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Stella Boggio condannata a 21 anni per l’omicidio del compagno Marco Magagna
Stella Boggio, accusata di aver ucciso il compagno Marco Magagna il 7 gennaio dell’anno scorso, è stata condannata a 21 anni di carcere dalla Corte d’Assise di Monza, una pena nettamente più severa dei 14 anni di reclusione chiesti dal pubblico ministero Alessio Rinaldi. Il tribunale non ha tolto a Boggio la podestà genitoriale della figlia di 9 anni e ha stabilito un risarcimento di 596mila euro per i familiari del compagno ucciso. Sarà sottoposta alla libertà vigilata per tre anni alla fine della pena. La Corte, presieduta dalla giudice Stefania Donadeo, ha riconosciuto le attenuanti generiche alla 34enne di Bovisio Masciago, ma sono state considerate pari alle aggravanti. Nonostante a processo siano emersi i maltrattamenti che l’imputata subiva dalla vittima, ciò non è bastato a giustificare – come chiedeva la difesa invocando la legittima difesa – la coltellata fatale inflitta nel corso della lite nel corso della quale Magagna è deceduto. Durante il dibattimento, come detto, è emerso un quadro di maltrattamenti subiti dall’imputata da parte della vittima, ma non tali da giustificare la coltellata inferta durante l’ultima lite. Secondo l’accusa la donna avrebbe potuto andarsene e chiedere aiuto come aveva fatto altre volte. Per la difesa, invece, Boggio dopo essere stata aggredita non avrebbe avuto modo di allontanarsi da casa. È anche emerso che la relazione tra i due era caratterizzata da dinamiche profondamente disfunzionali, con frequenti episodi di conflittualità che sfociavano in confronti sia verbali che fisici. Le testimonianze raccolte durante le udienze da vicini, amici e familiari hanno delineato un quadro di continui alterchi e grida, aggravato dal consumo eccessivo di alcolici da parte di entrambi e da episodi di violenza reciproca. Pochi giorni prima dell’omicidio, Magagna sarebbe stato ferito alla mano con un coltello dalla Boggio stessa. Altri testimoni hanno invece documentato segni di percosse sul corpo della donna e riferito di aggressioni perpetrate dal compagno. L'articolo Stella Boggio condannata a 21 anni per l’omicidio del compagno Marco Magagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Omicidio
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Il serial killer Vasile Frumuzache tenta di evadere dal carcere: è accusato di aver ucciso e nascosto il corpo di due donne
Tentata evasione nella mattina del 4 febbraio dal carcere Sollicciano di Firenze, dove il romeno Vasile Frumuzache, accusato degli omicidi di prostitute fra Prato e Montecatini, ha provato a fuggire durante l’ora d’aria. Secondo quanto riferito dal sindacato di polizia penitenziaria Osapp, il detenuto ha tentato l’evasione verso le 10 ed “è riuscito a scavalcare prima il muro dei passeggi e poi quello di cinta usando una corda rudimentale ricavata, pare, da lenzuola per scalare la parete”. Il gesto è stato sventato dall’unico agente penitenziario di pattuglia che stava guidando nel perimetro del carcere per fare un giro di ronda. Dopodiché, il 32enne romeno è stato bloccato e riportato in cella dal poliziotto. Stando alla ricostruzione, se Frumuzache fosse riuscito a superare completamente anche il secondo muro, “poi avrebbe attraversato un tratto di terreno e avrebbe potuto raggiungere e superare l’alta recinzione metallica esterna, scappando nei campi intorno al carcere di Sollicciano”. Frumuzache aveva confessato l’omicidio volontario e l’occultamento di cadavere di due donne, entrambe escort: Maria Denisa Paun, 30 anni, decapitata dopo un incontro sessuale a pagamento nella notte tra il 15 e il 16 maggio scorsi a Prato, e Ana Maria Andrei, 28 anni, scomparsa da Montecatini Terme il 1º agosto 2024 e ritrovata in un campo alla periferia della città. A breve inizierà il processo a suo carico per i due femminicidi. “Pieno apprezzamento per l’operato dell’agente”, ha affermato in un comunicato il delegato nazionale del sindacato, Canio Colangelo, che ha espresso anche “forti perplessità sulle capacità organizzative e sulla sicurezza della struttura che, anche in questo caso, ha dimostrato di essere una groviera”. E ha concluso: ““Ci si domanda infatti come ha potuto un detenuto che dovrebbe essere super sorvegliato per motivi di sicurezza e anche di incolumità rendersi autore di una tale azione”. L'articolo Il serial killer Vasile Frumuzache tenta di evadere dal carcere: è accusato di aver ucciso e nascosto il corpo di due donne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un 19enne uccide una donna incinta con 70 coltellate e dà fuoco al suo appartamento. L’assassino viene catturato e tenta il suicidio in carcere
Negli Stati Uniti, un 19enne ha ucciso una donna incinta con 70 coltellate e ha dato fuoco alla casa a seguito di un litigio. A comunicare la notizia è stata Abc7 Chicago, che ha ripercorso i momenti del brutale omicidio di Eliza Morales commesso da Nedas Revuckas. Il giovane aveva acquistato sul Marketplace di Facebook un pick-up Ford Ranger messo in vendita dal marito della 30enne, Gabriel Morales. Lo scorso 26 gennaio, Revuckas è andato a casa della donna per scambiare alcuni documenti e ricevere un atto di vendita. Secondo le prime ricostruzioni degli agenti della contea di DuPage, il 19enne avrebbe incontrato Eliza nell’atrio del condominio dove la donna viveva insieme al coniuge e alla figlia di 2 anni. Tra i due è nato un battibecco, proseguito nell’appartamento della vittima. Lì, l’omicida ha sferrato 70 coltellate, uccidendo Morales e il bimbo che portava in grembo. Revuckas ha pugnalato in mezzo agli occhi anche Zula, la cagnolina della coppia, che attualmente è ricoverata in una clinica veterinaria. A scoprire il corpo di Eliza sono stati i vigili del fuoco, intervenuti a seguito dell’incendio appiccato in cucina dal 19enne. Il criminale ha cosparso la casa di detersivi e prodotti altamente infiammabili e ha dato fuoco all’abitazione. Gli inquirenti ipotizzano che il giovane volesse cancellare le sue tracce bruciando ogni prova. Dopo l’omicidio Revuckas ha rubato il cellulare della donna. Tramite la geolocalizzazione, la polizia ha raggiunto e arrestato l’assassino il giorno successivo alla strage. Secondo i documenti del tribunale riportati dall’emittente locale Abc7 Chicago, il ragazzo “ha deciso di sfogare la sua frustrazione su Eliza“. Nelle carte si legge anche che il ragazzo non ha mostrato alcuna emozione quando il giudice gli ha ordinato di rimanere dietro le sbarre durante l’udienza dello scorso giovedì 29 gennaio. Revuckas è stato definito come “una vera minaccia per la comunità”. Poche ore dopo l’udienza, il portavoce dello sceriffo della contea di DuPage ha dichiarato che il 19enne si trovava in condizioni critiche a causa di alcune ferite che si era autoinflitto. Dopo essere stato medicato e dimesso dall’ospedale, Revuckas è tornato in carcere. Il ragazzo dovrà rispondere di una serie di accuse, tra cui omicidio di primo grado, rapina a mano armata, incendio doloso e maltrattamento di animali. “VIVRÒ PER IL BENE DELLA NOSTRA BAMBINA” Intanto, sulla piattaforma di raccolta fondi “GoFundMe” è stato creato un salvadanaio per sostenere economicamente la famiglia di Eliza. Moses Morales, parente della vittima, ha scritto: “Tutto ciò che faceva era radicato nell’amore. Era motivata dalla famiglia, guidata dalla lealtà e da un cuore veramente altruista. La sua perdita è un dolore che risiede nel profondo di tutti noi, ma la sua presenza rimane in ogni ricordo, in ogni lezione, in ogni momento che ha toccato”. Ieri, lunedì 2 febbraio, la raccolta fondi ha superato i 150 mila dollari. Gabriel, il marito della giovane, ha scoperto la notizia della morte mentre si trovava al lavoro. Il vedovo ha rilasciato alcune dichiarazioni ad Abc7 Chicago. Moses ha detto: “Trascorrerò il resto della mia vita sentendo la sua mancanza e cercherò di vivere attraverso lei per il bene della nostra bambina di 2 anni”. L'articolo Un 19enne uccide una donna incinta con 70 coltellate e dà fuoco al suo appartamento. L’assassino viene catturato e tenta il suicidio in carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Omicidio
Tre cacciatori morti sui Nebrodi, la pista: “C’era un quarto uomo, è quello che ha sparato”
Il cadavere del fratello più giovane ha svelato le prime verità su quel che è accaduto mercoledì mattina nella campagna di Montagnareale, sui Nebrodi. In contrada Caristia sono stati trovati tre cadaveri. Tutti e tre a pancia in su, tutti e tre equidistanti, a 30 metri circa l’uno dall’altro. Come in una linea retta, ai due estremi Antonio Gatani, 82 anni, e Giuseppe Pino, 44. In mezzo il fratello più piccolo di Giuseppe, Davis Pino, di 26 anni. Il suo corpo è quello che ha dato la chiave di lettura ai medici legali. L’autopsia è stata fatta sabato dal professore ordinario di medicina legale dell’università di Messina, Alessio Asmundo, e da Giovanni Andò. Davis Pino è stato prima ferito e poi gli è stato inferto un colpo mortale a distanza ravvicinata. Chi lo ha ucciso non può essere morto a distanza di 30 metri poco dopo, colpito all’addome. Per questo le indagini si concentrano adesso sulla presenza del quarto uomo. Potrebbe essere nato tutto da un errore, degenerato poi in un triplice omicidio. Ad essere ucciso per primo sarebbe stato Giuseppe Pino. Poi, nello scontro a fuoco che dai primi esami balistici sembra esserci stato tra i tre, sarebbe morto Gatani. Infine Davis Pino sarebbe stato ucciso dal quarto. Questa è al momento la ricostruzione di inquirenti e investigatori, dopo i primi rilievi sul posto e dopo l’autopsia. Il figlio dell’anziano ha subito indicato che il padre non era da solo. Per questo le ricerche si sono concentrate su un uomo in particolare, che nei giorni scorsi è stato interrogato dagli inquirenti, ai quali ha però detto di avere soltanto accompagnato Gatani, per poi andare via. Una versione sempre più traballante, visto gli ultimi esiti. Ma non solo, con loro c’era un cane che è stato ritrovato dentro l’auto di Gatani, qualcuno lo aveva, dunque, messo al sicuro. E se l’uomo che ha accompagnato Gatani era lì durante la sparatoria, perché non ha dato l’allarme? A farlo è stato, infatti, un passante in motocross. L’uomo non risulta al momento indagato ma la sua posizione potrebbe cambiare da un momento all’altro. I carabinieri di Messina, guidati da Lucio Arcidiacono (fu lui a catturare Matteo Messina Denaro, quando era nei Ros), e i magistrati Angelo Cavallo, capo della procura di Patti (Montagnareale è a 3 km di distanza), e la sostituta Roberta Ampolo sono al lavoro per cercare di capire cosa ha scatenato la sparatoria che ha portato ai tre omicidi. I fratelli Pino erano membri di un’associazione venatoria e mercoledì mattina erano partiti da San Pier Niceto, paese sui Nebrodi ma in una zona a 50 km di distanza, per andare in avanscoperta nella campagna di Montagnareale dove si caccia il cinghiale selvatico. Un animale molto aggressivo e considerato pericoloso, per questo nessuno va a caccia da solo in queste zone. Era un’area in cui i Pino erano considerati estranei? In queste zone è noto il fenomeno del furto di animali rivenduti nel mercato nero. I Pino erano diventati testimoni scomodi? Oppure un semplice incidente, degenerato in tragedia? Sono questi gli interrogativi ai quali inquirenti e investigatori stanno cercando di dare una risposta. Decisivi saranno le analisi intrecciate dei tabulati e gli esiti finali degli esami balistici del Ris di Messina, per i quali bisognerà attendere. Intanto i cadaveri sono a disposizione della Procura di Patti per ulteriori accertamenti e sono stati rinviati i funerali. Mentre in paese, a Librizzi, c’è molta apprensione: “Una cosa come questa non era mai successa, non sappiamo spiegarcela e non sappiamo cosa dobbiamo temere”, si sfoga così il sindaco Renato Blasi. L'articolo Tre cacciatori morti sui Nebrodi, la pista: “C’era un quarto uomo, è quello che ha sparato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Omicidio
Messina
“Kaufmann cercò un casting per la figlia dopo il delitto”. Al via il processo al killer di villa Pamphili
Si apre oggi a Roma il procedimento giudiziario per il duplice omicidio avvenuto nel parco di Villa Pamphili. Alla sbarra il 47enne californiano Francis Kaufmann, accusato di aver ucciso la compagna Anastasia Trofimova e la figlia di 14 mesi, i cui corpi erano stati ritrovati lo scorso 7 giugno nell’area verde della Capitale. Adesso c’è l’ipotesi che l’uomo, nei giorni successivi alla morte della 28enne, avesse tentato di contattare diverse agenzie di ‘baby modelling’ con l’obiettivo di inserire la piccola Andromeda in set pubblicitari. Un dettaglio che è emerso dall’analisi del traffico telefonico del suo cellulare e che ha aggiunto un elemento inquietante alla ricostruzione dei fatti. Mentre cercava denaro e pianificava di lasciare l’Italia, Kaufmann scriveva a intermediari del settore promozionale per proporre la bimba: “È stata notata da diversi talent scout (che dicono che è bellissima). È divertente e ha una bella personalità. Al momento stiamo valutando diverse agenzie che vogliono metterla sotto contratto, non siamo ancora stati a Milano”. Secondo quanto riferito dai quotidiani Il Messaggero e la Repubblica, queste comunicazioni risalgono a un periodo immediatamente successivo all’omicidio della compagna. Parallelamente, l’uomo aveva continuato a chiedere aiuti economici ad amici e parenti, senza successo, mentre preparava la fuga dalla città. L'articolo “Kaufmann cercò un casting per la figlia dopo il delitto”. Al via il processo al killer di villa Pamphili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roma
Giustizia
Omicidio
Omicidio del banchiere ucraino a Milano: c’è un identikit dell’uomo uscito dalla stanza
C’è un identikit sul quale si stanno concentrando le ricerche nelle indagini per l’omicidio di Alexander Adarich, il banchiere ucraino trovato morto a Milano e che aveva tre documenti con diverse identità. È l’uomo che è stato visto affacciarsi dalla finestra del bed&breakfast dal quale è precipitato il 54enne la sera del 23 gennaio scorso. Poco dopo, lo stesso uomo ha incrociato la custode, alla quale in inglese ha chiesto cosa fosse successo, fugacemente, prima di allontanarsi insieme a un altro sconosciuto. Un incontro veloce ma che è stato sufficiente alla donna per essere in grado di descriverne i lineamenti, trasformandosi in una testimone importante per gli investigatori. LA TESTIMONE E LE TELECAMERE: L’INCHIESTA Proprio sviluppando i suoi ricordi, e incrociandoli con i filmati delle telecamere già acquisiti e al vaglio, la Squadra Mobile di Milano sta cercando una corrispondenza sul sistema Sari, che permette di trovare un match tra centinaia di migliaia di visi già noti nella banca dati Afis delle forze dell’ordine. A breve, inoltre, saranno avviate le rogatorie internazionali necessarie a inquadrare meglio molti dettagli della vita dell’affarista, che aveva interessi principalmente in Ucraina e Lussemburgo ma anche in altri Paesi. Mentre c’è attesa per l’autopsia, prevista per la prossima settimana, che dirà molto sulle cause della morte e quindi sulla dinamica della caduta. ADARICH VIVEVA IN SPAGNA: IL GIALLO DELLE DUE FIGURE Oltre a ricostruire la sua vita e i suoi interessi – pare che non avesse attività economiche in Italia – gli investigatori della Polizia, coordinati dal pm Rosario Ferracane, stanno analizzando le telecamere della zona, incrociando fino al “millesimo di secondo” gli spezzoni dei video per incastrare i tempi di entrata e di uscita di persone dal palazzo. Alcune di quelle immagini mostrano l’ex banchiere – che aveva anche nazionalità rumena, viveva in Spagna con la seconda moglie e dove doveva rientrare in giornata – entrare da solo quel 23 gennaio e poi si vedono uscire due figure, da identificare appunto e su cui si concentrano le indagini per omicidio volontario. LA POSSIBILE DINAMICA DELL’OMICIDIO Col sospetto tutto da verificare, inoltre, che nel b&b ci potrebbero essere state anche altre persone. Nella stanza, oltre a non essere rintracciati effetti personali come trolley e pc, non è stato rinvenuto neanche il telefono. Gli investigatori ipotizzano quindi che chi era in quella stanza possa aver trafugato tutto dopo l’omicidio. Sulla dinamica precedente alla caduta, stando a una prima ricostruzione, lo scenario più accreditato è che Adarich possa essere stato legato, con fascette da elettricista ai polsi, e pestato o torturato per fargli rivelare qualche informazione, come codici segreti per accedere a dei conti, decidendo poi strangolarlo e gettarlo giù dalla finestra simulando un suicidio. L'articolo Omicidio del banchiere ucraino a Milano: c’è un identikit dell’uomo uscito dalla stanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’amico si rifiuta di condividere le patatine e lui gli spara: è ricercato dalla polizia per omicidio
La mancata condivisione di una porzione di patatine fritte si è trasformata in tragedia a Fort Worth, località del Texas. Lo scorso 21 gennaio, una pattuglia della polizia locale è stata inviata per un sopralluogo presso un complesso residenziale della West Division, al 9500 di Jeremiah Drive, a seguito di segnalazioni per dei colpi d’arma da fuoco. Al loro arrivo, i poliziotti hanno trovato un uomo riverso in una pozza di sangue e con una ferita alla testa, causata da un proiettile. Nonostante i tentativi di rianimazione, la vittima è deceduta poche ore dopo in ospedale. Le autorità competenti hanno affermato che il colpo è stato sparato a seguito di una violenta lite tra amici. La vittima si sarebbe rifiutata di condividere le patatine fritte con il sospettato. Quest’ultimo avrebbe estratto l’arma e premuto il grilletto, ferendo mortalmente l’amico. La polizia ha identificato il presunto colpevole, che risiede nello stesso complesso dove è stato ritrovato il corpo della vittima. L’assassino è in fuga dallo scorso giovedì 22 gennaio. A seguito dell’autopsia, l’ufficio del medico legale della contea di Tarrant renderà noto il nome della vittima, la causa e le modalità del decesso. L'articolo L’amico si rifiuta di condividere le patatine e lui gli spara: è ricercato dalla polizia per omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri
Proseguono le indagini per il triplice omicidio dell’82enne Antonio Gatani di Librizzi, del 42enne Giuseppe Pino e del 26enne Davis Pino, due fratelli di San Pier Niceto. Mercoledì 28 gennaio, i tre cacciatori sono stati trovati morti in una zona boschiva di Montagnareale, in provincia di Messina. A dare l’allarme alle autorità è stato un amico di una delle tre vittime che non lo sentiva da ore. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, il procuratore del vicino comune di Patti, Angelo Vittorio Cavallo, e i carabinieri sono rimasti fino a tardi sul posto, che è stato chiuso al pubblico. In caserma, i militari hanno interrogato per tutta la notte del 29 gennaio una persona che andava a caccia con il più anziano del gruppo. Non c’è ancora una pista dominante tra le ipotesi avanzate: per adesso può essersi trattato di un incidente di caccia oppure di una lita finita in tragedia con un doppio omicidio e infine un suicidio– quest’ultima pista, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, secondo indiscrezioni sarebbe la più accreditata. Tutti e tre erano armati di fucile, ma da quanto si apprende ne è stato ritrovato soltanto uno. Foto d’archivio. L'articolo Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Nessun pentimento per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte”. Ecco perché la Cassazione ha conferma l’ergastolo per Marco Bianchi
Non c’è stato alcun segno di ravvedimento nei comportamenti processuali dei fratelli Bianchi. È quanto emerge dalle motivazioni della Corte di Cassazione che, a novembre 2025, ha confermato la condanna all’ergastolo per Marco Bianchi per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, avvenuto nel 2020 a Colleferro. I giudici della V sezione penale scrivono chiaramente che i due, durante l’intero iter giudiziario, hanno mantenuto un atteggiamento “alieno da forme di ravvedimento“, con una condotta processuale che non ha mostrato segni di pentimento per la brutalità del reato. LA CONFERMA DELL’ERGASTOLO PER MARCO BIANCHI La sentenza di novembre 2025 ha reso definitivo l’ergastolo per Marco Bianchi, accusato di aver partecipato, insieme al fratello Gabriele, alla feroce aggressione che ha portato alla morte di Willy Monteiro Duarte, un ragazzo di 21 anni che aveva solo cercato di difendere due amici durante una discussione in strada. I giudici sottolineano la “capacità a delinquere” di Marco, espressa non solo dalle modalità dell’omicidio, ma anche dal suo atteggiamento prima, durante e dopo l’evento. Il verdetto fa riferimento in particolare alla “brutalità” della violenza inflitta alla vittima, che è stata colpita ripetutamente con tecniche di arti marziali, mentre era a terra, indifesa. Un comportamento che non lascia dubbi sulla piena “adesione dei coinvolti al delitto”, evidenziando anche l’indifferenza della coppia di aggressori rispetto alla vita della vittima e alle motivazioni che avevano scatenato la contesa. GABRIELE BIANCHI, UNA CONDANNA DA RICALCOLARE Per Gabriele Bianchi, invece, la pena è ancora da quantificare. I supremi giudici hanno disposto un nuovo processo d’appello ter, con l’obiettivo di ridiscutere le attenuanti generiche che erano state considerate nel processo di appello e per cui era stata inflitta una penna a 28 anni. La Cassazione ha confermato le responsabilità penali anche per lui nell’omicidio volontario. Le motivazioni della Cassazione non si fermano solo alle dinamiche dell’omicidio, ma vanno anche a chiarire la personalità dei due fratelli e degli altri imputati, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, la cui condanna è stata confermata. La Corte ricorda come la loro azione non sia stata il risultato di un’improvvisa escalation di violenza, ma una manifestazione di “pericolosità” costante, alimentata da una personalità “proterva” e indifferente ai valori della convivenza civile. A rinforzare questa lettura della situazione, si evidenziano i precedenti penali per spaccio di sostanze stupefacenti dei due fratelli e il loro tenore di vita, ottenuto in gran parte con attività illecite. L'articolo “Nessun pentimento per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte”. Ecco perché la Cassazione ha conferma l’ergastolo per Marco Bianchi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Omicidio in Canton Ticino: donna uccisa dopo una lite, grave 61enne italiano. Fermato 24enne svizzero
Omicidio nel Canton Ticino. A Bellinzona una donna svizzera di 46 anni è stata uccisa mentre un uomo, italiano di 61 anni, è stato gravemente ferito dopo una lite che ha coinvolto più persone. Il fatto è avvenuto nella notte, verso le 3.00, al terzo piano di una palazzina di via Mirasole nel comune elvetico. Per l’omicidio è stato fermato un 24enne svizzero, uscito illeso dall’appartamento e fortemente sospettato. L’uomo è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria. La polizia ha reso nota la notizia ma ancora non si conoscono le motivazioni precise né l’identità dei coinvolti. Sul posto è intervenuta la Croce Verde di Bellinzona. I paramedici hanno a lungo provato a rianimare a lungo la donna, ma senza successo. La 46enne è morta successivamente a causa della gravità delle ferite. Il 61enne è stato invece trasportato in ospedale in ambulanza ed è attualmente ricoverato, ancora in pericolo di vita. Secondo quanto comunicato dagli inquirenti, tutti e tre i coinvolti risultano domiciliati nella regione. Presenti nel luogo del delitto gli agenti della Polizia cantonale e comunale, che ora indagano per stabilire la dinamica che ha portato alla lite. Data la tarda ora e la discussione avvenuta, è probabile che i tre si conoscessero. Al momento restano però aperte tutte le ipotesi, e proseguono le verifiche utili a chiarire l’episodio. A coordinare l’inchiesta il procuratore pubblico Zaccaria Akbas. Foto d’archivio L'articolo Omicidio in Canton Ticino: donna uccisa dopo una lite, grave 61enne italiano. Fermato 24enne svizzero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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