Ora è al sicuro in una comunità protetta per poter essere accudita e aiutata a
superare gli abusi sessuali subiti da un uomo di 71 anni. Violenze che venivano
filmate dalla madre che la cedeva al pedofilo. Arriva dal Leccese questa storia
di infanzia violata di una bimba di 8 anni che ha portato all’arresto dell’uomo
e della donna per violenza sessuale aggravata e pornografia minorile. Misura
eseguita dai carabinieri.
Le indagini della Procura di Lecce hanno permesso di ricostruire un anno di
violenze, avvenute tra l’agosto 2024 e l’agosto 2025. I due indagati, secondo la
ricostruzione degli inquirenti, avrebbero trasformato la piccola in un oggetto
sessuale da abusare e filmare.
La donna avrebbe documentato le violenze sessuali subite dalla figlia in foto e
video, poi avrebbe inviato tutto all’uomo assieme ad altro materiale
pedopornografico riguardante la bambina. Al momento dell’arresto gli
investigatori dell’Arma hanno sequestrato telefoni e apparati informatici in cui
potrebbero essere custoditi altri filmati o immagini. Materiale potenzialmente
determinante per l’evoluzione delle indagini. I due indagati ora si trovano in
carcere.
Gli abusi sessuali dentro le mura di casa sono molto più frequenti di quanto si
possa pensare. Nei giorni scorsi il tribunale del Riesame di Bologna ha
applicato il divieto di avvicinamento e il braccialetto elettronico nei
confronti di un 60enne, accusato di abusi sessuali aggravati verso la figlia.
L’uomo, in passato era stato in carcere per abusi sessuali su minorenni ed era
stato condannato sempre per violenza sessuale su una minorenne, amica della
figlia. Lo scorso 15 marzo, invece, un giornalista e una professoressa sono
stati arrestati per i video intimi e le foto di figlia e nipotini di lei che
venivano inviati all’uomo.
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L'articolo Bimba di 8 anni abusata da un 71enne: arrestata anche la madre per
violenza sessuale e pedopornografia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pedopornografia
L’Europa si è spaccata sulla “sorveglianza di massa”, per citare le parole del
Parlamento europeo a proposito del regolamento Csar (Child sexual abuse
regulation). Lo scopo è consentire la scansione dei messaggi degli utenti in
chat e via mail, da parte delle piattaforme tecnologiche, per contrastare la
piaga della pedopornografia online in costante aumento. Dunque posta elettronica
al setaccio, ma anche i messaggini via Whatsapp, Messenger, Instagram, Signal,
Telegram. In gioco c’è il diritto alla riservatezza di 450 milioni di europei.
Anche per l’importanza della posta in palio, il 16 marzo, è saltato l’accordo
tra il Parlamento e i governi Ue riuniti nel Consiglio: dopo i negoziati aperti
4 giorni prima, il trilogo è ufficialmente fallito. Cosa è successo? “Con la
loro mancanza di flessibilità, gli Stati membri hanno deliberatamente accettato
che il regolamento provvisorio scadrà ad aprile”, ha dichiarato la relatrice
tedesca del Parlamento Ue Birgit Sippel (S&D, socialisti e democratici).
Risultato? “La scansione volontaria per contrastare la diffusione online di
materiale pedopornografico da parte dei fornitori non sarà più possibile”. In
sostanza, il Consiglio Ue ha ritenuto troppo blandi i controlli autorizzati dal
Parlamento, al punto da preferirne l’azzeramento e far saltare i negoziati con
Strasburgo. Secondo fonti del Parlamento Ue, molto raramente i governi Ue in
senso al Consiglio hanno assunto posizioni così rigide.
Potenzialmente, lo stop alla scansione dei messaggi è un vulnus nella lotta ai
crimini sessuali contro i minori. Gli attivisti dei diritti digitali, invece,
tirano un sospiro di sollievo. Anche il Movimento 5 stelle gioisce con Gaetano
Pedullà: “Proteggere i bambini è un dovere sacrosanto, ma per una volta
salutiamo con favore l’opposizione degli Stati Membri che non ha permesso al
chat control I di entrare in vigore. La protezione dei minori non può
trasformarsi in un sistema di sorveglianza di massa sui cittadini europei, con
la fine della privacy e del diritto alla comunicazione riservata”.
LA SCANSIONE DEI MESSAGGI IN DEROGA AI DIRITTI SULLA PRIVACY: TRATTATIVE IN
CORSO SUL REGOLAMENTO DEFINITIVO
Lo scontro tra il Parlamento e i governi riguarda la deroga alla direttiva
ePrivacy del 2002. Il provvedimento europeo impedirebbe da 24 anni intrusioni
nei messaggi privati online, nel nome della riservatezza. Ma dal 2021 vige una
deroga per combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori, in
vertiginoso aumento. In virtù dell’eccezione, la piattaforme digitali possono
accedere ai messaggi degli utenti segnalando alle forze dell’ordine i casi di
presunte molestie sessuali. Facebook già scansiona le comunicazioni a caccia di
materiali pedopornografici: il 95% delle segnalazioni giunge dal colosso di
Zuckerberg. Ma la scelta delle piattaforme di guardare dallo “spioncino” è
volontaria, nessun obbligo di legge. La deroga alla tutela della privacy è stata
prorogata nel 2024 e scadrà ad aprile 2026. Poi alt alla scansione dei
contenuti: la Commissione europea invece ne aveva caldeggiato la prosecuzione
con il testo proposto ufficialmente il 19 dicembre 2025, ammonendo sui rischi in
caso di stop: “Ciò renderebbe più facile per i predatori la diffusione di
materiale pedopornografico, la loro impunità e l’adescamento di bambini nell’Ue.
L’individuazione proattiva da parte dei fornitori di servizi online è stata
fondamentale per oltre 15 anni nel salvare i bambini da abusi in corso e nel
portare i colpevoli davanti alla giustizia”. In realtà alle piattaforme è
permesso accedere ai messaggi non da 15 anni bensì da 5, con l’entrata in vigore
della deroga nel 2021. L’anno dopo, la Commissione europea ha proposto il
regolamento Csar per trasformare la deroga temporanea in legge duratura. Gli
attivisti dei diritti digitali – guidati da Patrick Breyer, ex europarlamentare
del partito dei pirati tedesco – sono insorti contro il Csar battezzandolo “chat
control 2.0”. La versione 1.0, per i difensori della privacy, è la deroga
temporanea alle tutele per la riservatezza.
LE TRATTATIVE SU CHAT CONTROL: DA UN LATO IL PARLAMENTO, DALL’ALTRA LA
COMMISSIONE
La proposta di regolamento di palazzo Berlaymont, firmata dalla
socialdemocratica svedese Ylva Johansson, è stata già bocciata dal Parlamento
europeo a novembre 2023, bollata come “sorveglianza di massa”: la scansione non
sarebbe stata facoltativa, per le piattaforme, bensì obbligatoria. Infatti il
testo dell’Eurocamera restringe nettamente il perimetro dei controlli sui
messaggi. Su “chat control 2.0”, per lungo tempo neppure il Consiglio Europeo ha
trovato l’accordo: fino a novembre 2025, quando l’intesa è giunta sul testo
firmato dalla presidente danese Mette Frederiksen, socialdemocratica come
Johansson. Dopo 3 anni di trattative, i governi hanno trovato la quadra
adottando il principio cardine della deroga provvisoria: niente obbligo per le
piattaforme di scansionare i messaggi degli utenti (come voleva la Commissione)
bensì una scelta volontaria. Un passo indietro rispetto al testo di Palazzo
Berlaymont. Ora sono in corso i triloghi per il regolamento definitivo. Ma il
fallimento dei negoziati su “chat control 1.0” lascia presagire nuovi ostacoli
lungo le trattative per l’approvazione.
Da una parte, il Consiglio e la Commissione Ue premono per favorire la scansione
dei messaggi contro la pedopornografia online, almeno su base volontaria.
Dall’altra, il Parlamento Ue prova a mitigare i controlli delle piattaforme
ascoltando le preoccupazioni per la privacy sollevate da giuristi e istituzioni
del Vecchio continente. L’11 marzo all’Eurocamera è passato l’emendamento dei
Verdi che ha stravolto il testo della Commissione per rinnovare la proroga ai
controlli su chat e mail. La modifica restringeva il campo dei controlli solo
agli utenti “identificati dall’autorità giudiziaria competente”, sui quali si
nutrano “ragionevoli motivi per sospettare l’esistenza di un legame, anche
indiretto, con materiale pedopornografico”. Dunque niente controlli
indiscriminati su tutti gli utenti. Non solo: esclusi dalla scansione anche i
servizi con crittografia end to end, come Whatsapp e Signal. Risultato: l’11
marzo il Parlamento ha rinnova la deroga per consentire i controlli in chat, a
costo di depotenziare ampiamente il testo della Commissione Ue. Del resto, il 2
marzo la Commissione Libe aveva già bocciato la proposta di palazzo Berlaymont.
Nove giorni dopo, la formulazione in salsa “light” passa a Strasburgo con 458
voti a favore, 103 contrari e 63 astensioni. Dunque una bocciatura trasversale,
da destra a sinistra, verso i controlli indiscriminati delle piattaforme
tecnologiche (per lo più americane) sui messaggi dei cittadini europei: malgrado
lo scopo sia combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori. Il
Consiglio Ue ha reagito facendo saltare i negoziati del trilogo. Ovvero: meglio
nessun controllo, rispetto alla versione alleggerita del parlamento Ue.
L'articolo Chat control, l’Europa si spacca sulla sorveglianza di massa nel nome
dei minori. Da aprile stop alla scansione dei messaggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un giornalista di 52 anni, ex vicedirettore di un tg nazionale ed ex capo
comunicazione di una società statale, e l’amante di 48, insegnante in un liceo,
sono stati arrestati con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di minori,
pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pornografico. L’inchiesta
è partita dalla scoperta fatta dalla figlia della 48enne sul pc della madre: una
chat in cui comparivano immagini proprio della ragazzina in momenti intimi come
una doccia o mentre dormiva. Alcuni di vari file di video e foto che il
giornalista e la professoressa, secondo l’inchiesta della Procura di Roma, si
sono scambiati. “In particolare, nelle chat intercorse tra gli indagati, sono
stati rilevati contenuti di natura pedopornografica incentrati su commenti
scambiati tra i due” scrivono i carabinieri in un comunicato. Repubblica e
Corriere della Sera hanno ricostruito la storia con maggiori dettagli. Va fin da
subito precisato che i nomi degli arrestati non possono essere resi noti anche
per il fatto – fondamentale – che non devono essere resi identificabili i minori
coinvolti. E’ stato il padre della ragazzina, separato dall’insegnante, a
presentare denuncia e dare il via all’indagine.
Secondo quanto racconta Repubblica il giornalista – sposato con due figli, ora
lavora in un’azienda privata – è stato fermato alla stazione Termini, a Roma, di
ritorno da un viaggio in treno. Nel telefonino i carabinieri – coordinati dal
procuratore aggiunto Maurizio Arcuri e dalla pm Maria Perna – hanno trovato foto
e video di minorenni. Fra quelle immagini anche quelle della figlia dell’amante
e dei nipotini di lei, che hanno 5 e 8 anni, figli del fratello di lei.
L’ipotesi dei carabinieri, in base ai commenti e ai messaggi tra i due, è che “i
nipoti della donna indagata siano stati costretti a subire attenzioni di natura
sessuale dalla zia” come “ripetuti toccamenti nelle zone genitali
contemporaneamente videoregistrati e commentati poi con l’indagato”. I due
arrestati sono rimasti in silenzio davanti alle accuse avanzate dai carabinieri.
Ma dalla ricostruzione degli investigatori è emerso il rapporto morboso tra i
due: da una parte lei – istigata dall’amante secondo i carabinieri – realizzava
foto e video delle molestie sui nipoti, dall’altra lui che riceveva quei file e
li commentava con espressioni indicibili. L’ulteriore approfondimento della
Procura sarà capire che fine facevano, poi, quei file.
Una “elevatissima mole di dati, foto e video dal contenuto sessualmente
esplicito. In particolare, nelle chat intercorse tra gli indagati, sono stati
rilevati contenuti di natura pedopornografica incentrati su commenti scambiati
tra i due” rimarcano i carabinieri del Nucleo Investigativo del comando
provinciale di Roma. Dopo l’arresto sono stati sequestrati pc, tablet e
cellulari e l’analisi del contenuto dei dispositivi elettronici, spiega ancora
l’Arma, “ha permesso di rafforzare ulteriormente l’ipotesi accusatoria
consentendo di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico dei due
indagati”.
L'articolo Lei mandava a lui foto e video intimi della figlia e dei nipotini:
arrestati l’ex vicedirettore di un tg e una prof di liceo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Commissione Europea ha avviato un procedimento formale nei confronti della
piattaforma cinese di e-commerce e fast fashion Shein, nell’ambito del Digital
Services Act, la normativa europea che regola le responsabilità delle grandi
piattaforme online. Nel mirino di Bruxelles finiscono il design ritenuto in
grado di creare dipendenza, la mancanza di trasparenza dei sistemi di
raccomandazione e la possibile vendita di prodotti “illegali”, inclusi materiali
pedopornografici. Tra gli articoli osservati, infatti, figurano anche bambole
gonfiabili con sembianze infantili. Le autorità intendono verificare se Shein
abbia predisposto misure adeguate per prevenire la diffusione di merce e
contenuti fuorilegge.
La Commissione analizzerà anche i rischi legati alla progettazione del servizio
stesso. In particolare, a finire sotto esame sono i meccanismi che assegnano
punti o ricompense per incentivare l’interazione degli utenti. Un altro punto
centrale riguarda i sistemi di raccomandazione utilizzati da Shein per suggerire
contenuti e prodotti agli utenti. In base al Dsa, la piattaforma è tenuta a
rendere noti i principali parametri su cui si basano tali sistemi e a offrire
“almeno un’opzione facilmente accessibile che non si basi sulla profilazione”
per ciascun sistema di raccomandazione.
Il Digital Services Act non stabilisce una scadenza precisa per la conclusione
delle indagini. La durata dipenderà da vari fattori, tra cui la complessità del
caso, il livello di collaborazione della piattaforma e il pieno esercizio dei
diritti di difesa. L’operazione sarà condotta in via prioritaria e vedrà la
partecipazione della Coimisiún na Meán, il Coordinatore dei Servizi Digitali
dell’Irlanda, che agirà in qualità di coordinatore nazionale perché la sede
europea della società è lo stabilimento di Dublino – dove c’è anche Temu,
sospettata di aver ricevuto sussidi illegali. Con l’apertura formale del
procedimento, la Commissione potrà continuare a raccogliere prove, inviando
richieste di informazioni alla piattaforma o a terzi, oppure conducendo azioni
di monitoraggio e colloqui. In questa fase, le autorità hanno il potere di
adottare delle contromisure e dichiarare l’inadempienza della piattaforma. Dal
canto suo, la società potrà assumersi degli impegni per porre rimedio alle
criticità contestate.
Fondata nel 2008 a Nanjing, nella provincia cinese dello Jiangsu, la società
operava inizialmente con il nome SheInside, prima di essere ribattezzata Shein
nel 2015. Creata da Chris Xu, all’inizio si concentrava sulla vendita di abiti
da sposa. Nel tempo, la piattaforma ha spostato la sede legale a Singapore ed è
diventata uno dei principali attori globali del fast fashion online. Lo scorso
anno la società ha valutato la possibilità di una quotazione in borsa tramite
un’Ipo, ma attualmente non risulta quotata.
L'articolo La Commissione Europea indaga su Shein: nel mirino anche la vendita
di materiale pedopornografico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si era registrato mentre abusava di alcuni bambini, anche di 5 anni, a cui
faceva da babysitter. Sono le scioccanti immagini ritrovate nei due computer e
nei due cellulari di un ventisettenne di Padova. Insieme a queste, centinaia di
video e foto scaricate da internet, forse nei mesi scorsi. L’uomo, 27 anni, è
stato arrestato. Il giovane lavorava come babysitter occasionale, attività che
promuoveva attraverso annunci pubblicati su internet e sui giornali locali.
L’arresto è scattato al termine di una perquisizione domiciliare disposta dalla
Procura di Venezia, che aveva incaricato la squadra Mobile di Padova di
intervenire nell’ambito di un’indagine avviata per una presunta violenza
sessuale ai danni di un minore. Durante il controllo, gli agenti hanno
sequestrato due telefoni cellulari e due computer, sui quali le prime analisi
hanno subito rivelato un’enorme quantità di materiale osceno.
Sui dispositivi del 27enne erano archiviati migliaia di file tra foto e video a
contenuto pedopornografico. Una parte sarebbe stata scaricata dalla rete nei
mesi recenti, ma diverse centinaia di immagini e filmati sono risultati
autoprodotti, realizzati con gli stessi dispositivi sequestrati. In molti di
questi contenuti comparirebbe lo stesso indagato mentre compie atti sessuali
espliciti con bambini in tenerissima età.
Il materiale rinvenuto non risalirebbe soltanto ai giorni immediatamente
precedenti la perquisizione, ma coprirebbe un arco temporale molto più ampio.
Gli investigatori ritengono che la produzione e la raccolta dei contenuti
possano risalire almeno al 2019, periodo in cui il 27enne avrebbe iniziato a
svolgere l’attività di babysitter.
Il giovane si trova ora recluso in carcere, in attesa dell’udienza di convalida
dell’arresto e della decisione del giudice sull’eventuale applicazione di una
misura cautelare. Le indagini della polizia di Stato proseguiranno nelle
prossime settimane con l’analisi approfondita dei dispositivi informatici
sequestrati e con il delicato lavoro di identificazione delle numerose piccole
vittime, per accertare eventuali ulteriori responsabilità e ricostruire l’intera
rete di contatti dell’indagato.
L'articolo Babysitter arrestato per pedofilia, nel suo pc centinaia video di
abusi sui bimbi anche di 5 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.