In un’epoca in cui la retorica dell’archivio inizia risultare stantia e tutto
sembra pericolosamente già detto, il weekend della Milano Fashion Week maschile
ha agito da sismografo. Tra un calendario rarefatto e una marea di
presentazioni, la distanza tra l’identità reale e la mera sovrastruttura
comunicativa non è mai stata così netta. La sfida oggi non è più inventare
l’inedito, ma capire come rendere rilevante il “già visto” senza scadere nel
nostalgico. Se Zegna ha affrontato il dilemma attingendo all’armadio del
fondatore Ermenegildo, lavorando su un sapore retrò sapientemente attualizzato,
è Prada a consegnarci, come sempre, la griglia di lettura definitiva del nostro
tempo. Miuccia Prada e Raf Simons sono andati dritti al punto, manipolando i
capispalla iconici del brand per dimostrare che ciò che conosciamo può essere
rassicurante e desiderabile proprio perché “scomodamente” trasformato.
Dall’altra parte della barricata, c’è chi ha cercato di infiocchettare il vuoto
con narrazioni scricchiolanti: è il caso di Dolce & Gabbana, dove il manifesto
contro gli stereotipi è affogato in una passerella che di quegli stessi
stereotipi ha fatto un catalogo, per giunta poco inclusivo. Anche Lessico
Familiare ha tentato di alzare la voce, finendo però per rifugiarsi in un
“famolo strano” che rischia di confondere la ricerca stilistica con l’eccesso
fine a se stesso. È sul crinale anche Dsquared2, che come sempre ha puntato
tutto sugli effetti scenici che fanno dire wow e rendono virali sui social,
facendo per un attimo dimenticare lo stato di crisi in cui versa il brand. Ecco
allora che, mentre attendiamo con il fiato sospeso la prima vera sfilata di
Giorgio Armani senza re Giorgio, abbiamo provato a stilare il bilancio dei top &
flop di questo fashion week(end), tra chi abita la moda e chi prova solo a
impacchettarla.
PRADA – TOP
La domanda che attraversa l’uomo Prada per l’autunno/inverno 2026 è essenziale:
è ancora possibile costruire qualcosa di nuovo partendo da ciò che esiste già?
La risposta di Miuccia Prada e Raf Simons non è nostalgica né provocatoria, ma
profondamente razionale. La sfilata al Deposito della Fondazione Prada,
trasformato in un cantiere di un palazzo storico svuotato e in attesa di
ricostruzione, rende fisica l’idea di un presente in cui nulla può essere
cancellato, ma tutto deve essere rielaborato. Miuccia Prada lo dice chiaramente:
questo è un tempo “scomodo”, in cui l’incertezza impone chiarezza, precisione,
rispetto per il passato senza rinunciare al cambiamento. Gli abiti traducono
questo pensiero: trench e cappotti sottili, camicie abbottonate sul dorso,
polsini allungati e doppi, giacche strette, pantaloni asciutti, cappelli
compressi e quasi inglobati nei capispalla. Tutto è riconoscibile, ma nulla
produce déjà-vu. Raf Simons insiste sul valore del metodo Prada: non distruggere
i paradigmi, ma ribaltarli dall’interno. È così che elementi storici del marchio
tornano “nuovi” proprio perché inseriti in un sistema coerente, che rifiuta
l’effetto sorpresa fine a sé stesso. È la metafora perfetta di una cultura che
preserva per modificare, che rincorre la sicurezza nel passato per non affogare
in un futuro imprevedibile. Cosa dice del mercato? Che oggi il lusso non deve
stupire, ma orientare. Che la riconoscibilità è un valore solo se accompagnata
da pensiero. E che il cliente cerca solidità culturale prima ancora che novità
estetica.
MONTECORE – TOP
Se Prada rappresenta il pensiero, Montecore rappresenta l’applicazione concreta
di quel pensiero al prodotto e al mercato. Fabio Peroni lavora con un metodo
quasi ingegneristico: pochi modelli di base, sartoriali e codificati, pensati
per tipologie precise di uomo professionista. Non è un caso che Montecore sia
scelto da figure istituzionali come Sergio Mattarella o Antonio Conte. La
collezione si costruisce per categorie chiare: capospalla imbottiti, piumini,
outerwear tecnici, cappotti lunghi, modelli a camicia o bomber. Su questa
struttura stabile, stagione dopo stagione, Peroni lavora su tessuti, filati,
linee, comfort ed efficacia. Il risultato è un prodotto che evolve senza tradire
il cliente, mantenendo un equilibrio rigoroso tra qualità e prezzo: il capo più
costoso resta sotto i 2.000 euro. Ma il vero punto distintivo è il rapporto con
il consumatore: Montecore offre una sorta di garanzia a vita, con servizi di
riparazione e rimessa in forma dei capi. Un modello che restituisce senso alla
parola “durata” e che trasforma l’acquisto in una relazione continuativa. La
lezione? Che oggi il valore sta nel servizio, nella fiducia e nella coerenza.
Che il cliente non vuole essere sorpreso, ma rispettato. E che il lusso
contemporaneo passa anche da modelli industriali intelligenti, non solo da
narrazioni aspirazionali.
ETRO – TOP
Marco De Vincenzo gioca d’azzardo con gli “Animuomini“. Poteva essere un flop
bizzarro, i suoi “animali fantastici” 2.0 sono un trionfo di “Etrosità”. Lo
stilista lavora su un’operazione più sottile: riattivare il senso del vestire
oggi attraverso la memoria visiva del brand. La collezione uomo riprende
consapevolmente una campagna Etro del 1997 e una collezione storica di Kean,
riportando in passerella le iconiche teste animalesche di allora. Il risultato
non è citazionismo, ma un esercizio di traduzione temporale. De Vincenzo
costruisce una collezione che sembra dialogare con l’attuale ossessione per il
“ripostare” immagini del 2016, ma lo fa andando ancora più indietro, al
1996-1997. Paisley su velluto, jacquard animalier, vestaglie, pigiami, piume,
maglie compatte e palette dense danno vita a un guardaroba che non è
travestimento, ma linguaggio. Insomma, l’archivio funziona solo se diventa
strumento critico.
TOD’S – TOP
A movimentare la presentazione (pur solida, centrata sul Winter Gommino e sul
progetto Pashmy) dell’A/I 2027 di Tod’s ci si è messo Report, che proprio nel
pomeriggio di domenica ha diffuso le anticipazioni del servizio in onda la sera
sull’inchiesta riguardante il marchio, finito sotto indagine dalla Procura di
Milano, con tre suoi manager, in relazione ad ipotesi di caporalato nella catena
di subappalti della produzione. E così Diego Della Valle sposta il discorso sul
punto che pesa su tutta la filiera: “Per prima cosa bisogna tutelare i
lavoratori”, dice, e insiste: “Se vogliamo risolvere queste cose dobbiamo
parlarne… il piccolo artigiano non può controllare 5 punti di filiera… bisogna
sedersi… fare in un mese una legge che tuteli tutti”. E ancora: “Non possiamo
far raccontare in giro per il mondo che siamo persone che non hanno a cuore il
lavoro degli altri, perché non è vero”.
DOLCE & GABBANA – FLOP
Il problema non è la sartorialità – che qui resta un terreno dominato con
sicurezza – ma il dispositivo narrativo. La collezione “The Portrait of a Man”
dichiara “archetipi lontani da qualsiasi stereotipo”, ma l’impianto è
esattamente l’opposto: tutte le figure messa in passerella (lo sportivo, l’uomo
di casa in pigiama, il dandy da smoking, ecc.) funzionano come stereotipo per
definizione, perché procedono per etichette immediate. Ogni uscita, insomma,
finisce per essere la rappresentazione didascalica e cristallizzata dello
stereotipo stesso. A questo si aggiunge il dato polemico circolato sui social:
la passerella composta da modelli tutti bianchi, caucasici, bellissimi neanche
fossero stati creati dall’intelligenza artificiale, elemento che – in un
progetto che pretende di parlare di “individualità” – diventa un limite
visibile, non un dettaglio. La sfilata pretende di essere un manifesto: ma
quando il manifesto è più insistito dei vestiti, qualcosa si sbilancia.
HARMONT & BLAINE – TOP
Il progetto Re-Loved / New Love è uno dei pochi esempi in cui la sostenibilità
esce dalla formula e diventa metodo: upcycling creativo di capi d’archivio e
materiali in esubero, senza produzione extra; capi rimodellati sui codici della
main collection (palette e accostamenti), maniche e bordature dei piumini
sostituite con inserti in maglia, maglie che nascono dall’unione di due modelli,
righe pop con ricami artigianali. È interessante perché non “romanticizza” lo
scarto: lo tratta come materiale progettuale.
LESSICO FAMILIARE – FLOP
Qui il rischio è l’eccesso di “bolla” concettuale. Il brand lavora sul recupero
e sulla trasformazione del già esistente – un metodo nato nel lockdown e
diventato identitario – ma la collezione “New Age” accumula segni e personaggi
fino a rendere meno chiara la destinazione. Gonne a sbuffo, tulle addensato,
strascichi, sottovesti, paillettes, high/low dichiarato, ready-made e
spostamenti (colletti che diventano t-shirt, calzini che diventano abiti),
corone e diademi, tacchi e babbucce, Madonna come colonna sonora: l’idea c’è, la
mano pure, ma la lettura si disperde. Il progetto resta interessante sul piano
concettuale, ma alla lunga il gioco di accumulo e citazione rischia di diventare
autoreferenziale. L’upcycling funziona quando genera nuove funzioni, meno quando
si trasforma in linguaggio chiuso. Peccato…
KITON E BRIONI – TOP
Per Kiton “Verità del fare” non è uno slogan, è un posizionamento che diventa
leggibile nella struttura della collezione per capitoli (diverse occasioni
d’uso, guardaroba contemporaneo), nella ricerca tessile sviluppata dal lanificio
di Biella e nel lavoro sui volumi per una vestibilità confortevole ma
proporzionata. Il punto forte è il rifiuto della monocromia rigida: accenti
misurati, abbinamenti sofisticati, più carattere senza perdere misura. In un
mercato nervoso, è una scelta di solidità. Il “Grand Tour” di Brioni funziona
perché non diventa cartolina: qui resta un’idea di guardaroba H24 naturalmente
morbido, con palette che richiama tramonto e pietra romana e grigi dal fumo ai
riflessi metallici. Interessante il dialogo formale/informale: completo da
ufficio con giacca militare e cravatta in maglia; Principe di Galles che alza il
casual; denim che entra nel sartoriale senza forzature. La capsule montagna e
l’abito da sera (micro-paillettes effetto mélange) chiudono un racconto
coerente: non cerca di stupire, cerca di durare.
STONE ISLAND – TOP (MA PREZZO FLOP)
Top per ricerca vera: la Prototype Research_Series 09 introduce la maglieria con
laminazione ad aria, con membrana HDry® accoppiata in 3D su un manichino
gonfiabile ad aria calda. Il risultato tecnico (increspature, trama visibile,
zip tagliate a mano dopo la membrana) è esattamente il tipo di innovazione che
ha senso nel menswear. Nota a margine: il prezzo comunicato (1.000 euro) rende
il progetto desiderabile ma sovraprezzato. Dietro c’è il tentativo di
riposizionamento del brand sul mercato, ma il pubblico di riferimento resta
quello dei giovani o giovanissimi a cui così non risulta proprio accessibile.
BRETT JOHNSON – TOP
È un esempio di lusso “sensibile” che non cade nel vago: la collezione nasce dal
ricordo di Parigi e lo dichiara con una frase concreta (“Parigi mi ha insegnato
che il viaggio non finisce quando torni a casa”), poi lavora su palette (grigio
nebbia, verde, celeste, nocciola, introduzione del nero) e materia (pellami di
cervo accoppiati a cashmere, shearling, suede impalpabile, lane effetto denim).
Il punto sta nella costruzione: volumi fluidi/strutturati, asimmetrie,
sovrapposizioni calibrate, dettagli (bottoni in corno non tinto, zip bagno
palladio). Non è solo atmosfera: è prodotto.
L'articolo Milano Fashion Week, i top e i flop della moda uomo: Prada resta la
bussola, Dolce & Gabbana cade sugli stereotipi, il “famolo strano” dei giovani
designer proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Settimana della Moda
Finora gennaio è stata la terza punta di un triangolo che vede la moda maschile
e l’Italia come gli altri due vertici: tra la 109esima edizione di Pitti Uomo e
la Milano Fashion Week, la nostra Penisola ha svolto il ruolo di palcoscenico
per la moda maschile mondiale cercando di aprire e mantenere i ponti con
l’estero e sostenere il mercato italiano. Nelle giornate tra fiera, sfilate ed
eventi divisi tra Firenze e Milano assieme al menswear è da notare anche tutto
il settore degli accessori e della pelletteria, proprio quest’ultimo l’unico
segmento italiano in crescita con un +5,6% nel 2024 rispetto all’anno
precedente. Tra scarpe, sciarpe e accessori da viaggio, vediamo quali sono stati
i brand che hanno partecipato alle kermesse di moda maschile, tra storici nomi
italiani e proposte provenienti da tutto il mondo.
Partiamo da uno dei prodotti di punta della pelletteria in generale, quello
delle calzature, accessorio su cui è importante l’innovazione tecnica tanto
quanto il mantenimento di strutture e forme tradizionali. Fratelli Rossetti,
marchio meneghino fondato negli anni Sessanta, ricerca proprio il connubio tra
silhouette classiche e sperimentazione costruttiva con la loro autunno-inverno
26/27 presentata nella cornice di casa della Milano Fashion Week: il brand
accende i riflettori principalmente sul loro tradizionale mocassino Brera, che
vede la rivisitazione grazie a macro cuciture a contrasto su tutta la tomaia,
restituendo un pattern geometrico simil trapuntato. Anche l’altra nuova variante
Brera Cut non è solo estetica, ma una sfida alla costruzione della scarpa,
scomponendo la tomaia rivelando diverse possibilità in fatto di accostamento di
colori.
Sceglie il palcoscenico della settimana della moda milanese anche Santoni,
marchio di calzature marchigiano, presentando la autunno-inverno Aurora:
ispirata alla luce che precede le albe invernali, la collezione prende forma su
modelli sia tradizionali che sportivi del brand come lo stivaletto Carlo, il
Chelsea Easy Nova e la sneaker Easy Bounce Mountain. Focus della collezione
sulla Velatura, tecnica di colorazione a mano realizzata applicando strati su
strati di colore ottenendo variazioni sottili su tonalità invernali come
marrone, rosso, verde e arancione.
Anche Doucal’s, brand di calzature nato nel 1973 da Mario Giannini, italiano ma
molto influenzato dalla cultura dell’abbigliamento anglosassone, attinge alle
atmosfere invernali per la sua nuova collezione. La collezione autunno-inverno
26/27 dal nome Gentle Winter si fonda non solo sull’estetica ma anche
sull’atmosfera di calore dei mesi più freddi: colori e forme rassicuranti per
trasmettere comfort in ogni forma e per ogni occasione. La mission del brand sia
dalle sue origini è tenere ben saldo il rispetto per il know-how e per le forme
tradizionali senza mai far mancare l’innovazione, valore che l’ha portato ad
essere presente in ogni angolo del mondo.
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SANTONI_AURORA FW26 COLLECTION (15)
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SEBAGO 1
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DOUCAL'S DU3503PHILPF822TM08
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FALIERO SARTI I272023-2710-1
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SOLDINI80 80005-D-SL2 DONALD BIANCO RETRO
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VALSPORT DAVIS (4)
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FLOWER MOUNTAIN FAL0012019511031G04_SN030715_001
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PIQUADRO BV6700PQLM_NCU-05
Portabandiera della tradizione calzaturiera in Italia anche Antica Cuoieria,
nato ufficialmente nel 2018 ma che affonda le sue origini fino al 1945 nel
Calzaturificio Soldini di Arezzo. La loro fall-winter 26/27 presentata a Pitti
Uomo si concentra sul mantenere la tradizione attraverso materiali e tendenze
attuali: focus principale della collezione sono i mocassini, tra variazioni di
forme classiche e altre più importanti, tutti realizzati con pellami e materiali
in grado di garantire comfort. Rimaniamo nel regime delle scarpe sportive con
Guardiani, marchio di calzature che a Pitti Uomo porta la sua nuova
autunno-inverno grazie alla acquisizione da parte di Bi&Do, azienda italiana che
cura il processo di creazione dal design al brand management. La collezione vede
la sneaker come protagonista, realizzata con materiali come pelle e suede in
colorazioni calde e profonde come l’antracite, il blu navy e il burgundy.
Con un’anima atletica sin dalla sua nascita a Padova nel 1920 anche Valsport,
imponendosi da subito come marchio di articoli e scarpe sportive raggiungendo
poi gli apici di produzione e status negli anni Sessanta e Settanta, quando le
loro scarpe verranno indossate dai più grandi campioni dell’atletica, calcio,
ciclismo e Formula Uno. Per la autunno-inverno 26-27 Valsport ripropone i loro
modelli sportivi iconici come la Davis e la Olimpia per il lifestyle sia
maschile che femminile, accostando materiali più tradizionali a ad altri più
tecnici come il nylon, non tralasciando lavorazioni come pelli invecchiate a
mano.
Oltre ai nomi italiani, il nostro paese è diventato la vetrina delle nuove
autunno-inverno 26/27 per brand di calzature provenienti da tutti i continenti:
In occasione di Pitti Uomo 2026, il brand statunitense di calzature Sebago
spegne ottanta candeline dalla sua fondazione, cercando con la collezione
autunno-inverno 26/27 di espandere il proprio universo con un abbigliamento
ispirato al mondo preppy ma anche alla natura, dalla pesca ai paesaggi rurali
“western” degli USA. Il loro settore di punta rimane però il footwear,
costituito da conferme iconiche del brand come i mocassini e le scarpe da barca
ma ampliato anche da stivali texani, in pelli e costruzioni fatte per durare.
Viaggiando dal “far west” all’estremo oriente, Flower Mountain, brand di
sneakers fondato a quattro mani nel 2015 dal giapponese Keisuke Ota e dal
pechinese Yang Chao, fonde lo spirito urban con gli utilizzi in natura. L’ultima
linea di sneakers del brand presentata a Pitti Uomo espande la loro proposta con
nuovi modelli e materiali, come le nuove Sanchia e Ranya pensate per il contesto
urbano e la Asuka 3 dal look più vintage. I materiali utilizzati spaziano dai
più invernali come lana e tartan fino a quelli dedicati alla capsule “Harmony of
Traditions”, cotoni, tele e ricami tipici della tradizione giapponese
Anche il marchio danese Ecco, nato dalla coppia marito-moglie Karl e Birte
Toosbuy nel 1963, ha portato a Pitti Uomo le novità in fatto di calzature:
ispirata al concetto di “rewilding”, la riscoperta della connessione tra uomo e
ambiente, diventano protagonisti per l’uomo modelli ispirati ai paesaggi artici
grazie a colori come il marrone, il viola e il teal, mentre per la donna il
brand si è ispirato al lavoro della pittrice danese Mie Olise Kjærgaard. Oltre
al ritorno dei modelli classici di Ecco come la Walker e la Joke, è stata
presentata al Pitti anche la collaborazione con lo stilista Craig Green e il
brand giapponese White Mountaineering.
Se si parla di pelletteria è impossibile non citare anche gli accessori da
viaggio, rappresentati a Pitti Uomo dal brand italiano Piquadro, forte della sua
esperienza nel settore con un approccio orientato al design, alla funzionalità e
alla sostenibilità dei suoi prodotti tra cui il pellame certificato come
sostenibile in ogni passaggio della filiera e i tessuti interamente riciclati.
La collezione autunno-inverno 26/27 di Piquadro mette la tecnica e la ricerca al
servizio dell’esperienza d’uso e all’identità specifica dei singoli prodotti: la
linea PQLM con focus sui diversi utilizzi grazie alla modularità così come la
linea Rover pensata per gli utilizzi urbani. Ancora la linea Corner arricchita
oltre che nella gamma colori anche nelle funzioni con una tasca riscaldante e
cavo di ricarica integrato e la linea Sync, che utilizza l’impronta digitale del
proprietario come sistema di sicurezza.
Per gli accessori non sono mancate nemmeno sciarpe, stole e foulard, in
particolare quelle di Faliero Sarti, brand che affonda le sue radici
nell’omonimo lanificio fondato da nel 1949. Si tratta di un vero punto di
riferimento per grandissimi stilisti, da Giorgio Armani a Vivienne Westwood, che
si affidava per la sua comunicazione a fotografi del calibro di Steven Meisel.
Oggi alla sua terza generazione la linea Accessorio è sotto la guida della
nipote del fondatore Monica, che con la autunno-inverno 26/27 rilancia tessuti
stampati provenienti dall’archivio del lanificio, arricchisce la proposta con
sciarpe di nuove misure e tessuti – modal lana seta -, mentre la palette
stagionale si tinge di colori caldi tra vinaccia, terra e blu profondo.
Proseguono anche le collaborazioni del marchio come quella con l’artista Paolo
Fiumi e i suoi skyline delle città o con il brand di calzature Taji Shoes
tramite una capsule di sabot in tessuti d’archivio.
L'articolo Le tendenze moda uomo per l’autunno-inverno 2026: dalle scarpe alla
valigia che si apre con l’impronta digitale, tutte le novità viste a Pitti e
Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dall’iconico Frappuccino alla moda il passo, per Starbucks, è stato più breve
del previsto. Il marchio americano debutta alla Milano Fashion Week Uomo con The
House of Coffee, una piattaforma culturale che segna l’ingresso del brand nel
calendario milanese non attraverso una sfilata, ma con un progetto che intreccia
creatività, lifestyle e comunità. Il fulcro è la Starbucks Reserve Roastery di
piazza Cordusio, trasformata per l’occasione in uno spazio espositivo e
relazionale, a poche ore dall’avvio delle collezioni uomo autunno-inverno
2026-2027.
Il progetto è curato da Sarah Andelman, fondatrice di Just An Idea ed ex anima
del concept store parigino Colette, chiamata a costruire un dialogo tra il
marchio e la scena creativa milanese. “Milano è da sempre una fonte di
ispirazione per Starbucks, contribuendo a definire la nostra visione di
un’esperienza di caffetteria davvero elevata. Con The House of Coffee rendiamo
omaggio a questo legame portando un nuovo livello di artigianalità, creatività
ed espressione personale alla nostra Roastery di Milano”, spiega Esther Van
Onselen, Vice President Brand & Customer Experience per Europa, Medio Oriente e
Africa. La Roastery, sottolinea, è “la location più immersiva in Europa” del
gruppo e il contesto ideale per ospitare collaborazioni legate a un’idea di
esperienza premium.
Il debutto avviene in concomitanza con la settimana della moda maschile e prende
forma attraverso tre collaborazioni in edizione limitata nate dall’incontro tra
Andelman e l’artista italiano Lucas Zanotto, noto per il suo linguaggio visivo
pop e ironico. “Questo progetto unisce molte delle cose che amo: arte, design,
caffè e collaborazione. Lavorare con Starbucks e con Sarah Andelman a Milano è
stato incredibilmente entusiasmante”, racconta Zanotto, sottolineando il valore
personale di un’installazione realizzata nella sua città.
Le collaborazioni coinvolgono K-Way, Nordica e Poldo Dog Couture. I prodotti –
una giacca impermeabile, un paio di sci e un piumino per cani con travel bowl –
reinterpretano l’identità Starbucks attraverso oggetti funzionali, lontani dalla
logica della collezione stagionale. Le grafiche di Zanotto, declinate nel verde
e bianco del brand, tengono insieme mondi diversi: outdoor, sport e accessori
lifestyle. “Per Nordica è una sinergia che unisce due mondi apparentemente
lontani ma simili per energia”, afferma Alberto Amendolara, Brand Manager del
marchio di sci. Riccardo Gardoni, co-founder di Poldo Dog Couture, parla invece
di un’operazione che “unisce stile, funzionalità e qualità Made in Italy”,
mentre K-Way definisce la collaborazione “un’espressione naturale della nostra
identità”.
Accanto alle collaborazioni, la Roastery ospita per tutta la durata
dell’iniziativa opere site-specific di Zanotto e una selezione di merchandising
in edizione limitata disponibile esclusivamente a Milano. Il progetto si estende
anche oltre la moda uomo: a febbraio, durante la Milano Fashion Week Donna,
Starbucks presenterà The Apron Project, sempre sotto la direzione artistica di
Andelman. Al centro, un grembiule reinterpretato da creativi milanesi come
Francesca Ragazzi, Carolina Castiglioni, Sara Battaglia e Galib Gassanoff. Il
ricavato delle vendite sarà devoluto a enti benefici scelti direttamente dai
partecipanti.
L'articolo Dal frappuccino alla moda: Starbucks debutta alla Milano Fashion Week
Uomo con “The House of Coffee”, la sua prima capsule (anche per cani) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Quando Enzo Fusco si presenta a Boston, all’inizio degli anni Duemila, nessuno
lo conosce davvero. Chiede la licenza di un marchio storico americano, nato nel
1936 come produttore di capi tecnici per la polizia e i corpi speciali.
Dall’altra parte dell’oceano lo ascoltano con cortesia, ma senza particolare
convinzione. Eppure quella richiesta va a buon fine. “Blauer è entrato nella
nostra vita come una sfida, ma si è trasformato in una storia di famiglia. Dopo
tre anni, visti i risultati, non solo ci hanno rinnovato la licenza, ma ce
l’hanno estesa per tutto il mondo”, racconta oggi Fusco. “Poi, al decimo anno,
siamo entrati nella proprietà del marchio. Quello è stato un momento
importante”.
È da lì che prende forma la storia di Blauer in Italia, che oggi compie 25 anni
e viene celebrata con una mostra e un evento alla Triennale di Milano che
inaugura il 16 gennaio, nel primo giorno di Fashion Week Uomo. Non una sfilata,
ma un’esposizione fotografica – Family Grammar, curata da Felice Limosani – che
ricostruisce il percorso del brand attraverso le immagini di fotografi come
Bruce Weber, James Mollison, Marco Glaviano e Richard Phibbs, restituendo una
narrazione visiva coerente di ciò che Blauer è diventato: un marchio di moda
nato da un prodotto funzionale. “Festeggiare i 25 anni non è scontato,
soprattutto di questi tempi“, dice Fusco. “Tra guerre, tensioni internazionali e
consumi che cambiano, restare sul mercato e crescere è già un segnale
importante”. Il 2025 si chiude per Blauer con un +10% rispetto all’anno
precedente, un risultato che l’imprenditore definisce significativo “considerata
la situazione generale”. Le previsioni per il 2026 confermano la stessa
traiettoria: “Abbiamo già venduto il 40% dell’invernale prossimo”.
Ma i numeri, da soli, non spiegano il posizionamento del marchio. Fusco insiste
su un punto chiave: è cambiato il modo di spendere. “Le persone oggi fanno una
vacanza in più, escono di più, fanno più weekend. Il giubbotto non è più
l’acquisto centrale come un tempo”. Anche il rapporto dei giovani con la moda è
mutato: “Oggi c’è una t-shirt, un giubbottino, un piumino e si esce. I giovani
sono più distaccati dalla moda nel senso tradizionale”. Eppure Blauer è riuscito
a intercettare proprio quella fascia, la più ambita sul mercato: “Senza pensarci
troppo, ci siamo trovati a vestire anche ragazzi di 14 o 15 anni. Il piumino con
l’onda è diventato oggi un’icona tra i giovanissimi”. Un successo imprevisto,
che si legge anche nei dettagli: “Lo vogliono bianco o nero. Se vai davanti a
una scuola superiore, su dieci ragazzi cinque hanno il nostro giubbotto”. Un
dato empirico, osservato sul campo, che racconta più di molte ricerche di
mercato.
Il ricordo che meglio sintetizza l’origine del progetto Blauer resta quello del
primo viaggio negli Stati Uniti: “Quando sono andato a Boston a chiedere la
licenza non mi conosceva nessuno. Mi guardavano un po’ come per dire: questo qui
che vuole? E’ matto”, racconta Fusco. “Sapevano chi ero per le referenze, ma non
credevano davvero nel progetto. E invece dopo tre anni, visti i risultati, non
solo ci hanno rinnovato la licenza, ma ce l’hanno estesa per tutto il mondo.
Poi, al decimo anno, siamo entrati nella proprietà del marchio. Quello è stato
il passaggio decisivo”. Un rapporto costruito sul tempo e sulla fiducia: “Ci
hanno sempre detto che eravamo la famiglia italiana affidabile. In 25 anni sono
venuti a trovarci solo due volte. Questo, per me, vale più di qualsiasi
contratto”.
Il prodotto è ancora oggi centrale. Il piumino a impunture ondulate – nato da
un’intuizione di Fusco quando il mercato stava tornando a chiedere imbottiti – è
oggi uno dei segni distintivi del marchio. Accanto allo stile, continua il
lavoro sui materiali: dal grafene, utilizzato per migliorare traspirabilità e
controllo della temperatura, a nuove fibre di derivazione militare capaci di
replicare le performance delle piume naturali. La struttura dell’azienda
riflette un’impostazione familiare, in senso letterale e organizzativo. “Siamo
in quattro a lavorare in azienda, ognuno con il proprio ruolo. Quando c’è da
decidere, ci sediamo insieme“. Attorno, una squadra stabile: “Il 90% dei nostri
agenti lavora con noi da 25 anni. Molte persone sono arrivate alla pensione e
hanno chiesto di continuare”. La continuità, qui, è un valore operativo prima
che narrativo.
Anche sul fronte industriale e distributivo, Blauer procede per consolidamento:
sono in corso investimenti su una nuova fabbrica a Montegalda, accanto allo
stabilimento storico, e sull’espansione della rete retail diretta: dopo le
aperture di Bari e Brescia, altri store sono programmati nel 2026. L’obiettivo è
rafforzare l’immagine del marchio e controllare meglio la relazione con il
cliente finale. La mostra alla Triennale restituisce questo percorso senza
sovrastrutture: campagne, volti, atmosfere che raccontano l’evoluzione di un
brand che ha trasformato un’uniforme in abbigliamento quotidiano. Non nostalgia,
ma archivio attivo. “Il messaggio – conclude Fusco – è far vedere quello che
abbiamo fatto in questi 25 anni. Punto”.
L'articolo “E’ iniziato tutto come una sfida. Quando sono andato a Boston a
chiedere la licenza non mi conosceva nessuno. Dicevano: questo qui che vuole?”:
Enzo Fusco racconta i 25 anni di Blauer proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel piazzale della Fortezza da Basso, Firenze torna a misurare la temperatura
del menswear: quella fatta di ordini, appuntamenti, buyer e “segnali” (prima
ancora che di tendenze). Pitti Uomo 109 apre dal 13 al 16 gennaio 2026 con una
parola-guida programmatica, “Motion”, e un obiettivo dichiarato: sostenere le
aziende in un passaggio di fase complicato, tra instabilità geopolitica, mercati
nervosi e nuove spinte protezionistiche.
PITTI UOMO 109: NUMERI, TEMA E NUOVA GEOGRAFIA DELL’OFFERTA
L’edizione 109 porta in Fortezza 750 marchi, con una quota estera pari al 47%,
chiamati a presentare le collezioni Autunno/Inverno 2026-27. La fiera rafforza
anche il progetto di incoming e comunicazione internazionale grazie al
contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
e di ICE, con l’obiettivo di “portare a Firenze la comunità dei buyer più
influenti” e lavorare in modo mirato anche sui mercati emergenti. In questo
contesto arriva un passaggio chiave della direzione Pitti: la fiera rivendica
l’idea che la manifestazione nasca dall’osservazione “sul campo” (scene fashion,
negozi, department store, esigenze della distribuzione) e che Firenze resti
sinonimo di “opportunità concrete” proprio mentre il settore attraversa una
trasformazione.
“ANCIENT/NEW SITE”: L’INSTALLAZIONE CHE METTE IN SCENA IL TEMA
Ad accogliere i visitatori, nel piazzale centrale, c’è “Ancient/New Site”
dell’architetto francese Marc Leschelier: 1.700 metri quadrati occupati da 18
monoliti (5 metri d’altezza, 3 di larghezza e 9 di profondità), realizzati con
sistemi di ponteggio rivestiti in “concrete canvas”. È una scenografia urbana e
insieme un dispositivo di orientamento: dichiarazione di metodo più che puro
spettacolo.
I GUEST DESIGNER: HED MAYNER, SOSHI OTSUKI E LO SPECIAL EVENT SHINYA KOZUKA
La partita degli eventi è centrata sul Giappone e su un’idea di ricerca che
passa dalle proporzioni e dal tailoring “ripensato”:
* Hed Mayner, nato in Israele e basato a Parigi, è guest designer e sfila alla
Palazzina Reale di Santa Maria Novella. Il suo lavoro viene descritto come
concettuale e quasi architettonico; da due anni è anche direttore creativo di
Reebok.
* Soshi Otsuki, vincitore dell’LVMH Prize for Young Fashion Designers 2025,
porta a Firenze una narrazione che guarda agli anni del “baburu keiki”, la
bolla economica giapponese di metà anni ’80, quando a Tokyo l’eleganza
maschile guardava (anche) all’Italia e ad Armani.
* Shinya Kozuka (special event) è presentato come autore di un mix tra
atmosfere di Tokyo e workwear, con una cifra personale costruita su
stratificazioni e materiali.
LE SEZIONI E IL DEBUTTO BEAUTY: HI BEAUTY
Pitti ribadisce la struttura in cinque aree: Fantastic Classic, Futuro Maschile,
Dynamic Attitude, Superstyling e I Go Out. La novità più “di sistema” è Hi
Beauty, spazio dedicato alla profumeria di ricerca: un segnale chiaro del modo
in cui il menswear contemporaneo sta allargando il perimetro del lifestyle
maschile al mondo del beauty, intercettando desideri che passano dalla fragranza
e dalla cura personale.
IL CONTESTO: UN SETTORE CHE RALLENTA E UN EXPORT CHE SI POLARIZZA
Nella cornice di Pitti, il punto economico resta inevitabile. L’industria moda
italiana viene da mesi in cui l’interscambio extra-UE mostra import in calo e
export sostanzialmente fermo in alcune rilevazioni, con un quadro generale
segnato da volatilità della domanda. È esattamente qui che Pitti prova a fare
“politica industriale” con gli strumenti della fiera: rafforzare la domanda
estera, allargare la qualità della community e creare appuntamenti che tengano
accesa la relazione tra offerta e distribuzione.
Secondo i dati dell’Ufficio Studi Economici e Statistici di Confindustria Moda,
nel 2024 il fatturato della moda uomo italiana si è attestato a circa 11,4
miliardi di euro, con una flessione del 3,6% rispetto all’anno precedente, e
rappresenta circa il 19,1% dell’intero comparto tessile e abbigliamento
nazionale. Tra i singoli segmenti, le cravatte risultano il comparto più
penalizzato con un calo dell’8,2%, mentre l’unica performance positiva è quella
della confezione in pelle, cresciuta del 5,6%.
I primi sette mesi del 2025 mostrano un andamento dicotomico tra import ed
export: le vendite all’estero del menswear italiano sono diminuite del -3,2%
(5,3 miliardi di euro), mentre le importazioni sono aumentate mediamente del
+5,5% (3,8 miliardi di euro). La dinamica geografica è variegata: l’area
comunitaria cresce del +2,4%, mentre le esportazioni verso paesi extra-UE calano
del -7,8%, pur restando quest’area il principale mercato di sbocco con il 52,2%
delle esportazioni totali. Tra i Paesi partner, la Francia si conferma il primo
mercato con un incremento del +1,0% (714 milioni di euro), seguita dagli Stati
Uniti con +6,5% (561 milioni) e dalla Germania (527 milioni). La Cina, dopo anni
di espansione, segna ancora un calo significativo dell’-18,4%, mentre spiccano
le crescite di mercati come Polonia +30,1% ed Emirati Arabi Uniti +5,9%. Questi
numeri fotografano un settore che, sebbene in difficoltà, mantiene nodi
strategici solidi e aree di opportunità da presidiare.
DA FIRENZE A MILANO: LA FASHION WEEK UOMO DAL 16 AL 19 GENNAIO
Il calendario conta 76 appuntamenti complessivi: 18 sfilate fisiche, 7 sfilate
digitali, 36 presentazioni, 3 presentazioni su appuntamento e 12 eventi
speciali, a testimonianza di una settimana che intreccia passerella, ricerca e
relazione con il pubblico. Tra le novità più attese, debutta per la prima volta
nel calendario ufficiale delle sfilate Ralph Lauren, affiancato dagli esordi
milanesi di Domenico Orefice e Victor Hart. Tornano invece in passerella Zegna e
DSquared2, con quest’ultimo che accompagnerà la sfilata co-ed con un party
serale. Sul fronte delle presentazioni fanno il loro ingresso ufficiale Bottega
Bernard, Dunhill, K-Way, Plās Collective, Moarno, Sagaboi e Stone Island, mentre
Ferragamo rientra in calendario con una presentazione, senza sfilata.
L’edizione celebra anche anniversari significativi: Blauer festeggia i 25 anni,
Pronounce i 10 e Marcello Pipitone–Bonola i 5, sottolineando la continuità tra
generazioni e linguaggi del menswear. Tra gli eventi, EA7 Emporio Armani dedica
un appuntamento in store ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina
2026, mentre K-Way, insieme a Vogue e GQ, presenta “Montagna Milano: The Alpine
Club in Town”, tre giorni di panel, workshop ed esperienze après-ski aperte al
pubblico.
Spazio anche alla sperimentazione: Li-Ning presenta con una sfilata la
collezione uomo e donna Autunno/Inverno 2026-27, mentre Stone Island sceglie il
formato installativo per PROTOTYPE RESEARCH_SERIES 09, affidando a Ken-Tonio
Yamamoto un progetto che racconta capi nati da processi di ricerca non
industrializzati. Un calendario che conferma Milano come piattaforma di visione,
dove il menswear dialoga con sport, cultura e innovazione.
IL CALENDARIO DELLE SFILATE MODA UOMO AUTUNNO/INVERNO 2026-2027
Venerdì 16 gennaio
ore 15 Zegna
ore 17 Ralph Lauren Via San Barnaba 27
ore 20 DSquared2 Via Rubattino 26
Sabato 17 gennaio
ore 11 Setchu Via Privata Rezia 2
ore 12.30 Dolce&Gabbana Viale Piave 24
ore 14.30 Pronounce Via Bovisasca 87
ore 17 Paul Smith Viale Lombardia 95
Domenica 18 gennaio
ore 10 Simon Cracker Via Bovisasca 87
ore 11 Qasimi Via Tortona 27
ore 12 Victor Hart
ore 14 Prada Via Lorenzini 14
ore 15 Saul Nash Via Pietrasanta 14
ore 19 Domenico Orefice Via Bovisasca 87
Lunedì 19 gennaio
ore 9.30 David Catalán Via Bovisasca 87
ore 10.15 Miguel Vieira Via Bovisasca 87
ore 11.30 Giorgio Armani Via Borgonuovo 21
ore 12.30 Giorgio Armani Via Borgonuovo 21
ore 19 PDF Via Larga 14
L'articolo Pitti Uomo al via con 750 marchi, poi la Fashion Week di Milano: la
moda cerca il rilancio dopo un 2025 da dimenticare proviene da Il Fatto
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