La settimana della moda di Parigi dedicata all’Autunno/Inverno 2026-2027 passerà
agli archivi come la complessa stagione delle “seconde prove”. Se il debutto di
un nuovo direttore creativo al timone di una grande maison è sempre un manifesto
d’intenti, protetto dall’indulgenza della novità, la seconda sfilata è il banco
di prova spietato in cui la visione deve atterrare e farsi vocabolario
tangibile. Da Jonathan Anderson, che ha aperto le danze con la sua seconda e
attesissima prova da Dior, passando per Matthieu Blazy ormai saldo da Chanel,
fino al monumentale ritorno di Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, il calendario
parigino ha preteso risposte chiare: i designer sanno dialogare con il DNA
storico dei marchi vestendo al contempo il nostro presente? Ecco il nostro
bilancio ragionato delle collezioni, diviso tra vette di pura poesia sartoriale,
perplessità concettuali e scivoloni inaspettati.
I TOP
Tra i top, Balenciaga è stata la sfilata che più chiaramente ha dato forma a un
nuovo corso. Sabato 7 marzo, al numero 22 degli Champs-Élysées, la sala immersa
in una penombra quasi sacrale e i frammenti visivi costruiti con Sam Levinson
hanno predisposto lo sguardo a una collezione che Pierpaolo Piccioli ha chiamato
ClairObscur. Il chiaroscuro non era solo un tema, ma il metodo con cui definire
un momento delicatissimo della maison: una soglia tra la monumentalità di
Cristóbal Balenciaga e l’ombra più urbana, sovversiva, post-street del lungo
capitolo Demna. Piccioli ha lavorato come un couturier-pittore: pelle che
assorbe il buio, cashmere denso, jersey fluido, paillettes in cinquanta
sfumature che sembravano accendersi dall’interno. I cappotti cocoon, i volumi
sospesi, i tailleur di pelle con severità quasi manageriale, i trench
attraversati da fotogrammi stampati, le D’Orsay sneakers ombré e le nuove borse
Hourglass Avenue, George e Midnight City hanno dato corpo a un lessico già
riconoscibile. Il punto decisivo è che la collezione non citava Cristóbal: lo
evocava. E lo faceva senza amputare l’umanità di Piccioli, la sua attenzione al
corpo come centro del processo creativo. È la prova più persuasiva di questa
settimana: non un compromesso, ma una sintesi.
Anche Chanel esce vincitrice, perché Matthieu Blazy ha finalmente smesso di
“entrare” nella maison e ha iniziato ad abitarla. Al Grand Palais, in una
scenografia da cantiere chic con riflessi acquatici e gru colorate, il designer
ha costruito una collezione sulla metamorfosi, partendo da una frase di
Gabrielle Chanel sul bruco e la farfalla. Era un’idea chiara e, soprattutto, ben
tradotta. Il quotidiano e il teatrale, il pratico e il fantastico, il tweed e la
leggerezza flapper si sono tenuti insieme con intelligenza. Il tailleur Chanel è
rimasto al centro, ma trasformato in giacca da lavoro, blouson, silhouette più
sciolta; gli abiti drop-waist, i twinset in jersey, i completi metallici, le
plissettature leggere e il finale con il piccolo abito nero aperto sulla schiena
hanno raccontato un marchio che si rinnova senza travestirsi da altro. Più che
scavare nell’archivio in modo scolastico, Blazy sembra aver scelto una
conversazione ideale con Mademoiselle. Ed è una conversazione che, oggi,
comincia a produrre frutti.
Lacoste: Pelagia Kolotouros trasforma il gelido campo centrale Philippe Chatrier
del Roland Garros in un palcoscenico per rievocare una memoria storica:
l’acquazzone che nel 1923 interruppe il match di René Lacoste in Coppa Davis. La
collezione esplora l’eleganza funzionale delle intemperie, portando il concetto
di tech-heritage a vette altissime grazie alla collaborazione con Mackintosh,
leggendario marchio scozzese. Il risultato è un guardaroba formidabile: poncho
che evolvono le classiche polo, lane tecniche accoppiate, gonne trench a pieghe
e capispalla gommati impermeabili. Una palette che va dal verde agave
post-pioggia al rosso ruggine della terra battuta chiude il cerchio di una
sintesi perfetta tra sport e poesia.
Miu Miu ha confermato di essere una delle poche piattaforme dove la moda riesce
ancora a parlare del corpo senza banalizzarlo. Nel Palais d’Iéna trasformato in
una foresta artificiale, Miuccia Prada ha rimesso il fisico al centro come luogo
di appartenenza e autonomia, non come pura superficie da giudicare. I tessuti
lavati, il popeline di cotone, il cashmere double, il lino, il tulle ricamato, i
fiocchi da intimo e le proporzioni amplificate hanno costruito una femminilità
tenera ma non fragile, poetica ma non remissiva. Gli abiti aderivano senza
opprimere; proteggevano, custodivano, mettevano in rilievo. Anche il casting, da
Gillian Anderson a Chloë Sevigny, da Kristen McMenamy a Gemma Ward, ha dato
consistenza a quell’idea di individualità che da anni Miu Miu sa intercettare
meglio di chiunque altro. È una collezione meno urlata di altre, ma più
profonda. E proprio per questo resta addosso.
Issey Miyake merita un posto tra i top per la capacità di tenere insieme
concetto e portabilità. Forse è vero che si avverte più Satoshi Kondo che il
Miyake canonico, ma non è necessariamente un difetto. Anzi: è il segno di una
continuità viva, non museale. La collezione ha moltiplicato suggestioni,
stratificazioni, soluzioni volumetriche, pieghe e costruzioni mobili, ma senza
perdere il contatto con l’uso reale. È una moda che pensa molto e veste
altrettanto. Non tutta l’eredità deve restare immobile per essere riconoscibile.
Rick Owens resta, semplicemente, Rick Owens: ed è precisamente questo il suo
valore. In un sistema che cambia pelle ogni sei mesi, la sua è una delle poche
coerenze che non diventano formula.Va premiata la sua coerenza assoluta: è la
voce della coscienza oscura della moda. Il suo stile, gotico e brutalista, può
piacere o dividere, ma resta fedele a un’estetica di appartenenza che nutre e
protegge una community consolidata nel tempo, immune alle sirene delle
micro-tendenze. La collezione Tower, con strutture in Kevlar, pelle taurina,
volumi scultorei e un’idea di abito come corazza e manifesto, ha ribadito che
Owens continua a parlare a una comunità precisa e consolidata, senza annacquare
il proprio immaginario per allargare il consenso.
Alaïa: Questa sfilata segna l’addio di Pieter Mulier, pronto a fare le valigie
per prendere le redini di Versace, e si chiude come un cerchio perfetto.
Un’ultima passerella coerente, che sublima il lavoro chirurgico e sensuale fatto
con il brand, confermandone l’identità precisa e originale. Alaïa resta un
tempio della femminilità scultorea; chissà chi ne raccoglierà la gravosa (e
meravigliosa) eredità.
Roger Vivier: Gherardo Felloni celebra l’Autunno-Inverno con “CHOC:
L’Architecture de la Séduction”, riportando al centro l’iconico Talon Choc
creato da Monsieur Vivier nel 1959. Il tacco concavo e scultoreo diventa
metafora di una femminilità parigina consapevole: apparentemente instabile, ma
in realtà dotata di un sostegno straordinario. Tra stivaletti minimalisti,
décolleté armatura impreziosite da strass e meravigliosi cuissardes da Amazzone
moderna, Felloni rivendica una sensualità che non è mai debolezza, ma lucida
autodeterminazione.
Yohji Yamamoto: Più che una sfilata, un momento di struggente poesia.
L’atmosfera era intrisa di quell’inspiegabile malinconia che profuma di addio,
quasi un “canto del cigno” per il maestro giapponese. Le sue stratificazioni
nere, i tagli asimmetrici e i tessuti stropicciati dal tempo hanno sfilato come
fantasmi gentili. Vedere Yohji uscire per i saluti, affaticato ma immenso, ha
regalato un brivido di pura commozione a tutta la sala.
L'articolo I top e flop (ma anche i “nì”) delle sfilate di Parigi: Chanel
attualizza il guardaroba di Cocò, Dior ancora non convince. L’abbraccio di Miu
Miu e l’inciampo di Vuitton proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Settimana della Moda
Per anni la moda ha raccontato una storia: quella dell’inclusività, della
pluralità dei corpi, della fine dell’ossessione per la taglia zero. Oggi, quasi
all’improvviso, quella narrazione sembra essersi incrinata. Non con una
dichiarazione ufficiale, ma con un cambiamento silenzioso e rapidissimo che sta
attraversando passerelle, negozi e algoritmi. Il nome che ricorre più spesso è
Ozempic. O meglio, GLP–1: i farmaci nati per il diabete e diventati in pochi
anni uno dei più potenti acceleratori culturali della magrezza contemporanea.
Il loro impatto non riguarda solo la salute o il costume. Sta ridisegnando
l’economia della moda e perfino il modo in cui i brand scelgono i corpi da
mettere in scena. Alcuni analisti parlano apertamente di una nuova frattura
culturale che attraversa l’industria: “Oltre a esercitare pressione sulle
strategie di taglia e sulla produzione, i farmaci per la perdita di peso stanno
creando un’altra manifestazione fisica della nostra divisione culturale. I brand
devono esercitare sempre maggiore cautela nella selezione dei talenti. La nostra
fisicità, più che il nostro stile, rivela sempre di più la nostra visione del
mondo, il nostro allineamento politico e perfino il nostro conto in banca”, ci
spiega Robin Mellery-Pratt, Founding Partner di Matter, luxury intelligence
company. Il rischio, spiegano gli stessi osservatori, è che i GLP-1 aprano una
nuova faglia culturale dentro la moda, obbligando le aziende a interrogarsi su
cosa significhi oggi rappresentare i corpi e chi debba incarnare un marchio.
Intanto il mercato sta già reagendo. Un personal shopper americano citato in un
report del settore racconta che negli ultimi mesi gli ordini dei clienti sono
cambiati radicalmente: “È davvero serio. Dobbiamo comprare il doppio delle
taglie italiane 36, poi 38 e 40. Anche chi portava 44 o 46 oggi è molto più
snello.” E soprattutto cambia il tipo di abito che vende: “Qualsiasi vestito che
mostri il corpo funziona. Gli abiti stretti volano. Non riesco a tenere le
giacche corte in negozio. Siamo nel pieno di una belt craze: una mania per le
cinture, perché i punti vita sono tornati sottili in questo momento GLP-1.”
I dati spiegano perché la moda stia osservando il fenomeno con tanta attenzione.
Negli Stati Uniti circa il 12% degli adulti assume oggi farmaci GLP-1 secondo un
sondaggio della Kaiser Family Foundation. E soprattutto, come evidenzia Morning
Consult, gli utilizzatori appartengono molto spesso alle fasce di reddito più
alto, anche visti i costi di questi farmaci: la quota di utenti con guadagni
superiori ai 100 mila dollari è più del doppio rispetto alla popolazione
generale. Il profilo medio? “Abbiente, iper-coinvolto e aspirazionale” —
esattamente il tipo di consumatore che il sistema moda cerca di intercettare. In
altre parole: chi dimagrisce rapidamente non entra più nella vecchia taglia e
deve comprare vestiti nuovi. E spesso non compra capi neutri, ma abiti che
mettano in evidenza la trasformazione del corpo. Il guardaroba diventa la prova
visibile della nuova magrezza.
Il retail se n’è accorto prima dei commentatori. Analisi pubblicate da Modern
Retail raccontano che molti marchi stanno rivedendo in fretta la distribuzione
delle taglie negli assortimenti perché small e medium finiscono sugli scaffali
molto più velocemente del previsto. Alcune società di analisi parlano
addirittura di una revisione delle strategie di produzione legata alla
diffusione dei GLP-1. Non è solo un dettaglio tecnico: significa che il corpo
che il mercato si aspetta sta cambiando.
Il problema è che questo riassetto economico coincide con una regressione
simbolica. Il ritorno dell’ultra-magro arriva dopo anni in cui la moda aveva
promesso una rappresentazione più ampia dei corpi. Il Guardian ha osservato che
proprio nelle ultime settimane della moda Londra è stata quasi un’eccezione nel
mantenere una certa diversità fisica, mentre tra Milano e Parigi, nelle sfilate
autunno-inverno 2026-2027 viste tra febbraio e marzo, la fisicità dominante in
passerella è quella di una magrezza tornata norma. Le collezioni non parlano
esplicitamente di Ozempic, naturalmente. Ma parlano il linguaggio di un corpo
ristretto, asciugato, con piance ultrapiatte, ossa in vista e braccia muscolose.
A Milano, Demna da Gucci ha portato in passerella una collezione apertamente
body-conscious: coordinati in pizzo aderentissimi, silhouette skintight e
stivali cuissard che riportano al centro un erotismo anni Novanta. A Parigi,
Schiaparelli ha lavorato su una tensione simile in chiave più scultorea, con
abiti e maglie che avvolgono il corpo come strisce, costruiti su basi di tulle
illusion e drappeggi che scolpiscono la figura. Non è una sensualità esplicita:
è una teatralizzazione del corpo che mette in risalto proprio la magrezza
estrema. E ancora, da Balenciaga a Saint Laurent, da Elie Saab a Givenchy, si
assiste al ritorno di una sensualità selettiva, che funziona soprattutto su
corpi estremamente asciutti. Perfino i dettagli apparentemente minori raccontano
la stessa storia. La mania per le cinture che segnano il punto vita. Le giacche
corte. Gli abiti tubolari che evidenziano la figura. Il ritorno del pantalone
slim. Tutto converge verso una silhouette più verticale e controllata.
Questa volta però la spinta non arriva soltanto dagli archivi della moda o dalla
nostalgia degli anni Novanta. Arriva anche da una tecnologia farmacologica che
rende la trasformazione del corpo più rapida e replicabile. Ed è qui che
l’“effetto Ozempic” diventa qualcosa di più di una semplice tendenza estetica.
Ha cambiato il tono della conversazione sul corpo. Il movimento midsize nato sui
social per dare visibilità ai corpi “in between” racconta oggi una sensazione di
contraccolpo culturale: creator che dimagriscono rapidamente, community che si
restringono, brand che riducono le taglie disponibili. Non è solo un cambiamento
commerciale. È psicologico. Dopo anni di body positivity, l’idea che il valore
di una donna possa tornare a oscillare con la taglia dei jeans sembra
riaffacciarsi sotto una forma nuova: più clinica, più normalizzata, più
difficile da contestare.
Naturalmente sarebbe ingenuo attribuire tutto a un farmaco. La moda lavora
sempre per stratificazioni: social media, celebrity culture, algoritmi,
nostalgia estetica. TikTok ha già avuto un ruolo con fenomeni come SkinnyTok,
che hanno riportato in circolazione l’aspirazione alla magrezza estrema. I GLP-1
si inseriscono in questo paesaggio e offrono qualcosa che prima mancava: una
tecnologia della trasformazione. La domanda allora non è se questi farmaci
influenzino la moda. Lo fanno già: negli acquisti, nelle taglie, nei casting e
nelle silhouette che le collezioni immaginano. Pure alcuni stilisti stessi
finiscono nel mirino delle critiche sui social per essere “sotto Ozempic” loro
stessi. La vera domanda è quanto a lungo l’industria continuerà a chiamare
“nuovo” ciò che assomiglia molto a un vecchio copione. Perché il rischio è che
il corpo inclusivo venga ricordato come una parentesi di marketing, mentre la
magrezza torni a imporsi come unica tela davvero redditizia. E allora forse più
che di Ozempic dovremmo parlare di una moda che, appena ha intravisto la
possibilità di monetizzare di nuovo la magrezza, ha rimesso il dibattito
sull’inclusione nel cassetto. Non lo ha abolito. Lo ha semplicemente reso fuori
stagione.
L'articolo “Qualsiasi abito che mostra il corpo vende”: la moda ai tempi
dell’Ozempic. Addio inclusività, in passerella sfilano capi pensati per
ostentare la magrezza proviene da Il Fatto Quotidiano.
La novità più inaspettata e virale della recente Paris Fashion Week non arriva
da una storica maison europea, ma dalla California, e ha esattamente dieci anni.
Si chiama Max Alexander ed è ufficialmente riconosciuto come il più giovane
stilista al mondo (noi di FqMagazine ve ne avevamo già parlato qui in tempi non
sospetti, ndr). Nonostante la sua sfilata si sia tenuta fuori dal calendario
istituzionale della settimana della moda parigina, l’evento organizzato nella
prestigiosa cornice del Palais Garnier ha catalizzato l’attenzione globale. Un
debutto che ha mandato in visibilio addetti ai lavori e social network, dove il
giovanissimo creativo vanta un seguito impressionante di oltre sei milioni di
follower solo su Instagram.
L’ENFANT PRODIGE: DA LOS ANGELES AL GUINNESS WORLD RECORD
Nato a Los Angeles nel 2016, la vocazione sartoriale di Max si è manifestata in
tempi record. Aveva appena quattro anni quando ha comunicato ai genitori il
fermo desiderio di diventare uno stilista. Una richiesta presa sul serio e
assecondata immediatamente dalla madre, a sua volta artista, che ha trasformato
il primo piano della loro abitazione in un vero e proprio atelier a misura di
bambino. Dalle prime sfilate amatoriali allestite nel giardino di casa (con gli
amici nei panni di modelli), l’ascesa è stata fulminea. Nel 2021 è arrivato
l’esordio commerciale con il lancio del suo marchio personale, “Couture to the
Max”. Un percorso che, due anni più tardi, lo ha portato a partecipare alle
Fashion Week di Denver e Aspen, fino a ottenere, sempre nel 2023, la
certificazione ufficiale del Guinness dei Primati come “il più giovane stilista
al mondo”.
LA COLLEZIONE PARIGINA: UPCYCLING E CREATIVITÀ
Il debutto sotto la volta del Palais Garnier ha segnato il primo ingresso di Max
Alexander nel circuito dei “big” della moda. Sulla passerella sono andati in
scena quindici abiti che uniscono l’estro infantile a una forte consapevolezza
ambientale. Come spiegato dallo stesso stilista, la collezione è infatti per il
90% composta da capi “biodegradabili, riciclabili e sostenibili”. Questo
risultato è stato ottenuto attraverso un accurato lavoro di recupero: le
creazioni sono state interamente realizzate riutilizzando rimanenze di magazzino
e materiali di scarto inusuali, spaziando dalle tele dei vecchi paracadute
militari ai tradizionali sari indiani, fino ad arrivare al riuso creativo di
abiti da sposa dismessi.
L’ESTETICA DI MAX E IL LEGAME CON HOLLYWOOD
L’estetica proposta dal decenne californiano è orgogliosamente variopinta,
estrosa e teatrale. Le uscite in passerella hanno alternato vestiti fittamente
arricciati, voluminose gonne in tulle, cappe in ecopelliccia e ampie mantelle
colorate. Un mix di fantasia pura e attenzione alla sostenibilità che ha già
fatto breccia non solo tra i milioni di seguaci sul web, ma anche nello star
system hollywoodiano. Tra le primissime clienti celebri a scommettere sul
talento del giovane Max spicca infatti l’attrice Sharon Stone, che ha
espressamente richiesto e acquistato un suo cappotto sartoriale.
L'articolo A 10 anni presenta la sua collezione di moda alla Paris Fashion Week:
il debutto di Max Alexander, lo stilista da Guinness dei Primati proviene da Il
Fatto Quotidiano.
PARIGI – La sala al n. 22 degli Champs Elysée è immersa in una penombra quasi
sacrale quando le prime immagini cominciano a scorrere sugli schermi. Volti,
paesaggi, frammenti di città, la luce che cambia nel corso del giorno. È una
sequenza lenta, quasi meditativa, che prepara lo sguardo a ciò che sta per
accadere. Sabato 7 marzo, a Parigi, la seconda sfilata di Pierpaolo Piccioli per
Balenciaga è una delle più attese di questa Fashion Week dominata dalle
cosiddette “seconde prove”: Jonathan Anderson ha aperto la settimana con il suo
debutto da Dior, Matthieu Blazy è atteso lunedì sera da Chanel, e Piccioli torna
sulla passerella della maison fondata da Cristóbal Balenciaga per consolidare il
nuovo corso. Perché se la prima sfilata di un direttore creativo è sempre un
manifesto d’intenti, la seconda è quella in cui la visione inizia davvero a
prendere forma. È il momento in cui le idee si radicano nel linguaggio del
marchio, in cui si capisce se e come lo stile del designer riesca a dialogare
con il DNA della maison.
Ed è qui che il lavoro di Pierpaolo Piccioli appare più focalizzato che mai. È
sorprendente, quasi prodigioso, vedere come sia riuscito a declinare i suoi
tratti distintivi — quella sensibilità couture, quell’attenzione radicale per
l’umanità dei corpi e delle persone — tenendo insieme in modo coerente la
memoria di Cristóbal Balenciaga e il percepito contemporaneo del brand. Una
collezione costruita interamente intorno a un’idea di chiaroscuro, di luce e
ombra, che si trasforma in linguaggio sartoriale e poetico.
Il titolo della collezione — ClairObscur — rimanda direttamente alla tecnica
pittorica del Rinascimento che usa l’ombra per generare la luce. “Il chiaroscuro
è il modo in cui, attraverso l’ombra, si riesce a tirare fuori la luce”, spiega
Piccioli incontrando i giornalisti prima dello show. “Avevo bisogno di definire
questo momento di Balenciaga, di farne una fotografia”. E così ecco che, in
questa collezione, il “chiaroscuro” diventa metafora dell’intero posizionamento
della maison: una soglia esatta a metà tra la luce radiosa e scultorea dell’alta
moda di Cristóbal e l’oscurità cruda, sovversiva e street del lavoro del suo
predecessore, Demna Gvasalia.
SBALZARE LA LUCE CON I TESSUTI: LA SARTORIA COME PITTURA
Piccioli si ispira a Leonardo e Caravaggio, ma anche a Grace Jones e Marlene
Dumas. La tensione tra luce e oscurità diventa il principio formale della
collezione: non usa la pittura, ma la stoffa. Gli abiti sembrano scolpiti dalla
luce perché il designer lavora i materiali come un pittore lavora i pigmenti:
pelle morbida che assorbe l’ombra, cashmere denso, seta luminosa, ricami di
paillettes che riflettono bagliori improvvisi. Riproduce l’effetto dei grandi
chiaroscuri della storia dell’arte attraverso una padronanza tecnica assoluta.
Uno degli esempi più spettacolari è un abito drappeggiato interamente ricamato
con cinquanta diverse sfumature di paillettes. La superficie vibra come un
dipinto caravaggesco: la luce sembra emergere dal buio. L’abilità sartoriale da
couturier gli serve esattamente a questo: a modellare la luce scolpendo
silhouette identitarie in cui c’è sempre “aria, spazio tra la pelle del corpo e
la pelle del vestito”. E così, Piccioli mixa sapientemente abiti fluidi in
jersey che strizzano l’occhio alla haute couture con cappotti destrutturati in
lana dotati di cappuccio rubato alle felpe, fino ad arrivare a soprabiti di
pelle che sembrano rigorosi tailleur manageriali. Elementi classici, come un
trench, vengono squarciati dalla modernità assoluta grazie a fotogrammi stampati
che fungono da “fantasia e cromaticità”.
Le silhouette, invece, restano profondamente Balenciaga. Cappotti cocoon che
fluttuano attorno al corpo, volumi sospesi, intagli di feltro che si fanno piume
su un cappotto: “Cristóbal ha sempre messo il corpo al centro del processo
creativo”, spiega Piccioli. “Il corpo è la struttura dell’abito”. E proprio su
questo terreno avviene il dialogo con la storia della maison. Le forme non sono
copie dell’archivio, ma evocazioni possibili: “Non sono forme di Cristóbal”,
dice lo stilista, “ma potrebbero esserlo”. Anche gli accessori raccontano questa
ricerca: le sneakers D’Orsay con sfumature ombré sembrano illuminate da una luce
immaginaria, mentre le nuove desiderabilissime borse — dalla Midnight City alle
nuove Hourglass Avenue e George Bag — giocano con la tridimensionalità e con lo
spazio interno come elemento scultoreo.
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LA CONNESSIONE CON “EUPHORIA”: UN AFFRESCO DI UMANITÀ
Per raccontare questo chiaroscuro esistenziale, Piccioli ha voluto accanto a sé
un maestro contemporaneo dell’immagine: Sam Levinson, creatore e regista della
pluripremiata serie tv HBO Euphoria. Levinson non ha firmato i vestiti — come
confessa Piccioli, “non ha mai visto un pezzo della collezione, abbiamo parlato
solo di sguardi, prospettive ed emozioni” — ma ha curato l’architettura visiva e
spaziale dello show. Installazioni video immersive hanno proiettato frammenti
della terza stagione di Euphoria (in uscita ad aprile) mescolati a ritratti
cinematografici del cast della sfilata. Un cast orgogliosamente inclusivo e
multigenerazionale, l’unico vero specchio della realtà visto finora sulle
passerelle parigine.
“Stavo immaginando come fare una fotografia di questo momento”, ha spiegato
Piccioli ai giornalisti prima dello show. “Balenciaga ha sempre raccontato ciò
che succedeva intorno attraverso le persone che ne abitano il mondo. Ho
collaborato con Sam perché in Euphoria ha sempre avuto uno sguardo emozionale ed
empirico, mai giudicante. Cerca sempre una luce nelle tenebre. Insieme abbiamo
creato un affresco sull’umanità”. Ideali condivisi dallo stesso Levinson: “Sono
molto commosso da Pierpaolo come essere umano. È guidato dal ‘cuore’:
intuizione, compassione e connessione. Eppure, da stilista, deve architettare
questi ideali in modo quasi matematico per creare qualcosa di tangibile.
Euphoria parla di personaggi alla ricerca di un equilibrio tra luce e oscurità,
la stessa tensione che Pierpaolo esplora con ClairObscur”. Questa fotografia,
però, non è solo estetica. È una fotografia dell’umanità: “Sono profondamente
interessato alle persone”, racconta ancora lo stilista. “Alle storie che portano
con sé, ai percorsi complessi che definiscono le loro vite. Fragilità e
imperfezione sono il luogo in cui riconosco l’autenticità”.
LA MODA NON È ARTE, È VITA (E ATTESA PER LA COUTURE)
Sui posti a sedere degli ospiti, una lettera scritta a mano da Piccioli (firmata
semplicemente “Pp”) recitava come una poesia laica: “Come se / potessimo
prendere le stelle, tirarle giù e usarle per la luce. / Come se / potessimo
ballare finché il pavimento non iniziasse a brillare. / Come se / potessimo
amare finché non rimanesse nient’altro che amore”. È una dichiarazione d’amore
verso la comunità. Perché Piccioli ha le idee chiarissime sul ruolo del suo
lavoro. “La moda vive un grande buio, oggi si è allontanata dalle persone“,
riflette. “Ma la moda non è arte. L’arte è una proiezione astratta di se stessi,
è autoreferenziale. La moda deve dialogare con un corpo, se non lo fa perde il
senso. Cristóbal ha sempre avuto il corpo al centro del processo creativo.
L’anima couture deve emergere come approccio anche in un paio di jeans, cercando
la spontaneità dei gesti”.
Una lezione di stile, umanità e profonda tecnica (“Gli anni ti danno esperienza
e autorità: l’idea, ma anche l’esecuzione dell’idea”) che troverà la sua massima
espressione tra pochissimi mesi. Incontrando la stampa, Pierpaolo Piccioli ha
infatti annunciato la notizia che tutti aspettavano: a luglio debutterà con la
sua prima collezione Haute Couture per Balenciaga. E Parigi, ne siamo certi, non
vede l’ora di ammirare il maestro dell’alta moda di nuovo all’opera nella sua
dimensione più assoluta.
L'articolo La ricerca della luce di Pierpaolo Piccioli: “La moda vive oggi un
grande buio”. Balenciaga tra Caravaggio, couture e l’immaginario di “Euphoria”
nella sfilata alla Fashion Week di Parigi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le immagini dei lussuosi mall di Dubai, solitamente brulicanti di turisti e
acquirenti internazionali, restituiscono oggi un panorama surreale: serrande
abbassate, boutique di alta moda chiuse e infiniti corridoi di marmo
improvvisamente deserti. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e
Iran ha congelato in poche ore uno dei mercati più dinamici e strategici per la
moda globale. Tra aeroporti bloccati e un turismo inevitabilmente in stallo, i
contraccolpi economici si sono riversati in tempo reale sui mercati finanziari,
affossando i titoli di colossi come LVMH, Kering e Richemont a Piazza Affari e
sulle principali Borse europee.
Il peso specifico di questa paralisi è dettato infatti dai numeri: il Medio
Oriente rappresenta oggi tra il 5% e il 9% della spesa globale nel settore del
lusso. Le stime pre-conflitto del report Bain-Altagamma fotografavano un’area in
salute: nel 2025 il mercato locale era cresciuto tra il 4% e il 6%, e per il
2026 le proiezioni indicavano un’ulteriore espansione del 6%, consacrando il
Golfo come hub cruciale per la tenuta del comparto. Ora, in un settore che vive
fisiologicamente di fiducia, turismo e mobilità, quello scenario è stato
letteralmente spazzato via.
L’allargamento della guerra in Medio Oriente è deflagrato infatti nel momento
forse più stridente per l’industria del settore: il pieno svolgimento delle
settimane della moda di Milano e Parigi. Accostare la brutalità di un conflitto
armato alle passerelle, lo sappiamo bene, può sembrare fuoriluogo, ma se siamo
qui a farlo è perché ridurre la moda di lusso a una mera frivolezza per ricchi è
un errore di prospettiva. Quella del fashion è prima di tutto un’industria, una
colonna portante dell’economia reale.
Dietro i negozi chiusi nel Golfo Persico non c’è solo il capriccio negato a una
clientela d’élite, ma la stabilità economica di intere catene di
approvvigionamento. Basti pensare al nostro Paese: secondo i dati elaborati
dalla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) e da Confindustria Moda,
l’intera filiera del tessile, moda e accessorio dà lavoro a circa 600.000
persone in Italia e genera un fatturato che pesa per circa il 5% sull’intero PIL
nazionale. Da quegli scontrini milionari non battuti a Dubai o a Doha dipendono
le sorti e i posti di lavoro di migliaia di artigiani, pellettieri e operai
italiani, dal momento che la stragrande maggioranza dei top brand globali
produce proprio nel nostro Paese borse, calzature e capi di altissima gamma.
La portata di questa paralisi commerciale e le sue immediate conseguenze sono al
centro delle cronache dei media stranieri. L’agenzia Reuters e la stampa
newyorkese delineano un quadro di chiusure a catena, in risposta a un’escalation
di raid aerei che ha causato centinaia di vittime. Kering (la holding
proprietaria di Gucci, Balenciaga e Bottega Veneta) ha temporaneamente chiuso le
proprie boutique in Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar, sospendendo
ogni viaggio d’affari nella regione. Stessa sorte per le attività gestite da
Chalhoub Group, operatore da 900 store per marchi come Versace e Jimmy Choo, che
ha blindato i negozi in Bahrein e mantenuto le aperture negli Emirati o in
Arabia Saudita consentendo al personale di presentarsi solo su “base
volontaria”. Una brusca frenata che blocca gli investimenti di un mercato vitale
che, secondo i report della società di consulenza Bain & Co. citati dalla stampa
internazionale, rappresentava ormai la fetta più brillante e dinamica della
spesa globale, arrivando a pesare fino al 10% sui bilanci mondiali del lusso.
> BREAKING: DUBAI MARINA MALL IS BASICALLY EMPTY
>
> Video from earlier this morning. pic.twitter.com/9VZquZk9fY
>
> — Sulaiman Ahmed (@ShaykhSulaiman) March 5, 2026
L'articolo Le immagini dei mall di Dubai deserti sono virali, così la guerra in
Medio Oriente gela i colossi della moda: a rischio il 9-10% della spesa globale
del lusso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se Milano, per l’autunno-inverno 2026/2027, ha scelto nella maggior parte dei
casi la strada della portabilità e dell’essenza, è sugli accessori che la moda
si prende la sua rivincita. Qui si gioca tutta la desiderabilità. In fin dei
conti è proprio l’accessorio — che sia un cappello, una scarpa, una borsa o un
gioiello — a raccontare la propria identità, anche quando si indossa il più
classico dei completi sartoriali o la più semplice maglieria.
Milano, quest’anno, sembra dire una cosa molto chiara: ci si può vestire in modo
essenziale, si può lavorare per sottrazione (come ha ben raccontato Prada nella
sua sfilata), ma il dettaglio deve essere curato e soprattutto intenzionale. E
intenzionale significa anche fare una dichiarazione su chi si vuole essere:
sciura-core o maranza style, minimalismo o opulenza, iperfemminilità o look
androgini.
Ciò che è certo, però, è che sul fronte calzature, dopo anni di sneakers, scarpe
flat, kitten heels e mocassini, il prossimo inverno potrebbe segnare il ritorno
dei tacchi vertiginosi e delle punte ultra affusolate. Il consiglio di styling
da tenere bene a mente? Le scarpe — sì, anche i sandali aperti — si indossano
con i calzini a vista che, ça va sans dire, diventano l’accessorio
indispensabile della stagione: sportivi, in cachemire, in seta effetto
vedo-non-vedo, ricamati alla caviglia o fin sotto il ginocchio. Ma, al netto
delle silhouette allungate, non finiscono qui le tendenze accessori viste alla
Milano Fashion Week 2026 che tra sei mesi vedremo ovunque e che non vedremo
l’ora di indossare. Ecco quindi, nel dettaglio, tutti i trend della Milano
Fashion Week Donna autunno-inverno 2026/2027.
IL BIANCO E NERO
Il nero è stato il colore che ha dominato in modo indiscusso questa kermesse
milanese. Si è affermato con forza tanto nei look ultra femminili quanto in
quelli iper androgini e non ha risparmiato nemmeno gli accessori. Eppure,
proprio mentre il nero domina, spunta l’altro estremo: il bianco ottico. Non
l’avorio, non il panna rassicurante, ma un bianco netto, quasi chirurgico.
Soprattutto negli stivali in pelle, che sembrano fatti apposta per disturbare la
linearità dei look total black. Tra i due litiganti, però, il terzo gode: a fare
la differenza il prossimo autunno-inverno sarà la calzatura bicolor in bianco e
nero.
Scarpe grafiche, optical, che richiamano da un lato gli anni di Coco Chanel e
dell’Art Déco, quando il contrasto tra i due “non colori” era simbolo di
eleganza rigorosa, e dall’altro strizzano l’occhio agli anni Sessanta e al loro
spirito pop e ribelle. Tra i brand che interpretano al meglio questa tendenza
spicca Fratelli Rossetti, che dedica al prossimo inverno un’intera collezione
dei suoi iconici mocassini in bianco e nero. Non mancano però anche le proposte
di Fendi che, accanto a una sfilza di calzature total black, propone pumps e
plateau con stampe simil zebrate; Ferragamo con le sue décolleté bicolor; e Fila
che reinterpreta sneakers e ballerine sportive in bianco e nero conferendo loro
un tocco quasi retrò.
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MMD FEBRUARY 2026_ BLACK&WHITE (4)
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FILA
CORSET BOOTS
Se il trend della scarpa in bianco e nero è una chicca che si è fatta spazio in
modo silenzioso tra le proposte dell’autunno-inverno 2026/2027, la tendenza
delle scarpe stringate di certo non è passata inosservata. Su tutte, la scarpa
must-have di stagione sarà lo stivale effetto corsetto. Allacciato fino sotto il
ginocchio — a volte anche oltre — come se la scarpa volesse prendersi la scena
e, già che c’è, anche un pezzo di gamba. Marni, Elisabetta Franchi e Prada lo
hanno proposto come accessorio statement nei look più casual così come in quelli
più eleganti. E non vale solo per gli stivali: il trend delle scarpe stringate
si vede anche su inglesine, slingback e sneakers, dove la chiusura diventa parte
dell’estetica. I lacci quindi non sono più solo un elemento funzionale, ma
diventano un dettaglio decorativo che, forse, a modo loro, vogliono essere anche
un invito al ritorno alla manualità. Requisito necessario per l’acquisto dei
corset boots? La pazienza.
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PRADA
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ELISABETTA FRANCHI
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MARNI (1)
BELT MANIA
Per il prossimo inverno 2026/27 potrebbe bastare una cintura per cambiare
completamente il look ed essere “alla moda”. Un accessorio tanto popolare quanto
spesso sottovalutato, soprattutto quando si tratta di scegliere il modello
giusto e di capire come indossarlo. Ma niente panico: questa volta dalle
passerelle arrivano diverse ispirazioni. Per le cinture si guarda direttamente
al passato: agli anni Duemila delle cinture logate (come ha ricordato Demna da
Gucci) oppure all’allure squisitamente vintage, principalmente nei toni del
marrone — cuoio, tabacco, cacao — e con pelli dall’effetto vissuto. Si scelgono
per creare contrasto su abiti, cappotti e giacche, per esaltare forme e
movimenti, segnare il punto vita e rompere la linearità delle silhouette. A
dettare legge è lo show di Luisa Spagnoli, che suggerisce di indossare le
cinture, classiche o micro, tono su tono o a contrasto con il look per
caratterizzare gli abiti con semplicità. Anche Silvana Armani, per la sua prima
collezione prêt-à-porter per Giorgio Armani, propone le cinture come elemento
distintivo che spicca nei look “armaniani”: nella sua fall-winter 2026/2027 le
cinture rosso amaranto si stagliano su completi grigio fumo e pantaloni bianco
ottico. La Milano Fashion Week, tuttavia, non si limita a valorizzare la cintura
ma ne risemantizza l’uso: diventa un accessorio da avvolgere su una sciarpa o da
lasciare slacciato (come visto da Act n°1), da usare doppio (come da Boss), da
stratificare, fino a trasformarsi in un bracciale (Tod’s) o perfino in un
dettaglio decorativo per le scarpe, come propone Cult.
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LS_FW26_RUNWAY_KEYLOOKS_PRESS_008 (1)
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CULT
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ACTN1
GUANTI IN PELLE
Milano ha riabilitato il guanto. Per indossarlo non serve una cerimonia né una
corsa in motocicletta. Il prossimo inverno si usa anche tutti i giorni: per
proteggersi dal freddo e per dare carattere ai look. Lunghi oltre il gomito o
corti, purché siano in pelle. A volte in suede. Per la sera è concesso anche il
raso di seta. Il guanto lungo è la scorciatoia più rapida verso un’eleganza
cinematografica, capace di far sembrare qualsiasi outfit incredibilmente
studiato; il guanto corto — come visto da Vivetta — è invece più urbano e
realistico, perfetto per la vita quotidiana. Per la prossima stagione i guanti
da acquistare devono essere rigorosamente neri o marrone cioccolato, anche se
alcune passerelle suggeriscono di giocare con il colore. Da Emporio Armani e
Tod’s, per esempio, su look neutri non sono passati inosservati guanti in pelle
verde oliva o gialli.
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DHRUV KAPOOR
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BOSS
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TODS
ANCORA BORSE IN SUEDE
Il suede si conferma il tessuto dell’inverno e, negli accessori, resta un
must-have soprattutto per le borse. Trasmette immediatamente una sensazione di
calore rassicurante ed è evidente che continui a essere così amato perché
coerente con un’idea di lusso sempre più legata alla tattilità e alla materia.
In cima alla wish list restano le maxi bag in camoscio, ma da tenere d’occhio
sono anche le city bag e le borse a tracolla, più compatte e perfette per il
giorno. La palette colori è tra le più classiche: tutte le tonalità del marrone,
il nero e, al massimo, qualche accenno di blue navy, bordeaux o verde scuro. Una
gamma cromatica pensata per adattarsi facilmente a diversi look e attraversare
le stagioni. Le borse in camoscio, in altre parole, vogliono essere quasi una
promessa di investimento: di tendenza oggi, ma in realtà mai davvero fuori moda.
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GIANNI CHIARINI (1)
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ETRO
TRAPEZIO BAG
Se lo sciura-core è uno dei trend emersi con più decisione durante la Milano
Fashion Week Donna autunno-inverno 2026/2027, allora la borsa modello trapezio è
la sua bandiera. Geometrica, composta, con quell’aria borghese anni Sessanta che
si contrappone alla morbidezza del suede, è la borsa ideale per chi preferisce
accessori di classe, magari per le occasioni più speciali. A sancire il grande
ritorno della borsa trapezio è stato Demna da Gucci con la sua nuova
interpretazione della Bamboo Bag, ma a Milano se ne sono viste anche versioni
meno rigide, più morbide e in tinte pastello più adatte all’uso quotidiano.
Antonio Marras, con la nuova Caragol Bag, ripropone la borsa trapezio con una
nuova architettura che coniuga rigidità e morbidezza. Un’interpretazione più
romantica arriva invece da Coccinelle, ma anche da Santoni che, per la sua
collezione fall-winter 2026, punta su una trapezio rovesciata in rosa pastello
ultra delicato, dove volumi morbidi e costruzioni definite trovano un equilibrio
naturale.
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PHOTO: SALVATORE DRAGONE / GORUNWAY.COM
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SANTONI (1)
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COCCINELLE
MARSUPI A TRACOLLA
Mentre alcuni brand sfilano secondo i dettami dello sciura-core o riportano il
guardaroba a un nuovo minimalismo, altri strizzano l’occhio alla strada e alle
periferie, consacrando l’accessorio simbolo delle subculture urbane a oggetto di
tendenza del prossimo inverno: il marsupio. Un accessorio che sembra destinato a
guadagnare terreno nelle prossime stagioni. Anche qui parte del lavoro è merito
dell’ultima sfilata di Gucci, ma in generale i brand sembrano aver capito che
anche il lusso non può ignorare ciò che succede fuori dalle passerelle: lo
ingloba e lo rende cool. L’ispirazione è chiaramente quella dei maranza. Ma
mentre Gucci e Philipp Plein cavalcano l’estetica con marsupi logati, Sunnei
propone una versione decisamente più minimal e architettonica. Sul fondo di
questa tendenza c’è anche un dato culturale semplice: il formato borsa-marsupio
è stato normalizzato negli ultimi anni da Uniqlo con la sua celebre borsa a
tracolla rotonda da 14,90 euro, diventata popolarissima — non a caso uno degli
accessori più desiderati secondo il Lyst Index 2025 — e capace di decretare
anche il modo in cui indossare il marsupio oggi: rigorosamente a tracolla.
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SUNNEI FW26 LOOK 19
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PHILIPP PLEIN
ACCESSORI FLUFFY
Gli accessori fluffy — in pelliccia vera o faux fur — entrano in scena come il
contrappunto morbido di una stagione dominata dalla pelle. L’inverno 2026/2027
sarà infatti l’anno delle pellicce non solo nei capispalla, ma anche negli
accessori come scarpe, sciarpe e borse. Tra look in pelle total black, le
passerelle sono state un tripudio di eco-pellicce, pellicce vere o materiali
lavorati per richiamarne la texture.È quasi un bilanciamento fisico, prima
ancora che estetico: accanto a superfici compatte, lucide e dure, Milano smorza
i toni con accessori ultra morbidi e sensoriali. Maria Grazia Chiuri per Fendi
propone la pelliccia — elemento distintivo della maison — come una sorta di
coperta per le iconiche Baguette. Borbonese fa uno step ulteriore
reinterpretando la borsa Premier interamente in ecofur. Non solo borse: la
tendenza fluffy arriva anche alle calzature. Onitsuka Tiger e Casadei
trasformano eleganti stivali al ginocchio in una versione urbana dei Moon Boot
pelosi. Su questa scia, il brand 1972 DESA si fa portavoce del compromesso
materico — e in un certo senso anche emotivo — delle prossime tendenze
proponendo maxi sciarpe morbidissime su total look in pelle nera, per costruire
un guardaroba che la stessa creative director Ivana Omazic ha definito urbano,
versatile e facilmente combinabile, strutturato ma leggero, tradizionale ma
innovativo.
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BOTTEGAVENETA
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CASADEI
L'articolo Milano Fashion Week 2026, le 8 tendenze per scarpe, borse e accessori
viste in passerella e da tenere d’occhio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla Milano Fashion Week donna FW 26/27 le passerelle hanno restituito
l’immagine di un inverno costruito attorno a scelte nette e consapevoli: il
ritorno del total black come dichiarazione di pragmatismo, i volumi che
proteggono e strutturano la silhouette, ma senza nascondere il corpo, la
centralità della materia, tra pelle fluida e pellicce tattili, come risposta a
un bisogno sempre più evidente di fisicità e presenza. Ma soprattutto si lavora
su capi portabili, fatti per la quotidianità. Perché forse questa è l’unica
direzione possibile per una moda che – chi più, chi meno – deve tornare a
vendere, a consolidare desiderio e a sollevare i fatturati.
Si va alla radice: dei codici dei brand, come hanno fatto Dolce&Gabbana e Fendi,
riscoprendo un Dna riconoscibile; dei tessuti, come nel lavoro materico di
Ferrari; delle silhouette, ripulite e ridefinite da Jil Sander e Gucci; dei
corpi, rimessi al centro da N°21; della quotidianità, cifra stilistica di Tod’s;
e persino di una certa milanesità borghese riletta da Bottega Veneta. È un
ritorno all’essenza che non sa di nostalgia, ma di necessità strategica.
Non è un caso che le collezioni autunno-inverno siano state un pullulare
dell’abito più abito che c’è, del vestito nella sua forma più archetipica: il
tailleur, il completo giacca-pantalone raccontato nella sua sartorialità più
pura. Una celebrazione del costruito, della linea netta, della proporzione
calibrata, anche quando la struttura viene alleggerita o decostruita, come si è
visto da Ferragamo. Milano, questa stagione, sembra aver fatto una scelta
chiara: meno travestimenti, più abiti. Meno dichiarazioni effimere, più
guardaroba. “Meno io, più noi” – per prendere in prestito una citazione
utilizzata da Maria Grazia Chiuri per il suo debutto da Fendi – una
dichiarazione che, in un certo qual modo, sottintende anche la messa in
discussione del ruolo dei direttori creativi e del loro estro artistico a favore
della volontà di una clientela che oggi vuole capi che valga davvero la pena
acquistare, per prezzo, utilizzo, qualità e indossabilità.
BACK TO BLACK
Il nero è ovunque e il prossimo inverno sarà un back to black tanto rigoroso
quanto audace. Un grande classico che questa volta si impone come colore
“statement” che di volta in volta viene usato con accezione ora drammatica, ora
come potenza, ora come eleganza, ma quasi mai come simbolo di austerità. Il
nero, già a partire da questo inverno, è ovunque. Da Milano a Sanremo è un
totale back to black al punto che è stato il colore dominante sia sul palco del
Festival che sulle passerelle dei brand, senza esclusione di colpi. Il nero oggi
non è lutto, non è minimalismo anni ’90, non è neppure rigore borghese. È
sottrazione strategica, come ha voluto dimostrare Maria Grazia Chiuri nella sua
sfilata di debutto per Fendi o come ha voluto raccontare Alessandro Dell’Acqua
con N°21 che ha scelto il nero nella sua collezione come elemento di “reset” sul
quale scrivere il futuro e costruire un guardaroba per una “femminilità
possibile” e quotidiana. In altre parole, il nero non è altro che il desiderio
di un ritorno alla pragmaticità – come d’altronde ha anche raccontato Demna per
la sua prima sfilata con Gucci. D’altronde il total black azzera il rischio
d’errore praticamente in ogni contesto ed è sicurezza assoluta, a prova anche di
chi deve ancora capire come abbinare correttamente i colori per creare outfit
cool. Institution by Galib Gassanoff ha presentato una collezione quasi
interamente nera.
ALL EYES ON THE NECK
Se c’è un punto preciso su cui la kermesse milanese ha deciso di concentrare
l’attenzione, è il collo. Non un dettaglio, ma un baricentro. Per la prossima
stagione lo sguardo si sposta verso l’alto e costruisce la silhouette
otticamente allungata. Il collo diventa un elemento architettonico nei look con
pellicce che incorniciano il viso, sciarpe over che si arrotolano, foulard
stretch e camicie e capispalla con colletti che strizzano l’occhio alle
gorgiere. Il trend dei maxi colli ha conquistato tutte le passerelle, da New
York a Londra e Milano ottenendo la consacrazione a Milano. Ma se sulle
passerelle anglosassoni si è visto un ritorno di altezze quasi elisabettiane,
imponenti e regali, nella versione milanese il collo alto diventa più urban e
soft, più concreto. Come visto da Bottega Veneta e Blumarine e MM6 Maison
Margiela, i colli sono soprattutto morbidi, in maglia e in pelliccia, ma non
mancano interpretazioni più nette, quasi a collare. Non mancano poi dolcevita in
maglia – sottile o intrecciata – come visto da Anteprima, Peserico e Fabiana
Filippi.
SCIURA-CORE
Il prossimo inverno è ancora pellicce. Vere, eco, riciclate, alla Milano Fashion
Week FW 26/27 tornano a imporsi come il capospalla identitario della stagione,
l’unico capo davvero over in un panorama di cappotti che, dopo anni di volumi
cocoon e proporzioni esasperate, si assottigliano e tornano ad accompagnare la
figura. In questo ritorno alla linea slim, la pelliccia è l’eccezione che si fa
regola: opulenta, esagerata, oversize. L’ispirazione è la signora milanese:
borghese, impeccabile, ostentata. La pelliccia diventa una questione identitaria
e non si trova più solo come capospalla ma sui colli dei cappotti, sui
rivestimenti delle borse, su cappelli, scarpe e come cintura. E quando Louise
Trotter per Bottega Veneta propone “pellicce” in seta lavorata, quasi a mimare
il pelo senza esserlo, l’imposizione della pelliccia tra i trend del prossimo
inverno diventa chiara: non importa se sia vera o no, importa l’idea di volume,
di tattilità, di presenza che dà. Non è un caso che questa insistenza sulla
morbidezza emerga ora. In un momento di incertezza, il desiderio di protezione e
affermazione, nella moda si traduce in pellicce. Esistere significa occupare uno
spazio. In questo contesto, le versioni classiche e monocolore sopravvivono, ma
l’inverno 2026/2027 strizza l’occhio all’eccesso proponendo anche pellicce
colorate, stampate, degradé, animalier, con riflessi cangianti.
PELLE CONTRO PELLE
La pelle sarà IL tessuto del prossimo inverno. Non è una novità assoluta tra le
più recenti tendenze viste alle sfilate internazionali — già da qualche stagione
si intravedeva questo ritorno — ma alla Milano Fashion Week autunno-inverno
2026/2027 la pelle non è più simbolo immediato di ribellione o citazione rock,
non più scorciatoia estetica per evocare grinta, ma evolve da corazza a seconda
pelle, da materiale strutturante a superficie fluida, quasi liquida. Qui le
lavorazioni della pelle creano sul corpo quasi un effetto panneggio bagnato. La
pelle viene lavorata per fare un finish lucido, sensuale ed è costruita in modo
che segua il corpo invece di irrigidirlo. La pelle non si oppone alla forma, la
asseconda. Non si vedono più solo giacche in pelle statement sopra look minimal,
ma total look in pelle che costruiscono una silhouette coerente, avvolgente,
senza essere aggressiva. In una stagione che alterna protezione ed esposizione,
la pelle riesce a fare entrambe le cose: contiene e rivela. In merito,
emblematico il lavoro di Ferrari, dove la pelle diventa “second skin”, declinata
in tonalità nude (beige e marrone) che, richiamando le diverse sfumature
dell’incarnato, sembrano raccogliere l’eredità di Kim Kardashian e del suo
underwear.
ANCIENT REGIME 2.0
Un altro trend del prossimo autunno-inverno è quello che si potrebbe definire
“Ancient Régime 2.0”, ovvero cosa indosserebbe una donna dell’ottocento ai tempi
di TikTok. La risposta sarebbero mini dress con corpetti, abiti con trasparenze
e pizzi vedo-non-vedo, scarpe stringate e stampe floreali all-over. Per restare
in atmosfera sanremese: se nella canzone italiana la rima “fiore amore” è la più
abusata e banale, nella moda il fiore rischia spesso lo stesso destino. Ma alla
FW 26/27 accade l’opposto. I fiori smettono di essere decorazione e diventano
dichiarazione. Niente micro stampe romantiche o accenti bon ton, perché in
passerella sbocciano rose rosse, ramage opulenti, motivi che richiamano un
Romanticismo teatrale e intenso. Da Antonio Marras a Blumarine il fiore più
classico, la rosa, viene portato all’estremo, ripetuto, ingigantito, ricamato.
Accanto ai fiori, il pizzo che lavora per sottrazione e rivelazione grazie a
trasparenze e cut-out che trasformano collant, body, abiti lingerie e gonne midi
in strumenti di seduzione consapevole. Non un dettaglio rétro, ma un elemento
centrale del guardaroba da sera del prossimo inverno. Tra questi elementi
incredibilmente femminili, sulla scia di questo rinnovato Ancient Regime, si fa
spazio anche una nuova reinterpretazione della redingote: giacche e cappotti a
doppia abbottonatura, per lui e per lei, con bottoni gioiello che definiscono il
doppio petto. Una forma rigorosa, quasi militare, che diventa il punto
d’incontro tra passato e presente.
MILANO SAVE THE KING
A Milano, il prossimo autunno-inverno 2026/2027 guarda alla campagna inglese. Si
riapre l’armadio della tradizione britannica con look in micro pied de-poule,
Principe di Galles, tessuti check: completi sartoriali impeccabili, cappotti
costruiti con disciplina, blazer che parlano il linguaggio del tailoring puro.
Il riferimento è il guardaroba di Edward VIII, Duca di Windsor e l’immaginario
estetico creato dalla stessa defunta Regina Elisabetta II. Ma questa tendenza
non è un gioco in costume. Nessuna rievocazione aristocratica, nessuna
caricatura da club esclusivo. Piuttosto lo stile britannico contribuisce a dare
un tocco di carattere ai look, elegante e non troppo gridato. È un codice
trasversale. Lo adottano le maison più legate alla sartorialità pura, come Kiton
e Brioni, che lo declinano nei loro suit più classici e impeccabili. Ma lo
ritroviamo anche in versioni più rilassate, quasi casualwear, come nelle
proposte di Blazé Milano, dove i tessuti inglesi si alleggeriscono e si adattano
a una quotidianità più disinvolta. Milano riattualizza i codici britannici, li
prende in prestito, li ripulisce e li rende più urban e, ancora una volta,
adatti alla quotidianità cittadina.
LET IT SHINE
Se la stagione lavora per la maggior parte di sottrazione nelle forme, sulle
superfici accade l’opposto: si lavora per aggiunta. Su velluti, sete e pelli si
stagliano effetti lucidi, cangianti, oleografici, talvolta persino specchiati
che spiccano in una palette invernale in cui dominano, neri profondi, marroni e
blu notturni. Per la stagione fredda il bling bling non è urlato, quasi mai è
affidato al bagliore di strass e cristalli, più spesso è affidato ad un gioco di
luci e riflessi che enfatizzano i movimenti del corpo. In collezioni dove la
palette resta spesso neutra e rigorosa, è proprio il contrasto tra opaco e
lucido a creare ritmo visivo. I velluti hanno nuovi riflessi vibranti, le sete e
altri tessuti naturali vengono lavorati per creare un effetto brillante che
cattura la luce, le pelli sono trattate fino a ottenere un effetto laminato,
vinilico. Tra tutti, Gucci spinge sul pedale dell’intensità visiva con sete
ultra shine, pelle lucidissima e abiti punteggiati di strass e paillettes.
UN TOCCO DI ROSSO
Il rosso è il vero fil rouge tra le tendenze individuate alla Milano Fashion
Week. Compare anche in versione monocromatica — cappotti scarlatti, abiti
cremisi, completi vermiglio — ma la sua forza si esprime soprattutto per
contrasto. È lì che diventa rilevante: acceso contro il nero, vibrante sul
grigio antracite, improvviso su marroni profondi. Un capo o un accessorio rosso
interrompono look monocromatici, creano un punto luce e una tensione visiva.
Basta un accessorio, una gonna, un top a contrasto, una borsa, un guanto o una
scarpa a cambiare l’equilibrio dell’insieme. Più di tutti, questa tendenza è
stata interpretata da Prada, da Vivetta, da MM6 Maison Margiela ma anche da
Marco Rambaldi e da Giorgio Armani, ciascuno con la propria cifra stilistica.
L'articolo Milano Fashion Week 2026: tutte le tendenze dalle passerelle donna,
dal total black allo sciura-core proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una nessuna centomila. Le tendenze possono essere effimere o durature.
Diventeranno virali gli stivaloni inguinali del talent spagnolo Sergio Gonzalve
(somigliano un po’ a quelle dei pescatori, invece sono giapponesi)? O le
giarrettiere per lui? A volte le tendenze nascono dalla strada, a volte scorrono
sotterranee. Ne abbiamo intercettata qualcuna..
ESOTISMI INVISIBILI
Chi l’avrebbe detto? Sua Altezza Sirvannavari, figlia del re di Thailandia, ama
la moda, è sportiva (fa praticamente tutto, dal trekking al volo) e non vuole
disegnare soltanto vestiti speciali per momenti eccezionali. Ha respirato l’alta
moda in famiglia. La nonna, la regina Sirikit, vestiva Balmain. Renato Balestra
ha creato per lei un abito costruito con orchidee vere intrecciate in una notte
su una griglia di metallo. Ma nella sua collezione non c’è niente di orientale
(a parte i tessuti e i meravigliosi ricami): tutto modernissimo. Oltre ai
pazienti ricami che inglobano anche minuscole rondelle rubate al meccanismo
degli orologi) gli abiti suggeriscono coraggiose arrampicate e voli su un
pallone aerostatico, un mondo di libertà. L’esotismo è nascosto, anzi invisibile
come in Christopher ovvero l’ingresso del Gruppo Sahakar, importante azienda
indiana nel fashion luxury. Ed è tutto made in Italy: stivali arricchiti da
raffinati intrecci laterali, sottili borchie su décolleté, arricciature sui
mocassini, e colori luminosi come il verde oliva, burgundy e il cammello anche
per occhiali da sole e sciarpe. C’è voglia di abbattere confini culturali ed è
proprio la missione che si è data di Hind Joudar con il suo Oriental Fashion
Show 2026 (visto a Parigi durante l’haute couture).
LA BORSA È LA VITA
Grandi o piccole no importa. A mano, perché piacciono così. Donne & borse sono
una coppia inseparabile. Ma oggi bisogna custodire molto bene i segreti e
divertirsi u po’ perciò spuntano dappertutto lucchetti e pupazzi che evocano, in
maniera sofisticata la follia della Labubu (Borbonese) e ciondoli-animalier (da
Gianni Chiarini). Scegliendone uno.si potrebbe rispondere alla domanda di
Francesca Fagnani” Tu che belva sei?” C’è il leone, ma anche la zebra (classica,
non a pois).
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MARTINO MIDALI
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AFRAA FW26_04
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DANIELA GREGIS 20226
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ANTONIO RIVA MILANO NINFEE
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RACCONTARE STORIE
Non si va da nessuna parte senza una buona storia. Che può arrivare dall’arte,
dalla letteratura, dalla fusione di culture. Izumi Ogino (Anteprima) sceglie
l’’artista giapponese che crea le sue opere con sale e naftalina per riflettere
sul tempo. Erika Cavallini racconta la love story tra una sirena e un marinaio.
La sua sirena non è cannibale come quella di Andrea Camilleri in “Maruzza
Musumeci”, né pericolosa come quelle di Ulisse. Somiglia più a “Ligheia” di
Tomasi di Lampedusa, o forse a quella del romanzo “L’Isola delle Femmine” di
Domenico Campana. E allora, abiti fluttuanti come alghe, un tratto couture nei
ricami, con quella voglia di romanticismo alimentato da Bridgerton. L’abito
color smeraldo, è anche più affascinante di quello famosissimo di Keira
Knightley nel film “Espiazione” (era di Versace) Invece Chichi Meroni,
(L’Arabesque) si si ispira ai costumi dei Ballets Russes di Picasso: gonne in
neoprene, organza nera, camicie dal collo edoardiano inondate di rouches. Una
storia di danza e di leggerezza. E ancora Gianni Chiarini, brand di alta
artigianalità, crea una wunderkammer. la “camera delle meraviglie” dei grandi
viaggiatori e collezionisti. Oggetti, curiosità, farfalle di metallo,
ciondoli…Marco Rambaldi trova ispirazione nella mela envy, che non è solo un
frutto, ma un marchio depossitato. Quattro capi e un charm, una capsule
croccante. Ha utilizzato anche inserti in pelle di mela, identificati da una
speciale etichetta con la scritta “apple made and inspired”. Che ne dite? (ce ne
sono stante di storie sulla mela…).
ABITI DA INVESTIMENTO
Un abito-struttura interamente ricoperto di cristalli e un altro rigido di un
morbido color crema, preziosissimo). Tutto questo è Antonio Riva con la sua
collezione “Ninfee”, abiti per debuttanti d’élite, diciottesimi, damigelle e red
carpet. Abiti da tenere per tutta la vita o, cambiando taglia da mettere
all’asta, come è successo a Francesco Scognamiglio: la gown indossata da Beyoncé
agli MTV Video Music Awards 2016, quella di Madonna alle prove dei Grammy Awards
2014, l’abito creato per Nicole Kidman al Festival di Cannes 2014, sono stati
battuti da Julien’s Auctions, lo scorso dicembre a Beverly Hills. Potrebbero
avere lo stesso destino alcuni magnifici pezzi di Luisa Beccaria presentati nel
lunghissimo fashion show “Celebration”: pizzo di velluto, jacquard con
pailletés, tulle ricamati a piccoli fiori destinati probabilmente a principesse
arabe e socialite degli Hamptons.Idea: metterli in banca?
EMPOWERMENT
Siamo vicini all’8 marzo. La panchina rossa di Martino Midali, realizzata in
collaborazione con gli Stati Generali delle Donne ricorda la violenza e i
femminicidi. Che cosa c’entra la moda? L’empowerment corre come un filo sottile
lungo tutte queste sfilate, dai cappotti di Max Mara ispirati a Matilde di
Canossa, affascinante personalità del Medioevo italiano all’orgoglio sexy di
Gucci-Demna . C’è empowerment negli abiti di Midali, pensati per tutte le donne,
di tutte le forme (hanno sfilato non-modelle come la scrittrice Chiara
Tagliaferri e Ida Di filippo, la simpatica e verace star di “Casa a prima
vista”), r nelle creazioni di Maria Calderara che ospita Tomaso Binga, nome
maschile di Bianca Pucciarelli, 95 anni, la più anziana artista femminista
vivente. Dice: “ll femminismo adesso è un po’ all’acqua di rose. È molto diverso
da quello precedente, più un aggressivo. Anche se non ha più senso adoperare
questa parola. Forse dovremmo inventarne una nuova». Ma di femminismo c’è ancora
bisogno. Afraa Al-Noaimi che ha dato il suo nome al brand, arriva dal Qatar e
per la sua bella collezione (mantelle, lunghi cappotti, velluti e cachemire) si
muove nell’ambito del modest fashion. Ma come imprenditrice, crede nell’energia
femminile e si è preso anche un diploma alla Bocconi di Milano.
UNO STRATO DOPO L’ALTRO
L’ha fatto Prada certo, in maniera scenografica Un cappotto rigoroso con sotto
il maglione XL, un abito midi stampato, una essenziale canotta e shorts. È
tendenza, certo. Metropolitana (chi ha il tempo di cambiarsi?) climatica (dal
caldo al freddo e con la pioggia in mezzo). Il layering è un must. Quello di
Daniela Gregis suggerisce giochi di sovrapposizioni tra strati di lana, velluto,
seta, cotone. Pantaloni sinuosi e le gonne lunghe danno ritmo agli ampi pullover
in lana. Modella applauditissima Benedetta Barzini, di 85 anni.
PEOPLE FROM IBIZA
Mai sottovalutare il popolo delle discoteche. A loro piacerà molto Philip Plein,
ma anche Custo Barcelona, che non si arrende allo stile penitenziale
dell’inverno. Rilancia minidress e shorts scintillanti, look sexy carichi di
adrenalina. Come canterebbe Dargen D’Amico: dove si balla?
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SARANNO FAMOSI (FORSE)
Tutti a caccia di talenti. E le scuole di moda sono i posti giusti per trovarne.
Gli studenti dello IUAD (Institute of Universal Art and Design) si sono messi in
mostra tra armature medievali e dipinti di Depero al Museo Bagatti Valsecchi: 28
look, 30- 40 ore di lavoro per ogni pezzo. C’è quello ispirato a “Otto e mezzo”,
capolavoro felliniano, con tanto di pellicola cinematografica semi-arrotolata
per farci un vezzoso copricapo. C’è quello dedicato a Paganini del napoletano
Salvatore Marigliano, che evoca nella sagoma sia il violino, sia il diavolo con
cui il musicista avrebbe fatto un patto C’è “Sinergie di Forza” che mette
insieme il maschile e il femminile.. C’è la Venere di Artemisia Gentileschi,
interpretata da Roberta Oliveri, che porta a passeggio la testa di Salomé in una
gabbietta di rame. Poi ci sono i miti d’oggi come Sophia Loren, “Eleganza senza
Tempo” o “Eterna Carrà” in un rosso fiammante che a Raffa sarebbe molto
piaciuto. Nota: tutti gli abiti, anche i più insoliti, rigidi, alati, sono
indossabili.
AL PASSO
Con i tempi? Con il clima? Parliamo di scarpe. Che respirano (Geox) e permettono
di affrontare senza problemi una pozzanghera metropolitana come un allagamento.
Che sorprendono. Santoni crea un ibrido (stivaletto in daino+mocassino con
tacco) in un inconfondibile arancio, in dialogo con le opere dell’artista
visuale Sophie Delaporte. Che seducono: Ferragamo, Caovilla, AGL, Roger Vivier
insegnano che qualche volta osare si può.
VERO E FALSO
Quelle di Fendi sicuramente vere, di recupero, in piccoli dettagli nella prima
sfilata firmata da Maria Grazia Chiuri. Quelle di Alabama Muse, finte
fintissime, create da Alice Gentilucci sembrano vere. Volpe nera, leopardo,
astrakan, mongolia bianca, visone accostato alla foca, agnello caffè e latte. E
ancora: giacche girocollo con alamari, cappottini doppiopetto, tutto faux fur.
Gentilucci è stata la prima a crederci, ma ormai l’approccio etico dilaga
ovunque: nelle giacche di Hanita, nelle borse di Gianni Chiarini, nella capsule
Rosso Mirò con la cappa reversibile in nylon scaldata dall’ecopelliccia effetto
astrakan. E nei bellissimi cappotti di Ermanno Scervino, praticamente una
giungla: astrakan, leopardo, visone, mongolia rosa. Sono faux ma sembrano più
vere di quelle vere.
L'articolo Dalle borse con lucchetti agli abiti “da investimento”, gli stivali
inguinali e le giarrettiere maschili: le 10 tendenze (anche assurde) viste alla
Milano Fashion Week 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Termina oggi la Milano Fashion Week Donna 2026, una settimana completa,
caratterizzata dai debutti molto attesi alle collezioni di continuità, fino a
quelle che auspicano un futuro roseo per la moda. Il sabato ad essere
protagonisti sono stati Ferrari e la sua idea di pelle, con testimoni dal vivo
come Alicia Keys e Marracash; la scena del pomeriggio è stata rubata invece
dallo show di Dolce e Gabbana, con Achille Lauro – vestito come ospite a Sanremo
proprio dal duo – e Madonna che ha raggiunto gli stilisti nel backstage dopo il
“gossip” con Anna Wintour in front row. Per la domenica invece, come da
tradizione quasi religiosa – dopotutto è sempre domenica – a dare l’arrivederci
è stata la sfilata di Giorgio Armani, preceduto dallo show di Fila. Vediamo
quali sono state le ultime sfilate e presentazioni previsti per questa Milano
Fashion Week.
GIORGIO ARMANI
A calare il sipario sulla settimana della moda milanese è il tanto atteso
passaggio di consegne in casa Giorgio Armani, con Silvana Armani che firma la
sua prima collezione donna Autunno/Inverno 2026-2027. Sotto gli occhi di un
parterre delle grandi occasioni — da Margherita Buy, fino a Vittoria Puccini e
Pilar Fogliati — la neo-direttrice creativa rielabora il DNA della maison
attraverso una sensibilità squisitamente pragmatica e femminile. L’eredità
sartoriale del marchio non viene stravolta, ma liberata dalla sua rigidità
storica: i volumi si fanno scivolati, i capispalla in pregiato cashmere e
flanella perdono le imbottiture e i baveri per trasformarsi in drappeggi
avvolgenti simili a cardigan, mentre i pantaloni scendono fluidi fino a lambire
il suolo. È un’estetica che celebra l’essenzialità del quotidiano, rinunciando
ai gioielli vistosi e optando per un beauty look naturale, dove a spiccare nei
completi da giorno sono solo sottili cinture rosse a contrasto. La vera cesura
col passato si consuma però sulla palette cromatica: il nero viene
clamorosamente bandito dalla passerella. Il suo posto come tonalità fondante
viene preso da un bordeaux intenso e persistente, che detta il ritmo della
sfilata alternandosi a grigi siderali, bianchi candidi, tocchi di verde salvia e
profondi blu notte. Con l’avanzare dello show, il guardaroba diurno cede il
passo a una sera che guarda a Oriente, introducendo silhouette ariose ispirate a
kimono e tuniche mediorientali. I tessuti si accendono di bagliori olografici
grazie a crêpe e velluti tridimensionali, che accompagnano i movimenti senza mai
costringerli. A fare da colonna sonora a questo nuovo e delicato capitolo del
brand è la voce inconfondibile di Mina, che con l’inedito A costo di morire
(scritto da Fausto Leali) sigilla una sfilata capace di svincolarsi dal dogma
della tradizione per respirare un’aria di rinnovata e luminosa contemporaneità.
BOTTEGA VENETA
Seconda volta per Louise Trotter alla guida di Bottega Veneta che, in un set
rosso fuoco sotto gli occhi di Lauryn Hill e Miriam Leone, propone una
collezione co-ed autunno-inverno incentrata sui materiali e sulla loro
manipolazione. La silhouette rimane un minimo comune denominatore,
contraddistinta principalmente per giacche o capispalla dalle proporzioni
importanti – tanto che le prime si confondono con i secondi -: spalline
imbottite che scendono in maniche strutturate e affusolate, più ampie sui gomiti
e più strette verso i polsi. La vita si stringe e irrigidisce anche grazie a
cinture in cuoio lunghe lasciate pendere, per lasciar spazio al suo procedere
verso il basso con ampi pantaloni sartoriali. Il rigore e struttura della lana
grigia – che sembra quasi “cemento” – , nera o navy lascia piano piano spazio
prima alla manipolazione dei materiali poi dei colori: ecco quindi la pelle, che
prima si fa intrecciata nei trench o che fuoriesce dalle zip della maglieria
destrutturata – e “striminzita” nei look maschili – fino a raggiungere abiti e
capispalla plissettati o imbottiti. Lo step successivo spetta alla pelliccia:
quest’ultima prende spazio chiedendo “posso?” solo sulle maniche raglan di un
cappotto, per poi invadere interi abiti, scarpe, cappelli, peacoat e cappotti –
inclusa la cintura in vita. La palette tiene la pelliccia sui toni del nero e
bianco o dei suoi colori naturali attorno al marrone scuro e chiaro, per poi
dare l’accento su modelli lucidi che ricoprono interamente il corpo in blu
elettrico e rosa con accenti di rosso.
FILA
Fila e Alistair Carr, il direttore creativo del brand, ritornano alle origini
del marchio italiano, primo a portare l’abbigliamento sportivo nelle strade in
cui scorre la vita quotidiana, in cui, le persone “vanno” e “fanno”. Con
testimoni come la coppia attore-modella Dylan Sprouse e Barbara Palvin, lo
spaccato di esistenza metropolitana si fonde dunque con lo spirito lifestyle e
sportivo del brand, due “discipline” dell’abbigliamento che per Fila hanno
confini intersecati: ne nascono look caratterizzati dal layering di pezzi da
entrambi i mondi, lupetti e camicie – o polo – sotto giacche tecniche a loro
volta coperte dai cappotti in lana su cui poggia la maglieria, mentre pantaloni
e gonne rimangono slim o accorciate per favorire i movimenti. Sport e sartoria
si fondono anche nei pezzi più sportivi quando vengono costruiti in pelle
morbida e traforata, al contrario i cappotti in lana sono trattati in modo da
diventare impermeabile e arricchiti da bottoni e cerniere funzionali. La
maglieria è protagonista in particolare dei look somiglianti alle divise
scolastiche, a sostituire l’iconico velluto Fila con color block geometrici.
Anche gli accessori e le calzature vertono all’utilizzo nel senso più ampio del
termine, tra borse grandi simili a borsoni sportivi, scarpe basse e guanti. La
palette infine valorizza entrambi i mondi rappresentati dalla collezione: blu,
rosso e bianco di Fila sono uniti al nero, verde khaki, grigio e cammello del
mondo più lifestyle.
BRIONI
Per “La Donna Atelier” di Brioni, la cosa che conta di più è l’eccellenza
sartoriale adattato ad un linguaggio femminile raffinato. Sartoriali precisa e
costruita nel dettaglio dall’inizio alla fine, che prende vita sotto forma di
blazer sia doppio che mono petto strutturati ma fluidi senza dimenticare
ovviamente i capispalla, dai cappotti reversibili in lana – proposta anche una
versione tuxedo in raso di seta – , passando per i trench con dettagli in pelle
fino alle giacche safari con colletto in maglia. Al di sotto, le camicie si
rifanno al mondo del business con tessuto a righe con collo e polsini a
contrasto, mentre i pantaloni non si pongono limiti nelle silhouette passando
dalla gamba ampia a quelli dritti. La palette rimane seria ma non austera:
bianchi, neri, grigi e navy sono smossi dagli azzurri delle camicie e verdi
decorati dei foulard.
L’ARABESQUE
L’Arabesque porta ai giorni nostri, con la presentazione della sua nuova
collezione autunno-inverno 26/27, le forme e l’atmosfera delle collaborazioni
artistiche tra Pablo Picasso e i Balletti Russi del Novecento. Il risultato è
una serie di completi giacca-gonna, le prime definite e aderenti mentre le
seconde che invadono lo spazio, dai colori scuri e tessuti rigidi ma non
pesanti, soprattutto grazie all’uso del raso e dell’organza. “Scarabocchiano” il
risultato finale le rouches, usate sia come colletto delle camicie, per i sotto
gonna e per la riproduzione di grandi rose applicate proprio su queste ultime.
Le stesse rouches conferiscono colore alla collezione, composta principalmente
da nero, grigio e bianco con tocchi di rosso e rosa antico.
L'articolo Cala il sipario sulla Milano Fashion Week 2026: l’emozionante sfilata
di Silvana Armani con l’inedito di Mina ‘A costo di morire’ e il massimalismo di
Bottega Veneta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scatta il weekend per la Milano Fashion Week donna 2026: ironico dirlo, ma in
pole position c’è Ferrari come prima sfilata del giorno, mentre l’orario di
pranzo lo conquista lo show di Dolce & Gabbana da cui è arrivata persino
Madonna, vista chiacchierare allegramente in front row assieme ad Anna Wintour,
entrambe con vistosi occhiali da sole che nascondevano le loro espressioni al di
fuori di sorrisi e risate. Nel pomeriggio la favola di Laura Biagiotti, mentre
concluderà la serata tra gli altri Bottega Veneta. Ecco il racconto delle
sfilate e presentazioni migliori del sabato.
FERRARI
Rocco Iannone e Ferrari sono giunti alla decima collezione del brand, un
traguardo dedicato alla pelle: non quella dell’abbigliamento – non solo
perlomeno – ma a quella umana, nostro strumento di contatto con l’esterno e
ultimo strato di ciò che invece abbiamo dentro, tra pensieri ed emozioni. La
collezione Ferrari per l’autunno-inverno 26/27 parla proprio dunque di empatia e
connessione, espressa attraverso abiti che siano come una seconda pelle. Ecco
tessuti leggeri ed avvolgenti dall’aspetto confortevole per abiti lunghi ma
anche per i capispalla, tra cappotti e piumini imbottiti. assieme a tailoring
morbido nelle forme ma mai invadente dello spazio, e infine la pelle vera e
propria con tutta la sua resistenza, lasciata liscia o soggetta di una
lavorazione simil squame. La palette parte dal neutro color carne fino ai verdi
dal look quasi ossidato dei completi e giacche blazer con pelliccia, color
cioccolato e rosso scuro.
ERMANNO SCERVINO
L’autunno-inverno di Ermanno Scervino si sviluppa interamente sulla dicotomia
tra forme e tessuti solidi dell’abbigliamento da campo accostati alla grazia dei
tessuti leggeri, che raggiungono il proprio apice nella sottoveste. Le due non
sono né vittimi né carnefici l’una dell’altra ma condividono lo spazio e si
uniscono nella collezione. Sotto le note di “Sacmudì Sacmudà” di Mina che si
collega al movimento imprevedibile delle gonne durante il ballo, la collezione
prende forma in capispalla solidi, dall’aspetto pesante, da cui compaiono al di
sotto sottovesti e mini dress leggeri e femminili. Il concetto si estremizza poi
con lunghi giacconi in tessuto tecnico da montagna che proteggono micro dress in
pizzo trasparente. La maglieria assume dimensioni notevoli in maxi cardigan o
mantelle, mentre viene manipolata in body e shorts. L’unione pesante/leggero
ricopre poi lo stesso spazio in gonne e top in velluto lavorato e stivali di
pelle – anche pitonata – decorati con pizzi tono su tono. Non mancano le
pellicce – che diventano più “aeree” in un capospalla in simil piume – e nemmeno
il motivo check, protagonista di tailleur dal sapore più tradizionale. La
palette si costituisce principalmente di neutri: bianco avorio, nero, beige e
azzurro, con accenti dati dall’oro, rosa e rosso.
LAURA BIAGIOTTI
Laura Biagiotti con la sua nuova collezione ci racconta una favola, fatta di
luoghi e tempi passati ma vissuti con amore tra Delia, l’originale fondatrice
del marchio, la figlia Laura da cui la maison prende il nome e infine Lavinia,
l’attuale direttrice creativa. In un set che riproduce il Castello Marco Simone,
ecco una collezione che porta in vita i colori dell’autunno, tra i beige più
tenui alle tinte più potenti come il color castagna, il ruggine, le terre
bruciate e i rossi-aranciati dei tramonti, per arrivare poi ai bianchi
dell’inverno e ai gialli e fiori – delle stampe – della primavera. Protagonista
indiscusso dei tessuti e materiali utilizzati è il cachemire, che prende vita
nella maglieria più tradizionale ma anche in total look con gonne, trench, abiti
interi e perfino mantelle fiabesche. Le linee invadono lo spazio, e quando
rimangono vicine al corpo ma non costringono le forme, anzi: il cachemire appena
citato, assieme a tessuti metallizzati e accenni di trasparenza, contribuiscono
a far sembrare il corpo ancora più in movimento di quanto non sia. Il movimento,
e la “magia delle fiabe”, culminano poi in look con mantelle ampie che si aprono
al camminare delle modelle, dal tessuto lucido color rame.
FERRAGAMO
La parola d’ordine per Ferragamo e la sua nuova collezione è “decostruzione”: le
abbottonature dei capispalla – tra i focus stagionali – sono prima lasciate
aperte “distrattamente”, per poi comparire a profusione su completi, tailleur e
perfino gonne; da look incompiuti si capisce dunque che in realtà si tratta di
manipolazione dei criteri fondamentali per riconoscere dei capi, teoria
rafforzata anche dal colletto delle camicie, attaccato al resto dell’indumento
solo per metà. Il capospalla poi si allarga per quelli femminili e si allunga
per quelli maschili, ritornando poi alla giacca aviatore con il collo in
pelliccia. I look femminili si spostano poi sulla sera ispirandosi agli anni
Venti: gli abiti plissettati sono per metà trasparenti e per metà in tessuto che
sembra metallo liquido, fino alla caviglia ma ristretti attorno a metà polpaccio
che altera la silhouette classica. La palette invece, dopo una fase di bianco,
nero, navy e qualche tocco di viola, si sviluppa su marroni e verdi e infine si
accende con la preziosità dell’oro.
COLANGELO
La nuova collezione di Colangelo si concentra sull’essenzialità dell’eleganza
raffinata assieme alla qualità della realizzazione dei capi. Ne nasce una
collezione prevalentemente oversize, morbida e comoda sia per i capispalla che
per la maglieria, incentrata sulla lana con i suoi filati affini e la seta,
senza dimenticare la pelle resa però morbida e dall’aspetto liscio. In
collezione presenti anche elementi come frange in pelle messe a mo’ di strascico
negli abiti o giacche in piume, le stesse piume che si fanno più grandi e si
appoggiano attorno al collo di abiti morbidi e capispalla solidi. La palette è
austera, bianco, nero e grigio che si scalda fino al beige.
PIERRE LOUIS – MASCIA
Pierre-Louis Mascia presenta la sua nuova collezione autunno inverno in uno
spazio domestico massimalista, ricoperto in ogni angolo da fiori, tende,
cuscini, divani e tappeti dalle infinite stampe e colori. I look quasi si
confondono con il loro ambiente, ma diventa chiaro da subito quale sia il focus
della collezione: ispirata a figure antiche fautrici di presagi, diciotto stampe
dialogano tra di loro assieme alle forme e costruzioni, assemblati in look
ognuno dedicato a un segno zodiacale. Ecco quindi che camicie, completi –
realizzati con il tessuto delle cravatte – mantelle di lana, gonne e giacche più
sportive vengono invasi da stampe di ogni genere, da quelle floreali al
trompe-l’oeil del denim. Il tessuto che fa da padrone alla collezione è senza
dubbio la seta, ci si avvicina però una lana molto sottile e morbida quasi da
sembrarne la sorella; la novità in fatto di tessuto viene invece dal velluto a
coste e non. La palette, mischiata nelle stampe, si somma in tonalità calde come
il verde, bordeaux e marrone.
L'articolo Milano Fashion Week 2026, Madonna e Anna Wintour in prima fila da
Dolce & Gabbana. Dalla “vera pelle” di Ferrari alla principessa contemporanea di
Ermanno Scervino, il meglio delle passerelle proviene da Il Fatto Quotidiano.