È nato il primo polmone umano su chip che respira utilizzando cellule
geneticamente identiche, derivate dalle cellule staminali di una sola persona.
Non si tratta solo di un prodigio dell’ingegneria, ma di una vera e propria
“controfigura” biologica che promette di mandare in pensione i vecchi metodi di
sperimentazione. A realizzare l’innovativo modello di polmone è stato un gruppo
di ricercatori del Francis Crick Institute e di AlveoliX, in uno studio
pubblicato sulla rivista Science Advances. Il nuovo chip simula i movimenti
respiratori e le patologie polmonari, consentendo così di testare trattamenti
per infezioni come la tubercolosi e nuove terapie personalizzate.
Il dispositivo è a tutti gli effetti un capolavoro di microfluidica, la scienza
che studia e manipola fluidi in canali di dimensioni micrometriche. All’interno
di una struttura in polimero flessibile, i ricercatori sono riusciti a ricreare
l’ambiente frenetico dei nostri polmoni. C’è tutto: il passaggio dell’aria, il
flusso sanguigno e, soprattutto, il movimento meccanico. Questo chip, infatti,
“respira”: si contrae e si espande proprio come fanno i nostri alveoli quando
inaliamo ossigeno. Ma non è solo questo movimento a rendere il nuovo modello di
polmone umano una vera innovazione. Grande merito va anche ai “materiali” con
cui è stato creato.
Fino ad oggi, i modelli di organi su chip erano una sorta di “Frankenstein”
cellulare, composti da tessuti provenienti da donatori diversi. Questo creava un
rumore di fondo genetico: era difficile capire se una reazione fosse dovuta al
farmaco o alle differenze biologiche tra le cellule. La svolta del nuovo modello
consiste nell’aver utilizzato cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC)
provenienti dallo stesso individuo per generare sia le cellule dell’epitelio
polmonare, quelle che “toccano” l’aria, sia quelle dell’endotelio vascolare,
cioè quelle che “toccano” il sangue.
Queste cellule epiteliali ed endoteliali sono state coltivate separatamente
sulla parte superiore e inferiore di una membrana molto sottile, all’interno di
un dispositivo prodotto dall’azienda biotecnologica AlveoliX, per ricreare una
barriera alveolare. Per simulare ulteriormente il polmone umano, AlveoliX ha
progettato macchinari specializzati in grado di imporre forze di stiramento
ritmiche tridimensionali sulla barriera alveolare ricreata, imitando il
movimento respiratorio. Questo stimola la formazione di microvilli, una
caratteristica fondamentale delle cellule epiteliali alveolari, aumentando la
superficie utile alle funzioni polmonari.
Successivamente, gli scienziati hanno aggiunto al chip cellule immunitarie
chiamate macrofagi, anch’esse prodotte dalle cellule staminali dello stesso
donatore, prima di introdurre i batteri della tubercolosi per simulare le fasi
iniziali della malattia. Nei chip infettati, il team ha rilevato grandi cluster
di macrofagi contenenti nuclei necrotici: un gruppo di macrofagi morti al
centro, circondati da macrofagi vivi. Infine, cinque giorni dopo l’infezione, le
barriere cellulari endoteliali ed epiteliali sono collassate, dimostrando che la
funzionalità degli alveoli era compromessa.
Alla fine, i ricercatori hanno creato un sistema perfettamente armonizzato, in
cui ogni parte parla la stessa lingua genetica. È il “sosia” perfetto del
paziente, racchiuso in una minuscola tecnologia.
“Data la crescente necessità di tecnologie non animali, gli approcci
organo-su-chip stanno diventando sempre più importanti per ricreare i sistemi
umani, evitando differenze nell’anatomia polmonare, nella composizione delle
cellule immunitarie e nello sviluppo delle malattie tra animali ed esseri
umani”, spiega Max Gutierrez, responsabile del Laboratorio sulle interazioni
ospite-patogeno nella tubercolosi presso il Crick e autore senior dello studio.
“Composti da cellule geneticamente identiche, i chip potrebbero essere costruiti
a partire da cellule staminali di persone con particolari mutazioni genetiche.
Questo – continua – ci permetterebbe di comprendere l’impatto di infezioni come
la tubercolosi su un individuo e di testare l’efficacia di trattamenti come gli
antibiotici”.
Le implicazioni sono enormi. La precisione di questo chip è tale da offrire
risposte molto più affidabili di quelle ottenute da un organismo non umano, come
ad esempio quello di un topo. È il traguardo che la comunità scientifica insegue
da decenni: un’alternativa etica e scientificamente superiore alla
sperimentazione animale. In futuro, un medico potrebbe prelevare poche cellule
dalla pelle, trasformarle in un polmone su chip e testare dieci diversi farmaci
per curare malattie come l’asma o un’infezione grave. Inoltre, durante una
pandemia, il chip permetterebbe di osservare in tempo reale come un virus
attacca le cellule umane e come il sistema immunitario risponde, accelerando la
creazione di vaccini e antivirali.
I risultati sulla tubercolosi sono stati promettenti. “La tubercolosi è una
malattia a lenta evoluzione, con mesi tra l’infezione e lo sviluppo dei sintomi,
quindi c’è una crescente necessità di capire cosa accade nelle fasi iniziali,
invisibili”, spiega Jakson Luk, primo autore dello studio. “Siamo riusciti a
imitare con successo questi eventi iniziali nella progressione della
tubercolosi, fornendo un quadro olistico di come le diverse cellule polmonari
rispondono alle infezioni. Siamo entusiasti che il nuovo modello possa essere
applicato a una vasta gamma di ricerche, come altre infezioni respiratorie o il
cancro ai polmoni, e ora stiamo valutando di perfezionare il chip incorporando
altri importanti tipi di cellule”.
Valentina Arcovio
Lo studio
L'articolo “Alternativa etica e scientificamente superiore alla sperimentazione
animale”, creato il primo polmone umano su chip proviene da Il Fatto Quotidiano.