Aveva chiuso la scorsa stagione con un monologo. E con un monologo ha aperto il
suo nuovo anno. Tadej Pogacar trionfa ancora alla Strade Bianche al termine di
una fuga solitaria di 80 chilometri, arrivando sul traguardo di piazza Del Campo
con un vantaggio di un minuto esatto su Paul Seixas, secondo davanti a Isaac Del
Toro. Per il fenomeno sloveno si tratta della terza vittoria consecutiva sugli
sterrati senesi, la quarta in assoluto. Staccato Fabian Cancellara nell’albo
d’oro. Adesso nessuno ha vinto più volte la Strade Bianche. In totale invece è
la vittoria numero 109 in carriera. Pogacar ha dominato alla sua maniera, senza
dare mai la minima possibilità agli avversari: da Wout Van Aert a Tom Pidcock,
fino a Matteo Jorgenson. Una corsa che è finita, di fatto, quando lo sloveno ha
deciso di scattare, come tante volte è accaduto soprattutto nelle ultime due
stagioni. Questo momento è arrivato sul Monte Santa Marie, quando all’arrivo
mancavano ancora 80 chilometri. Settantanove per la precisione.
Dopo di che è stata pura amministrazione del vantaggio, oscillato da un massimo
di due minuti a un minuto e quindici. L’azione del campione del mondo è stata un
vero spettacolo, che ha entusiasmato le decine di migliaia di persone presenti,
in particolare tra Colle Pinzuto e Le Tolfe. Impeccabile anche la tattica della
UAE, che ha piazzato nel gruppo degli immediati inseguitori Isaac Del Toro e Jan
Christen per disinnescare qualsiasi velleità. Tutto ha consentito a Pogacar di
arrivare nel centro storico di Siena in assoluta nonchalance, con le braccia
alzate negli ultimi duecento metri, inchinandosi poi al pubblico subito dopo
aver tagliato la linea del traguardo. La vittoria in questa Strade Bianche è il
miglior viatico possibile in vista della Milano-Sanremo del prossimo 21 marzo.
Uno dei grandi obiettivi di questo 2026 dello sloveno. La preparazione svolta in
inverno è stata perfetta, il morale è alle stelle come di consueto. Siena lo ha
certificato.
Ma Pogacar non è stato l’unico a rubare l’occhio. Un altro infatti che ha saputo
mettere sui pedali una prestazione di grandissimo spessore è Paul Seixas. Il
19enne talento francese era atteso alla vigilia, e non ha tradito le
aspettative. È stato l’unico a resistere dopo l’attacco dello sloveno sul Monte
Santa Marie, ricucendo anche l’iniziale strappo fatto dal campione del mondo sui
rivali. Poi, alla fine, ha dovuto anche lui cedere a dei ritmi che attualmente
sono insostenibili per chiunque, senza però mai crollare. Seixas ha continuato a
rilanciare le azioni degli inseguitori, scattando a ogni rampa sterrata. Il
premio è stato un secondo posto entusiasmante e in solitaria, staccando Del Toro
sull’ultimo strappo di via Santa Caterina. E questo nonostante il messicano
avesse risparmiato più energie del francese. A Seixas insomma non è mancato
talento o personalità. Oggi il livello di Pogacar per lui è inaccessibile; un
giorno chissà.
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Bianche. Attenzione però: ora ha un rivale vero, è il francesino Seixas proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Siena
Fabio Giomi, il cassiere 62enne licenziato e poi reintegrato al lavoro per con
il controverso “test del carrello” ha deciso di non tornare al lavoro in Pam. Il
lavoratore ha scelto di chiudere definitivamente il rapporto con l’azienda,
avvalendosi della possibilità prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori di ricevere l’indennità sostitutiva: 15 mensilità come risarcimento
per l’allontanamento giudicato discriminatorio.
Dopo la sentenza del 29 dicembre, Giomi era stato richiamato il 31 dicembre, ma
ha preferito dire di no, preoccupato anche per un possibile clima ostile sul
posto di lavoro. “Questa sua decisione – spiega Mariano Di Gioia, segretario
della Filcams Cgil senese – nasce dai due mesi di alta tensione mediatica e
personale che Fabio ha vissuto, con un conseguente deterioramento psicologico.
Ha anche capito che il clima per rientrare al lavoro non era dei migliori e ha
preferito l’indennità risarcitoria. Ci ha riferito di avere diverse proposte di
lavoro da valutare, ma ora ha bisogno di un periodo di riposo”.
Secondo il sindacalista, la vicenda rappresenta una vittoria fondamentale anche
per l’intera categoria della Grande distribuzione: “La sentenza conferma che il
metodo usato da Pam non può essere applicato altrove. Fabio non ha scelto questa
strada solo per sé stesso, ma per tutti i colleghi. L’opzione che ha adottato
non annulla l’obiettivo politico e sindacale raggiunto, che costituisce ora un
precedente giuslavoristico importante”.
Giomi non si era accorto che un ispettore aziendale fingendosi cliente aveva
nascosto tra la merce acquistata dei prodotti di profumeria e alcune buste di
salmone. Di lì la contestazione di una presunta grave inadempienza che avrebbe
provocato un danno all’azienda, giustificando il licenziamento immediato. Non
era stato l’unico caso e la decisione aveva scatenato le proteste dei lavoratori
e e polemiche contro la catena sui social.
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Pam licenziato e reintegrato non torna a lavorare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tutto di destro: prima il dribbling sull’avversario, poi il tiro imparabile alle
spalle di Sicignano. Un gol bellissimo, col piede sbagliato visto che l’autore,
André Luciano da Silva detto Pinga, è tutto sinistro e che regala la prima
vittoria in casa al Treviso a discapito del Lecce il 18 dicembre di 20 anni fa.
Numeri importanti per quel ragazzo brasiliano, ex promessa ai tempi del Treviso,
ultima stagione in Italia.
Nato ad Aracati, nella zona di Fortaleza: spiagge immense e paesaggi da
cartolina, e poi ci sono i “meninos” che sognano altri scenari giocando a
pallone sulla sabbia. Uno di quelli è Andrè: è forte ma piccolino, troppo, e per
questo gli appioppano il soprannome di “Pingo”. “Pingo” vuol dire goccia e la
persona che gli appiccica addosso quel soprannome vuol dire che il ragazzo è un
“pingo de gente”, una goccia di persona, per quanto è basso.
Pinga diventerà dopo, a opera di un’agente: vorrebbe dire “goccetto” con un
riferimento agli alcolici e in particolare alla cachaça, ma il calciatore ha
sempre respinto ogni collegamento: “Avevo otto anni quando mi hanno chiamato
così, non potevo certo bere del liquore”.
Le finte, quelle sì, sono ubriacanti: lo dimostra nel futsal, suo primo sport,
ma viene notato dallo Sporting di Cearà che lo porta nelle sue giovanili. Passa
al Vitoria e poi alla Juventus di San Paolo dove mostra già numeri da
campioncino: attira su di sé le attenzioni di tanti club europei, anche grazie a
Scolari che lo paragona a Rivaldo, e il Toro riesce ad accaparrarselo nel 1999
quando ha solo 18 anni.
Comincia dalla Primavera, accanto a lui c’è un altro ragazzo non male, pure lui
tutto mancino, che si chiama Emanuele Calaiò, mentre la punta di riserva si
chiama Fabio Quagliarella. Sulla panchina dei grandi c’è Emiliano Mondonico, uno
che problemi a far giocare un ragazzino, se forte, non se n’è mai fatti:
esordisce in Coppa Italia contro l’Atalanta, in Serie A un mese più tardi contro
il Perugia.
La prima da titolare col Parma ad aprile, ma è nella gara successiva che André
fa stropicciare gli occhi a tutti. Al “Delle Alpi” arriva il Milan campione
d’Italia che va in vantaggio con Ambrosini, Pinga in tuffo però si prende di
prepotenza un cross di Mendez e riporta il match in parità. Ma è quello che
avviene nel secondo tempo che di fatto “regala” Pinga al popolo granata: Pecchia
crossa dalla trequarti e trova Pinga però defilato e troppo vicino alla porta,
il brasiliano la controlla e non si lascia tradire dalla tentazione di chiudere
gli occhi e sparare forte ma tocca piano piano per una palombella deliziosa che
porta in vantaggio i granata.
Pareggerà Guglielminpietro, ma Pinga – già una sorta di mascotte per il nome
buffo e la giovane età – diventerà un mito, una speranza a cui aggrapparsi. Il
Toro però retrocede e Pinga resta in granata, proprio per alimentare quella
speranza di tornare subito a splendere in Serie A: ci riesce il Torino, un po’
meno il brasiliano che alterna ottime giocate a gare anonime, ma quanto di buono
fatto gli vale la convocazione ai mondiali Under 20, dove brilla con la maglia
verdeoro.
Ci sarebbero tutte le basi per fare bene, ma non trova spazio, e viene girato in
prestito al Siena in Serie B. In Toscana splende: 4 gol il primo anno, 7 il
secondo con il Siena promosso in Serie A. La festa però sarà amara: dopo la gara
contro la Salernitana l’auto su cui viaggiano Pinga e Taddei si ribalta e si
incendia, il fratello di Taddei muore, i due calciatori restano feriti.
Quell’incidente segna uno spartiacque. Il calcio, da promessa leggera come una
goccia, improvvisamente pesa come piombo.
Pinga rientra al Torino portandosi addosso cicatrici che copre con una bandana:
diventerà il suo marchio di fabbrica. Fa bene nella prima stagione dopo il
ritorno, fa benissimo nella seconda, con otto gol nella regular season e un gol
memorabile nei playoff contro l’Ascoli: vuole la A Pinga, finalmente. La
conquista, ma non la vedrà in granata, perché la squadra non sarà ammessa per
inadempienze finanziarie. Allora va a Treviso, ma la stagione non è positiva.
Torna in Brasile, all’Internacional, vincendo tutto e togliendosi quelle
soddisfazioni che avrebbe voluto togliersi in Europa, prima di girovagare tra
Qatar ed Emirati Arabi. Una luce intermittente, che a Torino ancora ricordano
con simpatia: un dribbling fatto col piede sbagliato, una palombella pensata
quando tutti avrebbero tirato forte. È stato, in fondo, quello che diceva il suo
primo soprannome: una goccia di calciatore. Piccola, sì. Ma capace di lasciare
il segno.
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morì il fratello di Taddei: copriva le cicatrici con una bandana proviene da Il
Fatto Quotidiano.