La “Manovra” per l’anno 2026 conferma le tante assurdità che caratterizzano il
sostegno dello Stato a favore della cultura, in perdurante totale assenza di una
visione sistemica e strategica. Gli esempi delle contraddizioni sono tante:
perché è stato ridotto il sostegno al cinema e all’audiovisivo, dai 700 milioni
del 2025 ai 610 del 2026? Perché i contributi alle emittenti radio-televisive
locali sono stati mantenuti, dopo un primo annunciato taglio di 20 milioni di
euro? Perché il flusso del canone per la Rai è stato ridotto di 10 milioni (che
pure sono veramente poca cosa per la tv pubblica)? Perché Radio Radicale è
scomparsa dai radar del sostegno pubblico e quindi sembrano essere saltati i
suoi 10 milioni di euro l’anno di sostegno dello Stato?
Si tratta forse di operazioni chirurgiche mirate, finalizzate a ridurre il
deficit dello Stato? No. Si tratta di piccoli e grandi aggiustamenti determinati
dall’influenza (o meno) delle singole lobby di settore, e soprattutto da logiche
irrazionali e contingenti.
Interventi di “taglio e cucito” messi in atto con rozzezza ed approssimazione.
Senza alcuna valutazione del loro reale impatto.
Da molti anni, lamento e denuncio – anche attraverso le attività di ricerca
dell’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – le tante incongruenze
e le infinite contraddizioni dell’intervento dello Stato italiano a favore della
cultura: la Repubblica ha ereditato dal regime fascista molte istituzioni (dalla
Rai ex Eiar a Cinecittà, dall’Istituto per l’Enciclopedia Italiana alias
Treccani alla Biennale di Venezia), ed un “sistema” assolutamente disorganico di
norme e regole per sostenere la cultura, soprattutto attraverso procedure di
sovvenzionamento – al teatro, al cinema, al servizio pubblico radiotelevisivo,
all’editoria… – che non sono mai state oggetto di verifiche accurate e di
valutazioni di impatto.
Prevale nasometria e conservazione: un governo inerziale della cultura.
L’unico tentativo di riforma, di razionalizzazione, di superamento di leggi e
leggine dispersive nel settore del cinema e dello spettacolo, è stato avviato
nel 1985 dall’ex ministro del Turismo e dello Spettacolo il socialista Lelio
Lagorio, con quella che venne definita “la legge madre” dello spettacolo, che
avrebbe dovuto filiare interventi nei vari settori… Ma così non è stato, fatta
salva la Legge su Cinema e Audiovisivo approvata a fine 2016, fortemente voluta
dall’allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali, il dem Dario
Franceschini. Ma anche questa legge su cinema e audiovisivo – che ha introdotto
lo strumento del sempre più controverso “tax credit” – non ha scardinato un
assetto storico basato su un deficitario sistema di valutazione dell’intervento
della mano pubblica, nel quale prevalgono opachi meccanismi selettivi.
Ed oggi abbiamo uno Stato che assegna al cinema e audiovisivo 610 milioni di
euro, a fronte di soltanto 450 (chissà perché non 600 o 300…) a teatro, musica,
danza, circhi. Di anno in anno, i danari pubblici vengono graziosamente spostati
da un lato all’altro del bilancio dello Stato con logiche irrazionali, spesso
del tutto incomprensibili e con innesti estemporanei.
Se ne disperdono tante, di risorse pubbliche, in assenza di monitoraggi e
controlli.
Tra i tanti esempi della dispersione di risorse: la Legge Finanziaria per il
2026 introduce un neonato “Fondo per il Sistema Musicale Italiano”, con una
dotazione di 1,5 milioni di euro per lo sviluppo della competitività del
comparto, nonché per la promozione del sistema musicale nazionale. I beneficiari
sono le imprese produttrici e organizzatrici di spettacoli di “musica popolare
contemporanea” (ovvero pop-rock-jazz-folk…). Una dotazione simbolica, per un
settore che pure vanta una sua assoluta autosufficienza economica, forte di una
grande ricchezza derivante dal mercato. Che bisogno c’era?!
Senza dubbio innovativo e stimolante, invece, il nuovo “Fondo per la cultura
terapeutica e la cura sociale”: 1 milione di euro l’anno per favorire la
fruizione delle arti dello spettacolo e del patrimonio culturale quali strumenti
terapeutici, per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazioni di
marginalità sociale… Dotazione però totalmente inadeguata.
E poi si scopre (la notizia è emersa domenica 4 gennaio 2026) che
misteriosamente in Manovra è saltato lo storico contributo di 10 milioni l’anno
a favore di Radio Radicale: 8 milioni per la convenzione sulle sedute
parlamentari e gli eventi, 2 milioni per la digitalizzazione dell’archivio della
radio, ovvero sedute, processi, congressi politici. Dopo 30 anni, la convenzione
fra Radio Radicale e lo Stato italiano è quindi a rischio per mancanza di
finanziamenti. La convenzione ha registrato fasi altalenanti, con modifiche
della cifra e suspence fino all’ultimo minuto utile…
Senza entrare nel merito delle benemerite attività di Radio Radicale, essa di
fatto funge da supplente rispetto ad un ruolo che avrebbe potuto / potrebbe
svolgere la Rai. Il compianto Marco Pannella investì parte significativa del
proprio impegno politico per creare una emittente che fosse indipendente dalla
Rai governata dalla partitocrazia… In sostanza, anche in questo caso, la riprova
di un’assenza di indirizzo strategico dello Stato, di (buon) governo di sistema,
anche rispetto al concetto di servizio pubblico radio-televisivo anzi mediale.
E nessuno sembra essersi reso conto che il tanto decantato (anche dalla destra
culturale) film commerciale di Checco Zalone Buen Camino, a fronte di 28 milioni
di euro di budget (dichiarati al Ministero) va a beneficiare di quasi 8 milioni
di euro di credito d’imposta… Si tagliano 10 milioni di euro a Radio Radicale e
poi si regalano 8 milioni alla multinazionale paneuropea francese Vuelta Group
che controlla Indiana Production per il film di Zalone, coprodotto da Medusa
Film controllata dal Gruppo Mediaset?! Incredibile, ma vero. Governo surreale
della cultura.
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Vedo un governo surreale della cultura! proviene da Il Fatto Quotidiano.