“È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato
alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si
è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime
iraniano, secondo il racconto dei suoi cari
Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli
ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci
sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della
repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione
di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si
moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento.
Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe
fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla
testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News.
Diako vive a Cardiff, in Inghilterra, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è
stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah,
nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni,
giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale.
La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il
diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è
stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno
uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako.
Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto
avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si
collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle
manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News,
si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati
nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i
sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di
un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di
identificare i propri cari.
In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia:
c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo
sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una
leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata.
La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente:
un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah.
L'articolo Amir, a 17 anni simbolo della resistenza in Iran. I familiari
accusano il regime: “Colpito al cuore”. Il rapporto ufficiale: “Caduta da grande
altezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.