fatto, insomma, i Paesi che usavano incentivi fiscali per attrarre investimenti rischiavano di vederne neutralizzati i benefici. Ora anche su questo fronte arriva una concessione: entro certi limiti legati all’effettiva presenza produttiva della multinazionale in un Paese, quei crediti di imposta godranno di un trattamento di favore. TAX JUSTICE NETWORK: “DITE AI CITTADINI A QUANTO GETTITO STATE RINUNCIANDO” L’impatto sul gettito sarà rilevante, visto che i gruppi Usa producono almeno un terzo dei profitti globali e oltre un terzo di quegli utili è generato dalle controllate estere. Ma cifre precise non ce ne sono. Come ha notato Alex Cobham, numero uno di Tax Justice Network, rete internazionale che da anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, “è significativo che l’Ocse, che ha partorito questo risultato vergognoso, e i membri dell’Ocse non abbiano quantificato l’entità delle perdite fiscali che ne deriveranno”. Due le possibili spiegazioni: “O non sono disposti a dire ai cittadini contribuenti dei Paesi quanto costa loro l'”accordo”, o semplicemente non si sono preoccupati di calcolarlo. In entrambi i casi, si tratta di una totale negligenza dei doveri dell’organizzazione”. Di qui la provocazione dell’economista: “Ogni governo che oggi si inginocchia davanti a Trump deve rispondere alla domanda: a quanto gettito fiscale vi hanno costretto a rinunciare?”. A questa “preoccupante sottomissione della sovranità statale“, conclude Cobham, fanno per fortuna da contraltare i progressi fatti in sede Onu durante l’ultimo ciclo di negoziati per una convenzione quadro per riformare il sistema fiscale globale promossa dal Sud del mondo. “I colloqui di novembre hanno chiarito che all’Onu esiste un ampio sostegno per andare ben oltre quanto l’Ocse avrebbe mai potuto fare in questo campo. La poca opposizione rimasta proveniva principalmente dai paesi Ocse che oggi hanno rinunciato ai loro diritti fiscali a favore di Trump”. L'articolo Trump ottiene l’esenzione dalla tassa minima del 15% per le multinazionali Usa. E l’Ocse non dice quanto gettito si perderà. Zucman: “Resa patetica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cosa resta della tassa minima sulle multinazionali? Chi la applica oggi e perché l’esenzione per gli Usa non è ancora realtà
Cosa resta della tassa minima del 15% sulle multinazionali? Quelle basate negli Usa hanno ottenuto l’esenzione promessa l’estate scorsa dai Paesi del G7 a Donald Trump? A quattro anni dall’accordo di compromesso firmato da 139 Paesi per contrastare lo spostamento di profitti nei paradisi fiscali e le altre pratiche con cui i grandi gruppi sottraggono decine di miliardi di gettito ai governi, vale la pena di fare il punto sullo stato dell’arte. Decisamente deludente per chi aveva sperato che il cosiddetto “secondo pilastro” della nuova architettura globale segnasse una rivoluzione nel senso di una maggiore giustizia fiscale. Ma anche per l’amministrazione Usa, che non ha ancora visto concretizzarsi in una decisione formale le modifiche offerte da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito. CHI APPLICA LA GLOBAL MINIMUM TAX L’Unione europea ha recepito la tassa minima con una direttiva vincolante entrata in vigore dal 1° gennaio 2024. I 27 Stati membri devono quindi applicare a livello domestico l’aliquota del 15% ai grandi gruppi multinazionali, affiancata da una tassa integrativa (Undertaxed Profits Rule) sui profitti delle multinazionali con sede in Paesi che non la applicano. Anche Regno Unito, Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud hanno avviato l’applicazione. Crediti d’imposta e incentivi consentono comunque in molti casi di ridurre l’impatto reale del prelievo. Al momento il gettito complessivo per l’Ue è molto inferiore alle stime iniziali, anche se una recente analisi del Joint Research Centre della Commissione Europea stima che in caso di piena applicazione possa arrivare nel lungo periodo a circa 26 miliardi di euro l’anno di cui 6,6 per la Germania e 5,2 per la Francia. Il governo italiano, recependo la direttiva Ue, ha previsto di ricavare dalla riforma solo 400 milioni l’anno. LA PROMESSA DEL G7 A TRUMP Washington non ha mai implementato la tassa minima globale (anche sotto Joe Biden mancava la maggioranza necessaria al Congresso) e dunque non applica la regola in base alla quale lo Stato della capogruppo dovrebbe tassare gli utili esteri fino al raggiungimento dell’aliquota minima del 15%. Trump fin dal suo insediamento alla Casa Bianca per il secondo mandato si è apertamente opposto anche all’assoggettamento delle aziende Usa alla Undertaxed Profits Rule, che consente ai Paesi che ospitano una filiale della multinazionale di tassare parte dei profitti se la casa madre ha sede in una giurisdizione che non applica la minimum tax. A giugno il G7 riunito in Canada gliel’ha data vinta, garantendo un’esenzione a Big tech e a tutte le aziende Usa. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che fino a quel momento circa il 14% dei profitti esteri delle multinazionali statunitensi era potenzialmente intercettabile attraverso la Undertaxed Profits Rule. Poiché le multinazionali Usa concentrano circa un terzo dei profitti globali, l’esenzione ridurrebbe in modo significativo la base imponibile coperta dal meccanismo multilaterale. NIENTE ACCORDO IN OCSE SULL’ESENZIONE USA Ma per tradurre in pratica la promessa serve un accordo in sede Ocse, tra tutti i Paesi firmatari del secondo pilastro. Il Tesoro statunitense aveva chiesto all’organizzazione parigina di chiudere entro fine anno. Al 31 dicembre non c’è ancora nulla di fatto: manca il consenso necessario per formalizzare l’esenzione all’interno dell’Inclusive Framework che riunisce oltre 130 giurisdizioni. A rallentare l’iter le obiezioni di diversi Paesi. Cina, Estonia, Repubblica Ceca e Polonia hanno contestato il pacchetto che formalizza l’esenzione Usa. Pechino in particolare ha chiesto di poter accedere a un trattamento analogo. E Tallinn, che comunque applicherà il secondo pilastro solo dal 2030, lo critica alla radice perché teme che i costi amministrativi e burocratici saranno superiori ai vantaggi, tanto più se passerà la deroga ad hoc. LA MINACCIA DELLA REVENGE TAX Sul tavolo resta quindi la minaccia statunitense di riesumare la cosiddetta revenge tax, che consentirebbe agli Stati Uniti di colpire imprese e investitori provenienti da Paesi che applicano pienamente la minimum tax con balzelli fino al 20% sui redditi esteri. Quella misura, che avrebbe conseguenze pesantissime sugli investimenti stranieri, non è entrata nella versione definitiva del One Big Beautiful Bill Act, ma potrebbe essere riproposta nel caso le resistenze in sede Ocse innervosiscano l’amministrazione Trump. L'articolo Cosa resta della tassa minima sulle multinazionali? Chi la applica oggi e perché l’esenzione per gli Usa non è ancora realtà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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