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“Dalla plastica un farmaco contro il Parkinson”, lo studio su Nature dei ricercatori dell’Università di Edimburgo
Dalle bottiglie di plastica che stanno avvelenando il nostro pianeta è possibile ottenere un farmaco utile per il trattamento del Parkinson, una malattia neurodegenerativa che colpisce circa 10 milioni di persone nel mondo. A riuscire nell’impresa è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo, che ha utilizzato batteri geneticamente modificati per trasformare i rifiuti di plastica in L-DOPA, il principale medicinale impiegato per combattere il Parkinson. Gli studiosi sono dunque riusciti a prendere due piccioni con una fava, dimostrando che è possibile liberare il nostro pianeta dalla plastica di scarto e, allo stesso tempo, produrre un farmaco salvavita. Stando a quanto riportato sulla rivista Nature Sustainability, sarebbe la prima volta che un processo biologico naturale viene modificato per trasformare i rifiuti di plastica in una terapia per una malattia neurologica. Nel dettaglio, gli scienziati hanno modificato geneticamente i batteri E. coli per trasformare un tipo di plastica ampiamente utilizzato negli imballaggi per alimenti e bevande, il polietilene tereftalato (PET), in L-DOPA. Il processo prevede innanzitutto la scomposizione dei rifiuti di PET – di cui vengono prodotte circa 50 milioni di tonnellate all’anno – nei componenti chimici di base, tra cui l’acido tereftalico. Le molecole di acido tereftalico vengono poi trasformate in L-DOPA da batteri geneticamente modificati attraverso una serie di reazioni biologiche. Secondo il team, l’utilizzo di questa nuova tecnica per produrre L-DOPA è più sostenibile rispetto ai metodi tradizionali di produzione farmaceutica, che si basano sull’impiego di combustibili fossili, risorse limitate oltre che altamente inquinanti. I ricercatori sottolineano inoltre l’urgenza di trovare nuovi metodi per riciclare il PET, una plastica resistente e leggera derivata da materiali non rinnovabili come petrolio e gas. Gli attuali processi di riciclaggio, infatti, non sono del tutto efficienti e contribuiscono ancora all’inquinamento da plastica in tutto il mondo. Secondo gli scienziati, questa innovazione offre un modo sostenibile per riutilizzare il prezioso carbonio contenuto nei rifiuti di plastica, che altrimenti andrebbe perso in discarica o incenerito, finendo per essere emesso nell’ambiente come inquinante. Questo potrebbe aprire la strada alla crescita di un’industria del bio-riciclo per la produzione non solo di farmaci, ma anche di una vasta gamma di prodotti, tra cui aromi, fragranze, cosmetici e sostanze chimiche industriali. Dopo aver dimostrato di poter produrre la L-DOPA, il team di ricerca si concentrerà ora sul perfezionamento della tecnologia per renderla applicabile su scala industriale. Per questo sarà necessario ottimizzare il processo, migliorarne la scalabilità e valutarne ulteriormente le prestazioni ambientali ed economiche. “Siamo solo all’inizio”, dichiara Stephen Wallace, scienziato della Facoltà di Scienze biologiche dell’Università di Edimburgo, che ha guidato lo studio. “Se siamo in grado di creare farmaci per malattie neurologiche a partire da una bottiglia di plastica di scarto, è entusiasmante immaginare cos’altro questa tecnologia potrebbe realizzare. I rifiuti di plastica – continua – sono spesso considerati un problema ambientale, ma rappresentano anche una vasta fonte di carbonio ancora inutilizzata. Attraverso l’ingegneria biologica, trasformando la plastica in un farmaco essenziale, dimostriamo come i materiali di scarto possano essere reinventati come risorse preziose a supporto della salute umana”. Lo studio Valentina Arcovio L'articolo “Dalla plastica un farmaco contro il Parkinson”, lo studio su Nature dei ricercatori dell’Università di Edimburgo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Plastica
Generazione X e Millennials vivranno meno? Lo studio che preoccupa sulla nuova longevità negli Usa
Per oltre un secolo, la storia dell’umanità occidentale è stata una marcia trionfale verso la longevità. Ogni generazione ha vissuto più della precedente, grazie a vaccini, igiene e antibiotici. Ma oggi, negli Stati Uniti, quella marcia sembra essersi trasformata in un brusco testacoda. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), condotto dai ricercatori della University of Texas Medical Branch (UTMB), lancia un allarme che non riguarda solo le statistiche, ma il futuro biologico di un’intera nazione: l’aspettativa di vita americana era in crisi molto prima che il Covid-19 apparisse sulla scena e continua a dover affrontare minacce derivanti dalla diffusione delle malattie croniche e dai tumori emergenti. Lo studio, finanziato dal National Institute on Aging (NIA) del National Institutes of Health, ha esaminato il motivo per cui l’aspettativa di vita, in costante aumento da oltre un secolo, si è fermata intorno al 2010, sfidando le aspettative di un miglioramento costante osservate nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito. I ricercatori hanno analizzato i tassi di mortalità per età, sia per coorti di nascita che per periodi di tempo, creando uno dei quadri più completi ad oggi sull’andamento della mortalità negli Stati Uniti. I loro risultati dimostrano che la stagnazione dell’aspettativa di vita non è il risultato di una singola causa, bensì di una complessa convergenza di fattori quali l’aumento delle malattie croniche, l’evoluzione dei rischi comportamentali e l’aumento di alcuni tipi di cancro tra i giovani adulti. “Volevamo capire perché, in un periodo di grandi progressi nell’assistenza medica, gli americani non vedevano più miglioramenti nella longevità”, afferma Neil Mehta, demografo, epidemiologo e membro della facoltà dell’UTMB, nonché autore principale dello studio. Lo studio identifica le malattie cardiovascolari come uno dei principali fattori che contribuiscono alla stagnazione dell’aspettativa di vita del Paese, nonostante i notevoli progressi nel trattamento e nella prevenzione degli ultimi decenni. I ricercatori sottolineano inoltre l’aumento emergente dei tumori, incluso il cancro del colon-retto in specifiche coorti di nascita, come segnali d’allarme che le generazioni più giovani potrebbero dover affrontare un peggioramento delle condizioni di salute negli anni a venire. “Questo è un invito all’azione”, sottolinea Mehta. “Stiamo salvando più vite grazie a una medicina migliore, ma sempre più persone si ammalano, e questa disconnessione sta alimentando queste tendenze preoccupanti”, aggiunge. “Questa stagnazione dell’aspettativa di vita non è attribuibile a una singola coorte di nascita, né a una singola fascia d’età”, continua Mehta. “In realtà riguarda l’intero ciclo di vita, il che è molto preoccupante”, aggiunge. Mehta ha affermato che le coorti nate dopo il 1970 presentavano risultati particolarmente negativi, soprattutto in relazione alla mortalità per cancro e ad alcune patologie cardiache. “Non avevano affatto un bell’aspetto, il che suggerisce che, invecchiando, contribuiranno negativamente alla crescita dell’aspettativa di vita”, afferma Mehta. Anche Leah Abrams, professore associato di salute pubblica presso la Tufts University e prima autrice dello studio, ha richiamato l’attenzione su queste coorti di nascita. “Notiamo tendenze preoccupanti per i nati tra il 1970 e il 1985 circa, ovvero la generazione X avanzata e i Millennial più anziani”, sottolinea Abrams. “Queste coorti presentano un andamento peggiore rispetto alle precedenti per quanto riguarda la mortalità per tutte le cause, i decessi per malattie cardiovascolari e tumori, in particolare il cancro al colon, e le cause esterne”, aggiunge. Questi risultati potrebbero sembrare in contrasto con le recenti buone notizie sul ritorno dell’aspettativa di vita ai livelli precedenti al Covid-19. Ma Mehta e il suo team di ricerca si sono concentrati sui dati raccolti prima della pandemia. “Tutti i fattori comportamentali e sociali – tutto ciò che è radicato nei nostri corpi e nella nostra popolazione – sono ancora qui con noi”, evidenzia Mehta. “Ecco perché era davvero importante analizzare la situazione prima del Covid, ed è ciò che abbiamo fatto in questo articolo. Sebbene l’aspettativa di vita fosse stagnante, la mortalità per cancro – continua – era in miglioramento, finché non siamo arrivati ad alcune fasce d’età più giovani, dove abbiamo improvvisamente assistito a un aumento della mortalità per alcuni tipi di cancro, soprattutto tra i nati dopo il 1970. Ma anche nella coorte degli anni ’50 e ’60, abbiamo iniziato a osservare questo tipo di aumento per alcuni tipi di cancro, tra cui il cancro del colon”. Lo studio non ha cercato specificamente le cause di questi cambiamenti. “Abbiamo esaminato le malattie cardiache e alcuni tipi di cancro”, specifica Mehta. “Abbiamo esaminato cause esterne come overdose di droga e omicidio. Molte di queste cause mostravano un andamento negativo. Abbiamo concluso che negli Stati Uniti ci sono sfide molto serie da affrontare nel futuro”, conclude. Valentina Arcovio L'articolo Generazione X e Millennials vivranno meno? Lo studio che preoccupa sulla nuova longevità negli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Usa
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Longevità
Sindrome di Leigh, dalla medicina traslazionale una possibile terapia. Lo studio su Cell: tra i candidati la molecola del Viagra
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cell apre prospettive terapeutiche per la Sindrome di Leigh, una grave malattia genetica pediatrica finora priva di cure efficaci. La ricerca è stata coordinata da Alessandro Prigione dell’Università di Düsseldorf e ha coinvolto ricercatori italiani dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto Neurologico Carlo Besta e dell’Università di Verona, tra cui Dario Brunetti ed Emanuela Bottani. Il lavoro è stato sviluppato nell’ambito del consorzio europeo CureMILS, finanziato dal programma European Joint Programme on Rare Diseases con circa 2,4 milioni di euro, coinvolgendo numerosi centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. UNA MALATTIA RARA E DEVASTANTE La sindrome di Leigh è una patologia genetica progressiva che colpisce il sistema nervoso centrale e compromette la produzione di energia nelle cellule a causa di difetti nei mitocondri. I sintomi compaiono spesso nei primi anni di vita e includono ritardo nello sviluppo psicomotorio, debolezza muscolare, crisi metaboliche e difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi la malattia progredisce rapidamente e può portare alla morte nei primi anni di vita. Fino ad oggi non esistevano terapie capaci di modificarne il decorso. DALLE CELLULE DEI PAZIENTI ALLA SCOPERTA DI UN POSSIBILE TRATTAMENTO Lo studio ha utilizzato un approccio di medicina traslazionale. I ricercatori hanno ottenuto cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) a partire da cellule cutanee dei pazienti e le hanno trasformate in cellule nervose affette dalla malattia, ricreando così il modello della patologia in laboratorio. Su queste cellule è stato effettuato uno screening ad alta capacità di oltre 5.600 farmaci già esistenti, con l’obiettivo di individuare molecole riutilizzabili. Tra i candidati più promettenti sono emersi gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, in particolare il Sildenafil, noto commercialmente come Viagra, viene quindi già utilizzato in ambito clinico per altre indicazioni. Il farmaco ha dimostrato di migliorare il metabolismo energetico e la funzione delle cellule affette dalla malattia, correggendo difetti della funzione mitocondriale e ripristinando programmi di sviluppo del sistema nervoso nei modelli cellulari e negli organoidi cerebrali. DALLA SPERIMENTAZIONE AI PRIMI PAZIENTI I risultati sono stati successivamente confermati in modelli animali, inclusi modelli murini e suini sviluppati con il contributo dell’azienda biotech Avantea. Nei modelli sperimentali il trattamento ha migliorato i segni della malattia e prolungato significativamente la sopravvivenza. Sulla base di questi dati, il farmaco è stato somministrato anche a un piccolo gruppo di pazienti con sindrome di Leigh nell’ambito di un uso compassionevole. Nei pazienti trattati è stata osservata una buona tollerabilità del farmaco e segnali preliminari di beneficio clinico, tra cui miglioramenti delle funzioni motorie e una maggiore resistenza alle crisi metaboliche. VERSO I TRIAL CLINICI Secondo i ricercatori, lo studio rappresenta la prima evidenza concreta di un potenziale trattamento per la sindrome di Leigh e dimostra come l’integrazione tra modelli cellulari umani, modelli animali avanzati e osservazioni cliniche possa accelerare lo sviluppo di terapie per malattie rare. L’Agenzia Europea per i Medicinali ha già riconosciuto al sildenafil la Orphan Drug Designation per questa patologia, un passo che facilita lo sviluppo clinico di nuovi trattamenti per malattie rare. Sono ora in corso studi clinici per valutarne sicurezza ed efficacia su un numero più ampio di pazienti. La ricerca è stata sostenuta da diversi enti e fondazioni, tra cui Fondazione Telethon, Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica, Fondazione Mariani e dall’associazione di pazienti Mitocon. Lo studio L'articolo Sindrome di Leigh, dalla medicina traslazionale una possibile terapia. Lo studio su Cell: tra i candidati la molecola del Viagra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cellule Staminali
Malattie Genetiche
I fondatori di BioNTech che “disegnarono” il vaccino anti Covid lanciano una nuova biotech basata sull’mRNA
I fondatori della società biotecnologica tedesca BioNTech, Özlem Türeci e Ugur Sahin, i disegnatori del vaccino anti Covid di Pfizer, lasceranno la guida operativa dell’azienda entro la fine dell’anno per avviare una nuova iniziativa imprenditoriale dedicata allo sviluppo di tecnologie di nuova generazione basate sull’mRNA, l’Rna messaggero la cui scoperta è stata premiata con il Nobel per la Medicina nel 2023. L’annuncio è stato diffuso dalla stessa BioNTech, gruppo con sede a Magonza i n Germania, che ha spiegato come il progetto imprenditoriale dei due scienziati sarà incentrato su nuove applicazioni della piattaforma a RNA messaggero, la tecnologia diventata celebre a livello globale durante la pandemia. Il nome della nuova società non è stato ancora definito. Nel frattempo il consiglio di sorveglianza di BioNTech ha già avviato la ricerca dei successori che prenderanno il posto di Türeci e Sahin alla guida dell’azienda. La tecnologia mRNA al centro del nuovo progetto Secondo quanto comunicato dal gruppo, BioNTech parteciperà alla nuova impresa con una quota di minoranza e metterà a disposizione diritti e tecnologie legate alla propria piattaforma mRNA. L’RNA messaggero è una molecola biologica che trasporta istruzioni genetiche alle cellule dell’organismo, consentendo la produzione di specifiche proteine. Nel campo medico questa tecnologia può essere utilizzata per “istruire” il sistema immunitario a riconoscere e combattere agenti patogeni o cellule tumorali. Proprio su questo principio si basa il vaccino anti-Covid sviluppato durante la pandemia, che ha reso i due ricercatori figure centrali nel panorama scientifico internazionale. LA TERZA IMPRESA IMPRENDITORIALE Per Türeci e Sahin si tratta della terza esperienza imprenditoriale nel settore delle biotecnologie. Nel 2001 avevano fondato Ganymed Pharmaceuticals, una società specializzata nello sviluppo di terapie oncologiche. L’azienda è stata successivamente acquisita dal gruppo farmaceutico giapponese Astellas Pharma. Nel 2008 i due scienziati hanno poi creato BioNTech, inizialmente come start-up dedicata alla ricerca su immunoterapia e medicina personalizzata. Negli anni l’azienda è cresciuta fino a diventare una realtà biofarmaceutica globale, raggiungendo la massima notorietà durante la pandemia quando, in collaborazione con Pfizer, riuscì a sviluppare e portare sul mercato in meno di un anno uno dei primi vaccini a mRNA contro il coronavirus. LA PIPELINE ONCOLOGICA DI BIONTECH La decisione di avviare una nuova impresa arriva in una fase in cui BioNTech sta ampliando in modo significativo il proprio portafoglio di ricerca, in particolare nel campo dell’oncologia. Attualmente l’azienda è impegnata nello sviluppo di oltre venti farmaci antitumorali. Entro la fine dell’anno sono previste quindici sperimentazioni cliniche in fase avanzata. Tra i progetti più promettenti figura l’anticorpo bispecifico Pumitamig, candidato terapeutico che potrebbe essere impiegato nel trattamento di alcune forme di tumore al seno e ai polmoni. Un’altra linea di ricerca riguarda lo sviluppo di un coniugato anticorpo-farmaco destinato alla cura del tumore dell’utero. IL PASSAGGIO DI TESTIMONE Commentando la decisione, Sahin ha sottolineato il percorso compiuto dall’azienda negli ultimi anni. “Negli ultimi 18 anni abbiamo trasformato BioNTech da start-up a società biofarmaceutica globale con una pipeline ampia e diversificata”, ha dichiarato. Secondo il ricercatore, il momento attuale rappresenta quello “giusto per preparare il passaggio di testimone” e aprire una nuova fase di innovazione scientifica. Nonostante l’uscita dalla guida operativa, Türeci e Sahin continueranno comunque a collaborare con BioNTech, mantenendo un rapporto scientifico e strategico con l’azienda. Il presidente del consiglio di sorveglianza di BioNTech, Helmut Jeggle, ha evidenziato che la nascita della nuova società potrebbe creare opportunità per entrambe le realtà. Secondo Jeggle, il progetto potrebbe generare valore sia per BioNTech sia per la nuova impresa, aprendo prospettive di cooperazione soprattutto nello sviluppo di terapie combinate e nell’utilizzo avanzato della tecnologia mRNA. L’iniziativa rappresenta quindi non solo un nuovo capitolo nella carriera dei due scienziati, ma anche un ulteriore passo nell’evoluzione delle applicazioni mediche dell’RNA messaggero, una delle piattaforme biotecnologiche più promettenti della medicina contemporanea. L’anno scorso c’è stato un vero e proprio boom e prime terapie. L'articolo I fondatori di BioNTech che “disegnarono” il vaccino anti Covid lanciano una nuova biotech basata sull’mRNA proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vaccino Covid
Pfizer
Human Technopole, per una disputa con la Statale di Milano persi 8,7 milioni di euro destinati alla ricerca
La ricerca italiana perde un finanziamento internazionale da 8,7 milioni di euro. Nel modo più beffardo possibile. Parliamo della cifra del grant assegnato dalla John Templeton Foundation a un progetto guidato dal medico e biologo molecolare Giuseppe Testa, professore ordinario all’Università Statale di Milano e Direttore del Centro di Neurogenomica di Human Technopole, il grande hub pubblico per le scienze della vita creato dal governo nell’area MIND di Milano. Il finanziamento, uno dei più consistenti mai concessi dalla fondazione nell’ambito delle scienze della vita, è decaduto dopo mesi di stallo amministrativo legato al contenzioso tra l’ateneo milanese e l’istituto di ricerca dell’area Expo, a sua volta finanziato e vigilato dal ministero dell’Università. Alla ministra erano state rivolte lo scorso dicembre interrogazioni parlamentari urgenti, sia alla Camera che al Senato, per promuovere un tempestivo confronto tra gli enti coinvolti al fine di evitare la perdita del finanziamento. Fin da luglio infatti la John Templeton Foundation aveva inviato all’Università di Milano il contratto per attivare il finanziamento e cominciare il progetto entro il 1 dicembre 2025. A quelle interrogazioni non è mai stata data risposta. Il progetto internazionale, di cui Unimi era capofila, coinvolgeva, oltre a Human Technopole, nove tra le università e gli istituti di ricerca più prestigiosi tra USA, Europa e Giappone. Come tutti gli altri partner, anche Human Technopole, all’atto della presentazione del progetto, si era impegnato a garantirne l’esecuzione per la sua intera durata (5 anni) mettendo a disposizione i relativi laboratori e infrastrutture. Dopo che da luglio ripetuti solleciti della John Templeton Foundation all’Università di Milano erano rimasti senza riscontro, solo lo scorso autunno l’Università palesa di non voler procedere alla firma perchè nel frattempo Human Technopole aveva effettuato il recesso dalla convenzione che legava i due enti dal 2019. La convenzione era stata stipulata a seguito della vincita, da parte del professor Testa, del concorso internazionale per Direttore del Centro di Ricerca sulla Neurogenomica. Aveva una durata di 10 anni e la possibilità di essere tacitamente rinnovata, come avviene routinariamente con le decine di convenzioni che legano all’Università di Milano gli ospedali e gli istituti di ricerca di Milano e della Lombardia. La stessa convenzione obbliga entrambe le parti, in caso di recesso, a negoziare in buona fede il suo prosieguo. Grazie a queste convenzioni, è infatti la norma che professori universitari dirigano centri o istituti di ricerca mantenendo il loro ruolo accademico, il modello che regge gran parte del sistema scientifico internazionale e italiano. Ciò nonostante, l’Università di Milano non solo ha continuato a negare la firma del contratto a causa del recesso di Human Technopole, ma non ha neanche ricercato soluzioni alternative. Addirittura, non ha neanche reso disponibili i propri laboratori al professor Testa, malgrado il questi sia un professore ordinario dell’Università, più volte vincitore di prestigiosi bandi dello European Research Council e annoverato tra gli scienziati italiani di maggiore successo, anche per la capacità di attrarre finanziamenti altamente competitivi a livello internazionale. Una condotta in palese contrasto con lo stesso statuto dell’Università, che impegna l’Ateneo a garantire ai propri docenti l’accesso agli spazi e alle infrastrutture necessari allo svolgimento delle attività di ricerca. E così, dopo mesi di ulteriori dilazioni è arrivato il colpo più pesante: il grant da 8,7 milioni, ottenuto nel 2025 con il consenso formale sia di Human Technopole sia dell’Università Statale, non è mai stato attivato e senza la firma definitiva degli accordi amministrativi, il finanziamento è decaduto. L’Università perde così non solo la leadership di un progetto internazionale di assoluta avanguardia, incentrato sull’impatto dell’inquinamento chimico sulla salute delle generazioni future — un tema di primaria rilevanza, anche alla luce delle urgenti sfide ecologiche del nostro tempo. Ma anche i cospicui fondi (2,4 milioni di euro solo tra Università e Human Technopole, ossia la quota direttamente destinata ai due enti nell’ambito degli 8.7 Milioni di cui era comunque assegnataria in toto l’Università di Milano in quanto ente capofila del progetto). Il risultato è un caso emblematico per il sistema della ricerca italiana: un grande progetto scientifico internazionale svanito per una disputa istituzionale. Al disastro reputazionale, che inevitabilmente si riflette sull’intero Paese, si aggiunge lo spreco degli anni di lavoro impiegati a concepire e sviluppare il progetto, con decine di ricercatori coinvolti nel mondo, inclusi giovani talenti, che vedono ora dissolversi le prospettive di occupazione e di carriera che questo progetto avrebbe garantito. L'articolo Human Technopole, per una disputa con la Statale di Milano persi 8,7 milioni di euro destinati alla ricerca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un “cerotto genetico” contro la Sindrome di Dravet, così un farmaco ha ridotto i sintomi
Un oligonucleotide antisenso, definito come “cerotto genetico”, ha mostrato risultati promettenti nel trattamento della sindrome di Dravet, una forma rara e grave di epilessia congenita con poche opzioni terapeutiche. I dati provengono da studi clinici di fase 1/2a condotti presso l’Ann & Robert H. Lurie Children’s Hospital di Chicago e pubblicati sul prestigiosissima rivista New England Journal of Medicine. La sindrome di Dravet, che colpisce bambini tra i 2 e i 18 anni, è caratterizzata da convulsioni, deficit cognitivi, disturbi della comunicazione e del comportamento, disfunzioni motorie, ritardi della crescita e tratti autistici. La malattia è legata a mutazioni nel gene Scn1a, che porta alla produzione solo parziale della proteina del canale del sodio essenziale per la funzione neuronale. Il farmaco sperimentale, zorevunersen, viene somministrato tramite puntura lombare e funziona bloccando una sequenza genetica chiamata “esone velenoso”, che normalmente riduce la quantità di proteina Scn1a sana prodotta. In questo modo, zorevunersen aumenta la sintesi della proteina funzionale, compensando il difetto genetico. I due studi multicentrici, condotti negli Stati Uniti e nel Regno Unito, hanno coinvolto 81 pazienti. Coloro che hanno ricevuto due o tre dosi di zorevunersen hanno mostrato una riduzione delle crisi motorie di quasi l’85% a tre mesi e del 73% a sei mesi dalla somministrazione. Oltre alla riduzione delle crisi, i pazienti hanno mostrato miglioramenti significativi in linguaggio, comportamento e qualità della vita, senza evidenti problemi di sicurezza o tollerabilità. Un ragazzo di 12 anni partecipante alla sperimentazione, ha sperimentato un miglioramento notevole: “La sua qualità di vita è migliorata tanto che ora può svolgere più attività con i coetanei”, ha riferito la madre. Attualmente è in corso uno studio di fase 3 in doppio cieco, controllato con placebo, che mira a confermare i risultati preliminari e a valutare l’efficacia a lungo termine di zorevunersen nella popolazione pediatrica affetta da sindrome di Dravet. L'articolo Un “cerotto genetico” contro la Sindrome di Dravet, così un farmaco ha ridotto i sintomi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Picco di litio nell’alta atmosfera dopo un lancio SpaceX”, lo studio tedesco sul rientro del Falcon 9
Non solo spazzatura spaziale, ma anche un potenziale inquinamento dell’aria. Una quantità di litio negli strati alti dell’atmosfera dieci volte maggiori rispetto alla norma è stata prodotta, a febbraio 2025, con il rientro di una delle sezioni di un razzo Falcon 9. Lo indica la ricerca pubblicata sulla rivista Communications Earth&Environment e guidata da Robin Wing, dell’Istituto tedesco Leibniz di Fisica Atmosferica. Non ci conoscono però allo stato i possibili effetti. Negli anni più recenti il numero di razzi lanciati è aumentato rapidamente, con la sola SpaceX di Elon Musk che nel 2025 ha eseguito oltre 165 lanci, più di quanti ce ne siano stati complessivamente ogni anno a partire dal 2000. Mentre finora si è discusso sui rischi derivanti dalla caduta di possibili detriti spaziali, “si è prestata poca attenzione alle conseguenze ambientali per l’atmosfera terrestre”, sottolineano i ricercatori. I pericoli sono dovuti soprattutto al rilascio di gas e polveri nella fascia dell’atmosfera compresa tra 100 e 150 chilometri di altezza, molto rarefatta e dunque anche più sensibile ai cambiamenti. Una misura di questo inquinamento è arrivata dai dati raccolti il 19 febbraio 2025 sopra la Germania, quando alla quota di 100 chilometri si è registrato in pochi minuti un picco di litio dieci volte superiore alla media. In condizioni normali il litio infatti è quasi completamente assente a quelle quote. È stata la prima osservazione diretta, ottenuta in modo fortuito, di questo tipo di inquinamento, ancora difficile da mappare e osservare. Si ritiene che il fenomeno sia destinato a crescere a causa dell’aumento previsto dei satelliti in orbita, considerando che la sola costellazione dei satelliti Starlink di SpaceX per le connessioni internet potrebbe crescere di altre 30mila unità in pochi anni, e che potrebbe portare a effetti cumulativi, con implicazioni per la composizione atmosferica a lungo termine e il clima ancora non note L'articolo “Picco di litio nell’alta atmosfera dopo un lancio SpaceX”, lo studio tedesco sul rientro del Falcon 9 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Elon Musk
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Giornata contro il cancro infantile, guarigioni oltre l’80%. Ma la maggior parte dei pazienti in Italia è costretto a migrare
Tre giorni. A tanto ammonta il congedo per lutto per i genitori che hanno perso un figlio. Un dato, ma anche un’immagine, che da solo spiega quanto ancora le leggi siano lontane dall’aiutare le famiglie che hanno un figlio con una patologia oncologica. Famiglie che, come spiega il presidente di FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), prof. Francesco De Lorenzo, “corrono soprattutto il pericolo concreto di diventare povere: per un percorso di cura lungo 12 mesi, si stima che i costi indiretti e non sanitari possano raggiungere complessivamente €34.972, un peso economico che rischia di spingere le famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta”. Nella Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile, oggi 15 febbraio, è bene però raccontare anzitutto le tante buone notizie, messe nero su bianco proprio nel “Primo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici in età pediatrica e adolescenziale”, redatto da FAVO e dalle Associazioni afferenti al suo Gruppo di lavoro Onco-ematologia pediatrica, in collaborazione con AIEOP (Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica), FIAGOP (Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica) e Federazione Cure Palliative. Il tasso di guarigione dei tumori pediatrici, infatti, oggi è superiore all’80% – con esclusione delle neoplasie ad Alta Letalità, come i gliomi ad alto grado e i sarcomi refrattari – e oltre 50.000 guariti beneficiano oggi della legge sull’oblio oncologico, “una legge che è partita proprio da Favo e che oggi è pienamente operativa”, spiega De Lorenzo. Le diagnosi sono per fortuna poche, 2.500 all’anno (400.000 a livello globale) e gli alti tassi di guarigione sono attribuibili anche all’organizzazione in rete, attraverso i 49 centri dell’AIEOP e attraverso le Reti Oncologiche Regionali (ROR). DIAGNOSI ONCOLOGICA COME “MOLTIPLICATORE DI FRAGILITÀ FAMILIARE” Finite le buone notizie, si passa però alle criticità. Che sono moltissime e indicate con completezza e puntualità nel Rapporto. La problematica più grande resta senz’altro quella della disomogeneità assistenziale, espressa da un dato: ci sono differenze fino a dieci punti nella percentuale di sopravvivenza a 5 anni tra le varie regioni del Paese. Legato a questo tema c’è quello, enorme, della migrazione sanitaria: basti pensare che il 75% dei pazienti viene trattato in soli 10 centri, “situati a Roma, Firenze, Milano e Torino”, nota sempre De Lorenzo. In alcune regioni del Sud, soprattutto in quelle più piccole, la percentuale di pazienti costretti a migrare per curarsi è elevata, con picchi in Molise (89,7%), Basilicata (64,7%) e Abruzzo (59,6%), mentre al contrario regioni come Toscana e Lazio presentano i più alti Indici di Attrazione. Proprio il fatto che esistano regioni del tutto scoperte fa sì che la diagnosi oncologica agisca da “moltiplicatore di fragilità del nucleo familiare”. Le famiglie sopportano spese impreviste e continue per trasporti, vitto, alloggio, farmaci non rimborsati, supporto psicologico, ripetizioni e tutor privati, cali di stipendio. Le tutele per le famiglie sono poche o nulle. Il rapporto evidenzia ad esempio i limiti della legge 104/92, che, tra l’altro, si applica solo ai lavoratori dipendenti e non ai genitori disoccupati o autonomi. Quanto ai bambini ospedalizzati: soffrono di isolamento e stigma, reclusione, conflitti familiari, inattività fisica e declino funzionale (secondo i dati i pazienti deambulano in media per soli 5 minuti al giorno). Le associazioni sottolineano il ruolo fondamentale della riabilitazione psicosociale e la necessità di tutelare i diritti sociali come il diritto all’istruzione, al gioco e allo sport in tutte le fasi della malattia, anche durante l’ospedalizzazione. Altro momento delicato è quello del ritorno a casa, spesso caratterizzato dalla cosiddetta “FoCR”, ovvero Paura della Recidiva, che porta a iper-vigilanza e isolamento, per non parlare delle complicanze croniche, che affliggono due terzi dei bambini con impatti significativi sulle loro vite. Un tema importante è anche quello dei medici e degli operatori esposti a sofferenza e dilemmi etici, con un carico emotivo elevato e conseguente sindrome di burn out, che aggrava la fuga degli specialisti dal settore. PEDIATRIA, LA CENERENTOLA DELLA RICERCA Altro nodo aperto resta il finanziamento della ricerca in oncologia pediatrica, non trainata dall’industria farmaceutica, perché la popolazione è esigua e lo sono anche i ritorni economici. Buona parte della ricerca, infatti, oggi è sostenuta dal Terzo settore, “un modello insostenibile nel lungo periodo e inaccettabile in termini di giustizia sanitaria”, spiega il Rapporto. Infine, un’ultima grave criticità è rappresentata dalla cura dei pazienti adolescenti (AYA). Circa il 25% dei bambini tra 0 e 17 anni è ricoverato in reparti per adulti e l’85% dei degenti è gestito da personale non specializzato in età evolutiva. A 18 anni oltre il 55,3 per cento delle dimissioni per tumori ematologici avviene in strutture non pediatriche. Purtroppo, i pazienti adolescenti e giovani adulti hanno meno probabilità di guarire rispetto ai bambini a parità di condizione clinica. E spesso finiscono nella cosiddetta “terra di nessuno” che li priva a volte della presenza di oncologi competenti. Inoltre, la loro partecipazione ai protocolli clinici è ridotta e così l’accesso a migliori cure e farmaci salvavita. Il Rapporto indica con chiarezza, però, anche le soluzioni da perseguire. Anzitutto, viene suggerita una stretta integrazione tra le Reti Oncologiche Regionali (ROR), la rete AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica) e la Rete Nazionale Tumori Rari (RNTR). Questa integrazione è l’unica via per garantire un accesso omogeneo ai servizi e alle competenze specialistiche su tutto il territorio. Una seconda richiesta riguarda l’integrazione esplicita dell’oncologia pediatrica nel Piano Oncologico Nazionale (PON), rispetto al cui monitoraggio e valutazione si auspica una Cabina di regia nazionale. Il Rapporto afferma inoltre la necessità di riconoscere la subspecialità in Oncoematologia Pediatrica, che ad oggi non è formalmente riconosciuta. COPRIRE I COSTI NASCOSTI DELLA MALATTIA Rispetto ai bisogni delle famiglie, le associazioni ribadiscono con forza che la tutela deve estendersi oltre la dimensione medica e considerare i costi nascosti della malattia, attraverso un meccanismo di copertura delle spese indirette sostenute dalle famiglie, parametrato sulla durata del trattamento e sulla distanza dal centro di cura. Non solo: “Un aiuto enorme alle famiglie verrebbe dalla digitalizzazione delle consultazioni”, spiega De Lorenzo, “perché ridurrebbe il fenomeno della migrazione sanitaria”. Rispetto alla legge 104 e alle tutele per i genitori: il Rapporto propone un contributo economico per i genitori non titolari di lavoro dipendente e sgravi o sospensione dei contributi dei lavoratori autonomi, così come un congedo per il lutto genitoriale di almeno 30 giorni retribuiti, un supporto psicologico al rientro, la sensibilizzazione dei datori di lavoro sul tema del lutto. Un supporto psicologico è ritenuto fondamentale anche, ovviamente, per chi rientra a casa, ai quali andrebbe garantito un reinserimento completo a livello sociale e ambientale. E anche per gli operatori sanitari, unito all’“integrazione di discipline umanistiche nella formazione per sviluppare intelligenza emotiva e promuovere la riflessione”. ADOLESCENTI: ACCESSO ALLE CURE PEDIATRICHE FINO A 18 ANNI Inoltre, sempre rispetto ai costi, si evidenzia l’urgente necessità di standardizzare l’applicazione dell’esenzione del ticket sanitario per i pazienti guariti. Occorre, sottolineano in particolare il Gruppo di Lavoro AIEOP e FIAGOP, l’utilizzo uniforme del codice di esenzione per patologie 048, che dovrebbe coprire le prestazioni sia per il follow up oncologico che per lo screening e il follow up delle complicazioni a lungo termine. L’esenzione deve essere a vita e non limitata a 5 o 10 anni. Le ultime raccomandazioni riguardano la ricerca e la questione della presa in cura degli adolescenti: rispetto alla prima, è urgente e necessario un Programma Nazionale di Ricerca in Oncologia Pediatrica distinto dall’adulto e la creazione di un Tavolo Interministeriale Permanente, oltre all’istituzione di una legge quadro sulla ricerca pediatrica. “Il governo ha stanziato per la ricerca oncologica 50 milioni, presenteremo una mozione per chiedere che una quota parte sia destinata alla ricerca clinica in pediatria, e che ci siano sperimentazioni cliniche non solo sugli adulti”, spiega De Lorenzo. Quanto, infine, al problema degli adolescenti, si propone l’estensione universale dell’età di accesso alle cure pediatriche fino a 18 anni, l’accesso ai centri di Oncologia Pediatrica anche oltre i 18 anni nei casi specifici, la collaborazione tra l’Oncologia Pediatrica e quella dell’adulto. PETER PAN ODV: CASA GRATIS E TRASPORTI PER PAZIENTI E FAMIGLIE Un aiuto fondamentale alle famiglie con piccoli pazienti oncologici viene dalle realtà del volontariato. Una delle più antiche, note e attive è l’organizzazione di volontariato Peter Pan, a Roma (ricordiamo che il Lazio è la prima regione italiana per le cure oncologiche pediatriche, con il 20,3% delle dimissioni ospedaliere). Due strutture a Trastevere, per un totale di circa 40 stanze. Qui arrivano famiglie dall’Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Umbria. Lo spostamento aggiunge stress e ansia alla diagnosi e Peter Pan fornisce a queste famiglie, del tutto gratuitamente, una casa per il tempo delle cure. “Le domande sono tante, a volte capita che le strutture siano piene, però abbiamo due appartamenti in comodato d’uso gratuito che utilizziamo per i follow up e, inoltre, usufruiamo di alloggi gratuiti grazie al programma charity internazionale di Airbnb.org”, spiega il presidente Roberto Mainiero. Non solo alloggio, però, ma anche, grazie a varie tipologie di volontari, l’organizzazione mette in campo una serie di attività e servizi per supportare le famiglie nella gestione della malattia lontane dalla propria città (come sostegno psicologico e burocratico, riabilitazione motoria, supporto scolastico) e riportare un po’ della normalità che la malattia ha cancellato (laboratori ludici, pet therapy, visite guidate, feste e animazione). Un servizio importante è quello delle navette che accompagnano le famiglie presso i luoghi di cura, “e che dal 2026”, annuncia sempre il presidente, “saranno a disposizione anche di chi non vive nelle nostre strutture: prevediamo un aumento del 50% delle richieste e di percorrere 65.000 km quest’anno”. Per far fronte all’aumento di questo essenziale servizio, Peter Pan Odv ha lanciato, in occasione della Giornata Mondiale di oggi, una campagna di raccolta fondi. Ma in questi trent’anni, come sono cambiate le famiglie e le cure? “Prima le famiglie restavano tantissimo tempo, adesso sono cambiati i protocolli, ad esempio, per fortuna, le chemioterapie sono meno aggressive, per cui abbiamo una rotazione maggiore. Una cosa di cui siamo fieri è aver finanziato un progetto di fisioterapia direttamente nel reparto di oncoematologia presso l’Ospedale Bambino Gesù, per cui ci sono dei fisioterapisti che intervengono sui bambini prima ancora che escano dall’ospedale. Nonostante le terapie”, conclude Mainiero, “i bambini restano sempre dei bambini e hanno bisogno di giocare, ridere e vivere momenti di leggerezza”. L'articolo Giornata contro il cancro infantile, guarigioni oltre l’80%. Ma la maggior parte dei pazienti in Italia è costretto a migrare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il fumo degli incendi boschivi aumenta il rischio di ictus”. Lo studio e il confronto con lo smog
Abbiamo sempre guardato agli incendi boschivi come a una minaccia per le foreste, le case e la biodiversità. Ma mentre il cambiamento climatico rende queste “tempeste di fuoco” più frequenti e intense, un nuovo inquietante studio mostra che le persone esposte al fumo degli incendi boschivi hanno un rischio maggiore di ictus. I risultati, pubblicati sull’European Heart Journal, stimano che solo negli Stati Uniti il fumo degli incendi boschivi possa essere responsabile di circa 17mila ictus ogni anno. “È uno studio molto interessante che ci fa pensare anche ai rischi che corriamo nel nostro paese, dove spesso in estate si verificano numerosi incendi che rendono l’aria irrespirabile, ricca di sostanze che possono essere dannose per la nostra salute”, commenta Eugenio Stabile, direttore dell’UOC Cardiologia, dell’Azienda Ospedaliera San Carlo e docente del Dipartimento Scienze della Salute dell’Università della Basilicata. La ricerca, guidata da Yang Liu della Emory University, ha analizzato i dati di circa 25 milioni di persone negli Stati Uniti di età superiore ai 65 anni, coperte dal programma federale di assicurazione sanitaria Medicare. Circa 2,9 milioni di queste persone hanno avuto un ictus tra il 2007 e il 2018. I ricercatori hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per stimare l’esposizione di ogni persona al fumo degli incendi boschivi con una misura chiamata PM2.5, cioè la concentrazione di particolato fine con un diametro pari o inferiore a 2,5 micrometri. Gli studiosi hanno anche esaminato l’esposizione ad altri inquinanti atmosferici e hanno tenuto conto di noti fattori di rischio di ictus, come il fumo e lo status socioeconomico. Questo ha permesso al team di confrontare i livelli di esposizione a lungo termine delle persone al fumo degli incendi boschivi con il rischio di ictus, arrivando a una conclusione sconcertante: per ogni microgrammo per metro cubo di aumento delle polveri sottili (PM2.5) derivanti dal fumo degli incendi, il rischio di ictus aumenta dell’1,3%. Per fare un confronto, la stessa quantità di polveri sottili prodotta dal traffico o dalle industrie aumenta il rischio “solo” dello 0,7%. In altre parole, il fumo degli incendi sembra essere quasi due volte più tossico per il nostro sistema cerebrovascolare rispetto allo smog cittadino. “Questo suggerisce che il fumo degli incendi boschivi – spiega Liu – potrebbe essere ancora più dannoso per il cervello e i vasi sanguigni rispetto all’inquinamento proveniente da altre fonti”. Le particelle che compongono il fumo degli incendi sono un cocktail chimico complesso. Quando un incendio divora non solo alberi, ma anche automobili, case e prodotti industriali, il fumo si carica di metalli pesanti, sostanze chimiche sintetiche e composti altamente ossidanti. Queste micro-particelle sono abbastanza piccole da superare la barriera dei polmoni e finire direttamente nel flusso sanguigno. Una volta lì, scatenano una tempesta perfetta. In primo luogo, il corpo reagisce al fumo come a un’infiammazione massiccia. Poi subentra lo stress ossidativo: le cellule vengono danneggiate dai radicali liberi contenuti nel fumo. Infine, le pareti dei vasi sanguigni si irrigidiscono, favorendo la formazione di coaguli che possono viaggiare fino al cervello, causando l’ictus. Le persone che vivono vicino agli incendi boschivi, inoltre, possono provare lo stress di dover evacuare la propria casa, il che può anche compromettere le normali cure mediche. “Il fumo di per sé – spiega Stabile – contiene degli ossidanti che sono capaci di alterare la struttura delle particelle che trasportano il colesterolo, come l’LDL, e le rendono capaci di stimolare lo sviluppo dell’aterosclerosi. Oltretutto questi stimolanti inibiscono la normale fisiologia delle cellule endoteliali e delle piastrine, due strutture, una contenuta all’interno dei nostri vasi e una contenuta nel sangue circolante, che sono capaci di inibire la formazione dei trombi. L’insieme delle condizioni protrombotiche e delle condizioni pro-aterosclerotiche derivate dall’esposizione consistente al fumo può determinare un significativo incremento delle malattie cardiovascolari”. Il dato forse più allarmante dello studio riguarda la durata dell’impatto. Non parliamo solo di chi si trova vicino alle fiamme. Le correnti d’aria trasportano queste particelle per migliaia di chilometri, coprendo intere nazioni in una coltre invisibile. Gli studi indicano che l’esposizione accumulata in 2 o 3 anni è quella che presenta i rischi maggiori, suggerendo che gli effetti sulla salute continuano a manifestarsi molto tempo dopo che l’ultimo tizzone è stato spento. “Per le persone che vivono in aree a rischio di incendi, è importante capire che il fumo degli incendi boschivi – evidenzia Liu – non rappresenta solo un pericolo immediato per la respirazione, ma può anche aumentare il rischio di ictus a lungo termine”. Comportamenti preventivi, come l’attivazione dei sistemi di filtraggio dell’aria interna e la limitazione dell’attività fisica all’aperto nelle giornate con fumo intenso, possono aiutare a prevenire un ictus. “I nostri risultati suggeriscono inoltre che non esiste una soglia di sicurezza apparente per l’esposizione al fumo”, afferma Liu. “Questo significa che anche il fumo ricorrente ‘moderato’ potrebbe essere rilevante, non solo gli eventi estremi. Politiche che prevengano o gestiscano gli incendi, migliorino i rifugi per l’aria pulita a livello comunitario e garantiscano l’accesso all’assistenza medica e ai farmaci durante e dopo gli eventi di fumo potrebbero ridurre l’incidenza di ictus in una popolazione che invecchia”, conclude. Lo studio L'articolo “Il fumo degli incendi boschivi aumenta il rischio di ictus”. Lo studio e il confronto con lo smog proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Una nuova specie invasiva nella laguna di Venezia: le Noci di mare mettono in pericolo ecosistema e pesca
Tra i canali di Venezia è sbarcato un nuovo “alieno”. Una delle 100 specie invasive più dannose al mondo, lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi detto anche “Noce di mare”, rischia di mettere in pericolo l’ecosistema marino e l’economia ittica della laguna di Venezia con la sua diffusione. Tra le cause di questo fenomeno ci sono gli effetti sulle acque del cambiamento climatico, circostanza che favorisce la proliferazione delle Noci a discapito di altri organismi dell’habitat. L’avvertimento viene da una ricerca realizzata dall’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e pubblicata su Estuarine, Coastal and Shelf Science, rivista accademica internazionale che si occupa di scienze oceanografiche e costiere, con il titolo ‘An invader chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon‘. La noce di mare è un organismo marino trasparente e gelatinoso che raggiunge solitamente una lunghezza compresa tra 7 e 12 centimetri. E rappresenta un pericolo per le lagune mediterranee perché, come ha spiegato il ricercatore di UniPd Filippo Piccardi, il contesto è “caratterizzate da una forte variabilità spaziale e stagionale delle condizioni ambientali” e ancora non si conosce l’impatto delle noci su di esso. Il primo autore dello studio ha spiegato che lui e i suoi colleghi hanno “adottato un approccio interdisciplinare e monitorato per due anni la distribuzione spaziale della specie con esperimenti controllati per definire le principali soglie ambientali di sopravvivenza”. I risultati hanno evidenziato “un andamento stagionale [della specie ndr], con bloom (eventi di riproduzione massiva) in tarda primavera e tra fine estate e inizio autunno”, dei periodi che sono correlati alla temperature e alla salinità dell’acqua durante l’anno. Questo ctenoforo è una specie resistente: riesce a sopravvivere tra i 10 e i 32 °C e un grado di salinità compreso tra i 10 e i 34 grammi di sale per litro d’acqua. Un concetto che è stato ribadito anche da Valentina Tirelli, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale: “I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza, aumentando il rischio di severe ripercussioni sul funzionamento dell’intero ecosistema lagunare”. La coautrice dello studio si è detta soddisfatta perché il lavoro svolto “fornisce nuove informazioni sulla nicchia ecologica di questa specie nella laguna di Venezia”. Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega, ha dichiarato che la noce di mare rappresenta “una nuova calamità, peggiore del granchio blu” perché oltre al plancton “divora lo stadio larvale di pesci, molluschi e crostacei”. Uno scenario che si è già verificato: “Soltanto nell’alto Adriatico, negli ultimi mesi, la pesca alle vongole ha registrato un crollo del fatturato da 120 a 13 milioni, con la cessazione di 700 partite iva”. Per questo, l’eurodeputata ha chiesto alla Commissione europea di adottare “delle azioni urgenti, con misure di compensazione dedicate”. L'articolo Una nuova specie invasiva nella laguna di Venezia: le Noci di mare mettono in pericolo ecosistema e pesca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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