Uomini tra i cinquanta e i sessant’anni, contattati attraverso social network e
piattaforme di incontri, convinti di accogliere in casa una persona per un
rapporto consensuale. Invece, dietro quelle porte chiuse, li aspettavano
violenze, rapine e minacce. Persone stordite, in alcuni casi immobilizzate con
fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, costrette a consegnare contanti o
a effettuare bonifici istantanei. E poi il ricatto: pagare o tacere, con la
minaccia di diffondere immagini e video intimi a familiari e contatti personali.
È questa la vicenda al centro della sentenza pronunciata martedì 27 gennaio dal
tribunale di Bologna.
La giudice Maria Cristina Sarli, accogliendo la richiesta della Procura (pm
Elena Caruso), ha condannato l’imputato principale a sei anni e otto mesi di
reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. La pena, già ridotta per
effetto del rito abbreviato scelto dall’uomo — reo confesso — è accompagnata da
una multa. Alla compagna, accusata di riciclaggio, sono stati inflitti due anni
di reclusione, con sospensione condizionale della pena.
Dietro la sentenza, però, c’è soprattutto il coraggio di chi ha deciso di
parlare. “Questa indagine esiste perché alcune delle vittime hanno scelto di
denunciare, nonostante le minacce”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocata
Fiorella Shane Arveda, che ha assistito una delle persone offese. “È un punto
fondamentale: senza quella denuncia, questa serie di rapine non sarebbe mai
emersa e, per colpa dello stigma, i carnefici l’avrebbero fatta franca”. Le
vittime accertate sono almeno sei a Bologna. Quattro si sono costituite parte
civile, mentre una si è rivolta allo Sportello legale del Cassero, trovando
supporto e orientamento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la dinamica
era sempre la stessa. “Si tratta di uomini tra i 50 e i 60 anni”, ricostruisce
Arveda, “che mettono a disposizione il proprio domicilio per un incontro
sessuale. L’aggressore finge il consenso, entra in casa e a quel punto la
vittima è completamente esposta”.
Le violenze non sono state identiche in ogni episodio, ma tutte le persone
offese sono state almeno stordite. “Nel caso che seguo io”, racconta l’avvocata,
“la vittima è stata legata ai polsi e alle caviglie con fascette di plastica e
costretta a fare bonifici istantanei per circa 3.500 euro, con causale ‘regalo’,
a favore della compagna dell’imputato”. Oltre alle condanne penali, il giudice
ha disposto dei risarcimenti tra i 5.000 e i 6.000 euro per ciascuna vittima. Il
risarcimento complessivo verrà definito in sede civile. Ma il dato più
allarmante, sottolinea Arveda, è la ripetitività dello schema. “Non parliamo di
un episodio isolato. Quando questo meccanismo funziona, tende a essere
replicato: dagli stessi soggetti o da altri, anche in città diverse”. Un
elemento cruciale della vicenda è l’orientamento sessuale delle vittime. Anche
se non esiste una specifica aggravante prevista dalla legge, il contesto è
tutt’altro che neutro. “L’omosessualità viene usata come leva“, spiega
l’avvocata. “Chi aggredisce sa di poter contare sulla vergogna, sulla paura
dell’outing, sul timore di non essere creduti. È questo che tiene molte persone
lontane dalla denuncia”.
Un quadro che trova conferma anche nei dati raccolti dallo Sportello legale del
Cassero e dal Centro antidiscriminazione di Spazio Cassero, finanziato da Unar:
in media una persona ogni due giorni si rivolge ai servizi per segnalare episodi
di violenza o discriminazione. Anche il procedimento concluso oggi è partito dal
passo, tutt’altro che scontato, di una vittima che ha deciso di rivolgersi a un
legale. “Denunciare è difficile, soprattutto quando si parla di incontri
sessuali e di omosessualità”, osserva Arveda. “Ma è fondamentale farlo bene. Una
denuncia dettagliata, costruita con attenzione, ha molte più possibilità di
essere presa sul serio in un sistema giudiziario già sovraccarico”. In questo
percorso, il ruolo dei servizi di comunità è decisivo. “Molte persone si fidano
di più perché sanno di non essere giudicate. Questo può fare la differenza tra
il silenzio e l’emersione di reati che altrimenti resterebbero sommersi”. “Le
vittime non hanno alcuna colpa”, conclude l’avvocata. “Minacce, estorsioni e
diffusione non consensuale di materiale intimo sono reati gravi. Denunciare non
è solo una tutela individuale: è l’unico modo per impedire che queste violenze
continuino a ripetersi”.
L'articolo Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle:
condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Bologna
Una lite a scuola tra alunni. Ma a un certo punto spunta un coltello e il
ragazzo che lo brandisce minaccia i compagni. E’ successo in una scuola media
alle porte di Bologna. La notizia è stata riportata dal Resto del Carlino:
l’episodio risale a qualche giorno fa. Secondo una prima ricostruzione dei
carabinieri il ragazzino aveva con sé, probabilmente nell’astuccio, un
coltellino artigianale, che aveva costruito da solo. La discussione tra gli
studenti è degenerata rapidamente e il ragazzo ha puntato l’arma verso i
compagni. Gli insegnanti sono riusciti a disarmarlo e a sequestrare il
coltellino, poi hanno chiamato i Carabinieri. I militari della stazione di Borgo
Panigale hanno denunciato il ragazzino per porto di coltelli. Non ha ancora
compiuto quattordici anni e quindi non è imputabile.
Poche settimane fa era stato trovato un machete nello zaino di uno studente
quindicenne in un istituto superiore a Budrio. In quel caso i Carabinieri
avevano accompagnato il ragazzo in caserma e sequestrato l’arma.
La foto in alto è di archivio
L'articolo Alunno delle medie minaccia i compagni con il coltello: disarmato
dagli insegnanti e denunciato proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’era attesa il 27 gennaio, per il concerto degli Earth di Dylan Carlson al
centro sociale TPO di Bologna. Ma i fan accorsi al locale se ne sono dovuti
andare via a bocca asciutta. Infatti la produzione ha fatto sapere,
all’improvviso e con il pubblico che gremiva la sala, che il concerto non si
sarebbe svolto. In molti si sono chiesti il perché di questa decisione
repentina. Secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera una bandiera
palestinese presente in platea avrebbe fatto indispettire Dylan Carlson.
L’artista avrebbe chiesto alla produzione di rimuovere quella bandiera, ma i
gestori del locale si sarebbero rifiutati fermamente. Da qui la comunicazione
alla folla che ha reagito con proteste e qualche mugugno.
A dare una spiegazione ci ha pensato Long Live Rock’n’Roll con un comunicato
condiviso sui social: “È stata una decisione molto pesante da prendere, per noi
come per loro, anche perché sappiamo che tante e tanti vengono da fuori. È uno
dei motivi per cui i biglietti saranno rimborsati e tutto sarà a carico del TPO.
Ci dispiace, grazie per la comprensione. Free free Palestine!”.
Si è fatto sentire anche Dylan Carlson: “Mi scuso con le persone che questa sera
avrebbero voluto vedere un po’ di musica a Bologna, – ha dichiarato l’artista su
Instagram – ma il TPO di Bologna mette la politica al di sopra della musica e ha
cancellato lo show degli Earth. Né la band, né il Freakout c’entrano qualcosa”.
Ieri sera invece al Magnolia di Segrate (Milano), nessun intoppo.
CHI SONO GLI EARTH DI DYLAN CARLSON
Per quasi trent’anni gli Earth di Dylan Carlson hanno ridisegnato i confini del
rock, trasformando il drone e il riff sabbathiano in un’ipnotica litania di
chitarre rallentate e panorami sonori maestosi. Autentici pionieri del drone e
dell’ambient metal, gli Earth continuano a rappresentare una forza visionaria in
costante evoluzione, capace di elevare la densità sonora a esperienza di
carattere mistico.
L'articolo “Togliete quella bandiera della Palestina in platea”, ma il gestore
del locale si rifiuta. Salta il concerto. Scoppia il caos sulla band Earth di
Dylan Carlson proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno stop momentaneo ma nessun passo indietro. Il sindaco di Bologna ha già
pronto il “piano B” dopo la bocciatura da parte del Tar del provvedimento con il
quale il Comune ha istituito il limite di velocità a 30 chilometri orari in
circa il 70% del territorio cittadino. “La Città 30 non si ferma”, assicura
Matteo Lepore che – nel corso di una conferenza stampa – ha annunciato i
prossimi passi del Comune: “Abbiamo già pronto il nuovo provvedimento, con
un’istruttoria eseguita su migliaia di strade, per motivare strada per strada
come ci chiede il Tar”.
LA SENTENZA DEL TAR
Il Tribunale amministrativo ha, infatti, accolto il ricorso di un tassista
annullando gli atti adottati dal Comune, sottolineando che questi sono stati
presi con “motivazioni generiche“. In pratica il Tar ha ricordato che è il
Codice della strada, in primis, e le altre normative nazionali a stabilire i
limiti di velocità: agli enti proprietari della strada (i Comuni, in questo
caso) è data la possibilità di fissare limiti anche più bassi ma solo ad
determinate condizioni indicate da una direttiva del Ministero delle
Infrastrutture. Quindi un’eccezione alla norma che deve essere motivata caso per
caso. Per i giudici amministrativi questo “limite di velocità generalizzato” non
è adeguatamente motivato e quindi “l’individuazione delle strade assoggettate al
limite di 30 km/h non risulta essere avvenuta nel rispetto della vigente
normativa”. Così arriva l’annullamento degli atti istitutivi della Città 30
“fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione intenderà
adottare”.
IL NUOVO PROVVEDIMENTO
Ed ecco la contromossa del Comune. Non ci sarà “nessun ricorso” al Consiglio di
Stato “perché vogliamo andare avanti”, sottolinea Lepore ricordando che “la
pronuncia non mette in discussione il merito della misura”, riconoscendo invece
“il potere del Comune di riesercitare la funzione pianificatoria e di disciplina
dei limiti di velocità”. “Metteremo in campo un nuovo provvedimento che seguirà
le indicazioni del Tar. L’unico effetto della sentenza è burocratico: una
tonnellata di carta in più per rifare ciò che già funzionava”, aggiunge il primo
cittadino di Bologna.
LE SCHEDE STRADA PER STRADA
Tra l’altro il Comune di Bologna si era già preparato a questo possibile
scenario, “cominciando già a predisporre schede che, strada per strada,
riportano in dettaglio i criteri previsti dalla nuova Direttiva”. Per
contrastare il modello Città 30 lanciato da Bologna, infatti, il ministro Matteo
Salvini a gennaio 2024 ha firmato una nuova direttiva che ha reso ancora più
restrittiva la possibilità data ai Comuni di modificare i limiti di velocità. Il
Tar non ne ha tenuto conto perché la direttiva è successiva all’istituzione
della Città 30 a Bologna, ma adesso invece bisognerà considerarla. “Un lavoro
che avrà quale unico effetto quello di aumentare in modo spropositato il livello
di burocrazia legato ad una misura che si è dimostrata ad oggi la più efficace
nel tutelare la vita delle persone in strada”, ribatte l’amministrazione
comunale.
COSA SUCCEDE ADESSO
Le schede strada per strada sono in fase di ultimazione e saranno ulteriormente
vagliate alla luce dei criteri esposti dal Tar nella sentenza. Al termine della
revisione, l’amministrazione comunale emetterà i nuovi atti istitutivi della
Città 30. In attesa della predisposizione dei nuovi provvedimenti, molte strade
di Bologna torneranno con il limite a 50 km/h. Ma non tutte. Le zone a 30 km/h
esistenti prima al 31 dicembre 2023 rimangono attive, a partire dal centro
storico, in quanto non interessate dalla sentenza del Tar. Tutto questo prima
dei nuovi atti per ripristinare la Città 30. L’amministrazione annuncia inoltre
l’avvio della “fase 2”, con un piano di interventi per il biennio 2026-27 che
prevede opere di moderazione del traffico (anche con l’inserimento diffuso di
dissuasori digitali luminosi che invitano a rallentare), riqualificazione urbana
e messa in sicurezza in almeno 100 punti della città già nel 2026. Le risorse
già stanziate nel Programma triennale dei lavori pubblici ammontano a circa 16
milioni di euro, tra fondi comunali ed europei.
LO SCONTRO POLITICO CON IL GOVERNO
Per semplificare il lavoro dei Comuni che intendono adottare il modello “Città
30” basterebbe mettere mano alla normativa nazionale. Ma è chiaro che governo
Meloni e la maggioranza che lo sostiene siano orientati verso una posizione
diametralmente opposta. La vicenda infatti, oltre che amministrativa, è a pieno
titolo uno scontro politico. Prova plastica di ciò è l’esultanza subito dopo la
sentenza del Tar del leader della Lega Matteo Salvini e del partito di Giorgia
Meloni: Fratelli d’Italia, tra l’altro, ha fatto anche sapere di avere
direttamente sostenuto i tassisti che hanno presentato ricorso. “Io penso che
sia ideologico fermare le città che cercano di salvare vite introducendo dei
provvedimenti innovativi come il nostro, che si poteva migliorare collaborando
assieme. Non siamo noi che abbiamo deciso invece con l’avvocatura di Stato di
sostenere il ricorso ai due tassisti”, replica Lepore. “Se lo Stato si mette
contro le città, secondo me non sono le città ad avere un approccio ideologico,
ma è lo Stato”, aggiunge il sindaco. Lepore ricorda anche che “il governo in
questi due anni ha cercato di fermare e rallentare la Città 30, ma non è
riuscito a fermare i morti sulle strade in Italia. Bologna invece è la città che
li ha dimezzati”. Secondo i dati diffusi dal Comune, infatti, nei primi due anni
di Città 30 sono state salvate 17 vite e si sono registrati 348 feriti in meno e
709 incidenti stradali in meno. “Questi numeri si traducono in un risparmio dei
costi sociali da incidentalità stradale per la città di Bologna che sfiora i 66
milioni di euro”, sottolinea il Comune. “Noi non ci fermeremo anzi dobbiamo fare
di più: la Città 30 sarà presto il destino di tutta l’Italia, come già accade in
Europa”, avverte il sindaco di Bologna.
L'articolo “Bologna Città 30 non si ferma, pronto il nuovo piano”: dopo la
sentenza del Tar Lepore tira dritto e attacca il governo. Ecco cosa farà il
Comune proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato il primo capoluogo di provincia italiano ad adottare il modello “Città
30“. Ma adesso il Tar dell’Emilia-Romagna ha accolto il ricorso dei tassisti e
ha annullato il provvedimento con cui il Comune di Bologna ha istituito il
limite di velocità a 30 chilometri orari nel centro cittadino. In particolare
viene annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze
istitutive delle zone in cui il limite di velocità è stato abbassato a 30 km/h,
“fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione intenderà
adottare”. Un modello, quello della Città 30, che è stato adottato anche pochi
giorni fa dal Comune di Roma nel centro storico.
Introdotta il primo luglio del 2023, la Città 30 a Bologna era stata fortemente
contestata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini e dai partiti di destra. E
oggi il primo a esultare è il partito della premier Giorgia Meloni, che fa
sapere di essere stato tra i promotori del ricorso tramite il proprio
europarlamentare Stefano Cavedagna. “Il Tar ha accolto i ricorsi annullando le
ordinanze, rimarcando l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato
fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici”, dichiara
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera dei Deputati. “Confermiamo –
aggiunge – tutta la disponibilità ad affrontare il tema della sicurezza stradale
anche in ambito urbano in piena collaborazione con le Istituzioni interessatei.
Questo, tuttavia, non può essere fatto con operazioni propagandistiche
illegittime e fuorvianti che non hanno come obiettivo quello di risolvere, ma di
fare demagogia a spese dei cittadini. Dispiace – conclude Bignami – che i
giudici amministrativi abbiano impiegato due anni per accogliere un ricorso la
cui fondatezza era evidente”.
Secondo i dati del Comune, anche nei primi 6 mesi del secondo anno di Città 30
venivano confermati i trend positivi: meno incidenti, morti e feriti, più
spostamenti in bici e bike sharing, flussi veicolari che continuano a calare e
meno inquinamento da traffico con il dato più basso degli ultimi 10 anni. Gli
analisti – spiegava il Comune – evidenziano il calo del numero delle persone
decedute sulla strada (5, come nel primo semestre 2024 cioè il 33,3% in meno del
pre Città 30). Diminuiscono gli incidenti stradali (di oltre il 15%) e i feriti
(di poco più del 5%). Calano gli incidenti più gravi (-21%), classificati dal
118 con “codice rosso”.
L'articolo Il Tar annulla il provvedimento del Comune di Bologna che ha
istituito la Città a 30 km/h proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si spacciavano per funzionari pubblici, ma i tecnici informatici non ci erano
cascati. La Procura e la Polizia postale di Bologna hanno aperto un’indagine su
due casi di truffa relativi al corso di Medicina, nello specifico sulle domande
degli esami obbligatori per superare il semestre filtro introdotto dal governo
Meloni. L’inchiesta è strutturata in due filoni ed è partita con le denunce di
Cineca, il consorzio interuniversitario che ha gestito le prove di Chimica,
Fisica e Biologia per conto del ministero dell’Istruzione.
Da Casalecchio di Reno il maggior centro di calcolo italiano ha curato la
logistica e la parte informatica per gli appelli del 20 novembre e del 10
dicembre degli esami previsti. Qualche giorno prima del secondo appello degli
hacker avevano adottato la tecnica del phishing con l’obiettivo di venire a
conoscenza delle domande per il test di Fisica. Questo genere di truffa
informatica, infatti, consiste nel fingersi un ente e tramite email, SMS o
messaggi indurre così le vittime a rivelare informazioni sensibili.
In questo caso, i malintenzionati dichiaravano di essere colleghi del Cineca o
dipendenti del Miur. Ma il personale del consorzio non aveva abboccato a questi
raggiri: prima avevano segnalato la questione ai vertici aziendali e poi
denunciato tutto all’autorità informatica. Sotto le indicazioni degli agenti,
gli addetti avevano teso una trappola ai truffatori, inviando loro dei link
utili a identificarli.
Il secondo filone dell’indagine riguarda alcuni studi legali che avevano diffuso
notizie false sulla regolarità delle prove per il semestre filtro. Il 9 dicembre
2025, il giorno prima del secondo appello, sui profili social di alcuni avvocati
erano stati pubblicati degli screenshot con le presunte domande d’esame. Una
mossa che, oltre a diffondere informazioni false, era una tattica per dimostrare
l’irregolarità dei test e indurre le persone a presentare ricorso, con tanto di
listino prezzi dei servizi offerti.
L'articolo Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news:
inchiesta su truffe informatiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
La presenza di Paolo Bellini sul luogo della strage di Bologna, subito dopo
l’esplosione della bomba del 2 agosto 1980, “è stata ampiamente accertata”,
mentre il presunto alibi fornito dall’ex terrorista nero era completamente
falso. Lo scrive la Corte di Cassazione, motivando al sentenza con cui lo scorso
1 luglio ha confermato l’ergastolo per l’ex esponente di Avanguardia Nazionale,
riconosciuto colpevole della strage di 85 persone, con circa 200 feriti. “È
stata ampiamente accertata la presenza di Bellini sul luogo del delitto subito
dopo lo scoppio dell’ordigno esplosivo. Presenza che il ricorrente ha
contrastato allegando un alibi dimostratosi non solo falso, ma organizzato
previamente in modo raffinato ed eseguito ‘abilmentè nei minimi particolari in
vista dello specifico contributo che il ricorrente avrebbe offerto per la
realizzazione del delitto e degli altrettanto specifici ‘pericolì che egli
doveva contrastare (essere visto sul posto al momento dello scoppio)”, scrivono
i giudici della sesta sezione penale.
LA SENTENZA
I supremi giudici, con la sentenza, hanno confermato anche le condanne per gli
altri due imputati che avevano presentato il ricorso contro la sentenza
d’appello di Bologna: si tratta dell’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio
Segatel, accusato di depistaggio e condannato a sei anni di reclusione, e
Domenico Catracchia, ex amministratore di condominio in via Gradoli, a Roma,
accusato di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini, condannato a
quattro anni. Rigettando il ricorso della difesa e accogliendo quanto chiesto
nella requisitoria dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio
Balsamo, i supremi giudici sottolineano nelle motivazioni come “la sentenza
impugnata sia pervenuta all’affermazione di responsabilità di Bellini attraverso
una ricostruzione indiziaria rigorosa, priva di illogicità manifeste, fondata su
elementi dimostrativi dotati dello spessore indicato dall’art. 192 del codice
penale e nel rispetto dei principi di diritto che regolano la valutazione della
prova indiziaria”.
I MOTIVI DELLA CONDANNA
Nella sentenza di 109 pagine, la giudice estensore Ersilia Calvanese scrive che
“il contributo concorsuale di Bellini è stato indicato e vagliato dalla sentenza
impugnata, secondo i canoni rigorosi indicati dalla giurisprudenza di
legittimità, ed è consistito in un’attività essenziale nella commissione del
delitto: il trasporto dell’esplosivo. Convergevano su tale punto
l’intercettazione di Carlo Maria Maggi e le dichiarazioni di Gianfranco Maggi e
Dino Bartoli, confortate dalla storia criminale di Bellini (che disponeva di un
preciso canale privilegiato in esponenti della destra estremista anche per
ottenere esplosivi, la cui provenienza era stata ritenuta ‘compatibilè con
l’esplosivo utilizzato nella strage). La partecipazione alla strage di Bellini
trovava ulteriori elementi di supporto, tutti tra loro concordanti: le
dichiarazioni di Triestina Tommasi; l’incontro con Picciafuoco, la militanza di
Bellini in Avanguardia Nazionale, i suoi rapporti con la destra eversiva
militarmente organizzata, con i servizi di sicurezza e segreti deviati e con il
procuratore della Repubblica Ugo Sisti nonché le coperture e le protezioni
ricevute anche da apparati istituzionali, in Italia ed all’estero, prima e dopo
la strage”.
“STRAGE ORGANIZZATA DALLA P2 E COPERTA DA SERVIZI DEVIATI”
Ricostruendo la vicenda, i giudici della Cassazione sottolineano come la
sentenza della Corte di assise di appello abbia stabilito che ”l’esecuzione
materiale della strage di Bologna” è “imputabile ad un commando terroristico
composto da più cellule costituite a loro volta da più soggetti provenienti da
varie organizzazioni eversive di destra, uniti dal comune obiettivo di
destabilizzare l’ordine democratico o, comunque, anche da soggetti legati ad
apparati istituzionali deviati disponibili a partecipare a gravissime operazioni
delittuose per ricevere in contropartita agevolazioni, protezioni ed anche
compensi in denaro; tra tali soggetti vi era senza ombra di dubbio il latitante
Paolo Bellini – si legge – la cui presenza alla stazione di Bologna al momento
della strage era finalizzata a trasportare, consegnare e collocare quantomeno
parte dell’esplosivo utilizzato oppure, a voler prescindere dal trasporto, dalla
consegna e dalla collocazione dell’esplosivo, a fornire un materiale supporto
all’azione degli altri compartecipi, nella piena consapevolezza che presso la
sala di aspetto di seconda classe sarebbe stato collocato un micidiale ordigno;
gli autori materiali della strage sono stati coordinati nella esecuzione da
funzionari dei servizi segreti e da altri esponenti di apparati dello Stato
deviati, che a loro volta hanno risposto alle direttive dei vertici della Loggia
P2, il cui capo indiscusso Licio Gelli ha sia direttamente finanziato la strage,
sia organizzato ripetutamente operazioni di depistaggio, anche mediatico”. Già
nel gennaio dell’anno scorso gennaio era diventata definitiva la condanna
all’ergastolo per Gilberto Cavallini, ex esponente dei Nuclei armati
rivoluzionari, accusato di aver fornito alloggio a Francesca Mambro, Giusva
Fioravanti e Luigi Ciavardini, nella fase immediatamente alla strage, di aver
falsificato il documento intestato a Flavio Caggiula, consegnato da Ciavardini a
Fioravanti, e di aver messo a disposizione un’auto per raggiungere il luogo
della strage. “Questa sentenza conferma quello che avevamo sempre detto cioè che
la strage è stata organizzata e finanziata dai vertici della loggia massonica
P2, è stata protetta dai vertici dei servizi segreti italiani ed eseguita da
terroristi fascisti appartenenti a varie sigle”, ha detto Paolo Bolognesi,
presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di
Bologna.
L'articolo “Paolo Bellini era alla stazione di Bologna il giorno della strage.
Il suo alibi è falso”: le motivazioni della Cassazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Stava viaggiando, non tanto comodamente, a bordo del Frecciarossa nella tratta
Roma-Bologna per far ritorno a casa, nel capoluogo emiliano. Le era stato
assegnato un sedile traballante e aveva chiesto di cambiare posto, o che le
venisse aggiustato. Ma, mentre il capotreno provava a sistemare la poltroncina,
il treno ha frenato bruscamente facendo sbattere la donna, una 60enne emiliana,
in quel momento in piedi, con violenza a terra e contro i sedili del vagone.
Il fatto, accaduto nel dicembre del 2022, provocò alla signora diverse lesioni
personali e la frattura di due costole. Ricoverata al Sant’Orsola dopo l’arrivo
a Bologna e non prima di aver contribuito alla compilazione di un verbale
stilato dal capotreno con tutte le testimonianze, l’accaduto costò alla donna
oltre un mese di convalescenza. A recupero avvenuto, però, la sessantenne non
aveva dimenticato la disavventura e chiese i danni a Trenitalia. Danni che –
nonostante l’apertura della pratica e i passaggi corretti – non le sono mai
stati riconosciuti e quindi mai risarciti.
Fino ad ora. Impugnando il verbale del capotreno, che descriveva precisamente la
dinamica dell’incidente, la donna si è poi rivolta al Tribunale civile di
Bologna. Che nei giorni scorsi, tramite la giudice Alessandra Cardarelli, ha
stabilito – come riporta il Corriere della Sera – che Trenitalia dovrà pagarle
circa 15mila euro come risarcimento per i danni subiti. “D’altro canto – dicono
i giudici – nessuna inosservanza, da parte del viaggiatore, cioè di vigilare
sulla propria incolumità appare ravvisabile in questo caso, in ragione delle
concrete modalità del fatto”.
L'articolo Cade su un Frecciarossa per una frenata improvvisa: Trenitalia dovrà
risarcirla con 15mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avrebbe dovuto essere espulso dall’Italia il 18enne tunisino fermato per
l’aggressione di un funzionario ministeriale alla stazione Termini di Roma. Come
avrebbe dovuto esserlo Marin Jelenic, il 36enne croato senza fissa dimora che ha
accoltellato a morte il capotreno Alessandro Ambrosio a Bologna. Mentre Giorgia
Meloni accusa i magistrati di “mettere a repentaglio la sicurezza“ con le loro
decisioni, gli ultimi casi di cronaca dimostrano come i soggetti responsabili (o
presunti tali) di aggressioni nelle città fossero a piede libero per l’inerzia
del governo. Sabato sera, vicino a Termini, un 57enne dipendente del ministero
delle Imprese è stato accerchiato da sette-otto persone, picchiato violentemente
e lasciato in una pozza di sangue: ricoverato al Policlinico Umberto I, è
intubato in terapia intensiva in prognosi riservata. Per il pestaggio sono stati
fermati in due, tra cui un 18enne egiziano con precedenti per rapina,
ricettazione, porto di armi ed oggetti atti ad offendere, era irregolare e a
inizio gennaio era stato colpito da provvedimento di espulsione ancora non
eseguito. Poco dopo, sempre intorno a Termini, è stato aggredito anche un rider:
anche in questo caso i fermati sono due, entrambi tunisini, uno con precedenti e
l’altro irregolare.
Anche Jelenic, fermato a Desenzano del Garda mentre fuggiva dopo l’aggressione
ad Ambrosio, aveva ricevuto il 23 dicembre un foglio di via dal prefetto di
Milano dopo essere stato trovato in possesso di un coltello. Aveva dieci giorni
per fare ricorso o lasciare il Paese: scaduto quel termine, avrebbe dovuto
essere arrestato per poi venire rimpatriato coattivamente. Il 5 gennaio, invece,
era ancora Bologna, dove ha ucciso il capotreno che nei giorni precedenti lo
aveva trovato senza biglietto e fatto scendere alla prima stazione. A sentire
Meloni, però, sono “le decisioni dei magistrati” a “vanificare il lavoro delle
forze dell’ordine e del Parlamento”, come ha detto alla conferenza stampa di
inizio anno citando (a sproposito) i casi dell’imam di Torino e di un uomo che
sversava rifiuti tossici nella Terra dei fuochi.
Così le opposizioni possono infierire: “L’Italia è un paese insicuro, gli ultimi
episodi avvenuti alla stazione Termini di Roma lasciano senza parole”, accusa
Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. “È chiaro che qualcosa non
sta funzionando: tutti i fermati hanno precedenti o decreti di espulsione sulle
spalle, sarebbero dovuti stare in carcere o fuori dal territorio nazionale.
Meloni riporti in Italia gli agenti che ancora si trovano inutilmente in
Albania, perché la retorica e la faccia feroce non bastano”. E il presidente M5S
Giuseppe Conte attacca: “C’è chi attende che le promesse su maggiore sicurezza
fatte per anni vengano attuate. E ancora ieri si è ritrovato un un far west a
Roma, nei pressi della stazione Termini, con un rider ferito e un 57enne
aggredito e finito in terapia intensiva.
L'articolo Sicurezza, Meloni accusa i giudici. Ma a Roma e a Bologna gli
aggressori avrebbero dovuto essere già espulsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Colpevole anche secondo i giudici di secondo grado. L’ex oculista Giampaolo
Amato è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna
per l’omicidio della moglie e della suocera, morte nel 2021. I magistrati hanno
quindi ritenuta corretta la sentenza al fine pena mai di primo grado, arrivata
nel 2024, dopo un processo nel corso del quale l’ex medico della Virtus Bologna,
stimato e conosciuto in città, si è sempre definito innocente.
La Corte d’Assise d’Appello ha quindi accolto la richiesta della procura
generale. Secondo il primo processo, ora confermato, le due donne sarebbero
state avvelenate con un mix di Sevoflurano, un anestetico, e Midazolam, ovvero
benzodiazepine. Entrambi i farmaci sono stati ritrovati nel corpo di Giulia
Tateo, suocera 87enne di Amato, e di Isabella Linsalata, moglie dell’uomo e
ginecologa 62enne morta 22 giorni dopo la madre, il 31 ottobre 2021.
“Una storia orribile, di gente perbene” l’aveva definita la procuratrice
aggiunta Moana Plazzi nel processo di primo grado ad Amato. Il medico, prima che
i giudici si ritirassero in camera di consiglio, aveva rilasciato una serie di
dichiarazioni: “Sono innocente, ho dedicato tutta la mia vita alla cura e alla
salute dei pazienti. La sola idea che si pensi che io possa aver fatto del male
a Isabella e ai nostri figli, per me, è insopportabile. Sono stato dipinto come
una persona che non sono mai stato”. Il movente del delitto – secondo l’accusa –
sarebbe da ricercarsi in una relazione extraconiugale che l’uomo avrebbe portato
avanti negli anni e le morti delle due donne sarebbero state per l’accusa una
“condizione indispensabile” affinché questa relazione continuasse.
L'articolo “Uccise moglie e suocera”: l’ex medico della Virtus Bologna Giampaolo
Amato condannato anche in appello proviene da Il Fatto Quotidiano.