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“La grafia nelle ultime righe è diversa: non crediamo le abbia scritte Kurt Cobain”: scoperte “anomalie significative” nella lettera d’addio della star dei Nirvana
S’infittiscono sempre di più, a distanza di 32 anni, i misteri sulla morte di Kurt Cobain. Nelle scorse settimane, lo specialista forense Brian Burnett aveva contestato, sull’International Journal of Forensic Science, la versione ufficiale del decesso dell’artista dei Nirvana. Sulla scena del (presunto?) suicidio di Cobain, per la collaboratrice di Burnett e ricercatrice indipendente, Michelle Wilkins, erano presenti diversi dettagli che potrebbero ricondurre ad un omicidio ai danni del chitarrista. “A me sembra che qualcuno abbia messo in scena un film e volesse che apparisse assolutamente che si trattasse di un suicidio. La ricevuta della pistola è nella sua tasca. I proiettili sono allineati ai suoi piedi”, aveva dichiarato Wilkins, come riportato dal Daily Mail. Il nuovo rapporto forense ha portato alla luce dei particolari insoliti per un suicidio che, come ha ricordato Wilkins, molto spesso “sono un caos”. Mentre, quella di Cobain, “era una scena molto pulita”, tanto che le maniche di Kurt erano arrotolate e il kit per l’eroina è stato trovato a diversi metri di distanza. Al suo interno ci sarà stato disordine? No, perché le siringhe erano tappate mentre, i cotton fioc ed i pezzi di eroina nera erano di dimensioni più o meno uguali. Tutto, apparentemente, troppo “ordinato” per un suicidio. Nel luogo del tragico ritrovamento di Cobain c’è un ulteriore dettaglio che poco convince Wilkins e la sua squadra privata di ricercatori. Il riferimento è al bigliettino d’addio che l’artista avrebbe scritto, con una penna rossa, prima di (presumibilmente) togliersi la vita. Sarebbe stata proprio la lettera uno dei principali elementi di prova citati dalla polizia di Seattle per giungere alla conclusione che Cobain si fosse tolto la vita. Il gruppo forense di Wilkins, però, ha una lettura diametralmente opposta. L’equipe, infatti, ha affermato che le ultime righe del biglietto, in cui Cobain sembra dare l’addio alla moglie e alla figlia, potrebbero essere state scritte da qualcun altro. “Se si guarda attentamente, la grafia nelle ultime quattro righe è diversa, più grande e più disordinata”. In definitiva “Non crediamo che Kurt abbia scritto quelle righe”, ha dichiarato l’investigatrice al Daily Mail. Le “righe” finite sotto la lente d’ingrandimento di Wilkins recitano: “Per favore, continua Courtney”. Questa parte del messaggio, indirizzata alla moglie di Cobain, avrebbe avuto l’intento a spronarla ad andare avanti per il bene della figlia “Frances”, “per la sua vita che sarà molto più felice”, “senza di me”, seguite da un doppio “Ti amo”. La parte iniziale del biglietto di Kurt è indirizzata al suo amico d’infanzia immaginario, “Boddah”. Le parole, secondo quanto sostenuto dalla squadra di Wilkins, suonerebbero più come un addio al mondo della musica che come un messaggio personale alla sua famiglia: “Ho provato di tutto… Ho cercato di ottenere ciò che volevo dalla vita, ma non ha funzionato”, aveva scritto Cobain, rivolgendosi a “Boddah”. Mozelle Martin, analista della grafia, ha affermato che le quattro ultime righe, quelle rivolte alla famiglia, sarebbero state scritte da qualcun altro. L’esperta fa riferimento a presunti cambiamenti nella formazione delle lettere e nel ritmo della scrittura, anche se le sue conclusioni non sono (ancora) state sottoposte a revisione paritaria. Non convince nemmeno la firma dell’artista dei Nirvana. In calce al biglietto il cantautore aveva scritto “Kurt Cobain”, ma gli esperti fanno notare che usare nome e cognome completo, anziché un saluto più personale come “Kurt” o “Ti amo”, è insolito per un addio al coniuge e a un figlio. L’esame condotto da Martin è stato eseguito usufruendo di strumenti forensi sia digitali che manuali. L’esperta ha analizzato ogni aspetto: dalla posizione del puntino sulla “i”, dalla forma delle vocali, alla pressione dei tratti e alle proporzioni delle lettere. I risultati delle sue analisi hanno confermato che il corpo principale del biglietto di suicidio si allineava alla scrittura di Kurt. Così, tuttavia, non è stato per le ultime quattro righe che, come spiegato da Martin al Daily Mail, “presentavano anomalie significative”. Su una scala di valutazione a cinque punti, la probabilità che Cobain abbia scritto le ultime righe è stata valutata a 4,75. Il che suggerirebbe che l’artista quasi sicuramente non c’entri nulla con le ultime frasi del bigliettino d’addio. Ma “sebbene i dati supportino fortemente l’ipotesi che le righe finali non siano state scritte” da Cobain, “non posso dire con certezza (…) che Cobain non le abbia scritte (…)”, ha aggiunto Martin, specificando poi che “L’esame forense etico si basa sulla probabilità, non sulla certezza assoluta”. Martin non è stata la sola a condurre esami per provare a comprendere l’effettiva veridicità della lettera del cantante dei Nirvana. A lei si è aggiunto James Green, esperto certificato in analisi calligrafica, che ha confrontato il corpo principale del biglietto con le ultime quattro righe utilizzando metodi forensi standard, tra cui il processo ACE (Analisi, Confronto e Valutazione), in conformità con le linee guida dell’Academy Standards Board. I risultati di Green offrono un quadro non del tutto identico: sebbene l’esperto non abbia identificato in modo definitivo un secondo autore, ha comunque rilevato diverse differenze “significative”. Le ultime righe, infatti, sono più grandi del resto della nota, il che suggerisce che potrebbero essere state aggiunte successivamente. In alternativa, sempre secondo Green, è plausibile che ultimi versi siano stati aggiunti da qualcun altro. Inoltre, la lettera di Cobain, era stata trovata appuntata a una tovaglietta e conficcata nel terreno di una pianta in vaso. E, per i ricercatori privati, non fa altro che rappresentare un ulteriore dettaglio che avvalorerebbe (sempre in via teorica) la loro tesi sulla poca spontaneità e sull’insolito ordine che era stato trovato nel corso delle indagini svolte per comprendere la natura della morte di Cobain, avvenuta il 5 aprile del 1994. Ad oggi sia il dipartimento di polizia di Seattle che il medico legale hanno rifiutato di riaprire il caso. Un portavoce dell’ufficio del medico legale ha dichiarato al Daily Mail: “L’ufficio del medico legale della contea di King ha collaborato con le forze dell’ordine locali, ha condotto un’autopsia completa e ha seguito tutte le procedure per giungere alla conclusione che la morte fosse un suicidio. Il nostro ufficio è sempre aperto a rivedere le proprie conclusioni qualora venissero alla luce nuove prove, ma finora non abbiamo riscontrato nulla che giustifichi la riapertura di questo caso e la nostra precedente determinazione di morte”. L'articolo “La grafia nelle ultime righe è diversa: non crediamo le abbia scritte Kurt Cobain”: scoperte “anomalie significative” nella lettera d’addio della star dei Nirvana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuovo processo d’appello per Vincenzo La Gatta, “l’imprenditore che uccise per difendere un amico”
Ci sarà un nuovo passaggio in Corte d’assise d’appello di Napoli per il delitto di Pomigliano d’Arco, e a distanza di dieci anni dai fatti si allontana la parola fine al processo. La Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati Dario Vannatiello e Saverio Campana e ha annullato con rinvio a nuova sezione d’Assise la condanna a 14 anni per omicidio inflitta a Vincenzo La Gatta, imprenditore del settore aeronautico e aerospaziale vesuviano, dominus di un’azienda che opera da ben 120 anni e che produce carrelli di atterraggio. Nella notte del 23 dicembre del 2016 La Gatta uccise con un colpo di pistola regolarmente detenuta Giuseppe Di Marzo nel corso di una lite. L’imprenditore usò l’arma per difendere un amico aggredito, Salvatore Sassone, colpito con violenza da un pugno nell’occhio, e ha invocato la convinzione di aver agito per legittima difesa e l’assenza della volontà di uccidere. Aveva visto Di Marzo fare gesti che lo avevano indotto a pensare che avesse un’arma in tasca e aveva estratto la pistola. Queste tesi avevano retto la prova del processo di primo grado, conclusosi con una condanna mite a 10 anni. In secondo grado – celebratosi per i ricorsi sia della difesa che della procura – la Corte d’appello aveva aumentato la condanna a 14 anni. Per redigere le 164 pagine di motivazioni, i giudici hanno impiegato venti mesi. Argomentando l’aggravarsi della pena così: “Ciò che difetta (nella legittima difesa invocata dall’imputato, ndr) è il requisito della proporzione tra l’offesa temuta e la reazione costretta”. Gli avvocati hanno però sottolineato alcune incongruenze e contraddizioni tra questo brano della sentenza ed altri secondo cui “la supposizione erronea ingenerata nell’imputato dal movimento e gesti della vittima (l’indietreggiamento e il mettere le mani in tasca) che lo avevano indotto a ritenere che si apprestasse ad estrarre un’arma, è una prospettazione credibile alla luce del riscontro fornito dal racconto di Sassone…”. Peraltro, tutto avvenne in una zona buia, come pure evidenziato nelle motivazioni. La Gatta ha già trascorso 4 anni e mezzo agli arresti domiciliari. Se la sentenza di condanna fosse passata in giudicato, si sarebbero spalancate le porte del carcere. L'articolo Nuovo processo d’appello per Vincenzo La Gatta, “l’imprenditore che uccise per difendere un amico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cassazione
“Voleva lasciare il marito ma non voleva dargli i suoi soldi”: lo uccide mettendo il fentanyl nel suo Moscow Mule, scrittrice di libri per bambini rischia l’ergastolo
Dietro l’immagine pubblica di una madre amorevole e autrice di libri per l’infanzia, si nascondeva una calcolatrice spietata, disposta a tutto per mantenere il proprio status sociale. Una giuria di Park City, nello Utah, ha giudicato la 35enne Kouri Richins colpevole di omicidio aggravato, falsificazione e frode assicurativa per aver assassinato il marito Eric con una dose massiccia di Fentanyl. La sentenza definitiva, che potrebbe tradursi in un ergastolo, verrà emessa il prossimo 13 maggio. IL MOVENTE: DEBITI, UN AMANTE E UNA POLIZZA FALSA Il processo ha smontato pezzo per pezzo la facciata di Kouri Richins. Secondo quanto emerso in aula grazie al lavoro del procuratore Brad Bloodworth, la donna si trovava in una situazione finanziaria disastrosa, gravata da debiti per circa 4,5 milioni di dollari legati alla sua attività di agente immobiliare. Il suo obiettivo era duplice: liberarsi del marito per vivere alla luce del sole la sua relazione extraconiugale con Robert Josh Grossmann (che in aula ha però minimizzato il legame) e, soprattutto, incassare i soldi per evitare la bancarotta. “Voleva lasciare il marito ma non voleva lasciargli i suoi soldi”, ha riassunto il procuratore Bloodworth durante la sua arringa, descrivendo l’imputata come una persona ossessionata dall’apparenza e dal denaro. Per garantirsi un futuro florido, Richins aveva stipulato un’assicurazione sulla vita del marito da 2 milioni di dollari, falsificando la firma dell’uomo. I DUE TENTATIVI DI AVVELENAMENTO E LA TRACCIA DIGITALE Il piano omicida non è andato a segno al primo colpo. L’accusa ha dimostrato che Kouri aveva già tentato di uccidere Eric il giorno di San Valentino del 2022, nascondendo il potente oppioide sintetico all’interno di un panino. L’uomo si sentì male, ma sopravvisse. Poche settimane dopo, il 4 marzo, la donna ci ha riprovato con successo, sciogliendo nel bicchiere del marito un “Moscow mule” letale. L’autopsia rivelò nel sangue della vittima una concentrazione di Fentanyl — procurato illegalmente da un’infermiera con un passato di tossicodipendenza, poi diventata testimone chiave — cinque volte superiore alla dose mortale. A blindare l’impianto accusatorio è stata la cronologia del telefono cellulare dell’imputata. Gli investigatori hanno scovato ricerche online inequivocabili: “Qual è una dose letale di Fentanyl?”, “se qualcuno viene avvelenato, cosa viene scritto sul certificato di morte?” e persino query su come impedire alla polizia di recuperare i messaggi cancellati. “Non ci si occupa di queste ricerche in caso di overdose accidentale”, ha fatto notare il pm alla giuria. IL CINISMO DEL LIBRO SUL LUTTO (SCRITTO DA ALTRI) Il dettaglio che ha reso il caso un fenomeno mediatico nazionale negli Stati Uniti riguarda la gestione del post-delitto. Rimasta vedova, Richins aveva pubblicato un libro illustrato per bambini intitolato “Are You with Me?” (Sei con me?), concepito per aiutare i più piccoli — inclusi i suoi tre figli — a elaborare il trauma della perdita di un genitore. La donna era persino andata in televisione a promuovere l’opera poco prima che le manette scattassero ai suoi polsi. Le indagini hanno svelato l’ultimo tassello di questa finzione: il testo non era nemmeno farina del suo sacco, ma era stato commissionato a un’agenzia di ghostwriting. Una mossa cinica che, letta a posteriori, suona come un macabro completamento del suo piano criminale. Per Kouri Richins, tuttavia, i problemi giudiziari non si esauriscono con il verdetto dell’omicidio. In un procedimento separato e non ancora arrivato a dibattimento, la donna dovrà difendersi da ulteriori 26 capi d’accusa legati esclusivamente a reati di natura finanziaria. L'articolo “Voleva lasciare il marito ma non voleva dargli i suoi soldi”: lo uccide mettendo il fentanyl nel suo Moscow Mule, scrittrice di libri per bambini rischia l’ergastolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Traccia di Zirconio sulle scarpe di Liliana Resinovich, cosa significa per le nuove indagini per omicidio
Un nuovo elemento emerge nell’inchiesta sulla morte di Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa a Trieste la mattina del 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio successivo nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico provinciale. Secondo quanto emerso dalle analisi tecniche, sulle scarpe della donna sarebbe stata individuata una traccia di zirconio, una sostanza abrasiva particolarmente resistente utilizzata in vari processi industriali e anche nelle operazioni di affilatura delle lame. Un dettaglio che, secondo il genetista forense Paolo Fattorini, risulta “meritevole di approfondimento”. Proprio per consentire ulteriori verifiche, la giudice per le indagini preliminari del tribunale di Trieste Flavia Mangiante ha concesso una proroga di trenta giorni per il deposito della perizia affidata al pool di esperti composto, oltre che da Fattorini, da Chiara Turchi ed Eva Sacchi. Gli specialisti sono stati incaricati di individuare eventuali tracce di Dna o altri elementi utili sulle corde trovate sul corpo della donna: il cordino stretto attorno al collo che teneva chiusi i due sacchi di plastica in cui era infilata la testa e quello utilizzato per legare le chiavi. Si tratta della seconda proroga concessa agli esperti, dopo una precedente estensione di due mesi. L’udienza per l’esame degli esiti tecnici, inizialmente prevista a fine mese, è stata quindi rinviata al 26 giugno. Il ritrovamento della sostanza sulle scarpe potrebbe assumere un rilievo investigativo anche per via delle attività lavorative del marito della donna, Sebastiano Visintin, che al momento è l’unico indagato nell’inchiesta. Tra i suoi lavori, Visintin svolge infatti anche quello di arrotino per alcuni esercizi commerciali del centro di Trieste, tra cui una pescheria. Ogni martedì si occupava di ritirare i coltelli utilizzati nei negozi per affilarli e restituirli successivamente. Sarebbe stata proprio questa l’attività che stava svolgendo la mattina della scomparsa della moglie. Nel corso delle indagini, nell’aprile 2025, la polizia ha sequestrato circa 700 tra coltelli e forbici riconducibili a Visintin. Su questi oggetti sono in corso accertamenti e comparazioni tecniche. Nel frattempo, sul piano scientifico, si sta cercando di chiarire anche uno dei punti più controversi dell’intera vicenda: il momento della morte. Negli Stati Uniti un gruppo di ricercatori provenienti dal Michigan State University e da istituti di ricerca del Colorado sta conducendo un esperimento su quattro cadaveri per confrontare le trasformazioni di un corpo congelato con quelle di un corpo esposto a condizioni ambientali simili a quelle del luogo in cui fu trovato il cadavere di Resinovich. L’esperimento è stato promosso dalla difesa di Visintin, dopo che le due principali perizie medico-legali svolte finora hanno fornito conclusioni opposte. La prima, firmata dal medico legale Fulvio Costantinides e dal radiologo forense Fabio Cavalli, indicava che la morte sarebbe avvenuta circa 48 ore prima del ritrovamento del corpo. La seconda, condotta dal team di consulenti della Procura guidato dall’antropologa forense Cristina Cattaneo, sosteneva invece che la donna fosse morta la stessa mattina della scomparsa. L'articolo Traccia di Zirconio sulle scarpe di Liliana Resinovich, cosa significa per le nuove indagini per omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prova a chiedere “scusa” per aver ucciso Manuel Mastrapasqua, la famiglia della vittima: “Stai zitto”
È accusato di aver ucciso un ragazzo per prendergli cuffiette del valore di 15 euro. Oggi ha provato a chiedere “scusa e perdono”, all’inizio del processo d’appello a Milano, Daniele Rezza, il 21enne che l’11 ottobre 2024 a Rozzano, nel Milanese, accoltellò Manuel Mastrapasqua (a destra nella foto), 31 anni. Condannato a 27 anni di reclusione nel luglio 2025, l’imputato ha preso la parola per poche dichiarazioni e per dire che prova “dispiacere verso la famiglia: non volevo togliergli la vita, posso dire tante volte scusa, ma ho capito in questo anno e mezzo che non posso dare indietro un figlio, un fratello”. Dopo queste parole ci sono stati momenti di tensione quando i familiari della vittima, tra cui la madre e il fratello minore, hanno gridato “stai zitto” all’indirizzo di Rezza. Intanto, la difesa dell’imputato prova a giocare la carta della incapacità di intendere e volere con una richiesta di perizia psichiatrica alla Corte d’Assise d’appello. Per la difesa, il ventunenne ha una “disregolazione delle funzioni emotive che dà reazioni sproporzionate, non sa valutare in modo cosciente le situazioni che ha davanti, non riesce a controllare i suoi impulsi per una patologia psichiatrica”. La sostituta pg Olimpia Bossi ha chiesto di respingere l’istanza, perché la “incapacità di gestire la rabbia è caratteristica di un carattere aggressivo e immaturo, ma da qui a dire che sia una patologia a me pare escluso, sia clinicamente che dai documenti depositati dalla stessa difesa”. La Corte oggi dovrà decidere sull’istanza difensiva. Nel condannarlo a 27 anni la Corte di primo grado aveva applicato la continuazione tra l’omicidio e la rapina, escludendo la sola aggravante del nesso teleologico tra i due reati (restano quelle dei futili motivi e della minorata difesa) e riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante per la sua “immaturità”. “La difesa – ha evidenziato la pg Bossi – pone l’accento non sulla capacità di intendere ma su quella di volere, parlando di una pregressa patologia caratterizzata da impulsività da cui deriverebbe la difficoltà a gestire gli impulsi, che ha portato l’imputato ad una reazione spropositata”. Tuttavia negli atti, secondo la Procura generale, non c’è alcun elemento da cui rilevare un disturbo mentale. La difesa ha depositato “un certificato ad uso scolastico di quando Rezza aveva 14 anni e da cui nulla emerge”. Per l’avvocata Roberta Minotti, legale di parte civile della famiglia Mastrapasqua, dalle carte risulta che “il funzionamento cognitivo di Rezza è nella norma, tanto che dice pure ‘ho preso 27 anni per una coltellata”. La sentenza di primo grado, ha aggiunto la legale, “è ben motivata e per questo la difesa prova l’unica carta della imputabilità”. Difesa che, invece, ha fatto presente che il giovane in carcere prende “farmaci per la schizofrenia”. Quella notte Mastrapasqua stava tornando a casa dopo un turno di lavoro in un supermercato di via Farini, a Milano, quando, sceso dal tram a Rozzano, venne aggredito da Rezza e ucciso con una coltellata vicino al cuore. “Quando l’ho visto volevo prendergli tutto: soldi, cellulare, qualsiasi cosa potessi rivendere”, mise a verbale Rezza durante dopo l’arresto, il 13 ottobre 2024. Dopo l’aggressione, il padre dell’imputato – che gettò anche quelle cuffie che gli diede il figlio – lo accompagnò alla stazione di Pieve Emanuele. Da là Rezza prese un treno per Pavia e poi un autobus per Alessandria, dove venne arrestato. L'articolo Prova a chiedere “scusa” per aver ucciso Manuel Mastrapasqua, la famiglia della vittima: “Stai zitto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mi tradiva, ma la sera dell’omicidio era sul divano”, la moglie conferma l’alibi di Dassilva accusato dell’omicidio di Pierina Paganelli
“Gli ho chiesto milioni di volte se fosse innamorato di Manuela, mi ha sempre detto di no”. Con queste parole Valeria Bartolucci, moglie di Louis Dassilva, al momento unico imputato nel processo sull’uccisione di Pierina Paganelli, ha rivendicato la convinzione che il marito non avesse avuto un movente passionale per commettere l’omicidio di cui è accusato. La donna – che è indagata per favoreggiamento e false informazioni al pubblico ministero – conferma poi l’alibi del marito. La moglie di Dassilva ha rivendicato questa convinzione, rispondendo alle domande del pm Daniele Paci nel corso della nuova udienza al tribunale di Rimini. La deposizione, interrotta due settimane fa, è proseguita con l’esame della Procura cominciato alle 9.30 e terminato alle 12.50 di ieri. Bartolucci ha raccontato dell’esistenza di una sorta di accordo con il marito: “Avevo una certa tolleranza al fatto che non fosse proprio fedele – ha spiegato Bartolucci – L’unico requisito che volevo nella relazione era l’onestà“. Bartolucci ha poi aggiunto: “Ho sempre detto a mio marito che, qualora lui non si fosse più sentito bene nella relazione e avesse provato sentimenti per un’altra persona, ne avrebbe dovuto parlare onestamente”. Dassilva, come emerso dalle indagini, aveva una relazione extraconiugale con la nuora della vittima, Manuela Bianchi, ma la Bartolucci ha sottolineato: “Secondo me la loro non era una storia d’amore – ha spiegato Bartolucci – se Dassilva voleva andare via con il grande amore della sua vita, le porte erano aperte e nessuno glielo vietava. Era anche indipendente economicamente. Se l’avesse veramente amata l’avrebbe scelta. Non glielo avrei vietato“. Durante l’udienza le sono state fatte sentire anche le urla della vittima nel corso dell’omicidio, registrate dalla telecamera di un vicino la sera del 3 ottobre 2023. Sulla vicenda la moglie di Dassilva ha dichiarato: “Non ho mai chiesto a Louis se sia stato lui” a commettere l’omicidio. “Ho sempre saputo che ha fatto il militare presso la Gendarmeria del Senegal, senza un addestramento per uccidere le persone. Queste informazioni da lui non le ho mai avute”. Alla domanda del pm in cui le si chiedeva se al momento delle urla della vittima, registrate dalla telecamera, Dassilva fosse uscito di casa, Bartolucci ha risposto: “Era sul divano, lo affermo con certezza”. L'articolo “Mi tradiva, ma la sera dell’omicidio era sul divano”, la moglie conferma l’alibi di Dassilva accusato dell’omicidio di Pierina Paganelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Francia nega la rogatoria per il sequestro dei beni dei Moretti ai pm che indagano sul rogo di Crans-Montana
Il tribunale giudiziario di Grasse, in Francia, ha respinto la richiesta di rogatoria internazionale avanzata dalla procura generale del Canton Vallese per il sequestro di beni immobili e finanziari riconducibili ai coniugi Jacques e Jessica Moretti, tra gli indagati per il rogo del bar Constellation a Crans-Montana, dove la notte di Capodanno sono morte 41 persone. E per cui è stato anche iscritto il sindaco Nicolas Féraud. La richiesta degli inquirenti svizzeri, presentata il 14 gennaio, riguardava in particolare un appartamento a Cannes, l’abitazione di famiglia a Sari-Solenzara, in Corsica, oltre ad alcuni conti bancari e a una polizza di assicurazione sulla vita. Secondo quanto stabilito dal tribunale francese le condizioni giuridiche per procedere non sussistono. “Le domande di rogatoria internazionale riguardanti beni che non hanno un legame diretto o indiretto con il reato – si legge nell’ordinanza contenuta negli atti dell’inchiesta – non sono, in ogni caso, possibili in Francia su richiesta di autorità straniere esterne all’Unione Europea, in assenza di una convenzione internazionale che lo preveda specificamente, e devono essere respinte”. Nel frattempo prosegue la difficile cooperazione tra le autorità giudiziarie svizzere e italiane sull’inchiesta relativa alla tragedia. Tra il 23 e il 27 marzo è infatti prevista la prima missione dei magistrati della procura di Roma a Sion per consultare il fascicolo dell’indagine elvetica sull’incendio. L’incontro è stato organizzato dalle procure del Vallese e di Roma dopo l’accordo per una “cooperazione rafforzata” definito il 19 febbraio a Berna tra il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e la procuratrice generale del Vallese Béatrice Pilloud. Nell’indagine svizzera risultano indagati per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo i coniugi Moretti, proprietari del discobar teatro della tragedia, insieme a Christophe Balet, responsabile della sicurezza pubblica del Comune di Crans-Montana, e al suo predecessore Ken Jacquemoud e il sindaco. A Roma, invece, il fascicolo aperto dalla procura procede al momento contro ignoti per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni. L’autorità giudiziaria del Vallese ha acconsentito, in risposta alla richiesta di assistenza giudiziaria italiana, a mettere a disposizione dei magistrati romani il materiale probatorio raccolto finora nel corso delle indagini. I pm italiani potranno visionare gli atti e selezionare quelli ritenuti utili ai fini della successiva trasmissione formale all’Italia. Alla riunione prenderanno parte anche le polizie giudiziarie dei due Paesi. Resta invece sospesa la questione della costituzione di una squadra investigativa comune, richiesta dal governo italiano e per cui a fine febbraio l’Italia ha protestato. In questo contesto diplomatico ancora incerto, l’ambasciatore italiano in Svizzera Gian Lorenzo Cornado, richiamato a Roma il 24 gennaio, non è ancora rientrato a Berna. Una possibile rivalutazione della posizione del governo italiano potrebbe dipendere proprio dall’esito dell’incontro previsto a Sion alla fine del mese. L'articolo La Francia nega la rogatoria per il sequestro dei beni dei Moretti ai pm che indagano sul rogo di Crans-Montana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La giovane promessa Bustamante ucciso con due proiettili al petto: calcio in Cile sotto choc
Il calcio in Cile è sotto choc: è morto Tomas Bustamante Carriel, giovane promessa cilena uccisa a soli 19 anni in una sparatoria ancora di cui si sa veramente poco. Secondo quanto ricostruito dalle autorità, il calciatore è stato colpito al petto da due proiettili. Subito dopo, quattro uomini lo avrebbero trascinato davanti ad un ospedale per poi fuggire e andare via rapidamente senza lasciare traccia e spiegazioni su quanto accaduto. L’équipe medica dell’ospedale ha subito tentato di salvarlo, ma le ferite d’arma da fuoco sul petto si sono rivelate troppo gravi e il ragazzo è morto poco dopo il ricovero. Tutto è accaduto nella zona di Coihueco, in Cile. Dopo l’allarme, Bustamante è stato trasferito d’urgenza all’ospedale di Chillán: qui i dottori hanno provato a rianimarlo senza però riuscirci. Intanto gli investigatori hanno avviato un’indagine per chiarire la dinamica della sparatoria. Durante i rilievi sono stati scoperti segni di colpi d’arma da fuoco su un’auto e su un’abitazione nelle vicinanze dell’omicidio, elementi che potrebbero aiutare a ricostruire quanto accaduto. La polizia ha già fermato una persona con l’accusa di omicidio. Bustamante era considerato uno dei giovani più promettenti del calcio in Cile. È cresciuto nelle giovanili del Ñublense, ma era stato anche nel settore giovanile dell’Huachipato prima di cominciare la sua carriera tra i professionisti. Nel 2025 aveva giocato in prestito al Brujas de Salamanca, club di terza divisione cilena. Dopo la notizia della sua morte, il club ha pubblicato un post di cordoglio sui social in cui si legge. “Siamo profondamente addolorati per la tua scomparsa, Tomy. Preferiamo ricordarti con la gioia che portavi ogni giorno nel nostro club”, si legge nella nota della società. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Brujas de Salamanca 2025 (@brujasalamanca.oficial) L'articolo La giovane promessa Bustamante ucciso con due proiettili al petto: calcio in Cile sotto choc proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Camorra, due agguati in strada in poche ore: killer in azione a Marano e Arzano
Due agguati nel giro di poche ore. La camorra torna a sparare alle porte di Napoli. Lo fa nel raggio di pochi chilometri: al mattino a Marano di Napoli, nel pomeriggio ad Arzano. Al di qua e al di là di Scampia. I killer hanno sempre fatto fuoco in strada, in mezzo alla gente. Al mattino, a Marano, sono entrati in azione in via Svizzera, all’angolo di corso Europa: l’obiettivo era Palumbo Castrese, 79 anni, già noto alle forze dell’ordine e ritenuto affiliato al clan Nuvoletta, storico sodalizio criminale attivo sul territorio. Castrese era alla guida di una Toyota Yaris quando è stato raggiunto dai sicari che hanno esploso diversi colpi di pistola calibro nove: i carabinieri hanno repertato 12 bossoli. Nel pomeriggio, ad Arzano, è stato invece assassinato Armando Lupoli, 39enne anche lui già noto alle forze dell’ordine. L’uomo è stato freddato in via Mazzini: raggiunto da alcuni colpi d’arma da fuoco in diverse parti del corpo, è deceduto una volta arrivato in ospedale. Sul luogo dell’agguato sono giunti i carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello Di Cisterna impegnati nel ricostruire l’esatta dinamica dell’omicidio. L’omicidio di Castrese viene ricondotta ad ambienti della malavita, con l’inchiesta in mano alla pm Maria Sepe della Dda di Napoli. Dagli accertamenti è emerso che Palumbo è il nonno di Aurelio Taglialatela, condannato a 17 anni e 4 mesi per l’omicidio volontario, avvenuto il 15 settembre 2024 del 20enne Corrado Finale, morto dopo essere stato investito volontariamente in scooter a seguito di una lite. L'articolo Camorra, due agguati in strada in poche ore: killer in azione a Marano e Arzano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mafie
Uccise il figlio per difendere la moglie: inflitti 11 anni. L’avvocato: “La condanna non è il carcere”
La Corte d’Assise di Novara ha condannato a undici anni di reclusione Edoardo Borghini, il 64enne che il 19 gennaio 2025 uccise a fucilate il figlio Nicolò, 34 anni, al termine di una violenta lite avvenuta nell’abitazione di famiglia a Ornavasso, nel Verbano-Cusio-Ossola. I giudici gli hanno riconosciuto l’attenuante della provocazione, riducendo così la pena rispetto ai 22 anni di carcere richiesti dalla Procura. Secondo quanto ricostruito durante il processo, quella domenica sera Nicolò Borghini era rientrato a casa in stato di ebbrezza dopo aver trascorso il pomeriggio in alcuni bar della zona. Gli esami tossicologici eseguiti sul corpo della vittima hanno accertato un tasso alcolemico di circa 2,5 grammi per litro. Una volta arrivato nell’abitazione, il giovane avrebbe reagito con violenza dopo aver trovato chiuso il portone del garage. La situazione degenerò rapidamente: Nicolò si scagliò contro i genitori e in particolare contro la madre, afferrandola per il collo, sbattendole la testa contro il muro e mordendole un braccio. Secondo quanto emerso in aula, tentò anche di aggredire il padre. A quel punto Edoardo Borghini imbracciò il fucile da caccia che deteneva regolarmente e sparò due colpi nel corridoio di casa, da distanza ravvicinata. Il figlio morì sul colpo. Subito dopo il 64enne si consegnò ai carabinieri. Nel corso delle udienze l’imputato ha spiegato di aver agito per fermare la furia del figlio e proteggere la moglie. “Era fuori di sé, forsennato. Ho pensato che dovevo fermarlo io”, aveva dichiarato davanti alla Corte. Durante il processo sono emersi anche precedenti episodi di aggressività del 34enne nei confronti dei genitori e richieste di denaro rivolte alla famiglia, circostanze confermate da alcuni parenti ascoltati come testimoni. La moglie dell’imputato, che ha scelto di non costituirsi parte civile, ha invece ridimensionato il quadro di violenza del figlio ed è uscita dall’aula prima della lettura della sentenza. La Corte d’Assise, presieduta dal giudice Gianfranco Pezone con a latere Giovanni Celani e sei giudici popolari, ha inoltre disposto la confisca del fucile e delle cartucce utilizzate da Borghini e la distruzione degli abiti della vittima. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro quindici giorni. L’uomo resta ai domiciliari presso un parente, misura in cui si trova dopo i quattro giorni trascorsi in carcere subito dopo il delitto. La difesa ha già annunciato ricorso in appello. “Sono convinto che ci siano gli spazi per riformare questa sentenza in meglio”, ha dichiarato l’avvocato Gabriele Pipicelli. “Il mio assistito è stato ammesso anche alla giustizia riparativa e questo percorso potrà essere valorizzato nel giudizio davanti alla Corte d’Assise d’appello di Torino”. Per il legale, tuttavia, la vera condanna resta quella personale: “Per Borghini la condanna non è il carcere, è aver ucciso il proprio figlio”. L'articolo Uccise il figlio per difendere la moglie: inflitti 11 anni. L’avvocato: “La condanna non è il carcere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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