Mehdi Mahmoudian, co-sceneggiatore di Un semplice incidente di Jafar Panahi
(nella foto), vincitore della Palma d’oro a Cannes e candidato a due premi
Oscar, tra cui Miglior sceneggiatura originale e Miglior film internazionale, è
stato arrestato a Teheran dopo aver firmato una dichiarazione che condanna le
azioni di Ali Khamenei, leader della Repubblica islamica dell’Iran. Sono stati
arrestati anche altri due firmatari della dichiarazione, Vida Rabbani e Abdullah
Momeni.
Tra i 17 firmatari figurano anche Panahi (recentemente condannato per
“propaganda contro lo Stato”), Mohammad Rasoulof, regista del film candidato
all’Oscar Il seme del fico sacro (che ha scelto l’esilio dopo arresti e
carcere), il premio Nobel per la pace Narges Mohammadi e Nasrin Sotoudeh,
vincitrice del Premio Sacharov per la libertà di pensiero. Al momento, non ci
sono informazioni confermate sull’autorità che ha effettuato l’arresto o sulle
accuse a carico degli arrestati.
“Quarantotto ore prima del suo arresto, abbiamo parlato al telefono e poi ci
siamo scambiati alcuni messaggi – ha commentato Panahi, che ha trascorso sette
mesi in carcere con Mahmoudian -. Gli ho inviato il mio ultimo messaggio alle
quattro del mattino. A mezzogiorno del giorno dopo, non ho ricevuto risposta. Mi
sono preoccupato e ho contattato amici comuni; nessuno di loro aveva sue
notizie. Poche ore dopo, la BBC Persiana ha annunciato ufficialmente che Mehdi
Mahmoudian, insieme ad Abdollah Momeni e Vida Rabbani, erano stati arrestati.
Mehdi Mahmoudian non è solo un attivista per i diritti umani e un prigioniero di
coscienza; è un testimone, un ascoltatore e un raro esempio di moralità”. Panahi
conosce bene la durezza delle carceri iraniane e la parzialità delle sentenze
per cui per anni dal regime iraniano gli è stato imposto di “viaggiare, dare
interviste, fare film”.
L'articolo Arrestato in Iran lo sceneggiatore Mehdi Mahmoudian, ha scritto con
Jafar Panahi Un semplice incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Khamenei
Per i pasdaran – che hanno avuto un ruolo chiave nella repressione dei
manifestanti – le ultime proteste in Iran sono una “sedizione fallita degli
Stati Uniti“, che hanno provocato migliaia di vittime. Ufficialmente, ha scritto
il ministro degli esteri di Teheran Abbas Araghchi, “3.117 morti, inclusi 2.427
civili e forze di sicurezza e 690 terroristi”. Numeri completamenti diversi
rispetto a quelli pubblicati da Iran International, legato al movimento
monarchico, basato a Londra e finanziato dall’Arabia Saudita, che ha stimato
12mila uccisi, citando fonti interne e bollettini medici. Quel che è
inconfutabile, è che la tensione rimane alta tra l’Iran e gli Stati Uniti sulla
scia della sanguinosa repressione delle proteste iniziate il 28 dicembre,
innescate dal crollo della valuta iraniana, il rial, e che hanno sconvolto il
Paese per circa due settimane. Tanto che, secondo il sito di notizie “Iran
International”, associato all’opposizione in Iran, la Guida Suprema Ali Khamenei
“si è trasferita in uno speciale rifugio sotterraneo a Teheran. Una decisione,
si legge, arrivata dopo che “funzionari militari e di sicurezza hanno affermato
che c’è un rischio maggiore di un possibile attacco da parte degli Stati Uniti”.
Sempre secondo le stesse fonti, uno dei suoi figli, Masoud Khamenei, “ha assunto
la gestione quotidiana dell’ufficio della Guida e funge da principale canale di
comunicazione con gli organi esecutivi del governo”.
La paura di un nuovo attacco da parte degli Stati Uniti è reale: diverse
importanti compagnie aeree, tra cui Lufthansa, Air France, KLM Royal Dutch
Airlines e Swiss, hanno cancellato i loro voli di sabato verso destinazioni in
Medio Oriente, tra cui Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, secondo le
informazioni sui voli pubblicate sui siti web degli aeroporti, a causa dei
timori di un conflitto che coinvolga l’Iran. Stessa scelta anche per United
Airways e Air Canada, che hanno cancellato i loro voli per Israele, a causa
delle forti speculazioni su un possibile attacco statunitense contro l’Iran.
Le manovre militari di avvicinamento a Teheran, ha dichiarato giovedì il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sono già in atto: il capo della Casa
Bianca ha parlato di una “armata” diretta verso l’Iran, aggiungendo di sperare
di non doverla utilizzare, rinnovando gli avvertimenti a Teheran contro
l’omicidio dei manifestanti o la ripresa del suo programma nucleare. Funzionari
statunitensi, parlando a condizione di anonimato, affermano che la portaerei USS
Abraham Lincoln e diversi cacciatorpediniere lanciamissili arriveranno in Medio
Oriente nei prossimi giorni, mentre un funzionario ha aggiunto che si sta
valutando anche l’impiego di ulteriori sistemi di difesa aerea per tutta l’area,
che potrebbero rivelarsi fondamentali per proteggersi da eventuali attacchi
iraniani alle basi statunitensi nella regione. Motivo per cui, scrive Haaretz,
il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti, Brad Cooper, è atterrato
in Israele e incontrerà i vertici delle forze di sicurezza, in un’iniziativa
apparentemente volta a coordinare le operazioni in caso di un possibile attacco
all’Iran. La scorsa settimana, il capo del Mossad, Dadi Barnea, si è recato
negli Stati Uniti, sempre sullo sfondo delle tensioni in Iran.
E mentre le navi Usa avanzano, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica
dell’Iran si dice “più pronto che mai, con il dito sul grilletto”. Il generale
dei pasaran Mohammad Pakpour, ha avvertito gli Stati Uniti e Israele di “evitare
qualsiasi errore di valutazione”. “La Guardia Rivoluzionaria Islamica e il caro
Iran sono più pronti che mai, con il dito sul grilletto, a eseguire gli ordini e
le direttive del Comandante in Capo”, ha affermato Pakpour secondo quanto
riportato da Nournews. I pasdaran hanno avuto un ruolo chiave nella repressione
delle recenti proteste in Iran.
L'articolo “Khamenei portato in un rifugio sotterraneo a Teheran”. Le manovre
Usa per un potenziale attacco proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dal punto di vista etico e morale Trump e Khamenei sono sullo stesso piano.
Sono due criminali politici. Il massacro dei palestinesi è stato reso possibile
grazie al presidente Usa”. Lo ha detto il professore Alessandro Orsini,
intervistato da Luca Sommi ad Accordi&Disaccordi, sul Nove, commentando
l’arresto di Maduro da parte di Washington. “Sottolineo anche come l’attuale
situazione di sofferenza della popolazione iraniana nasca proprio dalle
politiche della Casa Bianca contro l’Iran. Fa tutto parte di una strategia
politica Usa per impoverire il Paese e rovesciare il regime”.
L'articolo Orsini: “Trump? Criminale politico come Khamenei, festeggia ogni
volta che un ragazzo iraniano viene impiccato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I moti di rivolta contro il regime iraniano in almeno 31 province e 187 città,
con oltre 600 singoli focolai di protesta, non accennano ad attenuarsi.
L’inasprimento della repressione da parte delle forze di sicurezza si riflette
nel sempre più allarmante numero di vittime sinora registrate: secondo Human
Rights Activists News Agency (HRANA), con base in Virginia, al 13 gennaio erano
2.403 le persone uccise, 12 delle quali sotto ai 18 anni, e 1.134 quelle rimaste
gravemente ferite. Dall’altro lato della sempre più infuocata barricata, 147
membri delle Forze di sicurezza hanno perso la vita nel corso di scontri. A
impressionare è anche il numero degli arrestati: 18.434, sempre secondo HRANA,
tra i quali si registrano almeno 97 casi di confessioni forzate, trasmesse sulla
tv nazionale.
IL PAESE È PRONTO ALLA SVOLTA?
Il processo di scollamento tra il regime nato dopo la rivoluzione del 1979 e
gran parte della popolazione sembra arrivato a un punto di non ritorno,
estremamente difficile da ricomporre, anche al di là dei livelli di violenza
registrati. L’intensità, la diffusione e anche l’eterogeneità delle istanze che
sorreggono queste proteste sembrano fotografare la distanza venutasi a creare
tra la società civile e il sistema istituzionale, oltre che il governo stesso.
Ciò accade per giunta in una congiuntura di profonda crisi economica, di
isolamento sempre più marcato e soprattutto di esplicite e montanti pressioni
internazionali, attestate una volta di più dalla rinnovata promessa di
intervento armato da parte di Donald Trump che era stata preceduta da esplicite
quanto incaute dichiarazioni – da parte dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo,
ma anche dallo stesso Mossad su X – circa la rivendicata presenza di agenti
israeliani a fianco dei rivoltosi.
I numeri e la durata di questa protesta, specie se messi in relazione a questo
genere di comunicazione pubblica priva di filtri o di alcuna forma di contegno
“tattico” da parte degli americani e degli israeliani, getta una luce sulla sua
diversità rispetto alle precedenti tornate, oltre a far ipotizzare seriamente
degli sviluppi più concreti, magari stimolati proprio dall’ormai atteso
intervento americano. La più importante delle ultime proteste, esplosa in
seguito alla morte di Mahsa Amini, aveva dato vita a un movimento di protesta
civile guidato anzitutto dalle donne con lo slogan “Donna, vita, libertà” che,
in modo graduale, aveva sostanzialmente stimolato l’alleggerimento de facto
delle restrizioni sul dress code: da quei giorni in poi, nelle grandi città in
particolare migliaia di donne avevano iniziato a non indossare più il velo
obbligatorio, con le pattuglie della polizia morale non più in grado, o non più
istruite a perseguire con eguale solerzia le “trasgressioni”.
La crisi economica, con l’ennesimo recente crollo del rial, ha però stimolato
dal 28 dicembre le serrate e gli scioperi dei bazar, contribuendo a ravvivare a
cascata tutte le altre istanze, soprattutto quelle sistemiche, che ormai
sembrano prevalere su tutte le altre. La crisi economica, quindi, come
acceleratore del diffuso malcontento, della stanchezza pervasiva di una società
che dal punto di vista demografico “parla” chiaro: il 65% della popolazione è
nata dopo la rivoluzione del 1979 ed è quindi in molti casi estranea ai suoi
“miti fondativi” – la rivoluzione stessa, la guerra con l’Iraq, la morte di
Khomeini nel 1989 – ma sempre più esasperata rispetto alle proprie condizioni
materiali, alla postura internazionale del regime, all’assenza di prospettive.
Sembra tardi anche per la prospettiva di una eventuale “pacificatrice”
successione di Khamenei, ormai 86enne: dopo la morte dell’ex presidente
principalista Ebrahim Raisi – considerato il più papabile, ed abbastanza in
linea con la sua postura – sembrava che i nomi rimasti in lizza potessero essere
quelli di due figure diverse, più vicine a quella corrente riformista che aveva
perso il suo slancio dopo l’arresto dei leader Mehdi Karroubi e Mir Hossein
Mousavi nel 2011: il primo è l’ex presidente Hassan Rouhani, il secondo il
53enne Hassan Khomeini, nipote di Ruhollah, molto vicino proprio a Mousavi.
Il futuro appare quanto mai incerto, nonché fortemente influenzabile da eventi
esogeni. È comprensibile l’ondata di entusiasmo, di senso di inevitabilità che
si respira in questi giorni. Tuttavia in un paese di 92 milioni di persone, nate
e cresciute in un sistema istituzionale tanto autoritario, repressivo, quanto
complesso e stratificato, con basi di consenso in alcuni settori della
popolazione, e considerando il fatto che al momento non si registrano defezioni
tra le forze di sicurezza – uno degli aspetti più importanti nel 1978, con
migliaia di coscritti che erano giovani ammiratori di Khomeini e defezionarono
in massa, prima che lo Shah disponesse la neutralità dell’Esercito -, le cose
potrebbero esser più complicate di quanto non sembrino.
LE TANTE ANIME DELL’IRAN E IL RISCHIO BALCANIZZAZIONE
Come scrive l’analista Narges Bajoghli, una rivoluzione – più che entusiasmo – è
anzitutto “organizzazione, istituzioni, un potere strutturato e coordinato in
grado di sostituire l’esistente”. Nella storia moderna iraniana, continua, le
principali istituzioni dotate di una qualche forma di potere sono sempre state
la monarchia, il clero, l’Esercito, i bazaari, e la società stessa, specie a
partire dalla rivoluzione costituzionale del 1906. Nel 1979, la monarchia è in
sostanza caduta grazie all’allineamento tra tre di esse: la società (soprattutto
gli studenti delle università, sia khomeinisti, che comunisti, che afferenti al
Mek), il clero e i bazaari.
Oggi, spiega l’analista, la monarchia sta cercando di fare il suo ritorno
attraverso la ampiamente sponsorizzata figura di Ciro Pahlavi, figlio
dell’ultimo Shah, che però in Iran ha una base di sostegno sì esistente, ma
certamente limitata dal punto di vista numerico, nonché confinata alla
componente persiana (che, ricordiamo, arriva al 55% di una popolazione
multietnica). Non è forse un caso che persino Trump, mentre si esprime sull’Iran
con i toni di chi potrebbe deciderne le sorti, non abbia alla fine incontrato
Ciro Pahlavi a Mar-a-Lago.
Il clero, da parte sua, gode ormai di un credito minimo presso una società che
lo identifica come il simbolo del sistema stesso. Va però ricordato come
anch’esso non sia un monolite. Al suo interno è più eterogeneo di quanto non si
creda – basti pensare ai religiosi critici del sistema, tanto odierni quanto del
passato, come l’ayatollah Muntazeri -, con la compresenza di diversi centri di
potere in competizione tra loro, con visioni diverse del futuro ed evidenti
fratture interne. Insomma, può essere in molti sensi sbagliata l’equazione tra
clero e “regime”.
Come già accennato in precedenza, i recenti scioperi dei bazaari hanno ricordato
a molti quelli del 1978 e hanno quindi stimolato in una parte degli iraniani
l’idea che ciò potesse portare a un’altra rivoluzione. È però importante
ricordare che i bazaari odierni non sono quelli di 50 anni fa: la loro
indipendenza è stata continuamente minata dal regime in un’ottica centralista e
non si tratta più della prorompente forza autonoma degli Anni 70.
Bajoghli conclude poi con un punto fondamentale: in questi anni sia il regime
che i suoi nemici – interni ed esterni – si sono spesi molto per impedire che le
varie sacche di malcontento si coalizzassero tra loro. Sorveglianza,
repressione, infiltrazione (da parte del regime ma anche di agenti stranieri,
come notato nell’ultima guerra dei 12 giorni), “agenti di discordia” che avevano
il solo obiettivo di precludere la costruzione di una alternativa, dell’embrione
di una formazione che potesse promettere di durare nel tempo, rappresentando la
popolazione. Questo ha fatto sì che negli ultimi 15 anni si sia assistito a
isolate e disorganizzate esplosioni di rabbia, anziché a movimenti coordinati.
L'articolo Iran, perché le rivolte questa volta possono portare a un
cambiamento. Dalla questione generazionale alla debolezza del regime: i punti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Luca Grandicelli
L’ondata di proteste che sta attraversando l’Iran nasce da profonde ferite
interne alla società iraniana, maturate nell’ambito di una crescente
insoddisfazione generale ma soprattutto di instabilità economica, dovuta alle
pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu
e dall’Unione Europea a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.
Le rivolte iniziate a fine dicembre scorso esplodono infatti in un contesto di
inflazione galoppante, disoccupazione giovanile e salari erosi, con una
percezione diffusa che l’élite religiosa viva ormai in un’altra galassia
rispetto alla vita quotidiana. In questi giorni, uomini e donne iraniani
scendono in strada rischiando la propria vita sotto i colpi del regime di
Khamenei non certo perché “telecomandati” dall’estero, ma perché effettivamente
stretti tra povertà crescente e un sistema politico chiuso, incapace ormai di
offrire canali di riforma reale.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare come gli eventi si muovano all’interno di
un campo di battaglia geopolitico complesso, affollato di servizi segreti,
sanzioni e guerre per procura, e dove la rabbia genuina dei corpi in piazza
rischia di essere divorata da potenze esterne che vedono nell’indebolimento di
Teheran non tanto la liberazione degli iraniani, né la loro conquista della
libertà, quanto l’abbattimento definitivo di un avversario strategico.
L’ipotesi di infiltrazioni di intelligence straniere, infatti – in particolare
israeliane e statunitensi – non è del tutto priva di fondamento. La storia
iraniana è costellata da operazioni clandestine, sabotaggi e assassinii mirati.
Tuttavia, pur volendo ridurre tutto a una “rivolta pilotata”, si farebbe un
torto alle vere motivazioni delle proteste, ignorando le cause strutturali della
crisi e offrendo al regime l’alibi perfetto per la repressione.
Su questo punto è inoltre bene ricordare come la violenza di Teheran non sia
affatto episodica, ma sistemica ed esercitata senza pietà: forze di sicurezza
che sparano al volto dei manifestanti, incursioni negli ospedali, arresti
arbitrari e torture di massa. L’Iran degli Ayatollah ha inoltre posto la
sopravvivenza del proprio potere al di sopra dei valori islamici che afferma di
incarnare, producendo così un tradimento politico e morale di quegli stessi
principi, favorendo invece la repressione come tecnica volta ad alzare il costo
della protesta fino a renderla insostenibile, e lasciando dunque dietro di sé
una società politicamente mutilata.
Il paradosso è che la Repubblica islamica nasce nel 1979 anche come rifiuto
dell’imperialismo occidentale, dove proprio il successivo embargo permanente ha
contribuito a consolidare il potere interno. Il regime si presenta dunque come
unica diga contro l’assedio esterno, mentre le élite prosperano e la popolazione
paga il prezzo più caro. Certo che il “nemico” esiste davvero, ma la sua
esistenza, il suo ritratto esasperato, sta giustificando una repressione
brutale, definita da più parti “senza precedenti nella storia iraniana
contemporanea”.
In questo cortocircuito, nessuna grande potenza internazionale parla davvero di
libertà. Il regime teme la perdita del potere, mentre Stati Uniti, Israele e
parte dell’Europa vedono l’Iran come un problema di sicurezza. Ormai anche molte
opposizioni in esilio parlano più il linguaggio delle lobby che quello della
giustizia sociale.
Da una parte abbiamo allora i corpi reali in piazza; dall’altra, potenze che
calcolano il “day after”. Dire che queste proteste non appartengano agli
iraniani è falso. Ma credere che qualcuno voglia davvero proteggerle è
un’illusione altrettanto pericolosa. In Iran, oggi, la parola “libertà” è
pronunciata con serietà solo da chi rischia la vita per dirla.
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L'articolo Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza
internazionale parla davvero di libertà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Migliaia di persone si sono radunate sotto il consolato Usa di Milano in largo
Donegani per richiedere un intervento americano in Iran. “Mantieni le promesse
presidente Trump”, “Make Iran great again”, “viva lo scià” gli slogan urlati in
farsi, inglese e italiano dalla folla, che sventola bandiere iraniane accanto a
quelle a stelle e strisce e israeliane. Al presidio organizzato
dall’associazione Italia-Iran sono giunti manifestanti non solo da Milano, ma
anche da Torino e altre città del Nord. “Obama watched, Biden talked, you can
act” il messaggio in inglese rivolto al presidente Usa. Bruciate le foto di
Khamenei.
L'articolo Proteste Iran a Milano, i manifestanti bruciano le foto di Khamenei
sotto il consolato Usa – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una parola che in questi giorni mi gela il sangue più delle notizie atroci
che arrivano da Teheran: negoziare. Per molti diplomatici, seduti comodamente
nei loro uffici, “trattare” è un esercizio di realismo politico. Per me, lo dico
chiaramente, è un atto di codardia pura. Significa sedersi a tavola con degli
assassini e discutere il prezzo del sangue di una generazione che sta dando
tutto – letteralmente tutto – per la libertà.
Non posso restare in silenzio di fronte a questo paradosso. Almeno 12.000
persone, molti ragazzi sotto i trent’anni, sono state uccise in quello che è il
più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran. Eppure, mentre i dati
medici confermano l’apocalisse delle notti dell’8 e 9 gennaio, vedo le
diplomazie occidentali che ricominciano a muoversi con la solita ambiguità.
Non giriamoci intorno. L’entusiasmo per le “linee rosse” tracciate da Trump
sembra essersi sciolto come neve al sole. Vedere la Casa Bianca che apre a un
possibile accordo economico proprio mentre nelle carceri di Evin si stringono i
cappi al collo dei ragazzi mi suscita un’indignazione profonda. Il mio sospetto
è ormai una certezza: il coraggio di quei “leoni” viene usato come una semplice
merce di scambio. Si cerca la vittoria diplomatica da prima pagina, lasciando
però le chiavi del potere in mano a una teocrazia che ha fatto del massacro il
suo unico metodo di governo. È un film che ho già visto, e il finale è sempre lo
stesso: il regime sopravvive e il popolo viene abbandonato al suo carnefice.
Mentre il mondo parla di diplomazia, io non riesco a togliermi dalla testa il
caso del giovane manifestante Erfan Soltani. Rapito dal regime il 10 gennaio,
condannato senza processo e a rischio impiccagione per mercoledì 14 gennaio.
Perché secondo il regime “i nemici di Dio vanno impiccati”. Questo non è un atto
giudiziario, è un omicidio di Stato. E non lasciamoci ingannare da chi parla di
una “città che torna alla calma”. Quella che vedono alcuni osservatori non è
pace, è il silenzio di un cimitero. È la dimostrazione che il regime possiede
ancora la forza bruta per terrorizzare milioni di persone. Le parate pro-regime
trasmesse in tv sono solo un teatro macabro, così come trovo vergognose le
pressioni fatte sui nostri diplomatici per isolare chi protesta.
Se la Repubblica Islamica non cade adesso, il domani sarà ancora più buio.
Diventeranno ancora più spietati, convinti di essere intoccabili. Ma una cosa è
certa: la sacralità di quel potere è andata distrutta per sempre. Hanno sparato
sul loro stesso futuro. Mi rifiuto categoricamente di accettare che il 2026 sia
l’anno dell’ennesima occasione persa. Il messaggio recente di Trump ai patrioti
iraniani è arrivato forte: “L’aiuto è in arrivo”. Me lo auguro con tutto il
cuore, ma onestamente non ci credo molto.
La storia ci insegna che tra le parole e i fatti c’è di mezzo un oceano di
interessi geopolitici. Non si può e non si deve negoziare con gli assassini:
ogni firma su un accordo economico è una macchia di sangue indelebile sulle mani
di chi quella firma la appone. La libertà dell’Iran non può essere venduta al
mercato della diplomazia, perché se questo regime non cade ora, il domani non
sarà solo oscuro: sarà il buio totale dell’anima.
L'articolo Negoziare con l’Iran sarebbe codardia pura: se il regime non cade
ora, il domani sarà ancora più buio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“È stato colpito al cuore e, mentre esalava l’ultimo respiro, lo hanno pestato
alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si
è sparso a terra”. Così è stato ammazzato Amir dagli sgherri del regime
iraniano, secondo il racconto dei suoi cari
Si muore a Teheran e non solo, a causa delle contestazioni alla dittatura degli
ayatollah, ma nelle grandi città europee questo sacrificio attira poco: non ci
sono cortei o bandiere ai balconi per sostenere un popolo stanco della
repressione, non ci sono scritte sui muri o raduni che chiedano la liberazione
di questo o quel prigioniero. Eppure, i simboli di questa resistenza si
moltiplicano con il passare dei giorni e con il numero delle vittime in aumento.
Uno di questi simboli è Amir. Aveva 17 anni e di certo, alla sua età, ne avrebbe
fatto a meno. Ma il racconto dei suoi parenti sta circolando, grazie alla
testimonianza del cugino di Amir – Diako Haydari – raccolta da Sky News.
Diako vive a Cardiff, in Inghilterra, e ai giornalisti ha raccontato che Amir è
stato ucciso la scorsa settimana, picchiato e colpito a morte a Kermanshah,
nell’Iran occidentale. Amir aveva deciso di partecipare alle manifestazioni,
giovedì scorso, assieme ai compagni di classe: la sua scelta è risultata fatale.
La famiglia sostiene di aver ricevuto una spiegazione diversa dalle autorità: il
diciassettenne sarebbe “caduto da una grande altezza”. Quel giorno Amir non è
stato il solo a perdere la vita: “Due suoi amici sono in coma, altri li hanno
uccisi. Gli hanno sparato”, ha detto Diako.
Avere fonti indipendenti che possano confortare con più testimonianze quanto
avviene in Iran è difficile: il governo ha bloccato Internet e chi riesce si
collega grazie ai satelliti di Starlink per mandare i video delle
manifestazioni. In uno di questi, proprio da Kermanshah, mostrato da Sky News,
si vedono poliziotti in borghese sparare sui manifestanti. In altri video girati
nel centro forense di Kahrizak, alla periferia di Teheran, vengono mostrati i
sacchi neri di plastica per chiudere i cadaveri che ricoprivano il pavimento di
un grande magazzino. Uomini e donne si muovono tra file di corpi per cercare di
identificare i propri cari.
In questo contesto, la morte di uno studente diventa il simbolo di una tragedia:
c’è il racconto dei familiari e la versione opposta del governo, mentre sullo
sfondo cresce la rabbia in un Paese in piena crisi economica ma con una
leadership che non intende farsi da parte e una opposizione spesso frammentata.
La fine di Amir racconta la voglia dei ragazzi di vivere in un Iran differente:
un desiderio spezzato con la violenza legalizzata dagli ayatollah.
L'articolo Amir, a 17 anni simbolo della resistenza in Iran. I familiari
accusano il regime: “Colpito al cuore”. Il rapporto ufficiale: “Caduta da grande
altezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le
persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto
preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022.
“Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era
tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa
sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte.
Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e
fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma:
‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo
non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6
gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche
durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17
alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi
giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di
persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte
vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico
chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e
armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché
colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più
arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non
lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il
“coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la
nostra parte”, dicono.
“LE PERSONE NONOSTANTE I MORTI VANNO IN PIAZZA A MANIFESTARE. FORSE CI SARÀ UN
CAMBIAMENTO”
Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata
segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”,
dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce
della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta
lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima
linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato
rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli
ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le
proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né
culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve
continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze
raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i
manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non
possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la
corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo
quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le
violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo
avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna
a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse
ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che
nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e
delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal
regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini
dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E
poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
“IO ERO IN PIAZZA PER MAHSA AMINI, SPARAVANO IN FACCIA ALLE PERSONE. ANCHE OGGI
I MANIFESTANTI AVANZANO DISARMATI”
Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo
il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e
dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di
indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le
proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una
novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli.
Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino
bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli
arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il
riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei
amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque
affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi
per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi,
ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto
delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo
capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se
uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e
uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni:
“Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre
sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari,
non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è
una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela
con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia
uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
“LE INGERENZE DI USA E ISRAELE? NON BASTEREBBERO PER PROVOCARE QUESTE PROTESTE.
REZA PAHLAVI? NON CI SONO ALTERNATIVE”
Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime
dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come
una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un
referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli
esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori,
artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa
situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta.
“Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese
piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere
organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere
che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani.
Ma è una truffa”.
L’unico leader emerso in queste ore è Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Shah
in esilio. “Io non sono monarchica, ma è l’unico a farsi sentire”, osserva
Haghnegahdar. Per Sarina “è qui che le cose diventano molto complicate. Non è
stato una figura politica attiva, non è chiaro sui suoi obiettivi reali e
nessuno sa cosa accadrebbe se prendesse il controllo. Ma non ci sono
alternative. Non abbiamo un leader dell’opposizione, perché la Repubblica
Islamica li ha eliminati”. E “o continuiamo con presidenti formali che non hanno
alcun potere reale, oppure ascoltiamo Reza Pahlavi e speriamo che non dirotti la
rivoluzione, proprio come fece Khomeini nel 1979. Al momento, è l’unica
opzione”. Proprio Sarina è stata respinta dagli Stati Uniti: “Erano la mia prima
scelta e lì vive la persona che amavo. Con il travel ben di Trump sono rimasta
bloccata qui”, racconta. “Nessuno odia Trump più di me. So che molti iraniani lo
sostengono perché credono che sia l’unica persona con abbastanza potere per
rendere la vita più difficile ai mullah. Sia chiaro: nessuno vuole forze
straniere nel proprio Paese. Ma le persone in Iran hanno preso una decisione”. E
questo comporta dei compromessi: “C’è uno slogan che dice: ‘Questa patria non
sarà una patria finché i mullah non saranno sepolti‘. Immaginate quanta rabbia
la gente abbia dovuto sopportare per arrivare a un punto di totale intolleranza
verso qualsiasi forma di potere religioso nel sistema”. Così racconta anche
Somayeh Haghnegahdar: “Il popolo iraniano ha superato l’Islam, non crede che la
religione sia la salvezza. Sono convinta che se noi avessimo un Paese libero,
non si dichiarerebbero come musulmani. La religione non è la nostra identità.
Ora che abbiamo avuto questa teocrazia cosi dura tutti si sono accorti di cosa
significa e per questo ora le donne registrano i video mentre bruciano la foto
di Khamenei e poi si accendono una sigaretta. E per tutte coloro che si
espongono, ci sono sempre conseguenze. Anche se vivono fuori dall’Iran”.
Per Sarina serve un aiuto esterno: “Non stiamo affrontando un governo normale.
Questi leader sono peggiori di qualunque cosa abbiamo visto. Uccidono il loro
stesso popolo senza alcuna esitazione. Sappiamo che gli Stati Uniti o
l’Occidente potrebbero volere in cambio il petrolio, ma in questo momento viene
già rubato dai mullah. Quindi sì, abbiamo bisogno di aiuto e siamo disposti a
pagarne le conseguenze. Più il mondo aspetta, più tempo il regime ha per
reprimere, arrestare, torturare”. E invece, chiude Somayeh Haghnegahdar, “se il
popolo iraniano vincerà ci sarà un Rinascimento in Medioriente”. Intanto, nel
blackout totale si continua a morire.
L'articolo Iran, le testimonianze: “Internet bloccato, non sentiamo le nostre
famiglie da una settimana”. “Sparano sulla folla, ma le persone restano perché
non hanno niente da perdere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quattordici giorni di proteste, e decine di morti. L’agenzia Hrana fino a poche
ore fa ne segnalava “almeno 65”, ma alla rivista Time un medico di Teheran, in
condizione di anonimato, ha dichiarato che in sei ospedali della capitale sono
state registrate 217 vittime tra i manifestanti, “la maggior parte a causa di
proiettili veri”. Secondo questa versione, la maggior parte delle vittime erano
giovani, alcuni dei quali uccisi fuori da una stazione di polizia nel nord di
Teheran, dove le forze di sicurezza hanno sparato con le mitragliatrici.
Alla Bbc, un medico e un assistente sociale di due ospedali hanno dichiarato che
le loro strutture sono “sopraffatte” dall’arrivo di decine di feriti.
Utilizzando la rete Starlink i sanitari hanno raccontato che il principale
centro oculistico di Teheran è entrato in modalità di crisi e i servizi di
emergenza sono sovraccarichi.
Queste informazioni non sono verificabili in modo indipendente, il sito
Netblocks conferma che il blocco di internet in Iran è ormai attivo da 36 ore.
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha sollecitato anche stamattina
i dissidenti a mettere in atto uno sciopero generale: “Sono certo che, rendendo
la nostra presenza in piazza più concentrata e, allo stesso tempo, interrompendo
i canali finanziari, rovesceremo completamente la Repubblica Islamica e il suo
logoro e fragile meccanismo di repressione”. A rilanciare questo suggerimento è
stata la tv pubblica israeliana Kan.
“Chiedo a tutti voi di scendere in piazza oggi e domani dalle 18 con bandiere,
immagini e simboli nazionali e di occupare gli spazi pubblici. Il nostro
obiettivo non è più solo scendere in piazza, ma prepararci a occupare e
difendere i centri cittadini”. Pahlavi ha chiesto di prepararsi a rimanere in
piazza a lungo e di fare scorta di provviste.
Il regime sciita usa il pugno di ferro, nonostante il governo avvia chiesto
“moderazione” verso i manifestanti pacifici, che si sono saldati tra le istanze
degli studenti e quelle dei commercianti. Indicativa la partecipazione ai cortei
e agli scioperi dei bottegai del Gran Bazar di Teheran, per tradizione poco
inclini alle proteste pubbliche.
L’agenzia Hrana rimarca che alla base di questa esplosione di malcontento contro
l’ayatollah Khamenei c’è stato il crollo del rial con evidenti difficoltà
economiche per l’acquisto di beni di prima necessità. La mossa del regime di
promettere 7 dollari al mese per ogni capofamiglia non sembra stia dando i
frutti sperati, dato che le proteste e i raduni, anche notturni, proseguono.
Chi crede che la dittatura religiosa sia giunta al termine è proprio Pahlavi,
che nel suo messaggio ha annunciato che sta “preparando il ritorno nella mia
patria” in un giorno “molto vicino”.
L'articolo Proteste in Iran, un medico al Time: “217 vittime registrate in sei
ospedali”. Continua il blocco di Internet proviene da Il Fatto Quotidiano.