L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri a Rogoredo si allarga e apre
nuovi scenari. La Procura di Milano sta approfondendo un secondo filone
investigativo che riguarda presunte operazioni borderline attribuite a Carmelo
Cinturrino, l’assistente capo della Polizia che il 26 gennaio, nel bosco di
Rogoredo, ha sparato alla testa al 28enne pusher ed è ora detenuto con l’accusa
di omicidio volontario.
Al quarto piano del Palazzo di Giustizia milanese, davanti al pm Giovanni Tarzia
— titolare dell’indagine insieme al procuratore capo Marcello Viola — è in corso
l’audizione di un detenuto, verosimilmente coinvolto in un’altra inchiesta per
spaccio. È uno dei testimoni ascoltati in queste ore per chiarire le accuse
secondo cui il poliziotto avrebbe chiesto denaro e droga a pusher e
tossicodipendenti in cambio di una sorta di protezione nella piazza di spaccio
di Rogoredo.
Dichiarazioni già finite a verbale nei giorni scorsi, non solo grazie a
testimoni indicati dai legali della famiglia Mansouri, gli avvocati Debora
Piazza e Marco Romagnoli, ma anche da alcuni colleghi dello stesso Cinturrino,
oggi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Le verifiche della
Squadra mobile si stanno concentrando anche sui verbali di arresto redatti
dall’assistente capo negli ultimi anni. Su uno di questi è già stato aperto un
fascicolo per falso, dopo che un giovane tunisino è stato assolto in sede
processuale dall’accusa di spaccio. Un elemento che potrebbe aggravare la
posizione dell’agente.
Non si esclude che a carico di Cinturrino possano essere formulate nuove
contestazioni, tra cui l’estorsione. Anche alcuni colleghi rischiano
l’imputazione per omessa denuncia: secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero
stati a conoscenza delle presunte richieste di “pizzo” e di comportamenti
violenti, senza però segnalarli, offrendo di fatto una copertura. Nel frattempo
ai magistrati sono arrivate numerose segnalazioni, comprese indicazioni su video
che documenterebbero presunte condotte illecite del poliziotto. Ogni elemento
sarà vagliato per verificarne attendibilità e riscontri. Una vicenda emersa solo
negli ultimi giorni e che ha spinto anche i vertici della Polizia ad avviare
approfondimenti interni. Sono già stati disposti i primi trasferimenti, e altri
potrebbero seguire.
Dal carcere, Cinturrino continua a sostenere la propria versione: afferma di
aver sparato per paura e conferma la messinscena della pistola finta collocata
accanto al corpo di Mansouri, ma nega di aver mai chiesto denaro o droga. Nei
giorni scorsi ha nominato i nuovi difensori, gli avvocati Marco Bianucci e
Davide Giugni, e ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame per ottenere la
scarcerazione e i domiciliari. L’udienza non è ancora stata fissata.
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detenuto sulle denunciate richieste di “pizzo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sono stati trasferiti i quattro agenti della Polizia di Stato indagati
nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Carmelo Cinturrino,
l’assistente capo del Commissariato Mecenate arrestato per l’omicidio volontario
di Abderrahim Mansouri avvenuto il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo,
a Milano. I quattro sono stati trasferiti ad incarichi non operativi in sedi
diverse dal Commissariato in cui prestavano servizio.
Non è escluso che l’omicidio del pusher possa essere la punta dell’iceberg di
una vicenda che si protrae da tempo attorno a un metodo “allarmante” di
combattere lo spaccio “non in linea con le regole che connotano l’attività delle
forze dell’ordine” e caratterizzato da “un’attitudine a deviare” dal percorso
segnato dalla legge e dalla divisa indossata come è emerso ieri dalle pieghe del
provvedimento con cui il giudice per le indagini preliminari di Milano Domenico
Santoro ha applicato la misura della custodia cautelare in carcere, ritenendo
sia la sola adeguata per Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di Polizia ora a
San Vittore per aver ucciso “deliberatamente” il giovane pusher. Per il giudice,
“solo il corso delle indagini consentirà di evidenziare se possano essere
ravvisabili circostanze aggravanti” le quali, qualora riconosciute,
comporterebbero una condanna molto pesante, fino all’ergastolo.
Il trasferimento dei colleghi di Cinturrino rappresenta un’ulteriore
accelerazione nella vicenda, che ora necessita di un tempo minimo di attesa per
lo sviluppo degli accertamenti in corso. Resta, ovviamente, la volontà di
procedere celermente, come confermato ieri nel corso della visita in Questura
del Capo della Polizia, Vittorio Pisani, ma sia sul fronte delle indagini sia su
quello disciplinare ci sono tempi da rispettare. Gli investigatori della Squadra
Mobile proseguono nelle audizioni di testi e si moltiplicano, nell’ambiente, i
commenti e i racconti di aneddoti dai quali si evincono condotte poco ortodosse
o irregolari dell’assistente capo. Le indagini però dovranno trovare riscontri
certi alle illazioni e alle chiacchiere, soprattutto tra le affermazioni emerse
nel mondo dello spaccio e della tossicodipendenza, spesso non attendibili.
Proseguono anche gli adempimenti preliminari e l’istruttoria che dovrebbe
portare, forse già entro la prossima settimana, al primo consiglio di disciplina
per Cinturrino. Si cerca di fare velocemente, ma il rischio di esporsi poi a
ricorsi richiede che ogni passaggio venga formulato nel modo regolamentare.
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Cinturrino e indagati nell’inchiesta sull’omicidio di Rogoredo proviene da Il
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Una sfilza di precedenti penali, irregolare dal 2019, espulso due volte, eppure
libero di uccidere. Emilio Gabriel Valdez Velazco, il peruviano di 57 anni
indagato per l’omicidio di Aurora Livoli, non doveva essere a Milano, non doveva
essere in Italia. La sua fedina penale parla da sola: rapina aggravata, violenza
sessuale e immigrazione clandestina. I precedenti per le violenze sono relativi
al 2019, al 2024 e al 2025, ma il 57enne ha scontato il carcere a Pavia solo per
la violenza sessuale commessa nel 2019. Valdez Velazco, entrato in Italia dalla
frontiera di Linate nel 2017, si è trattenuto oltre i termini consentiti,
diventando quindi irregolare dal 4 agosto del 2019. Nei suoi confronti il
prefetto di Milano ha emesso il primo provvedimento di espulsione, eseguito dal
questore di Milano con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera il 6
agosto dello stesso anno.
Il 16 giugno del 2023, Valdez Velazco ha richiesto con kit postale il rilascio
del permesso di soggiorno, in qualità di fratello di una cittadina italiana,
permesso che gli è stato negato dal questore di Milano per motivi di
pericolosità sociale, l’11 gennaio del 2024. Il 25 marzo del 2024, è stato
arrestato perché rientrato in Italia prima che fossero decorsi 5 anni
dall’esecuzione dell’espulsione. Nei suoi confronti è stato nuovamente adottato
un provvedimento di espulsione, per motivi di pericolosità sociale, emesso il 26
marzo del 2024 dal prefetto di Milano, ed eseguito con ordine a lasciare il
territorio dal questore di Milano. In occasione della seconda espulsione, non è
stato possibile procedere al rimpatrio immediato di Valdez Velazco perché il
passaporto risultava scaduto il 2 maggio del 2022 e quindi non idoneo a
consentire l’imbarco immediato. Per questo motivo, è stata, quindi, richiesta
l’assegnazione di un posto al Cpr affinché durante il trattenimento fosse
possibile ottenere il relativo lasciapassare da parte dell’autorità consolare.
Il posto, assegnato dalla Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia
delle Frontiere nel locale Centro di Milano Corelli, è stato successivamente
rifiutato a causa “dell’inidoneità alla vita in comunità, decretata dal medico,
per un’asserita patologia delle vie urinarie e nei suoi confronti è stato emesso
un ordine a lasciare il territorio nazionale entro 7 giorni”. Così non è stato.
E la sua carriera criminale ora si è arricchita del delitto più orrendo.
Inimmaginabile, a questo punto, la paura che avrà provato la prima donna
aggredita da Valdez Velazco nella sera conclusasi con l’assassinio di Aurora
Livoli. L’uomo, infatti, aveva già colpito poche ore prima di aggredire la
19enne. “Mi diceva solo ‘tu oggi muori, morirai’ mentre cercava di trascinarmi
in un luogo buio e isolato”. Lo ha detto, in un’intervista a Repubblica, Camila,
la ragazza vittima dell’aggressione da parte del 57enne peruviano. ”Stavo
guardando il telefono, all’improvviso quell’uomo mi ha presa da dietro per il
collo stringendomi fortissimo. Così forte che non riuscivo a respirare né a
parlare – ha raccontato – Mi chiedeva di dargli il telefono e i soldi e mi
diceva di stare zitta. Avevo paura, quindi ho fatto quello che mi diceva e gli
ho dato il cellulare, perché non avevo soldi con me. Poi mi ha detto di alzarmi.
Io sentivo che mi stava portando verso i binari, così ho fatto forza con i piedi
perché ho capito che mi voleva buttare sui binari. Appena mi sono opposta – ha
detto ancora – lui ha cambiato idea: mi ha detto di scendere le scale mentre mi
stringeva più forte il collo e mi continuava a dire di stare zitta, che mi
avrebbe uccisa. E intanto stringeva sempre di più”.
“Mentre mi portava giù ho sentito che il metrò stava arrivando – ha raccontato
la giovane – Si è accorto anche lui, infatti si è spaventato e mi ha messo
l’altra mano sulla bocca per non farmi urlare. Io mi sono girata un po’ con la
testa per riuscire a sentire il suono di quando si aprono le porte del metrò e
ho pensato ‘se le persone escono e mi sentono urlare, vengono di sicuro’”. La
ricostruzione continua: “Non so da dove mi siano venute le forze, ma ho tolto la
sua mano dalla mia bocca e ho iniziato a urlare ‘aiuto aiuto’ e la gente è
venuta – ha spiegato – Lui è rimasto sorpreso dalla reazione, è rimasto fermo
con le mani alzate. Così l’ho spinto, gli ho tolto il mio telefono e poi lui è
salito sulle scale e io ho iniziato a urlare ‘prendetelo prendetelo‘. Ma lui ha
cominciato a dire ‘è mia moglie’ ed è scappato”.
“Il giorno dopo la denuncia mi hanno chiamata e mi hanno fatto vedere delle foto
– dice ancora Camila – Mentre mi stringeva io ho inclinato un po’ la testa e
l’ho visto di profilo. Mi era rimasto impresso che aveva delle rughe in faccia e
i capelli corti. Poi mentre mi teneva il braccio sul collo ho visto che la
maglia o il giubbotto erano neri. Appena me l’hanno fatto vedere, l’ho
riconosciuto subito. Era lui”. ”Mi dispiace tantissimo per Aurora”, ha
affermato. “Posso immaginare quello che ha provato, forse le ha fatto la stessa
cosa – ha aggiunto – Ho letto che aveva segni sul collo. Anche io li avevo dopo
che mi ha aggredito, e infatti sono andata al Pronto soccorso. Mi sono messa nei
suoi panni perché aveva la mia età e perché era successa la stessa cosa a me
pochi minuti prima. Potevo essere io al suo posto”.
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Parla l’altra ragazza aggredita quella sera: “Mi diceva ‘sei morta’” proviene da
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