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Processo Cutro “vietato” alla stampa, niente telecamere e niente audio. Fuori anche Radio radicale. Le riprese le fa il Tribunale col tablet
Riprese mute e solo per 10 minuti. Registrazioni audio, ma pubblicabili non prima delle motivazioni della sentenza. Già da tempo il lavoro del cronista giudiziario è diventato complicato a causa delle varie normative “bavaglio” approvate dai governi degli ultimi anni, il modo che la politica ha trovato per relegare le inchieste a una questione tra Procure e indagati. Con buona pace del diritto di cronaca e, soprattutto, del diritto del cittadino a informarsi, quantomeno sui temi che hanno un interesse pubblico. Adesso alle leggi “bavaglio” si aggiungono anche la benda per gli occhi e i tappi per le orecchie. IL PROCESSO E GLI IMPUTATI È questa la nuova frontiera con cui devono fare i conti i volenterosi che vorrebbero seguire il processo che si sta celebrando a Crotone sui mancati soccorsi per la tragedia di Cutro e che vede imputati quattro finanzieri e due militari della Guardia costiera rinviati a giudizio per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Sarebbero rimasti fermi, o quasi, quando il caicco “Summer love”, partito dalla Turchia, si è schiantato all’alba del 26 febbraio 2023 in una secca a un chilometro dalla costa calabrese provocando la morte di 94 migranti di cui 35 bambini. Un processo in cui c’è in ballo non solo la giustizia per quelle vite umane affogate nel Mediterraneo e per i loro familiari. Lo stesso Stato che si costituisce parte civile se gli imputati sono scafisti ma che, invece, non lo ha fatto stavolta perché sono sotto processo uomini in divisa. Che tra i loro avvocati, oltre a quelli ufficiali e con la toga, possono vantare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (“Sono certo che dimostreranno la loro estraneità”), il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (“Tutto sarà chiarito e i militari riusciranno a dimostrare la loro innocenza”) e, neanche a dirlo, il vicepremier Matteo Salvini che è andato anche oltre scagliandosi contro i giudici (“Una sola parola: Vergogna. Processare sei militari, che ogni giorno rischiano la vita per salvare altre vite. Vergogna”). Se una parte dello Stato (la Procura di Crotone e i carabinieri che hanno condotto le indagini) viene attaccata da un’altra parte dello Stato (il governo) nel tentativo di difendere una terza parte dello Stato (i militari imputati) che doveva farsi carico del salvataggio di vite umane, basterebbe questo per consentire la più ampia pubblicità del processo sul naufragio di Cutro. IL DIVIETO ASSOLUTO Tutto, invece, deve avvenire a porte chiuse e chi entra in aula (ancora il codice di procedura penale consente l’ingresso, ndr) ha l’obbligo di non filmare e di non registrare l’udienza pubblica. L’audio potrà essere richiesto (immaginiamo dietro il pagamento dei diritti, ndr) solo alla cancelleria ma come “ogni ulteriore istanza di accesso ai file sia audio che video delle prossime udienze sarà esaminata dal Collegio soltanto all’esito del deposito della motivazione della sentenza”. Tradotto (visti i tempi dei processi): tra qualche anno. Come ha stabilito il giudice Alfonso Scibona che presiede il collegio penale e che ha firmato un’ordinanza della quale, a farne le spese, è la stampa e, in particolare, Radio Radicale che da anni svolge una “funzione pedagogica” per il Paese trasmettendo in diretta i processi più importanti d’Italia e consentendo con un semplice link di seguire le udienze ai cittadini di Bolzano così come a quelli di Siracusa. L’ORDINANZA DEL GIUDICE E mentre un altro collegio penale dello stesso Tribunale di Crotone ha autorizzato addirittura la diretta streaming di un processo di mafia, ancora in corso, il collegio davanti al quale si sta celebrando il processo per la strage di Cutro ha chiarito che le misure “restrittive” per la stampa sono state disposte per “assicurarsi la necessità di evitare ogni forma di contaminazione della genuinità della prova considerato che detto interesse rischierebbe di essere inevitabilmente pregiudicato allorché si accordasse ad un teste la possibilità di preconfezionare le proprie dichiarazioni e la propria versione dei fatti e circostanze mediante accesso all’audio e al video dell’udienza in cui si è raccolta la ricostruzione offerta dagli altri testimoni già escussi”. Per il giudice Scibona, in sostanza, “non possono trascurarsi gli ulteriori rischi che una sovraesposizione mediatica del processo recherebbe con sé dovendo assicurarsi una gestione dell’istruttoria tesa a mettere al proprio agio i testi e evitare che essi, preoccupati di finire su tutti i giornali il giorno dopo a causa di una divulgazione talvolta incontrollata della rispettiva immagine e delle loro dichiarazioni, possano essere indotti anche alla reticenza”. UN TABLET PER LE RIPRESE Niente audio quindi e niente telecamere: le televisioni e i giornali potranno solo dieci minuti della prima mezz’ora di ogni udienza. La “registrazione – ha chiarito il Tribunale – avverrà mediante postazione fissa, collocata in fondo all’aula, priva di inquadrature con effetto zoom e sempre previa interlocuzione con le parti interessate”. Per capire cosa il Tribunale intenda per “postazione fissa collocata in fondo all’aula e priva di inquadrature con effetto zoom”, è utile leggere il sito “ilcrotonese.it” che era presente all’ultima udienza e che, perciò, regala agli assenti giustificati l’immagine di una giustizia quantomeno impacciata. Ma anche quella di un “povero funzionario” improvvisato “cameramen di ufficio”. “La telecamera trovata dal Tribunale di Crotone – si legge nell’articolo – era un tablet poggiato su un tomo di un codice penale all’ultimo banco dell’aula. Posizione impossibile per le riprese visto che davanti c’era il pubblico. Il funzionario del Tribunale chiamato a fare le riprese si è dovuto necessariamente alzare e tenere in mano il tablet”. L'articolo Processo Cutro “vietato” alla stampa, niente telecamere e niente audio. Fuori anche Radio radicale. Le riprese le fa il Tribunale col tablet proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tagliati i 10 milioni a Radio Radicale, quasi 8 regalati a Zalone. Vedo un governo surreale della cultura!
La “Manovra” per l’anno 2026 conferma le tante assurdità che caratterizzano il sostegno dello Stato a favore della cultura, in perdurante totale assenza di una visione sistemica e strategica. Gli esempi delle contraddizioni sono tante: perché è stato ridotto il sostegno al cinema e all’audiovisivo, dai 700 milioni del 2025 ai 610 del 2026? Perché i contributi alle emittenti radio-televisive locali sono stati mantenuti, dopo un primo annunciato taglio di 20 milioni di euro? Perché il flusso del canone per la Rai è stato ridotto di 10 milioni (che pure sono veramente poca cosa per la tv pubblica)? Perché Radio Radicale è scomparsa dai radar del sostegno pubblico e quindi sembrano essere saltati i suoi 10 milioni di euro l’anno di sostegno dello Stato? Si tratta forse di operazioni chirurgiche mirate, finalizzate a ridurre il deficit dello Stato? No. Si tratta di piccoli e grandi aggiustamenti determinati dall’influenza (o meno) delle singole lobby di settore, e soprattutto da logiche irrazionali e contingenti. Interventi di “taglio e cucito” messi in atto con rozzezza ed approssimazione. Senza alcuna valutazione del loro reale impatto. Da molti anni, lamento e denuncio – anche attraverso le attività di ricerca dell’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – le tante incongruenze e le infinite contraddizioni dell’intervento dello Stato italiano a favore della cultura: la Repubblica ha ereditato dal regime fascista molte istituzioni (dalla Rai ex Eiar a Cinecittà, dall’Istituto per l’Enciclopedia Italiana alias Treccani alla Biennale di Venezia), ed un “sistema” assolutamente disorganico di norme e regole per sostenere la cultura, soprattutto attraverso procedure di sovvenzionamento – al teatro, al cinema, al servizio pubblico radiotelevisivo, all’editoria… – che non sono mai state oggetto di verifiche accurate e di valutazioni di impatto. Prevale nasometria e conservazione: un governo inerziale della cultura. L’unico tentativo di riforma, di razionalizzazione, di superamento di leggi e leggine dispersive nel settore del cinema e dello spettacolo, è stato avviato nel 1985 dall’ex ministro del Turismo e dello Spettacolo il socialista Lelio Lagorio, con quella che venne definita “la legge madre” dello spettacolo, che avrebbe dovuto filiare interventi nei vari settori… Ma così non è stato, fatta salva la Legge su Cinema e Audiovisivo approvata a fine 2016, fortemente voluta dall’allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali, il dem Dario Franceschini. Ma anche questa legge su cinema e audiovisivo – che ha introdotto lo strumento del sempre più controverso “tax credit” – non ha scardinato un assetto storico basato su un deficitario sistema di valutazione dell’intervento della mano pubblica, nel quale prevalgono opachi meccanismi selettivi. Ed oggi abbiamo uno Stato che assegna al cinema e audiovisivo 610 milioni di euro, a fronte di soltanto 450 (chissà perché non 600 o 300…) a teatro, musica, danza, circhi. Di anno in anno, i danari pubblici vengono graziosamente spostati da un lato all’altro del bilancio dello Stato con logiche irrazionali, spesso del tutto incomprensibili e con innesti estemporanei. Se ne disperdono tante, di risorse pubbliche, in assenza di monitoraggi e controlli. Tra i tanti esempi della dispersione di risorse: la Legge Finanziaria per il 2026 introduce un neonato “Fondo per il Sistema Musicale Italiano”, con una dotazione di 1,5 milioni di euro per lo sviluppo della competitività del comparto, nonché per la promozione del sistema musicale nazionale. I beneficiari sono le imprese produttrici e organizzatrici di spettacoli di “musica popolare contemporanea” (ovvero pop-rock-jazz-folk…). Una dotazione simbolica, per un settore che pure vanta una sua assoluta autosufficienza economica, forte di una grande ricchezza derivante dal mercato. Che bisogno c’era?! Senza dubbio innovativo e stimolante, invece, il nuovo “Fondo per la cultura terapeutica e la cura sociale”: 1 milione di euro l’anno per favorire la fruizione delle arti dello spettacolo e del patrimonio culturale quali strumenti terapeutici, per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazioni di marginalità sociale… Dotazione però totalmente inadeguata. E poi si scopre (la notizia è emersa domenica 4 gennaio 2026) che misteriosamente in Manovra è saltato lo storico contributo di 10 milioni l’anno a favore di Radio Radicale: 8 milioni per la convenzione sulle sedute parlamentari e gli eventi, 2 milioni per la digitalizzazione dell’archivio della radio, ovvero sedute, processi, congressi politici. Dopo 30 anni, la convenzione fra Radio Radicale e lo Stato italiano è quindi a rischio per mancanza di finanziamenti. La convenzione ha registrato fasi altalenanti, con modifiche della cifra e suspence fino all’ultimo minuto utile… Senza entrare nel merito delle benemerite attività di Radio Radicale, essa di fatto funge da supplente rispetto ad un ruolo che avrebbe potuto / potrebbe svolgere la Rai. Il compianto Marco Pannella investì parte significativa del proprio impegno politico per creare una emittente che fosse indipendente dalla Rai governata dalla partitocrazia… In sostanza, anche in questo caso, la riprova di un’assenza di indirizzo strategico dello Stato, di (buon) governo di sistema, anche rispetto al concetto di servizio pubblico radio-televisivo anzi mediale. E nessuno sembra essersi reso conto che il tanto decantato (anche dalla destra culturale) film commerciale di Checco Zalone Buen Camino, a fronte di 28 milioni di euro di budget (dichiarati al Ministero) va a beneficiare di quasi 8 milioni di euro di credito d’imposta… Si tagliano 10 milioni di euro a Radio Radicale e poi si regalano 8 milioni alla multinazionale paneuropea francese Vuelta Group che controlla Indiana Production per il film di Zalone, coprodotto da Medusa Film controllata dal Gruppo Mediaset?! Incredibile, ma vero. Governo surreale della cultura. L'articolo Tagliati i 10 milioni a Radio Radicale, quasi 8 regalati a Zalone. Vedo un governo surreale della cultura! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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