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Tagliati i 10 milioni a Radio Radicale, quasi 8 regalati a Zalone. Vedo un governo surreale della cultura!
La “Manovra” per l’anno 2026 conferma le tante assurdità che caratterizzano il sostegno dello Stato a favore della cultura, in perdurante totale assenza di una visione sistemica e strategica. Gli esempi delle contraddizioni sono tante: perché è stato ridotto il sostegno al cinema e all’audiovisivo, dai 700 milioni del 2025 ai 610 del 2026? Perché i contributi alle emittenti radio-televisive locali sono stati mantenuti, dopo un primo annunciato taglio di 20 milioni di euro? Perché il flusso del canone per la Rai è stato ridotto di 10 milioni (che pure sono veramente poca cosa per la tv pubblica)? Perché Radio Radicale è scomparsa dai radar del sostegno pubblico e quindi sembrano essere saltati i suoi 10 milioni di euro l’anno di sostegno dello Stato? Si tratta forse di operazioni chirurgiche mirate, finalizzate a ridurre il deficit dello Stato? No. Si tratta di piccoli e grandi aggiustamenti determinati dall’influenza (o meno) delle singole lobby di settore, e soprattutto da logiche irrazionali e contingenti. Interventi di “taglio e cucito” messi in atto con rozzezza ed approssimazione. Senza alcuna valutazione del loro reale impatto. Da molti anni, lamento e denuncio – anche attraverso le attività di ricerca dell’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – le tante incongruenze e le infinite contraddizioni dell’intervento dello Stato italiano a favore della cultura: la Repubblica ha ereditato dal regime fascista molte istituzioni (dalla Rai ex Eiar a Cinecittà, dall’Istituto per l’Enciclopedia Italiana alias Treccani alla Biennale di Venezia), ed un “sistema” assolutamente disorganico di norme e regole per sostenere la cultura, soprattutto attraverso procedure di sovvenzionamento – al teatro, al cinema, al servizio pubblico radiotelevisivo, all’editoria… – che non sono mai state oggetto di verifiche accurate e di valutazioni di impatto. Prevale nasometria e conservazione: un governo inerziale della cultura. L’unico tentativo di riforma, di razionalizzazione, di superamento di leggi e leggine dispersive nel settore del cinema e dello spettacolo, è stato avviato nel 1985 dall’ex ministro del Turismo e dello Spettacolo il socialista Lelio Lagorio, con quella che venne definita “la legge madre” dello spettacolo, che avrebbe dovuto filiare interventi nei vari settori… Ma così non è stato, fatta salva la Legge su Cinema e Audiovisivo approvata a fine 2016, fortemente voluta dall’allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali, il dem Dario Franceschini. Ma anche questa legge su cinema e audiovisivo – che ha introdotto lo strumento del sempre più controverso “tax credit” – non ha scardinato un assetto storico basato su un deficitario sistema di valutazione dell’intervento della mano pubblica, nel quale prevalgono opachi meccanismi selettivi. Ed oggi abbiamo uno Stato che assegna al cinema e audiovisivo 610 milioni di euro, a fronte di soltanto 450 (chissà perché non 600 o 300…) a teatro, musica, danza, circhi. Di anno in anno, i danari pubblici vengono graziosamente spostati da un lato all’altro del bilancio dello Stato con logiche irrazionali, spesso del tutto incomprensibili e con innesti estemporanei. Se ne disperdono tante, di risorse pubbliche, in assenza di monitoraggi e controlli. Tra i tanti esempi della dispersione di risorse: la Legge Finanziaria per il 2026 introduce un neonato “Fondo per il Sistema Musicale Italiano”, con una dotazione di 1,5 milioni di euro per lo sviluppo della competitività del comparto, nonché per la promozione del sistema musicale nazionale. I beneficiari sono le imprese produttrici e organizzatrici di spettacoli di “musica popolare contemporanea” (ovvero pop-rock-jazz-folk…). Una dotazione simbolica, per un settore che pure vanta una sua assoluta autosufficienza economica, forte di una grande ricchezza derivante dal mercato. Che bisogno c’era?! Senza dubbio innovativo e stimolante, invece, il nuovo “Fondo per la cultura terapeutica e la cura sociale”: 1 milione di euro l’anno per favorire la fruizione delle arti dello spettacolo e del patrimonio culturale quali strumenti terapeutici, per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazioni di marginalità sociale… Dotazione però totalmente inadeguata. E poi si scopre (la notizia è emersa domenica 4 gennaio 2026) che misteriosamente in Manovra è saltato lo storico contributo di 10 milioni l’anno a favore di Radio Radicale: 8 milioni per la convenzione sulle sedute parlamentari e gli eventi, 2 milioni per la digitalizzazione dell’archivio della radio, ovvero sedute, processi, congressi politici. Dopo 30 anni, la convenzione fra Radio Radicale e lo Stato italiano è quindi a rischio per mancanza di finanziamenti. La convenzione ha registrato fasi altalenanti, con modifiche della cifra e suspence fino all’ultimo minuto utile… Senza entrare nel merito delle benemerite attività di Radio Radicale, essa di fatto funge da supplente rispetto ad un ruolo che avrebbe potuto / potrebbe svolgere la Rai. Il compianto Marco Pannella investì parte significativa del proprio impegno politico per creare una emittente che fosse indipendente dalla Rai governata dalla partitocrazia… In sostanza, anche in questo caso, la riprova di un’assenza di indirizzo strategico dello Stato, di (buon) governo di sistema, anche rispetto al concetto di servizio pubblico radio-televisivo anzi mediale. E nessuno sembra essersi reso conto che il tanto decantato (anche dalla destra culturale) film commerciale di Checco Zalone Buen Camino, a fronte di 28 milioni di euro di budget (dichiarati al Ministero) va a beneficiare di quasi 8 milioni di euro di credito d’imposta… Si tagliano 10 milioni di euro a Radio Radicale e poi si regalano 8 milioni alla multinazionale paneuropea francese Vuelta Group che controlla Indiana Production per il film di Zalone, coprodotto da Medusa Film controllata dal Gruppo Mediaset?! Incredibile, ma vero. Governo surreale della cultura. L'articolo Tagliati i 10 milioni a Radio Radicale, quasi 8 regalati a Zalone. Vedo un governo surreale della cultura! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La parola d’ordine per questa manovra sul fronte mafie è ‘convivere’
C’è un verbo che può sintetizzare l’orizzonte di questa legge di bilancio sul fronte mafie ed è “convivere”. La parola che è scappata al ministro Tajani intervistato da Fedez per Pulp Podcast un paio di settimane fa, tema: la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina ed il rischio di infiltrazioni mafiose nei cantieri. Le mafie non hanno bisogno di comunicati stampa per capire l’aria che tira, ma di segnali e questa legge di bilancio, unitamente ad alcuni altri provvedimenti “convergenti”, di segnali ne manda numerosi e chiari. Cosa c’è per sostenere investigatori e magistrati? Nulla! Anzi, si rende il loro lavoro più complicato evitando, tra l’altro, di stabilizzare circa 9.000 precari della giustizia assunti temporaneamente grazie ai fondi del Pnrr e divenuti per la buona amministrazione dei processi molto più importanti della riforma “Nordio/Meloni”, che invece produrrà soltanto l’effetto di indebolire l’indipendenza della magistratura a tutto vantaggio dell’esecutivo. Cosa c’è per rendere le carceri non soltanto un luogo di pena, ma anche una occasione di riscatto sociale per chi ha sbagliato ed un luogo di lavoro più dignitoso per il personale che lì è chiamato ad operare? Nulla! Anzi, coerentemente alla “intima gioia” di cui aveva parlato il sottosegretario Delmastro nell’immaginare “senza fiato” i detenuti dentro i blindati della penitenziaria, è stata resa ulteriormente difficile ogni attività rieducativa prevedendo un assurdo accentramento presso il DAP delle autorizzazioni necessarie ad intervenire da parte dei soggetti accreditati. Cosa c’è per migliorare le condizioni di vita in quelle periferie che rischiano di essere o sono effettivamente state, bacino di reclutamento per la criminalità organizzata? Niente di serio! Anche il “modello” Parco Verde di Caivano infatti si è rivelato un bluff: il centro polisportivo di quel territorio, trasformato a tambur battente in un gioiello che avrebbe dovuto rappresentare precisamente l’investimento dello Stato sulla qualità della vita dei giovani, applica rette proibitive proprio per le famiglie più bisognose. Cosa c’è per migliorare le prospettive di vita di quelle vaste aree interne del Paese che sono esposte sempre di più al rischio di spopolamento e impoverimento? Niente! Anzi, il Governo ha messo nero su bianco che non resta che prendere atto di questo destino desolante, mortificando una porzione rilevante di cittadinanza italiana che in quelle aree vive, lavora, “rattoppa” costantemente un tessuto sociale capillare, ricco di tradizioni, di qualità, di inventiva. Una sorta di “cessione di sovranità” programmata, nella quale si inserisce anche il decreto Calderoli sui comuni montani, che aumenta il rischio di un maggiore e pervicace controllo di quelle aree da parte delle consorterie mafiose. Cosa c’è per potenziare il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie che dovrebbe essere un baluardo forte e chiaro dell’azione di liberazione dello Stato? Niente! Anzi il governo ha perso l’occasione per raccogliere la proposta ragionevole e concreta che arriva da Libera di destinare il 2% del FUG alla riqualificazione dei beni confiscati, sostenendo con ciò lo sforzo di Enti Locali e Terzo Settore, in una partita fondamentale per la reputazione stessa della Repubblica. Cosa c’è per contenere la diffusione del gioco d’azzardo legale, che oltre a rappresentare un settore lucroso per il riciclaggio del denaro sporco, costituisce un fattore lacerante di depressione sociale, moltiplicando tra l’altro, il ricorso a prestiti usurari, che spesso sono l’anti camera delle organizzazioni mafiose? Niente! Anzi, il governo che è gagliardamente avviato vero l’abolizione del divieto di sponsorizzazione esplicita dello sport italiano, intanto si è inventato una nuova lotteria, denominata “Win for Italia Team”, per tentare di ripianare i debiti di quell’altro “azzardo” che sono le Olimpiadi di Milano-Cortina. Cosa c’è per aumentare le tutele anche economiche a favore di quei lavoratori stranieri presenti sul nostro territorio che decidano di ribellarsi allo sfruttamento, denunciando i propri aguzzini? Nulla! Anzi la marginalizzazione dei lavoratori irregolari aumenta se possibile la loro invisibilità e quindi la forza di intimidazione delle organizzazioni criminali che ne abusano. La maggioranza ha addirittura cercato, fallendo (per ora), di introdurre uno scudo legale per quelle aziende del lusso che, girandosi dall’altra parte, fanno finta di non sapere che molto del loro profitto è fondato proprio su quello sfruttamento. Luccicano poi in fondo al “secchio” della legge di bilancio due misure da mezzo milione di euro l’una dedicate ad interventi culturali di promozione della legalità ed in particolare alle commemorazioni del centenario della nascita di Pio La Torre, assassinato da Cosa Nostra il 30 aprile del 1982, alla vigilia del comizio che avrebbe tenuto per il Primo Maggio, nel quale avrebbe tracciato ancora una volta un futuro verso il quale “marciare” molto diverso da quello tanto caro alla seconda carica dello Stato. 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La manovra non risolve il gap salariale e stringe il cappio attorno alla classe media
di Dante Nicola Faraoni E’ stata varata una finanziaria che non risolve nessuno dei problemi che affliggono la nostra economia. Una manovra che non interviene sulla drammatica situazione in cui versa il nostro Paese: perdita di potere d’acquisto, produzione in calo, inflazione in aumento da 4 anni (25%). La povertà cresce anche tra una cerchia sempre più ampia di salariati. Su questo quadro va puntualizzato che lo Stato ha la coperta corta e questo lo sanno bene sia il ministro Giancarlo Giorgetti che la premier Giorgia Meloni. Devono fare i conti con il debito pubblico e fare azioni scoperte non piace né ai mercati né alle istituzioni internazionali. Abbiamo già sentito la tiritera che la colpa non è loro ma dei governi precedenti ma se la smettessero di elargire mancette al ceto medio, loro fonte di voti, e di buttare miliardi al vento per sostenere la follia della guerra sarebbe già un buon segno. Bisognerebbe inoltre ricordare al governo che se la povertà continua a crescere significa che la classe media diminuisce e l’urna elettorale si restringe. Quello che invece il governo è incapace di vedere è il rapporto tra produttività e salario reale, un elemento cruciale per comprendere le dinamiche economiche attuali. Quando la produttività cresce più rapidamente dei salari reali, il divario salariale aumenta, creando squilibri che possono portare a disoccupazione e instabilità economica. E’ inutile produrre se non ci sono consumatori in grado di acquistare. Se la produttività cresce di 10 anche i salari devono crescere 10. Se la produttività di un’economia aumentasse del 10% senza un corrispondente incremento dei salari, si creerebbe un divario tra produzione e capacità di acquisto, questo è ciò che sistematicamente il mercato si trova ad affrontare. In un’economia bilanciata, l’aumento della produttività dovrebbe tradursi in un incremento del benessere collettivo attraverso una distribuzione equa delle risorse e del potere d’acquisto. Solo così puoi ridurre la povertà e aumentare la classe media. Il bilanciamento tra domanda e offerta è una legge che nessuna teoria attuale ha ancora scritto ma che molte economie, soprattutto Ue, hanno applicato. Qual è la maggior fonte di offerta? La produttività. Qual è la principale fonte di domanda? I salari. La teoria economica PROUT definisce questo squilibrio Gap Salariale. L’economia presente cerca di prevenire questo Gap con la produzione all’estero e l’acquisto di beni e servizi a debito, due strategie che come possiamo constatare hanno le gambe corte perché la povertà continua ad aumentare portando con sé crisi e bolle finanziarie tipo quella dei mutui subprime (2008) che ha causato la crisi partita dagli Stati Uniti con ripercussioni molto gravi sull’intera economia globale. Il governo deve capire che la creazione di posti di lavoro avviene per effetto dell’azione combinata di industrie e di consumatori, se ci sono salari bassi e povertà con quale potere d’acquisto la popolazione dovrebbe acquistare merci e servizi? La forza del mercato non si basa sui consumi? Non vedere questo significa esser ciechi. Il governo potrebbe intervenire favorendo accordi tra le parti sociali. Un primo passo, potrebbe essere la garanzia di un salario minimo legato alla crescita della produttività, in modo che ogni incremento nella produzione si traduca direttamente in un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Questo approccio non solo ridurrebbe la povertà, ma stimolerebbe anche la crescita economica, poiché i lavoratori con salari dignitosi possono contribuire attivamente alla domanda di beni e servizi. Invece il governo fa la guerra ai sindacati e a chi richiede garanzie di stabilità e prosperità per il futuro. Il governo ha lasciato intendere che la prossima finanziaria sarà più corposa ma in economia le menzogne contano zero: con quali soldi? Aumenterà le tasse? Oppure creando ulteriore debito e buco di bilancio? Iniziate a risparmiare con lo spumante, con questo governo il futuro è oscuro. Buon Anno! IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! 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Auto, il 2026 parte in salita. Pedaggi più cari, diesel più costoso e Rc in aumento
Con l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2026-2028, approvata definitivamente dal Parlamento il 30 dicembre 2025, per gli automobilisti italiani si profila un avvio d’anno all’insegna dei rincari. La manovra economica introduce infatti una serie di interventi che incidono direttamente sui costi legati all’uso dell’auto, tra pedaggi autostradali, carburanti e assicurazioni. Il primo capitolo riguarda i pedaggi autostradali. Dal 1° gennaio 2026 scattano aumenti medi pari all’1,5%, in linea con l’inflazione programmata. L’adeguamento interessa molte concessionarie impegnate nell’aggiornamento dei piani economico-finanziari, dopo che una sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimi i rinvii automatici degli aumenti. Non mancano tuttavia eccezioni: alcune tratte registrano riduzioni o tariffe invariate, come la Ivrea-Torino-Piacenza (-1,35%) o la Concessioni del Tirreno (-6,3%), mentre altre, tra cui quelle gestite da Autostrade per l’Italia, Brescia-Padova e Sat, applicano l’aumento pieno. Sul fronte dei carburanti, la manovra introduce una revisione strutturale delle accise, con l’obiettivo di eliminare le differenze storiche tra benzina e gasolio. Dal nuovo anno l’aliquota viene uniformata a 672,9 euro ogni 1.000 litri per entrambi i prodotti. Questo significa una riduzione dell’accisa sulla benzina di circa 4,05 centesimi al litro (quasi 5 centesimi considerando l’Iva) e, al contrario, un aumento equivalente sul diesel. L’effetto pratico è un rincaro del gasolio alla pompa, che in alcune situazioni potrebbe arrivare a costare più della benzina. La scelta viene motivata dalla necessità di eliminare i cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi e di allineare la fiscalità energetica alle indicazioni europee. Un ulteriore impatto riguarda le assicurazioni auto, in particolare le garanzie accessorie abbinate alla RC obbligatoria. La Legge di Bilancio prevede un aumento delle aliquote fiscali: la polizza “Infortuni del conducente” passa da un’imposta del 2,5% al 12,5%, mentre la copertura di “Assistenza stradale” sale dal 10% al 12,5%. Anche in questo caso l’effetto sarà visibile nei premi pagati dagli automobilisti al momento del rinnovo o della stipula di nuovi contratti. Nel complesso, il 2026 si apre con un quadro meno favorevole per chi utilizza l’auto. Un quadro gravato da interventi che, pur inseriti in una strategia di riordino e razionalizzazione delle imposte, si tradurranno in un aumento sensibile dei costi di mobilità per famiglie e pendolari. L'articolo Auto, il 2026 parte in salita. Pedaggi più cari, diesel più costoso e Rc in aumento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Schlein attacca: “Manovra sbagliata e austera che aiuta i più ricchi. Non vi crede più nessuno”
“Le prime preoccupazioni degli italiani sono il carovita e liste d’attesa per la sanità. Sono le cose che fanno la dignità quotidiana delle persone: mangiare e curarsi“. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein durante le dichiarazioni di voto sulla Manovra, in corso alla Camera, criticando la legge di bilancio. “Una manovra che è in grado di affrontare le prime preoccupazioni degli italiani è sbagliata, è una manovra di austerità, lo state anche rivendicando, è una manovra che prevede la crescita zero”, ha rimarcato ancora Schlein sottolineando che “è una manovra che aiuta i più ricchi, tagliando alla sanità pubblica, tagliando alla scuola pubblica e all’università, mentre aprite le autostrade al privato”. “È una manovra di promesse tradite: avevate promesso abolire la Fornero e invece avete allungato l’età pensionabile, avete aumentato le minime solo di un paio di caffè, avete abolito opzione donna e avete aumentato le accise. Non vi crede più nessuno“, ha proseguito ancora la segretaria dem. “È tempo di pagelle, a Meloni l’ha data la Pagella politica: 7 su 10 delle sue dichiarazioni sono imprecise o sbagliate – ha concluso Schlein – Si può sbagliare, l’ho fatto anche io e mi hanno corretto. Ma dopo tre anni, la vostra propaganda non regge più. E questo lo faranno valere i cittadini”. L'articolo Schlein attacca: “Manovra sbagliata e austera che aiuta i più ricchi. Non vi crede più nessuno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il governo non esclude nuovi interventi su finestre pensionistiche e riconoscimento del riscatto della laurea
Dopo le polemiche degli ultimi giorni, il governo di Giorgia Meloni non esclude che nei prossimi mesi possa intervenire di nuovo sul tema delle pensioni eliminando il riscatto della laurea ai fini dell’uscita anticipata e allungando le finestre pensionistiche. Nella notte tra lunedì e martedì, infatti, l’esecutivo ha dato parere contrario a un ordine del giorno del deputato Pd Arturo Scotto che aveva chiesto alla maggioranza di destra di “assicurare di astenersi” da qualsiasi altra iniziativa sul tema delle pensioni. Dopo il parere negativo, tutta la maggioranza ha votato compattamente per bocciare l’ordine del giorno dem. Il documento firmato da Scotto chiedeva esplicitamente di “assicurare” di astenersi da “altre iniziative normative volte a mettere in discussione l’istituto del riscatto dei corsi universitari di studi ai fini previdenziali”. Questo “sia per quanto concerne il loro riconoscimento ai fini della determinazione del futuro assegno pensionistico, sia per quanto riguarda la validità ai fini della maturazione dei requisiti contributi per l’accesso alla pensione di anzianità, escludendo altresì ogni ulteriore iniziativa volta a prolungare il già improprio strumento delle finestre di uscita”. Il governo ha dato parere contrario e Scotto ha replicato in Aula spiegando che la Lega e la maggioranza “stanno imbrogliando milioni di lavoratori”: “Assumetevi la responsabilità di quello che dite e di quello che indicate come voto – ha continuato il deputato del Pd – Dicendo che siete contrari all’impegno di quest’ordine del giorno, state dicendo agli italiani che nella prossima legge di bilancio o nel prossimo intervento utile toccherete il diritto al riscatto della laurea e toccherete la partita delle finestre”. L’intervento sulle pensioni, sul riscatto della laurea e sulle finestre era stato inserito dal ministero dell’Economia nella legge di Bilancio al Senato ma era saltato dopo l’intervento della Lega che aveva sconfessato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti minacciando addirittura di non votare la Manovra e di aprire quindi una crisi di governo. A domanda specifica sul possibile futuro intervento sulle pensioni, lunedì sera il ministro dell’Economia Giorgetti ha risposto: “Vedremo nel 2026”. Sempre tra gli ordini del giorno però il governo si è contraddetto dando parere favorevole a un altro impegno, stavolta della Lega, per chiedere di sterilizzare l’innalzamento all’età pensionistica. L'articolo Il governo non esclude nuovi interventi su finestre pensionistiche e riconoscimento del riscatto della laurea proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Governo Meloni
Manovra
Pensioni
Manovra, Conte: “Non c’è nulla di nulla per sanità e scuola, solo grandi investimenti per le armi”
“Non c’è nulla di nulla nella sanità, non c’è un piano sanitario, come pure non c’è un piano sulla sicurezza, non c’è un piano sulla scuola, sull’istruzione. Nulla di nulla. Solo grandi investimenti per le armi” così il leader del M5s Giuseppe Conte, intervenendo in Aula sulla legge di bilancio. “La realtà oggi è che si aspetta anche un anno per una tac, sei milioni di cittadini rinunciano alle cure. Date molta attenzione il servizio sanitario privato, ma guardate che non tutti hanno la possibilità di un’assicurazione”, continua Conte, chiedendo di prendere i soldi per le armi e metterli dove servono. “Sulle armi addirittura infilate emendamenti – continua – Un emendamento agevolerà la produzione e il commercio delle armi. È questo ciò di cui il Paese ha bisogno? Forse ne ha bisogno Meloni”. Conte attacca anche il piano di riarmo, sottolineando che l’Italia “non ne potrà beneficiare se non in maniera residuale”. “Non è questo che ci chiedono gli italiani”, conclude. L'articolo Manovra, Conte: “Non c’è nulla di nulla per sanità e scuola, solo grandi investimenti per le armi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Legge di Bilancio, il voto finale alla Camera: la diretta tv
Al via alla Camera il seguito della discussione del disegno di legge (per lo svolgimento delle dichiarazioni di voto finale, con ripresa televisiva diretta RAI dei rappresentanti dei gruppi e delle componenti politiche del gruppo Misto, e per la votazione finale): bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2026 e bilancio pluriennale per il triennio 2026-2028 L'articolo Legge di Bilancio, il voto finale alla Camera: la diretta tv proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pensioni, quali saranno gli aumenti nel 2026? Ecco gli adeguamenti all’inflazione
Il 2026 porterà qualche buona novità per chi percepisce una pensione: l’assegno previdenziale verrà adeguato all’inflazione. Ma di quanto aumenteranno gli importi? Gli adeguamenti terranno conto della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo, che stando alle previsioni per il 2025 dovrebbero oscillare tra l’1,4 e l’1,7 per cento. A fornire delle indicazioni utili per i diretti interessati ci ha pensato un decreto del ministero dell’Economia pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 novembre 2025, che ha confermato come valore di riferimento proprio l’1,4%. PENSIONI 2026, COME SI CALCOLANO GLI AUMENTI Ogni anno la pensione viene rivalutata adeguando gli importi erogati all’inflazione. I calcoli vengono effettuati tenendo conto delle variazioni contenute all’interno dell’indice Istat dei prezzi al consumo. Stiamo parlando di quella che viene comunemente definita come perequazione delle pensioni. Le indicazioni fornite fino a qualche tempo fa dall’Istat indicavano un potenziale aumento dell’1,7%: oggi le stime sono un po’ più al ribasso e l’aumento anticipato dall’Inps si ferma all’1,4%. È proprio quest’ultima percentuale che è stata confermata in modo ufficiale dal Mef. Questo adeguamento, purtroppo, si traduce in un aumento esiguo per i pensionati, anche se superiore rispetto a quello che è stato registrato nel corso del 2025, quando ci si è fermati su uno 0,8%. A CHI TOCCA LA RIVALUTAZIONE PIENA È bene ricordare, però, che non tutti i pensionati riceveranno lo stesso aumento: il meccanismo di rivalutazione, infatti, varia a seconda del trattamento che viene riconosciuto al singolo soggetto. Non sempre, infatti, l’aumento parametrato all’inflazione risulta essere pieno: la rivalutazione al 100% spetta, infatti, esclusivamente a quanti percepiscono l’assegno previdenziale più basso. Man mano che l’importo cresce, l’incremento si riduce. Nel 2026 il legislatore non ha previsto delle novità di rilievo per quanto riguarda il meccanismo di rivalutazione degli importi delle pensioni, quindi la situazione rimarrà quella che abbiamo già visto quest’anno, quando il meccanismo della rivalutazione è stato suddiviso su tre differenti fasce di reddito: al 100% per quanti ricevono un importo fino a quattro volte il trattamento minimo; il 90% per chi lo riceve tra quattro e cinque volte il minimo e il 75% per chi riceve un importo superiore a sei volte il minimo. Per il 2025 il trattamento minimo è pari a 603,40 euro: questo significa che le pensioni fino ad un importo pari a 2.423,60 riceveranno un adeguamento pari al 100% dell’inflazione (ossia pari all’1,4%). Per chi percepisce un importo compreso tra 4 e 5 volte il trattamento minimo l’aumento previsto è pari all 1,26%, che scende all’1,05% per chi va oltre le sei volte il trattamento minimo. DI QUANTO AUMENTERANNO LE PENSIONI Molto pragmaticamente di quanto aumenteranno gli assegni? Chi percepisce il trattamento minimo di 603,40 euro otterrà un aumento di 8 euro. Gli aumenti saranno modesti anche a fronte ad importi superiori: con un assegno pari a 900 euro si riusciranno ad ottenere 12 euro, mentre chi riceve una pensione di 1.200 euro riuscirà ad ottenere 16 euro. Quanti ricevono oltre 2.4123,60 euro al mese non hanno diritto alla rivalutazione piena: con un assegno pari a 2.500 euro di euro, si avrà diritto ad una rivalutazione di 34 euro, mentre chi riceve 3.500 euro riuscirà ad ottenere un aumento pari a 46 euro al mese. Per le pensioni minime per quest’anno è stata prevista una rivalutazione straordinaria, che però è pari al 2,2%: stiamo parlando di 3 euro al mese. Per il prossimo anno l’aumento è dell’1,4%. Dal 2026 il trattamento minimo passerà a 611,85 euro grazie alla rivalutazione, a cui si dovrà aggiungere un ulteriore aumento straordinario dell’1,3%, pari a 7,95 euro: l’importo finale di attesterà a 619,79 euro. Importi, comunque vada, sempre troppo bassi per poter permettere di vivere dignitosamente. L'articolo Pensioni, quali saranno gli aumenti nel 2026? Ecco gli adeguamenti all’inflazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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