“È ferito“, “Non si espone per paura di essere ucciso”, “Forse è morto“. Sono
tante le voci su Mojtaba Khamenei, il nuovo leader dell’Iran eletto domenica
sera nuova Guida Suprema della Repubblica islamica dall’Assemblea degli esperti,
dopo l’uccisione del padre il 28 febbraio scorso. L’unica cosa certa è che il
56enne, secondogenito di Ali Khamenei e figlio prediletto che parla fluentemente
inglese (oltre che proprietario immobili di lusso nel Regno Unito), non è ancora
apparso in pubblico. Lunedì – mentre a Teheran e in altre città iraniane folle
di persone si che sono riversate in piazza, sfidando i bombardamenti, per
giurare il proprio sostegno al nuovo leader – Iran International, citando i
media locali, annunciava il primo discorso di Mojtaba Khamenei entro poche ore.
Cosa che però non è avvenuta. Così il mistero sulla sorte della terza Guida
Suprema si infittisce.
L’IPOTESI DEL FERIMENTO
La prima ipotesi è che il 56enne sia ferito gravemente. Ad avvalorare questa
tesi è stata la stessa televisione di Stato iraniana: riportando la notizia
della sua elezione ha definito Mojtaba Khamenei come “janbaz“, termine che
significa ferito dal nemico, nella “guerra di Ramadan“, frase con cui i media di
Teheran si riferiscono all’attuale conflitto con Usa e Israele. Secondo alcune
ricostruzioni, mai ufficialmente confermate, il nuovo ayatollah sarebbe rimasto
ferito nello stesso raid israelo-americano nel primo giorno di attacco: un
bombardamento nel quale ha perso la vita il padre, ma anche la moglie e un
figlio.
IL PENTAGONO: “NON POSSIAMO COMMENTARE”
La notizia sul suo ipotetico ferimento non viene comunque né smentita né
confermata dagli Stati Uniti. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, a chi martedì
gli chiedeva se ci sono indicazioni sul fatto che sia realmente ferito, Hegseth
ha risposto: “È qualcosa che non posso commentare al momento“.
BERSAGLIO DI USA E ISRAELE
Ferito o meno, Mojtaba Khamenei ha già sulla schiena un bersaglio piazzato da
Israele e Stati Uniti. Donald Trump lo ha più volte detto: “Non so se durerà“,
sottolineando anche che non crede “che possa vivere in pace“. “Aspettate e
vedrete“, ha risposto il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar alla
domanda se il nuovo leader supremo possa diventare un obiettivo per Israele. Con
una famiglia decimata dai raid e le minacce provenienti da Washington e Tel
Aviv, la scelta della nuova Giuda Suprema di non apparire in pubblico potrebbe
essere finalizzata pertanto proprio ad evitare di essere rintracciato e ucciso.
L'articolo Iran, perché Mojtaba Khamenei non è ancora apparso in pubblico:
l’ipotesi del ferimento o la paura dei raid proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Khamenei
L’unica cosa certa è che è uno dei pochissimi vertici militari dell’Iran ad
essere sopravvissuto ai raid di Israele e Usa contro la Repubblica islamica e le
milizie alleate: dato per morto numerose volte e poi riapparso in pubblico, in
ottime condizioni di salute. Intorno alla figura del generale iraniano Esmail
Qaani da anni si rincorrono voci e ricostruzioni. La principale è una: il capo
del reparto d’élite delle Guardie della rivoluzione è un infiltrato del Mossad e
ha svolto per anni il ruolo di talpa interna permettendo a Israele di decimare,
soprattutto negli ultimi anni, i leader iraniani. Oggi le ultime indiscrezioni
pubblicate sulle pagine di The National – il quotidiano di Abu Dhabi finanziato
dagli Emirati Arabi Uniti – lo danno per giustiziato dalle stesse Guardie della
rivoluzione che lo avevano arrestato con l’accusa di essere una spia dei servizi
segreti israeliani. Sui social però altri profili smentiscono la ricostruzione:
“È vivo e vegeto, confermato al sicuro in Israele da venerdì mattina”.
Nato nel 1957, inizia la sua carriera militare nei Pasdaran nel 1982, mentre era
in corso la guerra tra Iran e Iraq. Da lì inizia una lunga scalata che lo porta
nel 1997 a ricoprire il ruolo di vicecomandante della Forza Quds, il reparto
d’élite delle Guardie della rivoluzione che si occupa delle operazioni
all’estero e del coordinamento con le milizie filo iraniane nella regione. Sarà
poi la guida suprema Khamenei a nominare Qaani comandante della Forza Quds il 3
gennaio 2020. Una decisione che arriva poche ore dopo l’uccisione del generale
Qasem Soleimani in un raid con drone all’aeroporto di Baghdad ordinato dal
presidente Usa Donald Trump.
Da quel momento, divenuto uno dei più importanti capi dei Pasdaran, su di lui
iniziano a circolare tante voci non confermate. La sua morte era stata
annunciata già nell’ottobre del 2024 ma smentita da una sua apparizione pubblica
e lo stesso accadde durante il conflitto dei 12 giorni tra Iran e Israele
nell’estate dello scorso anno. Fonti anonime citate dai media regionali hanno
riferito che Qaani e il suo team sarebbero stati posti in isolamento e
interrogati già nel 2024.
Tra social e testate giornalistiche vengono elencate delle “strane coincidenze“.
Diverse voci lo hanno dato come presente in luoghi che avrebbe lasciato poco
prima che venissero colpiti da missili o droni, raid che hanno ucciso figure
apicali del regime iraniano. C’è chi dice che avrebbe annullato all’ultimo
momento la partecipazione a Beirut al consiglio di Hezbollah nel 2024, quando un
attacco israeliano uccise il leader Hassan Nasrallah e il suo entourage. Sarebbe
anche fuggito dagli uffici del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica
prima che venissero colpiti nel giugno 2025. E addirittura era con l’ayatollah
Ali Khamenei fino a pochi minuti prima dell’attacco al suo complesso: lo stesso
raid nel quale la guida suprema è stata uccisa.
Tutte voci che non hanno mai avuto, ovviamente, nessuna conferma ufficiale. Un
mistero che continua ancora oggi con le ultime due versioni sul suo destino:
giustiziato dagli stessi iraniani o vivo e in salvo in Israele. Due teorie – tra
indiscrezioni e complottismo – che condividono solo un aspetto: in entrambi i
casi, uno dei più importanti vertici militari dell’Iran viene ritenuto un uomo
di Tel Aviv per anni infiltrato del Mossad nel cuore della Repubblica islamica.
L'articolo Mistero sulla sorte del generale iraniano sempre sopravvissuto agli
attacchi: “Spia del Mossad, è stato giustiziato”. “No, è al sicuro in Israele”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver distrutto il bunker
sotterraneo del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso a
Teheran, che, a loro dire, era ancora utilizzato da alti funzionari iraniani.
L’Idf ha usato circa 50 jet da combattimento sganciando 100 bombe sul sito. In
un video, diffuso successivamente, l’esercito israeliano mostra i raid contro il
“bunker militare sotterraneo” della Guida Suprema iraniana. Nella clip l’Idf
ricostruisce anche gli ambienti del bunker.
L'articolo L’Idf bombarda il bunker sotterraneo di Khamenei e diffonde le
immagini dei raid e della ricostruzione degli ambienti – Video proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una soffiata di Netanyahu a Trump, all’origine dell’attacco militare del 28
febbraio. Il premier israeliano avrebbe rivelato al presidente americano una
riunione segreta, della Guida Suprema Alì Khamenei con tutti i suoi principali
consiglieri: un’occasione unica per decapitare la leadership iraniana a suon di
bombe. Bibi avrebbe informato la Casa bianca lunedì 23 febbraio, in una
telefonata al Tycoon nella situation room. L’episodio all’origine del conflitto
è stato rivelato dalla testata americana Axios.
Secondo il sito, negli ultimi due mesi i due leader hanno comunicato spesso: 2
incontri e 15 telefonate nei 60 giorni precedenti il raid contro Teheran. Già
prima del discorso sullo stato dell’Unione, Trump avrebbe preso in seria
considerazione l’ipotesi dell’attacco. Per non spaventare l’ayatollah
spingendolo a nascondersi, il presidente avrebbe volutamente scelto di lasciare
sullo sfondo la questione iraniana.
Giovedì 26 febbraio, due giorni prima del bombardamento, la conferma decisiva
della Cia: l’incontro con Khamenei sarebbe avvenuto effettivamente 28 febbraio,
un’occasione unica secondo l’agenzia. Quarantotto ore prima, mentre i servizi
davano via libera, gli inviati di Trump Jared Kushner e Steve Witkoff
certificavano lo stallo nei negoziati con Teheran. A quel punto, con la via
diplomatica senza risultati, venerdì 27 febbraio Trump avrebbe dato l’ordine
definitivo, alle ore 15:38, secondo Axios. Undici ore dopo ecco le bombe su
Teheran e la morte di Khamenei.
Le versione di Axios corregge le dichiarazioni del segretario di Stato Marco
Rubio, secondo il quale gli Usa avrebbero seguito la decisione di Israele.
“Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe
scatenato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo
attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito
perdite più elevate”, ha dichiarato Rubio il 3 marzo innescando le proteste
dell’ala isolazionista del movimento Maga.
L'articolo La soffiata di Netanyahu a Trump che ha innescato l’attacco all’Iran:
“Sappiamo dove Khamenei incontrerà i suoi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinquantasei anni, secondogenito di Ali Khamenei e figlio prediletto, Mojtaba
che prende il posto del padre come Guida Suprema dell’Iran è un politico e
religioso con ottime relazioni con le forze di sicurezza, in particolare i
Pasdaran. Nato a Mashhad nel settembre 1969, ha prestato servizio nella guerra
Iran-Iraq dal 1987 al 1988 e nel 1999, ha continuato gli studi a Qom per
diventare chierico. Era da tempo considerato il figlio più influente di Khamenei
e un possibile successore di suo padre come leader supremo. Ma Mojtaba è anche
una figura chiacchierata per presunti arricchimenti, con proprietà immobiliari
anche in Occidente, di cui ha parlato in una recente inchiesta Bloomberg.
Ha sostenuto Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del
2009 e secondo i media potrebbe aver svolto un ruolo di primo piano
nell’orchestrarne la vittoria elettorale nel 2009. Era stato designato in
anticipo come successore di suo padre, e Iran International aveva riferito circa
un anno e mezzo fa che era stato scelto segretamente come suo successore. Anche
se recentemente non sarebbe stato considerato un candidato vero, perché la
stessa Guida aveva sempre detto di non volere una successione dinastica. Negli
ultimi giorni erano circolate voci che fosse stato ucciso o gravemente ferito
assieme al padre. Voci però mai confermate. L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha
riferito oggi che Mojtaba è sano e salvo e illeso nell’attentato, in cui sono
morti suo padre, sua moglie e altri familiari.
L'articolo Chi è Mojtaba Khamenei, il figlio dell’ayatollah verso la nomina a
nuova Guida Suprema dell’Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima dei raid e dell’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei, il
Mossad è riuscito a hackerare le telecamere del traffico della capitale Teheran,
facilitando così la localizzazione precisa dell’ayatollah. Lo riporta il
Financial Times in un dettagliato racconto dell’operazione portata avanti da
tempo dall’intelligence israeliana in preparazione dell’attacco che, oltre al
leader, ha decimato i vertici della Repubblica islamica. Le telecamere erano una
delle molteplici fonti di intelligence che hanno contribuito a confermare la
posizione di Khamenei sabato mattina, secondo due fonti a conoscenza della
vicenda per le quali c’era anche una fonte umana che riferiva agli americani.
Secondo le fonti ascoltate dal giornale, le spie ci lavoravano da molto tempo:
“Quasi tutte le camere del traffico sono state hackerate per anni, le loro
immagini sono state criptate e trasmesse a server a Tel Aviv e nel sud di
Israele”.
Secondo quanto riferito, Israele è riuscita anche a bloccare “una dozzina” di
ripetitori di telefonia mobile vicino a Pasteur Street, facendo apparire le
linee occupate. In questo modo Israele ha impedito alle guardie del corpo di
Khamenei di ricevere possibili avvertimenti. La decisione di colpire il leader è
stata presa all’inizio delle ostilità, hanno riferito le fonti, prima che
potesse trovare rifugio in un bunker a prova di bomba. L’operazione era stata
pianificata per mesi, ha riportato il Financial Times, ma è stata modificata
quando l’intelligence statunitense e israeliana hanno appreso che Khamenei e
alti funzionari si sarebbero incontrati nel suo complesso sabato.
Nei giorni scorsi inoltre il segnale satellitare dell’emittente statale iraniana
Irib sarebbe stato intercettato per alcuni minuti, secondo segnalazioni diffuse
da Iran International, causando un’interruzione temporanea della normale
programmazione.
Durante l’interferenza sono stati trasmessi discorsi del presidente statunitense
Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu rivolti al popolo
iraniano, accompagnati da immagini di attacchi contro diversi obiettivi, tra cui
l’ufficio della Guida suprema Ali Khamenei.
L'articolo Financial Times: “Mossad ha hackerato le telecamere di Teheran e i
ripetitori di telefonia prima di uccidere Khamenei” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Esiste un malinteso alla base dell’uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali
Khamenei. Deriva dall’approssimazione con cui è stato descritto il sistema della
Repubblica islamica nel tentativo di rimarcarne gli aspetti illiberali ed
oscurantisti. A lungo è sembrata una questione semantica, che di volta in volta
produceva definizioni binarie ed opposte barricate: l’Iran è una dittatura o no?
E se è una dittatura, chi è il capo? Le risposte a queste domande hanno finito
per generare approcci sempre più massimalisti e polarizzati, nonché, da ultimo,
la decisione di assassinare Khamenei, nella convinzione americana che per far
crollare un sistema si debba “decapitarlo”.
L’Iran, tuttavia, non è la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam Hussein, e
neanche il Bahrein o l’Arabia Saudita: sistemi che con diverse matrici sono o
erano costruiti su impalcature verticali, verticistiche, del tutto o in buona
parte dipendenti dalla figura del leader o della famiglia regnante. Sebbene la
semantica – la “Guida Suprema” – suggerisca il contrario, l’Iran dal 1979 non ha
mai somigliato ad alcuno di questi sistemi: non perché sia più o meno
democratico – di sicuro conta un maggior numero di organi elettivi, centri di
potere, istituti repubblicani, una maggiore partecipazione al voto, una
conflittualità politico-parlamentare del tutto assente nei sistemi citati – ma
perché concepita in opposizione netta ad uno di essi (la monarchia dinastica dei
Pahlavi) e costruita per sopravvivere alla morte di uno o più suoi leader, anche
grazie all’alto grado di istituzionalizzazione ideologica e di decentramento,
oltre che alla costante crescita dei Pasdaran stessi.
Per motivi diversi, di entrambe le sue Guide Supreme – Khomeini e Khamenei – ci
si attendeva da tempo la fine: l’87enne ayatollah appena ucciso, secondo fonti
iraniane, aveva anche rifiutato il trasferimento in un luogo sicuro nelle ore
precedenti all’attacco, accettando il proprio martirio che aveva d’altronde
preparato già lo scorso 22 febbraio, quando avrebbe lasciato il suo testamento
ai suoi collaboratori. Poche settimane fa era persino apparso in pubblico, nella
preghiera del venerdì, in una moschea di Teheran. Era inoltre malato di cancro
alla prostata.
Khamenei, che secondo la Costituzione iraniana (modificata per poterlo eleggere
nel 1989) aveva l’ultima parola su tutta una serie di questioni, non governava
come un sovrano assoluto ma come un “primus inter pares“, un arbitro, animato
dalla necessità di tenere insieme una serie di centri di potere intermedi,
spesso conflittuali, e di mantenere stabile la fiducia nei suoi confronti sia da
parte dei più alti quadri dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc) che
dell’Assemblea degli Esperti.
La sua eliminazione, in principio, potrebbe aver “ucciso” anche la sua fatwa
contro le armi nucleari, cioè il principale ostacolo al loro sviluppo, che negli
ultimi anni una parte dell’arena politica iraniana ha invece caldeggiato, in
un’ottica di deterrenza che col senno del poi si è dimostrata razionale.
Non ha diminuito la capacità iraniana di rispondere agli attacchi, che anzi
sembra esser stata sollecitata ulteriormente, entrando nella sua terza fase: lo
si vede in diversi paesi del Golfo colpiti dal fuoco iraniano, scatenato senza
la sua autorizzazione, grazie al forte decentramento decisionale che l’Irgc ha
impostato in questi ultimi mesi, col rafforzamento dell’autonomia dei
distaccamenti provinciali, in grado di mobilitarsi senza autorizzazione
centrale, nonché di permettere anche ad ufficiali di grado minore di prendere
decisioni operative.
Khamenei non era la “testa” del rettile: era in un certo senso la sua coda,
senza la quale il corpo continua a muoversi, e rispondere in modo quasi
automatizzato agli attacchi, senza il bisogno di ricevere l’ok della catena di
comando centrale e senza nessuno che possa decidere quando fermarsi. La fine
della Guida Suprema, sebbene abbia visto manifestazioni di giubilo di una parte
della società iraniana, non sembra aver provocato un collasso, un vuoto da
riempire in una chiave trasformativa. Non vi sono prove della frammentazione
della leadership perché, come ricorda l’analista Danny Citrinowicz, la
Repubblica islamica è strutturata con “ridondanza istituzionale”, cioè con
organi di sicurezza su più livelli e un apparato coercitivo molto radicato,
nonché assai coeso, nel quale non si conta di fatto alcuna defezione rilevante.
L’offensiva americana può degradare, persino distruggere una buona parte degli
armamenti iraniani, specie se disposta a protrarsi oltre le 5 settimane
annunciate da Trump. Non può però implementare alcuna trasformazione politica in
uno Stato di questo tipo, meno che mai in assenza di una opposizione interna
organizzata e animata da una comune idea di futuro. Le trasformazioni politiche
non si cibano di armi ma di alternative, di idee e del loro radicamento presso
la società, oltre che della postura dell’esercito verso il cambiamento stesso.
Può però favorire l’avvento di variabili ignote all’interno degli apparati di
potere della Repubblica islamica, se si pensa ad esempio alla possibile ascesa
di figure militari dell’Irgc che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare,
non sono necessariamente più “laici” o più progressisti di certi religiosi
iraniani dal punto di vista interno, così come in alcun modo assicurano che
l’Iran adotti una postura internazionale più “moderata” agli occhi dei suoi
attuali nemici. Non è mai esistita, in Iran, una vera contrapposizione tra
“militari” e “religiosi”. Non ha mai avuto fondamento l’equazione tra maggiore
conservatorismo sociale e maggiore radicalismo internazionale o l’idea che i
religiosi siano più conservatori dei militari sulle questioni sociali e di
riflesso che i militari siano più “militaristi” dei religiosi. I due aspetti –
oscurantismo interno e oltranzismo regionale – sono slegati e nuotano in un mare
di posizioni intermedie, irregolari, a volte contraddittorie.
Khamenei ha ottenuto la fine che voleva, assurgendo a “martire” presso milioni
di sciiti (in Iran, ma anche e soprattutto in Libano, Yemen, Iraq, Bahrein,
Pakistan ed India). La sua morte potrebbe poi aver spostato dalla parte del
regime un segmento laico, ostile al sistema ma nazionalista della società
iraniana. E il sistema, con la sua morte, ha potuto accelerare il suo
decentramento decisionale e operativo che risulta particolarmente opportuno
proprio in tempi di guerra: specie se l’obiettivo non è quello utopico di
sconfiggere il nemico ma quello di sopravvivere e di imporre costi sempre più
alti all’avventurismo di quest’ultimo.
L'articolo Iran, l’uccisione di Khamenei porta incertezza e il rischio di
maggiore radicalizzazione: era lui l’argine allo sviluppo dell’atomica proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Il regime decapitato della sua Guida Suprema e di tanti altri tasselli – dal suo
primo consigliere Ali Shamkhani fino al capo delle forze armate e il ministro
della Difesa – che ne garantivano la tenuta. La morte in Iran dell’Ayatollah Ali
Khamenei, solleva interrogativi fondamentali sul futuro del Paese. Fino a quando
non sarà scelto un nuovo leader, un consiglio direttivo ad interim composto dal
presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni
Ejei e da un giurista del Consiglio dei Guardiani assumerà temporaneamente le
funzioni di Guida suprema. Un ruolo fondamentale lo giocherà anche Ali Larijani,
segretario del Consiglio di sicurezza nazionale.
È poi un comitato di 88 membri, chiamato Assemblea degli esperti, a nominare la
Guida suprema. Il comitato può anche rimuoverne una, sebbene ciò non sia mai
accaduto. È composto interamente da religiosi sciiti eletti dal popolo ogni otto
anni e le cui candidature sono approvate dal Consiglio dei Guardiani,
l’organismo di controllo costituzionale iraniano. Tale organo è noto per aver
escluso i candidati in diverse elezioni in Iran e l’Assemblea degli esperti non
fa eccezione. Il Consiglio dei Guardiani ha escluso l’ex presidente iraniano
Hassan Rouhani, un moderato la cui amministrazione ha violato l’accordo nucleare
del 2015 con le potenze mondiali, dalle elezioni per l’Assemblea degli esperti
nel marzo 2024.
La legge iraniana stabilisce che l’Assemblea degli esperti “deve, il prima
possibile”, eleggere una nuova Guida suprema. Fino ad allora il consiglio
direttivo può intervenire e “assumere temporaneamente tutti i compiti di
leadership”. L’assemblea è composta dal presidente in carica dell’Iran, dal capo
della magistratura del Paese e da un membro del Consiglio dei Guardiani scelto
dal Consiglio di opportunità iraniano, che consiglia la Guida suprema e dirime
le controversie con il Parlamento. Le trattative sulla successione sono
sotterranee, rendendo difficile valutare chi possa essere il candidato
principale. In precedenza si pensava che il protetto di Khamenei, il presidente
intransigente Ebrahim Raisi, potesse tentare di prendere il potere, ma è morto
in un incidente in elicottero nel maggio 2024.
Ciò aveva aperto la strada a uno dei figli di Khamenei, Mojtaba, religioso
sciita di 56 anni, come potenziale candidato, sebbene non abbia mai ricoperto
una carica governativa. Ma un passaggio di padre in figlio nel caso di una guida
suprema potrebbe suscitare malcontento, non solo tra gli iraniani già critici
nei confronti del governo clericale, ma anche tra i sostenitori del sistema.
Alcuni potrebbero considerarlo anti-islamico e in linea con la creazione di una
nuova dinastia religiosa, dopo il crollo del governo dello Scià Mohammad Reza
Pahlavi, sostenuto dagli Stati Uniti, nel 1979.
La Guida suprema è al centro della complessa teocrazia sciita iraniana e ha
l’ultima parola su tutte le questioni di Stato. È anche comandante in capo
dell’esercito e della potente Guardia Rivoluzionaria, forza paramilitare che gli
Stati Uniti hanno designato come organizzazione terroristica nel 2019 e l’Ue
nelle scorse settimane e che Khamenei ha rafforzato durante il suo governo. La
Guardia ha guidato l’autodefinito “Asse della Resistenza“, una serie di gruppi
militanti e alleati in tutto il Medioriente con lo scopo di contrastare gli
Stati Uniti e Israele, e ha enormi ricchezze e proprietà in Iran.
L'articolo Chi succederà a Khamenei? Ecco come l’Iran eleggerà la nuova Guida
Suprema proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Cia ha identificato la posizione precisa della Guida Suprema iraniana, Ali
Khamenei, poco prima che gli Stati Uniti e Israele lanciassero l’attacco
coordinato contro l’Iran, fornendo a Tel Aviv informazioni di intelligence “ad
alta fedeltà” che hanno consentito l’operazione in cui è stato ucciso. La
svolta, scrive il New York Times citando funzionari a conoscenza della
questione, è arrivata quando l’agenzia di intelligence ha saputo che Khamenei
avrebbe partecipato a una riunione mattutina di alti funzionari iraniani presso
un complesso di comando nel centro di Teheran.
È a quel punto che il piano originario di Israele, che prevedeva raid notturni,
è stato modificato per sfruttare quell'”opportunità” di eliminare il discepolo
dell’ayatollah Khomeini. Intorno alle 6 del mattino ora israeliana sono
decollati i caccia, armati con munizioni a lungo raggio e ad alta precisione.
Due ore e cinque minuti dopo, verso le 9:40 a Teheran, i missili hanno colpito
simultaneamente più obiettivi del complesso. Eliminando numerosi alti funzionari
politici e militari e decapitando gran parte della leadership dell’intelligence
iraniana, anche se il capo dei servizi sarebbe riuscito a fuggire.
Il quotidiano statunitense ricostruisce come l’uccisione della Guida suprema
iraniana sia stata il risultato di mesi di monitoraggio e di una strettissima
cooperazione d’intelligence tra Stati Uniti e Israele. La Cia seguiva da tempo
gli spostamenti e le abitudini del leader e aveva accumulato informazioni sempre
più precise sulla sua posizione e gli schemi di sicurezza a sua difesa. La
qualità dei dati ha fatto un salto di qualità durante la Guerra dei 12 giorni
con l’Iran, lo scorso giugno, quando gli analisti hanno potuto studiare come il
leader e i vertici dei Pasdaran comunicavano e si spostavano.
Ecco perché Washington sapeva che sabato mattina si sarebbe tenuta una riunione
di vertice nel complesso governativo nel centro di Teheran e che Khamenei
sarebbe stato presente. Le informazioni, definite ad “alta affidabilità”, sono
state condivise con Israele, che ha eseguito l’operazione. Anche grazie al fatto
che i vertici iraniani non hanno adottato misure per evitare di esporsi tutti
insieme in un unico luogo.
L'articolo “La Cia ha identificato la posizione di Khamenei. E ha dato le
informazioni a Israele”. I retroscena del raid che ha ucciso il leader iraniano
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran da 37 anni, è stato ucciso nei
raid condotti da Israele e Stati Uniti su Teheran, che hanno raso al suolo la
sua residenza. Data l’età (86 anni) e i problemi di salute, più volte in passato
erano circolate notizie – rivelatesi false – che lo descrivevano in punto di
morte, alimentando speculazioni sul suo successore. Nato il 19 aprile del 1939 a
Mashad, città santa per gli sciiti, da giovane seguì gli insegnamenti di alcuni
degli ayatollah più famosi dell’epoca, tra cui il fondatore della Repubblica
islamica Ruhollah Khomeini, di cui si definì un “discepolo”. Nei primi anni
Sessanta si unì alle file dei rivoluzionari che si opponevano al regime dello
Scià Mohammad Reza Pahlavi e alla sua politica filo-americana, venendo arrestato
più volte per attività antigovernative.
In quegli anni Khamenei rimase in stretto contatto con Khomeini, in esilio prima
in Iraq e poi in Francia, di cui divenne un fidato consigliere. Subito dopo il
ritorno di Khomeini a Teheran, nel 1979, fu nominato membro del Consiglio della
Rivoluzione e poi rappresentante personale dell’ayatollah nel Consiglio supremo
per la Difesa. Per un breve periodo comandò i Pasdaran, i Guardiani della
rivoluzione. “Falco” in politica estera, fu uno dei negoziatori chiave della
cosiddetta crisi degli ostaggi con gli Usa. Nel 1981 fu eletto deputato e poi
presidente, incarico che ricoprì per due mandati di seguito fino al 1989,
quando, alla morte di Khomeini, fu eletto Guida suprema grazie alla rottura tra
il fondatore della Repubblica islamica e colui che appariva il candidato
naturale alla sua successione, l’ayatollah Montazeri.
Secondo valutazioni dell’intelligence Usa, a prendere posto di Khamenei sarà ora
una figura radicale legata ai Pasdaran. Nel lungo corso del suo dominio
sull’Iran, l’ayatollah è entrato in conflitto con molti presidenti, a partire
dal riformista Mohammad Khatami, che spingeva per la distensione con
l’Occidente. Il momento più delicato, però, dovette affrontarlo durante il
governo dell’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, quando la Repubblica
islamica rischiò di crollare per le proteste di piazza, represse duramente
dall’ayatollah. Sotto la presidenza di Hassan Rohani appoggiò lo storico accordo
sul programma nucleare, ma si oppose a qualsiasi apertura sui diritti civili.
Khamenei ha costruito un’articolata architettura di sicurezza fondata sull'”Asse
della resistenza“: una rete di alleanze e milizie in Libano, Siria, Iraq e
Yemen, concepita per proiettare l’influenza iraniana e contenere Israele e gli
Stati Uniti. Parallelamente, sul fronte interno, ha dovuto fare i conti con un
malcontento crescente: le proteste esplose a fine dicembre in diverse città
iraniane, represse duramente dalle autorità con un bilancio di decine di
migliaia di morti, hanno evidenziato l’ennesima frattura profonda tra
establishment e società.
L'articolo L’ascesa al potere, l'”Asse della resistenza” e la repressione: chi
era Khamenei, Guida suprema dell’Iran per 37 anni proviene da Il Fatto
Quotidiano.