Si allarga l’inchiesta sui furti nel punto vendita Coin all’interno della
stazione di Roma Termini che coinvolge appartenenti alle forze dell’ordine in
servizio nello scalo ferroviario. Delle 44 persone iscritte al registro degli
indagati, 21 sono carabinieri e poliziotti e sono accusati di furto aggravato.
Al centro del presunto sistema c’è una cassiera, di 40 anni, per la quale la
Procura di Roma ha chiesto l’arresto insieme ad altri tre cassieri. La donna,
assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, sarà interrogata venerdì 27
febbraio prima della decisione del giudice.
A fornire ulteriori dettagli è stata l’edizione romana del Corriere della Sera.
Secondo l’accusa, gli uomini in divisa avrebbero scelto per mesi quali capi
d’abbigliamento, profumi e borse da portare a casa, consapevoli di poter godere
di un trattamento privilegiato: non pagare affatto oppure lasciare solo pochi
euro. A consentire il “saccheggio” sarebbe stata proprio la 40enne, ritenuta
dagli inquirenti il “vero cuore dell’ingranaggio”. Per tutto il 2024, la
cassiera avrebbe atteso che il militare o l’agente di turno le esponesse i
“desiderata”, per poi preparare un pacchetto con la merce richiesta e
consegnarlo fuori dal negozio – oggi chiuso – al richiedente.
Le immagini di videosorveglianza raccolte e messe a disposizione del pm Stefano
Opilio nel 2025 sono tra gli elementi ritenuti più rilevanti dall’accusa:
mostrerebbero gli appartenenti all’Arma mentre prendono i pacchetti “senza
corrispondere denaro”, come si legge in uno dei capi d’imputazione. In tutto
sono 45 gli episodi contestati alle forze dell’ordine. Uno risale al 17 ottobre
2024: la donna prende un maglione a collo alto, un cappotto e una pashmina, li
mostra a un carabiniere, rimuove le tacche antitaccheggio e glieli porge. Il
militare si allontana senza pagare. Il 26 dicembre 2024 un altro carabiniere
porta via sette capi d’abbigliamento e una borsa Guess. In cambio, il militare
avrebbe lasciato alla cassiera appena 50 euro per l’intero pacchetto.
Secondo l’accusa, altri 45 furti sarebbero stati commessi da ulteriori 19
persone – tra commessi di altri negozi o clienti in buoni rapporti con la
cassiera – che avrebbero goduto degli stessi favori, pagando la merce pochi
euro. Il “sistema” delineato dagli inquirenti attribuisce una duplice
responsabilità alle forze dell’ordine: non solo avrebbero sottratto merce al
punto vendita, ma avrebbero anche consentito che altri lo facessero, nonostante
la loro presenza all’interno della stazione. Non risulta, infatti, che
carabinieri o poliziotti abbiano mai segnalato anomalie o effettuato
accertamenti su quanto accadeva nel negozio quando era presente la cassiera. Nel
telefono della donna sono state trovate diverse chat WhatsApp tra lei e alcuni
militari e agenti. Il contenuto dei messaggi è al momento ignoto, ma secondo gli
inquirenti rivelerebbe rapporti amichevoli.
Come già raccontato dal ilfattoquotidiano.it, i numeri fotografano l’entità
delle perdite. Nel 2024 nel bilancio del punto vendita compare un “buco” di
300mila euro, in gran parte dovuto alla sparizione di capi mai pagati. L’ammanco
relativo ai profumi è pari a 45mila euro. In un normale punto vendita è
fisiologico che sparisca tra il 2 e il 3% della merce. Alla Coin interna alla
stazione Termini la percentuale aveva raggiunto il 10,8%. Un dato che ha spinto
l’azienda a ingaggiare una società privata per installare telecamere dentro e
fuori dal negozio, così da fare luce sulle sparizioni.
L'articolo Furti alla Coin: chiesto l’arresto della cassiera complice di
poliziotti e carabinieri. Il “privilegio” catturato in telecamera proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici, profumi. È il classico bottino dei
taccheggiatori. Sorprende di più che chi se ne andava con la refurtiva dalla
Coin della stazione Termini, a Roma, fossero un dirigente della Polfer,
commissari, un ispettore e altri agenti di gradi diversi e anche 12 carabinieri.
È questo lo scenario ricostruito nell’inchiesta coordinata dal pubblico
ministero Stefano Opilio, che vede indagate complessivamente 44 persone per
furti sistematici ai danni di attività commerciali dell’area, in particolare del
punto vendita della catena di via Giolitti.
Tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine coinvolti, 21 persone in totale,
sono poliziotti o militari dell’Arma: ci sono un primo dirigente della Polfer,
due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un
assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un agente. Tra i
carabinieri invece un brigadiere, diversi vice brigadieri e appuntati scelti in
servizio presso lo scalo ferroviario.
L’indagine è partita da un ammanco di 184mila euro emerso dall’inventario del
2024. Una cifra che corrisponde al 10,8% del fatturato, ben oltre la soglia
fisiologica del 2-3% di merce che ogni anno sparisce dagli scaffali in altri
punti vendita. Uno scarto ritenuto anomalo, tale da imporre l’installazione di
telecamere e l’avvio di accertamenti affidati a una società investigativa
privata. Secondo quanto ricostruito, il meccanismo sarebbe stato semplice e
ripetuto nel tempo.
Al centro del sistema una cassiera della Coin, indicata come il “cuore”
dell’organizzazione. La donna avrebbe messo da parte la merce, nascondendola in
un armadio vicino alla propria postazione. Dopo aver rimosso le placche
antitaccheggio, preparava le buste. Quando si presentavano i militari, i
sacchetti venivano consegnati direttamente nelle loro mani. All’interno, capi di
vario genere: borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici e profumi.
Non si sarebbe mai trattato di colpi eclatanti. L’astuzia, secondo gli
inquirenti, stava proprio nella costruzione di un sistema che non desse
nell’occhio e garantisse sottrazioni costanti, apparentemente facili da
occultare. Piccoli prelievi quotidiani che, nel tempo, hanno prodotto un buco da
centinaia di migliaia di euro. L’inchiesta, tuttavia, non riguarda solo uomini
in divisa. Tra i 44 indagati figurano anche venti dipendenti di negozi vicini,
tutti sorpresi a fare acquisti alla Coin con lo stesso metodo e con la
complicità della medesima cassiera.
L'articolo Ventuno poliziotti e carabinieri indagati per “furti sistematici” in
un negozio di Roma Termini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno era già finito in cella per aggressione e rapina nel quartiere San Paolo,
l’altro si nascondeva a Perugia, città che conosceva bene e dove poteva contare
sull’appoggio di amici e parenti. Per gli investigatori della Squadra mobile
capitolina erano entrambi parte del branco che la sera del 10 gennaio ha
massacrato davanti alla stazione Termini un funzionario 57enne del ministero del
Made in Italy. Una spedizione punitiva brutale e, secondo quanto emerso, basata
su uno scambio di persona.
Sabato scorso gli agenti hanno arrestato Ossama Mahmoudi, 19 anni, e Rayes
Skander, 20 anni, entrambi cittadini tunisini. Dovranno rispondere di tentato
omicidio insieme agli altri componenti del gruppo che si è accanito contro il
funzionario. Il branco, composto da giovanissimi cittadini magrebini, era
convinto di aver individuato l’uomo che aveva avuto uno scontro con una loro
amica sotto i portici di piazza dei Cinquecento. In realtà, secondo gli
inquirenti, la vittima non aveva alcun legame con l’episodio.
Mahmoudi era stato fermato appena 14 ore dopo il pestaggio nel quartiere San
Paolo, insieme a Basem Bezzana, 20 anni, anche lui tunisino e sospettato di aver
partecipato all’aggressione. Le volanti li avevano bloccati dopo una serie di
episodi avvenuti nella stessa zona: molestie a una ragazza, rapinata del
cellulare, e l’aggressione a un cameriere in un sushi bar. I due, già gravati da
precedenti per furti, rapine, lesioni e resistenza, indossavano ancora gli
stessi abiti ripresi dalle telecamere di videosorveglianza di Termini la notte
del pestaggio. Le analisi sui telefoni cellulari e su ulteriori immagini hanno
poi consentito agli investigatori di attribuire con certezza responsabilità
dirette al 19enne.
Skander, invece, è stato rintracciato con il supporto degli investigatori del
commissariato Viminale e della Squadra mobile di Perugia. Il giovane era stato
arrestato il 20 dicembre per una rapina proprio alla stazione Termini e
sottoposto all’obbligo di dimora a Perugia, dove aveva dichiarato di poter
essere ospitato da parenti. Tuttavia, pochi giorni dopo era tornato a Roma, nel
quartiere Esquilino, dove era stato nuovamente fermato per ricettazione. Dopo il
pestaggio del 10 gennaio, il 20enne era sparito dai radar e si era rifugiato nel
capoluogo umbro nascosto in casa di connazionali, fin quando gli agenti non lo
hanno individuato alla stazione ferroviaria.
Con questi ultimi arresti salgono a cinque le persone finite in manette per
tentato omicidio. I primi erano stati Mohamed Mansy Elramady, cittadino egiziano
di 19 anni, e Molsem Othmem, 20enne tunisino, fermati subito dopo l’aggressione.
Altri due giovani, già identificati, risultano ancora irreperibili. Le indagini
sono coordinate dalla pm Nadia Plastina e si basano soprattutto su immagini di
videosorveglianza, analisi dei telefoni e attività investigative tradizionali.
Gli inquirenti non possono ancora contare sulla testimonianza diretta della
vittima.
Il funzionario, infatti, dopo diversi interventi chirurgici per ricomporre le
fratture al volto e dieci giorni di incoscienza, non ricorda nulla
dell’aggressione. È seguito costantemente dallo staff dell’Irccs Santa Lucia.
Nei primi giorni dopo il risveglio chiedeva notizie di un amico scomparso da
anni, senza alcuna memoria dei fatti. L’unico ricordo si ferma ai minuti
precedenti l’uscita di casa, quando si era recato in farmacia. I medici lo
descrivono come “cosciente ma non particolarmente orientato“, mentre la prognosi
resta incerta a causa dell’edema cerebrale provocato dal pestaggio.
Preoccupato anche il legale della famiglia, Alessandro Comini: “Non sappiamo se
e come recupererà. È importante che i responsabili vengano presi, ma fa rabbia
che in caso di risarcimenti per i danni subiti, il mio assistito quasi
sicuramente non avrà nulla, visto che parliamo di soggetti chiaramente
insolventi”.
L'articolo Roma, funzionario pestato davanti a Termini: arrestati altri due
giovani. La vittima non ricorda nulla proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una disavventura che però ha avuto un lieto fine. Roberta Bruzzone è stata
derubata mentre si trovava alla stazione Termini di Roma, ma l’intervento delle
forze dell’ordine ha permesso, nel giro di poche ore, non solo di rintracciare
il soggetto che aveva commesso il furto, ma anche di far tornare nelle mani
della criminologa la refurtiva.
È lei stessa a raccontarlo in un post condiviso su Instagram nella giornata di
domenica 15 febbraio. La foto ritrae un binario della stazione, un treno e un
agente di polizia di spalle. Bruzzone non può che avere parole di gratitudine
per i poliziotti che sono intervenuti. “Un sentito e doveroso ringraziamento
alla squadra di PG della Polizia Ferroviaria del Compartimento di Polizia
Ferroviaria di Roma Termini” scrive sui social. “In tempo zero sono riusciti a
rintracciare il soggetto che mi aveva sottratto il cellulare, a recuperare il
dispositivo e a restituirmelo con un’efficacia operativa che definire
impeccabile è poco. Professionalità, tempestività, coordinamento: un lavoro di
squadra esemplare, svolto con discrezione ma con una determinazione che fa
davvero la differenza”. Il noto volto televisivo ammette: “Mi avete
letteralmente cambiato il corso della giornata e non è un modo di dire”. Quindi
un ulteriore ringraziamento a chi ogni giorno si impegna per la sicurezza dei
cittadini: “Grazie per quello che fate ogni giorno, spesso lontano dai
riflettori ma con un impatto concreto e decisivo nella vita delle persone”.
L'articolo Roberta Bruzzone derubata in stazione ma la brutta avventura finisce
bene “in tempo zero”: “Sono riusciti a rintracciare il soggetto che mi aveva
sottratto il cellulare, efficacia operativa impeccabile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In principio c’era la camionetta ma forse non è parsa all’altezza della guerra
che il governo ha intenzione di ingaggiare con i malfattori. Cosicché in
contemporanea col varo del nuovo decreto sicurezza, nelle strade di Roma sono
apparsi i carri gommati e militari più prestanti, decisamente meglio orientati.
Massima severità e massimo dispiegamento di muscoli. Da qualche giorno Termini
infatti assomiglia un po’ di più a Bogotà, perché nell’America latina, e in
città difficili come la capitale della Colombia, è l’esercito a dare il
benvenuto al viaggiatore.
Carro piuttosto armato a presidiare l’arco di Costantino, a due passi dal
Colosseo, in modo che sia chiara la decisione: negli snodi più delicati
dell’Italia che piace al mondo l’esercito sorveglia e controlla. Certo, va detto
che i militari non hanno titolo a gestire l’ordine pubblico, non possono usare
le armi per azioni di polizia, non possono intervenire direttamente ma solo
sollecitare, riferire nel caso. Più che presidio è dunque disciplinata
messinscena, piuttosto costosa. I militari in strada sono il segno delle città
pericolose e non di quelle tranquille, delle capitali dell’America latina e non
dell’Europa, dei luoghi dove la legge è più fragile, le bande più potenti, gli
scontri a fuoco più ripetuti.
Apriamo una parentesi. Solo qualche giorno fa gli automobilisti che percorrevano
la statale che da Lecce conduce a Brindisi sono stati spettatori di un assalto a
un portavalori in pieno giorno e senza il minimo disturbo da professionisti
della malavita con una capacità di fuoco impressionante. È il quinto assalto, la
quinta rapina portata a segno dalle bande che a Cerignola, nel foggiano, trovano
organizzazione e rifugio. Lungo la statale 16, i settanta chilometri tra
Cerignola e San Severo, esiste l’hub dei malacarne, la cosiddetta “quarta
mafia“. Solo l’11 novembre scorso il ministro dell’Interno Piantedosi
presiedendo il comitato dell’ordine pubblico spiegò: “A Foggia abbiamo aumentato
di 495 unità le forze dell’ordine”. E meno male, perchè dal giorno dopo le
rapine sono cresciute di peso e la criminalità si è data obiettivi più
ambiziosi. Sono soddisfazioni!
L'articolo Meno camionette e più carri armati: a Roma la messinscena della
sicurezza governativa. E pazienza se la capitale assomiglia a Bogotà – il
commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avrebbe dovuto essere espulso dall’Italia il 18enne tunisino fermato per
l’aggressione di un funzionario ministeriale alla stazione Termini di Roma. Come
avrebbe dovuto esserlo Marin Jelenic, il 36enne croato senza fissa dimora che ha
accoltellato a morte il capotreno Alessandro Ambrosio a Bologna. Mentre Giorgia
Meloni accusa i magistrati di “mettere a repentaglio la sicurezza“ con le loro
decisioni, gli ultimi casi di cronaca dimostrano come i soggetti responsabili (o
presunti tali) di aggressioni nelle città fossero a piede libero per l’inerzia
del governo. Sabato sera, vicino a Termini, un 57enne dipendente del ministero
delle Imprese è stato accerchiato da sette-otto persone, picchiato violentemente
e lasciato in una pozza di sangue: ricoverato al Policlinico Umberto I, è
intubato in terapia intensiva in prognosi riservata. Per il pestaggio sono stati
fermati in due, tra cui un 18enne egiziano con precedenti per rapina,
ricettazione, porto di armi ed oggetti atti ad offendere, era irregolare e a
inizio gennaio era stato colpito da provvedimento di espulsione ancora non
eseguito. Poco dopo, sempre intorno a Termini, è stato aggredito anche un rider:
anche in questo caso i fermati sono due, entrambi tunisini, uno con precedenti e
l’altro irregolare.
Anche Jelenic, fermato a Desenzano del Garda mentre fuggiva dopo l’aggressione
ad Ambrosio, aveva ricevuto il 23 dicembre un foglio di via dal prefetto di
Milano dopo essere stato trovato in possesso di un coltello. Aveva dieci giorni
per fare ricorso o lasciare il Paese: scaduto quel termine, avrebbe dovuto
essere arrestato per poi venire rimpatriato coattivamente. Il 5 gennaio, invece,
era ancora Bologna, dove ha ucciso il capotreno che nei giorni precedenti lo
aveva trovato senza biglietto e fatto scendere alla prima stazione. A sentire
Meloni, però, sono “le decisioni dei magistrati” a “vanificare il lavoro delle
forze dell’ordine e del Parlamento”, come ha detto alla conferenza stampa di
inizio anno citando (a sproposito) i casi dell’imam di Torino e di un uomo che
sversava rifiuti tossici nella Terra dei fuochi.
Così le opposizioni possono infierire: “L’Italia è un paese insicuro, gli ultimi
episodi avvenuti alla stazione Termini di Roma lasciano senza parole”, accusa
Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. “È chiaro che qualcosa non
sta funzionando: tutti i fermati hanno precedenti o decreti di espulsione sulle
spalle, sarebbero dovuti stare in carcere o fuori dal territorio nazionale.
Meloni riporti in Italia gli agenti che ancora si trovano inutilmente in
Albania, perché la retorica e la faccia feroce non bastano”. E il presidente M5S
Giuseppe Conte attacca: “C’è chi attende che le promesse su maggiore sicurezza
fatte per anni vengano attuate. E ancora ieri si è ritrovato un un far west a
Roma, nei pressi della stazione Termini, con un rider ferito e un 57enne
aggredito e finito in terapia intensiva.
L'articolo Sicurezza, Meloni accusa i giudici. Ma a Roma e a Bologna gli
aggressori avrebbero dovuto essere già espulsi proviene da Il Fatto Quotidiano.