Dalle bottiglie di plastica che stanno avvelenando il nostro pianeta è possibile
ottenere un farmaco utile per il trattamento del Parkinson, una malattia
neurodegenerativa che colpisce circa 10 milioni di persone nel mondo. A riuscire
nell’impresa è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo, che
ha utilizzato batteri geneticamente modificati per trasformare i rifiuti di
plastica in L-DOPA, il principale medicinale impiegato per combattere il
Parkinson.
Gli studiosi sono dunque riusciti a prendere due piccioni con una fava,
dimostrando che è possibile liberare il nostro pianeta dalla plastica di scarto
e, allo stesso tempo, produrre un farmaco salvavita. Stando a quanto riportato
sulla rivista Nature Sustainability, sarebbe la prima volta che un processo
biologico naturale viene modificato per trasformare i rifiuti di plastica in una
terapia per una malattia neurologica.
Nel dettaglio, gli scienziati hanno modificato geneticamente i batteri E. coli
per trasformare un tipo di plastica ampiamente utilizzato negli imballaggi per
alimenti e bevande, il polietilene tereftalato (PET), in L-DOPA. Il processo
prevede innanzitutto la scomposizione dei rifiuti di PET – di cui vengono
prodotte circa 50 milioni di tonnellate all’anno – nei componenti chimici di
base, tra cui l’acido tereftalico. Le molecole di acido tereftalico vengono poi
trasformate in L-DOPA da batteri geneticamente modificati attraverso una serie
di reazioni biologiche.
Secondo il team, l’utilizzo di questa nuova tecnica per produrre L-DOPA è più
sostenibile rispetto ai metodi tradizionali di produzione farmaceutica, che si
basano sull’impiego di combustibili fossili, risorse limitate oltre che
altamente inquinanti. I ricercatori sottolineano inoltre l’urgenza di trovare
nuovi metodi per riciclare il PET, una plastica resistente e leggera derivata da
materiali non rinnovabili come petrolio e gas. Gli attuali processi di
riciclaggio, infatti, non sono del tutto efficienti e contribuiscono ancora
all’inquinamento da plastica in tutto il mondo.
Secondo gli scienziati, questa innovazione offre un modo sostenibile per
riutilizzare il prezioso carbonio contenuto nei rifiuti di plastica, che
altrimenti andrebbe perso in discarica o incenerito, finendo per essere emesso
nell’ambiente come inquinante. Questo potrebbe aprire la strada alla crescita di
un’industria del bio-riciclo per la produzione non solo di farmaci, ma anche di
una vasta gamma di prodotti, tra cui aromi, fragranze, cosmetici e sostanze
chimiche industriali.
Dopo aver dimostrato di poter produrre la L-DOPA, il team di ricerca si
concentrerà ora sul perfezionamento della tecnologia per renderla applicabile su
scala industriale. Per questo sarà necessario ottimizzare il processo,
migliorarne la scalabilità e valutarne ulteriormente le prestazioni ambientali
ed economiche.
“Siamo solo all’inizio”, dichiara Stephen Wallace, scienziato della Facoltà di
Scienze biologiche dell’Università di Edimburgo, che ha guidato lo studio. “Se
siamo in grado di creare farmaci per malattie neurologiche a partire da una
bottiglia di plastica di scarto, è entusiasmante immaginare cos’altro questa
tecnologia potrebbe realizzare. I rifiuti di plastica – continua – sono spesso
considerati un problema ambientale, ma rappresentano anche una vasta fonte di
carbonio ancora inutilizzata. Attraverso l’ingegneria biologica, trasformando la
plastica in un farmaco essenziale, dimostriamo come i materiali di scarto
possano essere reinventati come risorse preziose a supporto della salute umana”.
Lo studio
Valentina Arcovio
L'articolo “Dalla plastica un farmaco contro il Parkinson”, lo studio su Nature
dei ricercatori dell’Università di Edimburgo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per oltre un secolo, la storia dell’umanità occidentale è stata una marcia
trionfale verso la longevità. Ogni generazione ha vissuto più della precedente,
grazie a vaccini, igiene e antibiotici. Ma oggi, negli Stati Uniti, quella
marcia sembra essersi trasformata in un brusco testacoda. Un nuovo studio
pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences),
condotto dai ricercatori della University of Texas Medical Branch (UTMB), lancia
un allarme che non riguarda solo le statistiche, ma il futuro biologico di
un’intera nazione: l’aspettativa di vita americana era in crisi molto prima che
il Covid-19 apparisse sulla scena e continua a dover affrontare minacce
derivanti dalla diffusione delle malattie croniche e dai tumori emergenti.
Lo studio, finanziato dal National Institute on Aging (NIA) del National
Institutes of Health, ha esaminato il motivo per cui l’aspettativa di vita, in
costante aumento da oltre un secolo, si è fermata intorno al 2010, sfidando le
aspettative di un miglioramento costante osservate nella maggior parte dei Paesi
ad alto reddito. I ricercatori hanno analizzato i tassi di mortalità per età,
sia per coorti di nascita che per periodi di tempo, creando uno dei quadri più
completi ad oggi sull’andamento della mortalità negli Stati Uniti. I loro
risultati dimostrano che la stagnazione dell’aspettativa di vita non è il
risultato di una singola causa, bensì di una complessa convergenza di fattori
quali l’aumento delle malattie croniche, l’evoluzione dei rischi comportamentali
e l’aumento di alcuni tipi di cancro tra i giovani adulti. “Volevamo capire
perché, in un periodo di grandi progressi nell’assistenza medica, gli americani
non vedevano più miglioramenti nella longevità”, afferma Neil Mehta, demografo,
epidemiologo e membro della facoltà dell’UTMB, nonché autore principale dello
studio.
Lo studio identifica le malattie cardiovascolari come uno dei principali fattori
che contribuiscono alla stagnazione dell’aspettativa di vita del Paese,
nonostante i notevoli progressi nel trattamento e nella prevenzione degli ultimi
decenni. I ricercatori sottolineano inoltre l’aumento emergente dei tumori,
incluso il cancro del colon-retto in specifiche coorti di nascita, come segnali
d’allarme che le generazioni più giovani potrebbero dover affrontare un
peggioramento delle condizioni di salute negli anni a venire. “Questo è un
invito all’azione”, sottolinea Mehta. “Stiamo salvando più vite grazie a una
medicina migliore, ma sempre più persone si ammalano, e questa disconnessione
sta alimentando queste tendenze preoccupanti”, aggiunge.
“Questa stagnazione dell’aspettativa di vita non è attribuibile a una singola
coorte di nascita, né a una singola fascia d’età”, continua Mehta. “In realtà
riguarda l’intero ciclo di vita, il che è molto preoccupante”, aggiunge. Mehta
ha affermato che le coorti nate dopo il 1970 presentavano risultati
particolarmente negativi, soprattutto in relazione alla mortalità per cancro e
ad alcune patologie cardiache. “Non avevano affatto un bell’aspetto, il che
suggerisce che, invecchiando, contribuiranno negativamente alla crescita
dell’aspettativa di vita”, afferma Mehta.
Anche Leah Abrams, professore associato di salute pubblica presso la Tufts
University e prima autrice dello studio, ha richiamato l’attenzione su queste
coorti di nascita. “Notiamo tendenze preoccupanti per i nati tra il 1970 e il
1985 circa, ovvero la generazione X avanzata e i Millennial più anziani”,
sottolinea Abrams. “Queste coorti presentano un andamento peggiore rispetto alle
precedenti per quanto riguarda la mortalità per tutte le cause, i decessi per
malattie cardiovascolari e tumori, in particolare il cancro al colon, e le cause
esterne”, aggiunge.
Questi risultati potrebbero sembrare in contrasto con le recenti buone notizie
sul ritorno dell’aspettativa di vita ai livelli precedenti al Covid-19. Ma Mehta
e il suo team di ricerca si sono concentrati sui dati raccolti prima della
pandemia. “Tutti i fattori comportamentali e sociali – tutto ciò che è radicato
nei nostri corpi e nella nostra popolazione – sono ancora qui con noi”,
evidenzia Mehta. “Ecco perché era davvero importante analizzare la situazione
prima del Covid, ed è ciò che abbiamo fatto in questo articolo. Sebbene
l’aspettativa di vita fosse stagnante, la mortalità per cancro – continua – era
in miglioramento, finché non siamo arrivati ad alcune fasce d’età più giovani,
dove abbiamo improvvisamente assistito a un aumento della mortalità per alcuni
tipi di cancro, soprattutto tra i nati dopo il 1970. Ma anche nella coorte degli
anni ’50 e ’60, abbiamo iniziato a osservare questo tipo di aumento per alcuni
tipi di cancro, tra cui il cancro del colon”.
Lo studio non ha cercato specificamente le cause di questi cambiamenti. “Abbiamo
esaminato le malattie cardiache e alcuni tipi di cancro”, specifica Mehta.
“Abbiamo esaminato cause esterne come overdose di droga e omicidio. Molte di
queste cause mostravano un andamento negativo. Abbiamo concluso che negli Stati
Uniti ci sono sfide molto serie da affrontare nel futuro”, conclude.
Valentina Arcovio
L'articolo Generazione X e Millennials vivranno meno? Lo studio che preoccupa
sulla nuova longevità negli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cell apre prospettive terapeutiche per
la Sindrome di Leigh, una grave malattia genetica pediatrica finora priva di
cure efficaci. La ricerca è stata coordinata da Alessandro Prigione
dell’Università di Düsseldorf e ha coinvolto ricercatori italiani
dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto Neurologico Carlo Besta e
dell’Università di Verona, tra cui Dario Brunetti ed Emanuela Bottani. Il lavoro
è stato sviluppato nell’ambito del consorzio europeo CureMILS, finanziato dal
programma European Joint Programme on Rare Diseases con circa 2,4 milioni di
euro, coinvolgendo numerosi centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti.
UNA MALATTIA RARA E DEVASTANTE
La sindrome di Leigh è una patologia genetica progressiva che colpisce il
sistema nervoso centrale e compromette la produzione di energia nelle cellule a
causa di difetti nei mitocondri. I sintomi compaiono spesso nei primi anni di
vita e includono ritardo nello sviluppo psicomotorio, debolezza muscolare, crisi
metaboliche e difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi la malattia
progredisce rapidamente e può portare alla morte nei primi anni di vita. Fino ad
oggi non esistevano terapie capaci di modificarne il decorso.
DALLE CELLULE DEI PAZIENTI ALLA SCOPERTA DI UN POSSIBILE TRATTAMENTO
Lo studio ha utilizzato un approccio di medicina traslazionale. I ricercatori
hanno ottenuto cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) a partire da
cellule cutanee dei pazienti e le hanno trasformate in cellule nervose affette
dalla malattia, ricreando così il modello della patologia in laboratorio. Su
queste cellule è stato effettuato uno screening ad alta capacità di oltre 5.600
farmaci già esistenti, con l’obiettivo di individuare molecole riutilizzabili.
Tra i candidati più promettenti sono emersi gli inibitori della fosfodiesterasi
di tipo 5, in particolare il Sildenafil, noto commercialmente come Viagra, viene
quindi già utilizzato in ambito clinico per altre indicazioni. Il farmaco ha
dimostrato di migliorare il metabolismo energetico e la funzione delle cellule
affette dalla malattia, correggendo difetti della funzione mitocondriale e
ripristinando programmi di sviluppo del sistema nervoso nei modelli cellulari e
negli organoidi cerebrali.
DALLA SPERIMENTAZIONE AI PRIMI PAZIENTI
I risultati sono stati successivamente confermati in modelli animali, inclusi
modelli murini e suini sviluppati con il contributo dell’azienda biotech
Avantea. Nei modelli sperimentali il trattamento ha migliorato i segni della
malattia e prolungato significativamente la sopravvivenza. Sulla base di questi
dati, il farmaco è stato somministrato anche a un piccolo gruppo di pazienti con
sindrome di Leigh nell’ambito di un uso compassionevole. Nei pazienti trattati è
stata osservata una buona tollerabilità del farmaco e segnali preliminari di
beneficio clinico, tra cui miglioramenti delle funzioni motorie e una maggiore
resistenza alle crisi metaboliche.
VERSO I TRIAL CLINICI
Secondo i ricercatori, lo studio rappresenta la prima evidenza concreta di un
potenziale trattamento per la sindrome di Leigh e dimostra come l’integrazione
tra modelli cellulari umani, modelli animali avanzati e osservazioni cliniche
possa accelerare lo sviluppo di terapie per malattie rare. L’Agenzia Europea per
i Medicinali ha già riconosciuto al sildenafil la Orphan Drug Designation per
questa patologia, un passo che facilita lo sviluppo clinico di nuovi trattamenti
per malattie rare. Sono ora in corso studi clinici per valutarne sicurezza ed
efficacia su un numero più ampio di pazienti. La ricerca è stata sostenuta da
diversi enti e fondazioni, tra cui Fondazione Telethon, Fondazione Regionale per
la Ricerca Biomedica, Fondazione Mariani e dall’associazione di pazienti
Mitocon.
Lo studio
L'articolo Sindrome di Leigh, dalla medicina traslazionale una possibile
terapia. Lo studio su Cell: tra i candidati la molecola del Viagra proviene da
Il Fatto Quotidiano.
I fondatori della società biotecnologica tedesca BioNTech, Özlem Türeci e Ugur
Sahin, i disegnatori del vaccino anti Covid di Pfizer, lasceranno la guida
operativa dell’azienda entro la fine dell’anno per avviare una nuova iniziativa
imprenditoriale dedicata allo sviluppo di tecnologie di nuova generazione basate
sull’mRNA, l’Rna messaggero la cui scoperta è stata premiata con il Nobel per la
Medicina nel 2023. L’annuncio è stato diffuso dalla stessa BioNTech, gruppo con
sede a Magonza i n Germania, che ha spiegato come il progetto imprenditoriale
dei due scienziati sarà incentrato su nuove applicazioni della piattaforma a RNA
messaggero, la tecnologia diventata celebre a livello globale durante la
pandemia.
Il nome della nuova società non è stato ancora definito. Nel frattempo il
consiglio di sorveglianza di BioNTech ha già avviato la ricerca dei successori
che prenderanno il posto di Türeci e Sahin alla guida dell’azienda. La
tecnologia mRNA al centro del nuovo progetto Secondo quanto comunicato dal
gruppo, BioNTech parteciperà alla nuova impresa con una quota di minoranza e
metterà a disposizione diritti e tecnologie legate alla propria piattaforma
mRNA. L’RNA messaggero è una molecola biologica che trasporta istruzioni
genetiche alle cellule dell’organismo, consentendo la produzione di specifiche
proteine. Nel campo medico questa tecnologia può essere utilizzata per
“istruire” il sistema immunitario a riconoscere e combattere agenti patogeni o
cellule tumorali. Proprio su questo principio si basa il vaccino anti-Covid
sviluppato durante la pandemia, che ha reso i due ricercatori figure centrali
nel panorama scientifico internazionale.
LA TERZA IMPRESA IMPRENDITORIALE
Per Türeci e Sahin si tratta della terza esperienza imprenditoriale nel settore
delle biotecnologie. Nel 2001 avevano fondato Ganymed Pharmaceuticals, una
società specializzata nello sviluppo di terapie oncologiche. L’azienda è stata
successivamente acquisita dal gruppo farmaceutico giapponese Astellas Pharma.
Nel 2008 i due scienziati hanno poi creato BioNTech, inizialmente come start-up
dedicata alla ricerca su immunoterapia e medicina personalizzata. Negli anni
l’azienda è cresciuta fino a diventare una realtà biofarmaceutica globale,
raggiungendo la massima notorietà durante la pandemia quando, in collaborazione
con Pfizer, riuscì a sviluppare e portare sul mercato in meno di un anno uno dei
primi vaccini a mRNA contro il coronavirus.
LA PIPELINE ONCOLOGICA DI BIONTECH
La decisione di avviare una nuova impresa arriva in una fase in cui BioNTech sta
ampliando in modo significativo il proprio portafoglio di ricerca, in
particolare nel campo dell’oncologia. Attualmente l’azienda è impegnata nello
sviluppo di oltre venti farmaci antitumorali. Entro la fine dell’anno sono
previste quindici sperimentazioni cliniche in fase avanzata. Tra i progetti più
promettenti figura l’anticorpo bispecifico Pumitamig, candidato terapeutico che
potrebbe essere impiegato nel trattamento di alcune forme di tumore al seno e ai
polmoni. Un’altra linea di ricerca riguarda lo sviluppo di un coniugato
anticorpo-farmaco destinato alla cura del tumore dell’utero.
IL PASSAGGIO DI TESTIMONE
Commentando la decisione, Sahin ha sottolineato il percorso compiuto
dall’azienda negli ultimi anni. “Negli ultimi 18 anni abbiamo trasformato
BioNTech da start-up a società biofarmaceutica globale con una pipeline ampia e
diversificata”, ha dichiarato. Secondo il ricercatore, il momento attuale
rappresenta quello “giusto per preparare il passaggio di testimone” e aprire una
nuova fase di innovazione scientifica. Nonostante l’uscita dalla guida
operativa, Türeci e Sahin continueranno comunque a collaborare con BioNTech,
mantenendo un rapporto scientifico e strategico con l’azienda. Il presidente del
consiglio di sorveglianza di BioNTech, Helmut Jeggle, ha evidenziato che la
nascita della nuova società potrebbe creare opportunità per entrambe le realtà.
Secondo Jeggle, il progetto potrebbe generare valore sia per BioNTech sia per la
nuova impresa, aprendo prospettive di cooperazione soprattutto nello sviluppo di
terapie combinate e nell’utilizzo avanzato della tecnologia mRNA. L’iniziativa
rappresenta quindi non solo un nuovo capitolo nella carriera dei due scienziati,
ma anche un ulteriore passo nell’evoluzione delle applicazioni mediche dell’RNA
messaggero, una delle piattaforme biotecnologiche più promettenti della medicina
contemporanea. L’anno scorso c’è stato un vero e proprio boom e prime terapie.
L'articolo I fondatori di BioNTech che “disegnarono” il vaccino anti Covid
lanciano una nuova biotech basata sull’mRNA proviene da Il Fatto Quotidiano.
La ricerca italiana perde un finanziamento internazionale da 8,7 milioni di
euro. Nel modo più beffardo possibile. Parliamo della cifra del grant assegnato
dalla John Templeton Foundation a un progetto guidato dal medico e biologo
molecolare Giuseppe Testa, professore ordinario all’Università Statale di Milano
e Direttore del Centro di Neurogenomica di Human Technopole, il grande hub
pubblico per le scienze della vita creato dal governo nell’area MIND di Milano.
Il finanziamento, uno dei più consistenti mai concessi dalla fondazione
nell’ambito delle scienze della vita, è decaduto dopo mesi di stallo
amministrativo legato al contenzioso tra l’ateneo milanese e l’istituto di
ricerca dell’area Expo, a sua volta finanziato e vigilato dal ministero
dell’Università. Alla ministra erano state rivolte lo scorso dicembre
interrogazioni parlamentari urgenti, sia alla Camera che al Senato, per
promuovere un tempestivo confronto tra gli enti coinvolti al fine di evitare la
perdita del finanziamento. Fin da luglio infatti la John Templeton Foundation
aveva inviato all’Università di Milano il contratto per attivare il
finanziamento e cominciare il progetto entro il 1 dicembre 2025. A quelle
interrogazioni non è mai stata data risposta.
Il progetto internazionale, di cui Unimi era capofila, coinvolgeva, oltre a
Human Technopole, nove tra le università e gli istituti di ricerca più
prestigiosi tra USA, Europa e Giappone. Come tutti gli altri partner, anche
Human Technopole, all’atto della presentazione del progetto, si era impegnato a
garantirne l’esecuzione per la sua intera durata (5 anni) mettendo a
disposizione i relativi laboratori e infrastrutture.
Dopo che da luglio ripetuti solleciti della John Templeton Foundation
all’Università di Milano erano rimasti senza riscontro, solo lo scorso autunno
l’Università palesa di non voler procedere alla firma perchè nel frattempo Human
Technopole aveva effettuato il recesso dalla convenzione che legava i due enti
dal 2019. La convenzione era stata stipulata a seguito della vincita, da parte
del professor Testa, del concorso internazionale per Direttore del Centro di
Ricerca sulla Neurogenomica. Aveva una durata di 10 anni e la possibilità di
essere tacitamente rinnovata, come avviene routinariamente con le decine di
convenzioni che legano all’Università di Milano gli ospedali e gli istituti di
ricerca di Milano e della Lombardia. La stessa convenzione obbliga entrambe le
parti, in caso di recesso, a negoziare in buona fede il suo prosieguo.
Grazie a queste convenzioni, è infatti la norma che professori universitari
dirigano centri o istituti di ricerca mantenendo il loro ruolo accademico, il
modello che regge gran parte del sistema scientifico internazionale e italiano.
Ciò nonostante, l’Università di Milano non solo ha continuato a negare la firma
del contratto a causa del recesso di Human Technopole, ma non ha neanche
ricercato soluzioni alternative. Addirittura, non ha neanche reso disponibili i
propri laboratori al professor Testa, malgrado il questi sia un professore
ordinario dell’Università, più volte vincitore di prestigiosi bandi dello
European Research Council e annoverato tra gli scienziati italiani di maggiore
successo, anche per la capacità di attrarre finanziamenti altamente competitivi
a livello internazionale. Una condotta in palese contrasto con lo stesso statuto
dell’Università, che impegna l’Ateneo a garantire ai propri docenti l’accesso
agli spazi e alle infrastrutture necessari allo svolgimento delle attività di
ricerca.
E così, dopo mesi di ulteriori dilazioni è arrivato il colpo più pesante: il
grant da 8,7 milioni, ottenuto nel 2025 con il consenso formale sia di Human
Technopole sia dell’Università Statale, non è mai stato attivato e senza la
firma definitiva degli accordi amministrativi, il finanziamento è decaduto.
L’Università perde così non solo la leadership di un progetto internazionale di
assoluta avanguardia, incentrato sull’impatto dell’inquinamento chimico sulla
salute delle generazioni future — un tema di primaria rilevanza, anche alla luce
delle urgenti sfide ecologiche del nostro tempo. Ma anche i cospicui fondi (2,4
milioni di euro solo tra Università e Human Technopole, ossia la quota
direttamente destinata ai due enti nell’ambito degli 8.7 Milioni di cui era
comunque assegnataria in toto l’Università di Milano in quanto ente capofila del
progetto).
Il risultato è un caso emblematico per il sistema della ricerca italiana: un
grande progetto scientifico internazionale svanito per una disputa
istituzionale. Al disastro reputazionale, che inevitabilmente si riflette
sull’intero Paese, si aggiunge lo spreco degli anni di lavoro impiegati a
concepire e sviluppare il progetto, con decine di ricercatori coinvolti nel
mondo, inclusi giovani talenti, che vedono ora dissolversi le prospettive di
occupazione e di carriera che questo progetto avrebbe garantito.
L'articolo Human Technopole, per una disputa con la Statale di Milano persi 8,7
milioni di euro destinati alla ricerca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un oligonucleotide antisenso, definito come “cerotto genetico”, ha mostrato
risultati promettenti nel trattamento della sindrome di Dravet, una forma rara e
grave di epilessia congenita con poche opzioni terapeutiche. I dati provengono
da studi clinici di fase 1/2a condotti presso l’Ann & Robert H. Lurie Children’s
Hospital di Chicago e pubblicati sul prestigiosissima rivista New England
Journal of Medicine. La sindrome di Dravet, che colpisce bambini tra i 2 e i 18
anni, è caratterizzata da convulsioni, deficit cognitivi, disturbi della
comunicazione e del comportamento, disfunzioni motorie, ritardi della crescita e
tratti autistici. La malattia è legata a mutazioni nel gene Scn1a, che porta
alla produzione solo parziale della proteina del canale del sodio essenziale per
la funzione neuronale.
Il farmaco sperimentale, zorevunersen, viene somministrato tramite puntura
lombare e funziona bloccando una sequenza genetica chiamata “esone velenoso”,
che normalmente riduce la quantità di proteina Scn1a sana prodotta. In questo
modo, zorevunersen aumenta la sintesi della proteina funzionale, compensando il
difetto genetico. I due studi multicentrici, condotti negli Stati Uniti e nel
Regno Unito, hanno coinvolto 81 pazienti. Coloro che hanno ricevuto due o tre
dosi di zorevunersen hanno mostrato una riduzione delle crisi motorie di quasi
l’85% a tre mesi e del 73% a sei mesi dalla somministrazione. Oltre alla
riduzione delle crisi, i pazienti hanno mostrato miglioramenti significativi in
linguaggio, comportamento e qualità della vita, senza evidenti problemi di
sicurezza o tollerabilità.
Un ragazzo di 12 anni partecipante alla sperimentazione, ha sperimentato un
miglioramento notevole: “La sua qualità di vita è migliorata tanto che ora può
svolgere più attività con i coetanei”, ha riferito la madre. Attualmente è in
corso uno studio di fase 3 in doppio cieco, controllato con placebo, che mira a
confermare i risultati preliminari e a valutare l’efficacia a lungo termine di
zorevunersen nella popolazione pediatrica affetta da sindrome di Dravet.
L'articolo Un “cerotto genetico” contro la Sindrome di Dravet, così un farmaco
ha ridotto i sintomi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo spazzatura spaziale, ma anche un potenziale inquinamento dell’aria. Una
quantità di litio negli strati alti dell’atmosfera dieci volte maggiori rispetto
alla norma è stata prodotta, a febbraio 2025, con il rientro di una delle
sezioni di un razzo Falcon 9. Lo indica la ricerca pubblicata sulla rivista
Communications Earth&Environment e guidata da Robin Wing, dell’Istituto tedesco
Leibniz di Fisica Atmosferica. Non ci conoscono però allo stato i possibili
effetti.
Negli anni più recenti il numero di razzi lanciati è aumentato rapidamente, con
la sola SpaceX di Elon Musk che nel 2025 ha eseguito oltre 165 lanci, più di
quanti ce ne siano stati complessivamente ogni anno a partire dal 2000. Mentre
finora si è discusso sui rischi derivanti dalla caduta di possibili detriti
spaziali, “si è prestata poca attenzione alle conseguenze ambientali per
l’atmosfera terrestre”, sottolineano i ricercatori. I pericoli sono dovuti
soprattutto al rilascio di gas e polveri nella fascia dell’atmosfera compresa
tra 100 e 150 chilometri di altezza, molto rarefatta e dunque anche più
sensibile ai cambiamenti.
Una misura di questo inquinamento è arrivata dai dati raccolti il 19 febbraio
2025 sopra la Germania, quando alla quota di 100 chilometri si è registrato in
pochi minuti un picco di litio dieci volte superiore alla media. In condizioni
normali il litio infatti è quasi completamente assente a quelle quote. È stata
la prima osservazione diretta, ottenuta in modo fortuito, di questo tipo di
inquinamento, ancora difficile da mappare e osservare.
Si ritiene che il fenomeno sia destinato a crescere a causa dell’aumento
previsto dei satelliti in orbita, considerando che la sola costellazione dei
satelliti Starlink di SpaceX per le connessioni internet potrebbe crescere di
altre 30mila unità in pochi anni, e che potrebbe portare a effetti cumulativi,
con implicazioni per la composizione atmosferica a lungo termine e il clima
ancora non note
L'articolo “Picco di litio nell’alta atmosfera dopo un lancio SpaceX”, lo studio
tedesco sul rientro del Falcon 9 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tre giorni. A tanto ammonta il congedo per lutto per i genitori che hanno perso
un figlio. Un dato, ma anche un’immagine, che da solo spiega quanto ancora le
leggi siano lontane dall’aiutare le famiglie che hanno un figlio con una
patologia oncologica. Famiglie che, come spiega il presidente di FAVO
(Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), prof.
Francesco De Lorenzo, “corrono soprattutto il pericolo concreto di diventare
povere: per un percorso di cura lungo 12 mesi, si stima che i costi indiretti e
non sanitari possano raggiungere complessivamente €34.972, un peso economico che
rischia di spingere le famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta”.
Nella Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, oggi 15 febbraio, è bene
però raccontare anzitutto le tante buone notizie, messe nero su bianco proprio
nel “Primo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici in età
pediatrica e adolescenziale”, redatto da FAVO e dalle Associazioni afferenti al
suo Gruppo di lavoro Onco-ematologia pediatrica, in collaborazione con AIEOP
(Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica), FIAGOP (Federazione
Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica) e
Federazione Cure Palliative. Il tasso di guarigione dei tumori pediatrici,
infatti, oggi è superiore all’80% – con esclusione delle neoplasie ad Alta
Letalità, come i gliomi ad alto grado e i sarcomi refrattari – e oltre 50.000
guariti beneficiano oggi della legge sull’oblio oncologico, “una legge che è
partita proprio da Favo e che oggi è pienamente operativa”, spiega De Lorenzo.
Le diagnosi sono per fortuna poche, 2.500 all’anno (400.000 a livello globale) e
gli alti tassi di guarigione sono attribuibili anche all’organizzazione in rete,
attraverso i 49 centri dell’AIEOP e attraverso le Reti Oncologiche Regionali
(ROR).
DIAGNOSI ONCOLOGICA COME “MOLTIPLICATORE DI FRAGILITÀ FAMILIARE”
Finite le buone notizie, si passa però alle criticità. Che sono moltissime e
indicate con completezza e puntualità nel Rapporto. La problematica più grande
resta senz’altro quella della disomogeneità assistenziale, espressa da un dato:
ci sono differenze fino a dieci punti nella percentuale di sopravvivenza a 5
anni tra le varie regioni del Paese. Legato a questo tema c’è quello, enorme,
della migrazione sanitaria: basti pensare che il 75% dei pazienti viene trattato
in soli 10 centri, “situati a Roma, Firenze, Milano e Torino”, nota sempre De
Lorenzo. In alcune regioni del Sud, soprattutto in quelle più piccole, la
percentuale di pazienti costretti a migrare per curarsi è elevata, con picchi in
Molise (89,7%), Basilicata (64,7%) e Abruzzo (59,6%), mentre al contrario
regioni come Toscana e Lazio presentano i più alti Indici di Attrazione.
Proprio il fatto che esistano regioni del tutto scoperte fa sì che la diagnosi
oncologica agisca da “moltiplicatore di fragilità del nucleo familiare”. Le
famiglie sopportano spese impreviste e continue per trasporti, vitto, alloggio,
farmaci non rimborsati, supporto psicologico, ripetizioni e tutor privati, cali
di stipendio. Le tutele per le famiglie sono poche o nulle. Il rapporto
evidenzia ad esempio i limiti della legge 104/92, che, tra l’altro, si applica
solo ai lavoratori dipendenti e non ai genitori disoccupati o autonomi.
Quanto ai bambini ospedalizzati: soffrono di isolamento e stigma, reclusione,
conflitti familiari, inattività fisica e declino funzionale (secondo i dati i
pazienti deambulano in media per soli 5 minuti al giorno). Le associazioni
sottolineano il ruolo fondamentale della riabilitazione psicosociale e la
necessità di tutelare i diritti sociali come il diritto all’istruzione, al gioco
e allo sport in tutte le fasi della malattia, anche durante l’ospedalizzazione.
Altro momento delicato è quello del ritorno a casa, spesso caratterizzato dalla
cosiddetta “FoCR”, ovvero Paura della Recidiva, che porta a iper-vigilanza e
isolamento, per non parlare delle complicanze croniche, che affliggono due terzi
dei bambini con impatti significativi sulle loro vite. Un tema importante è
anche quello dei medici e degli operatori esposti a sofferenza e dilemmi etici,
con un carico emotivo elevato e conseguente sindrome di burn out, che aggrava la
fuga degli specialisti dal settore.
PEDIATRIA, LA CENERENTOLA DELLA RICERCA
Altro nodo aperto resta il finanziamento della ricerca in oncologia pediatrica,
non trainata dall’industria farmaceutica, perché la popolazione è esigua e lo
sono anche i ritorni economici. Buona parte della ricerca, infatti, oggi è
sostenuta dal Terzo settore, “un modello insostenibile nel lungo periodo e
inaccettabile in termini di giustizia sanitaria”, spiega il Rapporto.
Infine, un’ultima grave criticità è rappresentata dalla cura dei pazienti
adolescenti (AYA). Circa il 25% dei bambini tra 0 e 17 anni è ricoverato in
reparti per adulti e l’85% dei degenti è gestito da personale non specializzato
in età evolutiva. A 18 anni oltre il 55,3 per cento delle dimissioni per tumori
ematologici avviene in strutture non pediatriche. Purtroppo, i pazienti
adolescenti e giovani adulti hanno meno probabilità di guarire rispetto ai
bambini a parità di condizione clinica. E spesso finiscono nella cosiddetta
“terra di nessuno” che li priva a volte della presenza di oncologi competenti.
Inoltre, la loro partecipazione ai protocolli clinici è ridotta e così l’accesso
a migliori cure e farmaci salvavita.
Il Rapporto indica con chiarezza, però, anche le soluzioni da perseguire.
Anzitutto, viene suggerita una stretta integrazione tra le Reti Oncologiche
Regionali (ROR), la rete AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia
Pediatrica) e la Rete Nazionale Tumori Rari (RNTR). Questa integrazione è
l’unica via per garantire un accesso omogeneo ai servizi e alle competenze
specialistiche su tutto il territorio. Una seconda richiesta riguarda
l’integrazione esplicita dell’oncologia pediatrica nel Piano Oncologico
Nazionale (PON), rispetto al cui monitoraggio e valutazione si auspica una
Cabina di regia nazionale. Il Rapporto afferma inoltre la necessità di
riconoscere la subspecialità in Oncoematologia Pediatrica, che ad oggi non è
formalmente riconosciuta.
COPRIRE I COSTI NASCOSTI DELLA MALATTIA
Rispetto ai bisogni delle famiglie, le associazioni ribadiscono con forza che la
tutela deve estendersi oltre la dimensione medica e considerare i costi nascosti
della malattia, attraverso un meccanismo di copertura delle spese indirette
sostenute dalle famiglie, parametrato sulla durata del trattamento e sulla
distanza dal centro di cura. Non solo: “Un aiuto enorme alle famiglie verrebbe
dalla digitalizzazione delle consultazioni”, spiega De Lorenzo, “perché
ridurrebbe il fenomeno della migrazione sanitaria”.
Rispetto alla legge 104 e alle tutele per i genitori: il Rapporto propone un
contributo economico per i genitori non titolari di lavoro dipendente e sgravi o
sospensione dei contributi dei lavoratori autonomi, così come un congedo per il
lutto genitoriale di almeno 30 giorni retribuiti, un supporto psicologico al
rientro, la sensibilizzazione dei datori di lavoro sul tema del lutto. Un
supporto psicologico è ritenuto fondamentale anche, ovviamente, per chi rientra
a casa, ai quali andrebbe garantito un reinserimento completo a livello sociale
e ambientale. E anche per gli operatori sanitari, unito all’“integrazione di
discipline umanistiche nella formazione per sviluppare intelligenza emotiva e
promuovere la riflessione”.
ADOLESCENTI: ACCESSO ALLE CURE PEDIATRICHE FINO A 18 ANNI
Inoltre, sempre rispetto ai costi, si evidenzia l’urgente necessità di
standardizzare l’applicazione dell’esenzione del ticket sanitario per i pazienti
guariti. Occorre, sottolineano in particolare il Gruppo di Lavoro AIEOP e
FIAGOP, l’utilizzo uniforme del codice di esenzione per patologie 048, che
dovrebbe coprire le prestazioni sia per il follow up oncologico che per lo
screening e il follow up delle complicazioni a lungo termine. L’esenzione deve
essere a vita e non limitata a 5 o 10 anni.
Le ultime raccomandazioni riguardano la ricerca e la questione della presa in
cura degli adolescenti: rispetto alla prima, è urgente e necessario un Programma
Nazionale di Ricerca in Oncologia Pediatrica distinto dall’adulto e la creazione
di un Tavolo Interministeriale Permanente, oltre all’istituzione di una legge
quadro sulla ricerca pediatrica. “Il governo ha stanziato per la ricerca
oncologica 50 milioni, presenteremo una mozione per chiedere che una quota parte
sia destinata alla ricerca clinica in pediatria, e che ci siano sperimentazioni
cliniche non solo sugli adulti”, spiega De Lorenzo. Quanto, infine, al problema
degli adolescenti, si propone l’estensione universale dell’età di accesso alle
cure pediatriche fino a 18 anni, l’accesso ai centri di Oncologia Pediatrica
anche oltre i 18 anni nei casi specifici, la collaborazione tra l’Oncologia
Pediatrica e quella dell’adulto.
PETER PAN ODV: CASA GRATIS E TRASPORTI PER PAZIENTI E FAMIGLIE
Un aiuto fondamentale alle famiglie con piccoli pazienti oncologici viene dalle
realtà del volontariato. Una delle più antiche, note e attive è l’organizzazione
di volontariato Peter Pan, a Roma (ricordiamo che il Lazio è la prima regione
italiana per le cure oncologiche pediatriche, con il 20,3% delle dimissioni
ospedaliere). Due strutture a Trastevere, per un totale di circa 40 stanze. Qui
arrivano famiglie dall’Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Umbria. Lo
spostamento aggiunge stress e ansia alla diagnosi e Peter Pan fornisce a queste
famiglie, del tutto gratuitamente, una casa per il tempo delle cure.
“Le domande sono tante, a volte capita che le strutture siano piene, però
abbiamo due appartamenti in comodato d’uso gratuito che utilizziamo per i follow
up e, inoltre, usufruiamo di alloggi gratuiti grazie al programma charity
internazionale di Airbnb.org”, spiega il presidente Roberto Mainiero. Non solo
alloggio, però, ma anche, grazie a varie tipologie di volontari,
l’organizzazione mette in campo una serie di attività e servizi per supportare
le famiglie nella gestione della malattia lontane dalla propria città (come
sostegno psicologico e burocratico, riabilitazione motoria, supporto scolastico)
e riportare un po’ della normalità che la malattia ha cancellato (laboratori
ludici, pet therapy, visite guidate, feste e animazione).
Un servizio importante è quello delle navette che accompagnano le famiglie
presso i luoghi di cura, “e che dal 2026”, annuncia sempre il presidente,
“saranno a disposizione anche di chi non vive nelle nostre strutture: prevediamo
un aumento del 50% delle richieste e di percorrere 65.000 km quest’anno”. Per
far fronte all’aumento di questo essenziale servizio, Peter Pan Odv ha lanciato,
in occasione della Giornata Mondiale di oggi, una campagna di raccolta fondi.
Ma in questi trent’anni, come sono cambiate le famiglie e le cure? “Prima le
famiglie restavano tantissimo tempo, adesso sono cambiati i protocolli, ad
esempio, per fortuna, le chemioterapie sono meno aggressive, per cui abbiamo una
rotazione maggiore. Una cosa di cui siamo fieri è aver finanziato un progetto di
fisioterapia direttamente nel reparto di oncoematologia presso l’Ospedale
Bambino Gesù, per cui ci sono dei fisioterapisti che intervengono sui bambini
prima ancora che escano dall’ospedale. Nonostante le terapie”, conclude
Mainiero, “i bambini restano sempre dei bambini e hanno bisogno di giocare,
ridere e vivere momenti di leggerezza”.
L'articolo Giornata contro il cancro infantile, guarigioni oltre l’80%. Ma la
maggior parte dei pazienti in Italia è costretto a migrare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Abbiamo sempre guardato agli incendi boschivi come a una minaccia per le
foreste, le case e la biodiversità. Ma mentre il cambiamento climatico rende
queste “tempeste di fuoco” più frequenti e intense, un nuovo inquietante studio
mostra che le persone esposte al fumo degli incendi boschivi hanno un rischio
maggiore di ictus. I risultati, pubblicati sull’European Heart Journal, stimano
che solo negli Stati Uniti il fumo degli incendi boschivi possa essere
responsabile di circa 17mila ictus ogni anno. “È uno studio molto interessante
che ci fa pensare anche ai rischi che corriamo nel nostro paese, dove spesso in
estate si verificano numerosi incendi che rendono l’aria irrespirabile, ricca di
sostanze che possono essere dannose per la nostra salute”, commenta Eugenio
Stabile, direttore dell’UOC Cardiologia, dell’Azienda Ospedaliera San Carlo e
docente del Dipartimento Scienze della Salute dell’Università della Basilicata.
La ricerca, guidata da Yang Liu della Emory University, ha analizzato i dati di
circa 25 milioni di persone negli Stati Uniti di età superiore ai 65 anni,
coperte dal programma federale di assicurazione sanitaria Medicare. Circa 2,9
milioni di queste persone hanno avuto un ictus tra il 2007 e il 2018. I
ricercatori hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per stimare
l’esposizione di ogni persona al fumo degli incendi boschivi con una misura
chiamata PM2.5, cioè la concentrazione di particolato fine con un diametro pari
o inferiore a 2,5 micrometri. Gli studiosi hanno anche esaminato l’esposizione
ad altri inquinanti atmosferici e hanno tenuto conto di noti fattori di rischio
di ictus, come il fumo e lo status socioeconomico.
Questo ha permesso al team di confrontare i livelli di esposizione a lungo
termine delle persone al fumo degli incendi boschivi con il rischio di ictus,
arrivando a una conclusione sconcertante: per ogni microgrammo per metro cubo di
aumento delle polveri sottili (PM2.5) derivanti dal fumo degli incendi, il
rischio di ictus aumenta dell’1,3%. Per fare un confronto, la stessa quantità di
polveri sottili prodotta dal traffico o dalle industrie aumenta il rischio
“solo” dello 0,7%. In altre parole, il fumo degli incendi sembra essere quasi
due volte più tossico per il nostro sistema cerebrovascolare rispetto allo smog
cittadino. “Questo suggerisce che il fumo degli incendi boschivi – spiega Liu –
potrebbe essere ancora più dannoso per il cervello e i vasi sanguigni rispetto
all’inquinamento proveniente da altre fonti”.
Le particelle che compongono il fumo degli incendi sono un cocktail chimico
complesso. Quando un incendio divora non solo alberi, ma anche automobili, case
e prodotti industriali, il fumo si carica di metalli pesanti, sostanze chimiche
sintetiche e composti altamente ossidanti. Queste micro-particelle sono
abbastanza piccole da superare la barriera dei polmoni e finire direttamente nel
flusso sanguigno. Una volta lì, scatenano una tempesta perfetta. In primo luogo,
il corpo reagisce al fumo come a un’infiammazione massiccia. Poi subentra lo
stress ossidativo: le cellule vengono danneggiate dai radicali liberi contenuti
nel fumo. Infine, le pareti dei vasi sanguigni si irrigidiscono, favorendo la
formazione di coaguli che possono viaggiare fino al cervello, causando l’ictus.
Le persone che vivono vicino agli incendi boschivi, inoltre, possono provare lo
stress di dover evacuare la propria casa, il che può anche compromettere le
normali cure mediche.
“Il fumo di per sé – spiega Stabile – contiene degli ossidanti che sono capaci
di alterare la struttura delle particelle che trasportano il colesterolo, come
l’LDL, e le rendono capaci di stimolare lo sviluppo dell’aterosclerosi.
Oltretutto questi stimolanti inibiscono la normale fisiologia delle cellule
endoteliali e delle piastrine, due strutture, una contenuta all’interno dei
nostri vasi e una contenuta nel sangue circolante, che sono capaci di inibire la
formazione dei trombi. L’insieme delle condizioni protrombotiche e delle
condizioni pro-aterosclerotiche derivate dall’esposizione consistente al fumo
può determinare un significativo incremento delle malattie cardiovascolari”.
Il dato forse più allarmante dello studio riguarda la durata dell’impatto. Non
parliamo solo di chi si trova vicino alle fiamme. Le correnti d’aria trasportano
queste particelle per migliaia di chilometri, coprendo intere nazioni in una
coltre invisibile. Gli studi indicano che l’esposizione accumulata in 2 o 3 anni
è quella che presenta i rischi maggiori, suggerendo che gli effetti sulla salute
continuano a manifestarsi molto tempo dopo che l’ultimo tizzone è stato spento.
“Per le persone che vivono in aree a rischio di incendi, è importante capire che
il fumo degli incendi boschivi – evidenzia Liu – non rappresenta solo un
pericolo immediato per la respirazione, ma può anche aumentare il rischio di
ictus a lungo termine”.
Comportamenti preventivi, come l’attivazione dei sistemi di filtraggio dell’aria
interna e la limitazione dell’attività fisica all’aperto nelle giornate con fumo
intenso, possono aiutare a prevenire un ictus. “I nostri risultati suggeriscono
inoltre che non esiste una soglia di sicurezza apparente per l’esposizione al
fumo”, afferma Liu. “Questo significa che anche il fumo ricorrente ‘moderato’
potrebbe essere rilevante, non solo gli eventi estremi. Politiche che prevengano
o gestiscano gli incendi, migliorino i rifugi per l’aria pulita a livello
comunitario e garantiscano l’accesso all’assistenza medica e ai farmaci durante
e dopo gli eventi di fumo potrebbero ridurre l’incidenza di ictus in una
popolazione che invecchia”, conclude.
Lo studio
L'articolo “Il fumo degli incendi boschivi aumenta il rischio di ictus”. Lo
studio e il confronto con lo smog proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra i canali di Venezia è sbarcato un nuovo “alieno”. Una delle 100 specie
invasive più dannose al mondo, lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi detto anche “Noce
di mare”, rischia di mettere in pericolo l’ecosistema marino e l’economia ittica
della laguna di Venezia con la sua diffusione. Tra le cause di questo fenomeno
ci sono gli effetti sulle acque del cambiamento climatico, circostanza che
favorisce la proliferazione delle Noci a discapito di altri organismi
dell’habitat.
L’avvertimento viene da una ricerca realizzata dall’Università di Padova e
dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e pubblicata
su Estuarine, Coastal and Shelf Science, rivista accademica internazionale che
si occupa di scienze oceanografiche e costiere, con il titolo ‘An invader
chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon‘.
La noce di mare è un organismo marino trasparente e gelatinoso che raggiunge
solitamente una lunghezza compresa tra 7 e 12 centimetri. E rappresenta un
pericolo per le lagune mediterranee perché, come ha spiegato il ricercatore di
UniPd Filippo Piccardi, il contesto è “caratterizzate da una forte variabilità
spaziale e stagionale delle condizioni ambientali” e ancora non si conosce
l’impatto delle noci su di esso.
Il primo autore dello studio ha spiegato che lui e i suoi colleghi hanno
“adottato un approccio interdisciplinare e monitorato per due anni la
distribuzione spaziale della specie con esperimenti controllati per definire le
principali soglie ambientali di sopravvivenza”. I risultati hanno evidenziato
“un andamento stagionale [della specie ndr], con bloom (eventi di riproduzione
massiva) in tarda primavera e tra fine estate e inizio autunno”, dei periodi che
sono correlati alla temperature e alla salinità dell’acqua durante l’anno.
Questo ctenoforo è una specie resistente: riesce a sopravvivere tra i 10 e i 32
°C e un grado di salinità compreso tra i 10 e i 34 grammi di sale per litro
d’acqua. Un concetto che è stato ribadito anche da Valentina Tirelli,
ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica
Sperimentale: “I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in
atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo
ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza,
aumentando il rischio di severe ripercussioni sul funzionamento dell’intero
ecosistema lagunare”. La coautrice dello studio si è detta soddisfatta perché il
lavoro svolto “fornisce nuove informazioni sulla nicchia ecologica di questa
specie nella laguna di Venezia”.
Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega, ha dichiarato che la noce di
mare rappresenta “una nuova calamità, peggiore del granchio blu” perché oltre al
plancton “divora lo stadio larvale di pesci, molluschi e crostacei”. Uno
scenario che si è già verificato: “Soltanto nell’alto Adriatico, negli ultimi
mesi, la pesca alle vongole ha registrato un crollo del fatturato da 120 a 13
milioni, con la cessazione di 700 partite iva”. Per questo, l’eurodeputata ha
chiesto alla Commissione europea di adottare “delle azioni urgenti, con misure
di compensazione dedicate”.
L'articolo Una nuova specie invasiva nella laguna di Venezia: le Noci di mare
mettono in pericolo ecosistema e pesca proviene da Il Fatto Quotidiano.