C’è una canzone, dolcissima e straziante, di Bob Dylan, significativamente Bob
Dylan’s Dream, contenuta nel suo secondo album, il celebre Freewhelin’,
dall’iconica copertina; al cospetto dei capolavori presenti nel disco, questo
brano è spesso dimenticato; il poco più che ventenne cantautore, ancora non
famoso, riflette sulle amicizie perdute, con la voce e la saggezza di un adulto
disincantato: “Con i cuori affamati nel calore e nel freddo/ Non pensavamo che
saremmo mai diventati vecchi/Pensavamo che potevamo restare per sempre in
allegria/ ma in realtà le nostre possibilità erano una su un milione”. Non
riesco ad ascoltarla senza commuovermi.
Penserete a un errore di impaginazione: cosa c’entra una canzone poco nota del
‘63 con una serie monumento agli anni ’80? C’entra perché il segreto del
successo di Stranger Things risiede precisamente nell’aver colto e abitato quel
sentimento di commossa nostalgia espressa da Dylan: i Fratelli Duffer non si
sono inventati nulla, hanno semplicemente elaborato sul piano della narrazione
seriale la poetica dei loro mentori Stephen King e Steven Spielberg.
All’intera fortunatissima serie si potrebbe mettere in calce la memorabile frase
finale di Stand by Me: “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12
anni. Gesù, chi li ha avuti?”.
Da questo punto in poi, enormi spoiler.
A Natale ho ricevuto per regalo portachiavi, felpe, mazzi di carte e diverse
magliette di Stranger Things. Quindi, dal punto di vista dell’intrattenimento
ovviamente “mi piace”. Ma non posso non vederne gli inaccettabili difetti.
Nel mio post facilmente profetico per Il Bazar Atomico, scritto prima
dell’ultima puntata, avevo intuito il senso del finale. Ho trovato commovente i
momenti finali, il commiato dall’adolescenza, il passaggio del testimone alle
future generazioni, la citazione letterale da Stand by Me, stupenda la coda
finale con i personaggi tramutati in personaggi di Dungeons & Dragons sulle note
di Heroes di David Bowie, anche il finale ambiguo sul futuro di Undici. Ma il
percorso per arrivare a quel finale è inaccettabilmente approssimativo.
I fratelli Duffer sono stati magistrali dal punto di vista del marketing e
dell’hype: la divisione dell’ultima stagione in tre tronconi ha consentito a
centinaia di youtuber, influencer e comunità di fan di sbizzarrirsi sulle più
disparate teorie riguardo il destino dei protagonisti. Questo è sicuramente
parte del divertimento: se Stranger Things si rivela “una storia di D&D”, è
stato bellissimo diventare ciascuno un master sulla base del mondo di fantasia
della serie.
Peccato che le teorie dei fan erano più interessanti, imprevedibili, coerenti e
sensate degli archi narrativi reali.
Immediato obiettare che il senso della serie fosse restituire la magia della
scoperta e l’importanza dell’amicizia, all’interno della cornice di finzione
delle grandi saghe anni ’80. Certo, la sospensione dell’incredulità è il
presupposto di qualsiasi avventura fantasy: ma la “magia” del racconto è proprio
rendere plausibile ciò che è impossibile. Gli autori hanno rivelato
un’attenzione maniacale ai cosiddetti easter egg, ogni dettaglio secondario si è
rivelato circolarmente strutturale alla narrazione.
Purtroppo, in questa minuziosa opera di collage d’opere altrui, si è perso il
senso della trama: personaggi completamente abbandonati, incongruenze grottesche
(Vecna rapisce Holly col pensiero da una dimensione all’altra, ma se la fa
strappare via da un ragazzino cicciottello), premesse smentite (nel Sottosopra
si entrava come a Chernobyl, nell’Abisso si passeggia come a Via del Corso)…
soprattutto, che senso ha tramutare un villain in un kaiju se poi viene
liquidato come in un film di Bud Spencer e Terence Hill?
Più volte i Duffer sono dovuti intervenire pubblicamente per spiegare il senso
di alcune scene: segno evidente che non sono state scritte bene, nonostante la
presenza di numerosi, comodissimi deus ex machina (viaggi interdimensionali,
personaggi in grado di creare illusioni etc.) per spiegare le apparenti
contraddizioni.
Da Lost a Game of Thrones, non è la prima volta che un finale delude i fan: in
questo caso, non c’è né l’ambizione filosofica del primo, né il coraggio del
secondo. L’accusa che rivolgo ai Duffer è il mantra della loro stessa serie:
“gli amici non mentono”. Li ringrazio, però, per un’intuizione stupenda:
l’emozione di ascoltare Purple Rain mentre un gruppo di ragazzini prova a
salvare il mondo.
Ps. Si parla di un episodio segreto con finale alternativo, pubblicato nei
prossimi giorni. Sarebbe davvero un colpo di teatro geniale.
L'articolo Ringrazio Stranger Things per avermi ricordato Bob Dylan, ma non
riesco a non vederne gli enormi difetti (attenzione: spoiler!) proviene da Il
Fatto Quotidiano.