Ritorno in presenza, cinque giorni su cinque per buona parte dell’organico.
Accordo sui buoni pasto cancellato, come anche quelli relativi a rimborsi e
trasferte. Tutto unilateralmente. La mossa arriva da Lutech, uno dei gruppi
leader in Italia nel settore della trasformazione digitale e dei servizi IT. Una
vera e propria ristrutturazione che ha messo d’accordo tutti i sindacati
metalmeccanici e del commercio, i due contratti applicati dall’azienda
controllata dal fondo britannico Apax Partners. Così, nonostante il settore
informatico non sia esattamente tra i più sindacalizzati, è stato proclamato lo
stato di agitazione e giovedì, dopo le assemblee, in centinaia hanno lasciato il
posto di lavoro.
Lutech conta circa 5.000 dipendenti tra Cinisello Balsamo (Milano), Roma,
Napoli, Bari e altre sedi minori. Dopo l’ingresso nel 2021 con l’acquisizione da
One Equity Partners, oggi al comando di Comau, già nel 2024 erano circolate voci
di uscita di Apax, mai concretizzatesi. Ora, nonostante le commesse non manchino
e i conti siano in ordine, è arrivato l’input per un sostanziale taglio dei
costi andando a colpire gli accordi di secondo livello.
Accanto al ritorno forzato alla presenza in ufficio per chi non segue progetti o
nella sede del cliente per i “people manager”, con lo smartworking ‘tagliato’
anche per gli altri, Lutech ha comunicato la riduzione del buono pasto a 4 euro
per chi lavora da remoto e ha fissato a 10 euro il valore di chi va in ufficio.
Una sforbiciata è arrivata anche su importi corrisposti per colazione e cena dei
trasfertisti (azzerando il pranzo, fatto salvo il buono pasto) nonché sulle
indennità e rimborsi specifici per le trasferte all’estero.
“Il tutto senza alcun confronto con i sindacati – sottolinea Valentina Orazzini
della Fiom nazionale – Non si decide in maniera unilaterale come si rimodella lo
smartworking. Parliamo di un gruppo che ‘vende’ innovazione, inizi a evolversi
davvero. I diritti sindacali in Italia esistono ancora, anche per chi ragiona
con le logiche di un fondo”. La grande partecipazione alle assemblee in vista
dello sciopero – fanno notare Fim, Fiom, Uilm, Fisascat, Filcams, Uiltucs –
rende più forte la richiesta unitaria: “Fermare i diktat aziendali e aprire
immediatamente un vero confronto”. I sindacati ritengono “inaccettabile” che un
gruppo delle dimensioni di Lutech “continui a ignorare il ruolo delle
rappresentanze delle lavoratrici e dei lavoratori e a procedere senza un
confronto serio e strutturato”.
L'articolo Lutech impone rientro in ufficio, rimodula buoni pasto e indennità:
scatta la protesta dei dipendenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Costo del lavoro
Fabio Giomi, il cassiere 62enne licenziato e poi reintegrato al lavoro per con
il controverso “test del carrello” ha deciso di non tornare al lavoro in Pam. Il
lavoratore ha scelto di chiudere definitivamente il rapporto con l’azienda,
avvalendosi della possibilità prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori di ricevere l’indennità sostitutiva: 15 mensilità come risarcimento
per l’allontanamento giudicato discriminatorio.
Dopo la sentenza del 29 dicembre, Giomi era stato richiamato il 31 dicembre, ma
ha preferito dire di no, preoccupato anche per un possibile clima ostile sul
posto di lavoro. “Questa sua decisione – spiega Mariano Di Gioia, segretario
della Filcams Cgil senese – nasce dai due mesi di alta tensione mediatica e
personale che Fabio ha vissuto, con un conseguente deterioramento psicologico.
Ha anche capito che il clima per rientrare al lavoro non era dei migliori e ha
preferito l’indennità risarcitoria. Ci ha riferito di avere diverse proposte di
lavoro da valutare, ma ora ha bisogno di un periodo di riposo”.
Secondo il sindacalista, la vicenda rappresenta una vittoria fondamentale anche
per l’intera categoria della Grande distribuzione: “La sentenza conferma che il
metodo usato da Pam non può essere applicato altrove. Fabio non ha scelto questa
strada solo per sé stesso, ma per tutti i colleghi. L’opzione che ha adottato
non annulla l’obiettivo politico e sindacale raggiunto, che costituisce ora un
precedente giuslavoristico importante”.
Giomi non si era accorto che un ispettore aziendale fingendosi cliente aveva
nascosto tra la merce acquistata dei prodotti di profumeria e alcune buste di
salmone. Di lì la contestazione di una presunta grave inadempienza che avrebbe
provocato un danno all’azienda, giustificando il licenziamento immediato. Non
era stato l’unico caso e la decisione aveva scatenato le proteste dei lavoratori
e e polemiche contro la catena sui social.
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Pam licenziato e reintegrato non torna a lavorare proviene da Il Fatto
Quotidiano.